Ferdinando I delle Due Sicilie

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Ferdinando I di Borbone
Ferdinando I di Borbone
Ferdinando I delle Due Sicilie
Re delle Due Sicilie
In carica 12 dicembre 1816 – 4 gennaio 1825
Predecessore Nessuno
Successore Francesco I
Nome completo Ferdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto
Altri titoli Infante di Spagna
Nascita Napoli, 12 gennaio 1751
Morte Napoli, 4 gennaio 1825
Luogo di sepoltura Basilica di Santa Chiara, Napoli
Casa reale Borbone di Napoli
Dinastia Capetingi
Padre Carlo III di Spagna
Madre Maria Amalia di Sassonia
Consorte Maria Carolina d'Austria
Lucia Migliaccio
Figli Maria Teresa
Luisa Maria Amalia
Francesco I
Maria Cristina
Maria Amalia
Maria Antonietta
Leopoldo

Ferdinando I di Borbone (Ferdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto; Napoli, 12 gennaio 1751Napoli, 4 gennaio 1825) fu re di Napoli dal 1759 al 1799, dal 1799 al 1806 e dal 1815 al 1816 con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III di Sicilia. Dopo questa data, con il Congresso di Vienna e con l'unificazione delle due monarchie nel Regno delle Due Sicilie, fu sovrano di tale regno dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie. Ferdinando è il primo sovrano nato nel Regno della casata dei Borbone di Napoli ma terzo Borbone a regnare sulle Due Sicilie dopo il padre Carlo (primo Borbone a regnare sulle Due Sicilie indipendenti), nato a Madrid nel 1716, ed il nonno Felipe (Philippe) nato nel castello di Versailles nel 1683. Il suo regno (durato quasi sessantasei anni) è uno dei più lunghi della storia. È passato alla storia con i nomignoli di Re Lazzarone e di Re Nasone, affibbiatigli dai lazzari napoletani che, in giovane età, abitualmente frequentava.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Infanzia[modifica | modifica sorgente]

Palazzo Reale di Napoli

Ferdinando I di Borbone, discendente in linea diretta del Re Sole, nacque nel Palazzo Reale di Napoli il 12 gennaio 1751 da Carlo di Borbone, re di Napoli e di Sicilia, e da Maria Amalia di Sassonia. La sua nascita non fu considerata un grande evento poiché era il figlio maschio terzogenito della coppia reale. Prima di lui, oltre a cinque principessine (quattro delle quali morte in tenera età) erano nati Filippo, erede al trono napoletano, e Carlo Antonio, rispettivamente nel 1747 e nel 1748. Per lui si doveva prospettare un futuro da religioso, infatti Maria Amalia lo voleva cardinale e forse anche erede del trono papale. La sua educazione fu affidata al principe di Sannicandro Domenico Cattaneo Della Volta.

Partenza di Carlo di Borbone per la Spagna

Ferdinando I è stato condannato dalla storiografia più diffusa in ragione dei suoi atteggiamenti poco regali, ma diversi episodi della sua vita ne dipingono il ritratto di un uomo di buon senso che amava il popolo che governava[1].

Destinato a non assumere incarichi nel governo del proprio paese, ebbe quindi l'occasione di passare una giovinezza non condizionata dal rigore educativo che invece veniva applicato agli eredi al trono. Il suo destino fu tuttavia cambiato da due importanti eventi: nel 1759 suo zio Ferdinando VI, re di Spagna, morì senza lasciare eredi. Come conseguenza, Carlo assunse la più prestigiosa corona di Spagna, portando con sé Carlo Antonio quale successore. Dato che il primogenito Filippo era stato escluso dalla successione perché demente, la partenza per la Spagna del Re e del delfino mise Ferdinando nella inopinata posizione di essere l'erede al trono di Napoli.

Prima reggenza (1759-1799)[modifica | modifica sorgente]

Regno di Napoli e Sicilia
(1734-1816)
Regno delle Due Sicilie
(1816-1860)
Borbone di Napoli

Coat of arms of the Kingdom of the Two Sicilies.svg

Carlo VII (1734-1759)
Ferdinando IV (1759-1816)
poi Ferdinando I (1816-1825)
Francesco I (1825-1830)
Ferdinando II (1830-1859)
Francesco II (1859-1894)
Alfonso (1894-1934)
Ferdinando Pio (1934-1960)
Ferdinando IV a nove anni.
Bernardo Tanucci, presidente del consiglio di reggenza.
Maria Carolina d'Austria, regina di Napoli e moglie di Ferdinando.
La Ferdinando I, prima nave a vapore nel Mediterraneo

La partenza del padre e del fratello maggiore per la Spagna portarono dunque Ferdinando I al trono di Napoli a soli otto anni. Data la minore età del sovrano, gli si affiancò un Consiglio di Reggenza, presieduto dal toscano Bernardo Tanucci, il quale si trasformò in Consiglio di stato al raggiungimento della maggiore età.

Il giovane re non s'interessò quasi per niente della politica del regno lasciando la maggior parte dei compiti al Tanucci e agli altri componenti del Consiglio. Gli anni della giovinezza furono spesi andando spesso a caccia in compagnia del suo menińo Gennarino Rivelli e dei liparioti, un gruppo di fedelissime guardie del corpo[2]. Coerentemente al suo carattere attivo, non si applicò particolarmente allo studio.

Nonostante le manchevolezze presenti nella sua formazione, il giovane re si prodigò per favorire la cultura a Napoli, in continuità del lavoro di suo padre. Grazie ai suoi sforzi, il Regno di Napoli si mise presto al pari di molti ricchi reami dell'Europa.

Tra le molte iniziative di governo intraprese in questo periodo, può essere presa ad esempio l'istituzione del centro di selezione equina di Serre (1763) finalizzata a rinsaldare le tradizioni cavallerizze napoletane, e che diede origine ad una stirpe di robusti cavalli, valorizzati anche durante il periodo francese. Nel 1778 trasferì nel Palazzo Reale di Napoli la fabbrica di arazzi napoletani, apprezzati in tutto il mondo per la loro qualità; nel 1779 fondò la manifattura di San Leucio, oggi sito patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, che divenne presto un polo di eccellenza della produzione tessile.

Conformemente a quanto dettato dagli usi del tempo, Carlo III di Borbone si preoccupò di assicurare al più presto una discendenza sul trono di Napoli. Nel quadro delle alleanze tra famiglie regnanti europee, egli stimò utile legare la propria famiglia a quella asburgica, ed iniziò una fitta serie di contatti con l'Imperatrice Maria Teresa d'Austria. Le trattative tra le due parti furono segnate da una serie di eventi sfortunati, in quanto sia la primogenita, l'Arciduchessa Maria Giovanna d'Asburgo-Lorena, che la secondogenita Arciduchessa Maria Giuseppina d'Asburgo-Lorena, entrambe destinate alle nozze con Ferdinando, morirono di vaiolo. Solo nel 1768 fu stipulato il terzo e ultimo contratto nuziale, che portò alle nozze per procura di Ferdinando con l'Arciduchessa Maria Carolina d'Asburgo-Lorena. Consolidato il legame da un punto di vista formale, la sposa partì dall'Austria alla volta del Regno di Napoli, dove fu accolta da Ferdinando in località Portella.

Il contratto matrimoniale prevedeva l'entrata della regina nel Consiglio di Stato quando avesse partorito il primo figlio maschio, cosa che avvenne alla nascita di Carlo Tito nel 1775[3] La posizione di influenza di Maria Carolina fu inoltre ulteriormente rinforzata dalla nascita nel 1777 del secondo figlio maschio, Francesco, futuro re delle Due Sicilie.

L'ingresso della regina nel consiglio determinò un progressivo cambiamento della politica napoletana, la quale divenne progressivamente filoaustriaca. In questo, Maria Carolina fu aiutata dal disinteresse mostrato dal marito per gli affari di Stato, il che le lasciò campo libero. Le prime conseguenze del nuovo corso furono il licenziamento del Tanucci (1777) e l'appoggio al ministro John Acton, che aveva prestato opera nel Granducato di Toscana, cui Maria Carolina si legò di un'intima amicizia. L'orientamento filoaustriaco di Ferdinando I fu inoltre favorito dalla conoscenza diretta dei cognati, l'imperatore d'Austria Giuseppe II, e il Granduca di Toscana Leopoldo II d'Asburgo-Lorena, avvenuta nel 1778.

La nomina di Acton nel 1779 al Ministero del Commercio e Marina fu un passaggio di grande rilievo, che diede inizio alla riorganizzazione delle forze armate del Regno. Sotto la sua direzione la Real Marina del Regno delle Due Sicilie conobbe un potente impulso, che aveva come scopo finale l'approntamento di una flotta militare che consentisse la messa in opera di campagne espansionistiche.

Per raggiungere questo scopo, Acton riordinò l'organizzazione della flotta, suddividendola nelle Squadre dei Vascelli e degli Sciabecchi. Contemporaneamente, diede impulso all'accrescimento del numero di unità disponibili, da un lato acquistando vascelli e fregate, e dall'altro fondando il famoso Cantiere navale di Castellammare di Stabia, che fu subito il motore di un vasto programma di nuove costruzioni. Oltre all'accrescimento quantitativo della flotta, Acton si preoccupò di migliorare la formazione degli ufficiali, ampliando il Collegio di Marina esistente ed inviando alcuni giovani guardiamarina con altri ufficiali a prestare temporaneo servizio su navi delle maggiori Marine militari europee. Allo scopo di garantire alla flotta capacità tattiche d'intervento sul fronte di terra, istituì il Reggimento Real Marina.

Grazie al suo lavoro, nel 1788 la Marina napoletana arrivò a contare 39 navi armate di 962 cannoni così ripartite: 4 vascelli di fila, di cui 3 da 74 cannoni e uno da 60; 8 fregate, di cui 6 da 40 cannoni e 2 da 35; un'orca da 36 cannoni; 6 corvette, di cui 4 da 20 cannoni e 2 da 12; 6 sciabecchi, di cui 2 da 24 cannoni e 4 da 20; 4 brigantini da 12 cannoni; 10 galeotte da 3 cannoni.

Stemma come re di Napoli (1759-1816)

Nello stesso anno, l'organico dell'Armata di Mare contava 2.128 fanti di marina, 470 cannonieri, 270 marinai di posto fisso, 4 capitani di vascello, 10 capitani di fregata, e un gran numero di ufficiali di grado inferiore.

Anche dal punto di vista dell'ordinamento delle forze di terra compì passi importanti, con particolare riferimento alle politiche di formazione. Al termine di un lungo periodo di valutazione, che comprese tra l'altro lo studio dei sistemi di addestramento praticati nelle maggiori nazioni europee, nel 1787 fondò la Reale Accademia Militare della Nunziatella, attualmente tra i più antichi istituti di formazione militare del mondo, con il compito di formare quadri ufficiali eccellenti[4].

Le mire espansionistiche della Francia preoccuparono fortemente Ferdinando IV e come prima misura nel 1786 chiamò a Napoli un geografo di chiara fama, il padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, al quale commissionare la redazione di mappe aggiornate del Regno di Napoli, sulle quali studiare i punti critici e le possibili armi di difesa della nazione. In quegli stessi anni, intanto, Ferdinando IV completò il passaggio della collezione Farnese portando a Napoli le sculture romane di palazzo Farnese a Roma.

Negli anni successivi alla Rivoluzione francese, per rendersi conto in prima persona del confine di Stato e della sua eventuale difesa, lo stesso sovrano coordinò gli alti generali, tra cui John Acton che lo seguì, un viaggio iniziato nel 1796, durante il quale iniziò a stilare un taccuino, il diario segreto, continuato per tutta la vita, con la cronaca, gli spostamenti, gli incontri e la quotidianità.

Rivoluzione Francese[modifica | modifica sorgente]

Ferdinando ventenne.

Allo scoppiare della Rivoluzione Francese nel 1789 non vi furono immediate ripercussioni a Napoli. Fu solo dopo la caduta della monarchia francese e la morte per ghigliottina dei reali di Francia, che la politica del Re di Napoli e Sicilia Ferdinando IV e della sua consorte Maria Carolina d'Asburgo-Lorena (tra l'altro sorella di Maria Antonietta), cominciò ad avere un chiaro carattere antifrancese e antigiacobino. Il Regno di Napoli aderì alla I coalizione antifrancese e cominciarono le prime, seppur blande, repressioni sul fronte interno contro le personalità sospettate di "simpatie" giacobine.

Nel 1796 le truppe francesi, guidate da Napoleone Bonaparte, cominciarono a riportare significativi successi in Italia. Le armate napoletane, pur forti di circa 30.000 uomini, il 5 giugno furono costrette all'armistizio di Brescia. Nei due anni successivi i francesi continuarono a dilagare in Italia; l'una dopo l'altra vennero proclamate delle repubbliche "sorelle", filofrancesi e giacobine (la Repubblica Ligure e la Repubblica Cisalpina nel 1797; la Repubblica Romana nel 1798). Nel frattempo Napoleone aveva spostato la propria attenzione dall'Italia all'Africa, ed aveva intrapreso la campagna d'Egitto.

Nonostante la stipula del suddetto armistizio di Brescia (poi ratificato nel Trattato di Parigi), con Napoleone in Egitto e i francesi a Roma, il Regno di Napoli entrò nuovamente in guerra contro questi ultimi il 23 ottobre del 1798. Le forze napoletane, costituite da 70.000 uomini reclutati in poche settimane e comandate dal generale austriaco Karl von Mack, si lanciarono all'attacco della Repubblica Romana con l'intenzione dichiarata di ristabilire l'autorità papale. L'esercito napoletano fu appoggiato sul fronte di mare dalla flotta inglese comandata dall'ammiraglio Horatio Nelson, vincitore di Abukir. Dopo solo sei giorni Ferdinando IV entrò a Roma con atteggiamenti da conquistatore, cosa che gli attirò salaci critiche. Tuttavia, il successivo 14 dicembre una risoluta controffensiva francese costrinse i napoletani ad una rapida ritirata che ben presto si trasformò in rotta.

Lazzari che giocano a carte, litografia del 1824

Il Re tornò temporaneamente a Napoli, e vista l'insostenibilità della situazione, decise di abbandonare la capitale alla volta della Sicilia. A tale scopo, fu predisposto il trasferimento dei principali beni mobili (opere d'arte, ori e gioielli) della Corona, con conseguente smembramento di una parte del tesoro del Regno di Napoli, che doveva ammontare a 2.083.734,19 ducati[senza fonte]. Il 21 dicembre 1798 si imbarcò sul Vanguard di Nelson, in compagnia della famiglia e di John Acton, diretto alla volta di Palermo. Prima di partire, conferì al conte Francesco Pignatelli i poteri di rappresentanza, in virtù dei quali quest'ultimo impartì l'ordine di distruggere la flotta, che venne data alle fiamme.

Il 12 gennaio 1799 Pignatelli concluse un armistizio che prevedeva la resa di Napoli alle truppe francesi, a seguito del quale, tuttavia, i lazzari, devoti al re, si sollevarono, schierandosi a difesa della città. Nonostante la strenua resistenza dei lazzari, il 20 gennaio i francesi riuscirono con uno stratagemma a raggiungere Castel Sant'Elmo, dal quale cominciarono a bombardare alle spalle i difensori, mietendo in tutto circa 8.000 vittime tra la popolazione civile. Una volta dispersa la resistenza, i francesi entrarono a Napoli e, con l'aiuto di alcuni nobili e borghesi, fondarono la Repubblica Partenopea (23 gennaio 1799).

Ferdinando I a Palermo e la Repubblica Napoletana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica Napoletana (1799), Fabrizio Ruffo e Sanfedisti.

La Famiglia Reale arrivò a Palermo accolta dal popolo siciliano. Il poco tempo passato da Re Ferdinando nell'isola fu caratterizzato dalla caccia e dal pensiero di riconquista della sua amata Napoli.

Il 7 maggio le truppe francesi furono richiamate nel Nord Italia, lasciando sguarnita la capitale. Approfittando dell'occasione, il cardinale Fabrizio Ruffo mise insieme il cosiddetto Esercito della Santa Fede composto da 25.000 uomini e supportato dall'artiglieria inglese. Dopo una rapida risalita della Calabria, i sanfedisti si ricongiunsero ai lazzari capeggiati dal bandito Fra Diavolo nella riconquista di Napoli, determinando il crollo della Repubblica Partenopea.

Prima restaurazione borbonica[modifica | modifica sorgente]

Koenigreich beider Sizilien.jpg

Tornato dunque sul trono dopo pochi mesi, re Ferdinando dichiarò subito decaduta l'onorevole capitolazione offerta da Ruffo agli ultimi repubblicani (peraltro non accettata neppure da Nelson) e nominò una giunta per dare inizio ai processi. Nei mesi seguenti su circa 8.000 prigionieri, 124 furono mandati a morte (tra cui Mario Pagano, Ignazio Ciaia, Domenico Cirillo, Eleonora Pimentel Fonseca) 6 furono graziati, 222 vennero condannati all'ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all'esilio, mentre tutti gli altri furono liberati.

Dopo aver completato la riconquista del proprio regno, Ferdinando si preoccupò di ricollocare sul trono papale il deposto pontefice. Organizzata una forte spedizione militare, entrò nei territori vaticani. Il 27 settembre 1799 l'esercito napoletano riconquistò Roma (che era già stata abbandonata dai francesi il 19 settembre), mettendo fine all'esperienza rivoluzionaria nello Stato Pontificio.

La Famiglia Reale ritornò a Napoli il 31 gennaio 1801, accolta da festeggiamenti, archi, carri allegorici e luminarie. Nel 1801 le truppe napoletane che tentavano di raggiungere la Repubblica cisalpina, furono sconfitte a Siena da Gioacchino Murat. Allo scontro seguì l'armistizio di Foligno il 18 febbraio 1801 e in seguito la pace di Firenze che prevedeva, tra l'altro, l'amnistia per i repubblicani filofrancesi.

Con la pace di Amiens, stipulata dalle potenze europee nel 1802 Napoli e la Sicilia furono provvisoriamente liberate dalle truppe francesi, inglesi e russe.

Terza Coalizione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza Coalizione.
Piastra con l'effige di Ferdinando IV di Borbone (1805)
Napoli in un dipinto del 1837 di Carl Wilhelm Götzloff

Allo scoppio delle ostilità tra Austria e Francia nel 1805, Ferdinando firmò un trattato di neutralità con quest'ultima. Alcuni giorni dopo, tuttavia, si alleò con l'Austria e permise ad un corpo di spedizione Anglo-Russo di entrare nel Regno per difenderlo dalle truppe francesi che, al comando di Saint Cyr, manovravano vicino alla frontiera. In seguito alla disfatta subita il 2 dicembre nella Battaglia di Austerlitz, i Russi lasciarono l'Italia, mentre gli Inglesi si ritirarono in Sicilia.

Ai primi di febbraio del 1806 le truppe francesi, riorganizzate e poste sotto il comando di André Masséna invasero il Regno di Napoli, ma già il 23 gennaio 1806 Ferdinando, si era imbarcato sull'Archimede alla volta di Palermo, e per la fretta e la paura, si dimenticò di portare con sé i figli e la moglie (quest'ultima non avrebbe più rivisto Napoli).[senza fonte]

I principi reali Francesco, cui era stata affidata la reggenza, e Leopoldo, raggiunsero l'esercito in Calabria.

Il 14 febbraio 1806 i francesi entrarono di nuovo a Napoli. Napoleone dichiarò decaduta la dinastia borbonica e proclamò suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli. Egli regnò dal 1806 al 1808, quando Napoleone lo proclamò re di Spagna.

La fortezza di Gaeta, comandata dal principe Luigi d'Assia-Philippsthal, cugino della regina Maria Carolina d'Austria, fu messa sotto assedio il 26 febbraio dalle forze comandate da Andrea Massena. Il fortilizio fu a lungo l'ultimo lembo di territorio continentale rimasto in mani borboniche solo. La concentrazione di truppe francesi su questo assedio non fu inizialmente possibile, in quanto scoppiarono una rivolta in Calabria, fomentata dai Borbone e dagli inglesi. Nello stesso periodo quest'ultimi riportarono una vittoria nella battaglia di Maida contro circa 5.500 soldati del generale Reyner. Fu solo il 18 luglio che anche quest'ultimo presidio fu costretto ad arrendersi.

Il 3 marzo l'esercito borbonico agli ordini del generalissimo Roger de Damas (un emigrato francese) fu sconfitto nella Battaglia di Campotenese dalle truppe comandate da Jean Reynier.

Il 27 marzo anche la fortezza di Civitella del Tronto, comandata dall'irlandese Matteo Wade, fu messa sotto assedio da parte di duemila soldati agli ordini di Frégeville, i quali saccheggiarono i dintorni. Nonostante la prolungata resistenza, facilitata anche dai rifornimenti portati dai briganti di Sciabolone, Civitella si arrese il 21 maggio. Pochi giorni prima (12 maggio) gli inglesi ed i siciliani avevano occupato le isole di Capri e Ponza.

Murat a Napoli, François Gérard, 1812.

La rivolte di Basilicata e Calabria furono represse nel sangue dai francesi (basti pensare al massacro di Lauria) e non si ripeté quanto accaduto nel 1799 alla Repubblica Partenopea. Giuseppe Bonaparte fu mandato a regnare in Spagna dal fratello Napoleone, ed il trono napoletano andò nelle mani del Maresciallo dell'Impero di Francia, Gioacchino Murat. A Napoli il nuovo re, ormai noto come "Gioacchino Napoleone", fu ben accolto dalla popolazione, che ne apprezzava la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo e alcuni tentativi di porre riparo alla sua miseria[senza fonte].

Durante il suo breve regno, Murat fondò, con decreto del 18 novembre 1808, il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade (all'origine della facoltà di Ingegneria a Napoli, la prima in Italia), ma condannò alla chiusura, con decreto del 29 novembre 1811, la gloriosa Scuola medica salernitana, primo esempio al mondo di Università. Avviò inoltre opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte ecc.), ma anche nel resto del Regno (l'illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, il progetto del Borgo Nuovo di Bari, il riattamento del porto di Brindisi, l'istituzione dell'ospedale San Carlo di Potenza ecc.).

Nel 1807 Re Ferdinando tentò di riconquistare il regno inviando in Calabria un esercito comandato dal principe tedesco Assia-Philippsthal ma questi fu sconfitto dall'esercito francese comandato dal generale Reynier nella battaglia di Mileto del 28 maggio.

Ferdinando continuò a regnare sulla Sicilia con la protezione britannica, anche se ben presto nacquero dei contrasti tra la corte borbonica e Lord William Bentinck, ministro plenipotenziario e comandante delle truppe britanniche. Il re restò in Sicilia per quasi dieci anni, disinteressandosi degli affari del Regno: a tal proposito, il 16 gennaio 1812 nominò il figlio Francesco vicario generale. La regina Carolina e i maggiori esponenti del suo partito furono allontanati; importanti incarichi furono affidati a nobili siciliani e fu preparata una nuova Costituzione di tipo britannico che Ferdinando fu costretto ad accettare, sebbene con qualche riserva.

La Restaurazione dopo Napoleone[modifica | modifica sorgente]

La Basilica di San Francesco di Paola, Napoli, voluta da Ferdinando come ex voto per la riconquista del regno.

Il 23 aprile 1814, Lord Montgomery, il vice di Bentinck, si sporse dal parapetto di babordo della nave Abukir annunciando la caduta di Napoleone al Re Ferdinando, che intanto era accorso al Molo.

Nel frattempo anche l'era murattiana stava per volgere al termine; l'esercito del Re Gioacchino fu duramente sconfitto nella Battaglia di Tolentino e il popolo napoletano iniziò ad inneggiare al ritorno del Re Nasone.

Dopo il recepimento delle norme stabilite al Congresso di Vienna, in particolare dopo il Trattato di Casalanza, firmato presso Capua il 20 maggio 1815, assunse il nome di Ferdinando I re delle Due Sicilie (1816-1825).

Dopo la seconda caduta di Napoleone, Murat, che aveva cercato di raggiungerlo a Parigi, fuggì a Rodi Garganico che lo ospitò nel proprio castello e da dove tentò di tornare a Napoli con un pugno di fedelissimi per sollevarne la popolazione. Dirottato da una tempesta in Calabria, fu arrestato, condannato a morte da un tribunale militare nominato dal generale Vito Nunziante, governatore delle Calabrie, secondo una legge da lui stesso voluta, e fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815.

Tornato a Napoli dopo la bufera napoleonica, aveva al suo fianco una nuova moglie.

Basilica di Santa Chiara.

A conclusione del periodo in cui la Corte napoletana si era trasferita a Palermo, durante il crollo del predominio francese in Europa e in Italia, la regina Maria Carolina si era vista costretta a trasferirsi a Vienna su pressione degli inglesi, che mal sopportavano i tentativi della sovrana di scrollare il giogo anglosassone dalle spalle della corona borbonica. Sarà nella stessa Vienna che Maria Carolina morirà nel 1814 senza rivedere il marito. Questi, dopo tre mesi dalla sua morte, sposerà morganaticamente (per evitare problemi di successione al trono fra i figli di primo letto e quelli del secondo) la duchessa Lucia Migliaccio, vedova del potente principe siciliano Benedetto III Grifeo di Partanna[5], con la quale intratteneva da moltissimi anni una relazione e donna da lui amata, al contrario di Maria Carolina che spesso allontanava da Napoli per rimanere libero e che d'altronde ricambiava la sua avversione.

Gli ultimi anni di regno di Ferdinando I di Borbone sono caratterizzati da fermenti carbonari e antiborbonici che nel luglio del 1820 porteranno ai moti avvenuti anche in altre parti d'Europa, durante i quali Ferdinando si vide costretto a firmare la Costituzione, ritirata subito dopo la repressione dei moti carbonari.

Ferdinando morì il 4 gennaio 1825, all'età di 73 anni e dopo 66 anni di regno,[6] e fu sepolto nella Basilica di Santa Chiara, sepolcreto ufficiale dei Borbone delle Due Sicilie.

Discendenza[modifica | modifica sorgente]

Ferdinando ebbe molti figli e figlie, cosa che lo hanno reso nonno e bisnonno di molti personaggi illustri, tra i quali vanno ricordati:

Albero genealogico[modifica | modifica sorgente]

Ferdinando I delle Due Sicilie Padre:
Carlo III di Spagna
Nonno paterno:
Filippo V di Spagna
Bisnonno paterno:
Luigi, il Gran Delfino
Trisnonno paterno:
Luigi XIV di Francia
Trisnonna paterna:
Maria Teresa di Spagna
Bisnonna paterna:
Maria Anna di Baviera (1660-1690)
Trisnonno paterno:
Ferdinando Maria di Baviera
Trisnonna paterna:
Enrichetta Adelaide di Savoia
Nonna paterna:
Elisabetta Farnese
Bisnonno paterno:
Odoardo II Farnese
Trisnonno paterno:
Ranuccio II Farnese
Trisnonna paterna:
Isabella d'Este
Bisnonna paterna:
Dorotea Sofia di Neuburg
Trisnonno paterno:
Filippo Guglielmo del Palatinato
Trisnonna paterna:
Elisabetta Amalia d'Assia-Darmstadt
Madre:
Maria Amalia di Sassonia (1724-1760)
Nonno materno:
Augusto III di Polonia
Bisnonno materno:
Augusto II di Polonia
Trisnonno materno:
Giovanni Giorgio III di Sassonia
Trisnonna materna:
Anna Sofia di Danimarca
Bisnonna materna:
Cristiana Eberardina di Brandeburgo-Bayreuth
Trisnonno materno:
Cristiano Ernesto di Brandeburgo-Bayreuth
Trisnonna materna:
Sofia Luisa di Württemberg
Nonna materna:
Maria Giuseppa d'Austria
Bisnonno materno:
Giuseppe I d'Asburgo
Trisnonno materno:
Leopoldo I d'Asburgo
Trisnonna materna:
Eleonora del Palatinato-Neuburg
Bisnonna materna:
Amalia Guglielmina di Brunswick e Lüneburg
Trisnonno materno:
Giovanni Federico di Brunswick-Lüneburg
Trisnonna materna:
Benedetta Enrichetta del Palatinato

Titoli e onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Trattamenti di
Ferdinando I delle Due Sicilie
Stemma
Trattamento di cortesia Sua Maestà
Trattamento colloquiale Vostra Maestà
Trattamento alternativo Signore
*12 gennaio 1751 – 10 agosto 1759
Sua Altezza Reale il Principe Ferdinando di Napoli e Sicilia, Infante di Spagna
  • 10 agosto 1759 – 8 settembre 1814
    Sua Maestà il Re di Napoli e Sicilia
    • 12 gennaio 1799 - 13 giugno 1799
      Re titolare di Napoli e Sicilia
    • 26 maggio 1805 – 1814
      Re titolare di Napoli e Sicilia
  • 12 dicembre 1816 – 4 gennaio 1825
    Sua Maestà il Re delle Due Sicilie
I trattamenti d'onore
Gran Maestro dell'Insigne e Reale Ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
Gran Maestro del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
Gran Maestro del Reale Ordine delle Due Sicilie - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro del Reale Ordine delle Due Sicilie
Gran Maestro del Reale e Militare Ordine di San Giorgio della Riunione - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro del Reale e Militare Ordine di San Giorgio della Riunione
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro
Cavaliere dell'Ordine dello Spirito Santo - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dello Spirito Santo

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tra i tanti episodi della sua giovinezza, uno può essere citato come esempio del suo carattere. Un mattino, mentre era sulla spiaggia di Chiaia, fu sfidato da un pescatore in una gara di velocità in barca, scommettendo un'alta cifra. Ferdinando era dotato di un fisico atletico e molto robusto ed accettò la sfida. Nonostante la forza dello sfidante, la vittoria andò al Re. Egli prese la somma scommessa dal pescatore sconsolato. Il giorno seguente, lo stesso Ferdinando mandò due guardie a restituire la somma allo sfidante, e a dare dodici volte la somma della scommessa.
  2. ^ Seguendo l'esempio del nonno, anche Ferdinando II delle Due Sicilie ebbe i liparioti come guardie del corpo
  3. ^ Carlo Tito visse soli tre anni, e morì nel 1778 di vaiolo lasciando il diritto di successione al secondogenito maschio Francesco I delle Due Sicilie
  4. ^ Sandro Castronuovo Storia della Nunziatella. Sergio Civita Editore.
  5. ^ Sandro Castronuovo, I Cinque Borbone - La dinastia napoletana dal 1734 al 1860
  6. ^ Secondo un celebre aneddoto, narrato da Alexandre Dumas padre in un capitolo del Corricolo (on line), il popolo napoletano addebitò la morte del sovrano all'udienza accordata proprio il 4 gennaio, dopo lunghe insistenze, al canonico e archeologo Andrea de Jorio, che era dipinto come uno dei principali iettatori di Napoli. Cfr. B. Croce, Varietà di storia letteraria e civile, Laterza, Bari 1934, pp. 271-280; Idem, Note sul «Corricolo» di Alessandro Dumas, in Nuove pagine sparse, s. II, Ricciardi, Napoli 1949, pp. 242-246.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nicola Forte, Viaggio nella memoria persa del Regno delle Due Sicilie. La storia, i fatti, i fattarielli, Imagaenaria, 2007. ISBN 88-89144-70-X.
  • Giuseppe Campolieti, Il re Lazzarone, Mondadori, 1998. ISBN 88-04-47709-1.
  • Nadia Verdile, Un anno di lettere coniugali. Da Caserta il carteggio inedito di Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d'Asburgo, Caserta, Spring Edizioni, 2008. ISBN 88-87764-57-4.
  • Nadia Verdile, Abbiamo perduto la bussola! Lettere da Capri di Ferdinando IV a Maria Carolina, Pisa, Il Campano, 2010. ISBN 978-88-6528-010-2.

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