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Ferdinando I delle Due Sicilie

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Disambiguazione – Se stai cercando il sovrano del Regno di Napoli che regnò dal 1458 al 1494, vedi Ferdinando I di Napoli.
Ferdinando I delle Due Sicilie
Ritratto di Ferdinando I delle Due Sicilie, Gennaro Maldarelli, olio su tela, XIX sec, Museo nazionale di Capodimonte
Re del Regno delle Due Sicilie
Stemma
Stemma
In carica12 dicembre 1816 
4 gennaio 1825
Predecessoresé stesso come re di Napoli e di Sicilia
SuccessoreFrancesco I
Re di Napoli
come Ferdinando IV
In carica
PredecessoreCarlo VII (VIII) (I)
monarchia ripristinata (II)
Gioacchino Napoleone (III)
Successoremonarchia abolita (I)
Giuseppe (II)
sé stesso come re del Regno delle Due Sicilie (III)
Re di Sicilia
come Ferdinando III
In carica6 ottobre 1759 
12 dicembre 1816
PredecessoreCarlo III (V)
Successoresé stesso come re del Regno delle Due Sicilie
Nome completoFerdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto
TrattamentoSua Maestà
Altri titoliInfante di Spagna
NascitaNapoli, 12 gennaio 1751
MorteNapoli, 4 gennaio 1825 (73 anni)
Luogo di sepolturaBasilica di Santa Chiara, Napoli
Casa realeBorbone di Napoli
DinastiaCapetingi
PadreCarlo III di Spagna
MadreMaria Amalia di Sassonia
ConsortiMaria Carolina d'Austria
Lucia Migliaccio (morg.)
FigliMaria Teresa
Luisa Maria
Carlo Tito
Francesco
Maria Cristina
Maria Amalia
Maria Antonia
Leopoldo
ReligioneCattolicesimo

Ferdinando di Borbone-Due Sicilie (Ferdinando Antonio Pasquale Giovanni Nepomuceno Serafino Gennaro Benedetto; Napoli, 12 gennaio 1751Napoli, 4 gennaio 1825) è stato re di Sicilia dal 1759 al 1816 con il nome di Ferdinando III, nonché re di Napoli dal 1759 al gennaio 1799, dal giugno 1799 al 1806 e dal 1815 al dicembre 1816 con il nome di Ferdinando IV. Dopo questa data, con il Congresso di Vienna e con l'unificazione delle due monarchie nel Regno delle Due Sicilie, fu sovrano di tale regno dal 1816 al 1825 con il nome di Ferdinando I.

Ferdinando fu il primo sovrano della casata Borbone-Napoli ad essere nato nel regno, inoltre terzo Borbone a regnare sui regni di Napoli e Sicilia dopo il padre Carlo, che fu poi Carlo III di Spagna, nato a Madrid nel 1716, e il nonno Filippo V di Spagna, nato nella Reggia di Versailles nel 1683. Il sovrano fu detronizzato in totale per tre volte; con l'istituzione della Repubblica Napoletana, la conquista napoleonica e i moti del 1820-1821. Il regno di Ferdinando, durato oltre sessantacinque anni, durante i quali ebbe però un reggente dal 1759 al 1767 e dal 1812 al 1814, è uno dei più lunghi nella storia degli Stati preunitari italiani ed è al nono posto tra i regni più lunghi della storia. Per la sua morfologia nasale, e per la vicinanza agli ambienti e comportamenti del popolo, è passato alla storia con gli appellativi di "re nasone", "re lazzarone", "re burlone".[1][2][3]

Dipinto che ritrae l'abdicazione di Carlo ai troni di Napoli e Sicilia in favore del terzogenito maschio Ferdinando IV e III.

Nato a Napoli il 12 gennaio 1751, Ferdinando era il terzogenito maschio del re Carlo IV di Napoli e III di Sicilia, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, e di Maria Amalia di Sassonia; il principe apparteneva alla dinastia reale di Spagna e Francia dei Borbone, discendendo quindi direttamente da Luigi XIV di Francia, il "Re Sole", dalle case d'Asburgo, Wettin, Farnese, Este, Oldenburg, Wittelsbach e Savoia. Ferdinando aveva due fratelli maggiori, Filippo, nato nel 1747, duca di Calabra nonché erede al trono di Napoli, e Carlo Antonio, nato nel 1748, futuro sovrano di Spagna. Destinato ad una carriera ecclesiastica, l'educazione del principe fu affidata a Domenico Cattaneo della Volta, principe di Sannicandro[4].

Nel 1759 Ferdinando VI di Spagna, zio del futuro re delle Sicilie, morì senza eredi e di conseguenza la corona spagnola passò al fratellastro, asceso al trono come Carlo III di Spagna; a questo punto il piccolo Ferdinando, il 6 ottobre 1759, ascese al trono come Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia, all'età di otto anni. I fratelli maggiori del nuovo sovrano, Filippo e Carlo Antonio, non furono destinati alle corone italiane poiché il primo fu dichiarato affetto da imbecillità, mentre il secondo era stato destinato a sedere un giorno sul trono di Madrid. Destinato a non assumere incarichi nel governo del proprio paese, re Ferdinando ebbe quindi modo di passare una giovinezza non condizionata dal rigore educativo che invece veniva applicato agli eredi al trono .

Regno (1759 - 1799)

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Reggenza (1759-1767)

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Lo stesso argomento in dettaglio: Regno di Napoli e Regno di Sicilia.
Ritratto di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia, Anton Raphael Mengs, nel 1760.

Essendo re Ferdinando molto giovane venne affidato ad un Consiglio di reggenza, che doveva occuparsi della sua formazione e, insieme coi segretari di Stato, del governo del paese, in stretto rapporto con le direttive di re Carlo da Madrid, fino al raggiungimento della maggiore età del figlio. Principali esponenti di questo organismo furono Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro, educatore di Ferdinando, e Bernardo Tanucci, i quali erano spesso in netto contrasto tra loro. Il primo era il tutore del re: sovrintendeva l'educazione e l'istruzione di Ferdinando e gli era accanto in tutte le occasioni ufficiali. Nell'educazione che impartì al monarca privilegiò l'attività fisica, anche per ovviare ad una iniziale gracile costituzione, così la caccia, la pesca e l'equitazione che divennero i suoi divertimenti preferiti, molto praticati per tutta la vita. La frequenza ossessiva con cui egli farà ricorso a queste pratiche, anteponendole a qualsiasi obbligo pubblico o privato, costituiranno una caratteristica del sovrano ed uno dei maggiori motivi di critica tra i contemporanei e gli storici[5].

Del tutto insufficiente fu invece l'educazione umanistica e scientifica, sia per la scarsezza delle nozioni e delle discipline affrontate, sia perché non vi ebbero molto spazio momenti di conoscenza e riflessione sulla conduzione dello Stato, sul ruolo che vi doveva ricoprire un sovrano e sulle condizioni e sulla storia del regno meridionale. L'impostazione pedagogica del principe di San Nicandro finì per forgiare negativamente l'indole di Ferdinando, che a detta del Tanucci era bonaria e facilmente malleabile; il suo carattere acquisì allora i tratti di rusticità e volgarità che si riveleranno ricorrenti e daranno spunto alla ricca aneddotica fiorita attorno allo stereotipo del "re lazzarone", come verrà soprannominato Ferdinando di Napoli. All'educazione del giovane re il Tanucci invece partecipò solo in modo marginale, ostacolato dal San Nicandro, sebbene fosse l'esponente di maggior spicco del governo napoletano ed avesse il diritto di corrispondenza con Carlo III di Spagna.

Ritratto di Domenico Cattaneo.
Il giuramento di re Ferdinando, Michele Foschini, olio su tela, 1759, Museo del Prado.

Ferdinando IV e III trascorse gli anni della minore età alternando permanenze nelle residenze reali di Portici, Caserta e Napoli nel poco lustro di una vita di corte in tono minore, dovuta alla severa politica di risparmio del Tanucci, grazie alla quale in pochi anni lo Stato riuscì a ridurre il proprio deficit. Il monarca cresceva in un provinciale clima di intrigo, gelosie e bigottismo, fomentati dalla rivalità dei suoi due autorevoli precettori. Lo zelo del Tanucci garantì tuttavia al giovane sovrano una conoscenza, anche se parziale e passiva, degli eventi maturati in quegli anni e della politica interna ed estera del governo napoletano. Fu lo stesso Tanucci nel 1765 a sollecitare a re Carlo il permesso di far partecipare il figlio quattordicenne Ferdinando ad alcune delle sedute del Consiglio di reggenza, mentre lasciò trascorrere ancora un anno prima di farlo intervenire alle più impegnative sedute del Consiglio d'azienda e dell'Ecclesiastico. Non è quindi chiara la consapevolezza che il giovane re Ferdinando di Napoli avesse relativa alle condizioni del proprio regno: il persistente immobilismo economico, l'insufficienza dei sistemi annonari, il latifondismo, il sensibile deficit della bilancia commerciale, fino alla tragica carestia del 1764.

Il 12 gennaio 1767, con il compimento del sedicesimo anno d'età, Ferdinando divenne maggiorenne e, come prescritto dal padre Carlo, acquisì pieni poteri regi; il Consiglio di reggenza cessò di esistere e venne sostituito da un Consiglio di Stato con funzioni consultive. Al governo rimasero in carica gli stessi ministri attivi durante la minore età del re; l'unico cambiamento fu il riconoscimento formale del maggiore potere del Tanucci, che nel novembre 1767 assunse la carica di primo ministro[6][7][8].

Politica interna

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Lo stesso argomento in dettaglio: Soppressione della Compagnia di Gesù.
Ritratto di Bernardo Tanucci, XVIII sec.

Il primo atto che Ferdinando siglò come sovrano fu l'espulsione dei gesuiti dal regno, avvenuta il 31 ottobre 1767; questo provvedimento, collegato ad una generale ondata emotiva antigesuitica, comune a molti paesi europei, ben si inseriva nel programma giurisdizionalista delle monarchie borboniche, sostenuto vigorosamente nel regno di Napoli dal Tanucci e coordinato dal segretario dell'Ecclesiastico Carlo de Marco. Così i due ministri, Tanucci e De Marco, riuscirono a prevalere su un'opinione pubblica non favorevole, che influenzava probabilmente anche il giovane sovrano, e ad ottenere così da quest'ultimo l'assenso regio. L'espulsione dei gesuiti, la conseguente riprovazione di Papa Clemente XIII e l'occupazione da parte delle truppe napoletane di Benevento e Pontecorvo, domini dello Stato Pontificio, nel 1768, segnarono l'inizio di un lungo periodo di crisi tra il regno napoletano e la Santa Sede. Re Carlo di Spagna, padre di Ferdinando di Napoli, conduceva una politica estera concentrata su l'assicurarsi un'alleanza, quindi anche un matrimonio, dinastica con gli Asburgo d'Austria e così una discendenza per il regno di Napoli: il 17 febbraio 1764, l'infanta Maria Luisa di Borbone, secondogenita del monarca iberico, sposò l'arciduca Pietro Leopoldo d'Austria, futuro imperatore e secondogenito di Maria Teresa d'Austria, a Madrid. Carlo III però desiderava che il figlio re di Napoli sposasse una delle figlie dell'imperatrice austriaca: in un primo momento le trattative diplomatiche si indirizzarono verso il fidanzamento con l'arciduchessa Maria Giuseppina, quinta figlia della sovrana, e nel marzo 1767 Ferdinando firmò il patto nuziale. L'improvvisa morte della principessa austriaca, colpita da vaiolo in ottobre, non fermò l'intesa e così immediatamente la sedicenne Maria Carolina sostituiva la sorella nel ruolo di promessa sposa, dal momento che, concordi, le due corti nella decisione di non sciogliere vincoli matrimoniali faticosamente allacciati.

Ritratto di Maria Carolina d'Austria, Anton Raphael Mengs, olio su tela, tra il 1772 ed il 1773, Palazzo Reale di Madrid.
Ritratto di re Ferdinando IV di Napoli, Anton Raphael Mengs, olio su tela, tra il 1772 ed il 1773, Palazzo Reale di Madrid.

Dopo le nozze, celebrate per procura a Vienna, celebrate il 7 aprile 1768, ed un lungo viaggio di trasferimento, Maria Carolina fu ricevuta il 12 maggio da Ferdinando al confine del regno; il 22 dello stesso mese fu celebrata l'entrata pubblica della coppia reale nella capitale. Durante i primi tempi il matrimonio non sembrò alterare l'equilibrio di governo raggiunto dal Tanucci e la mediazione di Carlo III di Spagna continuò a favorire alcuni mutamenti nell'assetto politico ed economico del paese; re Ferdinando si limitava ancora ad accettare e firmare le disposizioni del primo ministro, dando prova di un interessamento solo formale alla cosa pubblica. Negli anni successivi, durante tutto il periodo di egemonia del Tanucci (1767-1776), il sovrano partecipò in modo marginale al governo del paese e risultò soggiogato dal carattere volitivo e dalla vitalità culturale della giovane moglie, di cui nell'immediato accettò i canoni di organizzazione della vita di corte e successivamente l'orientamento politico sempre meno filo-spagnolo. Rispetto a Maria Carolina, re Ferdinando era legato a interessi più pratici; alternava ad una vita d'ozio, dedicata soprattutto alle pratiche sportive ed ai divertimenti di corte, un segreto interesse per la costruzione di opere di pubblica utilità. Grazie al suo patrocinio fu migliorato l'assetto viario del regno e si costruì una nuova fabbrica per la lavorazione della porcellana nel Palazzo Reale di Napoli, nel 1772.

Protagonista di primo piano della vita gaia e lussuosa che, al pari di altre capitali europee, si faceva a Napoli, egli mal sopportava i quotidiani impegni di governo, come le riunioni del Consiglio di Stato o di altri organismi, e spesso se ne asteneva. Si può dire quindi che fu del tutto estraneo all'attuazione dei progetti riformistici e anticurialisti che contemporaneamente il Tanucci perseguiva, forte dell'appoggio spagnolo: organizzazione laica della pubblica istruzione, diminuzione dell'enorme potere politico ed economico del clero, regolamentazione laica dei matrimoni e determinazione della motivazione delle sentenze.

Festeggiamenti per le nozze re di Ferdinando IV e Maria Carolina d'Austria.

Nel frattempo, il 4 dicembre 1775, nasceva l'erede al trono Carlo Francesco, chiamato dagli storici Carlo Tito, preceduto da due femmine, Maria Teresa e Luisa Amalia, nate tra il 1772 e il 1773. L'evento cambiò l'equilibrio del governo napoletano, perché Maria Carolina, partorendo un figlio maschio, aveva diritto ad entrare nel Consiglio di Stato, dove poteva manifestare la propria aperta ostilità nei confronti del Tanucci, colpevole ai suoi occhi di sostenere rigidamente il lealismo spagnolo. Il contrasto si era acuito qualche mese prima per il tentativo del primo ministro di rendere operativo il ripristino di una legge di Carlo contro la massoneria, di cui faceva parte, insieme con molti intellettuali napoletani, la stessa regina. Ferdinando dal canto suo, sebbene fosse ostile ai principi e all'attività della setta, non aveva saputo opporsi alla partecipazione di Maria Carolina né alle conseguenti sue iniziative contro l'autorità dello Stato. Non volle o non seppe così opporsi al boicottaggio della consorte verso il primo processo contro alcuni massoni, che si limitò a giudicare gli imputati senza intaccare minimamente la vitalità della setta, come avrebbe voluto invece il Tanucci. Le pressioni contro il primo ministro anzi spinsero Ferdinando IV e III, il 27 ottobre 1776, ad esonerarlo dall'incarico principale, conservandogli il titolo di consigliere di Stato. A succedere al Tanucci, il sovrano chiamò nel dicembre successivo Giuseppe Beccadelli di Bologna marchese della Sambuca, uomo molto ben visto dalla regina, che ne favorì la nomina.

Polo umanistico Liceo Antonio Genovesi
Teatro del Fondo, oggi Mercadante.
Villa di Chiaia, oggi comunale, in una foto di tardo XIX secolo di Giacomo Brogi.
Ritratto di Ferdinando Fuga, Lucas Conrad Pfandzelt, tra 1732 e 1743.

Sebbene di ispirazione più moderata del Tanucci, durante i dieci anni in cui fu primo ministro, il Sambuca ne continuò la politica anti-curiafista, e l'opera di riordino amministrativo; inoltre promosse diverse riforme tendenti ad un lieve ammodernamento del paese. Importante fu nell'attuazione di tale politica l'impegno diretto di Ferdinando, al punto che questo periodo, insieme con i quattro anni successivi dei ministero Caracciolo, può essere definito la fase riformistica del suo lungo regno. D'altra parte erano questi i momenti in cui si fece sentire maggiormente l'influenza sui governanti della nutrita schiera di intellettuali e riformatori napoletani cresciuti alla scuola di Antonio Genovesi, molto attivi nel promuovere nel paese importanti trasformazioni economiche, sociali e giurisdizionali e non di rado direttamente impegnati nell'attuazione del difficile processo di modernizzazione. In tale ambito si colloca la determinante iniziativa di re Ferdinando nella politica regalistica: sebbene fosse religioso fino al bigottismo non esitò ad agire con una certa spregiudicatezza, appoggiando pienamente il ministro Carlo De Marco. I principali provvedimenti anticurialisti furono presi all'inizio e alla fine del governo Sambuca: nel 1778 fu proibito ai vescovi di esigere decime sui benefici di regio patronato e agli ecclesiastici di ricorrere a Roma per motivi giurisdizionali. Nel 1785 si ordinò che congregazioni secolari dovessero dipendere dal governo. Meno incisive furono le iniziative contro la feudalità, giacché Ferdinando non tenne in giusto conto la necessità di sopprimere la qualità di feudo dei beni devoluti alla Corona. Vi furono solo alcuni episodi isolati, che non modificarono sostanzialmente la situazione. In altri campi furono adottati provvedimenti di riforma di un certo rilievo: nel 1777, per particolare iniziativa del Sambuca, l'università venne sfoltita di vecchi ed ormai inutili insegnamenti e arricchita di nuove cattedre. Tra il 1776 ed il 1779, il re promosse opere di abbellimento e ristrutturazione urbanistica della capitale, come la costruzione del Teatro del Fondo, la sistemazione della Villa di Chiaia e l'edificazione dei Granili, su disegno di Ferdinando Fuga. Con l'istituzione del Supremo Consiglio delle Finanze nel 1782. effetto della trasformazione della segreteria di Azienda e Commercio, si ebbe un più decisivo processo di svecchiamento nella politica fiscale del regno. La giustizia commerciale si giovò dell'istituzione di un nuovo organismo, il tribunale dell'Ammiragliato e del Consolato (1783), che sostituì la corte del Grande Almirante e il Consolato di mare e di terra. Scarso e inefficace fu invece in questo stesso anno l'impegno del re e del suo governo a favore delle popolazioni calabresi colpite da un violento terremoto[6][7][8].

Politica estera

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Lo stesso argomento in dettaglio: John Acton.
Ritratto di John Francis Edward Acton, forse Emanuele Napoli, in data 1802.
Stendardo dell'esercito delle Due Sicilie.

Per quanto concerne la politica estera Ferdinando e il governo napoletano, influenzati dalla regina, spostarono nettamente l'asse delle alleanze in direzione dell'Austria e della Gran Bretagna. Un primo atto in questa direzione fu la convocazione a Napoli nell'agosto 1778 dell'inglese John Acton, distintosi in Toscana al servizio del granduca Pietro Leopoldo, fratello della regina Maria Carolina, con l'incarico di riordinare l'esercito e di creare una potente marina a sostegno di una effettiva e definitiva indipendenza dalla Spagna. Questa nuova politica estera ebbe un primo coronamento nel 1785, in occasione di un viaggio di Ferdinando e Maria Carolina nell'Italia centro-settentrionale. I due sovrani concordarono un'accorta strategia matrimoniale, da attuare negli anni successivi: Luisa Maria Amalia di Napoli, all'epoca dodicenne, avrebbe sposato il futuro Ferdinando III di Toscana, mentre il piccolo Francesco, nato nel 1777, erede al trono di Napoli, avrebbe sposato l'arciduchessa Maria Clementina d'Austria.

Stemma della Real marina del regno.

Frattanto diveniva sempre maggiore il potere dell'Acton, che tra il 1779 e il 1780 aveva ricevuto gli incarichi della Marina e della Guerra, ed influenzava anche altri programmi e scelte di governo. La sua ascesa impensierì la corte di Madrid e lo stesso re Carlo di Spagna nel luglio 1784 pregò Ferdinando di allontanarlo da Napoli o almeno destituirlo dalle sue cariche. Influenzato dalla moglie, il re napoletano non cedette al padre, nonostante buona parte del governo fosse schierata contro Acton e complottasse alle sue spalle, accusandolo anche di essere l'amante della regina. Nell'intrigo contro Maria Carolina, fu coinvolto anche il Sambuca, esponente del partito filospagnolo di corte. Il monarca allora, nei primi giorni del 1786, lo destituì dalla carica sostituendolo con il viceré di Sicilia Domenico Caracciolo. Con questa scelta il re si impose alla volontà della moglie, che avrebbe preferito l'Acton, ritenendo poco prudente affidare ad un forestiero un ulteriore incarico di fiducia e potere. Ferdinando IV e III inoltre manifestava così l'intenzione di continuare sulla strada del riformismo e del regalismo degli anni precedenti utilizzando uno dei suoi ministri più illuminati, Caracciolo, caratterizzatosi soprattutto per aver rafforzato in Sicilia l'impronta regalista del governo napoletano ai danni dell'imperante baronaggio locale.

Quando il 18 gennaio 1786 il Caracciolo giunse dalla Sicilia, il governo risultava costituito da tre soli segretari di Stato: Acton, ministro di Marina, Guerra e Commercio, De Marco, ministro di Grazia e Giustizia ed Ecclesiastico, Caracciolo, ministro degli Affari esteri, Casa reale e Poste (mentre direttore del Supremo Consiglio delle Finanze era Ferdinando Corradini). Questi pochi uomini ebbero così un grande potere e costituirono una potente oligarchia di toga, anche perché inseriti da re Ferdinando nel Consiglio di Stato, un organismo fino ad allora composto essenzialmente da membri della migliore aristocrazia di corte.

Domenico Caracciolo di Villamaina.

Il ministero del Caracciolo garantì, come voleva Ferdinando, una linea di equidistanza del regno dal gioco delle grandi potenze, al fine di favorire soprattutto la vita commerciale del paese; in questo senso si inserì la decisione di dichiarare la neutralità del regno durante la guerra tra l'Impero ottomano e lo schieramento austro-russo (1787), malgrado Giuseppe II d'Austria e Caterina II di Russia richiedessero insistentemente l'intervento napoletano. Inoltre una valutazione della situazione politica europea, agli occhi del Caracciolo, rendeva necessario un riavvicinamento alla Spagna dopo gli eventi maturati negli ultimi tempi del ministero Sambuca, senza peraltro rinunciare ai privilegi dell'indipendenza. Alla riconciliazione con la Spagna si lavorò fin dal 1786, benché Maria Carolina non avesse ancora perdonato quegli esponenti del partito filo-spagnolo che, a suo avviso, avevano tramato contro di lei e Acton. Il 14 dicembre 1788 Carlo III di Spagna morì, venendo succeduto dal figlio Carlo IV, fratello maggiore di Ferdinando; la notizia giunse a Napoli il 4 gennaio 1789, mentre erano già in lutto per la morte del loro settimo figlio, Gennaro Carlo, a cui presto seguì quella dell'infante Carlo Gennaro di Borbone-Napoli. Quest'ultimo, nato nel 1788, era il quattordicesimo figlio della coppia in vent'anni di matrimonio. Oltre alle prime due femmine e i primi due maschi Francesco e Carlo Tito, erano venuti alla luce Maria Anna nel 1775, Maria Cristina nel 1779, Gennaro Carlo nel 1780, Giuseppe nel 1781, Maria Amalia nel 1782, una bambina nata morta nel 1783, Maria Antonia nel 1784, Maria Clotilde nel 1786, Enrichetta Maria nel 1787, Carlo Gennaro nel 1788, Leopoldo nel 1790, Alberto Filippo nel 1792 e Maria Elisabetta nel 1793[6][7][8].

Crisi con la Santa Sede

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Ritratto di Papa Clemente XIII, Anton Raphael Mengs, olio su tela, 1758.
Allegoria della cacciata, nel 1759, della Compagnia di Gesù dal Portogallo.

La crisi diplomatica tra il regno di Napoli e la Santa Sede cominciò quando, come primo provvedimento da sovrano effettivo (dopo che raggiunse la maggiore età) espulse la comunità gesuita, nel 1767, da re Ferdinando, che fu rimproverato da Papa Clemente XIII. Successivamente, nel 1768, le truppe napoletane occuparono le città pontificie di Benevento e Pontecorvo. Con l'avvento del governo Caracciolo, il sovrano ed il suo primo ministro si impegnarono anche nel campo delle relazioni con la Santa Sede. L'obiettivo era quello di risolvere i contrasti attraverso la stipula di un nuovo concordato che, oltre ad assicurare la nomina dei vescovi nelle molte sedi vacanti, mettesse al riparo il regno dalle conseguenze negative di una aperta rottura con il papato.

Le trattative iniziarono realmente solo quando il re revocò il provvedimento, emanato dalla Giunta degli Abusi, che condannava la dipendenza del clero regolare napoletano da generali esterni (1786), e sospese la decretata soppressione di alcuni conventi. Ciò nonostante, il negoziato tra monsignor Lorenzo Caleppi, emissario di Papa Pio VI, e Ferdinando appariva difficile. Il monarca, dando prova di intransigenza e dignità regale, sostenne la necessità delle nomine regie dei vescovi ed emendò personalmente più volte il "Piano degli Articoli di Controversia fra le due Corti di Roma e Napoli" presentatogli dal Caleppi nel gennaio 1787. La sua posizione e quelle del De Marco e del Caracciolo furono ben più drastiche di quella dell'Acton, creduto erroneamente dai contemporanei il maggior nemico del concordato. Il negoziato quindi non fece progressi; gli emendamenti di re Ferdinando all'ultimo progetto, condensati nelle sue "Osservazioni agli Articoli di differenza" (aprile 1788), non furono accettati dalla Curia romana. Dal momento che non si segnalava alcun cedimento nelle due parti in causa, le trattative vennero bruscamente interrotte nel 1789. Dal momento che Ferdinando affidò il processo ad un tribunale napoletano, e quindi laico, la Santa Sede si rifiutò di ratificarne la sentenza sebbene avesse confermato quella emessa in prima istanza dal tribunale ecclesiastico. Contemporaneamente, il re, prese la decisione di abolire il tradizionale omaggio della chinea, dichiarandola irrevocabile di fronte alle proteste di Roma.

Panorama storico di San Leucio.

Negli anni del ministero Caracciolo il re indubbiamente si interessò poco delle principali riforme attuate dal governo in altri campi, quali, in politica fiscale e commerciale, mediante l'abolizione di imposte ed arrendamenti, la liberalizzazione della vendita dell'olio, l'eliminazione di dogane interne, la stipula di tre trattati di navigazione con Piemonte, Genova e Russia; nella pubblica istruzione, l'istituzione di numerose scuole normali in varie località del paese e del primo istituto per sordomuti, e la promozione delle attività dell'Accademia Ercolanense, fondata da Carlo di Borbone nel 1755 e fornita dal Caracciolo di statuto. Sostanzialmente estraneo fu anche alla grande riforma militare promossa da Acton secondo un progetto che coinvolgeva tutti i settori della difesa: riorganizzazione dell'esercito, fondazione della Reale Accademia militare, detta poi "Nunziatella"[9], invio all'estero per istruzione di molti ufficiali napoletani e utilizzazione nel regno di istruttori militari stranieri di buon livello, istituzione di un nuovo tribunale militare e adozione di nuove norme nei giudizi militari. Nel 1789, su diretta iniziativa di re Ferdinando, fu istituita nel sito reale di San Leucio una colonia di 214 operai, a cui venne affidata la manifattura della seta. Alla morte del Caracciolo nel luglio 1789, le segreterie degli Affari esteri e di Casa reale furono rispettivamente affidate ad Acton e a De Marco. Le principali cariche di governo vennero così ad essere divise tra due soli ministri, dei quali l'Acton si trovava ad avere un potere mai gestito da alcuno dei suoi predecessori[6][7][8].

Rivoluzione francese

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Lo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789 spinse re Ferdinando a porre fine all'apertura illuministica, così da contrastare il pericolo eversivo esterno o interno, senza disdegnare di fare ricorso, come del resto tutti i monarchi dell'epoca e gli stessi rivoluzionari, alle più severe ed atroci misure repressive, inclusa la condanna a morte. Innanzitutto tra il 1789 e il 1790, il sovrano, colpì la massoneria, ritenuta, ormai anche dalla regina Maria Carolina, probabile mezzo di propaganda antimonarchica, ed espulse una parte dei francesi residenti a Napoli, colpevoli ai suoi occhi di fomentare la popolazione introducendo idee rivoluzionarie. Intanto venivano rinsaldati i legami di sangue e di alleanza tra le corone di Napoli e di Vienna, portando a parziale compimento la politica matrimoniale stilata cinque anni prima con Pietro Leopoldo d'Asburgo-Lorena, adesso Leopoldo II d'Austria.

Le figlie di Ferdinando di Napoli, Maria Teresa, in sposa a Francesco, erede al trono asburgico, e Luisa Amalia, in sposa a Ferdinando III di Toscana.

In aggiunta alle nozze di Luisa Amalia di Napoli con Ferdinando III di Toscana, ci fu anche il matrimonio della principessa borbonica Maria Teresa con l'arciduca ereditario, erede al trono asburgico, Francesco, futuro ultimo imperatore del Sacro Romano Impero e primo d'Austria; le nozze furono velocemente preparate dall'ambasciatore napoletano a Vienna Marzio Mastrilli, marchese di Gallo e affrettate per il pericolo rivoluzionario. Dopo la celebrazione dei matrimoni, per procura a Napoli il 15 agosto 1790, Ferdinando e Maria Carolina accompagnarono le figlie a Vienna, compiendo un viaggio ed un lungo soggiorno nella capitale asburgica che dovevano sancire la grande solidarietà tra le due corti. Durante il ritorno nell'aprile 1791, i due sovrani di Napoli sostarono nello Stato Pontificio per una visita al Papa, atto, in palese contraddizione con l'annosa freddezza tra le due corti, che costituì il primo passo di un progressivo riavvicinamento a Roma per la costituzione di una comune strategia anti-rivoluzionaria. Ferdinando e Pio VI, pur mantenendo le posizioni di contrasto del fallito concordato, si accordarono parzialmente sulla nomina dei vescovi: il re di Napoli poteva procedere in via eccezionale alla copertura delle sedi vacanti nel paese.

Ritratto di Papa Pio VI, Pompeo Batoni, 1775, olio su tela, National Gallery, Dublino

Una delle conseguenze degli accordi romani fu la decisione del sovrano borbonico di allontanare Carlo de Marco dalle segreterie dell'Ecclesiastico e di Grazia e Giustizia; l'atto, sebbene motivato come una premura nei confronti dell'età molto avanzata del ministro, era dovuto alla sua linea radicalmente anticurialista e quindi non in sintonia con i mutati tempi. Nell'agosto 1791 fu quindi compiuto il rimpasto ministeriale, a cui contribuì la mediazione di John Acton, segretario di Stato dal 16 luglio 1789, che voleva contornarsi di funzionari acquiescenti. Inoltre, per il timore di torbidi rivoluzionari, fu infittito il controllo poliziesco affidato al reggente della Vicaria Luigi de' Medici e venne istituita una Giunta di Stato per inquisire i sospettati. In questi anni e in quelli successivi, Ferdinando IV seguì con viva preoccupazione gli esiti della Rivoluzione francese, ma non riuscì a individuare una linea politica coerente da garantire le giuste alleanze e un deciso impegno antifrancese, anche perché non si sentiva garantito contro un nemico così potente né dalle intese europee di coalizione né dalla scarsa forza del proprio esercito. Così nel 1791 decise di partecipare in modo assai limitato ai primi tentativi di alleanza, del resto falliti, compiuti dai sovrani dei vari Stati italiani per la comune difesa, limitandosi a versare un contributo in denaro al re di Sardegna, Vittorio Amedeo III di Savoia.

L'anno successivo, il monarca non aderì alla coalizione antifrancese ma comunque irrigidì i rapporti con la Francia, a causa della deposizione del lontano cugino Luigi XVI di Borbone e la successiva proclamazione della repubblica, infine non volle riconoscere il nuovo ambasciatore francese Ange René Armand de Mackau. La presa di posizione di re Ferdinando provocò la subitanea reazione francese e nel dicembre 1792 l'invio a Napoli di una squadra della flotta mediterranea, che avrebbe dovuto intimidire il governo napoletano per indurlo a riconoscere la Repubblica francese e a scambiare relazioni diplomatiche. L'apparizione della flotta provocò a corte situazioni di panico; nonostante la marina ed il popolo stesso fossero disposti a respingere un eventuale attacco, il monarca, influenzato da Acton, cedette alle intimidazioni. Oltre a riconoscere l'ambasciatore francese, promise la neutralità dello Stato napoletano e dispose l'invio a Parigi di Fabrizio Ruffo principe di Castelcicala, padre di Paolo Ruffo di Bagnara, quale ambasciatore.

Ferdinando IV di Napoli nel XVIII secolo

Questa posizione fu presto mutata dopo la notizia dell'esecuzione del sovrano di Francia, tramite ghigliottina, avvenuta il 21 gennaio 1793, e ancor più della regina Maria Antonietta, sorella prediletta della regina Maria Carolina, il 16 ottobre, dello stesso anno. Re Ferdinando, quindi, prima stipulò un accordo segreto con l'Inghilterra, che nell'immediato futuro avrebbe portato al congiungimento delle navi napoletane ed inglesi, poi promulgò l'atto definitivo di espulsione dei cittadini francesi residenti nel regno, a cui segui l'embargo totale di merci e navi di provenienza francese, e infine inviò un contingente militare napoletano in appoggio alle truppe inglesi, spagnole e piemontesi che assediavano Tolone. Ma la spedizione fallì e l'esercito napoletano, decimato, fece mesto ritorno in patria nel febbraio 1794. La disfatta rafforzò in Ferdinando l'idea di una improrogabile militarizzazione del paese, perciò fu ordinata una leva di 16.000 uomini e furono stabiliti alcuni donativi per fronteggiare le spese di guerra, inoltre si cominciò ad organizzare la vendita degli argenti ecclesiastici non strettamente necessari al culto e si imposero alcune tasse straordinarie. Queste furono tutte misure che indebolirono l'economia della nazione, già provata dalla carestia del 1793.

Sul versante repressivo furono inaspriti i provvedimenti contro le associazioni segrete di ispirazione giacobina, scoperte cospirazioni ed effettuati numerosi arresti. Tra l'agosto e l'ottobre 1794, la "Gran Causa dei rei di Stato" si concluse con la deportazione in vari luoghi di pena di una cinquantina di imputati e con tre condanne a morte. Il re ratificò le sentenze "determinato", scrisse, "di mettere in opera i mezzi più efficaci ed opportuni per arrestare totalmente il corso della propagazione di ogni sorta di massime tendenti al turbamento della tranquillità dello Stato". La repressione coincise con la fine completa della politica moderatamente antifeudale, perseguita ancora nei primi anni 1790s, in particolar modo mediante il passaggio in allodio dei feudi devoluti.

Questo clima continuò negli anni successivi in direzione sempre più politica e nel febbraio 1795 portò addirittura all'arresto di Luigi de' Medici, accusato da Acton di aver avuto parte in una congiura giacobina. Gli arresti divennero continui, anche tra le fila della nobiltà più vicina alla Corona, e fu creata una fitta rete di spionaggio. L'emergenza politica si riflesse anche in una serie di mutamenti ai vertici del governo. Nel maggio 1795, il re diede ad Acton la possibilità di rafforzare la propria posizione di supremazia sollevandolo dai suoi incarichi ministeriali, ma affidandogli, in qualità di consigliere di Stato, funzioni straordinarie di controllo sulle segreterie e sul Consiglio di Stato. Alle segreterie furono nominati personaggi di secondo piano e di sicura fede antirivoluzionaria[6][7][8].

Guerre napoleoniche

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Repubblica napoletana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna d'Italia (1796-1797) e Repubblica Napoletana (1799).
Carlo Lauberg, fondatore della Società Patriottica Napoletana, poi presidente del Governo Provvisorio della Repubblica.

Dopo la presa della Bastiglia, l'atteggiamento dei sovrani napoletani fu caratterizzato sicuramente da una politica antifrancese e antigiacobina, tanto che il regno aderì alla guerra di prima coalizione contro la Francia e che nel paese cominciarono nel mentre le prime, seppur blande, repressioni sul fronte interno contro le personalità sospettate di "simpatie" giacobine. Col diffondersi del giacobinismo, su ispirazione del farmacista Carlo Lauberg, nacque nel 1793 la Società Patriottica Napoletana, una società segreta rivoluzionaria ben presto divisa in due fazioni: una fautrice di una monarchia costituzionale, LOMO (Libertà o morte), e un'altra fautrice di una repubblica democratica, ROMO (Repubblica o morte). Seguirono i primi arresti, 52, e le prime condanne a morte, 8. Nel 1796, il generale francese Napoleone Bonaparte scese in Italia, conducendo una campagna militare che vide la conquista della penisola nella parte settentrionale con la firma dell'armistizio di Campoformio e il successivo trattato di Parigi. Le armate napoletane, pur forti di circa 30.000 uomini, il 5 giugno furono costretti all'armistizio di Brescia, e a lasciare ai soli austriaci l'onere della resistenza ai francesi. Nei due anni successivi i francesi continuarono a dilagare in Italia; l'una dopo l'altra vennero proclamate delle repubbliche "sorelle", filofrancesi e giacobine, come la Repubblica Ligure e la Repubblica Cisalpina nel 1797, la Repubblica Romana nel 1798. Nel frattempo il generale Bonaparte lasciò l'Italia tentando la campagna d'Egitto, che si rivelò poi fallimentare.

Lo stesso argomento in dettaglio: Trattato di Parigi (ottobre 1796).
Ritratto di Jean Étienne Championnet, dipinto, Jean-Sébastien Rouillard, collezione Reggia di Versailles.

Il 23 ottobre 1798, nonostante l'armistizio di Brescia (poi ratificato nel trattato di Parigi), con Bonaparte in Egitto e i francesi a Roma, il regno di Napoli entrava nuovamente in guerra con i francesi, con l'appoggio della flotta inglese comandata dall'ammiraglio Horatio Nelson, vincitore della battaglia navale di Abukir. L'esercito napoletano, forte di 70.000 uomini reclutati in poche settimane e comandato dal generale austriaco Karl Mack von Leiberich, entrò nella Repubblica Romana, stato istituito dopo l'occupazione francese, con l'intenzione dichiarata di ristabilire l'autorità papale. Dopo solo 6 giorni, re Ferdinando di Napoli arrivò a Roma, dove atteggiandosi a conquistatore fu oggetto delle ironie locali[10], ma una immediata e risoluta controffensiva della francese Armata di Napoli del generale Jean Étienne Championnet sbaragliò rapidamente l'esercito napoletano nella battaglia di Civita Castellana ed i borbonici furono costretti alla ritirata. Ferdinando tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s'imbarcò di nascosto sulla HMS "Vanguard" dell'ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia reale e John Acton in fuga verso Palermo, portandosi dietro, tra l'altro, il denaro dei Banchi[11]. Venne affidato al marchese di Laino, Francesco Pignatelli l'incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il sovrano Ferdinando, l'11 gennaio 1799, il marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso armistizio col generale Championnet.

Ritratto del cardinale Fabrizio Ruffo.
Bandiera della Repubblica Napoletana.

Dopo l'istituzione della Repubblica Napoletana e fin dal suo arrivo a Palermo, il re, sollecitato dalla moglie Maria Carolina, progettò la riconquista della parte continentale del regno. Il suo, comunque, non fu un impegno né diretto né sofferto: senza impiegare uomini o denaro si limitò ad affidare al cardinale Fabrizio Ruffo l'incarico di radunare un esercito di volontari e ristabilire l'autorità dei Borboni risalendo militarmente la penisola. Dopo una lenta ma inesorabile avanzata, nel giugno le truppe sanfediste di Ruffo, tra saccheggi e vandalismi, entrarono a Napoli, favorite anche dalla recente partenza dell'esercito francese. Per accelerare la fine della guerra ed evitare le distruzioni collegate ad un lungo assedio dei castelli napoletani, Ruffo concesse una resa onorevole ai repubblicani che avrebbero potuto emigrare in Francia senza persecuzioni da parte del governo restaurato. Questo accordo fu però disatteso da re Ferdinando e dai suoi alleati inglesi. Prima l'ammiraglio Nelson alla fine di giugno con l'inganno imprigionò sulle proprie navi i patrioti, poi il re, al suo arrivo a Napoli l'8 luglio ratificò l'operato dell'ammiraglio e, non ascoltando gli inviti alla clemenza del cardinale Ruffo, diede inizio ad una feroce reazione, attraverso una fitta sequenza di arresti.

Gli accusati, in base al loro collaborazionismo, pieno o forzato, al regime rivoluzionario, furono giudicati secondo tre gradi di colpevolezza e sottoposti, con istruzione dello stesso sovrano, al diritto criminale siculo; per i delitti di lesa maestà fu prevista la pena capitale con giudizio sommario e per i delitti di minore gravità si comminarono pene d'esilio, confische di beni e carcere. Tra l'agosto e il novembre furono giustiziati tra gli altri Eleonora Fonseca Pimentel, direttrice del giornale della repubblica napoletana, Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano e Francesco Conforti. L'esecuzione di quest'ultimo, già teologo di corte, fu fermamente voluta dallo stesso re Ferdinando, in disaccordo con la Giunta inquisitoria che ne aveva sospeso la condanna[6][7][8].

Ritorno sul trono

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Ritratto di Francesco, duca di Calabria, Giuseppe Cammarano, Reggia di Caserta.

Già durante la sua breve permanenza nel porto di Napoli, ospite in una nave dell'ammiraglio Nelson, il sovrano di Napoli iniziò il riordino del governo: in primo luogo riformò l'amministrazione della città di Napoli, colpevole di aver attentato all'autorità del suo vicario nei giorni successivi alla sua partenza per la Sicilia. Sostituì pertanto gli eletti con un senato di otto membri di nomina regia. Il 24 luglio procedette alla revisione delle segreterie, affidando le Finanze a Giuseppe Zurlo e gli Esteri a John Acton. Quindi istituì anche una Giunta di governo, presieduta dal cardinale Ruffo, destinata a decadere al suo definitivo ritorno a Napoli, e nominò quattro visitatori generali con l'incarico di ristabilire il precedente ordine amministrativo nelle province. Anche da Palermo, dove ritornò l'8 agosto, Ferdinando continuò a dirigere un'impietosa reazione, istigato nei suoi eccessi da Nelson e da Acton, più che da Maria Carolina, allo scopo di eliminare ogni traccia di giacobinismo dal regno e riaffermare un potere assoluto.

Dopo la caduta della repubblica, Ferdinando e il suo governo smantellarono alcune riforme e atti repubblicani, annullando innanzitutto la legge sulla abolizione della feudalità, anche se nel contempo la nobiltà napoletana, ritenuta artefice di tradimento, veniva punita con inasprimenti fiscali. Un'altra inversione di tendenza del governo restaurato, che in tal modo abbandonò definitivamente il vecchio programma anticurialista, fu la scelta del clero come alleato nel ripristino delle autorità regie. L'opera di ristrutturazione dello Stato risultò notevolmente impedita dallo sdoppiamento del governo tra le segreterie palermitane e le direzioni napoletane. Assolutamente inefficace fu la riorganizzazione delle milizie, perché non si riuscì a fondere tra loro truppe regolari, reparti o singoli ufficiali che avevano servito la Repubblica e indisciplinati elementi delle bande sanfediste. Intanto continuava la repressione: pochissimi furono gli atti di clemenza, in totale vennero eseguite circa duecento condanne a morte e comminate più di duemila condanne all'esilio e diverse migliaia di pene detentive.

Busto di cera di re Ferdinando di Napoli, di Leonhard Posch, realizzato nel 1793.

Con l'occupazione nel settembre 1799 dello Stato romano, re Ferdinando e il suo governo riprendevano l'ambizioso progetto espansionistico verso i territori pontifici, tendente anche ad indebolire la minaccia francese in Italia. Ancora una volta la politica estera del sovrano napoletano si rivelò un fallimento: il corpo di occupazione di Roma fu pesantemente sconfitto dai francesi in Toscana nel gennaio 1801, e l'esercito di Gioacchino Murat avanzò minacciosamente stanziandosi ai confini del regno di Napoli. Nonostante la situazione imponesse la sua presenza nella capitale, Ferdinando IV preferì rimanere a Palermo, inviando in sua vece il principe Francesco, duca di Calabria. L'iniziativa passò quindi ancora una volta alla regina, che da Vienna, dove si trovava dal giugno 1800, stipulò l'armistizio di Foligno e la successiva pace di Firenze con dure condizioni: chiusura dei porti alle navi inglesi, occupazione francese di alcuni forti sull'Adriatico, cessione dei Presidi toscani, territorio napoletano da metà del XVIII secolo, alta contribuzione in denaro e abolizione dei tribunali di Stato, principale strumento della politica repressiva interna. A seguito di ciò, il monarca tornò a Napoli solo nel giugno 1802, dopo che la generale pace di Amiens, siglata in marzo, aveva reso del tutto sicura la situazione del paese.

Dopo il ritorno da Vienna di Maria Carolina, in agosto, i sovrani si dedicarono ancora una volta a stringere saldi rapporti diplomatici con i loro parenti mediante la consueta politica matrimoniale; questa volta però si preferì rafforzare i legami con la Spagna, per rispondere alle mire espansionistiche austriache sull'Italia. Fu così congegnato un altro doppio matrimonio tra cugini: la principessa Maria Antonia di Napoli avrebbe sposato Ferdinando, principe delle Asturie, erede al trono spagnolo, mentre Francesco di Napoli, erede al trono delle Due Sicilie, rimasto vedovo della moglie Maria Clementina d'Austria, si risposò con Maria Isabella di Borbone-Spagna, sua prima cugina, in quanto figlia di suo zio paterno Carlo IV di Spagna.

Ritratto di Marzio Mastrilli, duca di Gallo, Heinrich Friedrich Füger, XVIII sec., collezione Museo nazionale di San Martino.

I migliorati rapporti con la Francia non impedirono comunque a re Ferdinando di violare manifestamente alle clausole di pace, ordinando il regolare svolgimento dei processi agli inquisiti politici e l'intensificazione del controllo censorio da parte della polizia. Intanto si manifestavano in tutta evidenza la confusione e la gravità della situazione economica nazionale: Giuseppe Zurlo, ministro delle Finanze si trovò coinvolto in uno scandalo e nel marzo 1803 fu sostituito con l'amnistiato Luigi de' Medici che iniziava così la sua ascesa politica. L'anno successivo fu destituito John Acton. Una prova del clima di pesante oscurantismo di questi anni fu la decisione di re Ferdinando di delegare all'apparato ecclesiastico regnicolo ogni responsabilità nella pubblica istruzione: nel luglio 1804 fu richiamata la Compagnia di Gesù. In concomitanza della riapertura del conflitto anglo-francese nel 1803, e della conseguente rioccupazione napoleonica delle Puglie, il governo napoletano e soprattutto la regina Maria Carolina ripresero le consuete macchinazioni per un ennesimo intervento bellico. La sovrana arrivò pertanto nel corso del 1805 a prendere accordi segreti con gli Stati della Terza coalizione e nel settembre sconfessò le promesse di neutralità formulate a Parigi da Marzio Mastrilli, che in tal modo aveva ottenuto l'evacuazione dal regno delle truppe francesi. Si trattava agli occhi di Napoleone di un doppio tradimento, che conduceva inevitabilmente lo stato napoletano alla guerra, come attestava d'altra parte l'arrivo nel paese di contingenti russi ed inglesi.

Dopo un vano tentativo di soluzione diplomatica del conflitto, Ferdinando ebbe chiara la gravità della situazione e decise di abbandonare Napoli; così il 23 gennaio 1806 si imbarcò pertanto per Palermo, lasciando come vicario il figlio Francesco, a cui, memore degli eventi del 1799, diede la più ampia discrezionalità. Dopo la sconfitta dell'esercito napoletano e la partenza per la Sicilia anche del principe ereditario Francesco, iniziava un lungo periodo di dominio francese sul Mezzogiorno continentale e un nuovo dorato ma tormentato esilio siciliano per il monarca e la sua corte. Nel frattempo John Acton, che al ritorno di Ferdinando in Sicilia aveva riavuto gli Affari esteri, si dimetteva, uscendo definitivamente di scena. Di contro diveniva sempre maggiore il potere di Maria Carolina, poco contrastato da Ferdinando. Gli anni e una certa apatia di fondo lo rendevano sempre meno partecipe alla vita politica e oltremodo incline ai divertimenti venatori, per i quali trasformò in siti reali ampie distese del Vallo di Palermo[6][7][8].

Esilio siciliano

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Lo stesso argomento in dettaglio: Regno di Napoli (1806-1815).
Ritratto di Giuseppe Bonaparte, olio su tela, François Gérard, 1808 circa, collezione del Castello di Fontainebleau.
Ritratto di Gioacchino Murat, François Gérard, 1811 circa, collezione privata.

Con la conquista francese, Ferdinando venne deposto dal trono di Napoli, ma non quello di Sicilia, venendo sostituito da Giuseppe Bonaparte, fratello dell'imperatore Napoleone, succeduto poi da Gioacchino Murat. Nel 1808, re Ferdinando di Sicilia cullò per qualche tempo il progetto di succedere al trono di Spagna dopo l'abdicazione del fratello Carlo IV e di suo figlio Ferdinando VII, costretti a lasciare Madrid dopo l'invasione francese; ma si trattava di una iniziativa senza alcuna possibilità di riuscita, debolmente appoggiata dall'Inghilterra per contrastare i piani di Napoleone e di suo fratello Giuseppe Bonaparte, subentrato sul trono iberico dopo aver abbandonato Napoli in favore del cognato Murat, che governò con il nome di Gioacchino Napoleone.

La riapertura nel 1809 delle ostilità belliche internazionali ebbe immediate ripercussioni anche in Sicilia; una spedizione, che culminò nella battaglia del Canale di Procida, fu allestita insieme con gli inglesi tra maggio e giugno per effettuare incursioni in Calabria e nel golfo di Napoli, anche nell'intento di provocare insorgenze legittimiste. La maldestra impresa navale si rilevò, però, in una sconfitta e aggravò la latente crisi con i britannici, presto alimentata dal loro appoggio all'opposizione dell'aristocrazia siciliana, che tramite il Parlamento era ferma nel combattere gli inasprimenti fiscali adottati da re Ferdinando, dalla minaccia di una incursione murattiana, come quella fallita del settembre 1810, e dalla scoperta dei continui intrighi di Maria Carolina, che, insofferente dello strapotere dell'ingombrante alleato, non disdegnava di tramare, all'insaputa del marito, con gli avversari.

Ritratto di Lord William Bentinck.

Nel frattempo si intensificava il controllo inglese sull'isola; il nuovo ambasciatore britannico William Bentinck, arrivato nel luglio 1811[12], operò decisamente per l'istituzione di un governo costituzionale e per il richiamo di alcuni nobili siciliani di recente esiliati. Minacciato da Bentinck di sospensione delle sovvenzioni, re Ferdinando non poté opporsi al disegno inglese e fu costretto a cedere il governo al figlio Francesco, nominandolo vicario nel gennaio 1812. Iniziava così un tormentoso dissidio tra padre e figlio, tra Ferdinando e Francesco, sulla necessità di non provocare una rottura insanabile con gli Inglesi e sull'improrogabilità della costituzione. Ferdinando quindi non condivise la concessione della costituzione da parte del figlio[13], ritenendola un manifesto atto di sottomissione al britannico Bentinck e non idonea ai siciliani, perché ispirata ad un modello legislativo e parlamentare, quello inglese, troppo lontano da quello tradizionale .[14][15]. Egli quindi, indugiando a sancirne gli articoli fondamentali. decise di accordare il proprio consenso a patto che i suoi antagonisti rispettassero alcune condizioni, tra le quali la garanzia delle proprie prerogative sovrane e la potestà di veto da opporre alle decisioni del Parlamento. In tal modo re Ferdinando difendeva con ostinazione e tenacia, pur cedendone ad altri l'esercizio, i suoi diritti sovrani manifestando un fermissimo senso della regalità.

Lo stesso argomento in dettaglio: Costituzione siciliana del 1812.
Real Casina di Caccia di Ficuzza, residenza di Ferdinando nel suo esilio.
Palazzo Reale di Palermo, seconda residenza di Ferdinando in esilio in Sicilia.

Un'ennesima occasione di attrito con la rappresentanza inglese, che condusse all'esilio a Vienna della regina Maria Carolina, dove sarebbe morta nel settembre 1814, fu la scoperta del tradimento della sovrana a favore di Gioacchino Murat quale re di Napoli; prima di essere forzatamente costretta da Bentinck ad abbandonare l'isola nel giugno 1813, Maria Carolina spinse il marito Ferdinando a tentare di riprendere i pieni poteri. Nel marzo quindi il sovrano si recò dalla sua residenza di Ficuzza[16], sua residenza durante l'esilio oltre al Palazzo Reale palermitano, a Palermo per una pubblica acclamazione, ma per lo sdegno dei costituzionalisti e le minacce inglesi subito abbandonò il progetto ed anzi si impegnò a non tornare al governo senza il preventivo consenso degli alleati. L'anno successivo Ferdinando si pronunciò decisamente contro alcuni accordi segreti tra l'Austria e Gioacchino Murat, che, mentre declinava la potenza napoleonica, prevedevano la cessione del trono di Napoli al francese, la rinuncia di questo alle sue mire espansionistiche sulla Sicilia, ed un grosso indennizzo al re borbonico; allo stesso modo respinse analoghe soluzioni, prospettate dall'Inghilterra e da Murat, che danneggiarono i suoi diritti su Napoli. Di lì a poco gli equilibri internazionali risultarono completamente mutati: la disfatta napoleonica e le incertezze di Murat stesso ne pregiudicavano la posizione nei confronti degli alleati europei, tra i cui governi circolava insistentemente il principio di legittimità. Nel luglio 1814 Bentinck quindi non si opponeva al ritorno ai pieni poteri di Ferdinando, che nel novembre sposava morganaticamente Lucia Migliaccio, vedova del principe di Partanna[17], poi da lui nominata duchessa di Floridia[6][7][8][18][19][20].

Re delle Due Sicilie

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Ritorno a Napoli

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Lo stesso argomento in dettaglio: Regno delle Due Sicilie.
Rientro di Ferdinando a Napoli nel 1815
Ritratto di Ferdinando I delle Due Sicilie, Vincenzo Camuccini, olio su tela, tra il 1818 ed il 1819, collezione Palazzo Reale.

Il fallimento della confusa campagna militare di Murat nel marzo 1815, dopo la fuga di Napoleone dall'Elba, e il successivo trattato di Casalanza, il 20 maggio, sancirono il ritorno di Ferdinando sul trono napoletano: il 17 giugno il sovrano rientrò a Napoli. Murat, prima di morire, disse di quel tribunale voluto da Ferdinando I: «Io avrei creduto il re Ferdinando più grande e più umano. Dopo la seconda caduta di Napoleone, Murat, che aveva cercato di raggiungerlo a Parigi, fuggì dapprima nel sud della Francia e poi in Corsica, da dove tentò di tornare a Napoli con un pugno di fedelissimi per sollevarne la popolazione. Dirottato da una tempesta in Calabria, fu arrestato, condannato a morte da un tribunale militare nominato dal generale Vito Nunziante, governatore delle Calabrie, secondo una legge da lui stesso voluta, e fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre 1815. Murat, prima di morire, disse di quel tribunale voluto da Ferdinando I: «Io avrei creduto il re Ferdinando più grande e più umano. Io avrei agito più generosamente verso di lui se fosse sbarcato nei miei stati, e che la sorte dell'armi lo avesse fatto cadere in mio potere!»[21].

Bandiera del Regno delle Due Sicilie.

Con la restaurazione del re borbonico, prendeva il potere un governo, che il sovrano aveva formato già a Palermo, presieduto da Tommaso di Somma, marchese di Circello, in cui emergevano Luigi de' Medici, chiamato a reggere le Finanze e la Polizia, e Donato Tommasi, ministro della Giustizia. Il nuovo esecutivo confermò innanzitutto le promesse fatte da Ferdinando prima del suo ritorno, amnistiando coloro che avevano appoggiato il regime murattiano e lasciando sostanzialmente inalterati gli ordinamenti amministrativi, provinciali e comunali istituiti nel decennio. Luigi de' Medici, anzi, accogliendo pienamente i suggerimenti austriaci, volti a prevenire ogni occasione di reazione nel paese, iniziò ad attuare la cosiddetta politica dell'amalgama, cercando di fondere gli elementi borbonici e i murattiani. Tale politica consentiva a Ferdinando IV di non concedere alcuna costituzione a Napoli e di revocare quella siciliana. I due regni furono formalmente unificati, seguendo i dettami del congresso di Vienna: nel dicembre 1816, Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia divenne Ferdinando I delle Due Sicilie, istituendo così il Regno delle Due Sicilie. Con l'unità, la Sicilia veniva così a perdere i suoi privilegi e la sua secolare autonomia da Napoli, diventando parte integrante del Mezzogiorno, di cui avrebbe condiviso le istituzioni.

Mappa del Regno delle Due Sicilie.

Alla politica dell'amalgama si opponeva il partito reazionario, seguito con simpatia dal re. Questi riuscì solo per alcuni mesi dell'anno 1816 a dare un indirizzo diverso, affidando nel gennaio la direzione della polizia ad un fedelissimo esponente dell'aristocrazia legittimista, Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, ma nel maggio la scoperta delle sue complicità con la setta reazionaria dei calderari ne resero improrogabili le dimissioni, malvolentieri accettate dal sovrano. I provvedimenti governativi di maggior rilievo del periodo dell'amalgama, fino al 1820, furono per lo più strettamente connessi con il riformismo del decennio, come nel caso della decisiva sanzione dell'eversione della feudalità, o della stesura dei nuovi codici, che apportavano pochissime modifiche a quelli napoleonici, di cui la principale, l'abolizione del divorzio. Unica importante nota di novità fu la ripresa delle trattative per il concordato, particolarmente sollecitate da Ferdinando I, ormai assai lontano dalle antiche posizioni anticurialiste. Gli accordi definitivi, stilati nel 1818, prevedevano fra l'altro l'imposizione della religione cattolica quale religione di Stato ed il ripristino della censura ecclesiastica, pur riconoscendo al sovrano la prerogativa del regio assenso. Nel complesso comunque "il concordato non rappresentò un cedimento alle pretese della Chiesa, come sembrò all'opinione pubblica, che lo accolse con ostilità" (Scirocco, p. 654)[6][7][8].

Moti del 20-21

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Lo stesso argomento in dettaglio: Moti del 1820-1821.
Scultura di Antonio Canova ritraente Ferdinando I nelle vesti di Atena.

Ma la situazione politica e finanziaria del regno non era stabile: una nuova fase di arresto economico, di gravi crisi agrarie, succeduta al fiscalismo francese, aveva acuito i disagi della popolazione. Anche alcuni trattati commerciali e la micidiale concorrenza della produzione inglese dopo la fine del blocco continentale fiaccavano l'economia del paese. La situazione era resa oltremodo critica dal clima di omogeneizzazione dei partiti napoletani e dal generale malcontento espresso soprattutto dai quadri militari regnicoli, tra le cui fila la carboneria contava numerosi affiliati. L'agitazione raggiunse il suo culmine alla notizia della rivoluzione di Cadice nel giugno 1820 e della concessione della costituzione in Spagna, ben presto riconosciuta anche da re Ferdinando I stesso. Lo scoppio del moto carbonaro a Nola, il 2 luglio, sorprese governo e sovrano, che non compresero la gravità della situazione e non seppero fronteggiarla adeguatamente. La diserzione di Guglielmo Pepe e delle sue truppe segnò una svolta decisiva nello sviluppo della rivoluzione: oramai l'intero esercito borbonico chiedeva la costituzione.

Il re quindi, suo malgrado, dovette cedere; per non venir meno agli obblighi contratti con le potenze della Restaurazione nominò vicario generale il figlio Francesco, che concesse la costituzione di Spagna, ma subito dopo, il 7 luglio, fu obbligato dagli insorti a ratificarla personalmente, a compiere, come scrisse, un "doloroso sacrificio ... per così salvare dal minacciato flagello non solo la capitale ma tutto il regno" (cfr. Colletta, Storia, III, pp. 139–140). Nei mesi successivi, re Ferdinando, rimase completamente estraneo alla gestione o al controllo della cosa pubblica, passati per lo più nelle mani dei maggiori esponenti dell'amministrazione murattiana. Egli si limitò solo, cedendo alle minacce e alle insistenze delle varie forze politiche, a presenziare all'apertura del Parlamento il 1º ottobre. Nel dicembre però fu chiamato in causa dalle potenze europee, avverse fin dall'inizio al nuovo assetto istituzionale che il regno andava assumendo.

Lo stesso argomento in dettaglio: Congresso di Lubiana.
Rientro a Napoli di Ferdinando I nel 1821, scortato dalle truppe austriache.

L'invito di recarsi a Lubiana fu entusiasticamente accolto dal sovrano, che vide la possibilità di ripristinare il proprio assolutismo; vinse l'opposizione dei carbonari e le remore del governo e dello stesso Francesco promettendo in una serie di messaggi pubblici e privati di difendere al congresso di Lubiana la costituzione e la causa napoletana. Si trattava chiaramente, però, di affermazioni strumentali, che il sovrano era ben deciso a non mantenere, desideroso solo di allontanarsi da Napoli. Infatti al congresso di Lubiana, tenutosi tra gennaio e febbraio del 1821, non oppose alcuna resistenza alle decisioni prese dalle corti alleate sulla restaurazione da realizzare nelle Due Sicilie, che prevedeva tra l'altro l'intervento armato austriaco. L'opposizione di Ferdinando I riguardò soltanto quegli aspetti che riguardavano l'integrità della propria autonomia regia.

Stampa che ritrae Ferdinando delle Due Sicilie che giura la costituzione, nel 1820.

A questo punto Ferdinando poteva restare a guardare l'inevitabile disfatta dei costituzionali: a nulla servirono l'invio a Napoli di Marzio Mastrilli per indurre alla distensione e, dopo l'apertura del conflitto, un editto del sovrano, il 6 marzo 1821, che intimava lo scioglimento dell'esercito. Lo scontro avvenne e l'armata austriaca ebbe facilmente la meglio. Aveva così inizio la terza restaurazione del suo lungo e tormentato regno. Nelle intenzioni delle potenze alleate bisognava fare delle concessioni alle frange più moderate della classe dirigente meridionale: essenziali erano le due Consulte di Stato, una per Napoli e una per la Sicilia, previste a Lubiana e introdotte nel regno con legge del maggio 1821. Ma Ferdinando preferì fare scelte decisamente reazionarie: nominò un governo incapace di fare politica, in cui primeggiava come ministro di Polizia Antonio Capece Minutolo, e rinnegò tutta la precedente politica dell'amalgama. Decisa fu quindi l'epurazione nei confronti di magistratura, polizia, esercito e pubblica amministrazione; i simpatizzanti della rivoluzione furono allontanati o arrestati, mentre condanne a morte o severe pene detentive colpivano i maggiori protagonisti. Le Consulte furono create solo dopo le reiterate proteste degli organi internazionali di controllo e dopo il ripristino di un ministero politico, in giugno 1822, in cui riprendevano la funzione guida Luigi de' Medici e Donato Tommasi, ma divennero operative solo nel 1824, notevolmente sminuite dall'accentramento presso il re e dal ridotto numero di componenti: "lo spirito delle decisioni di Lubiana era totalmente eluso, e le Consulte nascevano morte, incapaci di essere quel legame tra il governo e il paese che si era ritenuto necessario per superare effettivamente la crisi del '20" (Scirocco, p. 681)[6][7][8].

Nel frattempo, dall'ottobre 1822 all'agosto 1823, Ferdinando si assentava dal regno, nonostante la criticità del momento: prima per prendere parte al Congresso di Verona, in cui non chiese, come sperato, il ritiro delle truppe di occupazione austriache, e poi per trascorrere un lunghissimo periodo di vacanza in Austria. Tornato a Napoli, riprese a dedicarsi soprattutto alle consuete attività venatorie. Molto scarsa fu quindi la partecipazione del re delle Due Sicilie alle scelte politiche e gestionali compiute negli ultimi anni del suo regno dal governo napoletano. Nel complesso non si riuscì a fronteggiare adeguatamente la grave crisi politica ed economica del momento, il crescente indebitamento dello Stato e la conseguente pressoché assoluta mancanza di iniziative nel campo dell'assistenza sociale o delle opere pubbliche. Le uniche misure degne di nota furono le nuove tariffe doganali adottate nel 1823-1824, tendenti a tutelare il nascente settore manifatturiero e a stimolare lo sviluppo del commercio marittimo.

Ferdinando I delle Due Sicilie, già IV di Napoli e III di Sicilia, morì il 4 gennaio 1825, all'età di 73 anni, dopo 65 anni di regno; il sovrano, sepolto nella Basilica di Santa Chiara, a Napoli, sepolcreto ufficiale dei Borbone delle Due Sicilie, venne succeduto dal figlio come Francesco I delle Due Sicilie, morto nel 1830. La monarchia borbonica nel Mezzogiorno sopravviverà fino al 1860, quando l'Unità d'Italia ne sancì la caduta e la conseguente fine[6][7][8].

Riforme ed opere

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Veduta di Via Foria di Napoli.

Edilizia civile[22]

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Istituzioni ed iniziative culturali[22]

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Suddivisione amministrativa delle Due Sicilie.
  • Nel 1768 stabilì una scuola gratuita per ogni comune del regno e per ambo i sessi, ordinando che nelle case religiose si facesse altrettanto; stabilì altresì un collegio per educare la gioventù in ogni provincia, il tutto senza tasse supplementari;
  • Nel 1779 trasformò la Casa dei Gesuiti di Napoli in un Collegio per nobili giovanetti, detto "Ferdinandeo", e diede un Conservatorio per l’istruzione delle orfane povere;
  • Nel 1778 fu creata l’Università di Cattaneo, l’anno seguente quella di Palermo con teatro anatomico, laboratorio chimico e gabinetto fisico;
  • Istituì una sezione astronomica nel Palazzo Reale di Palermo, ove lavorò il Piazzi; un altro osservatorio fondò sulla Torre di San Gaudioso in Napoli;
  • Solo in Sicilia fondò 4 licei, 18 collegi e molte scuole normali;
  • Fondò in Palermo un seminario nautico per l’istruzione di marinai;
  • Istituì una deputazione per sorvegliare tutti i collegi del regno;
  • Nel 1778 istituì l’Accademia delle Scienze e delle Belle Arti a Napoli;
  • Aprì una biblioteca a Palermo;
  • Riordinò le tre università del regno, creando nuove cattedre: si vide per la prima volta negli ospedali quella di ostetricia e di osservazioni chirurgiche;
  • Onorò i geni dell’arte musicale, come Domenico Cimarosa e Giovanni Paisiello, che eresse a maestro del principe ereditario; inoltre somministrò i mezzi a molti giovani artisti per perfezionarsi a Roma;
  • Arricchì il Museo di Napoli e la Biblioteca;
  • Continuò gli scavi di Ercolano e Pompei.

Provvedimenti militari[22]

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  • Fondò collegi militari, un’accademia per le armi dotte, riordinò l’esercito;
  • Riordinò la marina, e quando nel 1790 andò a fuoco il vascello Ruggiero in costruzione a Castellammare, i sudditi spontaneamente offrirono al sovrano una colletta di un milione di ducati per la ricostruzione del vascello;
  • Pubblicò il Codice penale militare.

Provvedimenti economici[22]

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Il Palazzo della Borsa a Napoli.
  • Fondò la Borsa di Cambio, ed avviò molti nuovi commerci, come la pesca del corallo;
  • Cedette a canone e provvide di ottime leggi il Tavoliere della Puglia, facendo sorgere molte colonie, esentando per 40 anni da molte tasse gli agricoltori che avessero popolato, coltivato e incrementato quelle zone fino ad allora abbandonate; fondò a tal proposito Monti frumentari;
  • Diminuì notevolmente le tasse ai cittadini (specie quelle da versare ai baroni), dirette e indirette, come quelle degli allogati, del tabacco, de’ pedaggi, ed in alcune province quella della seta.

Provvedimenti civili, sociali e di carità[22]

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  • Popolò le isole di Ustica e Lampedusa, cacciando i barbareschi e costruendo fortezze;
  • Fondò la Cassa per gli orfani militari provvedendola di una rendita di 30.000 ducati annui, per educare i figli dei militari defunti e per la dote delle figlie;
  • Gli albanesi e i greci del regno furono riuniti in colonie, e fondò seminari e scuole per loro, dando loro anche un luogo per il commercio a Brindisi; inoltre istituì un vescovado di rito greco cattolico;
  • Quando vi fu una colletta popolare a Napoli per il matrimonio del principe ereditario egli ne accettò solo una piccola parte (70.000 ducati) che versò interamente ai poveri della città;
  • Fece la colonia di San Leucio per la lavorazione della seta seguendo criteri di uguaglianza sociale;
  • Prima della Rivoluzione francese fu fermo nella difesa delle prerogative statali contro la Chiesa; dopo il 1815 fu più generoso, anche se mantenne sempre la scelta dei vescovi con il Concordato del 1818;
  • Nel 1818 salpò da Napoli la prima nave a vapore italiana, che attraversò il Mediterraneo;
  • Introdusse per magistrati l’obbligo di motivare le sentenze.
Angelika Kauffmann, Ritratto della famiglia di Ferdinando IV, 1783, olio su tela, Museo nazionale di Capodimonte[23]

Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d'Asburgo-Lorena ebbero:

  1. Maria Teresa di Borbone-Due Sicilie (6 giugno 1772 - 13 aprile 1807), sposò suo cugino primo Francesco II d'Asburgo-Lorena nel 1790 ed ebbe figli. Fu Imperatrice d'Austria.
  2. Luisa Maria Amalia di Borbone-Due Sicilie (27 luglio 1773 - 19 settembre 1802), sposò suo cugino primo Ferdinando III di Toscana ed ebbe figli;
  3. Carlo Tito di Borbone-Due Sicilie (4 gennaio 1775 - 17 dicembre 1778), Duca di Calabria, Principe Ereditario di Napoli, morì di vaiolo;
  4. Maria Anna di Borbone-Due Sicilie (23 novembre 1775 - 22 febbraio 1780); morì nell'infanzia
  5. Francesco I delle Due Sicilie (14 agosto 1777 - 8 novembre 1830), sposò sua cugina prima Maria Clementina d'Asburgo-Lorena nel 1797 ed ebbe figli; sposò poi un'altra cugina, Maria Isabella di Borbone-Spagna nel 1802 ed ebbe figli. Fu re delle Due Sicilie dal 1825 al 1830;
  6. Maria Cristina di Borbone-Due Sicilie (17 gennaio 1779 - 11 marzo 1849), sposò Carlo Felice di Sardegna nel 1807 e non ebbe figli. Fu lei che ordinò gli Scavi archeologici di Tusculum;
  7. Maria Cristina Amalia di Borbone-Due Sicilie (17 gennaio 1779 - 26 febbraio 1783), gemella della precedente, morì di vaiolo;
  8. Gennaro Carlo di Borbone-Due Sicilie (12 aprile 1780 - 2 gennaio 1789); morì nell'infanzia
  9. Giuseppe Carlo di Borbone-Due Sicilie (18 giugno 1781 - 19 febbraio 1783), morì di vaiolo;
  10. Maria Amalia di Borbone-Due Sicilie (26 aprile 1782 - 24 marzo 1866), sposò Luigi Filippo di Francia, Duca d'Orléans nel 1809 ed ebbe figli. Fu in seguito sovrana di Francia e morì in esilio in Inghilterra;
  11. Maria Carolina di Borbone-Due Sicilie (19 luglio 1783); morì appena nata
  12. Maria Antonia di Borbone-Due Sicilie (14 dicembre 1784 - 21 maggio 1806), sposò suo cugino Ferdinando VII di Spagna. Non ebbe figli, morì di tubercolosi;
  13. Maria Clotilde di Borbone-Due Sicilie (18 febbraio 1786 - 10 settembre 1792); morì nell'infanzia
  14. Maria Enrichetta di Borbone-Due Sicilie (31 luglio 1787 - 20 settembre 1792); morì nell'infanzia
  15. Carlo Gennaro di Borbone-Sicilie (26 agosto 1788 - 1 febbraio 1789); morì nell'infanzia
  16. Leopoldo di Borbone-Due Sicilie (2 luglio 1790 - 10 marzo 1851) sposò sua nipote, Maria Clementina d'Asburgo-Lorena ed ebbe figli;
  17. Alberto di Borbone-Due Sicilie (2 maggio 1792 - 25 dicembre 1798), morì a bordo della nave della Royal Navy "HMS Vanguard";
  18. Maria Isabella di Borbone-Due Sicilie (2 dicembre 1793 - 23 aprile 1801); morì nell'infanzia
Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Luigi, il Gran Delfino Luigi XIV di Francia  
 
Maria Teresa di Spagna  
Filippo V di Spagna  
Maria Anna Vittoria di Baviera Ferdinando Maria di Baviera  
 
Enrichetta Adelaide di Savoia  
Carlo III di Spagna  
Odoardo II Farnese Ranuccio II Farnese  
 
Isabella d'Este  
Elisabetta Farnese  
Dorotea Sofia di Neuburg Filippo Guglielmo del Palatinato  
 
Elisabetta Amalia d'Assia-Darmstadt  
Ferdinando I  
Augusto II di Polonia Giovanni Giorgio III di Sassonia  
 
Anna Sofia di Danimarca  
Augusto III di Polonia  
Cristiana Eberardina di Brandeburgo-Bayreuth Cristiano Ernesto di Brandeburgo-Bayreuth  
 
Sofia Luisa di Württemberg  
Maria Amalia di Sassonia  
Giuseppe I d'Austria Leopoldo I d'Austria  
 
Eleonora del Palatinato-Neuburg  
Maria Giuseppa d'Austria  
Guglielmina Amalia di Brunswick-Lüneburg Giovanni Federico di Brunswick-Lüneburg  
 
Benedetta Enrichetta del Palatinato  
 

Onorificenze siciliane

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Onorificenze straniere

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Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria
«investito da re Ferdinando VI (738° cavaliere)»
 1751
Cavaliere dell'Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia) - nastrino per uniforme ordinaria
«investito da Luigi XV re di Francia ()»
 8 settembre 1760

Nella cultura di massa

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  • Giovanni D'Angelo, Carolinerie Ferdinandee; fatti e misfatti di una coppia reale - produzione 2010
  1. nasóne, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  2. Biografie: Ferdinando IV, su repubblicanapoletana.it. URL consultato il 23 aprile 2022.
  3. Gli scherzi di Ferdinando, il Re Nasone e lazzarone, su NapoliToday. URL consultato il 23 aprile 2022.
  4. Cfr. Archivo General de Simancas, Estado, legajos 5866, folio 101
  5. Silvio De Maio, FERDINANDO I di Borbone, re delle Due Sicilie, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 46, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1996.
  6. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 S.M. Ferdinando I, Re delle Due Sicilie – Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, su realcasadiborbone.it. URL consultato il 28 agosto 2025.
  7. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 FERDINANDO I di Borbone, re delle Due Sicilie - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 28 agosto 2025.
  8. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 (EN) Le monete del Regno delle due Sicilie - Ferdinando I, su numismatica-italiana.lamoneta.it. URL consultato il 28 agosto 2025 (archiviato dall'url originale il 24 settembre 2022).
  9. Sandro Castronuovo, Storia della Nunziatella. Sergio Civita Editore.
  10. Dopo la rapida ritirata dei borbonici si diffuse a Roma la battuta riferita a Re Ferdinando IV Borbone di Napoli: "in pochi dì, venne, vide e fuggì"; in Indro Montanelli, Mario Cervi, "Due secoli di guerre", Vol. II, Editoriale Nuova, Novara, 1980-1983, Pag. 82.
  11. Anna Maria Rao, La Repubblica napoletana del 1799 (PDF), Napoli, FedOAPress, 2021, pp. 22-23, ISBN 978-88-6887-098-0.
  12. Harold Acton, p. 650.
  13. Harold Acton, p. 661.
  14. Harold Acton, pp. 668-668.
  15. Harold Acton, p. 672.
  16. Harold Acton, pp. 657-658.
  17. Harold Acton, p. 707.
  18. Franco Martina, Non dimenticate il 1799 e la Leonessa di Puglia, su Giornalemio.it, 28 settembre 2024. URL consultato il 29 settembre 2024.
  19. Harold Acton, p. 609.
  20. Harold Acton, pp. 700-701.
  21. Charles Gallois, Murat, pag. 227, Fratelli Melita Editori, Genova 1990
  22. 1 2 3 4 5 S.M. Ferdinando I, Re delle Due Sicilie – Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, su realcasadiborbone.it. URL consultato il 29 agosto 2025.
  23. Da sinistra a destra: Maria Teresa, il futuro Francesco I, re Ferdinando, Maria Carolina d'Asburgo-Lorena che tiene Maria Cristina, Gennaro (morto nel 1789), Maria Amalia fra le braccia di Luisa Maria Amalia; il settimo figlio della coppia reale nacque morto durante la fase di preparazione del ritratto. L'artista dipinse un velo sopra il bambino già nella culla, che era stata chiaramente visibile nel modello.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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Predecessore Re delle Due Sicilie Successore
Titolo creato 18161825
Ferdinando I
Francesco I

Predecessore Re di Napoli Successore
Carlo VII 1759 - 1799
Ferdinando IV
Repubblica Partenopea I
Repubblica Partenopea 17991806
Ferdinando IV
Governo napoleonico di Giuseppe Bonaparte II
Governo napoleonico di Gioacchino Murat 18151816
Ferdinando IV
Titolo unito alla corona delle Due Sicilie III

Predecessore Re di Sicilia Successore
Carlo III (V) 17591816
Ferdinando III
Titolo unito alla corona delle due Sicilie

Predecessore Erede al trono di Napoli Successore
Filippo, principe ereditario Principe ereditario
1752 - 1759
Francesco, principe ereditario

Predecessore Erede al trono di Sicilia Successore
Filippo, principe ereditario Principe ereditario
1752 - 1759
Francesco, principe ereditario

Predecessore Pretendente alla corona di Napoli Successore
Sé stesso come sovrano 1799
Ferdinando IV
Sé stesso come sovrano I
Sé stesso come sovrano 18061815
Ferdinando IV
Sé stesso come sovrano II
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