Collezione Farnese

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Particolare di palazzo Farnese a Roma: al centro lo stemma papale di Paolo III, a sinistra quello di Alessandro il Giovane, a destra quello di Ottavio Farnese.

La collezione Farnese è una collezione di opere d'arte risalente al periodo rinascimentale, una delle più importanti d'Italia e d'Europa, frutto di un mecenatismo e un collezionismo imperituro, durato dirca due secoli, dalla metà del XVI al primo quarto del XVIII secolo, di diversi esponenti della famiglia, su tutti i cardinali Alessandro e Odoardo Farnese.[1]

La collezione si diramò tra le corti di Roma, Parma e Piacenza fin quando gran parte dei pezzi della raccolta non furono riuniti e trasferiti per volere di Carlo di Borbone, a partire dal 1734, a Napoli. L'elenco delle opere è particolarmente vasto e spazia in ogni settore artistico, comprendendo pitture, sculture, sia artistiche che archeologiche, disegni, libri, bronzi, arredi, cammei, monete, medaglie e altro ancora.[2]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Gli inizi della collezione sotto il papato di Paolo III (1542-1549)[modifica | modifica wikitesto]

Il palazzo Farnese di Roma[modifica | modifica wikitesto]

La ricostruzione degli eventi storici che hanno portato alla nascita e allo sviluppo della collezione Farnese sono pressoché tutti risalenti al XVII e XVIII secolo.[3] Ad ogni modo la collezione nacque allorquando papa Paolo III (1468-1549) iniziò commissionare e raccogliere tramite doni e acquisizioni, dal 1542 in poi, dipinti e sculture di alcuni dei più illustri artisti dell'epoca, nonché reperti dell'antichità che di volta in volta si rinvenivano nei cantieri di Roma.[3]

Le intere raccolte erano inizialmente disposte nel palazzo Farnese sito in campo de' Fiori a Roma, voluto dallo stesso papa nel 1495 e terminato nella costruzione intorno al 1540. Non si dispongono tuttavia di notizie certe circa la sistemazione delle opere nell'edificio durante la sua edificazione, ritenuto in origine essere dimora di Pier Luigi, duca di Castro e figlio di Paolo III, poi abitato a partire dal 1544 anche dal figlio di Pier Luigi, Ranuccio Farnese, detto il cardinalino di Sant'Angelo, mentre il fratello di quest'ultimo, Alessandro, abitava il vicino palazzo della Cancelleria.[3]

Di certo si sa che fino alla morte di Paolo III, avvenuta nel 1549, il palazzo ebbe un incessante arricchimento di pezzi della collezione, dove oltre a un primo gruppo di opere commissionate dalla famiglia, su tutte alcune di Tiziano e di Guglielmo della Porta, col tempo la collezione si arricchirà prevalentemente di pezzi provenienti da donazioni o acquisizioni da altre raccolte, frutto dell'attento mecenatismo degli esponenti Farnese.[1][4]

Le commesse del cardinale Alessandro a Tiziano[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1542 e il 1546 avvengono le prime grandi commesse pittoriche: Tiziano fu infatti chiamato dal cardinale Alessandro il Giovane in terra emiliana alla corte papale, il quale nel frattempo era impegnato a stilare un accordo di pace con l'imperatore Carlo V d'Asburgo, per eseguire diversi ritratti della famiglia, tra cui quello a Ranuccio Farnese (1542) a Paolo III, con (1543) e senza camauro (1545 ca.), nonché il Ritratto del cardinale Alessandro Farnese.[5] In questi anni il papa era molto attivo politicamente anche e soprattutto nei suoi luoghi di origine, quindi a Parma e Piacenza, tant'è che nel 1545 operò il distacco definitivo delle due città dal ducato di Milano, costituendo un nuovo ducato autonomo nei confronti dello Stato Pontificio, nominando duca il figlio, Pier Luigi Farnese.[5]

Tiziano fu chiamato dai Farnese per eseguire alcuni ritratti di famiglia con la promessa tacita di assecondare una volontà del pittore veneziano, ossia quella di far ottenere per suo figlio Pomponio, l'abbazia di San Pietro in Colle, nella diocesi di Ceneda (attuale Vittorio Veneto).[5] Tuttavia, nonostante i lavori svolti da Tiziano, a cui si aggiunsero anche altri dipinti realizzati durante un breve soggiorno a Roma, alla corte dei Farnese, dove compì la Danae (1545), il Ritratto di Paolo III con i nipoti Ottavio e Alessandro Farnese (1545-46), il maestro non riuscì a ottenere i privilegi per il figlio sperati, che infatti ottenne solo una modesta curia nel Veneto.[5]

I primi ritrovamenti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

Oltre alle primissime commesse avanzate a Tiziano, il nucleo di opere che inizialmente costituì la colonna portante della raccolta fu quello dei reperti di natura archeologica-classica, un po' rinvenuti durante gli scavi romani che si andavano sviluppando all'epoca, un po' frutto di acquisizioni da altre raccolte; tra queste segnalano.[3]

Al 1537 le acquisizioni della collezione di busti e statue antiche dalla collezione del cardinale Cesi, al 1545 gli scavi nella fabbrica di San Pietro delle terme di Caracalla, grazie ai quali rinvennero alcuni dei pezzi più noti delle sculture classiche della collezione, come il Supplizio di Dirce, l'Ercole Farnese e l'Ercole Latino (i primi due oggi al Museo archeologico di Napoli, il terzo alla Reggia di Caserta), al 1541 risalgono i prelevamenti dalla collezione di Ascanio Colonna dei due Daci prigionieri (oggi al MAN di Napoli), al 1547 il busto colossale di Giulio Cesare (oggi al MAN di Napoli), rinvenuto durante gli scavi del foro di Traiano e i piedistalli delle colonne del tempio di Adriano sito in piazza della Pietra (oggi al MAN di Napoli), al 1546 risale invece l'acquisto da parte di Ottavio Farnese della collezione Sassi, da cui è pervenuto un Apollo (oggi al MAN di Napoli).[3][4][6]

Dopo la morte di Paolo III (avvenuta nel 1549) l'espansione della collezione fu interessata da un iniziale rallentamento dovuto anche al minore potere politico che ebbe la famiglia negli anni immediatamente successivi alla scomparsa del papa; infatti nel 1551 i Farnese vennero messi al bando e dichiarati "ribelle" da papa Giulio III in quanto aveva precedentemente trovato accordi di protezione politica con i re di Francia.[4]

Le raccolte dei nipoti Ranuccio, Alessandro e Ottavio Farnese (1549-1590)[modifica | modifica wikitesto]

Le sculture antiche[modifica | modifica wikitesto]

Un primo inventario delle sculture antiche presenti nella collezione Farnese romana venne redatto nel 1550, il cosiddetto inventario Aldrovandi, e pubblicato nel 1556, dove sono segnalate e descritte le ubicazioni di gran parte dei pezzi oggi confluiti al Museo archeologico nazionale di Napoli.[4]

Intanto il cardinale Alessandro Farnese continuava ad arricchire la sua dimora del palazzo della Cancelleria con pezzi archeologici che acquistava per sé, come quelli provenienti dalla collezione Del Bufalo, che acquistò nel 1562 e che consentì l'ingresso nella raccolta all'Atlante che porta il mondo e il puteale, cosiddetto Atlante Farnese, a un Apollo in basalto, che dopo restauri settecenteschi diverrà l'Apollo citaredo,[7] e l'Eros Farnese (tutte e tre le sculture oggi al MAN di Napoli).[4][6] Queste opere vennero poi successivamente trasferite in un momento non noto, entro gli ambienti di palazzo Farnese, allorquando un'ala dell'edificio fu destinata ad ospitare gli appartamenti privati del "cardinal nipote".[6]

Negli anni successivi vi furono altri due inventari, uno redatto nel 1566, un anno dopo la morte di Ranuccio Farnese, e un altro nel 1568, quando ormai la collezione e il palazzo di campo de' Fiori erano già da due anni interamente affidati alle sorti del cardinale Alessandro il Giovane, che si ricorda era fratello di Ranuccio, primogenito di Pier Luigi Farnese e nipote di papa Paolo III.[6][8] I due inventari, più che a mostrare le "differenze" tra l'uno e l'altro catalogo, che di fatto non sono sostanziali in quanto le raccolte di Alessandro erano state trasferite nella residenza di Ranuccio già prima della redazione del primo dei due elenchi, sono utili per comprendere quelle che erano le disposizioni nelle sale del complesso.[8]

Le sculture antiche, tra cui l'Ercole Farnese, quello Latino e la Flora Farnese, erano disposte tra le arcate del cortile interno del complesso, nel salotto dell'ala destra del primo piano, destinata agli appartamenti del cardinale Alessandro, che sarà poi sala degli imperatori, erano invece disposti i busti dei consolari e imperatori romani e le sculture della Venere con l'Amorino Farnese e dell'Eros, mentre nel salone grande al primo piano erano i due Daci prigionieri ai lati della porta d'ingresso e, entro nicchie della sala, diverse sculture, tra cui l'Antinoo Farnese, già in collezione Chigi, e la statua di Minerva. Altri pezzi frammentari o da restaurare erano invece collocati nella rimessa, dov'era inizialmente anche il Toro Farnese, che per la sua mole era di difficile collocazione e pertanto esposto senza giusta dignità in quest'ambiente, ma che successivamente trovò spazio nei giardini del palazzo. Tra le statue antiche, che costituivano il nucleo portante della collezione fino a quel momento, le uniche opere contemporanee rimanevano i due busti commissionati a Guglielmo della Porta ritraenti papa Paolo III, entrambi del 1546-47.[6][5]

Acquisizioni da altre collezioni preesistenti si ebbero anche a partire dagli anni '70 del Cinquecento, allorché Alessandro il Giovane ebbe in dono da tal Andrea Gerardi, che possedeva lotti di terra vicino porta San Lorenzo, diversi sarcofagi di epoca romana finemente fregiati, che trovarono collocazione nel giardino della villa Farnesina, già di proprietà di Agostino Chigi e acquistata dal cardinale Alessandro nel 1580. Intorno al 1578 risale invece l'acquisto di una collezione di medaglie dal cardinale Mocenigo, mentre nel 1581 entrò in possesso di alcuni pezzi della collezione del cardinale Bembo, messa in vendita dal figlio di questi, tra cui una testa di Antinoo che fu ricollocata sul corpo di un Doriforo e collocata nella galleria dei Carracci del palazzo Farnese.

Un importante arricchimento della raccolta di antichità si ebbe poi con la morte di Margherita d'Austria, moglie di Ottavio Farnese, proprietaria della villa Madama, la quale alla sua scomparsa (nel 1586) lasciò al marito (che di lì a poco sarebbe morto anch'egli) l'edificio monumentale con anche tutte le collezioni in esso custodite, quindi quella dei reperti archeologici, tra cui il Gruppo dei Tranniciti Armodio e Aristogitone (oggi al MAN di Napoli), un Diadomene di Policleto (oggi al British di Londra) una Venere accovacciata (oggi al MAN di Napoli), un Bacco (oggi al MAN di Napoli), una collezione di arazzi e altri pezzi ancora.[9] Con questo lascito iniziò anche a formarsi la preziosa raccolta di gemme con pezzi provenienti dalle collezioni quattrocentesche del pontefice papa Paolo II e di Lorenzo il Magnifico, da cui pervenne la nota Tazza Farnese.[9]

Le arti decorative e le opere pittoriche[modifica | modifica wikitesto]

Tavola Farnese

Tra le arti decorative, che comunque non erano in secondo piano per la famiglia, si segnalano le commesse del gran cardinale Alessandro, di cui una, avvenuta intorno al 1548, è la cassetta Farnese, terminata nel 1561, oggi al Capodimonte di Napoli, i cui cristalli furono intagliati in quell'anno da Manno Sbarri e Giovanni Bernardi, quest'ultimo il più famoso incisore del tempo,[10] mentre un'altra é invece la grande tavola (3,95x1,80 m) a intarsi marmorei da collocare al centro del salone centrale del palazzo, dove vi rimase fino al XVIII secolo (oggi al MET di New York).[11] Quest'ultima, databile al 1570 in considerazione del fatto che le tre mensole marmoree su cui poggiano i piedi sono decorati con gli stemmi di Alessandro il Giovane e non con quelli di Ranuccio Farnese, che quindi era presumibilmente già morto, e inoltre in quanto non trova citazione nei due inventari del 1566 e del 1568, risulta essere uno dei pezzi d'arredo più notevoli della collezione pervenuto oggi, assieme alla cassetta Farnese.[11]

Sotto il profilo pittorico la collezione si arricchì di opere di Giulio Clovio, chiamato da Alessandro il Giovane e ospitato nel palazzo Farnese romano già dal 1541 e fino alla sua morte (avvenuta nel 1578) per realizzare alcune opere, tra cui le decorazioni nel Libro delle ore (oggi al Pierpont Morgan Library di New York) e nel contempo per la propria consulenza su acquisti di pezzi d'arte.[11] Al 1549 risale invece la commissione a Marcello Venusti di realizzare una copia (oggi al Museo di Capodimonte di Napoli) del Giudizio Universale di Michelangelo, divenuta nota perché riprendente la composizione originale pensata dall'artista fiorentina, quindi prima degli adeguamenti che compirà Daniele da Volterra, chiamato in causa per effettuare le coperture dei nudi dei personaggi raffigurati.[11] Giulio Clovio divenne anche il punto di contatto tra la famiglia papale ed El Greco, che giunse a Roma intorno al 1570 e che una volta entrato in contatto con i Farnese eseguì per loro diverse opere, tra cui il Ritratto di Giulio Clovio con il libro delle ore e il Ragazzo che soffia su un tizzone acceso (oggi entrambe a Capodimonte) e la Guarigione del cieco (oggi alla Galleria nazionale di Parma).[11]

Oltre a commesse dirette, i Farnese si distinsero anche per la loro sensibilità verso il mecenatismo, infatti non mancarono anche in campo pittorico acquisti in blocchi di quadri da collezioni preesistenti che venivano messe in vendita o che venivano donate ai nobili farnesiani.[12] Tra queste vi fu nel 1573 il lascito del maggiordomo di casa, Ludovico Tedesco, che stabilì nel testamento una selezione di opere da far scegliere al cardinale Alessandro per includerle nella propria collezione, quella del 1587 che consentì al cardinale di acquistare per 500 scudi tutta la collezione di disegni di Tommaso de' Cavalieri, tra gli intimi amici di Michelangelo, di cui possedeva anche alcuni schizzi.[12] Altri dipinti risultavano poi in un inventario del 1587 nella "guardarobba" di Ranuccio Farnese, pervenuti nel palazzo romano per il tramite di Ottavio o dello stesso Ranuccio, dove vengono elencati una quarantina di dipinti, fra cui il Ritratto di Galeazzo Sanvitale del Parmigianino.[13]

Gli ultimi anni del Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi dell'ultimo decennio del XVII secolo, tra i lasciti di papa Paolo III, nonché le acquisizioni di Alessandro il Giovane e le eredità di Ottavio, la famiglia Farnese vantava una notevole collezione di pitture, una ricca raccolta di antichità, probabilmente tra le più importanti dell'epoca, nonché diversi possedimenti nello Stato Pontificio, quasi tutti, almeno per quelli di ambito romano, commissionati dal Gran Cardinale.[3] Si registrano quindi il palazzo Farnese di Roma, il palazzo Farnese di Caprarola (residenza personale di Alessandro), la villa Farnesina, villa Madama, palazzo della Cancelleria (altra residenza del cardinale) e gli orti farnesiani del Palatino, la Rocca di Ischia di Castro, il Palazzo Farnese di Gradoli, il Palazzo Farnese di Latera, il palazzo Farnese di Piacenza, il palazzo della Pilotta di Parma (costruito da Ottavio), il Palazzo Farnese di Ortona, e altri ancora.[3]

Morti i tre figli di Pier Luigi Farnese, nipoti di Paolo III, Ranuccio, nel 1565, all'età di 35 anni, Ottavio, nel 1586 e il cardinale Alessandro, nel 1590, la collezione Farnese passò a Odoardo, che seguiva le opere conservate a Roma, e al fratello Ranuccio I, IV duca di Parma e Piacenza (entrambi figli di Alessandro, III duca di Parma e Piacenza, e nipoti di Ottavio), il quale seguiva le opere che venivano collezionate nelle dimore del ducato.

La collezione sotto il duca Alessandro e il cardinale Odoardo Farnese (prima metà del XVII secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Le commesse del cardinale Odoardo ai Carracci[modifica | modifica wikitesto]

Il camerino Farnese. In alto una copia dell'Ercole al bivio di Annibale Carracci (l'originale è al Museo di Capodimonte, Napoli).

Tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, la collezione cominciò ad includere sia nella dimora romana che in quelle di Parma e Piacenza, grazie anche ai contributi di Alessandro Farnese, duca di Castro, altro nipote di Paolo III e figlio di Ottavio, opere di Raffaello, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Guglielmo Della Porta, Michelangelo, El Greco e di altri artisti. Odoardo, figlio di Alessandro, fu invece particolarmente attivo al palazzo di Roma, dove commissionò quello che diverrà uno dei cicli pittorici più importanti della storia dell'arte, che spalancò le porte alla corrente barocca, ossia la Galleria dei Carracci, dove Annibale e Ludovico con la loro bottega eseguirono cicli di affreschi con gli Amori degli dei (1597-1607), e altre opere come i cicli di affreschi nel camerino Farnese, dedicati alle gesta di suo padre, con al centro della volta la tela dell'Ercole al bivio (oggi al Capodimonte di Napoli).[12] I lavori di arricchimento del palazzi voluto dal cardinale Odoardo interessarono anche le mura perimetrali dello stesso edificio: questi infatti volle un'espansione sul lato tra via Giulia e il Tevere che, mediante un ponte interno al corpo di fabbrica, cosiddetto ponticciolo Farnese, il palazzo di famiglia venisse collegato ad un altro edificio fatto costruire intorno al 1603 su richiesta dello stesso cardinale, utile per ospitare i suoi appartamenti privati, cosiddetto palazzetto Farnese, poi distrutto nel 1870 a seguito della risistemazione urbanistica di quell'area.

Pietà, Annibale Carracci

Tra le commesse/acquisti più rilevanti di Odoardo vi fu poi la scultura allegorica, sempre dedicata al padre, raffigurante Alessandro vittorioso sull'eresia, di Simone Moschino, un tempo esposta nel salone del palazzo Farnese (oggi alla Reggia di Caserta), e una serie di pitture di scuola bolognese che costituiscono, assieme alle primissime commesse di Tiziano e ad alcune opere provenienti dalla raccolta Orsini, il nucleo pittorico più importante della collezione.[14] Di Annibale Carracci erano lo Sposalizio mistico di santa Caterina (oggi al Capodimonte), un Cristo incoronato di spine (oggi al Museo di Bologna), un San Pietro, una Visione di sant'Eustachio (entrambi a Napoli), una Venere con satiro e degli amorini e il Cristo e la Cananea (oggi alla Galleria di Parma).[14] Nell'ala del complesso ricadente nel nuovo palazzetto Farnese, invece, gli inventari dell'epoca riportavano altre opere di scuola bolognese: sempre di Annibale Carracci era il Rinaldo e Armida (oggi a Capodimonte) e la Diana e Atteone (oggi ai Musei reali di Bruxelles), di Agostino Carracci erano invece il Triplo ritratto di Arrigo peloso, Pietro matto e Amon nano (oggi a Capodimonte) e un Ratto d'Europa.[14] A questa fase si riconduce anche la commessa da parte di Odoardo della Pietà di Annibale Carracci, oggi al Museo di Capodimonte di Napoli, che, seppur rimane ignota la sua originale ubicazione, risulta essere tra i massimi capolavori dell'artista e più in generale della pittura barocca italiana.[14]

Le acquisizioni di altre collezioni[modifica | modifica wikitesto]

Vi furono nel contempo alle commesse di Odoardo, altre importanti acquisizioni da raccolte esterne, come quella di Giangiorgio Cesarini, marito dell'unica figlia naturale del cardinale Alessandro il Giovane, Clelia Farnese, la cui collezione fu acquistata per 5.000 scudi nel 1593, grazie alla quale confluirono nel palazzo diciassette teste di filosofi, rinvenute durante gli scavi delle terme di Diocleziano nel 1576, un Oceano sdraiato, un Satiro e Dionisio bambino e, soprattutto, la nota Venere Callipigia (tutte oggi confluite al MAN di Napoli).[12]

Un'altra acquisizione notevole fu quella che pervenne grazie al lascito ereditario di Fulvio Orsini, che donò alla sua morte, nel 1600, gran parte della sua raccolta al cardinale Odoardo.[3] Fulvio Orsini era bibliotecario di casa Farnese, studioso, di personalità molto colta e importante collezionista d'arte, che alloggiava al secondo piano del palazzo Farnese, dove vi rimase fino alla sua morte.[12] Nel 1554 risultava al servizio di Alessandro il Giovane, anche se di fatto lavorava per il cardinale Ranuccio.[12] Alla morte di Ranuccio i suoi servigi passarono al Gran cardinale e seppur rimase formalmente con l'incarico di bibliotecario, la stima che la famiglia ebbe di lui lo portò a divenire il conservatore ufficiale della collezione Farnese e consigliere degli acquisti.[12] La collezione Orsini si componeva di 400 pietre incise, 150 iscrizioni, 58 busti, 70 monete d'oro, circa 1900 monete d'argento, più di 500 di bronzo, 113 tra dipinti e disegni, più svariati oggetti di antiquariato, per un valore totale stimabile a 13.500 scudi.[12] Tra i dipinti lasciati alla collezione Farnese vi erano numerosi eseguiti da nomi autorevoli, tra cui il Ritratto di Giulio Clovio con il libro delle ore di El Greco (oggi al Capodimonte di Napoli), l'Autoritratto di Sofonisba Anguissola (oggi a Capodimonte), la Partita a scacchi della stessa autrice (oggi al Museo di Poznan), i due Ritratti di Clemente VII di Sebastiano del Piombo (oggi a Capodimonte), il Ritratto di Francesco Gonzaga di Andrea Mantegna (oggi a Capodimonte), due ritratti di Daniele da Volterra (di cui uno alla Galleria di Parma e un altro al Capodimonte di Napoli.[12] Nella collezione erano annoverate anche opere di Giovanni Bellini, Raffaello, Giorgione, Giulio Romano, Rosso Fiorentino, di cui il Ritratto di giovane seduto con tappeto, e altri maestri del Rinascimento italiano.[12]

Ulteriori acquisizioni si ebbero poi a partire dal primo decennio del Seicennio, in occasione di alcune requisizioni fatte dai Farnese avverso famiglie "ribelli", che hanno consentito l'approdo nella raccolta di opere come la Madonna della Gatta di Giulio Romano, e lo Matrimonio mistico di santa Caterina d'Alessandria del Correggio (entrambe oggi a Capodimonte), già in collezione Sanseverino, o come quelle provenienti dalla famiglia Masi, su tutte le due tele di Peter Brueghel il Vecchio del Misantropo e della Parabola dei ciechi (entrambe a Capodimonte).[13]

L'oblio del ramo Farnese di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Odoardo fu l'ultimo esponente del casato a occupare il palazzo Farnese di Roma, giacché alla sua morte, avvenuta nel 1626, l'edificio cadde in oblio, con il ramo della famiglia che più costituiva il suo gruppo "forte" oramai tutta stabilmente impegnata nel ducato di Parma e Piacenza.[3][14] Il palazzo fu quindi addirittura dato in fitto a stranieri, tra cui nel 1636 al cardinale di Lione Alphonse de Richelieu.[3]

Al 1641, al 1644 e al 1653 risalgono tre inventari della collezione farnesiana che, oltre a elencare in maniera puntuale tutti i possedimenti della famiglia, a differenza di quelli del 1566 e del 1568, risultano essere anche i primi veri e propri inventari completi, riportanti anche i beni pittorici facenti parte della collezione.[14]

Il trasferimento a Parma della collezione pittorica romana (metà del XVII secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Quello del 1644 risulta un inventario cruciale anche perché congelava a quel momento lo status quo della collezione, prima del trasferimento delle raccolte a Parma, giacché a partire proprio dalla metà del XVII secolo, Ranuccio II Farnese trasferendo l'intero nucleo di dipinti presenti a Roma nelle proprietà di famiglia in terra emiliana, nel palazzo del Giardino e poi nel palazzo della Pilotta, determinerà una mescolanza di opere che, anche a causa di documentazione poco puntuale, diverrà poi difficile da ricostruire.[14]

Il trasferimento delle raccolte pittoriche romane avvenne anche a seguito di rivolte nella città papale che manifestarono tra le altre cose sentimenti anti Farnese.[14] Da lì a pochi anni dell'intera collezione Farnese distribuita per le proprietà della famiglia rimase fuori dalla nuova sede emiliana solo l'insieme di sculture antiche rinvenute a Roma, anche perché erano difficili da trasferire, e qualche sporadico dipinto, come l'Ercole al bivio di Annibale Carracci, che rimasero tutte nel palazzo romano.

Le opere databili alla seconda metà del Seicento presenti nella collezione, come quelle di Spolverini e di Denys, sono tutte riconducibili alle commesse avanzate dagli esponenti della famiglia stanziati tra Parma e Piacenza, quindi dal generale Alessandro e da Ranuccio II Farnese.

Il trasferimento a Napoli delle collezioni di Parma e Roma (1734-1815)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1731, morto senza eredi Antonio Farnese, ultimo esponente del ramo maschile della dinastia, il ducato entrò a far parte dell'Impero Spagnolo in virtù del trattato della guerra della Quadruplice Alleanza, così il patrimonio transitò dalla nipote Elisabetta, consorte di Filippo V di Spagna, ultima diretta discendente della famiglia, al figlio Carlo di Borbone, nuovo duca di Parma e Piacenza. Scoppiata la guerra di successione polacca tra la Spagna e l'Austria, nel febbraio 1734 Carlo partì alla conquista borbonica delle Due Sicilie e vista la vicina presenza delle truppe imperiali austriache e quelle alleate franco-sarde, nel lasciare Parma, mise in sicurezza i suoi averi disponendo il trasferimento dei beni farnesiani a Genova in attesa di rientrare nella città emiliana in momenti più favorevoli. La collezione venne definitivamente dirottata a Napoli successivamente ai trattati di pace che decretavano la rinuncia al titolo di duca di Parma per diventare re di Napoli. Il trasferimento delle opere venne completato tra il 1735 e il 1739. Furono inclusi in questo viaggio anche le gemme e la biblioteca farnesiana, portate nel palazzo reale di Napoli nel 1736. Nella capitale del regno Carlo intanto ordinò l'edificazione di una «lustre dimora» che servisse come sede delle opere. Nacque la reggia di Capodimonte, ideata dunque unicamente a tale fine e solo successivamente utilizzata dai sovrani francesi, nel corso del decennio 1806-1815, come residenza reale.[2]

Il diritto a trasferire i beni fu riconosciuto a Carlo dai preliminari al trattato di pace di Vienna, conclusi nel 1735. Non tutti i beni di proprietà del sovrano lasciarono Parma: nel 1738 costituì motivo di attrito tra Napoli e Vienna il rifiuto austriaco di permettere il trasferimento da Colorno di due grandi statue in basalto raffiguranti Ercole e Bacco, rinvenute negli orti Farnesiani a Roma ai tempi di Francesco Farnese e depositate nello studio dello scultore Giuliano Mozzani per un restauro fino ad allora incompiuto. Le iniziali proteste di Carlo cessarono poiché la corte spagnola le ritenne diplomaticamente non convenienti.[15]

La grave perdita che subì la città di Parma fu talmente forte che negli anni successivi il nuovo duca Filippo I proibì l'alienazione di diverse opere cittadine (come la Madonna di San Girolamo del Correggio)[16] ed istituì l'accademia di Belle Arti, iniziando in questo modo una ripresa artistica utile per donare nuovo splendore alla corte emiliana.

Scorcio della collezione Farnese di sculture antiche al MAN di Napoli.

Il trasferimento della collezione Farnese venne poi completato solo cinquantaquattro anni dopo, quando re Ferdinando IV decise di spostare a Napoli anche la collezione romana della famiglia, costituita essenzialmente da sculture e reperti archeologici conservati tra palazzo Farnese di campo de' Fiori, villa Farnesina e gli Orti Farnesiani. Anche questo trasferimento, avvenuto tra il 1786 ed il 1788, suscitò non poche perplessità nella capitale pontificia: vi furono infatti forti proteste e opposizioni sollevate da parte di papa Pio VI, che provò a tenere in loco la collezione scultorea.

Negli anni successivi, durante i vari tumulti che visse il regno di Napoli, in occasione dell'instaurazione della Repubblica napoletana del 1799 e della successiva dominazione francese di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat (1806-1815) in occasione delle diverse fughe del re a Palermo era abitudine di questi portare con sé alcune opere della collezione, quelle ritenute più prestigiose, evitando così la loro spoliazione.[17] Ebbero questa sorte i dipinti di Tiziano Danae, Paolo III con i nipoti e Paolo III a capo scoperto così come anche alcune opere archeologiche del Real museo borbonico nonché le gemme farnesiane del palazzo reale.[17]

Tornato il re a Napoli grazie alla restaurazione del regno borbonico, queste stesse opere furono poi riportate nuovamente nella capitale del regno e conservate temporaneamente tutte (anche i dipinti) nella sala del "Gabinetto Segreto" del Real museo, in attesa della definitiva allocazione.[2]

Dall'Unità d'Italia a oggi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'Unità d'Italia, il nome del palazzo dei regi studi venne cambiato in "museo nazionale" e solo nel 1957 venne distaccata la pinacoteca dall'edificio e risistemata assieme ad altre opere ed oggetti d'arte medievali e moderni nella reggia di Capodimonte. La biblioteca farnesiana invece, è confluita nella biblioteca nazionale del palazzo reale. Intanto nei primi decenni del Novecento 138 dipinti della collezione Farnese furono restituiti a Parma e Piacenza come risarcimento delle presunte usurpazioni operate da Carlo di Borbone due secoli prima.[18] Secondo lo storico del Novecento Michelangelo Schipa, tuttavia, lo spostamento della collezione, descritta come «salutare rapina», assicurò la salvaguardia della stessa dai pericoli della guerra che stava per investire anche il ducato di Parma in quegli anni, nonché la permanenza in Italia dei beni farnesiani che, altrimenti, sarebbero finiti in possesso dei nuovi proprietari del ducato emiliano, ossia agli austriaci.[19]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Gran parte della collezione Farnese è oggi esposta a Napoli, in tre distinti complessi: al Museo archeologico, a quello di Capodimonte e al Palazzo Reale. Altre opere sono invece esposte nella reggia di Caserta, nel Museo civico e nel Collegio Alberoni di Piacenza, nella Galleria nazionale di Parma, nella Pinacoteca di Bologna, nel British Museum di Londra[20], nella National Gallery of Art di Washington ed in altri musei sparsi per il mondo.

La collezione del Museo archeologico è costituita prevalentemente da sculture romane ospitate per lungo tempo nel palazzo Farnese di Roma, nella villa Farnesina e negli Orti Farnesiani del Palatino. Altri oggetti d'antiquariato provengono da Parma o da Roma acquisiti da altre raccolte (come ad esempio la Tazza Farnese).[21]

La collezione di Capodimonte è invece costituita essenzialmente da pitture del Rinascimento emiliano e romano e da pitture fiamminghe raccolte essenzialmente a Roma, poi spostate nella metà del Seicento quasi tutte a Parma, dapprima nel palazzo del Giardino e poi in quello della Pilotta (prima dell'ultimo trasferimento a Napoli avvenuto a partire dal 1734). Nella reggia si conserva dunque quello che è il nucleo più corposo e rilevante della collezione pittorica Farnese. Vi sono altresì custoditi ulteriori reperti come porcellane, ceramiche, piatti, utensili da cucina, armature, argenti, arazzi e oreficerie[13].

Nel Palazzo Reale di Napoli vi sono poi altre opere farnesiane, come quelle nella sala XVIII, dedicata alla pittura emiliana; l'ala della residenza reale che costituisce la biblioteca nazionale ospita invece i testi librari della biblioteca farnesiana.

I dipinti che "nascono" nel palazzo Farnese di Roma riportano sul retro della tela il sigillo in ceralacca grigio con il giglio dei Farnese, mentre quelli che "nascono" dalle collezioni di Parma e Piacenza hanno il sigillo di colore rosso.[22]

Elenco[modifica | modifica wikitesto]

Archeologia (non esaustiva)[modifica | modifica wikitesto]

Caracalla Farnese, dettaglio (foto di Paolo Monti, 1969).

Dipinti e disegni (non esaustiva)[modifica | modifica wikitesto]

Indice
0 - 9 A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z ?
Ritratto di Ranuccio I, Cesare Aretusi
Allegoria fluviale, Annibale Carracci
Angelo custode, Domenichino
Assunzione della Maddalena, Giovanni Lanfranco
Cristo alla colonna, Il Moretto
San Giorgio sconfigge il drago, Lelio Orsi

A[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Albani
Giulio Cesare Amidano
Sofonisba Anguissola
Michelangelo Anselmi
Cesare Aretusi

B[modifica | modifica wikitesto]

Jacob de Backer
Sisto Badalocchio
Giovanni Bellini
Jacopo Bertoia
Joachim Beuckelaer
Giovan Francesco Bezzi
  • Sacra Famiglia con san Giovanni Battista e santa Caterina d'Alessandria, ante 1551, olio su tavola, 83×67 cm, Museo di Capodimonte, Napoli
Herri met de Bles
Sandro Botticelli
Brescianino
Hendrick van den Broeck
Agnolo Bronzino
Pieter Brueghel il Giovane
Pieter Bruegel il Vecchio

C[modifica | modifica wikitesto]

Luca Cambiaso
Agostino Carracci
Annibale Carracci
Ludovico Carracci
Cigoli
Giulio Clovio
Correggio
Giulio Cromer
  • Circoncisione di Gesù, prima metà del XVII secolo, olio su tela, 305×278 cm, Palazzo Reale, Napoli

D[modifica | modifica wikitesto]

Jacob Denys
  • Il Tempo mostra il ritratto di Ranuccio II alle figure allegoriche di Parma, Piacenza e Castro, 1662-1670 circa, olio su tela, 232×182 cm, Galleria nazionale, Parma
  • Ritratto di Ranuccio II Farnese duca di Parma, 1680 ca., olio su tela, 189,7×115,7 cm, Galleria nazionale, Parma
  • Ritratto di Ranuccio III Farnese duca di Parma, 1680, olio su tela, 90×74 cm, Palazzo Reale, Napoli
Michele Desubleo
Domenichino
Battista Dossi e Dosso Dossi
Dosso Dossi
Giovanni Evangelista Draghi

F[modifica | modifica wikitesto]

Sebastiano Filippi

G[modifica | modifica wikitesto]

Raffaellino del Garbo
Gervasio Gatti
  • Ritratto di Ottavio Farnese, figlio di Ranuccio I, 1565-1570, olio su tela, 155×90 cm, Palazzo comunale, Parma
Camillo Gavasetti
Johann Gersmueter
El Greco
Guercino

I[modifica | modifica wikitesto]

Ignoto
  • Donna che si pettina (o Allegoria della Vanitas), ambito settentrionale, seconda metà del XVI secolo, olio su tela, 100×86 cm, Palazzo Reale, Napoli
  • Ritratto del cardinal Ranuccio, XVI secolo, olio su tavola, 47,7×34,1 cm, Reggia di Caserta
  • Costruzione del ponte sulla Schelda, attr. a ignoto fiammingo, 1584 circa, tempera grassa su tavola, 52×289,5 cm, Galleria nazionale, Parma
  • Ritratto di Margherita Aldobrandini, attr. a ignoto parmense, post 1622 circa, olio su tela, 149×105,5 cm, Fondazione Cariparma, Parma
  • Ritratto di Ranuccio I, attr. a ignoto parmense, post 1622 circa, olio su tela, 149×105,5 cm, Fondazione Cariparma, Parma
  • Battaglia, 1686-1688, olio su tela, 245×306 cm, Fondazione Cariparma, palazzo del Museo archeologico di Napoli

L[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Lanfranco
Lorenzo Lotto

M[modifica | modifica wikitesto]

Gian Francesco de' Maineri
Andrea Mantegna
Tommaso Manzuoli
Masolino da Panicale
Girolamo Mazzola Bedoli
Girolamo Mirola (?)
Il Moretto
Anthonis Mor

O[modifica | modifica wikitesto]

Lelio Orsi

P[modifica | modifica wikitesto]

Parmigianino
Giovan Francesco Penni
Pietro Perugino
Callisto Piazza
Sebastiano del Piombo
Pontormo
Il Pordenone
Scipione Pulzone

R[modifica | modifica wikitesto]

Raffaello
Raffaello e Giovan Francesco Penni
Giovan Battista Ramenghi
Marinus van Reymerswaele
  • Gli esattori delle imposte, olio su tavola, 1538 circa, olio su tavola, 74×65 cm, Palazzo Reale, Napoli
Sebastiano Ricci
  • Papa Paolo III ispirato dalla Fede a indire il Concilio ecunemico, 1687-1688, olio su tela, 120×180 cm, Museo civico, Piacenza
  • Papa Paolo III nomina il figlio Pier Luigi duca di Parma e Piacenza, 1687-1688, olio su tela, 129×200 cm, Museo civico, Piacenza
  • Resa di città, 1686-1688, olio su tela, 242×344 cm, palazzo del Museo archeologico nazionale di Napoli
Giulio Romano
Rosso Fiorentino

S[modifica | modifica wikitesto]

Jean Baptiste De Saive
Francesco Salviati
Carlo Saraceni
Andrea del Sarto
Bartolomeo Schedoni
Girolamo Sellari
Luca Signorelli
Jan Soens
Antonio Solario
Ilario Spolverini

T[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Tiarini
Pellegrino Tibaldi
Benvenuto Tisi da Garofalo
Tiziano

V[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Vasari
Otto van Veen
  • Proverbi dei filosofi (serie di 12 piccole tavole), seconda metà del XVI secolo, olio su tela, 24×34,5 cm ciascuna, Palazzo Reale, Napoli
Marcello Venusti
Daniele da Volterra
Marten de Vos

W[modifica | modifica wikitesto]

Pieter de Witte
Konrad Witz

Sculture (non esaustiva)[modifica | modifica wikitesto]

Giambologna
Francesco di Giorgio Martini
Simone Moschino
Guglielmo della Porta
Adrian de Vries

Altri (non esaustiva)[modifica | modifica wikitesto]

Armi e armature, Museo di Capodimonte, Napoli

Biblioteca farnesiana, Biblioteca Nazionale di Napoli

Collezione di oggetti e cose rare, musei vari:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b I Farnese. Arte e collezionismo, p. 66.
  2. ^ a b c D. Mazzoleni, I palazzi di Napoli, Arsenale Editrice (2007) ISBN 88-7743-269-1
  3. ^ a b c d e f g h i j I Farnese. Arte e collezionismo, p. 49.
  4. ^ a b c d e I Farnese. Arte e collezionismo, p. 50.
  5. ^ a b c d e I Farnese. Arte e collezionismo, p. 53.
  6. ^ a b c d e I Farnese. Arte e collezionismo, p. 51.
  7. ^ Sculture, su Museo Archeologico Nazionale di Napoli, 23 agosto 2016. URL consultato il 9 luglio 2021.
  8. ^ a b I Farnese. Arte e collezionismo, p. 52.
  9. ^ a b I Farnese. Arte e collezionismo, p. 64.
  10. ^ SPMN - Museo di Capodimonte (Sito Ufficiale), su web.archive.org, 5 ottobre 2013. URL consultato il 10 luglio 2021 (archiviato dall'url originale il 5 ottobre 2013).
  11. ^ a b c d e I Farnese. Arte e collezionismo, p. 54.
  12. ^ a b c d e f g h i j I Farnese. Arte e collezionismo, pp. 55-60.
  13. ^ a b c Sito ufficiale del Museo di Capodimonte, su polomusealenapoli.beniculturali.it. URL consultato il 2 febbraio 2012 (archiviato dall'url originale l'8 giugno 2013).
  14. ^ a b c d e f g h I Farnese. Arte e collezionismo, p. 61.
  15. ^ Schipa, pp. 184-185.
  16. ^ Galleria nazionale di Parma - Sito ufficiale, su artipr.arti.beniculturali.it. URL consultato il 29 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2012).
  17. ^ a b I Farnese. Arte e collezionismo, p. 218.
  18. ^ Spinosa.
  19. ^ Schipa, pp. 105-106.
  20. ^ (EN) Collection search | British Museum, su BritishMuseum.org. URL consultato il 20 agosto 2020.
  21. ^ Home — Sito ufficiale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, su MuseoArcheologicoNazionale.CampaniaBeniCulturali.it. URL consultato il 20 agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 12 giugno 2012).
  22. ^ Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Carracci, p. 334.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]