Anton Raphael Mengs

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Autoritratto, 1744, Dresda, Gemäldegalerie

Anton Raphael Mengs (Ústí nad Labem, 12 marzo 1728Roma, 29 giugno 1779) è stato un pittore, storico dell'arte e critico d'arte tedesco, attivo anche a Roma e a Madrid.

L'artista fu acclamato da tutta Europa come il maggiore esponente del Neoclassicismo. Rinnegando la tradizione pittorica del Barocco e del Rococò, attraverso lo studio dell'antico e di Raffaello, creò composizioni di nobile semplicità, con colori chiari e brillanti.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Pittore di corte[modifica | modifica wikitesto]

Studiò a Dresda sotto la direzione del padre Ismael, pittore ufficiale della corte cittadina e artista specializzato nella miniatura e negli smalti. Fu lui a condurre a Roma, dal 1741 al 1744, il giovane Anton Raphael. Qui il giovane lavorò sotto la guida di Marco Benefial e studiò le statue antiche del Belvedere, le Stanze di Raffaello e la pittura classicista del '600. Di questa esperienza sopravvivono scarse testimonianze, tra le quali il disegno Le arti piangono Raffaello, conservato al British Museum di Londra, derivato da un'incisione di Carlo Maratta.

Tornato a Dresda nel 1744, venne nominato pittore di corte, eseguendo per lo più ritratti a pastello, tra cui: il Ritratto di Augusto III, il Ritratto del padre e l'Autoritratto, tutti ora conservati alla Gemäldegalerie di Dresda. Nel 1746, dopo essere stato a Venezia, Parma e Bologna, era di nuovo a Roma dove restò fino al 1749. Ancora a Dresda, su incarico di Augusto III, realizzò nel 1750 Il sogno di Giuseppe e La vittoria della religione cristiana per la Hofkirche.

Elios, simbolo del mezzogiorno
Espero, simbolo della sera

"Non vidi altro che invidia"[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un soggiorno veneziano nell'inverno del 1751 si stabilì a Roma, per dipingere a diretto contatto con i capolavori classici la pala con l'Ascensione destinata all'altar maggiore della Hofkirche, che però terminerà solo nel 1766. Accolto nell'Accademia di San Luca, dopo un iniziale periodo di diffidenza, di cui scrisse: "Non vidi altro che invidia, le scuole divise in sette, e Roma ridotta in un labirinto, in cui quasi necessariamente dovevo perdermi", entrò nelle grazie del cardinale Alessandro Albani, nipote di papa Clemente XI.

Grazie alla segnalazione del cardinale il duca di Northumberland gli commissionò, per la sua galleria di copie da Raffaello, Guido Reni e Annibale Carracci, la copia dell'affresco raffaellesco con la Scuola d'Atene, finita nel 1755. Alla fine di quest'ultimo anno diventò uno stretto amico di Johann Joachim Winckelmann, che lo definirà «il maggior artista del suo tempo e forse anche dei tempi a venire», condividendo l'entusiasmo del suo compatriota per le antichità romane.

Successivi sono: la Danzatrice greca ed il Filosofo, commissionati dal marchese Croixmare (1755-56), andati perduti e noti da due disegni preparatori oggi a Karlsruhe; il Giudizio di Paride (1756 circa), San Pietroburgo, Ermitage e l'affresco con Gloria di sant'Eusebio (1757), destinata all'omonima chiesa romana.

Ritratti[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di papa Clemente XIII, 1758 circa, Bologna, Pinacoteca Nazionale

Lungo tutto l'arco della sua carriera Mengs continuò a dipingere ritratti, dando vita ad una rivalità con Pompeo Batoni, uno dei maggiori ritrattisti della scuola romana. Nei ritratti e negli autoritratti, Mengs ricercò l'essenzialità e l'introspezione.

Scrisse in una lettera Onorato Caetani: "Mengs mi ha dipinto e letto nella mia fisionomia il carattere; che voi vedete nelle mie lettere, Batoni mi ha dipinto con quella fisionomia con la quale io mi nascondo. Insomma Mengs mi ha dipinto come mi conosce Mr de Felice [il corrispondente del Caetani], Batoni come mi conosce Roma".

Tra i suoi ritratti si segnalano: due versioni di quello di Clemente XIII (Milano, Pinacoteca Ambrosiana e Bologna, Pinacoteca Nazionale), del "cardinal nipote" Carlo Rezzonico, quello di Ferdinando IV di Borbone bambino, futuro re di Napoli (Madrid, Prado, quello di Johann Joachim Winckelmann (New York, Metropolitan Museum), quello di Domenico Annibaldi (Milano, Brera).

Parnaso[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1761 realizzò l'affresco del Parnaso per il salone della villa del cardinale Alessandro Albani, fuori di Porta Salaria. Probabilmente Johann Joachim Winckelmann, che era il bibliotecario del cardinale, contribuì alla concezione di quest'opera.

Nell'affresco, in cui il cardinale è rappresentato come Apollo, in quanto protettore delle arti, Mengs tende a creare una composizione perfettamente composta e semplificata quasi priva di profondità e movimento, con citazioni tratte dalla statuaria antica, affreschi di Ercolano e dai dipinti di Raffaello. L'elemento più dinamico è costituito da due danzatrici, motivo derivante dalle coeve scoperte archeologiche, tra cui gli affreschi rinvenuti nella cosiddetta villa di Cicerone a Pompei.

Nell'impostazione formale e nella disposizione delle figure si possono cogliere riferimenti al Parnaso di Raffaello affrescato nella Stanza della Segnatura in Vaticano[1].

A Madrid[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1761 chiamato da Carlo III si recò a Madrid, dove decorò le sale del Palazzo Reale, con gli affreschi l'Aurora e l'Apoteosi di Ercole (1762-70, completati però durante il suo secondo soggiorno madrileno, dopo il 1774). In queste opere Mengs non utilizzò il metodo del quadro riportato, ma si rifece al Correggio, ad Andrea Sacchi e a Carlo Maratta.

Significativa del passaggio dal barocco al neoclassico è la difficile convivenza tra Mengs, l'altro italiano Corrado Giaquinto e un altro genio della pittura settecentesca, il veneziano Giovanni Battista Tiepolo, le cui opere passeranno presto di moda, quasi subito dopo la sua morte in Spagna nel 1770.

Pensieri sulla bellezza[modifica | modifica wikitesto]

Perseo e Andromeda, 1770-76, San Pietroburgo, Ermitage

Nel 1762, pubblicò a Zurigo il suo trattato Gedanken über die Schönheit und über den Geschmack in der Malerei (Pensieri sulla bellezza e sul gusto nella pittura), edito in Italia a Parma nel 1780 con il titolo Opere di Antonio Raffaello Mengs primo pittore della Maestà di Carlo III, dove teorizza l'imitazione dei grandi maestri come l'unico strumento in grado di raggiungere la bellezza ideale, quella che non esiste in natura, ma ch'è il frutto di una scelta di ciò che in natura è migliore. Nel trattato si scaglia inoltre contro la pittura del Seicento e del Settecento, condannando della prima l'uso del chiaroscuro e l'eccessivo patetismo drammatico e religioso e della seconda le tematiche prive di intenti morali ed educativi[1].

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Tornato in Italia per motivi di salute nel 1770, dopo una tappa a Firenze (dove partecipò al restauro degli affreschi di Masaccio al Carmine) dipinse l'Allegoria della Storia (1772), per la camera dei papiri in Vaticano. Successivamente, dopo un breve viaggio a Napoli, tornò a Madrid nel 1774, dove affrescò a Palazzo Reale l'Apoteosi di Traiano e si accorse del talento del giovane Francisco Goya, raccomandandolo per la commissione di una serie di cartoni per arazzi. Nel 1777 Mengs tornò a Roma, dove dipinse il Perseo oggi al Museo dell'Ermitage e cominciò una pala per la basilica di San Pietro in Vaticano che la morte gli impedì di terminare.

È sepolto nella chiesa dei Santi Michele e Magno.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Francesco Landolfi, inserto Arte 7 in Dal testo alla storia dalla storia al testo, ed. Paravia, p. 1. ISBN 88-395-3004-5

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