Basilica di Santa Chiara (Napoli)

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Coordinate: 40°50′47.36″N 14°15′11″E / 40.84649°N 14.253055°E40.84649; 14.253055

Basilica di Santa Chiara
Monastero di SantaChiaraNaples.jpg
Esterno
Stato Italia Italia
Regione Campania Campania
Località Napoli
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Chiara d'Assisi
Ordine Monache clarisse
Diocesi Arcidiocesi di Napoli
Consacrazione 1340
Fondatore Roberto d'Angiò, Sancia di Maiorca
Architetto Gagliardo Primario, Leonardo Vito
Stile architettonico Gotico
Inizio costruzione 1310
Completamento 1330
Sito web Sito ufficiale

La basilica di Santa Chiara, o il monastero di Santa Chiara, è un edificio di culto di Napoli, tra i più imporanti e grandi complessi monastici della città.[1]

La basilica ha il suo ingresso su via Benedetto Croce, sorgendo sul lato nord-orientale di piazza del Gesù Nuovo, di fronte alla chiesa omonima, ed adiacente a quella delle Clarisse, un tempo quest'ultima facente parte del complesso monastico di Santa Chiara.

Si tratta della più grande basilica gotica della città, caratterizzata da tre chiostri monumentali, dagli scavi archeologici nell'area circostante, e da un monastero nelle cui sale è ospitato l'omonimo museo dell'Opera, il quale include alla visita anche il coro delle monache, con resti di affreschi di Giotto, un grande refettorio, la sacrestia ed altri ambienti basilicali.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Voluta da Roberto d'Angiò e sua moglie Sancia di Maiorca, quest'ultima devota alla vita di clausura seppur impossibilitata a rispondere a tale vocazione,[1] fu chiamato all'edificazione della chiesa l'architetto Gagliardo Primario che avviò i lavori nel 1310 per poi terminarli nel 1328, aprendo al culto definitivamente nel 1330 seppur la consacrazione a Santa Chiara avverrà solo nel 1340. La chiesa, costruita in forme gotiche provenzali, assurse ben presto a una delle più importanti di Napoli al cui interno lavorarono alcuni dei più importanti artisti dell'epoca, come Tino di Camaino e Giotto, quest'ultimo che esegue nel coro delle monache affreschi su Episodi dell'Apocalisse e Storie del Vecchio Testamento.[2] Assieme alla basilica fu edificata adiacente ad essa anche un luogo di clausura per le monache clarisse, divenuto in seguito la chiesa dei frati Minori.[1]

Nella basilica di Santa Chiara, il 14 agosto 1571, vennero solennemente consegnate a don Giovanni d'Austria il vessillo pontificio di Papa Pio V ed il bastone del comando della coalizione cristiana prima della partenza della flotta della Lega Santa per la battaglia di Lepanto contro i Turchi Ottomani.

Nel 1590 fu a lungo custode del regio monastero Antonino da Patti, autore di varie grazie e miracoli sui malati che lo porteranno a diventare venerabile.

Tra il 1742 e il 1796 venne ampiamente ristrutturata in forme barocche da Domenico Antonio Vaccaro e Gaetano Buonocore.[2] Gli interni furono abbelliti con opere di Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito; mentre Ferdinando Fuga eseguì il pavimento decorato.[2]

Durante la seconda guerra mondiale un bombardamento degli Alleati del 4 agosto 1943 provocò un incendio durato quasi due giorni che distrusse in parte alcuni interni della chiesa, perdendo così tutti gli affreschi eseguiti nel XVIII secolo e gran parte di quelli giotteschi eseguiti durante l'edificazione dell'edificio, di cui si sono salvati solo pochi frammenti.[2] Nell’ottobre 1944 Padre Gaudenzio Dell'Aja fu nominato "rappresentante dell'Ordine dei Frati Minori per i lavori di ricostruzione della basilica". In seguito, i discussi lavori di restauro si concentrarono sull'architettura medievale rimasta intatta ai bombardamenti riportando la basilica all'aspetto originario trecentesco omettendo in questo modo il ripristino delle aggiunte settecentesche.

I lavori terminarono definitivamente nel 1953 e la chiesa fu riaperta al pubblico. Le opere scultoree sopravvissute, dopo la ricostruzione, furono spostate nelle sale del monastero, oggi museo del'Opera, mentre i sepolcri monumentali, per lo più reali, che invece caratterizzavano la basilica sono rimasti in loco, seppur alcuni di essi fortemente danneggiati.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Facciata

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

La basilica di Santa Chiara sorge con l'ingresso costituito da un grande portale gotico del XIV secolo, con arco ribassato e lunetta priva di decorazioni, sormontata da un'unghia aggettante di lastre di piperno. Il sagrato antistante la chiesa è recintato da un alto muro.

La facciata presenta una struttura a capanna ed è preceduta da un pronao a tre arcate ogivali, di cui quella centrale inquadra il portale di marmi rossi e gialli con lo stemma di Sancha. In alto, al centro, si apre il rosone, in gran parte reintegrato durante la ricostruzione post bellica.

Campanile[modifica | modifica wikitesto]

Campanile

Alla sinistra della chiesa si eleva la torre campanaria trecentesca, i cui lavori furono avviati nel 1338 ma tuttavia immediatamente stoppati, portando di fatto l'opera ad essere ad un terzo del suo completamento;[3] i motivi del blocco furono che a seguito della morte di Roberto d'Angiò, avvenuta nel 1343, i finanziamenti per i lavori cessarono quasi totalmente.[3] Continduando i lavori agli inizi del Quattrocento, dopo il terremoto del 1456 il campanile crollò quasi del tutto, rimanendo in piedi solo il basamento in marmo; fu in seguito rialzato in stile barocco, finché non fu completata solo intorno al 1604.[3]

Particolare dell'inscrizione gotica angioina su una delle facciate del campanile

Il campanile è a pianta quadrata e si articola su tre ordini separati da cornicioni marmorei, seppur probabilmente il progetto doveva prevedere l'esecuzione di almeno cinque piani.[3] Mentre l'ordine inferiore ha un paramento in blocchi di pietra, i due superiori sono in mattoncini con lesene marmoree, tuscaniche in quello inferiore e ioniche in quello superiore. Tra il secondo ed il terzo livello corre una trabeazione con fregi decorati con triglifi e metope con simboli liturgici francescani. La sola parte della torre originale del Trecento è quella inferiore, mentre i quadranti superiori appartengono ai restauri successivi, fino agli ultimi del 1604 dell'ingegnere Costantino Avellone.[4]

Non si sa con certezza quale sarebbe dovuta essere la reale altezza della torre, o se questa ebbe mai raggiunto cinque livelli o da sempre solo tre, di certo si sa che alcune informazioni storiche lasciate da Bernardo De Dominici parlano di incompletezza dell'opera mentre altre ipotesi invece, supportate da caratteristiche fisiche del tetto e della facciata orientale del campanile, spingono su una perdita dei due livelli più alti a seguito di rivolte popolari della seconda metà del XVII secolo, in quanto era uso dell'esercito spagnolo posizionarsi sulla torre con l'artiglieria pesante, piuttosto dei ribelli di occupare quella postazione, magari successivamente abbattuta dai militari.[3] Tra il basamento ed il primo livello ci sono quattro inscrizioni angioine che ruotano su tutte le facciate del campanile e che, in grandi lettere gotiche, narrano la storia della fondazione della basilica dal 1310 al 1340[5], seppur gli avvenimenti sono ordinati in senso cronologico errato, magari riposizionati male durante i lavori di ricostruzione quattro-cinquecenteschi.[3]

L'interno è infine caratterizzato da una scala a chiocciola che conduce al tetto; nel settembre 2014 si sono avviati lavori di restauro per rendere fruibile al pubblico tutti e tre i livelli della torre.[6]

Interno[modifica | modifica wikitesto]

Interno

La basilica è lunga circa 130 metri, compreso il coro delle monache, e larga circa 40, esclusa la sacrestia[7]. L'interno è formato da un'unica navata rettangolare, disadorna e senza transetti, con dieci cappelle per lato sormontate da una tribuna continua e da bifore, sulla perete di sinistra, e trifore, in quella di destra.[8]

Sulla controfacciata si trova al lato sinistro il Sepolcro di Agnese e Clemenza di Durazzo, di ignoto autore di inizi Quattrocento, mentre sul lato destro, quel che resta del Sepolcro di Antonio Penna, opera di Antonio Baboccio da Piperno, sulla cui parete è presente il frammento di un affresco dellaTrinità sormontato da una Madonna col Bambino adortata da Antonio e Onofrio Penna di autore vicino a Giotto e coevo al sepolcro.[9]

Il pavimento fu disegnato da Ferdinando Fuga intorno al 1762 circa facendo dunque parte dei rifacimenti barocchi settecenteschi scampati ai bombardamenti alleati.[9]

Cappelle laterali[modifica | modifica wikitesto]

Nelle venti cappelle ci sono principalmente sepolcri monumentali realizzati tra il XIV e il XVII secolo, appartenenti ai personaggi di nobili famiglie napoletane.

Quinta cappella a sinista: cappella di san Francesco d'Assisi

A sinistra, nella prima cappella c'è la tomba di Salvo D'Acquisto. La seconda vede i sepolcri attribuiti al Maestro durazzesco di Drugo e Nicola de Merloto. La terza il monumento funebre trecentesco a Raimondo Cabanis, gran siniscalco di re Roberto, e del figlio Perrotto Cabanis, di ignoto autore. La sesta cappella costituisce l'accesso laterale alla basilica, collegandola al cortile esterno. La settima cappella è rimasta intatta dai bombardamenti bellici e dunque manifesta ancora gli elementi barocchi eseguiti durante i lavori di ammodernamento del XVIII secolo; dedicata a san Francesco d'Assisi, essa ha alle pareti laterali due sarcofagi della famiglia Del Balzo forse di scuola toscana, o comunque vicino ai fratelli Bertini,[10] con a sinistra Raimondo ed a destra la moglie Isabella; sulla parete frontale invece vi è una scultura probabilmente eseguita per la basilica di San Lorenzo Maggiore di Napoli e solo successivamente spostata in Santa Chiara, raffigurante San Francesco d'Assisi, opera del 1616 di Michelangelo Naccherino,[9] circondata da medaglioni marmorei raffiguranti altri componenti della famiglia Del Balzo di Giovanni Marco Vitale e databili intorno al primo decennio del Seicento; la volta presenta infine decorazioni barocche tipiche del periodo napoletano con affreschi di Belisario Corenzio. La nona cappella ospita un sarcofago greco del IV secolo a.C. decorato con bassorilievi raffiguranti il mito di Protesilao e Laodamia, riutlizzato nel 1632 come tomba di Giovan Battista Sanfelice.[9] La decima cappella di sinistra invece ospita i sepolcri a Paride e Marco Longobardi del 1529 attribuiti a Giovan Tommaso Malvito[9] e formelle con Santi Francescani del Cinquecento.

La seconda cappella a destra ospita sulle pareti laterali monumenti funebri trecenteschi del Cavaliere del Nodo e Antonio Penna, quest'ultima opera di Antonio Baboccio da Piperno facente parte del baldacchino gotico in controfacciata, e sulla parete frontale invece tracce di affreschi di scuola giottesca. La terza cappella ospita un affresco di ignoto pittore locale post giottesco e monumenti sepolcrali della famiglia Del Balzo. La quarta e quinta cappella sono congiunte ed ospitano, la prima, un dipinto settecentesco di San Pietro d'Alcantara (a cui è dedicata la cappella) ed un sepolcro monumentale di ignota nobildonna di pregevole fattura attribuito al Maestro durazzesco; la seconda, dedicata invece a Sant'Antonio da Padova, vede un dipinto sul santo di ignoto autore seguace di Luca Giordano e decorazioni marmoree sepolcrali sulla famiglia Carbonelli di Letino attribuite a Bartolomeo Mori e Andrea Falcone. La sesta cappella ospitava sulla parete di sinistra, fino ai rifacimenti barocchi, il Sepolcro di Ludovico di Durazzo, figlio di Carlo di Calabria e Maria di Durazzo, morto in tenera età; dai lavori settecenteschi del monumento trecentesco di Pacio Bertini rimane tuttavia superstite solo l'altorilievo raffigurante un bambino in fasce portato in cielo da angeli;[9] sulla parete frontale invece vi è una pala d'altare, da cui prende il nome la cappella, di Marco da Siena[9] raffigurante l'Adorazione dei pastori databile intorno al 1557 circa. La settima cappella vede la figura da piccola di Maria giacente, figlia di Carlo duca di Calabria, opera di Tino di Camaino.[9] La decima cappella a destra che, assieme a quella di San Francesco d'Assisi, è l'unica ad aver conservato la struttura barocca, è la cappella dei Borbone, dove riposano i Sovrani delle Due Sicilie, da Ferdinando I a Francesco II.

Presbiterio, sacrestia e coro delle monache[modifica | modifica wikitesto]

La zona presbiteriale con al centro il sepolcro di Roberto d'Angiò dei fratelli Bertini

Nella zona presbiteriale sono posti sulla parete di fondo il parziale sepolcro di Roberto d'Angiò, opera dei fiorentini Giovanni e Pacio Bertini.[9] Ai lati del sepolcro del re ci sono quelli di Maria di Durazzo (a sinistra) e del primogenito Carlo, Duca di Calabria (a destra), databili 1311-1341 con il primo attribuito ad ignoto maestro durazzesco, mentre il secondo a Tino di Camaino.[10]

Di fronte ai monumenti funebri vi è il trecentesco altare maggiore di autore ignoto, con un crocifisso ligneo del XIV secolo, di ignoto autore anche quest'ultimo, probabilmente senese.[9] Sulla parete destra del presbiterio vi è invece il Sepolcro di Maria di Valois, databile 1331 ed anch'esso attribuito al Camaino, a cui si dà con certezza la figura giacente della defunta Maria, gli angeli reggicortina, l'Annunciazione ai lati del sarcofago e la Madonna col Bambino sulla cuspide.[9]

Sempre a destra del presbiterio, c'è l'accesso alla barocca sagrestia con affreschi e arredi mobiliari risalenti al 1692; in una sala adiacente si può ammirare un panno ricamato del XVII secolo.[10] Altri due ambienti di passaggio: il primo decorato da maioliche del XVIII secolo, il secondo con affreschi di un pittore fiammingo del XVI secolo con storie simili a quelle che decoravano il coro delle monace, con scene del Giudizio Universale, vite di santi, Annunciazione, Adorazione dei pastori e Virtù.[10] Quest'ultimo ambiente dà accesso al coro delle monache attraverso una scalinata che sale al convento. Il coro delle monache è concepito da Leonardo Vito[10] come una piccola chiesa che riprende gli aspetti di una sala capitolare. Questo conserva l'arcosolio del Re Roberto degli scultori Giovanni e Pacio Bertini;[10] sulle pareti, invece, resti di affreschi sulle Storie del Vecchio Testamento e dell'Apocalisse di Giotto,[10] nonché frammenti di alcuni affreschi rinascimentali.[11]

Ancora nella zona presbiteriale della basilica, ai lati vi è collocato l'organo a canne Mascioni opus 825, costruito nel 1962[12]. Esso, posizionato in due corpi separati alla sinistra e alla destra dell'altare, è composto da 2327 canne per un totale di 40 registri suddivisi fra le tre tastiere di 61 note ciascuna e la pedaliera concavo-radiale di 32 note, con trasmissione integralmente elettrica.

Monastero[modifica | modifica wikitesto]

Ingresso al monastero

Il monastero di Santa Chiara si sviluppa alle spalle della basilica ed è caratterizzato da alcune sale conventuali, alcune delle quali ospitanti il museo dell'Opera, da una biblioteca e da tre chiostri monumentali. Faceva parte del complesso anche la chiesa delle Clarisse, poi divenuta chiesa dei Frati Minori e ancora successivamente dedicata a Gesù Redentore e San Ludovico d'Angiò, quindi corpo esterno al complesso monastico di Santa Chiara.

Il primo e più importante chiostro di Santa Chiara, accessibile dal cortile che si sviluppa sul fianco sinistro della basilica, è quello maiolicato delle Clarisse, progettato da Domenico Antonio Vaccaro e decorato con maioliche settecentesche di Giuseppe e Donato Massa e da affreschi seicenteschi su Santi, Allegorie e Scene dell'Antico Testamento.[13] Il chiostro scampò ai bombardamenti bellici e risulta essere quindi una di quelle testimonianze barocche della basilica. Dal chiostro maiolicato è possibile raggiungere altri ambienti del monastero, nonché gli altri due chiostri: quello dei Frati Minori e quello di Servizio. Il chiostro dei Minori è importante per la sua varietà dei capitelli delle colonne, sormontati da archi a sesto acuto o ottagonali, alcuni corinzi, altri più semplici e vicinissime alle forme romaniche: un'impronta rarissima in città. Insiste sul fianco destro della basilica e funge da punto di unione tra il convento di Santa Chiara e la chiesa delle Clarisse, a cui tecnicamente il chiostro appartiene. Il chiostro di Servizio (o di San Francesco) invece, è posto dietro il refettorio ed è l'unico dei tre che ha conservato la struttura gotica originaria del Trecento.

La biblioteca si sviluppa sul lato nord e conta circa 50.000 volumi, con una importante sezione relativa alla storia e cultura francescana, e circa 40 codici del Cinquecento e Seicento.[13]

Sul lato est si aprono una sala ospitante un presepe del Settecento, appena entrati al chiostro maiolicato, e la sala di Maria Cristina,[13] con alcuni resti di affreschi giotteschi sulla Crocifissione e così chiamata in onore di una esposizione fatta nel 1936 che vedeva i cimeli della regina Maria Cristina di Savoia, che nella stessa basilica si fece seppellire.

Dal lato sud del chiostro maiolicato si giunge invece alla sala capitolare, anch'essa caratterizzata da un affresco trecentesco sulla Crocifissione, poi al grande Refettorio dei Frati, datato intorno al Settecento nell'architettura, nella mobilia, negli affreschi di ignoti autori sulle pareti laterali ed in quelle frontali, mentre nella volta il San Pasquale Baylon e Santa Chiara che adorano il Sacramento, anch'esso di ignoto, è dei primi anni del Novecento, e poi alle sale delle antiche cucine, così chiamate in quanto la presenza di due canne fumarie fece pensare, erronemente, che quegli ambienti potessero essere destinate alle cucine del monastero.

Scavi archeologici[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Scavi archeologici di Santa Chiara.

Gli scavi archeologici di Santa Chiara, venuti alla luce durante la i bombardamenti della secona guerra mondiale, mostrano quella che in tempo classico era l'area destinata alle terme. Di impianto simile a quelle di Pompei ed Ercolano, si tratta del più completo stabilimento termale di Napoli,[13] datato intorno alla fine del I secolo.

Museo dell'Opera[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Museo dell'Opera di Santa Chiara.

Nel complesso monumentale, al piano terra del chiostro delle Clarisse, è ospitato il Museo dell'Opera di Santa Chiara, nato nel 1995[13] con l'obiettivo di ricostruire la storia della fabbrica della chiesa. Il museo comprende varie sezioni tra cui quelle che illustrano i resti archeologici rinvenuti sotto la basilica nel secondo dopoguerra, quelle che ne narrano la storia e quelle che espongono oggetti sacri, in particolare reliquari, o elementi scultorei superstiti e recuperati dopo l'incendio del 1943.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Touring Club, p. 155
  2. ^ a b c d Il Complesso di Santa Chiara (Sito ufficiale). URL consultato il 21 gennaio 2015.
  3. ^ a b c d e f Gaglione.
  4. ^ Touring Club, p. 157
  5. ^ Anche se i lavori di completamento strutturale del monastero avvengono già nel 1330
  6. ^ Monastero di Santa Chiara, giardini e campanile ritornano alla città - La Repubblica.it. URL consultato il 23 gennaio 2015.
  7. ^ Touring Club, p. 15
  8. ^ Touring Club, p. 158
  9. ^ a b c d e f g h i j k Touring Club, p. 159
  10. ^ a b c d e f g Touring Club, p. 160
  11. ^ Questi cicli sono andati quasi interamente perduti durante i restauri barocchi e i bombardamenti alleati.
  12. ^ L'organo a canne. URL consultato il 18 maggio 2013.
  13. ^ a b c d e Touring Club, p. 161

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Gaglione, Il campanile di Santa Chiara in Napoli, Napoli 1998
  • AA.VV., Napoli e dintorni, Touring Club Italiano Milano 2007, ISBN 978-88-365-3893-5
  • AA.VV., Il Monastero di Santa Chiara, Electa-Napoli, 1995.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]