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Regno delle Due Sicilie

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Disambiguazione – Se stai cercando la regione storico-politica, vedi Due Sicilie.
Regno delle Due Sicilie
Regno delle Due Sicilie - Localizzazione
Regno delle Due Sicilie - Localizzazione
Il Regno delle Due Sicilie nel 1839
Dati amministrativi
Nome completoRegno delle Due Sicilie
Nome ufficiale(IT) Regno delle Due Sicilie
(LA) Regnum Utriusque Siciliae
Lingue ufficialiitaliano[1], latino
Lingue parlateitaliano, napoletano, siciliano (più diffuse); greco, francoprovenzale, albanese, occitano, croato di Molise, galloitalico di Sicilia, galloitalico di Basilicata (minoritarie)
InnoInno al Re
(Giovanni Paisiello)

CapitaleNapoli  (484 026 ab. / 1861)
Altre capitaliPalermo (1816 - 1817)
Politica
Forma di StatoStato assoluto
(1816-1820; 1821-1848; 1849-1860)
Stato liberale
(1820-1821; 1848-1849; 1860-1861)
Forma di governoMonarchia assoluta
(1816-1820; 1821-1848; 1849-1860)
Monarchia costituzionale
(1820-1821; 1848-1849; 1860-1861)
Re del Regno
delle Due Sicilie
Ferdinando I
(1816-1825)
Francesco I
(1825-1830)
Ferdinando II
(1830-1859)
Francesco II
(1859-1861)
Presidente del Consiglio dei MinistriVedi elenco
Organi deliberativiParlamento
(1820-1821; 1848-1849)
Nascita8 dicembre 1816 con Ferdinando I
CausaUnione dei Regni di Napoli e di Sicilia a seguito del Congresso di Vienna
Fine13 febbraio 1861 con Francesco II
CausaCapitolazione di Gaeta, annessione al Regno di Sardegna[2]
Territorio e popolazione
Bacino geograficoLe attuali regioni di Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia per intero, Campania (eccetto Benevento), il Lazio Orientale (con riferimento alle zone di Leonessa, Amatrice, Cittaducale e al Cicolano), il Lazio meridionale (con riferimento all'arcipelago delle Isole Ponziane ed a tutta l'area che va da Sperlonga fino a Sora, eccetto Pontecorvo, e che comprende centri più importanti come Fondi, Itri, Formia, Gaeta, Aquino, Cassino, Atina) e l'arcipelago di Pelagosa.
Territorio originaleSicilia, Italia meridionale.
Massima estensione111557 km² nel 1856[3]
Popolazione9 117 050 ab. nel 1856[3]
Suddivisione22 province, 76 distretti, 684 circondari
Economia
Valutaducato delle Due Sicilie
Produzionizolfo, olio d'oliva, vino, agrumi, zafferano, liquirizia, grano, prodotti edibili, sapone, tessuti in seta, cotone, lino, prodotti conciari, prodotti di gioielleria, porcellana, ceramica, manufatti in ferro, opere in ghisa, materiale rotabile.
Commerci conImpero britannico, Impero austriaco, Impero ottomano, Impero russo, Impero del Brasile, Regno di Francia, Regno di Spagna, Regno del Portogallo, Indonesia, Stati Uniti d'America, Stati Uniti delle Isole Ionie, Stati della Lega Anseatica, Stati italiani
Esportazionizolfo, olio d'oliva, vino, agrumi, zafferano, liquirizia, grano, prodotti edibili, sapone, tessuti in seta, cotone, lino, prodotti conciari, pelli.
Importazioniferro, carbone, legno, prodotti edibili, prodotti conciari, prodotti coloniali.
Religione e società
Religioni preminenticattolicesimo
Religione di Statocattolicesimo
Religioni minoritarieortodossia, ebraismo
Classi socialinobiltà, clero, borghesia, contadini, proletariato
Evoluzione storica
Preceduto da Regno di Napoli
Regno di Sicilia
Succeduto da Regno di Sardegna
Ora parte diItalia (bandiera) Italia

Croazia (bandiera) Croazia[4]

Il Regno delle Due Sicilie fu lo Stato che si estendeva nell'Italia meridionale e in Sicilia tra il 1816 e il 1861, ovvero dall'unione dei Regni di Napoli e di Sicilia alla proclamazione del Regno d'Italia.

Prima della Rivoluzione francese del 1789 e delle successive campagne napoleoniche, la dinastia dei Borbone aveva regnato sui medesimi territori sin dal 1735[5], ma essi risultavano divisi in due reami distinti: il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia. Un anno dopo il Congresso di Vienna e a seguito del trattato di Casalanza, il sovrano Ferdinando di Borbone, che prima d'allora assumeva in sé la corona napoletana (al di qua del Faro) come Ferdinando IV e quella siciliana (di là del Faro) come Ferdinando III, riunì in un'unica entità statuale i due reami, attraverso la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell'8 dicembre 1816, a quasi quattrocento anni dalla prima proclamazione del Regno Utriusque Siciliae da parte di Alfonso V d'Aragona.

Nelle prime fasi di vita del regno la capitale era Palermo, secolare sede del Parlamento Siciliano, ma l'anno successivo (1817) fu spostata a Napoli. Palermo continuò ad essere considerata "città capitale" dell'isola di Sicilia.[6] Il Regno ebbe fine con la spedizione dei Mille, la firma dell'armistizio e la resa di Francesco II il 17 febbraio 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo dello stesso anno.

Origine del termine Due Sicilie

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Lo stesso argomento in dettaglio: Due Sicilie e Rex utriusque Siciliae.

Giovanni Antonio Summonte, storico vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, all'interno del secondo volume della sua Historia della città e Regno di Napoli (i cui primi due volumi furono pubblicati negli anni 1601-1602 e gli altri due postumi),[7] inserisce un trattato dal titolo Dell'Isola di Sicilia, e de' suoi Re; e perché il Regno di Napoli fu detto Sicilia. In questo scritto l'origine della distinzione tra due «Sicilie» separate dal Faro di Messina viene individuata nella bolla pontificia con cui papa Clemente IV investì Carlo I d'Angiò del Regno di Napoli nel 1265:

«Papa Clemente IV, il quale investì, e coronò Carlo d'Angiò di questi due Regni, chiamò quest'Isola, e il Regno di Napoli con un sol nome, come si può vedere in quella Bolla, ove dice, Carlo d'Angiò Re d'amendue le Sicilie, Citra, e Ultra il Faro: e questo eziandio osservarono gli altri Pontefici, che a quello successero, e si servirono degl'istessi nomi. Imperciocchè 7 altri Re, che al detto Carlo successero […] che solo del Regno di Napoli, e non di Sicilia padroni furono, chiamarono il Regno di Napoli, Sicilia di qua dal Faro. Il Re Alfonso poi, ritrovandosi Re dell'Isola di Sicilia, per essere egli successo a Ferrante suo padre, e avendo anco con gran fatica, e forza d'armi guadagnato il Regno di Napoli da mano di Renato, si chiamò anch'egli con una sola voce, Re delle Due Sicilie, Citra, e Ultra; E questo per dimostrare di non contravenire all'autorità de' Pontefici. Ad Alfonso poi successero 4 altri Re […] i quali furono Signori solo del Regno di Napoli, e si intitolarono, come gli altri, Re di Sicilia Citra. Ma Ferdinando il Cattolico, Giovanna sua figlia, Carlo V imperadore e Filippo nostro re, e Signore, i quali anno [sic] avuto il dominio d'amendue i Regni, si sono intitolati, e chiamati Re delle due Sicilie Citra, e Ultra: la verità dunque è, che questi nomi vennero da' Pontefici romani, (come s'è detto) i quali cominciarono ad introdurre, che 'l Regno di Napoli si chiamasse Sicilia.[8]»

La stessa tesi è sostenuta da Pietro Giannone nella sua Istoria civile del Regno di Napoli (1723), in cui si citano vari stralci della bolla pontificia, con la quale Clemente IV concesse l'investitura a Carlo d'Angiò «pro Regno Siciliae, ac Tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confiniam Terrarum, excepta Civitate Beneventana [...]». In un altro passo la bolla proclamava: «Clemens IV infeudavit Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum». Secondo Giannone è dunque questa l'origine del titolo rex utriusque Siciliae, che tuttavia Carlo d'Angiò non usò mai nei suoi atti ufficiali, preferendo gli antichi titoli dei sovrani normanni e svevi.[9]

Lo stesso argomento in dettaglio: Due Sicilie e Rex utriusque Siciliae.
Alfonso il Magnanimo

Il Regno di Sicilia, nato nel 1130, iniziò ad essere indicato come Regno di Sicilia al di là del faro (o ulteriore) e Regno di Sicilia al di qua del faro (o citeriore), in riferimento al faro di Messina e quindi all'omonimo stretto. Nel 1268 Carlo I d'Angiò fu incoronato da papa Clemente IV rex Siciliae, appena ascese al trono trasferì la capitale a Napoli e diede il via ad un'aspra politica vessatoria contro i siciliani che culminò nel 1282 nella Rivoluzione del Vespro siciliano e nella conseguente secessione della Sicilia (che prenderà il nome di Regno di Sicilia Ulteriore) dal Continente. Il Parlamento siciliano offrì la Corona dell'Isola a Pietro I di Sicilia, legittimo erede di re Manfredi, considerando Carlo I d'Angiò un usurpatore. Fu l'inizio della prima fase della guerra del Vespro che ebbe una tregua con la pace di Caltabellotta, nel 1302, e sancì la separazione in due Stati indipendenti e distinti. Secondo gli accordi, alla morte del re Federico III di Sicilia, l'isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini, cosa che in realtà non avvenne mai.[10]

La prima menzione ufficiale del toponimo "Due Sicilie" si ebbe invece quando Alfonso V d'Aragona nel 1442 ne assunse il titolo senza però unificare il Regno di Sicilia ed il Regno di Napoli, che rimasero regni separati; la corona di Rex Utriusque Siciliae allora rappresentava quindi l’unione personale dei due regni omonimi, distinti talvolta come “citra pharum” (di Napoli) e “ultra pharum” (di Sicilia propriamente detto). Dopo la breve parentesi alfonsina, i due regni tornarono ad essere del tutto separati, uno con capitale Napoli, l'altro con capitale Palermo.

Il XVIII secolo

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Lo stesso argomento in dettaglio: Regno di Napoli e Regno di Sicilia (1735-1816).
Constitutiones regum regni utriusque Siciliae, 1786
Mappa del XIX secolo del Regno delle Due Sicilie

Nel 1734 Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna e di Elisabetta Farnese, portò a termine con successo la conquista militare del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia, facendo il suo ingresso a Napoli il 10 maggio; il 25 maggio sconfisse gli austriaci a Bitonto e il 2 gennaio 1735 assunse il titolo di re di Napoli "senza numerazione specifica". Quindi completò la conquista della Sicilia e nel luglio 1735 venne incoronato a Palermo re di Sicilia.

Mantenne quindi la separazione tra i due regni: a Napoli regnò con sovranità assoluta come despota illuminato, in Sicilia come monarca parlamentare, e mantenne e convocò il Parlamento siciliano[11]. Le capitali restarono due, ma mantenne la corte a Napoli. Carlo non ebbe un'effettiva autonomia dalla Spagna fino alla pace di Vienna del 1738, con la quale si concluse la guerra di successione polacca. Secondo gli accordi stipulati, l'Austria cedeva a Carlo di Borbone lo Stato dei Presidii, il Regno di Napoli nonché il Regno di Sicilia, che essa aveva scambiato con la Sardegna nel 1720 a seguito della Pace dell'Aia.

Nel 1759, alla partenza di Carlo, divenuto re di Spagna, salì al trono all'età di soli 8 anni suo figlio Ferdinando. Principali esponenti del Consiglio di Reggenza furono Domenico Cattaneo Della Volta, principe di San Nicandro, e il marchese Bernardo Tanucci. Durante la reggenza, come nel periodo successivo, fu principalmente il Tanucci ad avere in mano le redini dei due regni ed a continuare le riforme iniziate in età carolina.

Il periodo napoleonico

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Giuseppe Bonaparte

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Stemma del Regno di Napoli al tempo di Giuseppe Bonaparte (1806-1808).

Il successivo quinquennio vide il Regno seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimase sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consentì al regno napoletano, strategicamente posizionato nel Mediterraneo, di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo fra francesi e inglesi, i quali a loro volta minacciavano di invadere e conquistare la Sicilia. Dal 1805 i francesi tornarono ad occupare la parte continentale del regno, stanziando in Puglia un presidio militare.[12]

Il Regno di Napoli borbonico l'11 settembre 1805 era entrato nella terza coalizione antifrancese. Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte regolò definitivamente i conti con Napoli. Il 27 dicembre emise un proclama da Schönbrunn dichiarando decaduta la dinastia borbonica, che Ferdinando aveva perso il suo regno e che "il più bello dei paesi è sollevato dal giogo del più infedele degli uomini".

Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone Bonaparte regolò definitivamente i conti con Napoli: promosse l'occupazione del napoletano, condotta con successo dal Gouvion-Saint-Cyr e dal Reynier, e dichiarò quindi decaduta la dinastia borbonica, che l'11 aprile dello stesso anno era entrata nella terza coalizione antifrancese, palesemente ostile a Napoleone. Ferdinando con la sua corte se ne tornò a Palermo, sotto la protezione inglese. L'imperatore dei francesi nominò quindi il fratello Giuseppe "Re di Napoli". Intanto nelle province del Mezzogiorno (soprattutto in Basilicata e Calabria) tornò ad organizzarsi la resistenza antinapoleonica.

Fra i vari capitani degli insorti filoborbonici (tra cui vi erano sia militari di professione che banditi comuni) si distinsero, in Calabria e Terra di Lavoro, il brigante di Itri Michele Pezza, detto Fra Diavolo, e in Basilicata il colonnello Alessandro Mandarini di Maratea. La repressione del moto antifrancese fu affidata, principalmente, ai generali André Massena e Jean Maximilien Lamarque i quali riuscirono a frenare la ribellione, anche se con espedienti estremamente crudeli, come accadde ad esempio nel cosiddetto massacro di Lauria, perpetrato dai soldati di Massena.Lo stesso anno fra Diavolo venne catturato dai francesi ed impiccato a Napoli.

Sotto un'amministrazione prevalentemente straniera, composta dal còrso Antoine Christophe Saliceti, André-François Miot e Pierre-Louis Roederer, furono tentate, ancora una volta, e finalmente per buona parte attuate, riforme radicali quali l'eversione della feudalità e la soppressione degli ordini regolari; in più furono istituiti l'imposta fondiaria e un nuovo catasto onciario.

«La feudalità con tutte le sue attribuzioni resta abolita. Tutte le giurisdizioni sinora baronali, ed i proventi qualunque che vi siano stati annessi, sono reintegrati alla sovranità, dalla quale saranno inseparabili»

La lotta alla feudalità fu efficace anche grazie al contributo di Giuseppe Zurlo e dei giuristi componenti l'apposita Commissione, che, presieduta da Davide Winspeare (già al servizio dei Borboni in veste di mediatore fra la corte di Palermo e le truppe francesi nel Mezzogiorno), ebbe l'incarico di dirimere le controversie tra municipi e baroni, e alla fine riuscì a produrre un taglio netto col passato e dunque la nascita della proprietà borghese anche nel Regno di Napoli, sostenuta poi dallo stesso Gioacchino Murat.

A fianco di una serie di riforme che coinvolsero anche il sistema tributario e giuridico, il nuovo governo istituì il primo sistema di province, distretti e circondari del regno, ad organizzazione civile, con a capo rispettivamente un intendente, un sottintendente e un governatore, poi giudice di pace. Le nuove province erano Abruzzo Ultra I, Abruzzo Ultra II, Abruzzo Citra, Molise (con capoluogo Campobasso), Capitanata (con capoluogo Foggia), Terra di Bari, Terra d'Otranto, Basilicata, Calabria Citra, Calabria Ultra, Principato Citra, Principato Ultra, Terra di Lavoro (con capoluogo Capua), Napoli.[13].

Infine l'alienazione dei beni dei monasteri e dei feudatari attirò a Napoli un cospicuo numero di investitori francesi, gli unici in grado, insieme ai vecchi nobili locali, di disporre dei capitali necessari per acquistare terreni e beni immobili. Sull'esempio della Legion d'onore in Francia, Giuseppe Bonaparte istituì a Napoli l'Ordine Reale delle Due Sicilie per conferire riconoscimenti ai meriti delle nuove personalità che si distinguevano nello Stato riformato[14].

Gioacchino Murat

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Gioacchino Murat, re di Napoli.
La campagna militare del Murat nell'Italia settentrionale.
Stemma del Regno di Napoli sotto Gioacchino Murat (1808-1815).
«Ottantamila Italiani degli Stati di Napoli, marciano comandati dal loro Re, e giurano di non dimandare riposo, se non dopo la liberazione d'Italia»

A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna, succedette Gioacchino Murat, che fu incoronato da Napoleone il 1º agosto dello stesso anno, col nome di Gioacchino Napoleone, re delle Due Sicilie,[15] par la grace de Dieu et par la Constitution de l'Etat, in ottemperanza allo Statuto di Baiona che fu concesso al regno di Napoli da Giuseppe Bonaparte. Il nuovo sovrano catturò immediatamente la benevolenza dei cittadini liberando Capri dall'occupazione inglese, risalente al 1805.

Aggregò poi il distretto di Larino alla provincia di Molise. Fondò, con decreto del 18 novembre 1808, il Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade e avviò opere pubbliche di rilievo non solo a Napoli (il ponte della Sanità, via Posillipo, nuovi scavi ad Ercolano, il Campo di Marte, area dove oggi sorge l'Aeroporto di Napoli-Capodichino), ma anche nel resto del Regno: l'illuminazione pubblica a Reggio di Calabria, il progetto del Borgo Nuovo di Bari, l'istituzione dell'ospedale San Carlo di Potenza, Guarnigioni dislocate nel Distretto di Lagonegro con monumenti e illuminazioni pubbliche, più l'ammodernamento della viabilità nelle montagne d'Abruzzo. Fu promotore del Codice Napoleone, entrato in vigore nel regno il 1º gennaio 1809, un nuovo sistema legislativo civile che, fra le altre cose, consentiva per la prima volta in Italia il divorzio e il matrimonio civile: il codice suscitò subito polemiche nel clero più conservatore, che vedeva sottratto alle parrocchie il privilegio della gestione delle politiche familiari, risalente al 1560[16][17]. Nel 1812, grazie alle politiche del Murat, fu impiantata la prima cartiera del regno a sistema di produzione moderno presso Isola del Liri, nell'edificio del soppresso convento dei carmelitani, ad opera dell'industriale francese Carlo Antonio Beranger[18].

Nel 1808, il sovrano incaricò di soffocare la recrudescenza del brigantaggio nel Regno il generale Charles Antoine Manhès, che si distinse per metodi talmente feroci da essere soprannominato "lo Sterminatore" dai calabresi.[19] Dopo aver domato con poche difficoltà le rivolte nel Cilento e negli Abruzzi, Manhès pose il suo quartier generale a Potenza, proseguendo con successo l'attività repressiva nelle restanti zone meridionali, soprattutto in Basilicata e Calabria, province più vicine alla Sicilia, da cui i briganti ricevevano sostegno dalla corte borbonica in esilio.[20] Napoleone rifiutò qualsiasi concessione e pretese invece che i dazi di importazione sui tessuti e altri prodotti francesi a Napoli fossero dimezzati. Murat rispose sconvolto: «Se le intenzioni di Sua Maestà fossero messe in pratica, si determinerebbe la rovina totale del mio Regno».[senza fonte] I rapporti con Parigi divennero nuovamente tesi. Il 30 gennaio il duca di Bassano pretese che Napoli fornisse in breve tempo 16.000 fanti, 2.500 cavalieri e 20 pezzi di artiglieria per la Grande Armée. Il ministro plenipotenziario napoletano a Parigi, il duca di Carignano, osservò che era impossibile soddisfare tali richieste, visto che le coste del regno erano minacciate e non si poteva rischiare di impiegare truppe su altri fronti. Era possibile, al massimo, ordinare una nuova coscrizione. Le truppe rimaste per difendere il Sud e mantenere l’ordine erano meno della metà rispetto alle stime e c’era bisogno di acquistare moschetti, armi corte e cavalli dalla Francia. Anche le difese marittime erano rimaste senza mezzi militari per mancanza di fondi. Il generale Tugny, il ministro napoletano della Guerra, calcolò che, entro dicembre del 1812, Napoli avrebbe fornito 11.971 fanti, 2.050 cavalieri e 1.994 cavalli agli eserciti impegnati in Spagna ed Europa centrale, sottolineando anche che il contributo complessivo per le guerre dell’Imperatore a partire dal 1808 era stato di 19.501 uomini e 2.471 cavalli.[senza fonte]

Nell'estate del 1810 Murat tentò uno sbarco in Sicilia per riunire politicamente l'isola al continente; giunse a Scilla il 3 giugno dello stesso anno e vi restò sino al 5 luglio, quando fu completato un grande accampamento presso Piale, frazione di Villa San Giovanni, dove il re si stabilì con la corte, i ministri e le più alte cariche civili e militari. Il 26 settembre poi, constatando impresa difficile la conquista della Sicilia, Murat dismise l'accampamento di Piale e ripartì per la capitale.

Grazie allo statuto di Baiona, la costituzione con cui Murat era stato proclamato da Napoleone re delle due Sicilie, il nuovo sovrano si considerava svincolato dal vassallaggio nei confronti dell'antica gerarchia francese, rappresentata a Napoli da molti funzionari nominati da Giuseppe Bonaparte, e forte di questa linea politica, trovò maggior sostegno nei cittadini napoletani, che videro pure di buon occhio la partecipazione del Murat a diverse cerimonie religiose e la concessione regia di alcuni titoli dell'Ordine Reale delle Due Sicilie a vescovi e sacerdoti cattolici[21]. Re Gioacchino prese parte fino al 1813 alle campagne napoleoniche[22] ma la crisi politica del Bonaparte non fu un ostacolo alla sua politica internazionale. Cercò fino al congresso di Vienna il sostegno delle potenze europee, schierando le truppe napoletane anche contro la Francia ed il Regno napoleonico d'Italia, sostenendo invece l'esercito austriaco che scendeva a sud per la conquista della Val Padana: con l'occasione occupò le Marche, l'Umbria e l'Emilia-Romagna fino a Modena e Reggio Emilia, bene accolto dalle popolazioni locali[23].

Conservò più a lungo la corona, ma non si liberò dell'ostilità britannica e della nuova Francia di Luigi XVIII, inimicizie che impedirono l'invito di una delegazione napoletana al Congresso, e così ogni sanzione alla occupazione napoletana di Umbria, Marche e Legazioni, risalenti alla campagna del 1814. Tale incertezza politica spinse il re ad una mossa azzardata: prese contatto con Napoleone all'isola d'Elba e si accordò con l'imperatore in esilio, in vista del tentativo dei Cento giorni. Murat diede inizio alla guerra austro-napoletana, attaccando gli stati alleati dell'Impero austriaco; a seguito di questa seconda svolta militare, Murat lanciò il famoso Proclama di Rimini,[24] un appello all'unione dei popoli italiani, convenzionalmente considerato l'inizio del Risorgimento. La campagna unitaria però naufragò il 4 maggio 1815, quando gli austriaci lo sconfissero nella battaglia di Tolentino: col trattato di Casalanza infine, firmato presso Capua il 20 maggio 1815 dai generali austriaci e murattiani, il regno di Napoli tornava alla corona borbonica.[25] L'epopea murattiana terminò con l'ultima spedizione navale che il generale tentò dalla Corsica verso Napoli, dirottata poi verso la Calabria dove, a Pizzo Calabro, Murat fu catturato e fucilato sul posto.[14][26]

Ferdinando in Sicilia e la restaurazione

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Lo stesso argomento in dettaglio: Costituzione siciliana del 1812.
Palazzo reale della Ficuzza, nei Monti Sicani, dove Ferdinando visse alcuni anni

Ferdinando, rifugiatosi per la seconda volta a Palermo nel 1806 a causa dell'invasione francese, trovò un'atmosfera tutt'altro che festosa, non volendo il popolo siciliano sottostare al suo predominio. Il re, nel 1810, riunì il Parlamento siciliano, domandando personalmente aiuti adeguati per la salvaguardia del regno minacciato dai francesi, ma la rivolta esplose nell'isola. Il 12 luglio 1812 il re promulgò la Costituzione siciliana, mentre il figlio Francesco venne nominato reggente, e un nuovo governo fu insediato con i notabili siciliani. Solo nel 1815 poterono tornare a Napoli.

Il secondo ritorno di Ferdinando a Napoli non fu caratterizzato da repressioni. Il sovrano mantenne gran parte delle riforme attuate dai francesi (fu però, ad esempio, abolito il divorzio), incluse le norme del Codice Napoleonico adottato durante il decennio francese, che venne ribattezzato "Codice per lo Regno delle Due Sicilie". Unico taglio di rilievo con il periodo napoleonico si ebbe nei rapporti con la chiesa, che tornò ad occupare un ruolo di primo piano nella vita civile del regno.[27] Questo processo di "amalgama" venne gestito dal primo ministro Luigi de' Medici di Ottajano, nominato nel giugno 1816, il quale mirava a fondere in un unico ceto il personale politico e burocratico di epoca murattiana con quello borbonico, volendo guadagnare il primo alla causa della monarchia restaurata.[28]

Nascita del Regno delle Due Sicilie

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Pubblicazione ufficiale del Regno delle Due Sicilie

La politica di assolutismo riformistico condotta dal governo napoletano del Medici portò inoltre all'effettiva unificazione delle province napoletane con quelle siciliane. Dopo il congresso di Vienna ed il trattato di Casalanza (20 maggio 1815), l'8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì in un unico Stato i regni di Napoli e di Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie, abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie. Tale atto ebbe anche la conseguenza di privare di fatto la Sicilia della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando nel 1812, che tra l'altro obbligava espressamente il re di Sicilia, in caso di riacquisizione del Regno di Napoli, a rinunziare a uno dei due regni[29].

Diploma da carbonaro, 1820

Sino al Congresso di Vienna, il Regno di Sicilia, rappresentato dal Parlamento siciliano, aveva mantenuto una propria formale indipendenza, nonostante l'unione personale (ovvero unico re per due regni) con il Regno di Napoli. L'atto di unificazione venne visto dalla classe politica e nobiliare siciliana come un affronto verso quello che ininterrottamente, e da circa 600 anni, era stato un regno indipendente a tutti gli effetti.[30] Quasi immediatamente ebbe inizio una campagna anti-borbonica, accompagnata da una propaganda dell'identità siciliana, soprattutto per azione delle élite aristocratiche di Palermo. Anche la capitale del nuovo regno fu spostata a Napoli, mentre il principe Francesco diventava Luogotenente generale di Sicilia. Come privilegi furono mantenuti per i siciliani il porto franco a Messina, l'esclusione dalla leva militare, la non applicazione dalle tasse sul sale e la libera coltivazione del tabacco. Nel governo fu istituito dal 1820 un Ministero per gli Affari di Sicilia.

La restaurazione, benché condotta in maniera riformistica[senza fonte] e con un approccio opposto rispetto al 1799, in ultima analisi non riuscì a colmare il distacco fra la monarchia borbonica ed i ceti più progrediti apertosi nel 1799, anzi, finì per estenderlo anche alla classe dirigente siciliana. Questa situazione contribuì a creare un terreno fertile al diffondersi di società segrete, che reclutavano adepti in larghi strati della borghesia del reame. Tra le più importanti società segrete del tempo vi era la Carboneria, i cui adepti erano uniti da un comune desiderio di rinnovamento che si esprimeva principalmente nella richiesta di una costituzione. Vicini alla Carboneria erano anche gli elementi murattiani, che con la politica riconciliatrice del Medici avevano rioccupato molte posizioni all'interno dell'amministrazione statale e delle Forze Armate.[31]

Guglielmo Pepe, figura di spicco dei moti del '20 e successivamente difensore di Venezia.

I moti del 1820

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Lo stesso argomento in dettaglio: Moti del 1820-1821.

In Sicilia il crescente malcontento nei confronti delle autorità napoletane (unitamente alla recente svolta costituzionale), causò lo scoppio il 15 giugno 1820 di una rivolta popolare, mentre Francesco di Borbone, Luogotenente generale di Sicilia, il 27 giugno fu costretto a lasciare la Sicilia per Napoli.

Anche nel napoletano questa crescente richiesta di rinnovamento portò, nella notte tra il 1° ed il 2 luglio 1820, al pronunciamento a Nola di un gruppo di militari di cavalleria, capeggiato dai sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati. L'iniziativa del moto rivoluzionario nel napoletano fu presa in seguito al successo della rivolta costituzionale spagnola del gennaio 1820. Il colpo di Stato nel Regno delle Due Sicilie fu attuato con l'ausilio dalla Carboneria e degli alti ufficiali delle Forze Armate, tra cui Guglielmo Pepe, che assunse il comando delle forze rivoluzionarie. Re Ferdinando I, constatata l'impossibilità di soffocare la rivolta (rapidamente diffusasi in molte province), il 7 luglio 1820 concesse la Costituzione, sulla falsariga della Costituzione spagnola del 1812, e nominò suo vicario il figlio Francesco. Il primo ottobre iniziarono i lavori del nuovo parlamento napoletano eletto alla fine di agosto, nel quale prevalevano gli ideali borghesi diffusi nel decennio francese. Tra gli atti del parlamento vi furono la riorganizzazione delle amministrazioni provinciali e comunali e provvedimenti sulla libertà di stampa e di culto.[32]

Il 16 luglio ci fu intanto l'insediamento a Palermo di un governo provvisorio dichiaratamente indipendentista, che chiese al governo rivoluzionario di Napoli il ripristino del Regno di Sicilia, seppur sempre a guida borbonica, e un proprio parlamento. Il governo napoletano in un primo momento inviò il 30 agosto in Sicilia il generale Florestano Pepe, che, con l'accordo di Termini Imerese del 22 settembre, concesse ai siciliani la possibilità di eleggere una propria assemblea di deputati, accordo che non fu ratificato dal neoeletto parlamento di Napoli[33].

Tuttavia la borghesia dell'isola vide in questo gesto il tradimento delle proprie aspirazioni indipendentistiche, il che costrinse il governo napoletano ad inviare il 14 ottobre nell'isola il generale Pietro Colletta, con l'ordine di imporre con la forza ai siciliani la volontà unitaria del governo centrale. La mancata coordinazione delle forze delle varie città siciliane portò all'indebolimento del governo provvisorio (Messina e Catania osteggiarono la rivendicazione di Palermo a voler governare l'Isola), che ben presto cadde sotto i colpi della repressione borbonica[30]. Il 22 novembre così la Sicilia tornò sotto il controllo del governo costituzionale di Napoli.

Le novità introdotte nel Regno Due Sicilie con i moti del 1820 non furono però gradite dai governi delle grandi potenze europee, specie dall'Austria di Metternich che, dopo il congresso di Troppau del 27 ottobre 1820, convocò Ferdinando I a Lubiana perché chiarisse il suo atteggiamento riguardo alla costituzione che aveva concesso. Alla partenza del re si oppose, tra gli altri, il principe ereditario Francesco[senza fonte]. Metternich, preoccupato delle conseguenze che il moto napoletano avrebbe potuto suscitare negli altri stati italiani, organizzò col favore di Ferdinando un intervento armato austriaco con lo scopo di sopprimere il governo costituzionale napoletano, nonostante i pareri discordi di altre potenze europee. Il governo napoletano, che sperava invano in una difesa della Costituzione da parte del re a Lubiana, decise per la resistenza armata contro l'aggressione austriaca.

Nel marzo 1821 il Regno delle Due Sicilie fu attaccato dalle truppe austriache, le quali sconfissero l'esercito costituzionale napoletano, comandato da Guglielmo Pepe nella battaglia di Rieti-Antrodoco. A fiaccare lo spirito combattivo delle altre truppe dell'esercito napoletano valse anche un proclama di re Ferdinando che, al seguito degli austriaci, invitava a deporre le armi e a non combattere «coloro che venivano a ristabilire l'ordine nel Regno».

Francesco I e famiglia reale

Il 23 marzo 1821 Napoli venne occupata, la costituzione venne sospesa e cominciarono le repressioni: si contarono alla fine 13 ergastoli e 30 condanne a morte, tra cui si ricordano quelle di Morelli e Silvati – eseguite nel 1822 – e quelle di Michele Carrascosa e Guglielmo Pepe, che non vennero mai eseguite in quanto i due ufficiali riuscirono a fuggire dal regno.[34]

Francesco I delle Due Sicilie

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Monogramma reale di Francesco I

Ai primi di gennaio del 1825 il re Ferdinando I morì e salì al trono suo figlio Francesco I. Sul piano politico egli perseguì una politica reazionaria aderente alle direttive austriache del 1821 (pur avendo avuto un atteggiamento favorevole nei confronti dei moti rivoluzionari durante il regno del padre).

Il governo di Francesco I ottenne un importante successo politico nel 1827, quando riuscì a far sgomberare il regno dalle truppe austriache che lo occupavano dal 1821. Allo stesso tempo si provvide a riorganizzare il Real Esercito, affidando il suo comando al principe ereditario Ferdinando e portandolo alla consistenza che aveva prima del 1820. Questa volta si cercò di fare della forza armata un valido puntello della monarchia, escludendo quindi tutti quei militari con precedenti esperienze carbonare o murattiane e reclutando 4 reggimenti svizzeri.

Nonostante l'introduzione di metodi duramente repressivi e la nascita di influenti movimenti culturali cattolico-reazionari[senza fonte], non si riuscì a domare l'opposizione settaria e ad impedire lo sviluppo di un pensiero politico liberale. Nel Regno delle Due Sicilie l'insurrezione settaria esplose nuovamente nel giugno 1828 nel Cilento, capeggiata da elementi del Parlamento del 1820, con la proclamazione della costituzione secondo il modello francese. Tuttavia questa rivolta fu rapidamente stroncata dalla Gendarmeria Reale guidata dal colonnello Francesco Saverio del Carretto.[28]

Ferdinando II, le riforme e il 1848

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Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del Regno delle Due Sicilie nel 1848.
Statua in ghisa di Ferdinando II
Il Monarca, vascello dell'Armata di Mare. Al momento del varo (1850) era la più potente nave da guerra italiana[35]

Alla morte di Francesco I, l'8 novembre 1830, il regno passò al figlio Ferdinando II, allora solo ventenne. Il giovane sovrano dimostrò subito idee più liberali e un atteggiamento affabile verso il popolo[36]: provvide a richiamare in patria e a reinserire negli incarichi numerosi esuli (tra i quali il generale Guglielmo Pepe, chiamato per sedare i moti scoppiati in Sicilia, ed il Carrascosa) e reintegrare nelle loro funzioni i più meritevoli, non solo tra gli ufficiali che avevano servito sotto Murat, tentando di assicurarsi la fedeltà dei militari, degli impiegati e dei funzionari congedati dopo il decennio francese[37].

Il suo governo fu caratterizzato da riforme volte a migliorare l'economia al fine di eliminare gradualmente il deficit formatosi tra il '21 e il '30. Furono abolite le tenute di caccia e ridotte le spese della corte e di alcuni ministeri[38].

In questo periodo a Portici sorsero le officine di Pietrarsa, uno dei maggiori opifici specializzati d'Europa per la costruzione e manutenzione delle locomotive a vapore, divenuto in seguito un museo. Il centro industriale ebbe grande risonanza internazionale, e fu visitato dallo zar Nicola I che lo prese d'esempio per la costruzione del complesso ferroviario di Kronstadt[39][40]. Nel regno operava la maggior industria navalmeccanica d'Italia (a Napoli e Castellammare di Stabia quest'ultimo, con 1.800 operai, era il primo cantiere navale italiano per grandezza), la prima nave da guerra a vapore d'Italia (la pirofregata Ercole), la prima nave a propulsione ad elica (la Giglio delle Onde)[senza fonte], la prima nave munita di macchina a vapore costruita interamente in Italia (la Ettore Fieramosca[41]), la prima nave militare ad elica ed in metallo (la Borbone)[senza fonte], la prima ferrovia e prima stazione in Italia (1839, la Napoli-Portici), la galleria ferroviaria presso Nocera, il primo sistema di fari lenticolari in Italia[senza fonte], il primo osservatorio sismologico al mondo (l'Osservatorio Vesuviano[42]).

In politica estera Ferdinando cercò di mantenere il regno fuori dalle sfere di influenza delle potenze dell'epoca: "la sua parola d'ordine era «Indipendenza»"[36]. Tale indirizzo era concretamente perseguito pur favorendo l'iniziativa straniera nel reame, ma sempre in un'ottica di acquisizione di conoscenze tecnologiche che consentissero, in tempi relativamente brevi, l'affrancamento da Francia e Regno Unito[43]. A tal proposito bisogna ricordare che nel 1816 il governo britannico si era fatto concedere da Ferdinando I il monopolio dello sfruttamento dello zolfo siciliano[44] a prezzi molto bassi (va ricordato che lo zolfo era una materia d'importanza strategica per l'industria del tempo). Ferdinando II, deciso a ridurre la tassazione attraverso l'abolizione della tassa sul macinato, decise di affidare il monopolio ad una società francese che concedeva un pagamento più che doppio rispetto agli inglesi: questa misura innescò la cosiddetta "questione degli zolfi". Il primo ministro britannico Lord Palmerston mandò una flotta militare davanti al Golfo di Napoli, minacciando di bombardare la città. Ferdinando II a sua volta mise sul piede di guerra flotta ed esercito. La guerra fu evitata solo con l'intervento di Luigi Filippo re dei Francesi: Ferdinando II infine dovette rimborsare sia gli inglesi sia i francesi per il danno arrecato.

I moti rivoluzionari

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Nel gennaio del 1848, con la riaffermazione di movimenti regionalistici risvegliati dalla recente crisi europea, il Regno delle Due Sicilie vide scoppiare una nuova insurrezione in Sicilia, avvenimento che innescò moti similari nel resto del reame e di conseguenza nel resto d'Italia, con risvolti decisivi per la successiva storia nazionale. La rivoluzione siciliana scoppiò il 12 gennaio 1848 in Piazza della Fieravecchia a Palermo, capitanata da Giuseppe La Masa. In un primo momento la rivolta vide la partecipazione massiccia dei popolani palermitani a cui seguì l'adesione della borghesia liberale, mossa soprattutto dalla volontà di ripristinare il Regno insulare di Sicilia e la Costituzione del 1812. Dopo sanguinosi scontri, La Masa, al comando di un esercito popolare, riuscì a scacciare la luogotenenza generale e gran parte dell'esercito borbonico dalla Sicilia, costituendo un «comitato generale rivoluzionario». Il comitato generale istituì un governo provvisorio a Palermo; tra le felicitazioni generali e l'ottimismo, Ruggero Settimo, un liberale moderato appartenente alla nobiltà siciliana, venne nominato presidente.

Ferdinando II giura fedeltà alla Costituzione (24 febbraio 1848)
Barricate a Napoli (15 maggio 1848)

L'estensione del movimento insurrezionale alla Campania e al resto del regno fu immediato. Il re, dopo alcuni tentativi di frenare il movimento con piccole concessioni, cercò di arginare le richieste liberali concedendo la Costituzione con Regio Decreto del 29 gennaio, ispirandosi al modello francese. Paradossalmente i moti quarantotteschi in Francia travolgevano, a fine febbraio, proprio quel miglior modello di Costituzione ed il re Luigi Filippo di Borbone - Orleans. Concessa la Costituzione Ferdinando II, avallando le richieste del nuovo governo, si fece promotore di nuove riforme di stampo schiettamente liberale. Tra le molte riforme progettate dal governo costituzionale del '48 si ricorda ad esempio quella della Pubblica Istruzione, che venne affidata dal re a Francesco de Sanctis. La Costituzione tuttavia non intaccava in modo sostanziale il potere regio, in quanto al re spettava il potere esecutivo, mentre condivideva quello legislativo con il Parlamento.

Intanto in Sicilia, l'11 febbraio, venne promulgata la Costituzione, giurata il 24 febbraio, nel medesimo giorno della fuga di Luigi Filippo da Parigi. Il 25 marzo del 1848 si riunì il Parlamento Generale di Sicilia, con un governo rivoluzionario presieduto da Ruggero Settimo e composto da ministri eletti dallo stesso presidente, che proclamò l'indipendenza dell'isola ricostituendo il Regno di Sicilia. All'ottimismo tuttavia seguì ben presto la disillusione; le forze politiche in coalizione apparvero infatti assai in contrasto: vi era nutrita presenza di liberali moderati, contrapposta a democratici e a qualche mazziniano. I campi che accesero la miccia delle rivalità furono soprattutto l'istituzione di una Guardia Nazionale e del suffragio universale, entrambe sostenute soprattutto da Pasquale Calvi, membro democratico del governo. Scarse prese di posizione vi erano su che linea di comportamento intraprendere verso il governo di Napoli e la possibilità di prendere o meno parte alla formazione dello Stato Italiano, quest'ultima sostenuta solo dalla minoranza mazziniana[45]. Intanto, nonostante l'appoggio concreto delle città siciliane al governo provvisorio di Settimo, le aree rurali divennero scarsamente controllate e agitazioni contadine misero in serie difficoltà le amministrazioni locali.

Le elezioni nel Regno delle Due Sicilie continentale invece si tennero nel mese di aprile. Il superamento di questa delicata fase non pose termine ad una disputa fra il sovrano, che considerava la Costituzione appena concessa come base del nuovo ordinamento rappresentativo, e la parte più radicale dei neoeletti che, al contrario, intendeva "svolgerla" (come si diceva con terminologia apparentemente neutra), ovvero il primo atto del Parlamento avrebbe dovuto essere la modifica della Costituzione appena promulgata. Il 15 maggio 1848 a Napoli, il giorno successivo all'apertura della Camera, ci furono clamorose manifestazioni da parte dei deputati costituzionali (ed in particolare di quelli repubblicani). Fu quello il giorno decisivo per le sorti della Costituzione delle Due Sicilie: si ebbero a Napoli sbarramenti delle vie cittadine (in specie quelle prossime alla reggia) con barricate da cui partirono fucilate in direzione dei reparti schierati. Questi disordini determinarono l'inevitabile reazione regia e quindi lo scioglimento della Camera da parte di Ferdinando II. Un mese dopo, il 15 giugno, si tennero nuove elezioni ma gli eletti furono in gran parte quelli della passata elezione. Dopo la prima seduta la riapertura della Camera fu rinviata diverse volte di mese in mese fino al 12 marzo 1849, quando fu riaggiornata "a tempo indeterminato".

Carlo Filangieri, principe di Satriano. Protagonista delle guerre napoleoniche, soffocò la rivoluzione siciliana del 1848, fu successivamente primo ministro e ideatore della Costituzione del 1860

Ferdinando II in seguito ai fatti del 15 maggio decise di intraprendere una risoluta restaurazione assolutistica. Nel settembre 1848, dopo aver richiamato in patria l'armata napoletana schierata in Lombardia ed aver sospeso le attività parlamentari, il re decise di reprimere con la forza anche il separatismo siciliano. Già con il cosiddetto decreto di Gaeta Ferdinando II di Borbone riconquistò il possesso della Sicilia grazie alle azioni militari guidate del Generale Carlo Filangieri, sciogliendo l'assise e bombardando le piazzeforti della città di Messina (azione che fece guadagnare a Ferdinando II l'appellativo di "re bomba"). La dura repressione borbonica dell'estate del 1849 contro un governo provvisorio ormai instabile, decretava la fine dell'esperienza rivoluzionaria del 1848-1849 e l'ulteriore allargamento del preesistente divario tra la classe politica siciliana e quella napoletana.

Carlo Poerio condotto all'ergastolo, esce dalla Vicaria di Castel Capuano ammanettato con un comune detenuto (Nicola Parisi)

Ferdinando II nominò Filangieri duca di Taormina e governatore della Sicilia. Con un decreto del re di Napoli del 15 dicembre 1849 venne imposto all'isola un debito pubblico di 20 milioni di ducati. Dall'agosto 1849 nel gabinetto di Governo del Regno delle Due Sicilie fu istituito un Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

L'immobilismo politico e l'ostilità britannica

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Anche se non vi fu una formale revoca della Costituzione, ma una sua "sospensione" a tempo indeterminato, dopo l'insurrezione siciliana e quella napoletana Ferdinando II decise di non intraprendere più alcuna riforma politica nel regno. Anche in questo caso vi fu un seguito di processi e condanne, tra cui quelle di Luigi Settembrini (illustre figura di filosofo ed educatore, già autore dalla Protesta del popolo delle Due Sicilie), Filippo Agresti e Silvio Spaventa. Al ristabilimento dell'assolutismo seguì una decisa repressione del movimento liberale e dei tentativi insurrezionali (F. Bentivegna, Carlo Pisacane).

Domate le fiamme divampate nel 1848, per far ritornare all'ombra della corona le amministrazioni locali, in tutto il regno furono sottoscritte delle petizioni con le quali i cittadini, rappresentati dai sindaci, richiedevano l'abolizione dello Statuto. Gli esponenti del mondo liberale sostennero che, per riconciliare la borghesia alla corona, fosse stato l'allora ministro segretario di stato Giustino Fortunato a concepire l'ingegnoso espediente legislativo della petizione[46]. L'iniziativa della petizione, che suscitò polemiche da parte della stampa liberale, fu infine posta in atto sia al di qua, sia al di là del Faro, dove fu fondamentale l'opera persuasiva compiuta dal generale Filangieri nei confronti della classe politica siciliana. Solo una piccola minoranza di sindaci rifiutò di firmare, subendo via via la destituzione dalle cariche e la sorveglianza della polizia[47]. Grandissima parte dei proprietari e della popolazione, invece, aderì spontaneamente all'iniziativa, in quanto stanca dei disordini provocati dagli avvenimenti di quegli anni[senza fonte]. D'altronde, secondo Acton e il ceto dominante, le masse si sentivano estranee alle rivoluzioni volute dalle élite ed anelavano a vivere pacificamente[48].

Il principe Paolo Ruffo di Castelcicala, ambasciatore napoletano a Londra e poi successore di Filangieri in Sicilia

Con gli eventi del biennio 1848-1849 quindi le idee liberali e l'atteggiamento tollerante di Ferdinando II vennero meno: il sovrano assunse una condotta inflessibile che, da un lato, gli consentì di riprendere il controllo del suo regno ma, dall'altro, fece sì che egli fosse dipinto come un "mostro" dalla stampa liberale europea[49]. A tal proposito fecero grande impressione a Napoli gli scritti di Antonio Scialoja, tanto da indurre Ferdinando II a costituire un'apposita commissione atta a confutare pubblicamente le tesi dell'economista esule a Torino. Risonanza internazionale invece ebbero le lettere del politico britannico William Ewart Gladstone pubblicate nel 1851, il quale, descrivendo le condizioni delle carceri borboniche, arrivò a definire il governo napoletano "negazione di Dio". Quest'ultimo episodio irritò molto Ferdinando II, che intravedeva dietro la penna di Gladstone (il quale probabilmente non entrò mai in un carcere del Regno delle Due Sicilie) la mano dei liberali napoletani e, soprattutto, il ricatto del governo britannico.

A questo proposito, prima della pubblicazione delle missive di Gladstone, il primo ministro inglese Lord Aberdeen sollecitò più volte l'ambasciatore napoletano a Londra, il principe Ruffo di Castelcicala, a fare pressioni sul governo borbonico affinché adottasse una linea politica più liberale, paventando una futura diffusione delle lettere. Tuttavia il primo ministro delle Due Sicilie, Giustino Fortunato, non si rese conto della gravità della situazione e trascurò gli avvertimenti di Lord Aberdeen. In seguito allo scandalo suscitato dalla pubblicazione del carteggio, Ferdinando II costrinse il marchese Giustino Fortunato a dare le dimissioni dalla carica di primo ministro[50].

Ad aggravare ulteriormente l'ostilità del re verso le aperture politiche contribuì l'attentato compiuto da Agesilao Milano alla sua persona nel 1856. Questi, soldato calabrese mazziniano, nel giorno 8 dicembre 1856, approfittando della vicinanza del re (intento a passare in rassegna le truppe), colpì Ferdinando II con la baionetta procurandogli una profonda ferita all'addome che non ebbe esiti fatali.

Carlo Pisacane

Pur di rompere l'immobilismo in cui era piombato il regno borbonico dopo il 1848, gli esuli rifugiatisi a Torino e a Parigi decisero di sostenere nel 1857 un piano ideato da Giuseppe Mazzini volto a sollevare le popolazioni italiane con spedizioni di rivoluzionari in vari punti della penisola. Il piano mazziniano prevedeva che la spedizione nelle Due Sicilie fosse affidata a Carlo Pisacane, ex ufficiale del Real Esercito, reduce delle battaglie di Lombardia e della difesa di Roma del 1848. Carlo Pisacane era un rivoluzionario dotato di ideali socialisti, su posizioni ben più radicali rispetto a Mazzini. Tuttavia l'idea della spedizione nel regno borbonico riuscì a riconciliare i due uomini, nonostante le grandi difficoltà che questa operazione comportava. Il 25 giugno 1857 Pisacane salpò da Genova col piroscafo "Cagliari" alla volta del Cilento meridionale, sperando di trovare in quei luoghi una popolazione pronta a sollevarsi contro i Borbone. Le autorità del reame, dopo lo sbarco di Pisacane a Sapri, riuscirono a fermare immediatamente il tentativo insurrezionale, aizzando la stessa popolazione locale contro gli insorgenti. Pisacane, ferito negli scontri di Padula, si suicidò il 2 luglio 1857 a Sanza.[28]

Ferdinando II morì il 22 maggio 1859 a soli 49 anni in seguito ad una setticemia le cui cause sono tuttora controverse. Egli fu colpito da un'infiammazione all'inguine durante il viaggio da Napoli a Bari, città dove sarebbe sbarcata la giovane sposa bavarese del duca di Calabria; questa infiammazione non fu curata per tempo e gli ultimi tentativi di cura avvennero ormai in fase avanzata di sepsi, dopo un travagliato viaggio in nave da Bari a Napoli.

La reazione assolutistica, intrapresa da Ferdinando II per ristabilire l'ordine nel reame dopo le rivoluzioni del 1848, inaugurò nel Regno delle Due Sicilie quello che fu definito come un vero e proprio "decennio di immobilismo". Questo decennio fu caratterizzato da un crescente isolamento da parte delle potenze straniere, specialmente quelle facenti capo al Regno Unito, e da una cristallizzazione delle istituzioni borboniche su standard reazionari. Ferdinando II, estremamente deluso dall'esperienza costituzionale e fermamente convinto di dover conservare l'assolutismo, di fatto si rese responsabile dell'esodo di un'intera generazione di intellettuali e militari, a cui i campi di battaglia della prima guerra d'indipendenza, e le riforme intraviste nel 1848, avevano impresso un'indelebile volontà innovatrice. Questa generazione, delusa dalla mancata svolta costituzionale del regno e dalla reazione ferdinandea, trovò un'accettabile valvola di sfogo nella capitale del Regno di Sardegna, Torino, stato che invece dopo il 1848 aveva conservato il proprio "Statuto Albertino" e un primordiale ma significativo nucleo di libertà fondamentali e diritti civili. Il consolidamento di una sorta di monarchia costituzionale in Piemonte al contrario aveva inaugurato nel reame sabaudo un "decennio di preparazione", che vide il regno dei Savoia come unico punto di riferimento in Italia per la generazione votata alla "causa nazionale". Il decennio 1849-1859 fu quindi decisivo per i successivi avvenimenti che portarono alla conquista delle Due Sicilie nel 1860: il regno borbonico, ormai isolato diplomaticamente e dotato di una classe dirigente invecchiata e conservatrice, doveva confrontarsi in Italia con il reame dei Savoia, diplomaticamente favorito e sostenuto da nuove energie morali e politiche, compresi coloro che, oppressi, avevano abbandonato il Regno delle Due Sicilie. Il nuovo sovrano delle Due Sicilie, Francesco II, era ben consapevole di dover imprimere una rapida svolta al regno per recuperare il tempo perduto, ma suo malgrado fu costretto a gestire una crisi imprevedibile.[51]

La nuova bandiera tricolore voluta da Francesco II

Francesco II salì al trono a soli 23 anni il 22 maggio del 1859 assieme alla sua giovane consorte, Maria Sofia di Baviera (sorella della famosa "Sissi", moglie dell'imperatore Francesco Giuseppe). Di carattere mite, il suo regno per quanto breve fu molto intenso, in quanto dovette far fronte prima a una sommossa scoppiata nel 3º Reggimento Svizzero a Napoli[52], poi dovette affrontare la spedizione dei Mille e la delicata trasformazione costituzionale del suo regno. Travolto dagli eventi non riuscì a rompere l'isolamento politico del regno e a impedirne la dissoluzione, egli tuttavia si impegnò a riconcedere la Costituzione (cosa che fece con l'ausilio del Filangieri durante l'avanzata dei garibaldini in Sicilia) e alcune fonti storiche affermano che fosse sua volontà riprendere il percorso "riformista" interrotto nel 1849[53]. Sotto il regno di Francesco II la vecchia classe dirigente ferdinandea venne completamente messa da parte: essa fu sostituita ovunque da personaggi di fede liberale.

Nello stesso periodo rientrarono in patria gran parte degli esuli che avevano lasciato le Due Sicilie dopo il 1848 per motivi politici, spesso andando ad occupare posizioni nel nuovo governo napoletano. Questo brusco cambio di regime fu uno dei principali motivi dell'indebolimento del Regno delle Due Sicilie nei convulsi giorni del 1860: le nuove istituzioni governative si ritrovarono in una situazione che richiedeva una risolutezza che mancò completamente in quei frangenti.[53] Il reame sopravvisse fino al 1861, quando, dopo la conquista della massima parte del suo territorio a opera di Giuseppe Garibaldi (in seguito alla spedizione dei Mille in Sicilia, iniziativa capace da un lato di raccogliere le volontà rivoluzionarie dei democratici del Partito d'Azione, dall'altro di agire con un tacito e parziale, ma reale, appoggio dei Savoia), le ultime fortezze borboniche (Gaeta, Messina e Civitella del Tronto) si arresero agli assedianti piemontesi.

La situazione siciliana nel 1860 era estremamente tesa. Dal 1849 fino alla morte di Ferdinando II si visse in Sicilia un decennio di relativa quiete, grazie all'azione repressiva ed allo stesso tempo riconciliatrice svolta dai luogotenenti del re Carlo Filangieri e Paolo Ruffo. Tuttavia alla morte dell'autoritario sovrano si riaccesero nell'Isola aspirazioni rivoluzionarie. Gran parte della nobiltà isolana, specialmente quella palermitana, era nettamente schierata dalla parte della fazione liberale ed unitaria, e molti dei suoi giovani rampolli avevano un ruolo attivo nelle attività cospirative. Dopo la vittoria di Solferino si ebbe in tutto il Reame una grande ondata di entusiasmo verso la causa italiana, che alimentò le fiamme insurrezionali che di lì a poco sarebbero divampate. Nei primi mesi del 1860 partirono dall'Isola accorati appelli a Garibaldi affinché si mettesse alla testa di una nuova rivoluzione siciliana. Garibaldi dal canto suo rispondeva che sarebbe partito appena i siciliani avessero preso le armi. Con l'intento di provocare una rivolta generale quindi alcuni giovani nobili organizzarono una sommossa armata per il giorno 4 aprile 1860, accumulando di nascosto armi in un vecchio deposito all'interno del convento della Gancia. La polizia borbonica, efficacemente guidata dal Maniscalco, venne a conoscenza della rivolta ed il giorno 4 aprile le Reali Truppe fecero irruzione nel convento della Gancia, sequestrando le armi ed arrestando i cospiratori.[53]

Cacciatori del Real Esercito
Palermo nel 1860

Da quel giorno il Distretto di Palermo venne posto in stato di assedio e i Consigli di Guerra del Real Esercito eseguirono 13 fucilazioni tra i giovani cospiratori, contribuendo ad esasperare gli animi nella capitale siciliana.

La spedizione dei Mille

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Lo stesso argomento in dettaglio: Spedizione dei Mille e Dittatura di Garibaldi.

Garibaldi quindi, preceduto da Rosolino Pilo e supportato dagli esuli siciliani a Torino Francesco Crispi e Giuseppe La Farina, decise di sbarcare in Sicilia per guidare l'insurrezione dell'isola, con l'ambigua copertura diplomatica e militare del governo sabaudo. La polizia borbonica anche in questo caso venne a sapere anticipatamente del progetto di Garibaldi, e subito si organizzò un piano di pattugliamento delle coste siciliane da parte dell'Armata di Mare e dell'Esercito. Tuttavia, in modo del tutto fortunoso, le due navi piemontesi su cui erano imbarcati i Mille di Garibaldi, riuscirono ad attraversare il tratto di costa presieduto dalla pirofregata Stromboli e, nelle prime ore dell'11 maggio 1860, i garibaldini iniziarono tranquillamente le operazioni di sbarco nel porto di Marsala.

Lo Stromboli, che quel giorno aveva dovuto fermarsi per alcune ore al porto di Trapani, arrivò a Marsala solo a sbarco avvenuto, insieme alle navi Partenope e Capri, e non poté fare altro che effettuare un tardivo quanto inefficace bombardamento. Il ritardo decisivo con cui venne aperto il fuoco contro i Mille fu causato innanzitutto della presenza di navi inglesi nel porto siciliano, le quali rischiavano di essere bersagliate dalle granate borboniche con gravissime conseguenze politiche. Nel frattempo l'ufficio telegrafico di Marsala aveva già spedito a Palermo la notizia dello sbarco, ed il giorno successivo il governo napoletano emise una nota ufficiale in cui si deplorava duramente il governo di Torino per aver permesso un simile atto di pirateria.[53]

Francesco II reagì facendo pressioni su alcuni celebri generali napoletani, tra cui l'esperto ex-primo ministro Carlo Filangieri, affinché andassero a dirigere le operazioni in Sicilia. Tuttavia nessuno accettò il gravoso compito, e Filangieri, in alternativa, propose come comandante in capo delle Reali Truppe in Sicilia il generale Ferdinando Lanza, suo vecchio commilitone, il quale assunse questo incarico il 15 maggio 1860. Appena insediatosi Lanza apprese della ritirata di Landi a Calatafimi senza prendere nessun provvedimento atto a contrastare l'avanzata di Garibaldi, che poteva fare affidamento ora anche su migliaia di siciliani organizzati in bande armate. L'unica decisione presa da Lanza in quei giorni riguardò l'eliminazione dei posti di guardia a Palermo, rendendo così la città incontrollabile. Egli non compì nessuna azione offensiva all'interno dell'isola, nonostante le continue esortazioni del re, convinto di dover aspettare Garibaldi a Palermo e vanificando così le lunghe marce di inseguimento della colonna "Von Mechel". A Napoli la fiducia in Lanza crollò repentinamente e Francesco II poté ben poco per rimediare ai suoi errori.

Il giorno 27 maggio, dopo aver perso preziosissimi giorni, Lanza fu finalmente attaccato da Garibaldi a Palermo. Seguirono 3 giorni di aspri combattimenti per le vie cittadine, in cui le truppe borboniche furono più volte sul punto di sopprimere le improvvisate difese rivoluzionarie. Ma proprio nel momento in cui i garibaldini sembravano essere sopraffatti, anche grazie all'ingresso in città della colonna "Von Mechel", Lanza decise di stipulare un armistizio che di fatto decretò la conquista di Palermo da parte degli insorti.[53]

Il principe Filangieri, capendo che la situazione stava precipitando, propose al giovane sovrano una soluzione diplomatica alla crisi: egli, facendosi portavoce delle intenzioni di Napoleone III, esortò caldamente Francesco II ad abbandonare la fallimentare linea politica austriaca e ad avvicinarsi alla causa francese (da sempre cara al principe di Satriano), concedendo la Costituzione ed occupando lo Stato Pontificio al posto delle truppe francesi: solo così l'Impero Francese avrebbe potuto supportare i diritti delle Due Sicilie in Italia, contrastando al contempo gli interessi inglesi nel Mediterraneo. Francesco II rifiutò decisamente questo piano, parendogli cosa indegna occupare i territori del papa, e si limitò a promulgare una nuova Costituzione di tipo francese. L'atteggiamento di Francesco II causò le dimissioni del Filangieri, il quale si ritirò dalla vita politica e militare.[53]

L'impresa di Garibaldi stupì i contemporanei per le capacità di comando dimostrate dal condottiero nizzardo e dai suoi ufficiali e per la rapidità con cui i Mille, aumentati progressivamente a 50.000[54], riuscirono a conquistare il regno, nonostante l'iniziale disparità delle forze in campo. Dopo la decisiva occupazione della Sicilia, nel reame avvennero insurrezioni guidate dai numerosi liberali di nuova e vecchia data (coordinati da Silvio Spaventa) che, non soddisfatti dagli ordinamenti costituzionali concessi dal governo borbonico, si schierarono decisamente a favore dell'unificazione[53]. Il movimento unitario nelle Due Sicilie pescava a piene mani nella borghesia meridionale: l'apporto di questa classe sociale fu importantissimo in quel periodo.

Francesco II in uniforme, in una foto di Pierre Petit
Garibaldi dinanzi a Capua
«I capi delle bande insurrezionali, militari improvvisati, e i capi dei Comitati e dei governi provvisori appartenevano ad alta posizione sociale, circondati dalla pubblica stima. In Basilicata, Davide Mennuni, anima calda di patriottismo, era un ricco possidente di Genzano; Vincenzo Agostinacchio, che comandava il contingente degli Spinazzolesi mossi alla volta di Potenza insorta, era avvocato e benché di gracile salute, aveva indomita forza d'animo; avvocato era Teobaldo Sorgente; possidente, Luigi de Laurentiis; prete, che aveva gettata la sottana, Niccola Mancusi; e ricchi il marchese Gioacchino Cutinelli, che morì senatore del Regno d'Italia; Domenico Asselta, che fu deputato; e così Niccola Franchi, gli Scutari e i Sole, cugini del poeta, e così tanti altri, in Puglia, in Basilicata, ma principalmente in Calabria, dove milionari, come i Morelli, i Compagna, gli Stocco, il Guzolini, i Quintieri, i Labonia, i Barracco, erano a capo dei Comitati o li sovvenivano.

Non erano certo bande di straccioni, perché la borghesia più eletta vi dava largo contingente. La rivoluzione si compiva in nome dell'idea morale; e i ricordi storici, e le poesie patriottiche infiammavano di ardore lirico quei cospiratori e quei soldati. Disfarsi dei Borboni, conseguire la libertà durevolmente, tradurre in atto il pensiero di Dante e di Machiavelli e confidare in una rigenerazione morale ed economica di un nuovo stato di cose, che non fosse Repubblica, ritenuta sinonimo di disordini, ma Monarchia costituzionale e nazionale, con un Re, divenuto anche lui una leggenda: ecco l'ideale che sfuggiva alle analisi e alle riflessioni, e mutava la conservatrice e ricca borghesia in forza rivoluzionaria; ideale non fumoso, anzi in via di realizzazione per un provvidenziale concorso di circostanze.»

Liborio Romano riceve Garibaldi alla stazione di Napoli

La prima insurrezione fu quella della provincia di Basilicata, iniziata a Corleto Perticara il 16 agosto e culminata con la presa di Potenza del 18 agosto e successiva proclamazione di un governo provvisorio in nome di Garibaldi e Vittorio Emanuele II.[55] Ne seguirono altre, con o senza proclamazioni ufficiali, in Terra di Bari con l'insurrezione di Altamura del 21 agosto, in Calabria Citeriore con Cosenza il 24 agosto, in Calabria Ulteriore Prima con Catanzaro il 26 agosto[56] e nel Principato Citeriore con Auletta il 31 agosto.[57] Con la città di Benevento, enclave dello Stato Pontificio, che aveva costretto alla fuga i soldati bavaresi che la tenevano già dal 22 luglio, insorse il Principato Ulteriore il 2 settembre.[58] In Abruzzo un governo provvisorio fu proclamato il 9 settembre.[59]

Le armate borboniche sulle prime non riuscirono ad organizzare un'efficace resistenza, sebbene in ciò ebbero parte anche numerosi episodi documentati di insubordinazione e di corruzione[60] degli stessi ufficiali generali, generalmente ultrasettantenni, per gran parte ex carbonari ed ex murattiani richiamati in servizio da Ferdinando II nel 1831, i quali non si potevano dire sostenitori del partito filo-austriaco dominante nella corte borbonica. Il giovane ed inesperto Francesco II, ricevendo a Napoli notizie contrastanti, non riuscì a contenere la fallimentare conduzione delle operazioni in Sicilia del generale Lanza, che non fece niente per avvalersi della sua netta superiorità in uomini e mezzi (disponeva in Sicilia di circa 24.000 uomini), provocando profondi malumori nelle stesse Truppe Reali. In particolare si ricorda la grave decisione del generale Landi a Calatafimi di far ritirare i Cacciatori napoletani proprio nel momento di massima difficoltà per i Mille[61].

L'esasperazione dei soldati del Real Esercito raggiunse il culmine in Calabria: qui il generale Briganti (già fautore del bombardamento di Palermo nei giorni dell'Insurrezione), dopo aver dato alle truppe l'ennesimo ordine di ritirarsi senza combattere di fronte ai garibaldini, fu fucilato dai suoi stessi uomini che, credendolo un traditore, non tollerarono l'ulteriore rifiuto da parte del proprio comandante di attaccare un nemico tanto più debole[62]. Decisivo fu anche il ruolo svolto dagli alti ufficiali dell'Armata di Mare che sostanzialmente si rifiutarono di affondare le navi garibaldine nel loro passaggio dalla Sicilia alla Calabria[senza fonte] e che, successivamente, secondo gli storici filoborbonici consegnarono gran parte delle proprie navi deliberatamente alla Marina Sabauda[63].

L'inazione degli ufficiali superiori borbonici, a ragione o a torto sospettati di tradimento dai posteri, è però parzialmente spiegabile se si considera che in quel periodo, tra i vertici dei ministeri napoletani, era diffusa la convinzione che ci sarebbe stata una rapida reazione diplomatica da parte delle potenze straniere contro quella che a Napoli si considerava un'invasione del tutto illegittima o, più semplicisticamente, un atto di pirateria. Effettivamente l'attività diplomatica in quei giorni fu frenetica, ma il re si accorse troppo tardi di essere stato ormai abbandonato al proprio destino da parte delle principali potenze, soprattutto a causa delle politiche di isolamento attuate dal padre Ferdinando II dopo il 1848/49.[64]

Castello di Gaeta, Francesco II passa in rassegna una postazione d'artiglieria del Real Esercito durante l'assedio

Secondo Raffaele de Cesare il problema era costituito dal fatto che i generali, sospettosi e gelosi l'uno dell'altro e con tendenza a schivare le responsabilità, non avevano nessuna intenzione di rischiare la vita o la reputazione per un re che non era amato, né temuto.[65]. Lo storico borbonico de' Sivo così descriveva la situazione delle forze armate del Regno delle Due Sicilie nel 1860;

«... Adunque se togli i gendarmi, gli invalidi, i collegiali, i mancanti e molti altri scritti sì né ruoli, ma inabili al servizio, consegue che l'esercito napolitano effettivo pronto a combattere non passava i sessantamila, su tutta la superficie del Regno » .

«... Gli uffiziali in gran parte né onesti, né sapienti, surti per favori, beneficiati oltre misura, avean grosse mercedi, croci cavalleresche, percettorie, collegi gratis a' figliuoli, e a' figliuoli e nepoti uffizii per grazia in magistratura, in amministrazioni, nelle finanze e nell'esercito. Fatto i Sardanapali[66] all'ombra de' gigli, presero la croce sabauda piuttosto per iscansar fatiche, che per congiurazione. Non che congiuratori vi mancassero, ma i più subirono la congiurazione per codardia. » .
«… Da più anni si sussurrava di furti grandi nella costruzione di legni, negli arsenali, sulle mercedi agli operai, sulle tinte de' bastimenti, e su vettovaglie, polvere e carbone. ...[ ]...Ma il male interno era la mancanza di nesso tra gli uffiziali, i pensieri diversi, le avidità, le malizie, l'ignavia di ciascuno. Pochi eran buoni.»

Solo nella parte conclusiva della campagna, con la battaglia del Volturno, il regno ritrovò la dignità di un'ultima resistenza. Il re Francesco II decise di non combattere nella città di Napoli (seppur ben munita e fortificata), ma di attestarsi nelle piazzeforti della pianura campana per tentare la controffensiva e la successiva riconquista del reame. Le Truppe Reali si batterono valorosamente sul Volturno[68], mettendo in difficoltà le schiere garibaldine. Tuttavia l'intervento delle armate sarde, in fase di congiunzione ai garibaldini[64], e soprattutto gli errori strategici commessi dallo Stato Maggiore, decretarono la decisiva sconfitta. La volontà di non arrendersi fu dimostrata anche dalla fortezza assediata di Gaeta, dove si rifugiò la famiglia reale e nella quale circa 13.000 soldati, ciò che rimaneva dell'esercito napoletano, si trovarono a fronteggiare in un logorante assedio le armate del Regno di Sardegna, che sostituirono in parte l'esercito meridionale, in fase di scioglimento per volontà dello stato maggiore piemontese.

Circondata, Gaeta fu sottoposta ad un blocco navale e pesantemente bombardata dal mare e da terra, sino alla resa (Assedio di Gaeta), la fortezza poté resistere cento giorni anche perché per settanta giorni fu protetta dal mare dalla flotta francese.

Fine del regno

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La fine del regno si articolò in una serie di momenti distinti successivi alla spedizione dei Mille, tra l'ottobre del 1860 e il marzo del 1861. Il 13 febbraio 1861 Francesco II di Borbone si arrese a Gaeta, ultimo baluardo del suo regno capitolando dopo 102 giorni di resistenza ai bombardamenti e all'assedio delle truppe sabaude del generale Enrico Cialdini (assedio di Gaeta 1860-1861): cessò così di esistere il Regno delle Due Sicilie.

Formalmente, le Due Sicilie furono annesse a larga maggioranza al Piemonte-Sardegna dopo l'esito dei due plebisciti d'annessione tenutisi nelle province napoletane e nelle province siciliane il 21 ottobre 1860, i cui risultati furono formalizzati con i regi decreti 17 dicembre 1860, nn. 4498 e 4499 («Le province napoletane fanno parte del Regno d'Italia» e «Le province siciliane fanno parte del Regno d'Italia»). La decisione dell'annessione immediata ed incondizionata delle Due Sicilie al Regno di Sardegna fu fortemente voluta dal primo ministro conte di Cavour, che, spaventato dalla prospettiva di un'affermazione democratico-popolare e repubblicana nei territori meridionali conquistati da Garibaldi, fece di tutto affinché la spedizione dei Mille non scivolasse verso una soluzione di sinistra. Annessione voleva dire vaccinazione contro il rischio rivoluzionario, contro il "disordine sociale", perciò si cercò subito di stabilire delle intese con gli esponenti meno compromessi del vecchio regime (esemplare fu il comportamento ambiguo tenuto in quei frangenti da Liborio Romano), e soprattutto si cercò di rassicurare il vecchio ceto agrario, il cui appoggio era indispensabile per il controllo politico del Mezzogiorno[28].

Panorama della fortezza di Civitella del Tronto oggi

Il Regno Delle Due Sicilie cessò formalmente di esistere con l'elezione del nuovo parlamento italiano il 27 gennaio 1861, successiva ai plebisciti d'annessione. Al nuovo parlamento italiano, comprendente anche i deputati dei territori di recente annessione, fu quindi presentato un progetto di legge del 21 febbraio per la proclamazione del nuovo Regno d'Italia, che divenne atto normativo il 17 marzo 1861. La guerra contro le forze dei Borbone era intanto formalmente terminata con la conclusione dell'assedio di Gaeta e la resa di Francesco II, il 17 febbraio; la cittadella di Messina si arrese solo il 12 marzo e la fortezza di Civitella del Tronto, ultima roccaforte borbonica, con 400 uomini, il 20 marzo.

I governi della nuova Italia furono ben lontani dall'assicurare la realizzazione di quegli ideali di unità della patria e di eguaglianza dei cittadini adombrati dall'idealismo di Giuseppe Mazzini e della generazione protagonista delle lotte risorgimentali[69]. Raffaele de Cesare, nella sua opera La fine di un Regno, giudicò così le conseguenze dell'annessione:

«…La vita delle province del continente napoletano, col suo male e col suo bene, rispondeva ad una condizione sociale e morale, storica ed economica, che poteva venirsi modificando via via, ma non era lecito mutare di punto in bianco. E la rivoluzione violentemente la mutò nella sua parte esteriore, con un diritto pubblico, il quale non fu inteso altrimenti, che come una reazione meccanica a tutto il passato. Il nuovo diritto non rifece l'uomo, anzi lo pervertì. La vecchia società si ritrovò come ubriacata da una moltitudine di esigenze e pregiudizi nuovi, onde ciascuno vedeva nel passato tutto il male e nelle così dette idee moderne tutto il bene, e quindi la sciocca frenesia di por mano a tante cose ad un tempo, utili ed inutili. (…) Una quantità di tempo, anzi il maggior tempo, sottratto ad occupazioni più utili, e quel che fu peggio, un fatale strascico di odi che parevano spenti, ma rinascevano, di gelosie, di ambizioni, di vanità, di volgarità, di doppiezze e di interessi particolari da far prevalere: una nuova forma di guerra civile in permanenza, e una nuova tirannide, quella delle maggioranze d'occasione coi relativi deputati, servi e padroni ad un tempo, ma più servi dei peggiori elettori e dei peggiori ministri; e quel ch'è più triste, la completa distruzione del carattere. Come nella Camera dei deputati, così nei Consigli comunali e provinciali, i nemici di ieri diventavano gli amici di oggi e viceversa, non in nome di princìpi, ma d'interessi, di vanità e d'ambizioni di rado confessabili. Si mutano gli odi in amori e gli amori in odi, e si smarrisce la coscienza del bene e del male. A farlo apposta non si sarebbe potuto immaginare un sistema peggiore per guastare la gente.

Nei primi anni del nuovo regime, gli odi locali furiosamente riscoppiarono, e i maggiori ricchi furono bollati per retrivi ed esclusi dalla vita pubblica, si sfogarono vecchi rancori e si compirono non poche vendette, soprattutto nel periodo della legge Pica del 1863, e della legge Crispi del 1866. Poi si fecero le paci in apparenza, ma in sostanza gli odi non si prescrissero. (…) Le province dell'antico regno ebbero leggi e ordinamenti contrari al loro carattere e alle loro tradizioni. Anche i piccoli comuni della Sicilia, della Basilicata, dell'Abruzzo e delle Calabrie sono governati dalle stesse leggi che regolano le maggiori città d'Italia. Non si tenne conto di nulla; ma tutto fu confuso in un'unità meccanica, che, a considerarla bene, è la causa dei presenti malanni e dei pericoli che minacciano il regno. Se le leggi politiche dovevano essere uguali per tutto il paese, le leggi organiche dovevano tener conto della storia e della geografia: due cose le quali non si possono offendere impunemente»

Il politico e meridionalista Giustino Fortunato sottolineava invece le profonde differenze con cui il Regno delle Due Sicilie faceva il suo ingresso nel Regno d'Italia:

«Insomma, l'Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno. In moltissimi comuni ben più della metà della popolazione non mangiava mai pane di grano, e «i contadini vivevano lavorando come bruti», poi che « il sostentamento di ognun di loro costava meno del mantenimento di un asino »: questo ha lasciato scritto Ludovico Bianchini, uno dei ministri di Ferdinando II.»
Resti delle fonderie di Ferdinandea
PIL pro-capite di Nord e Sud (celeste) dal 1861 al 2004 secondo Daniele-Malanima[70]

Perduta l'indipendenza i settori produttivi dell'ex reame borbonico entrarono in una profonda crisi[71]. Finché il nuovo Stato non avviò una politica di industrializzazione (1878) le ripercussioni dell'annessione prima e le politiche doganali adottate poi, segnarono la fine delle non più "protette" imprese meridionali rispetto alla concorrenza europea ed italiana,[72] contribuendo alla nascita della questione meridionale.

Cronologia dei regnanti

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Lo stesso argomento in dettaglio: Sovrani del Regno delle Due Sicilie.

Suddivisioni amministrative

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Suddivisione amministrativa del Regno delle Due Sicilie
Targa del Circondario di Martina

Il regno comprendeva le attuali regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, oltre a gran parte dell'odierno Lazio meridionale (distretti di Sora e Gaeta) e all'area orientale dell'attuale provincia di Rieti (distretto di Cittaducale). Al reame inoltre apparteneva, incluso amministrativamente nella provincia di Capitanata, l'arcipelago di Pelagosa, oggi parte della Croazia.

Le città di Benevento (oggi in Campania) e Pontecorvo (oggi nel Lazio) erano invece delle enclavi pontificie. Il confine tra il Regno e lo Stato Pontificio, definito una volta per tutte nel 1840 da un accordo bilaterale, correva dalla foce del fiume Canneto (sul Tirreno, tra Fondi e Terracina) fino a Porto d´Ascoli sulla foce del fiume Tronto (sull´Adriatico, al confine tra l'Abruzzo e le Marche). La linea fu tracciata apponendo tra il 1846 e il 1847 una serie di 686 cippi confinari (cd. "Termini") che recavano da un lato la data e le chiavi di San Pietro e dall´altro il giglio borbonico ed il numero progressivo. Alcuni dei cippi si conservano tuttora in loco, mentre altri sono stati spostati o perduti.[73]

La principale suddivisione del regno (sebbene non avesse carattere amministrativo) era fra la sua parte continentale, i Reali Dominii al di qua del Faro, e la Sicilia, i Reali Dominii al di là del Faro, con riferimento al Faro di Messina. Dal punto di vista amministrativo invece il regno nel 1816 fu suddiviso in 22 province, di cui 15 nella Sicilia citeriore (ex Regno di Napoli) e 7 nella Sicilia ulteriore (ex Regno di Sicilia), a loro volta suddivise in distretti (unità amministrative di secondo livello) e circondari (unità amministrative di terzo livello)[74].

Reali Dominii al di qua del Faro

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Comprendevano le seguenti province:

Reali Dominii al di là del Faro

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Comprendevano le seguenti province:

Forze armate e pubblica sicurezza

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Le forze armate del Regno delle Due Sicilie si suddividevano in Real Esercito ed Armata di Mare di Sua Maestà, coordinate dal Ministero della Guerra e della Marina. Il Real Esercito (ramo Guerra del ministero) nel 1860 contava circa 70.000 soldati di professione e a ferma prolungata, 20.000 soldati di leva e circa 40.000 riservisti (ultime 5 classi di leva pronte al richiamo), al comando diretto del sovrano che ricopriva il grado di Capitano Generale. L'Armata di Mare (ramo Marina del ministero) invece poteva fare affidamento su circa 6.500 marinai di professione, 2.000 marinai di leva, più di 90 navi a vela e 30 navi a vapore, al comando del conte d'Aquila Luigi Di Borbone.[75]

Gli uffici del Ministero di Guerra e Marina presentavano annualmente lo "stato discusso" dell'esercizio finanziario successivo (ossia il bilancio di previsione), che veniva in seguito sottoposto all'attenzione del re. Le spese militari negli anni cinquanta ammontarono in media a quasi 13 milioni di ducati annui, cifra corrispondente a più di un terzo degli investimenti pubblici totali annui. Tale rilevanza delle spese militari nel bilancio pubblico era sintomo non solo della grande attenzione per le forze armate dimostrata dagli ultimi governi borbonici, ma anche dell'importanza dell'indotto militare nel tessuto economico del reame. Infatti, oltre ai molti stabilimenti statali per la produzione di armamenti, era necessario avere un adeguato indotto che fornisse materiali ed equipaggiamenti di vario genere alle forze armate. Le spese e la qualità dei materiali poi venivano controllate da organi preposti a questa funzione (Intendenza e Amministrazione di Esercito e Marina).[76].

Sicurezza nelle strade e brigantaggio

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La fortezza di Pescara, al cui interno i Borbone istituirono un carcere per detenuti politici.

Riguardo al problema del brigantaggio, il Regno delle Due Sicilie aveva approvato leggi speciali come il Decreto di Re Ferdinando I n. 110 del 30 agosto 1821 ed il Decreto di Re Francesco II n. 424 del 24 ottobre 1859.

Tuttavia viaggiare per le strade del regno era spesso pericoloso, come descrive lo storico Raffaele de Cesare alle pagine 114-115 del suo libro La fine di un Regno e la gendarmeria non di rado era connivente con i malfattori che rapinavano i viaggiatori:[77]:

«[…] Ma ciò che rendeva difficile e pericoloso il viaggiare, era l'insicurezza delle strade. Il vallo di Bovino per i pugliesi, il piano di Cinquemiglia per gli abruzzesi, la Sila, il Cilento e lo Scorzo, per quelli che venivano dalle Calabrie e dalla Basilicata, erano tradizionali e paurosi nidi di malandrini. Sovente gli stessi proprietari di taverne, lungo le strade, fiutata una buona preda inerme, mettevano su prestamente uomini loro e ne formavano una piccola banda, la quale, bendandosi il volto e puntati i fucili contro i viandanti, gridava forte il tradizionale: faccia a terra e li spogliava d'ogni avere. La gendarmeria del vicinato non di rado teneva mano a questi ladri di occasione. Erano noti fra i più celebri organizzatori di piccole bande improvvisate, i tavernari dello Scorzo sulla via delle Calabrie, e del Passo di Mirabella sulla via delle Puglie; anzi si affermava che costoro fossero vecchi avanzi delle bande di Ruffo. Si preferiva perciò viaggiare in molti, con tre o quattro carrozze, portare il fucile carico a palla e scendere nei luoghi più pericolosi, coll'arma tra le mani, per istornar qualche agguato. Vero è che negli ultimi anni del regno di Ferdinando c'era una discreta sicurezza nell'attraversare quei luoghi, ma la fama antica accendeva le fantasie e le paure.

Avanti che si costruissero le strade rotabili, cioè fino ai primi anni di questo secolo, si aveva l'abitudine di far testamento prima d'intraprendere il viaggio dalle provincie a Napoli.»

Francesco Saverio Nitti nel suo libro Eroi e briganti (edizione 1899) pag. 9 spiega come il brigantaggio fosse un fenomeno endemico nel sud preunitario:

«Ogni parte d'Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l'Italia del Mezzodì.»

Le lingue del Regno delle Due Sicilie riflettono la ricca diversità culturale e storica di questo stato dell'Italia meridionale. La lingua ufficiale era l'italiano, utilizzato per la burocrazia, l'istruzione e le comunicazioni formali. Tuttavia, le lingue parlate quotidianamente dalla popolazione erano varie. Nei territori continentali, come la Campania e la Calabria, predominavano i dialetti napoletani e calabresi, che fanno parte del gruppo delle lingue meridionali intermedie.[78]

In Sicilia, si parlava principalmente il siciliano, una lingua con una storia e una letteratura proprie. Inoltre, nei vari territori del regno, erano presenti minoranze linguistiche, come i grecofoni in Calabria e Puglia, e gli albanesi in Sicilia e Calabria, che parlavano rispettivamente il greco e l'albanese. Questa pluralità linguistica era un riflesso della storia di colonizzazione e dominazione di diverse culture che caratterizzava il Regno delle Due Sicilie.[79]

Come spesso accade, l'evoluzione dei vari dialetti del regno non è facilmente percorribile, dal momento che i dialetti praticamente mai venivano trascritti e venivano utilizzati in modo esclusivo il latino e l'italiano per la comunicazione scritta. Nel regno, la comunicazione scritta era essa stessa assai rara considerato l'elevato tasso di analfabetismo che ha da sempre caratterizzato l'Italia meridionale. Cionondimeno, in modo residuale si rinvengono a volte delle tracce dei dialetti in alcune espressioni utilizzate dalle persone istruite, ad esempio nella corrispondenza; anche alcune metodologie come la linguistica comparativa consentono di rintracciare alcune caratteristiche dell'evoluzione storica dei dialetti.

Una delle poche testimonianze relative alla lingua in uso nel Medioevo nel Regno di Napoli è quella di Salimbene de Adam (XIII sec. d. C.) il quale, nella sua Cronaca, nota la totale assenza dell'uso dei pronomi di cortesia nelle lingue dei pugliesi e dei siciliani i quali, secondo quanto riportato dall'autore, darebbero del "tu" anche all'imperatore mentre, al contrario, i Lombardi darebbero del "voi" anche a un "ragazzo solo". Tali differenze regionali si ritrovano anche nell'italiano contemporaneo.[80]

Le religioni nel Regno di Napoli e, successivamente, nel Regno delle Due Sicilie erano principalmente il cattolicesimo romano, che era la religione di stato e profondamente intrecciata con la vita politica, sociale e culturale del regno. La Chiesa cattolica aveva una forte influenza e gestiva molte istituzioni educative e caritative. Nonostante la predominanza del cattolicesimo, erano presenti anche altre comunità religiose e piccole comunità ebraiche vivevano principalmente nelle città maggiori come Napoli e Palermo, dove godevano di una relativa tolleranza e partecipavano attivamente alla vita economica. Inoltre, vi erano minoranze di rito greco-cattolico, soprattutto in Calabria e in Sicilia, dovute alla storica presenza bizantina e all’immigrazione di comunità albanesi. Queste comunità mantenevano le loro tradizioni religiose e culturali, pur rimanendo in comunione con la Chiesa di Roma.

Molto più variegato era, invece, il panorama delle religioni del Regno di Napoli nel corso del Medioevo. La maggior parte delle città e dei borghi aveva delle comunità ebraiche e musulmane (i cosiddetti "mori"); tali comunità si ridussero sensibilmente nei secoli successivi. In particolare, le varie comunità ebraiche si ridussero con gli editti di espulsione emanati nel corso del Cinquecento a partire da Ferdinando il Cattolico (1510). Con l'editto di espulsione di Carlo V d'Asburgo (1541), ebrei e cristiani novelli divennero una realtà insignificante nel Regno di Napoli.[81]

Tabella alfabetizzati ed analfabeti nel 1861[82]

Tra le accademie più importanti del Regno delle Due Sicilie si ricordano l'Accademia Pontaniana, la Società Reale Borbonica, i Reali Istituti d'Incoraggiamento, l'Accademia Medico-chirurgica, la Regia Scuola di Veterinaria ed Agricoltura ed il Real Collegio di Musica di San Pietro a Majella. Anche l'Università di Napoli si distingueva per i suoi meriti scientifici. Di quel periodo si ricorda Michele Tenore, direttore dell'Orto botanico di Napoli ed uno dei padri della moderna sistematica botanica, il chimico Raffaele Piria, scopritore dell'acido salicilico e l'ingegnere Luigi Giura, autore di diverse opere architettoniche, tra le più note il Ponte Real Ferdinando sul Garigliano e il Ponte Maria Cristina.

Manuale di Chimica scritto da Raffaele Piria, Napoli 1840
Francesco de Sanctis da giovane, insegnante alla Scuola Militare ed alla Reale Accademia Militare
Verbale di un esame elementare (1859)

Nel Regno delle Due Sicilie l'istruzione pubblica era strutturata su Scuole Primarie, Scuole Secondarie, Reali Collegi, Reali Licei e Regie Università degli Studi, sotto la supervisione del Ministero degli Affari Ecclesiastici e dell'Istruzione Pubblica. In Sicilia la gestione dell'istruzione pubblica era affidata al Luogotenente Generale per conto del Dipartimento dell'Interno.

L'istruzione primaria, nonostante fosse disciplinata da norme minuziose varate durante il decennio francese, era erogata in maniera ineguale sul territorio, soprattutto nelle zone rurali del reame. Secondo le statistiche del periodo successivo alla Restaurazione, la Basilicata risultava la provincia con il più basso indice di scolarizzazione del regno[83], mentre la città di Napoli quella col più alto numero di scuole elementari pubbliche (circa 2 per quartiere). Un aspetto positivo riguardava l'applicazione di criteri meritocratici nel sistema scolastico, ove un'inadeguata preparazione culturale e una scarsa etica professionale, che potessero compromettere il funzionamento dell'istruzione pubblica, portavano alla destituzione di un determinato docente.[84] A partire dal 1850 si iniziarono ad intravedere lievi miglioramenti: il governo borbonico attuò riforme che permisero l'inserimento di nuovo personale in molte scuole del regno, che fino ad allora erano rimaste sotto organico.[85] I sindaci (Decurioni) dovevano provvedere (assieme agli Intendenti di Provincia ed ai vescovi) a comporre una terna di insegnanti per le scuole primarie, che si cercò di collocare in tutti i comuni del reame in strutture preesistenti (soprattutto presso monasteri soppressi). L'istruzione pubblica elementare era gratuita, soggetta a regolari ispezioni e condotta secondo il metodo del mutuo insegnamento (o lancasteriano), ma, nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, essa era ancora riservata ai soli maschi e non aveva carattere obbligatorio. L'istruzione elementare femminile gratuita invece era gestita in grandissima parte e con scarsa efficacia dalle diocesi. I bambini appartenenti alle classi sociali più agiate venivano generalmente istruiti in istituti privati, presenti in buon numero nelle principali aree urbane.[86] Degni di nota furono inoltre i due istituti pubblicii per sordomuti fondati dal sac. Benedetto Cozzolino (Napoli) e da Ignazio Dixitdominus (Palermo) e quello per ciechi a Napoli, i primi del genere in Italia.[87]

L'istruzione secondaria era posta su basi più solide. Le scuole superiori, distinte in "Reali Collegi" e "Scuole Secondarie", erano situate nei capoluoghi di provincia e nelle città principali. Nel 1860 si potevano contare almeno un Collegio Reale per ogni capoluogo di Provincia e 58 Scuole Secondarie, queste ultime erano scuole superiori che a differenza dei Reali Collegi impartivano anche insegnamenti di tipo tecnico e professionale[88]. Anche per quanto riguarda l'istruzione secondaria esistevano collegi (per gran parte religiosi) ed istituti tecnici privati, principalmente in Sicilia.[89]

A Napoli era situata l'Università della capitale, la principale del regno. Dall'Università di Napoli dipendevano inoltre i "Reali Licei", situati a L'Aquila, Chieti, Bari, Salerno, Cosenza e Catanzaro, abilitati a rilasciare i titoli di studio per esercitare le professioni liberali (principalmente mediche e giuridiche)[88]. Le università siciliane erano tre: quella di Palermo, quella di Catania e quella di Messina. In Sicilia erano presenti inoltre tre Licei Reali.[47]

A riguardo dell'istruzione pubblica nel Regno delle Due Sicilie post-restaurazione, occorre ricordare che il 10 gennaio del 1843 l'allora re Ferdinando II sancì la rinuncia completa dello Stato ad ogni intervento e controllo sulla scuola, che venne totalmente affidata all'autorità dei vescovi. I vescovi ottennero la facoltà di nominare, rimuovere, trasferire, sospendere i maestri comunali e quella di prescrivere la durata e l'orario dell'insegnamento. «Non rimaneva, dopo quel decreto, quasi nulla dell'organizzazione di Gioacchino».[90]

A seguito dei moti antiborbonici avvenuti nelle province del Regno, il 29 gennaio 1848 Ferdinando II concesse la costituzione (promulgata il 10 febbraio). Il breve periodo che vide il Regno sotto la guida del governo costituzionale (febbraio-maggio 1848) accese ancora una volta speranze di riorganizzazione dello Stato e della scuola in senso liberale, e dunque di tornare ad un sistema di istruzione pubblica. Infatti, il 6 marzo venne istituito il Ministero della Pubblica Istruzione. Il decreto del 29 marzo istituì una Commissione incaricata di presentare un progetto di legge per il riordinamento dell'istruzione primaria. Un decreto del 19 aprile 1848 abrogò la legge che metteva l'istruzione primaria alla dipendenza dei vescovi; un altro datato 27 aprile aumentò nuovamente i fondi del Ministero della Pubblica Istruzione. Con la caduta del governo costituzionale ed il ritorno all'assolutismo, però, anche la scuola del Regno delle Due Sicilie tornò ad essere gestita con «criteri da ancien régime e sotto il monopolio ecclesiastico».[91]

Dopo la sconfitta della rivoluzione del 1848, il Regno delle Due Sicilie non fu praticamente più in grado di alimentare né di rendere perseguibile nessuna speranza di rinnovamento, se non tramite un pesante filtro ecclesiastico. Nel 1859 si contavano appena 2.010 scuole primarie con 39.881 allievi, 27.547 allieve e 3.171 maestri, su una popolazione di oltre 9.000.000 di abitanti. Al momento dell'Unità, se il tasso medio di analfabetismo nel Regno d'Italia era del 78% (72% tra la popolazione maschile, 84% tra quella femminile), nel Mezzogiorno tale tasso saliva fino al 90%.[92][93] Leopoldo Franchetti, nella sua celebre inchiesta sulle Condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane pubblicata nel 1875, scriveva: «ad eccezione di poche città, vi trovammo un popolo confinato in un paese selvaggio, racchiuso nei suoi luridi borghi e nei campi circostanti, senza strade per allontanarsene, ignorante e laborioso, diretto da preti poco più civili di lui e da signori, una parte dei quali ignoranti quanto lui, ma più corrotti; i buoni in galera o sorvegliati o cacciati, segregati tutti dal resto d'Italia e d'Europa da un sistema di proibizioni commerciali, di passaporti e di esclusioni di libri».[94]

Spese sociali e igiene pubblica

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Il meridionalista lucano Giustino Fortunato osservava ciò che risulta sui bilanci dello stato borbonico: le spese erano rivolte in stragrande maggioranza alla corte od alle forze armate, incaricate di proteggere la ristrettissima casta dominante del regno, lasciando pochissimo agli investimenti per opere pubbliche, sanità ed istruzione e la natura veramente classista della politica economica borbonica risalta dalle seguenti cifre relative ai bilanci dello stato. Nel 1854 la spesa governativa borbonica contava 31,4 milioni di ducati dei quali 1,2 milioni erano quelli per istruzione, sanità, lavori pubblici, mentre erano ben 14 milioni i ducati spesi per le forze armate e 6,5 milioni per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, oltre alle ingenti spese per la corte regale.[95].

Il giornalista e parlamentare Raffaele de Cesare, a pagina 117 del suo libro La fine di un Regno, descrive le trascurate condizioni d'igiene pubblica, particolarmente nelle province del Regno delle Due Sicilie, dove c'era scarsità di impianti di scarico fognario e spesso anche di acqua[96]:

«… Quasi non si sentiva nessun bisogno pubblico.

L'igiene si trascurava in modo che le condizioni della maggior parte dei comuni, ma singolarmente dei più piccoli, erano orribili addirittura. Non fogne, non corsi luridi, non cessi nelle case, scarso l'uso di acqua, dove c'era naturalmente; quasi nessun uso, dove non c'era. Poche le strade lastricate o acciottolate, pozzanghere e fanghiglia nelle altre, e in questo gran letamaio razzolavano polli, e grufolava il domestico maiale. Bisogna ricordare che nei paesi meridionali, generalmente, i contadini vivono nell'abitato, nella parte vecchia, ch'è quasi sempre più negletta e fomite di malattie infettive. Ma tutto ciò sembrava così naturale, che nessuno se ne maravigliava; e se, di tanto in tanto, si compiva qualche opera pubblica, era piuttosto un abbellimento o una superfluità. La povera gente era abbandonata a sé stessa, mentre il galantuomo, aveva le case sulla strada principale, ovvero innanzi al suo portone si faceva costruire un metro di lastricato, per suo uso personale. I municipii, come si è detto, non avevano mezzi.»

Continua Raffaele de Cesare (pag. 117 del libro La fine di un Regno) illustrando anche la scarsa attenzione da parte della monarchia per le disparità sociali e le misere condizioni di vita del popolo provinciale[96]:

«Non il principe, non le autorità si maravigliavano di un simile stato di cose. Ferdinando II aveva percorse più volte le provincie, e le condizioni moralmente e socialmente miserrime, le vedeva, ma non le intendeva. Se non rivolse mai le sue cure alla capitale, non era sperabile che le rivolgesse alle Provincie. Certi bisogni erano superfluità per lui; gli bastava ordinare la costruzione di una nuova chiesa o convento, per credere di aver così appagato il voto delle popolazioni. Negli ultimi tempi manifestò una certa energia nel volere la costruzione dei cimiteri; ma in tanta parte del Regno, di qua e di là dal Faro, anche dopo di averli costruiti, si seguitò a seppellire i galantuomini nelle chiese e a buttare la povera gente nelle ‘'fosse carnarie‘'[97]. Anche innanzi alla morte l'eguaglianza civile era una parola senza significato 
Lo stesso argomento in dettaglio: Economia del Regno delle Due Sicilie.
Lo stesso argomento in dettaglio: Ducato delle Due Sicilie, Banco di Napoli e Borsa di Napoli.
Moneta da 120 grana del 1859 di Francesco II delle Due Sicilie

Il sistema monetario del Regno era monometallico basato sul ducato delle Due Sicilie d'argento, a sua volta suddiviso in 100 grana, e coniato in monete di rame, argento e oro.[98][99] Al momento dell'unificazione italiana, nel Regno circolavano circa 443 milioni di monete d'oro e d'argento, pari circa 65,7% dell'intera massa monetaria degli antichi Stati italiani.[100] Questa ingente liquidità è stata attribuita sia a una dottrina mercantilista che incentivava la circolazione di metalli preziosi, sia all'incremento delle esportazioni agricole avvenuto nella seconda metà del XIX secolo.[101][102] La grande riserva monetaria del Regno delle Due Sicilie, fu una diretta conseguenza di una gestione finanziaria parsimoniosa, incentrata sulla solidità del bilancio, sul contenimento del debito pubblico, su una bassa pressione fiscale e su un numero ridotto di impiegati statali.[103] Di contro la spesa pubblica fu eccessivamente esigua in settori critici quali le infrastrutture, i trasporti e l'istruzione, a fronte di ingenti investimenti nell'apparato militare.[104]

Fede di credito da 630 ducati rilasciata dalla Cassa di Corte di Bari nel 1858

Gli istituti di credito del Regno erano originariamente rappresentati dagli otto banchi pubblici napoletani e dai monti frumentari, pecuniari e di Pietà nelle province. Nel 1808, durante il decennio francese, Gioacchino Murat unificò tali enti nel Banco delle Due Sicilie, istituendo un capitale azionario sul modello della Banca di Francia. Strumento cardine del sistema bancario dell'epoca erano le fedi di credito, titoli di deposito che circolavano come sicuro surrogato della moneta metallica, agevolando le transazioni commerciali. La Restaurazione borbonica mantenne questa struttura, articolando l'istituto in una Cassa di Corte e una Cassa dei Privati, a cui si aggiunse nel 1816 la Cassa di Sconto per il sostegno a commercio e industria.[98] Nonostante un'amministrazione fortemente accentrata a Napoli, il Banco espanse la propria presenza con succursali a Palermo, Messina e Bari, servendo nobiltà, enti pubblici e le emergenti società industriali. Tale gestione centralizzata, favorita da una rigorosa legislazione finanziaria, permise un costante incremento del patrimonio dell'istituto. Al reggente del Banco era inoltre affidata la direzione della zecca di Napoli, responsabile della monetazione e della regolazione del valore delle monete estere.[99]

La Borsa di Napoli costituiva il fulcro finanziario del regno, concentrandosi sulla negoziazione di rendite pubbliche, cereali e olio. Considerata una delle piazze più attive d'Europa nel settore agricolo, la borsa gestiva contrattazioni sui raccolti futuri e fissava, tramite listini giornalieri, i prezzi per l'esportazione di grano e olio della Puglia e della Calabria verso i mercati internazionali.[99] Le case di commercio operanti in borsa, agivano attraverso una vasta rete di magazzini costieri e succursali estere, che consentivano l'esportazione internazionale dei prodotti agricoli del Regno. La crescita economica della seconda metà del XIX secolo fu favorita da una pressione fiscale contenuta e da un risveglio industriale stimolato dalle innovazioni tecniche agricole del Reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli e dai concorsi delle dalle Società Economiche.[99] In questo contest il sistema creditizio privato per il finanziamento delle imprese agricole, non si rivelò però adeguato a consentire lo siviluppo dei commerci. Emblematico fu il caso della Banca del Tavoliere di Puglia: fondata con capitali belgi e olandesi per sostenere lo sviluppo agricolo, l'istituto crollò rapidamente a causa di promesse di rendimento irrealistiche, innescando un grave incidente diplomatico che richiese l'intervento diretto di Ferdinando II per prevenire ritorsioni internazionali.[105][106]

Agricoltura, allevamento e pesca

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Lo stesso argomento in dettaglio: Latifondo in Sicilia.
Pianta della piana del Sele in corso di bonifica nel 1860

L'agricoltura rappresentava il settore principale dell'economia del Regno, favorita da un clima idoneo alla produzione di cereali, olio, agrumi e colture arboree.[107] Mentre l'allevamento restava centrato su ovini ed equini, la pesca assunse dimensioni industriali in Sicilia grazie all'iniziativa di Vincenzo Florio. Il territorio presentava specializzazioni marcate: la Campania eccelleva nelle colture intensive e industriali, la Puglia nella produzione di oli e grani pregiati per i mercati europei e la Sicilia nel commercio vinicolo internazionale, in particolare del Marsala.[108][109] Il governo borbonico sostenne il comparto attraverso vaste opere di bonifica nel Fucino, nel Tavoliere delle Puglie e nel Vallo di Diano, affiancate da interventi di regimazione idrica. A supporto dell'innovazione tecnica furono istituite colonie agricole reali, come la Reale tenuta di Carditello, concepita come centro sperimentale, e nuovi insediamenti come Battipaglia, finalizzati a coniugare il recupero produttivo delle terre bonificate della piana del Sele con l'assistenza alle popolazioni colpite da calamità naturali.

Nonostante la Restaurazione borbonica, le riforme agricole e dell'amministrazione pubblica implementate dall'amministrazione francese favorirono la nascita di un ceto borghese agrario, che sostituì progressivamente la nobiltà terriera, scontrandosi con l'assolutismo di Ferdinando II.[109][110] Il governo borbonico mantenne anche le leggi eversive della feudalità entrate in vigore nel decennio napoleonico, che nonostante lo spirito di riforma, non risolsero la gran parte dei problemi legati alla compravendita di terreni nelle province rurali. Le riforme finirono infatti per consolidare la proprietà borghese, rendendo spesso più precarie le condizioni dei contadini, che si ritrovarono privi dei tradizionali usi civici o costretti all'indebitamento per l'acquisto di lotti di terra insufficienti.[111] Nelle zone più isolate della Sicilia e dell'entroterra peninsulare, la difficile spartizione dei latifondi ancora legati alla rendita fondiaria e i lasciti del sistema feudale influirono negativamente sulle condizioni economiche dei braccianti agricoli locali, che compensavano questa condizione con da un'economia rurale flessibile.[112][113]

Stabilimento tessile di Piedimonte d'Alife nel 1812

Il settore industriale, sebbene subordinato all'agricoltura per rilevanza economica, venne sostenuto dalla dinastia borbonica attraverso politiche protezionistiche e all'incentivo all'afflusso di capitali stranieri.[114] Si inaugurò dunque una politica industriale che portò alla nascita dei primi opifici moderni e il mutamento del tessuto sociale del Regno.[115] Rispetto agli Stati dell'Italia centro-settentrionale il Regno delle Due Sicilie restò comunque strutturalmente più arretrato: al 1864 infatti il capitale delle società in accomandita meridionali ammontava a circa 225 milioni di lire, una cifra sensibilmente inferiore rispetto agli oltre 1,1 miliardi registrati nelle altre regioni del Regno d'Italia.[116]

Napoli rappresentava il cuore pulsante di questo processo, con un'area industriale che si estendeva lungo la costa vesuviana, specializzata nella lavorazione delle pelli, dei cristalli e nella produzione tessile e cartaria.[117] L'eccellenza tecnologica dello Stato era incarnata dalle Officine di Pietrarsa che costituiva il più grande impianto metalmeccanico della penisola.[118] Dotato di macchinari all'avanguardia per la produzione di locomotive, motori navali e artiglieria, il complesso ospitava anche una scuola per macchinisti che permise di affrancarsi dalle maestranze inglesi.[119] Al polo di Pietrarsa si affiancava l'officina dei Granili e il cantiere navale di Castellammare di Stabia, oltre a rilevanti realtà private come gli stabilimenti Guppy e l'opificio Zino & Henry.[118] Un ruolo determinante nello sviluppo manifatturiero fu giocato dalla comunità svizzera, attratta dalla disponibilità di materie prime e dalle opportunità d'investimento. Famiglie imprenditoriali elvetiche come i Meuricoffre trasformarono il salernitano e la Valle del Sarno in distretti tessili meccanizzati di eccellenza come lo stabilimento di Piedimonte d'Alife.[120] Parallelamente, la Valle del Liri si impose per la produzione di carta e lana,[121] mentre San Leucio continuò a distinguersi nella lavorazione della seta. Il comparto alimentare, trainato dai pastifici di Torre Annunziata e Gragnano[122], vantava una solida proiezione internazionale, esportando pasta di grano duro verso i mercati europei e gli Stati Uniti.[123]

Carusi al lavoro in una solfara nella provincia di Girgenti

Nelle altre province, l'attività produttiva era strettamente legata alle risorse del territorio. La Calabria ospitava la Fonderia Ferdinandea e le Reali ferriere ed Officine di Mongiana, che garantivano al Regno l'autonomia negli approvvigionamenti militari, realizzati nella Real Fabbrica d'Armi di Torre Annunziata.[124] La Sicilia, con le sue solfare, deteneva il monopolio mondiale dell'estrazione dello zolfo, coprendo l'80% della richiesta globale,[125] e vedeva l'ascesa della famiglia imprenditoriale dei Florio, attivi nella siderurgia, nel settore vinicolo e nei trasporti.[126] In Puglia, la città di Bari emerse per la presenza di officine meccaniche e saponifici, segnalando una progressiva trasformazione delle piccole manifatture locali in moderni complessi industriali.[127] Nelle altre città pugliesi invece sorsero per iniziativa locale piccole industrie legate soprattutto alla produzione agricola.[127]

Nella seconda metà del XIX secolo i salari degli operai del settore privato oscillavano mediamente tra i 40 e i 50 grana giornalieri.[128] Sebbene questi salari fossero in linea con quelli del resto degli Stati italiani, il costo della vita nelle Due Sicilie era particolarmente contenuto, inserendosi in un sistema di prezzi stabile, in particolare per i beni di prima necessità.[129] Tuttavia, la legislazione borbonica non prevedeva tutele per i lavoratori: e lo sciopero era sanzionato come reato contro l'ordine pubblico.[130] L'imprenditoria nelle province meridionali rimase comunque poco sviluppata rispetto al resto d'Italia, a causa di carenze strutturali quali la scarsità di materie prime, la concentrazione dei capitali in rendite fondiarie e la mancanza di istruzione tecnica, che relegava la produzione a una dimensione domestica e artigianale, caratterizzata da un massiccio impiego di manodopera femminile e minorile.[131] Nonostante ciò, nel 1871 l'indice di industrializzazione della città di Napoli era paragonabile a quello delle città del triangolo industriale settentrionale.[132] A livello di reddito pro-capite era invece presente un divario rispetto agli Stati dell'Italia settentrionale stimato tra il 15% e il 25% a causa dalla diversa capacità competitiva degli stabilimenti e dalla carenza di infrastrutture economicamente strategiche.[133][134]

Lo stesso argomento in dettaglio: Marina mercantile delle Due Sicilie.
Il Ferdinando I, prima nave a vapore del Mediterraneo (1818)

Lo sviluppo della marina mercantile delle Due Sicilie ebbe inizio con Ferdinando I, che incentivò le costruzioni navali e le esportazioni transoceaniche. Sotto l'impulso del ministro Luigi de' Medici di Ottajano, nel 1818 fu varato il Ferdinando I, il primo piroscafo a vapore del Mediterraneo. Il settore si consolidò ulteriormente con Francesco I grazie a sgravi fiscali e accordi diplomatici, come il trattato per il libero transito nel Bosforo.[135] La flotta raggiunse il suo apice sotto Ferdinando II, conseguendo numerosi primati tecnologici e dotando il porto di Napoli, nel 1852, del secondo bacino di raddobbo in muratura della penisola.[136] L'espansione commerciale toccò rotte globali, dalle Americhe al Sud-est asiatico, sostenuta da una politica di liberalizzazione doganale (1846) e trattati con potenze quali Stati Uniti, Russia e Prussia.[137] Nel 1859 la marina contava quasi 12000 imbarcazioni per circa 320000 tonnellate.[135] Nonostante l'avanguardia tecnologica, la flotta era composta in gran parte da piccoli legni per il cabotaggio e la pesca.[138] Tuttavia, dal 1823, il basso costo delle materie prime e del lavoro accelerò la cantieristica: tra il 1834 e il 1860 il tonnellaggio dei domini continentali passò da 120000 a 260000 tonnellate.[139] Il processo di modernizzazione si interruppe con l'Unità d'Italia; le politiche del nuovo governo favorirono i cantieri liguri, portando al progressivo smantellamento della flotta meridionale.[140] Solo grandi realtà come le Flotte Riunite Florio in Sicilia o alcuni armatori della penisola sorrentina riuscirono a resistere alla crisi del settore.[141]

Notizia dell'arrivo a Odessa dei brigantini napoletani il 26 giugno 1853

Gli scambi commerciali del Regno avvenivano quasi esclusivamente via mare principalmente diretti verso le maggiori nazioni europee.[142] La bilancia dei pagamenti del Regno presentava saldi attivi, sostenuti dal turismo e dai noli marittimi e dall'esportazione di materie prime e dei prodotti agricoli siciliani verso i paesi più industrializzati.[143][144] La flotta regnicola godeva di una posizione di preminenza, gestendo la maggioranza delle esportazioni (fino all'80% nel 1845) e dei trasporti nei porti nazionali.[142] Nel 1852, le navi borboniche raggiungevano 192 porti in 21 stati diversi,[145] superando progressivamente la concorrenza dei vettori austriaci e francesi nelle rotte dirette.[145] Nonostante i moti del 1848, il movimento delle merci mantenne volumi considerevoli, confermando la solidità del sistema mercantile napoletano.[146] Alla vigilia dell'Unità d'Italia, il Regno vantava il secondo volume di commercio estero assoluto tra gli stati preunitari (60 milioni di ducati), superando il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio, ma restando dietro al Regno di Sardegna.[147] Tuttavia, sebbene il saldo commerciale fosse positivo, il dato pro capite risultava il più basso del panorama italiano, evidenziando una concentrazione degli scambi in pochi grandi centri e una limitata penetrazione del mercato interno rispetto alle economie degli Stati dell'Italia centro-settentrionale.[144]

In ambito commerciale fino al 1845, il Regno Unito godette di privilegi doganali nei confronti delle Due Sicilie, dominando di conseguenza le importazioni di metalli, lana e pesce verso l'Italia meridionale.[148] Tuttavia, con il trattato anglo-napoletano il privilegio doganale fu soppresso, e si ebbe un aumento delle esportazioni meridionali di prodotti agricoli quali olio, seta e grano, rendendo il Regno Unito il principale partner commerciale delle Due Sicilie.[148] In questo contesto, il porto di Gallipoli si distinse come centro per l'esportazione dell'olio di oliva. Nel commercio con la Francia invece le esportazioni di prodotti agricoli delle Due Sicilie, al fine di eludere i dazi doganali, passavano per il porto franco di Genova. Le importazioni invece il porto di Napoli e riguardavano tessuti , medicinali e porcellane.[149] L'Impero austriaco assorbiva circa il 20% delle esportazioni (frutta secca e oli),[150] mentre le Due Sicilie importavano legname e cristalli; questi scambi avvenivano quasi esclusivamente su navi napoletane, data la limitata stazza della flotta imperiale adriatica.[151] Sul fronte interno, gli scambi con gli altri Stati italiani incidevano in misura minore sul totale nazionale.[151] Il Regno di Sardegna fu, fino al 1858, il principale acquirente italiano di prodotti borbonici,[152] mentre il Granducato di Toscana era l'unico a vantare una bilancia commerciale in attivo verso Napoli, esportando ferro e prodotti coloniali.[152] Lo Stato Pontificio, infine, manteneva relazioni costanti sia via terra che via mare, affidandosi quasi interamente alla marineria napoletana per i trasporti marittimi.[152]

Scienza e tecnologia

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In ambito scientifico e tecnologico, il Regno delle Due Sicilie mantenne una posizione sostanzialmente marginale, condizionata da profondi pregiudizi culturali verso la matematica e l'istruzione in generale, inclusa quella femminile.[153] L'ambiente intellettuale del regno soffriva di uno scarso senso critico e di una qualità delle pubblicazioni scientifiche spesso insufficiente. Nonostante i timidi tentativi di promozione della conoscenza avviati dalla seconda metà del XVIII secolo attraverso le università di Napoli e Altamura, l'elevato tasso di analfabetismo e la scarsa penetrazione dei metodi educativi moderni ostacolarono un reale progresso di massa.[154]

Tuttavia, il panorama regnicolo presentò alcune rilevanti eccezioni individuali che riuscirono a distinguersi a livello europeo. Tra queste figurano il matematico Annibale Giordano, e scienziati come Stanislao Cannizzaro e Ferdinando Palasciano, i quali affiancarono all'attività scientifica un attivo impegno politico nei moti del 1848.[109] Altre figure di rilievo furono il naturalista Giuseppe Maria Giovene e Luca de Samuele Cagnazzi, i quali mantennero fitti scambi epistolari con i principali circoli scientifici continentali, portando contributi in diversi campi tecnologici e agronomici. Nonostante tali eccellenze, l'isolamento culturale della regione rimase evidente. Le pubblicazioni scientifiche locali venivano talvolta criticate dai compilatori di testate autorevoli come la Biblioteca Italiana, che ne denunciavano l'arretratezza rispetto agli standard europei. Un indicatore significativo di questo distacco fu la quasi totale assenza di studiosi meridionali alle riunioni degli scienziati italiani.[155]

Trasporti e comunicazioni

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Lo stesso argomento in dettaglio: Storia delle ferrovie nel Regno delle Due Sicilie.
L'inaugurazione della ferrovia Napoli-Portici il 3 ottobre 1839

Il Regno delle Due Sicilie fu pioniere nel campo ferroviario italiano con l'inaugurazione della ferrovia Napoli-Portici il 3 ottobre 1839. Voluta da Ferdinando II su progetto dell'ingegnere Armand Joseph Bayard, la linea fu la prima della penisola e registrò un successo immediato.[156] Per sostenere lo sviluppo del settore e garantire l'autonomia produttiva, nel 1840 vennero istituite le officine di Pietrarsa, che divennero il principale centro metalmeccanico per la fabbricazione di locomotive. L'espansione ferroviaria procedette lungo due direttrici principali: la privata "Bayard" che da Napoli andava verso Castellammare di Stabia, Nocera e Vietri sul Mare, e la ferrovia statale "Regia", diretta a nord verso Caserta e Capua (1844).[156] Nonostante le difficoltà orografiche degli Appennini, negli anni cinquanta furono approvati progetti ambiziosi per collegare la capitale all'Adriatico e allo Ionio: la linea per l'Abruzzo verso il confine pontificio (quasi ultimata fino a Ceprano nel 1860) e la Strada Ferrata delle Puglie per Foggia e Brindisi, che prevedeva opere d'ingegneria complesse come la galleria dell'Orco.[156] Al momento dell'Unità d'Italia, il Regno contava circa 128 km di binari in esercizio, concentrati in Campania e costruiti secondo elevati standard europei, oltre a circa 110 km di linee in fase avanzata di realizzazione ma non ancora attive. Sebbene la rete fosse meno estesa di quella piemontese o lombarda, il governo di Francesco II aveva pianificato un'accelerazione massiccia dei lavori per coprire l'intero territorio continentale e la Sicilia, dove la prima tratta aprì solo nel 1863.[157]

Il ponte sospeso "Maria Cristina" sul Calore

Dal punto di vista delle strade rotabili Ferdinando II avviò una sistematica ristrutturazione della rete stradale che collegasse la capitale con le province e i confini. Se il decennio napoleonico diede impulso alle carraie militari, fu sotto Ferdinando II che si registrò lo sviluppo maggiore: tra il 1828 e il 1855 l'estensione delle strade rotabili passò da 2.800 km a circa 8.500 km.[158] In questo periodo furono realizzate opere d'avanguardia come il ponte Real Ferdinando e il ponte Maria Cristina, i primi ponti sospesi in ferro d'Italia, e potenziate le cinque grandi "Strade Regie" verso Puglia, Abruzzi, Basilicata, Calabria e Stato Pontificio.[113] In Sicilia, nonostante i progetti organici di Carlo Filangieri per una rete moderna, i lavori procedettero a rilento a causa di contrasti burocratici ministeriali, sebbene venissero comunque realizzati collegamenti fondamentali come la Palermo-Messina.[159] La rete stradale comunale era carente: circa 1300 comuni montuosi rimanevano isolati dai fondivalle poiché la Direzione Ponti e Strade privilegiava l'efficienza dei flussi strategici, delegando ai municipi l'onere delle bretelle di collegamento.[160] Complessivamente, alla vigilia dell'Unità, il Mezzogiorno contava circa 14000 km di strade, una densità infrastrutturale sensibilmente inferiore rispetto alle aree più sviluppate dell'Italia settentrionale.[161]

Nell'ambito delle comunicazioni il Regno delle Due Sicilie conobbe una rapida modernizzazione dei servizi di comunicazione sotto Ferdinando II. Sebbene il telegrafo ottico fosse presente dal 1802, la prima linea elettrica fu attivata nel 1853 tra Napoli e Terracina. Nel 1858 il sistema fu potenziato adottando le tecnologie Henley e Morse e aprendo il servizio ai privati. Il territorio fu organizzato in sette divisioni, introducendo tariffe basate sul numero di parole che avrebbero, sistema poi ripreso dal servizio telegrafico del Regno d'Italia. Furono inoltre realizzati importanti collegamenti sottomarini, come quello tra Reggio Calabria e Messina (1858) e i cavi verso Malta e Valona (1859). Alla caduta del reame, la rete contava 86 stazioni e 2874 km di linee.[162] Parallelamente, il 1º gennaio 1858 vennero introdotti i francobolli postali, estesi poco dopo anche alla Sicilia, mentre per quanto riguarda i trasporti, l'Officina Centrale delle Poste aveva sede a Palazzo Gravina a Napoli.[162] Le spedizioni via terra, che spesso includevano il trasporto passeggeri, avvenivano su carrozze postali lungo le Strade Regie. Grazie a riforme introdotte tra il 1857 e il 1858, furono attivate linee "rapide" che collegavano la capitale alle province con tempi certi. Oltre al sistema terrestre, il regno si avvaleva di un efficiente servizio postale marittimo su navi a vapore per i collegamenti con le isole e l'estero.[162]

Gioachino Rossini, direttore del Teatro San Carlo dal 1815 al 1822.
Il Real Teatro di San Carlo di Napoli

Il Regno delle Due Sicilie ereditava le secolari tradizioni dei regni di Napoli e Sicilia, ed il loro patrimonio culturale. Vivace era la vita culturale e artistica nelle maggiori città del reame, numerosi erano i teatri e le istituzioni culturali (in particolare i teatri avevano un ruolo di primissimo piano nella vita mondana). A Napoli era situato il Real Teatro di San Carlo, uno dei più grandi e antichi d'Europa, il cui si esibirono Vincenzo Bellini, Saverio Mercadante, Gaetano Donizetti, Gioachino Rossini, Giuseppe Verdi, e le più acclamate voci dell'epoca. Figura di spicco di questo ambiente fu Vincenzo Torelli, giornalista ed impresario teatrale, proprietario della rivista Omnibus, noto al tempo per il ruolo che rivestì nella gestione dei teatri napoletani e per le relazioni che intraprese con numerosi attori, compositori e musicisti.

Le bellezze del Golfo partenopeo (una delle mete principali del Grand Tour) furono di ispirazione in quegli anni a pittori napoletani, come Giacinto Gigante, e stranieri, come Pitloo, che furono tra i fondatori della "scuola di Posillipo". Nella formazione artistica svolse un ruolo importante l'Accademia di belle arti di Napoli.

La ricchezza di testimonianze archeologiche diede vita ad uno dei musei archeologici più importanti del mondo, il Museo archeologico nazionale di Napoli, allora chiamato "Real Museo Borbonico". Nel regno si formarono anche esimi intellettuali, come umanisti come Carlo Troja e Francesco de Sanctis.

  1. Claudio Marazzini, Il napoletano in tribunale con l’interprete, e i piemontesi a Napoli con l’italiano, su Accademia della Crusca, 25 luglio 2017. URL consultato il 21 aprile 2024.
  2. Annessione già precedentemente disposta con il regio decreto 17 dicembre 1860, n. 4498 a seguito dei plebisciti delle province meridionali e quelli delle province siciliane
  3. 1 2 Almanacco, 1859, p. 275.
  4. In base al "Portolano del Mare Adriatico, compilato sotto la direzione dell'I.R. Istituto Geografico Militare da Giacomo Marieni, Tenente-Colonnello, Direttore della Triangolazione e dell'Ufficio dei Calcoli, Seconda Edizione, Vienna, Tipografia PP. Mechitaristi, 1845, p. 495", l'Arcipelago delle Pelagose, oggi parte della Croazia, apparteneva al Regno delle Due Sicilie. Si segnala però che sul punto si pone in netta antitesi la "Nuovissima Guida dei Viaggiatori in Italia, pubblicata da L. Zucoli, Milano, 1840, p. 285".
  5. Grazie alla conquista borbonica delle Due Sicilie portata a termine da re Carlo III di Spagna.
  6. Giuseppe Bifulco, Elementi di geografia universale antica e moderna, Vol. I e II, Napoli, Agnello Nobile, 1823, p. 175. ISBN non esistente
  7. Aurelio Musi, La storiografia napoletana tra Umanesimo e Barocco, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero - Storia e Politica, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013. URL consultato il 13 dicembre 2023.
  8. Giovanni Antonio Summonte, Dell'Isola di Sicilia, e de' suoi Re; e perché il Regno di Napoli fu detto Sicilia, in Historia della città e Regno di Napoli, vol. 2, Napoli, Raffaele Gesari, Domenico Vivenzio & Giuseppe Raimondi, 1748, p. 279. URL consultato il 13 dicembre 2023.
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  10. Sono stati segnalati atlanti storici di autorevoli editori che indicano l'opposto (ovvero la Sicilia = al di qua del faro dimostrando l'ufficiosità dell'uso dei termini fino al regno di Carlo III di Spagna; ci si attiene qui alla versione desunta da Atti ufficiali, Leggi e Decreti del periodo borbonico
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  161. http://www.150anni.it/webi/index.php?s=37&wid=103 | Il problema del Mezzogiorno - Il divario di partenza
  162. 1 2 3 Raffaele de Cesare, vol. 1, cap. 12.
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