Repubblica Ligure

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Repubblica Ligure
Repubblica Ligure – Bandiera Repubblica Ligure - Stemma
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Motto: Libertà, Eguaglianza
Repubblica Ligure - Localizzazione
Dati amministrativi
Nome ufficiale Repubblica Ligure
Lingue ufficiali italiano
Lingue parlate ligure
Capitale Genova
Dipendente da Flag of France.svg Francia
Politica
Forma di Stato Repubblica democratica
Forma di governo Repubblica direttoriale
Organi deliberativi Parlamento
Nascita 14 giugno 1797 con Giacomo Maria Brignole
Causa Campagna d'Italia di Napoleone
Fine 4 giugno 1805 con Gerolamo Luigi Durazzo
Causa Campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte
Territorio e popolazione
Bacino geografico Liguria, Oltregiogo, Capraia
Territorio originale Repubblica di Genova
Feudi imperiali
Popolazione 600.000 nel 1797
Economia
Valuta Lira genovese
Risorse commercio, pesca, sale, vite
Produzioni vetro, oreficeria, armi, cantieri navali
Commerci con Egitto, Siria, Impero Ottomano, Francia, Spagna, Inghilterra, India
Esportazioni spezie, sale, vetro
Importazioni spezie
Religione e società
Religioni preminenti cattolicesimo
Religioni minoritarie cristianesimo ortodosso, ebraismo
Classi sociali borghesia, contadini
Evoluzione storica
Preceduto da Flag of Genoa.svg Repubblica di Genova
Succeduto da Francia Impero Francese

La Repubblica Ligure è il nome che ha connotato lo Stato ligure tra il 1797 e il 1805 durante il periodo napoleonico, comprendente il territorio della ex Repubblica di Genova, vale a dire la Liguria, Capraia, e la regione dell'Oltregiogo. Fu una delle cosiddette repubbliche sorelle o repubbliche giacobine.

Capitale[modifica | modifica wikitesto]

La capitale fu stabilita a Genova che all'epoca contava 89.000 abitanti, mentre l'intera Repubblica ne contava 600 mila. La Repubblica Ligure usò la tradizionale bandiera genovese, una croce rossa in campo bianco.

Confini[modifica | modifica wikitesto]

Al momento della sua costituzione la Repubblica Ligure confinava a ovest con la Repubblica francese, a nord con il Regno di Sardegna, a est col Ducato di Parma e Piacenza, a sud-est con la Repubblica Cisalpina, e a sud era bagnata dal Mar Ligure. Parte dei Feudi imperiali fu annessa nel settembre 1797.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Le idee democratiche si erano ampiamente diffuse in Liguria dalla vicina Francia rivoluzionaria, anche grazia all'opera di propaganda di Filippo Buonarroti e altri esuli, negli anni 1794-1795, avendo come base la cittadina di Oneglia. Le nuove idee liberali avevano trovato terreno fertile nel territorio di una repubblica oligarchica e aristocratica, che teneva ai margini del potere politico un'ampia fetta della società, i cosiddetti "nobili poveri". A Genova, per poter aspirare a posti di governo, era necessario "un certo censo", vale a dire una data disponibilità di denaro, il che spingeva le famiglie nobili a concentrare tutte le ricchezze nelle mani del primogenito. Questa norma faceva dei figli cadetti dei diseredati, riducendoli, in qualche caso, in condizioni economiche molto modeste. Di pari passo era decaduto il ruolo del Maggior Consiglio, assemblea di cui questi patrizi (in numero di quattrocento circa) facevano parte. Il potere era andato così interamente ai duecento membri del Minor Consiglio, formato dai ricchi eredi delle grandi casate che lo gestivano con criteri privatistici, attenti unicamente a tener buono il popolo, convinti com'erano che i restanti genovesi, anche se poveri, mai si sarebbero schierati contro il governo. Fu quindi una sorpresa quando, nel 1794, venne alla luce una cospirazione antioligarchica: un movimento d'opposizione, compreso ancora entro l'ambito parlamentare, con cui un gruppo di "nobili poveri" intendeva imporre una riforma degli organismi di governo, ridistribuendo il potere secondo i dettami della Costituzione del 1576. La cospirazione fu repressa dalle autorità, i principali esponenti arrestati o costretti all'esilio e tutto rimase come prima, anche se le riforme sollecitate avrebbero potuto forse salvare l'aristocrazia dall'imminente rovina.

A dare il segnale d'inizio di quella che fu chiamata la Rivoluzione di Genova fu, la mattina del 22 maggio 1797, la fanfara del reggimento dei Cadetti. Mentre questo reparto d'élite si avviava a rilevare la guardia a Ponte Reale (la stazione marittima d'allora) a un cenno del comandante Falco, trombe e tamburi intonarono le note di Ah! ça ira, inno rivoluzionario proibito a Genova per i suoi accesi significati antiaristocratici. A quelle note sbucarono, dalle strade circostanti, squadre di giacobini armati che subito si unirono ai cadetti nell'occupazione del varco portuale e quindi si sparsero per la città. Mentre i nobili si rifugiavano nei loro palazzi e le botteghe chiudevano i battenti, gli insorti presidiarono le Porte delle Mura, saccheggiarono i depositi di armi, liberarono i detenuti della Malapaga e i galeotti. Un comitato rivoluzionario, destinato a guidare l'insurrezione, si installò nella Loggia di Banchi: ne facevano parte Felice Morando, Filippo Doria, l'abate Cuneo, Valentino Lodi, Andrea Vitaliani, il monaco Alessandro Ricolfi detto Bernardone. Furono subito avviati contatti con il governo cui gli insorti chiesero le dimissioni immediate. Il doge Giacomo Maria Brignole e i pochi senatori che erano riusciti ad arrivare a Palazzo Ducale stavano per accettare quando, sobillati da qualche patrizio, da Portoria, l'inquieto quartiere di Balilla, mosse una folla di popolani che gridando «viva il nostro Principe», «viva Maria» penetrò nella pubblica armeria asportandone 14 000 fucili. Questi uomini, coraggiosi e decisi, cominciarono a dare la caccia ai giacobini e ai francesi: le strade della città divennero in breve un campo di battaglia. Due giorni durarono gli scontri con morti e feriti. Lo stesso Filippo Doria cadde colpito a morte sugli scalini di Ponte Reale. Le celle di Palazzo Ducale si riempirono di democratici arrestati dai "viva Maria" e, non bastando queste, fu adattata a prigione anche la vicina chiesa di Sant'Ambrogio. L'intervento del popolo in difesa del "vecchio principe", se aveva dato al governo un buon motivo per rifiutare di dimettersi, con le sue violenze, specie nei confronti dei cittadini francesi, diede anche al generale Faipoult, l'occasione per ricorrere a Bonaparte. Questi inviò a Genova l'aiutante di campo La Vallette con una lettera per il ministro e una per il Doge, durissime entrambe. Nella prima il generale accusava Faipoult di aver impedito l'ingresso delle navi francesi nel porto e di aver agito con eccessiva debolezza. Lo invitava quindi a lasciare la città nel caso che il governo genovese non avesse ottemperato a quanto richiesto nella lettera al Doge. In quest'ultima Bonaparte chiedeva che fossero messi in libertà tutti i francesi detenuti, che fossero arrestati i nobili che avevano sobillato i "viva Maria" e disarmato il popolo. «Se entro 24 ore dopo ricevuta la presente lettera non avrete ottemperato a quanto richiesto - intimava il generale - il ministro della Repubblica Francese sortirà da Genova e l'aristocrazia avrà esistito». I Magnifici compresero che non restava loro altra scelta che accettare il diktat di Bonaparte. Si affrettarono i tempi. Partì per Milano Faipoult, partì una delegazione genovese composta dall'ex doge Michelangelo Cambiaso, dal giurista Luigi Carbonara e da Girolamo Serra per concordare con Bonaparte, in quei giorni "in vacanza" nella villa di Mombello, il cambio di governo. Lo stesso Bonaparte, tra il 5 e il 6 giugno, con l'aiuto di Faipoult, stese il testo di una Convenzione che prese il nome di "Convenzione di Mombello", con cui si sanciva la fine della Repubblica di Genova, oligarchica e aristocratica, e la nascita della Repubblica Ligure democratica. Al testo dell'accordo, che fu poi approvato a Genova il 9 giugno, Bonaparte unì una lista di 22 persone designate a formare il nuovo governo, tra cui figuravano alcuni nobili, compreso il marchese Giacomo Maria Brignole. Tale governo, detto provvisorio, fu insediato il 13 giugno con a capo lo stesso Giacomo Brignole che, in tal modo, cambiava soltanto carica: da doge diventava presidente.

Il passaggio dei feudi imperiali a Genova[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 ottobre 1797 con il Trattato di Campoformio, l'imperatore d'Austria Francesco II rinunciava ai feudi Imperiali liguri accettando la loro unione alla Repubblica Ligure.

I feudi imperiali costituivano una fascia territoriale che occupava l'immediato Oltregiogo, circondando i pochi accessi viari tenuti da Genova, lungo la strada della Bocchetta sino a Novi: erano feudi imperiali i piccoli centri a levante e a ponente di questa, come Busalla, Ronco, Arquata, ecc. Al momento questi passavano pertanto alla Repubblica Ligure.

La Costituente e la Controrivoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Il governo provvisorio che doveva guidare la neonata repubblica in attesa della redazione e dell'approvazione della nuova Costituzione, non costituì una completa rottura con il passato. Alcuni suoi membri, scelti in parte dai delegati genovesi e in parte dal governo francese, ma tutti previo esame e approvazione dello stesso Napoleone, erano rappresentanti dell'appena deposto regime oligarchico.

La redazione del testo costituzionale si presentò subito problematica e suscitò accesi dibattiti soprattutto su alcuni temi, quali l'espropriazione dei beni feudali dell'entroterra ligure, e i rapporti della nuova repubblica con la Chiesa cattolica e le autorità ecclesiastiche, e l'incameramento dei beni di loro proprietà.

Ancora una volta, proprio nel timore di veder cancellati i propri privilegi, i feudatari e gli ecclesiastici più influenti fecero uso del potere di cui godevano presso il popolo minuto delle campagne circostanti Genova, per fomentare disordini.

Il 3 settembre 1797, su istigazione del parroco, insorse Albaro, piccolo borgo alle porte della città, dove la popolazione doveva la sua sussistenza al servizio presso le ville di campagna delle più ricche famiglie genovesi. Ma gli insorti furono dispersi entro breve tempo dalle truppe francesi guidate dal generale Duphot.

Il giorno successivo, però, anche le popolazioni contadine della val Polcevera si sollevarono e approfittando dell'attenzione del governo verso i fatti di Albaro, si impadronirono dei forti Sperone e Tenaglia e attaccarono le fortificazioni di San Benigno. Una delegazione composta anche dall'Arcivescovo di Genova, parlamentò con i rivoltosi e si raggiunse un accordo di fermare la rivolta in cambio della promessa che la repubblica non avrebbe compromesso la religione cattolica. L'accordo però venne disatteso dagli stessi insorti che ripresero le armi, ma ancora una volta la rivolta finì nel sangue ad opera dei francesi.

Sempre il 4 settembre si sollevarono i contadini della val Fontanabuona, i quali calarono sulle cittadine costiere, dove però suscitarono pochi entusiasmi, per poi marciare verso le porte occidentali di Genova, con l'intento di dare man forte agli insorti della val Polcevera. Ma alla notizia della sconfitta di questi ultimi, le loro file, assottigliate dalle defezioni, furono facilmente disperse.

Il progetto di Costituzione, alla luce di questi eventi, fu pertanto sottoposto a forti pressioni da parte dei francesi, che ne volevano l'approvazione prima possibile. Il risultato fu che i costituenti, per affrettare i tempi, dovettero attingere a piene mani dalla traduzione italiana del testo della Costituzione francese del 1795, e solo in parte poterono adattarla alla realtà ligure.

La Costituzione del Popolo Ligure venne infine approvata il 2 dicembre del 1797 dai comizi popolari. Ecco qui di seguito un estratto dei primi sette articoli:

  • Art. 1 - La Repubblica Ligure è una e indivisibile.
  • Art. 2 - L'universalità dei cittadini liguri è il sovrano.
  • Art. 3 - La libertà e l'eguaglianza sono la base della repubblica.
  • Art. 4 - La Repubblica Ligure conserva intatta la religione cristiana-cattolica, che professa da secoli.
  • Art. 5 - Accorda una speciale protezione all'industria, al commercio alle arti e alle scienze.
  • Art. 6 - Difende tutte le proprietà, e assicura le giuste indennizzazioni di quelle, delle quali la pubblica necessità, legalmente provata, esige il sacrifizio.
  • Art. 7 - Conserva e tramanda a' posteri sentimenti di riconoscenza per la repubblica francese, e si dichiara naturale alleata di tutti i popoli liberi.

Secondo la nuova Costituzione, il potere legislativo era attribuito a due assemblee, il Consiglio dei Giuniori (o dei Sessanta, in quanto composto da 60 membri) e il Consiglio dei Senatori (30 membri). I due consigli eleggevano un Direttorio di 5 membri, detentore del potere esecutivo. Il Direttorio svolgeva le proprie funzioni attraverso un segretario generale e un certo numero di ministri.

La guerra contro il Piemonte[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'ingresso della Repubblica Ligure nella sfera d'influenza francese, l'ulteriore obiettivo del governo rivoluzionario francese era destituire dal trono del Regno di Sardegna il sovrano Carlo Emanuele IV, e istituire un governo repubblicano anche in quel regno. Agenti francesi agivano nell'ombra per fomentare rivolte dei sostenitori giacobini, ma le insurrezioni erano tutte fallite.

Dopo la battaglia di Ornavasso un folto gruppo di ribelli si era rifugiato a Carrosio, territorio del Regno di Sardegna, ma enclave della Repubblica Ligure, dal quale organizzavano incursioni contro i vicini villaggi del dominio sabaudo, con il tacito appoggio dei francesi e dei liguri.

Il 5 giugno 1798, truppe reali al comando del conte Policarpo Cacherano d'Osasco, entrate in territorio ligure, attaccarono i ribelli a Carrosio per poi inseguirli fino a Gavi, la cui guarnigione prese le parti dei fuggiaschi sparando sui piemontesi.

Il 7 giugno la Repubblica Ligure dichiarò guerra al Piemonte; dapprima la guerra fu favorevole ai Liguri, appoggiati dai francesi: occupazione di Carrosio (12 giugno), resa di Loano (19 giugno), presa del forte di Serravalle (27 giugno).

Nel frattempo, ad Oneglia, le truppe repubblicane non solo non riuscirono ad occupare la città, ma truppe piemontesi si impadronirono di Diano e Porto Maurizio; altre truppe piemontesi si installarono su tutte le alture circostanti. La Repubblica Ligure sarebbe andata incontro a una grave disfatta militare, se il Direttorio di Francia, la sera stessa del 27 giugno, non avesse ordinato di cessare le ostilità.

La breve guerra dimostrò tutta la debolezza che caratterizzava la neonata repubblica e a nulla valsero i successivi processi, volti a individuare i colpevoli del fallimento militare.

Conseguenze delle sconfitte francesi[modifica | modifica wikitesto]

La ripresa della guerra tra la Francia e le altre potenze europee si rivelò nefasta anche per la giovane Repubblica. La continue sconfitte dell'esercito francese e il conseguente abbandono dei territori occupati avvicinavano sempre più il conflitto al territorio ligure, strenuamente difeso in quanto ultimo corridoio di collegamento con la Francia. Nel maggio 1799 la situazione era alquanto grave: la riviera di Levante era stata occupata dalle truppe austro-russe che ne assediavano i forti, mentre a Ponente Oneglia era in rivolta.

Nel quadro degli eventi, era inevitabile che lo scontro avvenisse a poca distanza da Genova: il 15 agosto 1799, i due fronti si scontrarono a Novi, a circa 60 km dalla città. I francesi, sconfitti, si asserragliarono entro Genova.

A questo punto il governo ligure divenne un fantoccio in mano francese, anche più di quanto non lo fosse fino a quel momento. A seguito del colpo di Stato del 18 brumaio, che portò Napoleone al potere, anche in Liguria, il 7 dicembre 1799, l'esperienza democratica ebbe bruscamente fine su pressione francese. Il Direttorio venne esautorato e sostituito da un collegio di Novemviri.

L'assedio di Genova (1800)[modifica | modifica wikitesto]

L'arrivo degli eserciti austriaci e russi al nord segnò la fine della rivoluzione in tutta la penisola; solo Genova rimase in guerra, sostenendo sotto la guida del generale Andrea Massena un rigido assedio da parte degli austriaci e degli inglesi: nel marzo del 1800 cominciò il blocco da parte delle navi inglesi, facendo sì fosse impossibile introdurre viveri dal mare.

A terra Genova era circondata da truppe austro-piemontesi e savonesi. La città resistette a lungo, nonostante la fame uccidesse ancor più dei combattimenti. Una testimonianza importante su quei giorni è costituita dalla Istoria del blocco di Genova nell’anno 1800, una sorta di cronaca scritta dal filo-francese Angelo Petracchi, accorso, come tanti altri, a difendere la città [1].

Egli nella sua opera mostra come fosse difficoltoso, nelle difficili condizioni in cui versava la città, garantire l'ordine pubblico: in particolare il grano «mancando vieppiù ogni giorno, cominciava a produrre qualche agitazione popolare» [2].

«Cotesta scarsezza era giunta a tal punto, che non distribuitasi al Popolo, che due oncie di pane per cadauno, ed andando a mancar anche quelle, fu preso dal Governo il saggio provvedimento di far distribuire a piccolo prezzo in varj luoghi della città delle buone, e nutritive ministre, che tenevano sicuramente luogo di pane, e saziavano, e consolavano i poveri Cittadini».

La città, chiusa lato mare dal blocco navale inglese, a terra era circondata da truppe austriache il cui campo principale era alle Capanne di Marcarolo. Fu in queste circostanze che, forzando continuamente il blocco navale e attaccando direttamente con una vecchia galea le navi inglesi, mostrò le sue capacità marinare e tattiche il leggendario capitano Giuseppe Bavastro. Da terra si combatteva lungo la linea dei forti, e a quei combattimenti partecipò anche Ugo Foscolo, rimasto ferito nei pressi del Forte Puin.

Allo stremo, la città fu costretta infine ad arrendersi. Gli assediati poterono cedere onorevolmente, con il permesso di lasciare la città; l'assedio aveva però trattenuto i nemici abbastanza a lungo per dare a Bonaparte l'opportunità di trionfare nella battaglia di Marengo. Di conseguenza Napoleone era nuovamente arbitro delle sorti d'Italia: e Genova, chiusa con l'assedio la fase della Repubblica Ligure, nel 1805 fu annessa all'Impero. Importante ruolo di mediatore ebbe in questa circostanza il futuro ministro delle finanze del regno di Francia Luigi Emanuele Corvetto.

Genova e le sue difese[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda la storia dell'assedio di Genova, la testimonianza di Petracchi può essere utile anche in quanto fornisce un quadro completo di quelle che erano le difese della città[3].:

«La Città di Genova è situata sul dorso di un monte, che appoggia le sue falde sulla riva del mare Ligustico. Ha essa dalla parte di terra un doppio circondario di mura, l’uno de’quali interno, che rinchiude quasi esattamente l’abitato, e che forma una specie di figura ovale. È questo munito di alcuni baluardi, che non essendo stati di alcun uso in quest’assedio, è inutile dettagliare. È l’altro esterno, ed innalzandosi dalle due punte marittime sale sino ad una grand’altezza del monte. Questo secondo circondario rende la città della figura quasi di un triangolo; mentre terminando in punta sulla cima dell’altura, scende d’ambe le parti a formar quasi i due lati che vengono chiusi e riuniti dal mare. Varj forti guarniscono questo giro di mura. Sulla cima vi è quello dello Sperone; verso il lato di Ponente, più al di sotto della metà, vi è l’altro detto delle Tenaglie, ed alla fine del medesimo ve n’è un altro chiamato di S. Benigno. Ciò produce, che da quella parte la città di Genova è quasi imprendibile; tanto più che la località combina così propiziamente a difenderla, che poca o niuna speranza dà agli assediatori di prenderla. Non è il medesimo dalla parte di Levante, ove essendo dominata al di fuori da alcune alture, è stato creduto inutile di alzarvi degli altri forti. In mancanza di ciò si è fatto al di fuori una specie di parallela, o per meglio dire un cammino coperto che fortificando quelle medesime alture, che dominano la città, suppliscono a tal difetto; bisogna perciò a chi difende Genova tener questa linea esteriore, e quelle fortificazioni, che sono il monte dei Ratti, sulla cui sommità è il Forte di Quezzi; il Forte Richelieu, che fu fatto fabbricare dal celebre Maresciallo di tal nome quando occupò Genova; quello di S. Tecla, e la Madonna di Albaro. Più in alto dello Sperone, e quasi perpendicolare al medesimo vi è il forte del Diamante, che domina lo Sperone medesimo, sebbene da taluni credesi che ne sia un poco troppo distante; anch’esso però è di una estrema importanza per gli assediati, sostenendo moltissimo le operazioni delle altre fortificazioni esterne. Fra il Diamante, e lo Sperone vi è il monte de’ due Fratelli, che fa due diverse punte: questa situazione è assai rimarchevole, perché produce la riunione fra gli assedianti, e potrebbe prender alle spalle le opere esterne della linea di Levante; ma siccome ivi temesi l’incrociatura dei fuochi dello Sperone e del Diamante, è assai difficile d’impadronirsene, quantunque siavi un certo sito che dicesi immune dall’artiglieria di ambi i forti. Dalla parte di mare, molte e belle batterie difendono la città, ed il porto, non che le mura marittime assicurate anche dalla Natura. Tali batterie rimontate ultimamente toglievano ogni pena da quella parte. Le più belle sono quelle della Strega, della Cava, di ambi i Moli, e della Lanterna. Dalla parte di Ponente vi è il fiume della Polcevera; dalla parte di Levante quel di Bisogno. Albaro è un piccolo, e delizioso borgo, che da questa parte è vicino a Genova quasi di un solo miglio, come dall’altra parte si è quello vaghissimo egualmente di S. Pier d’Arena».

L'ultimo doge[modifica | modifica wikitesto]

L'ultimo, ed unico, doge della Repubblica Ligure fu Girolamo Luigi Durazzo, eletto il 10 agosto 1802, deposto il 29 maggio 1805, con l'annessione della Liguria all'Impero francese (4 giugno), e la sua conseguente nomina a Prefetto del Dipartimento di Genova e poi a senatore dell'Impero il 31 ottobre.

Dopo la fine di Napoleone le potenze europee vollero ripristinare gli Stati nei loro vecchi confini, ma affinché i possedimenti del regno sabaudo avessero confini più estesi verso la Francia, il Congresso di Vienna deliberò l'annessione della Liguria al Regno di Sardegna.

La fine della Repubblica Genovese fu sancita il 26 dicembre 1814. Il cambio della guardia avvenne il 7 gennaio 1815. Girolamo Serra, Ministro della Guerra e della Marina della Repubblica Ligure dal 1802, fu designato presidente del Governo Provvisorio nel gennaio del 1815.

Divisione territoriale[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1797 al 1798[4]:

Dal 1798 al 1803[4]:

Dal 1803 al 1805[4]:

Capi di Stato della Repubblica Ligure[modifica | modifica wikitesto]

  • Giacomo Maria Brignole, Doge del Governo Provvisorio dal 14 giugno al 26 giugno 1797
  • Giacomo Maria Brignole, Presidente del Governo Provvisorio dal 26 giugno 1797 al 17 gennaio 1798
  • Direttorio Esecutivo dal 17 gennaio 1798 al 7 dicembre 1799
  • Commissione di Governo dal 7 dicembre 1799 al 24 giugno 1800
  • Commissione Provvisoria di Governo dal 24 giugno 1800 al ? 1800
  • Commissione di Governo dal ? 1800 al 2 luglio 1800
  • Commissione Straordinaria di Governo 2 luglio 1800-3 luglio 1800
  • Girolamo Luigi Durazzo, Doge della Repubblica Ligure dal 3 luglio 1800 al 4 giugno 1805

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Genova baluardo dei democratici italiani
  2. ^ Massena, il governo ligure e la crisi del grano in Studi Napoleonici-Fonti Documenti Ricerche
  3. ^ Genova e le sue difese in Studi Napoleonici-Fonti Documenti Ricerche
  4. ^ a b c Divisioni territoriali della Liguria in periodo napoleonico sul sito di Franco Bampi

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonino Ronco, Storia della Repubblica ligure 1797-1799, Frilli, 2005, ISBN 978-8875630812.
  • Antonino Ronco, Genova tra Massena e Bonaparte. Storia della Repubblica ligure. Il 1800, Frilli, 2005, ISBN 8875630887.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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