Giacobinismo

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Con il termine giacobinismo si intende un movimento e un'ideologia politica risalenti all'esperienza del Club dei Giacobini durante la Rivoluzione francese. Il giacobinismo si diffuse in buona parte dell'Europa durante l'epoca rivoluzionaria ed ebbe un'influenza politica notevole nella storia francese per tutto il XIX secolo, in particolare negli eventi della Rivoluzione di luglio, della Rivoluzione francese del 1848 e, soprattutto, nell'esperienza della Comune di Parigi del 1871. Successivamente, sia Lenin che Antonio Gramsci sostennero una diretta filiazione del bolscevismo dal giacobinismo. Tale tesi, inizialmente sostenuta anche da storici francesi di orientamento marxista come Albert Mathiez e Georges Lefebvre, fu poi fermamente respinta dalla storiografia successiva[1].

Il giacobinismo durante la Rivoluzione francese[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la suddivisione classica di Jules Michelet, è possibile distinguere tre fasi del giacobinismo storico[2]:

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Club dei Giacobini.

Nato come Club bretone a Versailles durante gli Stati Generali del 1789, dopo la Marcia su Versailles, che costrinse Luigi XVI e la sua famiglia a insediarsi a Parigi, prese sede nell'ex convento domenicano di San Giacomo (Saint-Jacobus) di rue Saint-Honoré a Parigi. Da qui il nome di giacobini, che precedentemente designava in Francia l'ordine domenicano, dal nome del loro convento parigino. Il nome ufficiale del club era Società degli Amici della Costituzione.

Si trattava di un'associazione politica il cui scopo era quello di coordinare l'azione parlamentare dei deputati che ne facevano parte. Inizialmente, il club ospitava solo membri eletti all'Assemblea nazionale; successivamente, iniziò a includere anche esponenti del giornalismo e della politica extraparlamentare, sebbene la quota di iscrizione piuttosto elevata - 24 soldi, pagabili in quattro rate - scoraggiasse la partecipazione popolare[3]. I membri del club appartenevano quasi esclusivamente alla borghesia e all'aristocrazia. Ciò non impedì, comunque, una rapida diffusione del giacobinismo - inteso come forma di associazionismo politico a sostegno del processo rivoluzionario - in tutta la Francia: dalla fine del 1789 al luglio 1790 il numero di società affiliate ai Giacobini di Parigi salì da 200 a 1.200[4].

Una riunione del Club dei Giacobini (gennaio-febbraio 1791)

In seguito alla fuga a Varennes di Luigi XVI, nel giugno 1791, i giacobini subirono la loro principale scissione: la maggioranza, ancora fedele alla monarchia, su iniziativa del fondatore del club, Antoine Barnave, fondò un'altra società, il Club dei Foglianti. Con Barnave, lasciarono i Giacobini circa 170 deputati. La scissione spostò radicalmente l'equilibrio politico dei giacobini a favore della Repubblica, espresso già nel sostegno alla petizione popolare presentata dal Club dei Cordiglieri al Campo di Marte il 17 luglio 1791. Anche se una buona parte delle società affiliate nel resto della Francia seguì, in un primo tempo, i Foglianti, nell'autunno 1791 si potevano comunque contare 550 società giacobine ancora fedeli al club centrale di Parigi[5].

Sotto la pressione degli eventi, Luigi XVI si rivolse ai più moderati dei leader giacobini per formare il nuovo governo diretto da Jean-Marie Roland, che includeva anche Étienne Clavière e Charles François Dumouriez. Il fatto che in quel periodo tutte le decisioni informali venissero prese nel salotto dei coniugi Roland, sotto la direzione dell'influente Manon Roland, esacerbò gli animi in seno al club dei Giacobini. Rovinato nella reputazione a causa dei suoi inutili tentativi di raggiungere una conciliazione con la monarchia, il governo Roland fu travolto dagli avvenimenti della giornata del 10 agosto 1792 che portò al rovesciamento del trono. Nell'autunno 1792 i giacobini espellevano Brissot e gli uomini di Roland, definiti come la "fazione dei Girondini" (dal dipartimento di provenienza della maggior parte dei suoi esponenti); la leadership del club fu assunta da Robespierre. La nuova Convenzione nazionale, insediatasi nel settembre 1792, poteva contare 205 deputati giacobini, circa 2/3 del totale della Montagna, lo schieramento parlamentare formato da esponenti della sinistra radicale che, alla Convenzione, si opponeva alla maggioranza costituita dai Girondini.

La Repubblica giacobina[modifica | modifica wikitesto]

Con la collaborazione dei Cordiglieri, il club dei Giacobini manovrò i sanculotti parigini nelle decisive giornate del 31 maggio e del 2 giugno 1793, che portarono all'arresto dei leader Girondini in seno alla Convenzione. Da quel momento, i giacobini assunsero la guida della Rivoluzione. Iniziava la stagione della "Repubblica giacobina": in seno al club si discutevano preliminarmente tutti i decreti che sarebbero stati successivamente adottati dalla Convenzione, si definivano gli orientamenti politici, si tracciava la linea di demarcazione tra ciò che era rivoluzionario e ciò che era controrivoluzionario. I giacobini, scriverà François Furet, divennero in quel momento "gli iniziatori di un nuovo tipo di partito", fondato sull'ortodossia, espressa da strumenti come l'obbligo dell'unanimità nelle deliberazioni del club, i continui scrutini epuratori con cui venivano espulsi gli esponenti non graditi, il clima di sospetto e l'ossessione per la cospirazione che convinsero i giacobini di essere gli unici custodi della volontà popolare e dell'ortodossia rivoluzionaria. Il ruolo centrale del club dei Giacobini venne sancito da due decreti della Convenzione: il primo, del 25 luglio 1793, prevedeva che chiunque tentasse di ostacolare o sciogliere le società popolari venisse perseguito dalla legge; il secondo, del 4 dicembre, che riorganizzava il governo rivoluzionario, definiva le società popolari "gli arsenali dell'opinione pubblica".

L'ingresso del Club dei Giacobini su rue Saint-Honoré, in una stampa del 1895

Nella primavera del 1794 le società affiliate con il club dei Giacobini di Parigi avevano raggiungo la cifra di 5.550[6]. Le epurazioni dalla società dei membri "indulgenti", legati a Georges Jacques Danton e Camille Desmoulins, e di quelli ultrarivoluzionari - gli hebertisti -, furono il preludio al loro arresto, ordinato dal Comitato di salute pubblica, completamente in mano a esponenti giacobini, e alla successiva esecuzione, comminata dal Tribunale rivoluzionario, la cui composizione era stata rinnovata per includervi esclusivamente membri robesperristi (Martial Herman, Jean-Baptiste Coffinhal). Nel maggio 1794 il club ordinò lo scioglimento di tutte le società popolari nate dopo il 10 agosto 1792, e impose che tutte quelle precedenti si sottoponessero a un'inchiesta al fine di espellerne i membri "controrivoluzionari". Ciò comportò la chiusura di tutti i club non legati ai Giacobini (con l'eccezione dei Cordiglieri, ridotti però al silenzio dopo l'esecuzione degli hebertisti). La dittatura giacobina divenne totale[7]

Tuttavia, l'opposizione sotterranea al regime di Robespierre trovò proprio nel club il suo terreno di coltura. Nella giornata del 9 termidoro (27 luglio 1794), i giacobini non inviarono i loro esponenti a solidarizzare con il Comune di Parigi, insorto a sostegno di Robespierre e dei suoi colleghi arrestati dalla Convenzione.

Se però i giacobini avevano sperato di restare in sella anche dopo la fine della dittatura del Comitato di salute pubblica, scoprirono presto di essersi sbagliati. Il governo termidoriano perseguitò con violenza i cosiddetti "bevitori di sangue", ossia i giacobini compromessi a vario titolo con il precedente regime del Terrore. Il 13 novembre 1794 Stanislas Fréron, uno dei principali leader termidoriani, guidò i Moscardini - giovani controrivoluzionari di buona famiglia - nell'attacco contro il club dei Giacobini ("Andiamo a sorprendere la bestia feroce nel suo antro"[8]). I violenti scontri che ne seguirono diedero alla Convenzione il pretesto per ordinare, l'indomani, la chiusura del club.

I neogiacobini[modifica | modifica wikitesto]

Anche se i giacobini non esistettero più ufficialmente dopo la chiusura del club di via Saint-Honoré, durante gli anni del Direttorio si diffuse il movimento dei cosiddetti "neogiacobini", esponenti della sinistra radicale extraparlamentare, in buona parte membri del gruppo dirigente sotto il Terrore, scampati alle epurazioni. Molti di loro, compromessi nella congiura degli Eguali ordita nel maggio 1796 da Gracco Babeuf per rovesciare il governo del Direttorio, furono costretti alla clandestinità.

Gracco Babeuf in una stampa del 1846

Tuttavia, i neogiacobini godettero di forti appoggi al di fuori di Parigi, dove in diversi club rivoluzionari la maggioranza degli esponenti proveniva proprio dalle precedenti società popolari affiliate al club dei Giacobini. Dal resto della Francia provennero molti dei deputati della sinistra eletti alle camere nelle elezioni del 1798, che tuttavia vennero annullate con il colpo di stato del 22 floreale. Ciò non impedì ai "neogiacobini" di conquistare di nuovo numerosi seggi alle successive elezioni del 1799, che - nonostante il nuovo tentativo da parte del Direttorio - vennero ratificate. Si ebbe così una nuova breve parentesi di governo giacobino, con la nomina di ex dirigenti del Terrore al governo: Robert Lindet, già membro del Comitato di salute pubblica, alle Finanze; Jean-Baptiste Bernadotte, generale giacobino, alla Guerra; Bourguignon-Dumolard, ex funzionario del Comitato di sicurezza generale, alla Polizia. Una nuova versione del club dei Giacobini fu addirittura aperta nella sala del Maneggio del Palazzo delle Tuileries - e pertanto chiamato "Club del Maneggio" - nel luglio 1799. Ma si trattò di un fuoco di paglia. Assunta la leadership del Direttorio, il moderato Emmanuel Joseph Sieyès liquidò i ministri giacobini e ordinò al nuovo ministro della Polizia, Joseph Fouché (un ex giacobino), di chiudere il club del Maneggio.

Il colpo di stato di Napoleone il 18 brumaio fece sfumare i sogni dei "neogiacobini", che dovettero subire una violenta epurazione - con esecuzioni e condanne all'esilio nella Guyana francese - nel 1801.

Il giacobinismo nel resto d'Europa[modifica | modifica wikitesto]

L'esempio del club dei Giacobini fu imitato da numerose associazioni politiche in quasi tutta l'Europa durante l'età rivoluzionaria. La loro azione contribuì a diffondere gli ideali rivoluzionari nei diversi paesi europei e, in alcuni casi, a facilitare i movimenti insurrezionali per il rovesciamento dei regimi preesistenti o la penetrazione delle armate francesi.

Belgio[modifica | modifica wikitesto]

La vicinanza con la Francia favorì qui il diffondersi di numerosi club giacobini durante l'occupazione militare di Dumouriez. Tuttavia, i commissari politici francesi utilizzarono i club principalmente allo scopo di manovrare i referendum locali per l'annessione del paese alla Francia, provocando forti ostilità, al punto che lo stesso Dumouriez farà successivamente chiudere tutti i circoli giacobini nel Belgio[9]. Il giacobinismo belga, d'altro canto, non riuscì ad attecchire tra le classi popolari; ciò permise alle forze della Prima coalizione di avere facile gioco nel ridurre al silenzio, attraverso arresti e condanne all'esilio, i giacobini locali dopo la riconquista del Belgio. Una nuova fiammata, dopo vittoria francese di Fleurus, fu rapidamente soffocata dal governo termidoriano che, imponendo l'annessione del Belgio alla Francia, ordinò parallelamente la chiusura di tutti i nuovi club giacobini nel frattempo rinati.

Paesi Bassi[modifica | modifica wikitesto]

Sotto la pressione delle vicende politiche e militari in Belgio, i club giacobini nei Paesi Bassi si diffusero velocemente. Solo ad Amsterdam, nel 1794, si contavano 24 circoli politici, per un totale di circa duemila affiliati[10]. Dopo la vittoria francese a Fleurus, con l'approssimarsi dell'invasione dei Paesi Bassi, i giacobini batavi tentarono un'insurrezione, che tuttavia venne sventata. La nascita della Repubblica Batava nel 1795 ufficializzò le società popolari, ma i giacobini subirono la repressione da parte degli emissari del Direttorio in seguito al fallimento del tentativo babuvista in Francia. La resistenza dei repubblicani più radicali, tuttavia, impedì in un primo momento l'applicazione di una costituzione che ricalcava troppo la Costituzione dell'anno III francese. Con il "Manifesto dei 43", i giacobini batavi rilanciarono la proposta di una costituzione sul modello di quella montagnarda del 1793[11]. Ma con un colpo di stato ordinato dal Direttorio, il generale Jourdan disperse il movimento e portò all'adozione della costituzione direttoriale, sancendo la fine del giacobinismo batavo.

Svizzera[modifica | modifica wikitesto]

Il Club Elevetico nato a Parigi nel 1789 riuniva i principali esponenti rivoluzionari di nazionalità svizzera, a esclusione dei ginevrini, che ebbero un'esperienza separata da quella del resto del giacobinismo svizzero. A Ginevra, infatti, nel 1793 i giacobini assunsero il potere, introducendo il suffragio universale e abolendo il sistema feudale. Il movimento, tuttavia, si spaccò tra una minoranza, radicale, che chiedeva l'annessione alla Francia, e una maggioranza che invece difese l'indipendentismo del cantone. L'esperienza indipendentista risultò tuttavia di breve durata: i giacobini ginevrini piegarono la testa all'indomani del Termidoro francese e nel 1798 Ginevra fu annessa alla Francia. Nel resto della Svizzera, il giacobinismo perse forza dopo il 10 agosto del 1792: le notizie relative al massacro delle guardie svizzere poste a difesa delle Tuileries scandalizzò gli svizzeri e alienò il consenso verso la Rivoluzione[12]. La Repubblica Elvetica instituita nel '98 dopo la conquista a opera del generale Brune, pur ricalcando il modello del Direttorio francese, adottò diverse misure di salute pubblica e tollerò i club giacobini, finché l'Atto di Mediazione del 1803 da parte di Napoleone portò all'instaurazione di un governo dei notabili che mise fine al movimento del giacobinismo elvetico.

Sacro Romano Impero[modifica | modifica wikitesto]

Sigillo del club giacobino di Magonza

L'esperienza giacobina tedesca fu fortemente legata alle vicende militari della Rivoluzione. Si consolidò infatti durante l'effimera esperienza della Repubblica di Magonza, dove nacque il primo club giacobino, con circa 500 affiliati, in buona parte intellettuali, funzionari, artigiani e piccoli commercianti[13]. Diversi giornali in lingua tedesca servirono a diffondere le idee rivoluzionarie nel resto degli stati germanici. Con la presa di Magonza da parte delle truppe della coalizione, tuttavia, i giacobini locali furono processati, giustiziati, in alcuni casi lapidati dalla folla, per la maggior parte costretti all'esilio. A parte alcuni tentativi insurrezionali nel 1798 - con i principali focolai a Strasburgo e Basilea - e nel 1799, nel Wurttemberg, il giacobinismo tedesco riuscì a radicarsi solo in Renania, dove un "movimento cisrenano" portò all'abolizione del feudalesimo e all'elezione di diversi esponenti politici giacobini come borgomastri, finché tuttavia, nel novembre del '99, l'annessione alla Francia mise fine all'esperienza del movimento.

Nei territori della Monarchia Asburgica il giacobinismo ebbe caratteristiche peculiari: costretto alla clandestinità, di matrice cospirativa, limitato a uno sparuto gruppo di intellettuali che avevano preso parte all'esperienza del Giuseppinismo, assunse poi in Ungheria venature nazionaliste sotto la direzione di Ignaz Joseph Martinovics. Il tentativo insurrezionale di quest'ultimo, che vantava comunque un centinaio di sostenitori nelle principali città ungheresi, si concluse nel maggio 1795 con l'esecuzione di sei dei leader giacobini, tra cui lo stesso Martinovics. A Vienna l'Imperatore Francesco II volle dare un esempio e, con i Processi Giacobini tra il '94 e il '96, fece giustiziare o condannare al carcere a vita i principali esponenti giacobini locali, rei di aver ordito una (presunta) cospirazione per instaurare una repubblica federale democratica.

Polonia[modifica | modifica wikitesto]

I giacobini polacchi ebbero un ruolo decisivo nel colpo di stato che portò all'emanazione della Costituzione polacca di maggio nel 1791, che prevedeva una monarchia ereditaria a sostegno dell'autonomia della Polonia dai suoi potenti vicini. Ciò non impedì, tuttavia, la seconda spartizione nel 1793. I giacobini sostennero l'anno successivo l'insurrezione di Kościuszko, che si concluse tuttavia con un disastro e con il loro annientamento.

Regno Unito[modifica | modifica wikitesto]

Nel Regno Unito numerosi club, come la "Society for Constitutional Information" o la "Sheffield Constitutional Society", arrivarono a contare migliaia di iscritti, a stabilire una corrispondenza con molti altri club provinciali e a diffondere le notizie relative agli avvenimenti in Francia[14]. L'inizio delle ostilità tra Regno Unito e Francia, nel febbraio 1793, portò a un giro di vite da parte del governo britannico, che costrinse molte società alla semiclandestinità. Nel 1796 la "London Constitutional Society", il più grande dei club filo-giacobini con sede a Londra, venne chiusa, e il suo leader, Thomas Hardy, costretto a ritirarsi dalla vita politica.

Il giacobinismo italiano[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia fu il paese europeo in cui l'influenza del giacobinismo francese risultò più forte. Ciò fu dovuto soprattutto alla presenza delle armate francesi nella penisola durante la Campagna d'Italia di Bonaparte e negli anni successivi, fino al 1799. Ma club giacobini sorsero anche prima del '96, pertanto la storiografia distingue due fasi del giacobinismo italiano[15]:

  • il giacobinismo insurrezionale tra il 1792 e il 1795;
  • il giacobinismo istituzionale a partire dal 1796.

Il giacobinismo insurrezionale[modifica | modifica wikitesto]

Filippo Buonarroti

Il primo club giacobino italiano fu istituito a Napoli nell'estate del 1793 per iniziativa di Carlo Lauberg, con il sostegno dell'ambasciata francese e all'indomani del passaggio della flotta dell'ammiraglio Latouche-Tréville nel golfo di Napoli, che entusiasmò gli intellettuali locali filo-rivoluzionari. La diffusione di una traduzione dello stesso Lauberg della Costituzione montagnarda del '93 a Napoli e nelle città limitrofe scatenò la repressione poliziesca, che si concluse con l'arresto di diversi esponenti giacobini, tra cui Emanuele De Deo e Vincenzo Galiani. Sulle ceneri di questo primo club vennero fondate nel '94 due società segrete, ROMO ("Repubblica o Morte") e LOMO ("Libertà o morte"), la prima con intenti rivoluzionari, la seconda più attendista. La scoperta di una cospirazione del club ROMO per conquistare Castel Sant'Elmo portò alla distruzione del movimento giacobino napoletano, all'esecuzione di De Deo e Galiani, nonché di Vincenzo Vitaliani, fratello di Andrea Vitaliani, fondatore del club ROMO, fuggito invece con Lauberg a Oneglia.

In questa città ligure sottoposta al governo francese fu nominato commissario rivoluzionario Filippo Buonarroti, giacobino della prima ora, già attivo in Corsica, che a Oneglia riuscì a far convergere numerosi giacobini italiani per imbastire diversi complotti contro i governi della penisola. Qui venne infatti ordita la cospirazione di Francesco Paolo Di Blasi a Palermo, soffocata nel sangue nel maggio 1795, e la diffusione dei club giacobini in Lombardia e Piemonte. A Torino ne vennero fondati tre, che agirono a sostegno delle truppe francesi impegnate contro il Regno di Sardegna, ma nel maggio 1794 la cospirazione fu scoperta e soffocata tra arresti ed esecuzioni. Un altro tentativo insurrezionale si registrò a Bologna, per opera di Luigi Zamboni e Giovanni Battista De Rolandis, che tentarono di impossessarsi del palazzo di città, venendo tuttavia arrestati: il primo si suicidò in carcere e il secondo fu giustiziato nel 1796.

Il giacobinismo istituzionale[modifica | modifica wikitesto]

In seguito all'entrata di Napoleone Bonaparte a Milano, l'Italia fu sconvolta da un periodo definito dalla storiografia Triennio giacobino (o anche, più recentemente, Triennio repubblicano[16]). Tra il 1796 e il 1799 i cosiddetti "patrioti", nome con cui si definivano i giacobini italiani, assunsero un ruolo politico di primo piano nel nuovo assetto della penisola. Ciò costrinse tuttavia il giacobinismo italiano ad assumere una veste più moderata, dal momento che il governo francese del Direttorio non aveva alcuna intenzione di alimentare in Italia un movimento dichiarato fuorilegge in Francia. Carlo Zaghi ha distinto due diverse correnti del giacobinismo istituzionale italiano, perlomeno nella più importante delle Repubbliche sorelle fondate in quel periodo in Italia, la Repubblica Cisalpina (poi Repubblica Italiana): una fazione radicale e rivoluzionaria, definita dal Direttorio francese "anarchica", che riuscì a far sentire la sua voce attraverso i tantissimi giornali giacobini che inondarono l'Italia in quegli anni (80 solo nella Cisalpina), le "Società popolari d'istruzione pubblica", i "Comitati costituzionali", la Guardia nazionale, e legata all'ideologia del giacobinismo di Robespierre; una fazione moderata e liberale, legata all'esperienza del dispotismo illuminato, e assorbita nei ranghi dell'amministrazione[17].

Mario Pagano, tra i leader del giacobinismo napoletano

L'ala radicale del giacobinismo italiano ebbe comunque modo di farsi sentire in due occasioni, al di fuori dell'influenza egemonica dell'armata napoleonica: l'esperienza della Repubblica Romana tra il 1798 e il '99, e quella della Repubblica Napoletana nel 1799. Entrambi gli esperimenti vennero realizzati a opera dei club locali, che favorirono l'intervento militare delle armate francesi al comando, rispettivamente, di Louis-Alexandre Berthier a Roma e di Jean Étienne Championnet a Napoli. Il giacobinismo romano e napoletano assunse posizioni molto più vicine a quelle originali del '93-'94, tanto che entrambe le Repubbliche vennero osteggiate dal Direttorio e, private del supporto delle armate francesi, caddero nel volgere di pochi mesi. Alle esecuzioni che falcidiarono il giacobinismo napoletano - Mario Pagano, Domenico Cirillo, Eleonora Fonseca Pimentel e molti altri - si aggiunse il fenomeno dell'esilio politico: i giacobini reduci del '99, anno in cui tutte le repubbliche sorelle in Italia vennero rovesciate dalle forze controrivoluzionarie, furono accolti come rifugiati politici in Francia[18], da dove tornarono all'indomani della riconquista italiana di Napoleone nel 1800, in parte occupando posti di rilievo nelle amministrazioni locali, in parte contrastando l'occupazione francese, considerata traditrice degli ideali giacobini, con società segrete, tra cui la Società dei Raggi, ultima espressione del giacobinismo italiano.

L'ideologia del giacobinismo[modifica | modifica wikitesto]

Il giacobinismo durante la Rivoluzione[modifica | modifica wikitesto]

È particolarmente complesso individuare un nucleo ideologico nel vasto movimento giacobino francese ed europeo. Ciò in quanto, come si è visto, l'originario Club dei Giacobini subì, lungo il suo percorso storico dal 1789 al 1794, una continua diaspora: sia i Foglianti, monarchici, che i Girondini, repubblicani moderati, furono inizialmente “giacobini”. E certo sussisteva una grande divergenza tra il nucleo robespierrista del Club dei Giacobini e quello radicale rappresentato dagli hébertisti. Se si accetta di considerare il “giacobinismo” come l'ideologia che caratterizzò il club nella sua fase centrale, tra la metà del 1792 e la metà del 1794, allora è possibile individuare alcuni elementi cardini.

Secondo François Furet, “l'aggettivo giacobino viene a indicare in questo periodo e poi anche in seguito, i partigiani della dittatura di salute pubblica”[19]. Questa considerazione è in parte respinta da Mona Ozouf, secondo la quale il concetto di salute pubblica risale in realtà già all'assolutismo monarchico. Ozouf identifica invece nel centralismo l'elemento caratterizzante del giacobinismo, che individuò nell'opposizione al federalismo girondino la propria principale ragion d'essere. Il giacobinismo, dunque, propugnerebbe l'indispensabilità di un governo centrale, rifiutando l'esistenza sia di autonomie locali che di corpi intermedi. Altri elementi caratterizzanti, sempre secondo Ozouf, sono da considerarsi la “manipolazione degli eletti”, ossia la continua pressione da parte del club sui deputati della Convenzione, in ragione di un naturale sospetto nei confronti del concetto di rappresentanza politica, coltivato perlomeno dall'ala più radicale del giacobinismo; l'educazione politica delle masse (che si può osservare ancora meglio nel caso del giacobinismo italiano, continuamente attivo sul fronte del giornalismo e della stesura di catechismi repubblicani e testi per il popolo); e una sorta di “sospensione della realtà”, che porta il giacobinismo ad avvicinarsi all'utopia, nella sua visione di una società perfetta fondata sul concetto robespierriano di virtù[20].

Michel Vovelle ha sottolineato come il giacobinismo sia anche un'etica, “che predica le virtù sia domestiche sia civili, la frugalità delle ‘quaresime repubblicane', la probità, l'altruismo e l'aiuto reciproco”, osservando come questo codice morale comporti inevitabilmente anche una logica del sospetto nei confronti dell'oppositore politico, che diventa nemico da combattere fino alla distruzione, in un'ottica intollerante e settaria[21].. Da qui i continui scrutini epurativi con cui i giacobini presero a espellere, a ondate, i propri membri non più allineati all'ortodossia del club. Da qui anche l'inevitabile collegamento tra ideologia giacobina e logica del Terrore. Per realizzare la società virtuosa, è necessario illuminare il popolo (l'espressione è di Robespierre) e guidarlo anche attraverso episodi dittatoriali, necessari affinché la volontà popolare possa infine trionfare sui nemici (le “fazioni”). Il giacobinismo, dunque, respinge l'idea classica della democrazia fondata sulla rappresentanza politica e la divisione dei poteri: il popolo ha il diritto di sottoporre a controllo costante i suoi rappresentanti e le distinzioni tra potere esecutivo e legislativo sono meramente funzionali[22]. Non solo: con il diritto all'insurrezione, sancito nella Costituzione del 1793, si riconosce al popolo di potere di rovesciare in qualunque momento la rappresentanza politica se questa agisce in modo difforme dalla volontà generale.

Ciò spiega anche perché il giacobinismo non fu l'ideologia di un partito, e perché il Club dei Giacobini non assunse mai la forma di un partito nel senso moderno del termine. Il club aveva l'ambizione di rappresentare l'intera nazione, o meglio la parte “patriota” della nazione, bollando la parte residua come composta da “scellerati” e nemici del popolo. Il giacobinismo rifiutava la logica partitica e, al suo interno, non accolse nessuno dei meccanismi tradizionali dei partiti moderni. Non esistevano gerarchie: il presidente di turno doveva limitarsi a moderare il dibattito. Le decisioni venivano prese all'unanimità. Secondo Patrice Gueniffey: “Il giacobinismo, in realtà, non è mai stato un partito, nemmeno una fazione: esso forma lo spazio dove i partiti e le fazioni si affrontano per appropriarsi della legittimità che esso incarna e perseguire, forti di queste legittimità, i loro fini particolari e politicamente diversi. Il giacobinismo non è un pezzo tra gli altri della scacchiera politica rivoluzionaria: è esso stesso questa scacchiera, la scena sulla quale, fino al 1794, si giocano le sorti della Rivoluzione”[23]. Per tale motivo, Gueniffey rifiuta anche l'identificazione del giacobinismo con un'ideologia particolare. Il giacobinismo fu piuttosto una prassi politica, la cui ideologia è rappresentata semplicemente dall'insieme dei discorsi tenuti al Club dei Giacobini, spesso con contenuti molto diversi tra loro. Se un elemento caratterizzante va individuato nella prassi politica dei giacobini, esso fu, secondo Gueniffey, “la forza sostituita al diritto”[24].

Il giacobinismo nel XIX e nel XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Il giacobinismo è sopravvissuto a lungo alla sua fine storica, che viene canonicamente fissata al 1800. Quello che Vovelle ha definito giacobinismo trans-storico[25] ha infatti alimentato le vicende politiche della Francia e, in parte, anche del resto d'Europa. Durante la Rivoluzione di luglio, nel 1830, si assisté a una nuova fase del giacobinismo, dove tuttavia andarono a mescolarsi istanze repubblicane, socialiste e cattoliche, unite solo dall'opposizione a una nuova esperienza monarchica[26]. Il “neogiacobinismo” del XIX secolo, sempre più legato al socialismo repubblicano, si consolidò con la rivoluzione del 1848 e con la Seconda Repubblica, ma finì per essere spazzato via dall'ascesa di Napoleone III. Con la brevissima e drammatica esperienza della Comune di Parigi (1871), il giacobinismo tornò al governo della capitale francese, in una replica delle forme dell'anno II, a partire dalla ricostituzione del Comitato di salute pubblica e dalla rinnovata applicazione del vecchio Calendario repubblicano. Si trattò tuttavia di un tentativo effimero. La Terza Repubblica, secondo Furet, pur definendosi erede del 1789 e non del 1793, acquisì comunque alcuni elementi ideologici del giacobinismo, dal primato del pubblico sul privato al ruolo pedagogico dello Stato nella formazione del cittadino, rimuovendo così dal passato giacobino gli elementi più scabrosi – la dittatura di salute pubblica – ma senza dimenticarlo.[27]

La diffusione del comunismo su scala europea, tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, alimentò le ipotesi di una sua discendenza dal giacobinismo. Karl Marx e Friedrich Engels, nel 1848, lo scrissero esplicitamente: “Il giacobino del 1793 è diventato il comunista dei giorni nostri”[28]. Lenin affermò con convinzione la filiazione del bolscevismo dal giacobinismo: esso rappresentava, sostenne, la rivoluzione intransigente in opposizione alla tendenza al compromesso e all'opportunismo dei girondini, identificati con i menscevichi[29]. Nel 1920 Albert Mathiez, con due articoli fondamentali, Le bolchévisme et le jacobinisme e Lénine et Robespierre, rilanciò questa tesi, analizzando i parallelismi tra la Francia dell'antico regime e la Russia zarista, tra il modello politico dei giacobini – che assunsero il potere senza elezioni – e quello dei bolscevichi, contrari al suffragio universale. Entrambi avrebbero tentato di instaurare, nei rispettivi paesi, una democrazia sociale opposta ai regimi capitalisti[30]. In seguito alla rottura con il Partito Comunista Francese, allineatosi sulle posizioni staliniste, Mathiez mutò parere: nella Russia dei soviet egli non vedeva più lo spirito del giacobinismo, espresso dal ruolo centrale dei club politici, la cui libertà di espressione fu garantita anche all'apice del regime del Terrore, laddove la svolta stalinista mise a tacere il dibattito politico. Georges Lefebvre confermò questa svolta in una conferenza del 1939, parlando della dittatura giacobina dell'anno II come di un espediente temporaneo, necessario per la salvezza della Francia, reo di essersi però estesa oltre i limiti della sua necessità; un esempio da non seguire, con riferimento all'Unione sovietica, di cui biasimò il “sistema permanente d'assolutismo giustificato da un'ideologica”[31]. La stessa storiografia sovietica, dando alle stampe nel 1941 una Storia della rivoluzione francese dell'Accademia delle Scienze dell'URSS, sanciva questa divisione, sostenendo che la Rivoluzione francese non poteva che terminare con il trionfo della borghesia[32].

Antonio Gramsci, che al giacobinismo dedicò approfondite riflessioni nei suoi Quaderni dal carcere, respinse inizialmente il parallelismo tra giacobinismo e bolscevismo, definendo il primo un “fenomeno puramente borghese” tendente a fini particolari e non universali come quelli difesi dal comunismo[33]. Successivamente, dopo aver tradotto su Ordine nuovo il saggio di Mathiez Le bolchévisme et le jacobinisme, Gramsci si schierò su posizioni filogiacobine, elogiando l'alleanza tra borghesia e masse contadine tentata nell'anno II. Gramsci fu soprattutto colpito dall'organizzazione politica del governo giacobino, suggerendo che il Partito Comunista Italiano si ispirasse all'esempio del Comitato di salute pubblica “al quale bisognava obbedire, come ad un organismo statale potenzialmente in funzione, come la vera e legittima assemblea nazionale rispecchiante i reali rapporti di forze politiche nel paese”[34]. Sostenne, tuttavia, i limiti dell'esperienza giacobina, che, nel rifiutare il diritto di sciopero e il maximum delle derrate, si alienò il consenso delle masse popolari, aprendo la stagione termidoriana: e ciò in quanto il giacobinismo non era maturo abbastanza da rispondere a queste istanze, restando inesorabilmente legato alla sua origine borghese[35].

Nell'ambito politico contemporaneo, il giacobinismo è diventato un termine di incerta caratterizzazione. Sta ad indicare, secondo alcuni dizionari, una “opinione democratica esaltata o settaria”, un repubblicanesimo “ardente e intransigente”[36]. Ma, come osserva Furet, “l'elasticità semantica del termine” consente il suo utilizzo più vario nell'arco politico francese, tanto che “può anche far posto alla destra e dividere la sinistra; può piacere ai gaullisti come ai comunisti, e tracciare una linea di demarcazione all'interno del partito socialista”[37].

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Augustin Barruel, Memorie per servire alla storia del giacobinismo, Roma, Tipografia Poliglotta, 1887.
  • Marc Bouloiseau, La Francia rivoluzionaria. La Repubblica giacobina 1792-94, Bari, Laterza, 1975, ISBN 88-420-2871-1.
  • Crane Brinton, The Jacobins: An Essay in the New History, New York, Macmillan, 1930, ISBN 978-1-4128-1833-9.
  • Augustin Cochin, Lo spirito del giacobinismo, Milano, Bompiani, 2008, ISBN 88-452-4882-8.
  • François Furet e Mona Ozouf, Dizionario critico della Rivoluzione francese, Milano, Bompiani, 1989, ISBN 978-88-452-2111-8.
  • Michael L. Kennedy, The Jacobin Clubs in the French Revolution: The First Years, Princeton, Princeton University Press, 1982, ISBN 978-0-691-05337-0.
  • Feliciano Lepore, Il giacobinismo italiano, Napoli, Editrice Rispoli, 1939.
  • Michel Vovelle, I giacobini e il giacobinismo, Roma, Laterza, 1998, ISBN 88-420-5516-6.
  • Carlo Zaghi, L'Italia giacobina, Torino, UTET, 1989, ISBN 88-7750-112-X.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Massimo L. Salvadori, "Il giacobinismo come 'paradigma' ideologico-politico", in Enciclopedia Treccani delle Scienze Sociali, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, 1994. Url: http://www.treccani.it/enciclopedia/giacobinismo_(Enciclopedia_delle_scienze_sociali)/ .
  2. ^ Jules Michelet, Storia della Rivoluzione francese, vol. III, Milano, Rizzoli, 1960, p. 377.
  3. ^ Albert Soboul, Storia della Rivoluzione francese. Princìpi, idee, società, Milano, Rizzoli, 2001, p. 38, ISBN 88-17-12552-0.
  4. ^ Vovelle, p. 5
  5. ^ Vovelle, p. 9
  6. ^ Vovelle, p. 21
  7. ^ Roberto Paura, Storia del Terrore, Bologna, Odoya, 2015, p. 333.
  8. ^ Soboul, p. 310
  9. ^ Paura, p. 45
  10. ^ Vovelle, p. 62
  11. ^ Vovelle, p. 64
  12. ^ Vovelle, p. 73
  13. ^ Vovelle, p. 76
  14. ^ Vovelle, p. 58
  15. ^ Lepore, p. 17-72
  16. ^ Anna Maria Rao, "Triennio repubblicano", in Luigi Mascilli Migliorini (a cura di), Italia napoleonica. Dizionario critico, UTET, Torino, 2011.
  17. ^ Zaghi, p. 161-162
  18. ^ Anna Maria Rao, Esuli. L'emigrazione politica italiana in Francia (1792-1802), Guida, Napoli, 1992.
  19. ^ François Furet, "Giacobinismo", in François Furet e Mona Ozouf, Dizionario critico della Rivoluzione francese, Bompiani, Milano, 1989, p. 676.
  20. ^ Mona Ozouf, "Giacobinismo", in Enciclopedia Treccani delle Scienze Sociali, cit.
  21. ^ Vovelle, p. 46
  22. ^ Edoardo Greblo, "I giacobini", in Carlo Galli (a cura di), Manuale di storia del pensiero politico, Il Mulino, Bologna, 2001, p. 295.
  23. ^ Patrice Gueniffey, La politique de la Terreur, Gallimard, Parigi, 2003, p. 220.
  24. ^ Gueniffey, op. cit., p. 224.
  25. ^ Vovelle, p. VII
  26. ^ Vovelle, p. 109
  27. ^ Furet, op. cit., p. 684.
  28. ^ Vovelle, p. 121
  29. ^ Massimo L. Salvadori, "Vladimir Il'ič Lenin", in Bruno Bongiovanni e Luciano Guerci (a cura di), L'albero della rivoluzione. Le interpretazioni della rivoluzione francese, p. 386.
  30. ^ Vovelle, p. 128
  31. ^ Cit. in Luciano Guerci, "Georges Lefebvre", in Bongiovanni e Guerci, op. cit., p. 375.
  32. ^ Vovelle, p. 133
  33. ^ Cit. in Gian Carlo Jocteau, "Antonio Gramsci", in Bongiovanni e Guerci, op. cit., p. 238.
  34. ^ Cit. in Jocteau, op. cit., p. 240.
  35. ^ Jocteau, op. cit., p. 243.
  36. ^ Bruno Bongiovanni, "Giacobinismo", in Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Dizionario di politica, vol. 2, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma, 2006, p. 88.
  37. ^ Furet, op. cit., p. 682.

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