Palazzo dei Diamanti

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando un palazzo ispirato probabilmente a questo che si trova a Verona, vedi Palazzo dei Diamanti (Verona) .
Palazzo dei Diamanti
Ferrara 07-05 (67).jpg
Palazzo dei Diamanti, angolo con Corso Ercole I d'Este
Ubicazione
Stato Italia Italia
Regione Emilia-Romagna
Località Ferrara
Indirizzo Corso Ercole I d'Este 21
Coordinate 44°50′32.21″N 11°37′17.29″E / 44.842281°N 11.621469°E44.842281; 11.621469Coordinate: 44°50′32.21″N 11°37′17.29″E / 44.842281°N 11.621469°E44.842281; 11.621469
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione 1493 - 1503
Stile rinascimentale
Uso pinacoteca, mostre
Realizzazione
Architetto Biagio Rossetti
Proprietario Comune di Ferrara
Proprietario storico Estensi, Villa
Palazzo dei Diamanti, facciata principale
« Lampeggia, palazzo spirtal de'dïamanti,
e tu, fatta ad accôrre sol poeti e duchesse,
o porta de' Sacrati, sorridi nel florido arco! »
(Giosuè Carducci, Alla città di Ferrara)

Il Palazzo dei Diamanti è uno dei monumenti più celebri di Ferrara e del Rinascimento italiano, situato in Corso Ercole I d'Este 21, nel Quadrivio degli Angeli, proprio al centro dell'Addizione Erculea.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il palazzo fu progettato da Biagio Rossetti per conto di Sigismondo d'Este, fratello del duca Ercole I d'Este, nel 1492. Agli inizi degli anni 90 intervenne in una discussione tra studiosi in merito alla paternità dell'opera, portando i risultati delle sue ricerche, anche il maestro Adriano Franceschini.[1] Rimangono dubbi sui modelli che potrebbero aver ispirato il Rossetti e la questione è ancor oggi aperta. Tra questi Bruno Zevi cita Palazzo Sanuti ora Bevilacqua, a Bologna, Palazzo Raimondi, a Cremona, parte della Chiesa del Gesù Nuovo, a Napoli ed altri edifici che probabilmente furono sconosciuti all'architetto degli Estensi[2]. La costruzione vera e propria avvenne tra il 1493 e il 1503. L'edificio fu modificato fra il 1567 e il 1570 da Galasso Alghisi (talvolta indicato come Galeazzo Alghisi o Galeazzo da Carpi), tali interventi potrebbero secondo alcuni studiosi aver riguardato il fascione in laterizio che corona il palazzo, l'inserimento del balconcino d'angolo, la forma e la disposizione delle finestre in facciata[3].

Il palazzo fu abitato in maniera discontinua da componenti la casa d'Este fino alla devoluzione di Ferrara alla Santa Sede avvenuta nel 1598. In particolare dal 1586 fu la residenza di Cesare d'Este, cugino del duca Alfonso II d'Este e di sua moglie Virginia de' Medici figlia di Cosimo I e Camilla Martelli. In questo periodo furono decorati i tre ambienti che si affacciano su corso Biagio Rossetti (l'antica via di san Benedetto o dei Prioni) e che costituivano l'appartamento di Virginia de' Medici. I soffitti a cassettoni e i fregi della «stanza matrimoniale» (1589 - 1590) e della «stanza del parto» (1591) furono realizzati prevalentemente da Giulio Belloni e aiuti e sono ancora in parte visibili in loco. Altri dipinti su tela realizzati dai Carracci e da Gaspare Venturini per la «stanza del poggiolo» (1592) sono ora conservati presso la galleria Estense di Modena. Sempre alla galleria Estense di Modena si trova una serie di quattro tele rettangolari attribuite a Gaspare Venturini, altre parti del ciclo appartengono ora a collezioni private, raffiguranti allegorie provenienti dal «camerino» dei libri di Cesare. Il camerino è stato ipotizzato si trovasse nell'ala sud del palazzo a piano terra e le decorazioni furono realizzate tra il 1592-1593.[4].

Nel 1641 il palazzo fu ceduto, da Francesco I d'Este, nipote e successore di Cesare d'Este al marchese Guido I Villa. I nuovi proprietari modificheranno il portale d'ingresso facendo eseguire le modanature e le due candelabre laterali[5]. Diversi ritratti dei componenti la famiglia Villa sono ancora visibili nella sala d'ingresso della pinacoteca.

Nel 1832 il palazzo fu acquistato dal Comune di Ferrara al fine di ospitarvi la Pinacoteca e l'Ateneo Civico.

Durante i bombardamenti del 1944 che colpirono la città l'edificio fu danneggiato e andarono perdute parte delle opere conservate nei depositi.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Particolare della facciata visto da Paolo Monti, 1969.

La sua caratteristica principale è il bugnato esterno a forma di punte di diamante, che danno il nome al palazzo. I circa 8.500 blocchi di marmo bianco venato di rosa creano pregevoli effetti prospettici grazie al diverso orientamento delle punte, orientate diversamente a seconda della collocazione in modo da catturare al meglio la luce (ora verso terra, ora centralmente e verso l'alto nel risalire dalla parte inferiore del monumento).

Celebri anche le candelabre e le decorazioni fitomorfe d'angolo tradizionalmente attribuite a Gabriele Frisoni un tagliapietre originario di Mantova.

All'interno presenta un tipico cortile rinascimentale con chiostro e un pozzo di marmo; quest'ultima è caratteristica peculiare dei giardini ferraresi.

Lo spazio espositivo[modifica | modifica wikitesto]

Al piano inferiore si trova lo spazio espositivo che ospita tradizionalmente mostre temporanee di alto livello, tra le quali:

La pinacoteca nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Pinacoteca nazionale (Ferrara).

Raccoglie opere di artisti ferraresi e non solo principalmente del Quattrocento e del Cinquecento. Tra di loro: Carlo Bononi, Serafino de' Serafini, Cosmè Tura, Ercole de' Roberti, Michele Pannonio, Andrea Mantegna, Benvenuto Tisi da Garofalo, Dosso Dossi, Sebastiano Filippi, Biagio di Antonio Tucci e diversi altri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Franceschini, p.XIII
  2. ^ B.Zevi, p.131
  3. ^ Marcello Toffanello, Ferrara. La città rinascimentale e il delta del Po, 2005, pp. 89-90.
  4. ^ S. Cavicchioli, Nei secoli della magnificenza, 2008, pp. 105-125.
  5. ^ J. Bentini, La pinacoteca Nazionale di Ferrara, 1992, p. XII.
  6. ^ I TAL YA’. Isola della rugiada divina. Duemila anni di arte e vita ebraica in Italia, su museoferrara.it, Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara. URL consultato il 26 maggio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]