Ludovico Ariosto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – "Ariosto" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Ariosto (disambigua).

Ludovico Ariosto (Reggio nell'Emilia, 8 settembre 1474Ferrara, 6 luglio 1533) è stato un poeta e commediografo italiano, autore dell'Orlando furioso (1516-1521-1532).

È considerato uno degli autori più celebri e influenti del suo tempo. Le sue opere, il Furioso in particolare, simboleggiano una potente rottura degli standard e dei canoni epocali. La sua ottava, definita "ottava d'oro", rappresenta uno dei massimi della letteratura pre-illuminista.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Ingresso della casa di Ludovico Ariosto a Ferrara

Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia l'8 settembre del 1474, primo di dieci fratelli. Suo padre Niccolò, proveniente dalla nobile famiglia degli Ariosti, faceva parte della corte del duca Ercole I d'Este ed era comandante del presidio militare degli Estensi a Reggio Emilia. La madre, Daria Malaguzzi Valeri, era una nobildonna di Reggio.[1]

Ludovico dapprima intraprese, per volontà del padre, degli studi di legge a Ferrara, ma li abbandonò dopo poco tempo per concentrarsi pienamente sugli studi umanistici sotto la guida del monaco agostiniano Gregorio da Spoleto. Ariosto seguì nel frattempo studi di filosofia presso l'Università di Ferrara, appassionandosi così anche alla poesia in volgare. Il fatto che il padre fosse funzionario della corte degli Estensi gli permise, fin dalla giovane età, di avere contatti con il mondo della corte, luogo della sua formazione letteraria e umanistica. Divenuto amico di Pietro Bembo, condivise con lui l'entusiasmo e la passione per le opere di Petrarca.[2]

Alla morte improvvisa del padre, nel 1500, Ludovico si ritrovò a dover badare alla famiglia; nel 1501 si vide "costretto" ad accettare l'incarico di capitano della rocca presso Canossa ed è proprio qui che, da Maria, domestica che già aveva servito il padre, gli nasce Virginio, il primogenito che Ludovico non sarà mai completamente convinto di dover riconoscere come proprio, contestando l'affidabilità di Maria. Successivamente, rientrato a Ferrara, non ancora trentenne diviene funzionario e viene assunto dal cardinale Ippolito d'Este (figlio di Ercole), per ottenere alcuni benefici ecclesiastici, facendosi poi chierico. Nel 1506 fu investito del beneficio della ricca parrocchia di Montericco (ora frazione di Albinea, in provincia di Reggio Emilia). Questa condizione gli spiacque molto: Ippolito era uomo avaro, ignorante e gretto; Ariosto stesso era divenuto un umile cortigiano, un ambasciatore, un "cavallaro". Potrebbe meravigliare che l’Ariosto fosse addirittura “ cameriere “ alle dipendenze del Cardinale: in realtà questo termine deve essere inteso come  cameriere segreto  o come  cameriere d'onore.[3] In questo periodo, quindi, a causa delle faccende diplomatiche e politiche di cui doveva occuparsi, non ebbe tempo di dedicarsi alla letteratura. Nel 1509, a Ferrara, da un'altra domestica di casa Ariosto, gli nasce un altro figlio, Virginio, che verrà poi legittimato e che seguirà le orme del padre.[2]

Nel 1513, dopo la morte del papa Giulio II della Rovere, venne eletto papa Leone X (Giovanni dei Medici), che aveva spesso manifestato stima ed amicizia nei confronti dell'Ariosto. Il poeta considerava Roma il centro culturale italiano per eccellenza e decise così di recarsi alla curia papale con la speranza di trasferirvisi dopo aver ottenuto un incarico, ma invano. Intanto a Firenze Ariosto si innamorò di una donna, Alessandra Benucci, moglie del mercante Tito Strozzi, che frequentava la corte estense per affari. Successivamente, dopo essere rimasta vedova nel 1515, la donna si trasferì a Ferrara, iniziando una relazione con lo scrittore. L'Ariosto era stato sempre restio al matrimonio; pertanto si sposò solo dopo anni, in gran segreto per la paura di perdere i benefici ecclesiastici che gli erano stati concessi e con lo scopo di evitare che alla donna venisse revocata l'eredità del marito.[2]

Nel 1516 pubblicò la prima edizione dell'Orlando Furioso, poema diviso in 40 canti, la cui stesura era iniziata 11 anni prima della pubblicazione. Lo dedicò al suo signore, il quale non lo apprezzò affatto. Quando nel 1517 Ippolito d'Este divenne vescovo di Agria (nome italiano per Eger, nell'Ungheria orientale), Ludovico si rifiutò di seguirlo, adducendo motivi di salute. In realtà le cause sono da ricercare nell'astio verso il cardinale, nell'amore per la sua Ferrara e in quello per la sua donna. Passò quindi al servizio di Alfonso. Anche questa si trattava di «servitù», ma «di minor disagio e probabilmente era più dignitosa».[2]

La tomba dell'Ariosto a palazzo Paradiso (Ferrara)

Nel 1522 Alfonso gli affidò l'arduo compito di governatore della Garfagnana, da poco annessa al Ducato, regione turbolenta, abitata da una popolazione fiera ed indomita poco avvezza al comando ed infestata da banditi, in cui l'ordine doveva essere mantenuto con la forza; in quest'occasione Ariosto dimostrò abilità politiche e pratiche. Pure queste attività gli erano invise perché gli impedivano di dedicarsi agli studi ed alla poesia. Dal 1525 tornò a Ferrara e passò i suoi ultimi anni tranquillamente, dedicandosi alla scrittura e alla messa in scena di alcune commedie e all'ampliamento dell'Orlando Furioso. Rifiutò l'incarico di ambasciatore papale, spiegando che desiderava occuparsi delle sue opere e della famiglia.[2]

Nel 1532 Ariosto accompagnò Alfonso all'incontro a Mantova con l'imperatore Carlo V; al rientro a Ferrara, si ammalò di enterite e morì, dopo alcuni mesi di malattia, il 6 luglio 1533. Ludovico fu sepolto dapprima nella chiesa di San Benedetto a Ferrara e successivamente venne tumulato con grandi onori a Palazzo Paradiso.[2]

Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Ariosto nelle sue opere lascia di sé l'immagine di uomo amante della vita sedentaria, tranquilla, scevra di atteggiamenti eroici.

« E più mi piace posar le poltre
membra, che di vantarle che alli Sciti
sien state, agli Indi, a li Etiopi et oltre. [...]
Chi vuole andare a torno, a torno vada:
vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
a me piace abitar la mia contrada »
(Ludovico Ariosto, Satira III)

In realtà si tratta di un'immagine letteraria, di «una scelta matura e meditata».[4] Per dovere o per scelta, egli viaggiò molto e dimostrò anche notevoli doti pratiche. Si è di fronte all'ultimo grande umanista e alla crisi dell'Umanesimo: Ariosto rappresenta ancora l'uomo nuovo che si pone al centro del mondo, il demiurgo che con l'arte plasma la realtà fantastica, ma non lo è nella sua vita sociale di umile cortigiano subordinato alla volontà di un signore.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Poesia lirica[modifica | modifica wikitesto]

La produzione lirica di Ariosto può essere suddivisa in due filoni: una in latino e l'altra in volgare. La prima, risalente agli anni della giovinezza e composta da settantasette opere, ha importanza unicamente documentaria; l'altra, di sole dieci opere, tocca risultati intensi e originali.[5]

Complessivamente, la produzione lirica ariostesca abbraccia ottantasette componimenti, perlopiù sonetti e madrigali (ma sono compresi anche canzoni, egloghe e capitoli in terza rima). Le opere, non raccolte in un canzoniere organico, vennero pubblicate solo postume nel 1546.

Evidenti, nella lirica di Ariosto, sono le influenze del modello petrarchesco, riproposto dall'amico Pietro Bembo: è proprio da questa scelta che deriva la ricercata scelta del lessico, della metrica e la rilevanza del tema dell'amore.[5]

Interessante è, tuttavia, la reinterpretazione umanistica fatta da Ariosto. Mentre Bembo si discosta ben poco dai dettami petrarcheschi, Ariosto li plasma secondo i canoni dell'Umanesimo, riferendosi costantemente a classici latini del calibro di Tibullo, Properzio, Catullo e Orazio.[5]

Orlando furioso[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Orlando Furioso.
Canto 34 dell'Orlando Furioso, dall'edizione del 1565 di Francesco Franceschi

L'Orlando furioso è un poema cavalleresco in ottave, a schema ABABABCC, strutturato su 46 canti, per un totale di 38.736 versi nell'edizione definitiva del 1532. Vi sono state infatti due edizioni precedenti, scritte con una lingua più popolare e rozza. In particolare, una prima redazione dell'orlando Furioso, in 40 canti, era stata redatta nel 1515 e venne pubblicata nel 1516. La seconda edizione uscì nel 1521, caratterizzata da una lieve revisione linguistica.[6]

L'opera ha una trama molto stratificata che si sviluppa sostanzialmente su tre narrazioni principali: quella militare, costituita dalla guerra tra i paladini, difensori della religione cristiana, e i Saraceni infedeli; quella amorosa, incentrata sulla fuga di Angelica e sulla pazzia di Orlando, e infine quella encomiastica, con cui si lodava la grandezza dei duchi d'Este, dedicata invece alle vicende amorose tra la cristiana Bradamante e il saraceno Ruggero.[6]

L'Orlando Furioso si propone come il naturale prosieguo dell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo; Ariosto continuò la narrazione proprio dove Boiardo la interruppe, facendo evolvere la vicenda amorosa tra Angelica e Orlando che, a causa del rifiuto dell'amata, diviene furioso, pazzo per amore.[6]

La lingua definitiva dell'Orlando furioso è ben diversa da quella delle edizioni precedenti. In principio il registro linguistico, ricco di termini toscani, padani e latineggianti, teneva conto delle espressività popolari, essendo più orientato a un pubblico ferrarese o padano. Fu solo dopo che Ariosto si rese conto della portata di capolavoro dell'opera si mirò a creare un modello linguistico italiano nazionale, secondo i canoni teorizzati da Pietro Bembo nelle sue Prose della volgar lingua. La revisione tuttavia non riguarda soltanto l'aspetto linguistico e stilistico, ma anche i contenuti: vi è l'aggiunta di diversi episodi significativi come quello di Olimpia (canti IX-XI) e soprattutto di Marganorre (XXXVII) fino a raggiungere l'attuale struttura di 46 canti. L'inserimento di questi episodi provocò anche una variazione degli equilibri strutturali. Infatti, l'episodio di Marganorre, feroce tiranno persecutore delle donne, funge da contrappeso a quello delle femmine omicide.

Uno degli obiettivi di Ariosto è quello di invitare il lettore ad una riflessione sul reale. Uno dei procedimenti volti a questo è quello dello straniamento, che consiste in un cambiamento della prospettiva in modo da guardare l'argomento trattato con imparzialità, impedendo al lettore l'immedesimazione emotiva e invogliandolo ad un atteggiamento critico. Un simile effetto avviene soprattutto grazie all'intervento della voce narrante nel corso della narrazione. Ad esempio, nel I canto, quando Angelica afferma avanti a Sacripante di essere ancora vergine, la voce narrante commenta: «Forse era ver, ma non però credibile / a chi del senso suo fosse signore; / ma parve facilmente a lui possibile, / ch'era perduto in via più grave errore» Un commento del genere, inevitabilmente, costringe a riflettere sull'ambiguità dei personaggi e su ciò che si sta assistendo. Sempre volto alla riflessione sul reale, è il procedimento dell'abbassamento, consistente nell'abbassare appunto la dignità eroica dei suoi personaggi, riportandoli ad un livello comune e quotidiano. Evento maggiormente significativo è quando Orlando si rende conto dell'amore di Angelica con Medoro e il suo letto gli pare «più duro ch'un sasso, e più pungente / che se fosse d'urtica»: l'ortica ovviamente non rende grazia al personaggio di Orlando, tanto acclamato nella precedente generazione, ora viene, volutamente e non per semplice gioco parodico, svilito per riflettere sul comportamento degli uomini.[6]

Satire[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Satire (Ariosto).

Le Satire sono l'opera ariostesca più apprezzata dalla storia dopo il Furioso. Si tratta di sette componimenti in terzine, scritti in forma di lettere indirizzate da Ariosto a parenti e amici realmente esistiti, plasmate secondo i canoni delle satire latine e in particolar modo secondo i canoni oraziani.[7]

I temi principali delle Satire riguardano la condizione dell'intellettuale cortigiano, il contrasto fra questa condizione e il desiderio di libertà personale, l'aspirazione ad una vita dedita allo studio lontana dall'avidità della corte e dalla corruzione della politica. L'atteggiamento di Ariosto è sì ironico, ma sempre pacato e tollerante, senza mai dar vita a situazioni polemiche. Questo non va confuso con un disinteresse nei confronti della realtà; al contrario, testimonia la sua capacità di osservazione, ottenuta dopo importanti esperienze personali in campo politico, seppur compiute controvoglia .[7]

Le Satire rappresentano in tutto e per tutto una pietra miliare della letteratura ariostesca e rinascimentale in genere, in quanto è apprezzabile quell'atteggiamento riflessivo, tanto caro ai letterati post 1494, che è sì presente anche nell'Orlando Furioso, ma che appare in maniera più evidente grazie all'assenza della componente fiabesca e fantastica.

Commedie[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito vengono riportate le commedie prodotte da Ariosto:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ginguené, p. 7.
  2. ^ a b c d e f Natalino Sapegno, Ludovico Ariosto, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, 1962. URL consultato il 24 aprile 2015.
  3. ^ pearson edizioni, ariosto (PDF), pearson.it.
  4. ^ Branca; Galimberti, p. 74.
  5. ^ a b c Domenico Valenza, La produzione lirica di Ariosto e le satire, in La scrittura e l'interpretazione I. URL consultato il 24 aprile 2014.
  6. ^ a b c d Orlando Furioso, Treccani. URL consultato il 24 aprile 2015.
  7. ^ a b Alessandro Cane, Le "Satire" di Ariosto: introduzione, OilProject. URL consultato il 24 aprile 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi di riferimento
  • P. L. Ginguené, Storia della letteratura italiana, 1827.
  • Vittore Branca; Cesare Galimberti, Civiltà letteraria d'Italia, vol. 2, Sansoni, 1964.
Testi di approfondimento
  • Giovanni Sforza, Documenti inediti per servire alla vita di Ludovico Ariosto, Modena, Soc. Tip. Modenese, 1900.
  • Giuseppe Sangirardi, Ludovico Ariosto, Firenze, Le Monnier, 2006.
  • Giulio Ferroni, Ludovico Ariosto, Roma, Salerno editrice, 2008.
  • Stefano Jossa, Ariosto, Bologna, il Mulino, 2009.
  • Michel Paoli e Monica Preti (a cura di), L'Arioste et les arts, Milano, Officina Libraria, 2012.
  • Guido baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Testi e Storia della Letteratura, Milano-Torino, Pearson Italia, Paravia.

Siti web consultati

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN71386455 · LCCN: (ENn79041715 · SBN: IT\ICCU\CFIV\016897 · ISNI: (EN0000 0001 2138 5817 · GND: (DE118503952 · BNF: (FRcb11889084c (data) · ULAN: (EN500313522 · NLA: (EN35007973 · BAV: ADV10263319 · CERL: cnp01302045