Endecasillabo

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Nella metrica italiana, l'endecasillabo (dal greco ἐνδεκασύλλαβος hendecasýllabos, letteralmente "(verso) di undici sillabe")[1] è il verso in cui l'ultimo accento, tonico e ritmico, cade obbligatoriamente sulla decima sillaba.[2]

È il metro principale e più utilizzato della poesia italiana: si trova in tutte le strofe e le strutture metriche più importanti, come la terza rima, o terzina dantesca, l'ottava, la ballata, la canzone, il sonetto. È sempre stato usato anche da solo in sequenze di endecasillabi sciolti.

Le sedi degli accenti sono varie. Tuttavia di norma gli endecasillabi presentano un accento fisso o sulla quarta o sulla sesta sede (qui evidenziate in arancione e in giallo).

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Non è escluso, come già ipotizzava Pietro Bembo, che all'origine dell'endecasillabo ci siano influenze provenzali e, come trova il critico Francesco D'Ovidio[3] esistono «affinità con il décasyllabe, una derivazione dall'endecasillabo saffico attraverso la poesia mediolatina con la mediazione del trimetro giambico».

Endecasillabi comuni (piani, tronchi e sdruccioli)[modifica | modifica wikitesto]

Contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dal nome, è bene chiarire subito che la nota distintiva dell'endecasillabo non è il numero effettivo di sillabe, bensì il fatto che in tutti i casi l'accento dell'ultima parola del verso cada sempre sulla decima sillaba (da qui in poi segnata in verde).

È errore comune dunque pensare che tutti gli endecasillabi debbano avere sempre e comunque undici sillabe. Ciò, se pure nella maggior parte dei casi è vero, non costituisce una regola. L'avere undici sillabe non è altro che la diretta conseguenza del fatto che la lingua italiana sia formata prevalentemente da parole piane, cioè che hanno l'accento sulla penultima sillaba.

Per chiarire il concetto ecco alcuni esempi:

  • Come già detto, nella sua più comune uscita piana esso è costituito da undici sillabe metriche:

«Mi ritrovai per una selva oscura»

Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
mi ri tro vai per u na sel va os[4] cu ra .
  • Nella sua uscita tronca sarà però formato da dieci sillabe metriche:

«Ciò che 'n grembo a Benaco star non può»

(Dante, Inferno, XX 74)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
Ciò che'n grem bo a Be na co star non può . .
  • In quella sdrucciola invece da dodici sillabe metriche.

«Ergasto mio, perché solingo e tacito»

(Sannazaro, Arcadia: 1)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
Er gas to mio per ché so lin go e ta ci to

Come appare chiaro da questi esempi, pur mutando il numero complessivo di sillabe e la posizione degli accenti interni al verso, l'accento sulla decima sede rimane fisso in ogni caso. Nei tre esempi mostrati è inoltre chiara un'altra caratteristica fondamentale del verso non solo endecasillabo: la definizione della sillaba fonetica e non strettamente grammaticale. Vediamo quindi in ciascun esempio che una sillaba metrica è costituita da 2 sillabe di parole adiacenti pronunciate insieme.

Endecasillabi "estremi"[modifica | modifica wikitesto]

Lungo tutta la storia della letteratura italiana i casi di endecasillabi maggiori di dodici sillabe sono assai rari e costituiti in prevalenza da parole a cui sono state aggiunte una o più particelle àtone, come ad esempio i pronomi clitici (mi, ci, ne, si, lo). Data la loro artificiosità, la produzione di tali versi si limita in genere allo sperimentalismo della poesia burlesco/parodistica.

  • Un endecasillabo bisdrucciolo, composto da tredici sillabe, in cui l'accento cade sulla quartultima, sarebbe così:

«Se cadrò combattendo, amico, vendicami!»

(esempio teorico)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12) (Sill 13)
se ca drò com bat ten do a mi co ven di ca mi
  • Un endecasillabo quadrisdrucciolo, composto da quindici sillabe, in cui l'accento cade sulla sestultima, è il seguente:

«Ottima è l'acqua; ma le piante abbeverinosene.»

(Nicola Villani, Sonetto in versi sdruccioli fantastici, v. 14[5])
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12) (Sill 13) (Sill 14) (Sill 15)
ot ti ma è l'ac qua ma le pian te ab be ve ri no se ne
  • L'endecasillabo di sedici sillabe, con accento sulla settultima, è considerato il caso limite:

«Sotto la penna, ovvero stalagmitificanomisi.»

(Arrigo Boito[senza fonte])
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12) (Sill 13) (Sill 14) (Sill 15) (Sill 16)
sot to la pen na ov ve ro sta lag mi ti fi ca no mi si

Ecco l'intera quartina da cui è stato tratto l'esempio precedente, formata esclusivamente da endecasillabi con quindici o sedici sillabe:

«Sì crudo è il gelo che le rime sdrucciolanosene
Tremando, e in fondo al verso rincantucciolanosene;
Le gocciole d'inchiostro stalattitificanomisi
Sotto la penna, ovvero stalagmitificanomisi.»

(Arrigo Boito[senza fonte])

Endecasillabi "a maiore" e "a minore"[modifica | modifica wikitesto]

Per motivi legati alla sua genesi (l'endecasillabo nasce infatti dalla fusione di un Quinario e di un Settenario[senza fonte]) e formalizzati già da Pietro Bembo, l'endecasillabo "canonico" prevede un accento secondario sulla quarta o sulla sesta sede; nel primo caso l'endecasillabo si definisce a minore (ed il primo emistichio equivale ad un quinario), nel secondo caso si definisce a maiore (ed il primo emistichio equivale ad un settenario).

La definizione degli accenti di un verso è spesso un concetto soggettivo; un verso può anche avere più accentazioni diverse a seconda della lettura che si vuol dare; di regola si tende a considerare atone le particelle più piccole come i pronomi, preposizioni, articoli e congiunzioni, quando non siano in posizione evidentemente marcata.

Pietro Bembo, uno dei primi teorici della metrica italiana in un ritratto di Tiziano.

L'endecasillabo a maiore è generalmente considerato più solenne:

«Nel mezzo del cammin di nostra vita»

(Dante, Inferno I - v 1)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
Nel mez zo del cam min di nos tra vi ta

Mentre l'endecasillabo a minore è più calmo pacato ed intimista:

«Mi ritrovai per una selva oscura»

(Dante, Inferno I - v 2)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
mi ri tro vai per u na sel va os[4] cu ra

Questa versatilità rende l'endecasillabo uno dei versi principe della metrica italiana.

Tipi di endecasillabi "a maiore"[modifica | modifica wikitesto]

Nell'endecasillabo "a maiore" generalmente è tonica almeno una sillaba prima della sesta (tipicamente la 1ª, la 2ª o la 3ª).

Molto più raro il caso in cui non ci siano accenti rilevanti prima della sesta sillaba come in questo caso:

«de la trasfigurata mia persona .»

(Petrarca, Canzoniere, XXIII, 42)

Più raro ancora il caso in cui da un accento sulla prima si va subito all'accento sulla sesta:

«Sgombrimisi del petto ogni altra voglia.»

(Bembo, "Perché ‘l piacer", Asolani, 3 VIII, 4)

Tipi di endecasillabi "a minore"[modifica | modifica wikitesto]

L'endecasillabo a minore ha principalmente due tipi di accentazione rilevanti:

L'endecasillabo con accento sull'ottava, più comune:

«Non perciò d'ira al flagellar rovente»

(Alfieri, Due fere donne, anzi due furie atroci / Schema: 4a-8a-10a)

«che 'l gran sepolcro liberò di Cristo»

(Tasso, Gerusalemme liberata, I, 2 / Schema: 4a-8a-10a)

L'endecasillabo a minore "di settima" risulta essere più raro rispetto agli altri versi "a minore", poiché il suo ritmo in passato era considerato poco "sonoro" e perciò adatto, secondo i poeti petrarchisti, a riprodurre la prosodia del parlato:

«ch'io mi sia tardi al soccorso levata,»

(Dante, Inferno, II, 65 / Schema: 4a-7a-10a)

«l'aiuta sì ch'i' ne sia consolata.»

(Dante, Inferno, II, 69 / Schema: 4a-7a-10a)

Accenti e ritmo[modifica | modifica wikitesto]

Giambico, dattilico e anapestico[modifica | modifica wikitesto]

Come in una composizione musicale, il ritmo è una delle componenti fondamentali da cui deriva l'armonia musicale che caratterizza il verso. Data la ricchezza ritmica non esiste una classificazione universalmente riconosciuta che riesca a categorizzare tutti i tipi di ritmi che si possono dare ad un endecasillabo. Tuttavia, prendendo a prestito una terminologia proveniente dalla metrica classica, è possibile evidenziare alcuni tipi di versi a seconda del loro attacco definendoli giambici, dattilici e anapestici.

Si definiscono dal ritmo

  • Giambico quegli endecasillabi con accento sulla 2ª, 4ª e 6ª sede:

«Al cor gentil rempaira sempre amore»

(Guido Guinizzelli, Al cor gentil rempaira sempre amore)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
al cor gen til rem pai ra sem pre_a mo re

Un endecasillabo così costruito ha entrambe le sedi principali toniche (4ª e 6ª sillaba), anche per questo motivo è il ritmo più semplice e più comune nella poesia italiana. L'andamento giambico (àtona-tònica-àtona-tònica...) fornisce al verso un ritmo cantilenante e monotono. Questo ritmo era particolarmente adatto a componimenti che dovevano essere accompagnati da musica.

Tra i versi a minore si riconoscono dal ritmo:

  • Dattilico quelli con accento sulla 1ª 4ª 7ª 10ª o più raramente 1ª 4ª 7ª 9ª 10ª:

«fatta di gioco in figura d'amore»

(Guido Cavalcanti, Rime, XXX, v. 21)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
fat ta di gio co_in fi gu ra d'a mo re

I poeti delle origini utilizzavano questo ritmo lento e discendente (tònica-àtona-àtona-tònica...) per dare al lettore una sensazione di solennità, o per riprodurre la prosodia del parlato.

Tra i versi a maiore è possibile identificare quelli dal ritmo:

  • Anapestico: Con accento sulla 3ª 6ª 10ª:

«Se Mercé fosse amica a' miei disiri»

(Guido Cavalcanti, Rime, XV)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
se mer fos se_a mi ca_ai miei de si ri

Il ritmo anapestico (àtona-àtona-tònica...) è ascendente e dà un senso di maggiore "scorrevolezza" e velocità al verso.

L'uso del ritmo e la poesia[modifica | modifica wikitesto]

Volendo trovare una regola generale potremmo dire che il ritmo del verso si fa più incalzante quanto più sono numerosi e ravvicinati e gli accenti tra loro; lo sfruttare abilmente gli accenti di un verso è parte fondamentale della sensibilità artistica di un autore. Ecco alcuni esempi che mostrano quanto il ritmo sia importante per dare "colore" al componimento poetico:

In questo esempio i primi accenti a disposizione dattilica, e l'accostamento di due versi con accentazione simile contribuiscono a dare un andamento da ninna-nanna e una sensazione di pace:

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca. (schema:1,4,6,8,10)
Senti: una zana dondola pian piano. (Schema: 1,4,6,10)
(G. Pascoli, Orfano)
Vittorio Alfieri, tragediografo italiano. È con la tragedia in "Sciolti" che il ritmo assume grande valore per dare "colore" ai versi.

In quest'altro esempio invece gli accenti sono disposti per riprodurre un ritmo calmo e meditativo.

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea (Schema:1-3-6-10)
tornare ancor per uso a contemplarvi (schema:2-4-6-10)
(G. Leopardi, Le ricordanze)

Oppure possono dare un ritmo solenne alla composizione:

O che tra faggi e abeti erma su i campi (schema: 4-6-10)
smeraldini la fredda orma si stampi (schema: 3-6-10)
(G. Carducci, Il comune rustico)

La cesura[modifica | modifica wikitesto]

Il punto che separa i due emistichi si definisce cesura (dal latino caedo = taglio). Se la cesura è particolarmente forte spezza il verso in due parti, ma mai una parola a metà.

Tutti gli endecasillabi hanno una cesura, che può venire o meno sottolineata durante la declamazione del verso. Esistono vari tipi di cesura:

  • Si ha una "cesura maschile" quando cade dopo un verso tronco:

«Le donne i cavalier, l'arme gli amori»

(Ariosto - Orlando Furioso - I - 1,1)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 . Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
Le don ne i ca va lier . l'ar me gli a mo ri

Secondo la metrica canonica infatti (ma non è una regola ferrea), l'incontro di due accenti consecutivi (cavalièr l'àrme) è infatti possibile soltanto nel punto in cui il verso presenta una cesura, poiché l'incontro di due accenti rende obbligatoria una breve pausa per una corretta lettura.

Ecco un altro caso di cesura dopo una parola che abbia subito un troncamento (mar da mare):

(Da notare inoltre come in questo e nel caso successivo, la cesura metrica sia funzionale a marcare una pausa di tipo sintattico.')

«Molti i figli del mar. Tu sempre tremi,»

(Cesarotti - Poesie d'Ossian - I - 11)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 . Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
Mol ti i fi gli del mar . tu sem pre tre mi

Oppure può cadere dopo una parola che sia già tronca (come ad esempio un passato remoto, un futuro)

«Disfrondato lasciò: nascente luna»

(Cesarotti - Poesie d'Ossian - I - 21)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 . Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
Dis fron da to la sciò . na scen te lu na
  • La "cesura femminile" o "italiana" si verifica nel caso in cui l'accento cada su una parola piana. Dato che la cesura non tronca mai una parola, viene spostata alla fine della parola stessa:

«fu stabilita per lo loco santo»

(Dante - inf II - v. 22)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 - Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
fu sta bi li ta - per lo lo co san to
  • La "cesura lirica" si ha quando la terza sillaba è tonica e la quarta atona:

«che nel lago del cor m'era durata»

(Dante - Inferno)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 . Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
che nel la go . del cor m'e ra du ra ta

Tuttavia in italiano la cesura non è una regola matematica. È però buona norma sottolineare tale pausa metrica quando è in corrispondenza delle pause sintattiche (identificate dai segni di interpunzione), e quando è utilizzata volutamente ad hoc per creare un qualche tipo di effetto metrico.

Endecasillabi non comuni[modifica | modifica wikitesto]

Esistono una serie di endecasillabi "insoliti" che sono considerati canonici pur essendone al limite.[senza fonte]

Endecasillabo epico[modifica | modifica wikitesto]

  • La cesura epica

Un tipo di cesura molto particolare è la cesura epica reintrodotta da Giovanni Pascoli per i suoi endecasillabi epici nell'800 sul calco del decasillabo francese.

Giovanni Pascoli reintrodusse la cesura epica per la sua traduzione della Chanson de Roland.

Tale verso, benché rientri in questa categoria, non è propriamente un endecasillabo. La sua forte cesura non permette in nessun caso la sinalefe, ed è caratterizzato da una forte pausa tra il primo e secondo emistichio.

Contrariamente a quanto succede nell'endecasillabo canonico, le ultime sillabe atone del primo emistichio non si contano nel computo del secondo indipendentemente se sia tronco, piano o addirittura sdrucciolo.

Esempio:

«ché pur a retro sempre il guida il suo remo»

(Monte Andrea, VI, 96)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 ... ... . Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
ché pur a re tro . sem preil gui dail suo re mo

Di fatto perciò l'endecasillabo epico equivale alla semplice giustapposizione di un quinario e un settenario.

Endecasillabo crescente[modifica | modifica wikitesto]

Un ultimo tipo di endecasillabo a metà tra il canonico e il non canonico è quello detto "crescente". Questo tipo di metrica, già presente in epoca precedente, è stata resa famosa da Pascoli che ne fa uso in diversi casi e non solo usando l'endecasillabo. Grazie a questo espediente il verso riesce in qualche modo a rientrare nella categoria dei "canonici" pur essendone al limite, come si può vedere in questo caso:

«E non vedeva che a sé stesso il fiato
cerulo, ognuno, e s'ascoltava il gemito
arido, nel silenzio inabitato.
A pini e cerri i pionieri estremi
davan la scure per la lor capanna
e i nuovi aratri, e per la nave e i remi.»

(Pascoli, Gli emigranti della luna, III, 10-13)

Nonostante il secondo verso sdrucciolo dell'esempio (gemito) sembri apparentemente una rima ipermetra, in fase di lettura diviene una rima perfetta con gli altri due (estremi e Remi) perché l'ultima sillaba "-to" di “gemito” è assorbito per episinalefe dalla a- di “arido” nel verso dopo.

Un altro caso è quello in cui la sillaba atona del verso precedente va a colmare la sillaba mancante nel verso ipometro seguente: questa tecnica è stata ripresa dai crepuscolari.

Endecasillabi non canonici[modifica | modifica wikitesto]

Esistono poi una serie di endecasillabi considerati "errati" dai teorici.[senza fonte] Non sono ammessi nella poesia classica tutti quei tipi di versi dove non è possibile riconoscere i due emistichi principali del quinario e del settenario; che abbiano cioè sia la quarta che la sesta sede atone. Gli endecasillabi di Dante sono quasi tutti canonici. Quelli di Petrarca e dei petrarchisti lo sono tutti. Endecasillabi non canonici si possono trovare nei primi esperimenti di poesia italiana (più di un caso nella Divina Commedia) e in alcuni poeti successivi volutamente "stravaganti" (Pietro Aretino ad esempio), ma ne viene generalmente deprecato l'uso.

Un esempio di endecasillabo con la quarta e la sesta atone, accentato sulla seconda e sull'ottava:

«la vipera che Melanesi accampa,»

(Dante - Purgatorio VIII - 80)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
la vi pe ra che Me la ne si ac cam pa

Endecasillabi di quinta[modifica | modifica wikitesto]

Tra gli endecasillabi non canonici, i più comuni sono i cosiddetti "endecasillabi di quinta", che presentano appunto la quinta sillaba tonica e sia la quarta che la sesta atone.

Ecco un esempio di endecasillabo di quinta in Dante

«vestito di novo d'un drappo nero»

(Dante - Rime 25 - 9)
Sill 1 Sill 2 Sill 3 Sill 4 Sill 5 Sill 6 Sill 7 Sill 8 Sill 9 Sill 10 Sill 11 (Sill 12)
ve sti to di no vo d'un drap po ne ro

Endecasillabo rolliano[modifica | modifica wikitesto]

Nel Settecento Paolo Rolli tentò di trasporre l'endecasillabo falecio dalla metrica classica.
Ne uscì un quinario doppio, con uscita sdrucciola nel primo emistichio, e piana nel secondo:

«E ella, veggendolo cotanto saggio.»

(Anonimo - Il Bel Gherardino - Cantare II - v. 157)

Questo tipo di endecasillabo non è considerato canonico perché, per regola, in un endecasillabo canonico l'accento sulla quarta sillaba può essere quello di una parola monosillabica tronca o polisillabica piana, ma non di una polisillabica sdrucciola. Il verso, chiamato "endecasillabo rolliano", prende nome dal suo creatore.

Forme poetiche in endecasillabi[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte della poesia italiana è versificata in endecasillabi.

L'endecasillabo è usato da solo in sequenze di versi sciolti, come nella traduzione dell'Eneide di Annibal Caro e dell'Iliade del Monti, oppure in strofe, soprattutto in terzine come nella Divina Commedia di Dante e in ottave come nell'Orlando furioso dell'Ariosto e nella Gerusalemme liberata del Tasso.

Le strofe tipiche costituite da endecasillabi sono :

  • Il distico, formato da due versi a rima baciata (AA, BB, ...);
  • La terzina dantesca, o terza rima, formata da tre versi a rima incatenata (ABA, BCB, ...);
  • La quartina, formata da quattro versi variamente rimati (AABB, o ABAB, o ABBA);
  • La sestina, formata da sei versi variamente rimati (solitamente: ABABAB, o ABABCC);
  • L'ottava, formata da otto versi variamente rimati (ABABABAB detta "ottava siciliana", oppure ABABABCC detta "ottava toscana");
  • Il sonetto, formato da quattordici versi variamente rimati (due quartine + due terzine).

Sporadici sono i casi di strofe diverse da quelle qui elencate, ma è possibile trovare stanze di cinque versi (pentastiche) e di sette versi (eptastiche), solitamente endecasillabi e settenari, tutt'altro che rare nella poesia italiana.

Metrica classica[modifica | modifica wikitesto]

Nella metrica classica esistono alcune varietà di endecasillabo:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ M. Cortelazzo - P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, vol. 2, Bologna, N. Zanichelli, 1980, p. 384).
  2. ^ Pietro G. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 156 e p. 343.
  3. ^ Francesco D'Ovidio, Versificazione romanza. Poetica e poesia medioevale. 3 voll, Guida, Napoli 1932
  4. ^ a b La suddivisione sillabica, così proposta, è foneticamente corretta (anche se non ortograficamente), poiché il fonema s appartiene fonologicamente alla sillaba che lo precede, quando si presenta come "esse impura"
  5. ^ [Nicola Villani], Ragionamento dello academico aldeano sopra la poesia giocosa de' greci, de' latini e de' toscani con alcune poesie piacevoli del medesimo autore, In Venetia, appresso Gio. Pietro Pinelli, 1634, p. 214.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pietro G. Beltrami, Gli strumenti della poesia, Bologna, il Mulino, 2002 - ISBN 8815086471
  • Aldo Menichetti, Metrica italiana, Padova, Antenore, 1993 (vedi indice, p. 663) - ISBN 88-8455-073-4
  • Enzo Ramazzina, Conoscere la metrica, vol. II. L'arte della versificazione e le proposte dei poeti classici contemporanei, Padova, Vincenzo Grasso Editore, 2011 (seconda edizione) - ISBN 978-88-95352-37-4
  • Enzo Ramazzina, L'endecasillabo, un verso che va sempre di moda, in La Nuova Tribuna Letteraria, anno XXIII, n. 111, Padova, Venilia Editrice, 3º trimestre 2013, pagg. 36-37

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