Curzio Malaparte

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Curzio Malaparte

Curzio Malaparte, nome d'arte di Kurt Erich Suckert (Prato, 9 giugno 1898Roma, 19 luglio 1957), è stato uno scrittore, giornalista, ufficiale, poeta e saggista italiano.

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Si cimentò inoltre, in una sola occasione, come regista cinematografico.

È particolarmente noto, soprattutto all'estero, per i suoi romanzi Kaputt e La pelle, resoconti autobiografici della sua esperienza di giornalista e ufficiale durante la seconda guerra mondiale, e Maledetti Toscani.

Scrittore dallo stile realistico e «immaginifico»[1], definito come «cinico e compassionevole» al tempo stesso[2] e talvolta avvicinato alle tematiche di Louis-Ferdinand Céline[3], come intellettuale fu dapprima un sostenitore del fascismo, poi una voce critica e un oppositore dello stesso. Caratteristica della sua letteratura è la mescolanza di fatti reali - lo scrittore è stato infatti avvicinato alla corrente del neorealismo -, spesso autobiografici, ad altri immaginari, talvolta esagerati in maniera voluta e consapevole, fino al grottesco, specialmente quando deve denunciare le atrocità della seconda guerra mondiale.[4][5]

Interventista e volontario nella Grande Guerra, ammiratore di Mussolini e "fascista della prima ora", partecipò alla marcia su Roma e fu attivo nelle posizioni di fascismo di sinistra intransigente, sostenendo la cosiddetta rivoluzione fascista; allontanatosi gradualmente dal regime (venne anche mandato al confino, da cui uscì grazie all'amicizia con Galeazzo Ciano, genero del Duce), dopo l'8 settembre 1943 si arruolò nell'Esercito Cobelligerante Italiano del Regno d'Italia e collaborò con gli Alleati (cui pure non risparmiò pesanti critiche) nel Counter Intelligence Corps nella lotta contro i nazisti e i fascisti della RSI, aderendo poi idealmente alla nuova democrazia italiana.

Nel secondo dopoguerra si avvicinò al Partito Comunista Italiano, stringendo amicizia con Palmiro Togliatti, sebbene molti dubitassero della effettiva sua adesione, o avvicinamento, al PCI (e contemporaneamente al Partito Repubblicano Italiano, a cui già aderiva da giovanissimo).[4][6]

Lo pseudonimo, che usò dal 1925, fu da lui ideato come umoristica paronomasia basata sulla parola "Bonaparte".

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Kurt Erich Suckert
Curzio Malaparte alpino.jpg
9 giugno 1898 - 19 luglio 1957
(59 anni)
Soprannome Curzio Malaparte
Nato a Prato
Morto a Roma
Cause della morte cancro ai polmoni
Luogo di sepoltura Mausoleo di Curzio Malaparte a Spazzavento (Prato)
Dati militari
Paese servito bandiera Regno d'Italia (1915-1945)
Francia Francia (1914-1915)
Stati Uniti Stati Uniti (1943-1945)
Forza armata Legione Straniera Francese (1914-15)
Regio Esercito (1915-1918; 1940-1943)
Esercito Cobelligerante Italiano (1943-45)
Corpo Legione Garibaldi (1914-15)
Alpini (1915-1918; 1940-1943)
Corpo Italiano di Liberazione (1943-45)
Counter Intelligence Corps (1943-45)
Unità 5º Reggimento alpini
Anni di servizio 1914 - 1945
Grado Capitano
Ferite intossicazione da iprite
Comandanti Luigi Cadorna, Armando Diaz, Benito Mussolini, Dwight Eisenhower, Pietro Badoglio, Henry Cummings
Guerre Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale
Campagne Fronte greco-albanese, campagna di Russia, campagna d'Italia (1943-1945)
Battaglie battaglia di Caporetto, battaglie dell'Isonzo, battaglia del Bois de Courton
Decorazioni Croce di guerra al valor militare, Medaglia di bronzo e altre onorificenze
Altro lavoro scrittore, giornalista

Fonti nel testo

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Kurt Erich Suckert nacque a Prato da madre italiana (la milanese Edda Perelli) e dal tintore sassone Erwin Suckert. Dopo la scuola dell'obbligo frequentò il liceo classico Cicognini di Prato[4], lo stesso frequentato da Gabriele D'Annunzio, con la cui opera letteraria e politica avrà un rapporto di odio-amore.[7] La sua prima militanza politica fu come simpatizzante anarchico e poi del Partito Repubblicano Italiano.[6]

Volontario nella Prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale (1914), decise, sedicenne, di partire volontario per il fronte. Siccome l'Italia era neutrale, si arruolò nella Legione Garibaldina, inquadrata poi nella Legione straniera francese. Nel 1915 anche l'Italia entrò in guerra e Malaparte poté arruolarsi come fante, successivamente sottotenente, del Regio Esercito; combatté sul Col di Lana ed in Francia con la brigata di Fanteria Alpi, dove venne decorato con una medaglia di bronzo al valore militare.[4]

Subito dopo la guerra tentò di pubblicare il suo primo libro, Viva Caporetto!, un saggio-romanzo sulla guerra, che vedeva nella Roma corrotta il principale nemico da combattere. Terminata la stesura dell'opera, nel 1919 cominciò l'attività giornalistica. La sua opera prima, dopo essere stata respinta da molti editori (tra i quali anche l'amico Giuseppe Prezzolini), venne dapprima pubblicata a spese dell'autore a Prato nel 1921 e subito sequestrata per "vilipendio delle forze armate", a causa del provocatorio titolo che inneggiava alla disfatta di Caporetto, e ripubblicata poi con il nuovo titolo La rivolta dei santi maledetti lo stesso anno.[4]

Nella rotta di Caporetto, Malaparte non vede la vigliaccheria dei soldati, ma l'incompetenza degli ufficiali superiori e la ribellione della truppa a una guerra mal condotta, che fino a quel momento era costata la vita di 350.000 italiani. Caporetto è quindi, secondo Malaparte, da considerare come l'inizio di una rivoluzione italiana, simile a quella russa, che però si spense immediatamente a causa della mancanza di capi che la sapessero dirigere. Nel libro, Malaparte sostenne che la vecchia classe dirigente andasse rimpiazzata dalle giovani generazioni della borghesia, «quei buoni ufficiali delle trincee e dei reticolati, i francescani, i "pastori del popolo"», che dopo la guerra aderiranno in gran parte al fascismo, come d'altra parte farà lo stesso Malaparte.[8]

L'adesione al fascismo[modifica | modifica wikitesto]

« Non si può fare il ritratto di Mussolini senza fare il ritratto del popolo italiano. Le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri: sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani. Il dir male di Mussolini è legittimo: ma è un dir male del popolo italiano.(...) La sua voce è calda, grave, eppur delicata. Una voce che talvolta ha strani, profondi accenti femminili, un che di morbosamente femmineo. (...) Stringeva nella mano una rosa color carne. Mussolini ha sempre una rosa stretta con delicatezza nel pugno. (...) Quel gesto all'Oscar Wilde, quel gesto, in un certo senso, byroniano, quel gesto decadente, mi mise a disagio. Egli non sa il valore, il senso di quel suo gesto, di quella sua rosa. Il giorno in cui egli sarà fucilato, io vorrei esser presente per mettergli una rosa nella mano rattrappita. Non per insultarlo, per mancargli di rispetto: no. Non mi piace mancar di rispetto ai morti. »
(Malaparte descrive il duce[9])

Già dal 1920 Malaparte aveva aderito al recente movimento fascista di Benito Mussolini e nel settembre 1922 partecipò alla Marcia su Roma. Nel 1923 avvenne il celebre duello contro Ottavio Pastore, l'anno successivo, sotto il nuovo regime, amministrò diverse case editrici tra cui quella de La Voce di Prezzolini.[4] Dal 1928 al 1933 sarà co-direttore della "Fiera Letteraria" e dal 1929 al 1931 direttore de La Stampa di Torino.[4]

All'indomani del delitto Matteotti, fu il più accanito sostenitore dello "squadrismo intransigente", fondando a Roma nel 1924, e poi dirigendo, il Quindicinale La conquista dello Stato che (al pari de Il Selvaggio di Mino Maccari) fu tra coloro che sostennero Mussolini, col discorso del 3 gennaio 1925, ad assumere la dittatura. Sempre nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti e si iscrisse al Partito Nazionale Fascista.[4]

Teorizzando con Leo Longanesi e Mino Maccari il movimento "Strapaese" (ma contemporaneamente, con Massimo Bontempelli, anche il suo opposto, cioè il movimento "Stracittà"), Malaparte fu uno degli "ideologi" del fascismo popolare, come Gentile lo era stato a livello filosofico, in particolare del cosiddetto "fascismo di sinistra", con velleità rivoluzionarie e a cui aderirono molti futuri nomi dell'antifascismo, come Elio Vittorini.[4][6]

Egli riassunse in sé gli elementi tradizionali e contadino-agrari (per l'appunto Strapaese, ovvero il fascismo più populista e anti-straniero, che si oppose anche alle demolizioni e agli sventramenti degli antichi borghi medievali nei centri urbani, criticando con le sue vignette satiriche le direttive ufficiali del fascismo insieme alla sua svolta dittatoriale) e quelli legati alla modernità e all'industrializzazione (Stracittà, che voleva sprovincializzare la cultura italiana e sosteneva il rapporto tra fascismo e mondo moderno), opposti elementi che peraltro erano presenti nella stessa contraddittoria personalità mussoliniana.[4]

Piero Gobetti, pur da avversario, ne riconobbe il talento, e gli scrisse la prefazione al saggio che volle pubblicargli, Italia barbara (pubblicato dalle "edizioni Gobetti", Torino 1925); Gobetti lo definì "la miglior penna del regime". Lo scrittore firmò questo saggio come Curzio Malaparte Suckert: prendendo difatti spunto da un libretto ottocentesco (I Malaparte e i Bonaparte nel primo centenario di un Malaparte-Bonaparte) e italianizzando il suo nome di battesimo tedesco, decise, nel dicembre 1925, di firmarsi solamente Curzio Malaparte, che da allora sarà il suo nome d'arte.[4]

Il distacco dal regime[modifica | modifica wikitesto]

Dal fascismo cominciò comunque, in modo sornione, a prendere le distanze, anche perché il regime, instaurata la dittatura dopo il 3 gennaio 1925, cominciava a deludere le speranze di rivoluzione sociale che lo avevano originariamente attratto. Nel 1928 assunse la direzione della rivista L'Italia letteraria. Diviene nel 1929 direttore de La Stampa di Torino[10] (chiamandovi Mino Maccari quale redattore-capo).[4] Abbandonato l'incarico di direttore della Stampa (vi rimase brevemente come cronista), pubblicherà nel 1931, a Parigi in lingua francese, il libro Tecnica del colpo di Stato (Technique du coup d'etat, in Italia tradotto solo nel 1948), riconosciuto come un profondo attacco nei confronti di Hitler (al governo nel 1933) e Mussolini. A causa del libro e del carattere individualista dei suoi scritti, venne allontanato definitivamente, ai primi di gennaio, dal quotidiano La Stampa.[11]

Malaparte al confino di Lipari nel 1934

Tecnica del colpo di Stato venne generalmente considerato come un invito alla conquista violenta del potere attraverso il rovesciamento dello Stato, nonostante Malaparte sostenesse, al contrario, che il suo intento fosse compiere un’analisi tecnica ai fini della difesa dello Stato stesso. Essendo in epoca fascista, venne letto come un'opera sovversiva, che svelava quello che Mussolini aveva fatto dal 1922 al 1925 e che incitava implicitamente a rovesciare a sua volta lo stesso governo fascista. Mussolini in realtà apprezzò la forma del libro, ma lo proibì per non irritare la Germania.[4]

Al confino[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1933 venne espulso dal PNF e confinato all'isola di Lipari, con l'accusa di aver svolto attività antifasciste all'estero, in particolare - questa fu la motivazione principale - per alcuni attacchi rivolti a Italo Balbo.

Dopo qualche mese a Lipari, venne trasferito in Toscana, e, in questo periodo, continuò a pubblicare una serie di elzeviri sul Corriere della Sera sotto lo pseudonimo di «Candido».[4]

L'amicizia con Ciano[modifica | modifica wikitesto]

Solo grazie all'intervento di Galeazzo Ciano, suo amico e ministro degli Esteri, Malaparte poté ritornare in libertà, lavorando come inviato del Corriere della Sera. Nel 1936 fece costruire a Capri, su progetto dell'architetto Adalberto Libera, la suggestiva "Villa Malaparte"; questa residenza, una vera e propria maison d'artiste, arroccata su una scogliera a strapiombo sul mare, divenne spesso ritrovo di artisti e intellettuali, uno dei più esclusivi salotti mondani del periodo. Frattanto fondò e diresse la rivista Prospettive (I Serie: 1937-1939; II Serie: 1939-1943).[4]

Dal 1935, per via della relazione amorosa con la vedova di Edoardo Agnelli, Virginia Bourbon del Monte, si scontrò più volte col capostipite della famiglia Agnelli, il senatore Giovanni Agnelli (fondatore della FIAT), che, minacciando la nuora di toglierle per sempre la potestà sui figli, riuscì a impedire un possibile matrimonio con lo scrittore, organizzato per il 1936; Agnelli nutriva avversione nei suoi confronti soprattutto a causa della rottura di Malaparte con alcuni gerarchi del regime, che invece il senatore sosteneva tuttora senza riserve per timore di ricadute sull'azienda di famiglia.[4][12]

In disaccordo con le leggi razziali fasciste del 1938, assume nella redazione di Prospettive Alberto Moravia, di origini ebraiche.[13]

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Partecipò alla Seconda guerra mondiale in un primo tempo con il grado di capitano degli Alpini; in seguito, lavorando come corrispondente per il Corriere della Sera, ebbe modo di viaggiare in diverse località europee, tra cui la Francia, la Germania, la Polonia e il fronte russo. Non si sapeva molto della vita di Curzio Malaparte negli anni tra il 1940 e l'8 settembre 1943. Alcuni documenti inediti, provenienti dagli archivi americani, fanno luce sui rapporti tra lo scrittore e le forze americane stanziate in Italia[14].

Mobilitato col grado di capitano e arruolato nel 5º Reggimento alpini, Malaparte seguì la guerra italo-greca dal settembre 1940. Alla fine di marzo 1941 si spostò in Jugoslavia, dove fu l'unico corrispondente di guerra straniero al seguito delle truppe tedesche. Dopo la vittoria dell'Asse, si trasferì in Croazia, dove assistette «alla creazione e all'organizzazione del nuovo Stato di Croazia». Ai primi di giugno 1941 ricevette l'ordine di raggiungere la frontiera romeno-sovietica nell'eventualità di un conflitto con l'URSS. Dall'inizio della campagna seguì l'avanzata in Bessarabia e in Ucraina con una divisione dell'11ª Armata tedesca. Alla fine dell'anno poté tornare in Italia per trascorrere le Festività in famiglia. Ripartì da Roma il 7 gennaio 1942 per il fronte orientale.[4]

Malaparte, nei suoi precedenti scritti, aveva assunto un atteggiamento critico verso il regime nazista ed aveva lodato l'efficienza dell'esercito sovietico. Per questo le autorità tedesche non lo fecero avvicinare al teatro delle operazioni. Già in febbraio Malaparte lasciò il fronte orientale. Trascorse oltre un anno in Finlandia. Il 25 luglio 1943 lo raggiunse la notizia della caduta di Mussolini. Tornato in patria, si stabilì nella sua villa a Capri.[4]

Malaparte a Capri

L'Italia combatteva ancora a fianco dei tedeschi e Malaparte, per aver auspicato la rivolta contro di essi, venne brevemente arrestato a Roma.[15]

Le esperienze vissute durante il conflitto fornirono il materiale per il primo romanzo, Kaputt, scritto a Capri e pubblicato nel 1944 presso l'editore-libraio Casella di Napoli, probabilmente la sua opera più nota all'estero. Questo romanzo, accusato spesso di autocompiacimento, rappresenta un vivido e surreale resoconto degli ambienti militari e diplomatici italiani e nazisti, nonché un forte atto di accusa verso le atrocità della guerra, tra cui le deportazioni e le stragi degli ebrei rumeni.[4] Stando a Dominique Fernandez, tuttavia, "molti dettagli che riporta sono stati inventati".[16]

Malaparte racconta - in uno stile bilingue italo-tedesco, fatti realmente sperimentati dallo scrittore, ma romanzati: il protagonista vaga per varie zone di operazione, formalmente in qualità di capitano dell'esercito italiano, ma concretamente svolge un ruolo di corrispondente di guerra, che lo avvicina alla figura di Ernest Hemingway. Malaparte si sofferma molto anche sulla vita alla "corte" romana dell'allora ministro degli esteri Galeazzo Ciano.[16]

Con gli Alleati[modifica | modifica wikitesto]

« L’esperienza insegna che la peggior forma di patriottismo è quella di chiudere gli occhi davanti alla realtà, e di spalancare la bocca in inni e in ipocriti elogi, che a null’altro servono se non a nascondere a sé e agli altri i mali vivi e reali. (...) Vi sono due modi di amare il proprio Paese: quello di dire apertamente la verità sui mali, le miserie, le vergogne di cui soffriamo, e quello di nascondere la realtà sotto il mantello dell’ipocrisia, negando piaghe, miserie, e vergogne […] Tra i due modi, preferisco il primo. »
(Curzio Malaparte, Il Tempo illustrato[17])

Dopo l'8 settembre 1943, si schierò col governo Badoglio. Nel novembre 1943 Malaparte fu nuovamente arrestato, dal CIC, il controspionaggio alleato, per le sue attività diplomatiche precedenti. Venne rilasciato pochi giorni dopo, perché ritenuto il tramite tra Galeazzo Ciano ed il governo greco nelle trattative intercorse prima che l'Italia attaccasse il Paese nel 1940 e considerato perciò a conoscenza di notizie utili. Da allora decise di collaborare col CIC, riferendo settimanalmente al suo responsabile, il colonnello Henry Cumming. La collaborazione durò fino alla liberazione.[4]

Nel 1944, Malaparte rientrò anche nell'esercito italiano, come ufficiale di collegamento con il comando alleato del Corpo Italiano di Liberazione, e con il grado di capitano. L'arrivo delle forze di liberazione americane a Napoli e il profondo stato di prostrazione della città partenopea costituiscono il nucleo narrativo del secondo romanzo, La pelle, pubblicato nel 1949 presso le edizioni Aria d'Italia. Il titolo originale doveva essere La peste, ma venne cambiato per l'omonimia con il romanzo omonimo di Camus, uscito nel 1947. L'opera, animata da grande realismo e crude descrizioni della vita quotidiana, talvolta sconfinanti nel grottesco e nel surreale, venne messa all'Indice dalla Chiesa cattolica, forse per una scena (non si sa se realmente accaduta) che raffigura un gruppo di ebrei crocifissi agli alberi dai nazisti in Ucraina - duro atto d'accusa al cristianesimo d'Europa - e ritenuta dalla Chiesa come blasfema e offensiva per la religione.[4][5]

Prima dell'incipit de La pelle, Malaparte appose la seguente dedica:

« All'affettuosa memoria del Colonnello Henry H. Cumming, dell'Università di Virginia, e di tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d'arme dal 1943 al 1945, morti inutilmente per la libertà dell'Europa. »

mentre, come epigrafe al libro, utilizzò altre due frasi: una di Eschilo («Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno», riferimento critico al comportamento degli Alleati nei confronti della popolazione italiana e dei prigionieri tedeschi); l'altra di Paul Valéry.[18]

Da inviato del giornale l'Unità, rievocò le vicende dei franchi tiratori fiorentini, che sparavano dalla sponda nord dell'Arno sugli americani per impedire loro di varcare il ponte Vecchio; si trattava di un gruppo di giovani militi della RSI, poi fucilati dai partigiani.[4]

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

« Tutti gli scrittori sono stati fascisti, nella qual cosa non vi è nulla di male. Ma perché oggi pretendono di farsi passare antifascisti, per martiri della libertà, per vittime della tirannia? Nessuno di loro, dico nessuno, ha mai avuto un solo gesto di ribellione contro il fascismo, mai. Tutti hanno piegato la schiena, con infinita ipocrisia, leccando le scarpe a Mussolini e al fascismo. E i loro romanzi erano pure esercitazioni retoriche, senza l’ombra di coraggio e di indipendenza morale e intellettuale. Oggi (...) scrivono romanzi antifascisti come ieri scrivevano romanzi fascisti; tutti, compreso Alberto Moravia, che gli stessi comunisti (...) definivano uno scrittore borghese, e perciò fascista. »
(Curzio Malaparte[6])

Trasferitosi a Parigi nel 1947, scrisse i drammi Du côté de chez Proust e Das Kapital, raccogliendo scarso successo. Già nel 1944 a Napoli, ma soprattutto nel dopoguerra, il suo sostanziale anarchismo (e camaleontismo) spinse Malaparte ad avvicinarsi al Partito Comunista Italiano - che gli negò per molti anni l'iscrizione; la tessera del PCI gli fu difatti consegnata da Togliatti in punto di morte.[19] In realtà, venne ritrovata dopo la dipartita dell'autore tra le sue carte, e fu spacciata come richiesta di iscrizione da parte di Malaparte al P.C.I., mentre fu offerta da Togliatti e probabilmente spedita per posta - anziché consegnata dal segretario in persona - alla clinica dove lo scrittore era ricoverato morente, a causa della malattia che lo colpirà.[6]

Questo cambiamento politico attirò le critiche di larga parte della cultura italiana per la disinvoltura con cui mutava l'appartenenza ideologica e politica: molti dubitarono che fosse davvero comunista, ma attribuirono tutto al suo noto comportamento istrionico e provocatorio, ai suoi atteggiamenti da dandy che amava sempre stupire[20], nonché al suo celebre egocentrismo e narcisismo egotistico di cui spesso venne accusato e che fece dire a Leo Longanesi: "A un matrimonio vuole essere la sposa, a un funerale il morto".[15]

Contemporaneamente gli venne spedita anche la tessera del Partito Repubblicano Italiano, ritrovata anch'essa nelle sue carte, quasi come un ritorno alle origini.[6][4]

Nel 1950 scrisse e diresse anche il film neorealista Il Cristo proibito che vinse l'anno successivo il premio Città di Berlino al Festival di Berlino. Negli anni seguenti collaborò al settimanale «Il Tempo» con una rubrica assai viva ("Il Serraglio", poi passata a Giovanni Ansaldo e quindi a Pier Paolo Pasolini), in uno stile toscanissimo.[4]

Lapide sul Mausoleo di Malaparte

Nel 1957 intraprese un viaggio in URSS e in Cina: qui intervistò Mao Tse-tung, chiedendo la libertà per un gruppo di preti arrestati, e la ottenne. I suoi articoli inviati dalla Cina a Maria Antonietta Macciocchi, non vennero però pubblicati su "Vie Nuove" per l'opposizione di Calvino, Moravia, Ada Gobetti e altri intellettuali, i quali avevano scritto a Togliatti una petizione perché "il fascista Malaparte" non pubblicasse su una rivista comunista.[15]

Dovette tornare in fretta e in anticipo in Italia, a causa della malattia polmonare che lo tormentava, una pleurite cronicizzata al polmone sinistro: il materiale raccolto durante questo viaggio, sarà utilizzato per la pubblicazione postuma di Io, in Russia e in Cina nel 1958.[4]

In quei mesi di malattia si avvicinò al cattolicesimo, anche se ci sono dubbi su un'effettiva conversione. Infatti, ricoverato alla clinica Sanatrix di Roma, dove gli venne diagnostico un carcinoma polmonare inoperabile, teneva sulla finestra immagini di tutte le religioni, da cristiane a buddhiste e venne visitato da Togliatti (con cui si fece fotografare), Fanfani, preti cattolici e molti altri. Secondo Arturo Tofanelli, Malaparte affermò ironicamente che forse poteva guarire perché non credeva «che Dio fosse così stupido da far morire Malaparte».[4][21]

Curzio Malaparte morì di cancro nel luglio 1957 a Roma, a 59 anni; la malattia è stata da alcuni considerata come una conseguenza dell'intossicazione da iprite subita nel primo conflitto mondiale, degenerata anche a causa del fumo.[4]

Ammiratore del popolo cinese, l'"Arcitaliano" Malaparte lasciò alla Repubblica Popolare di Mao Tse-Tung la proprietà di Villa Malaparte, ma gli eredi impugnarono il testamento vincendo la causa.[4]

« Mosso da sentimenti di riconoscenza verso il popolo cinese ed allo scopo di rafforzare i rapporti tra Oriente ed Occidente istituisco una fondazione denominata "Curzio Malaparte" al fine di creare una casa di ospitalità, di studio e di lavoro per gli artisti cinesi in Capri. »
(Testamento di Malaparte)

Curzio Malaparte è sepolto in un mausoleo costruito sulla cima del Monte Le Coste chiamato dai Pratesi "Spazzavento", una collina dominante Prato, secondo le sue volontà. La frase "...e vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per sollevare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano" è riportata sulla sua tomba assieme ad un'altra che recita «Io son di Prato, m'accontento d'esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo», entrambe tratte da Maledetti toscani. Ancora dalla sua penna fu pubblicato Benedetti italiani (1961), raccolto e curato da Enrico Falqui.[4]

Tra le sue prese di posizione, netta è quella contro la vivisezione: lo scrittore era infatti un grande amante degli animali, come si nota dalla narrazione della fine del suo cane Febo, vittima della sperimentazione ne La pelle[22] e nello stesso libro afferma: «Mangerei la terra, masticherei i sassi, ingoierei lo sterco, tradirei mia madre, pur di aiutare un uomo, o un animale, a non soffrire».[23]

La critica[modifica | modifica wikitesto]

Di Malaparte, Eugenio Montale ebbe a dire:

« Un parlatore squisito e un grande ascoltatore pieno di tatto ed educazione.[24] »

Indro Montanelli scrisse - in risposta ad una battuta fatta da Malaparte negli ultimi giorni di vita («L’unica cosa che mi dispiace è morire prima di Montanelli»[20]) - un epitaffio ironico e caustico: «Qui / Curzio Malaparte / ha finalmente / cessato / di piangersi / di compiangersi / e di rimpiangersi. / Imitatelo».[25]

Riguardo al testo Maledetti Toscani (1956), il filosofo e critico letterario francese Jean-François Revel disse di considerarlo un «libro particolarmente ridicolo».[26] mentre, al contrario, nel saggio Une rencontre (Un incontro, edito in Italia da Adelphi), Milan Kundera colloca La pelle, che definisce l'«arciromanzo», tra le opere maggiori del Novecento.[4]

Luigi Martellini, curatore di Malaparte per i Meridiani ha affermato (rispondendo alla domanda dell'intervistatore sul perché Malaparte è stato dimenticato fino a tempi recenti, pur essendo un grande scrittore al pari di altri):

« Per quel che posso dire, il discorso è estremamente semplice: Malaparte è stato un “fascista”, che l’Italia non riuscirà mai a smaltire questo suo periodo storico, che è esistita ed esiste ancor nel nostro Paese (altamente democratico e sempre pronto a riempirsi la bocca di democrazia) una cultura egemone (di cui tutti conoscono il colore), che ha prodotto molti danni e condizionato scelte smaccatamente ideologiche e non letterarie, che chi non apparteneva ad una parte apparteneva di conseguenza alla parte opposta e quindi nemica, che non vale la bravura o la genialità, ma l’appartenenza ad uno schieramento politico e/o partitico. »
(Luigi Martellini[6])
Marcello Mastroianni interpreta Malaparte nel film La pelle

Film su Malaparte[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Saggistica
  • Viva Caporetto!, come Curzio Erich Suchert, Prato: Stabilimento Lito-Tipografico Martini, 1921; con il titolo La rivolta dei santi maledetti (Aria d'Italia,1921), poi, con il titolo Viva Caporetto. La rivolta dei santi maledetti, introduzione di Mario Isnenghi, Milano: Mondadori, 1980, 1981; con il titolo Viva Caporetto. La rivolta dei santi maledetti, secondo il testo della prima edizione 1921, a cura di Marino Biondi, con in appendice la prefazione alla seconda edizione romana del 1923, una storia editoriale del testo e una revisione testuale dall'edizione 1921 all'edizione 1923, Firenze: Vallecchi, 1995.
  • Le nozze degli eunuchi, Roma: La Rassegna Internazionale, 1922
  • L'Europa vivente, Firenze: La Voce, 1923; in L'Europa vivente e altri saggi politici, Firenze: Vallecchi, 1923
  • Italia barbara, Torino: Piero Gobetti, 1925; Roma: La Voce, 1927
  • Intelligenza di Lenin, Milano: Treves, 1930
  • Technique du coup d'état, Paris: Bernard Grasset, 1931, 1948; pubblicato dapprima in francese e poi tradotto in italiano come Tecnica del colpo di Stato, Milano: Bompiani, 1948
  • I custodi del disordine, Torino: Fratelli Buratti Editori, 1931
  • Le bonhomme Lénine, Paris: Bernard Grasset, 1932; pubblicato in francese e poi tradotto in italiano come Lenin buonanima, Firenze: Vallecchi
  • Mussolini segreto (Mussolini in pantofole), Roma: Istituto Editoriale di Cultura, 1944; pubblicato con lo pseudonimo di "Candido"
  • Il sole è cieco, Vallecchi, 1947
  • Deux chapeaux de paille d'Italie, Paris: Denoel, 1948; pubblicato in francese
  • Les deux visages d'Italie: Coppi et Bartali, 1949; pubblicato in francese e poi tradotto in italiano come Coppi e Bartali. Milano: Adelphi, 2009
  • Due anni di battibecco, 1955
  • Maledetti toscani, Firenze: Vallecchi, 1956, 1959
  • Io, in Russia e in Cina, 1958; Firenze: Vallecchi
  • Mamma marcia, 1959; Firenze, Vallecchi; con Lettera alla gioventù d'Europa e Sesso e libertà, postfazione di Luigi Martellini, Milano: Leonardo, 1990, 1992
  • L'inglese in paradiso, Firenze: Vallecchi, 1960. Contiene le operette incompiute Gesù non conosce l'arcivescovo di Canterbury e L'inglese in paradiso assieme a una raccolta di elzeviri pubblicati tra il 1932 e il 1935 sul «Corriere della Sera», alcuni dei quali sotto lo pseudonimo di Candido.
  • Benedetti italiani, 1961; Firenze, Vallecchi
  • Viaggi fra i terremoti, Firenze, Vallecchi, 1963
  • Journal d'un étranger à Paris, in francese, 1966; tradotto in italiano come Diario di uno straniero a Parigi, Firenze: Vallecchi
  • Battibecco. 1953-1957, Milano, Aldo Palazzi, 1967
Narrativa
  • Avventure di un capitano di sventura, Roma: La Voce, 1927, a cura di Leo Longanesi
  • Don Camaleo, Genova: rivista La Chiosa diretta da Elsa Goss 1928(poi in Don Camaleo e altri scritti satirici, Firenze: Vallecchi, 1946)
  • Sodoma e Gomorra, Milano: Treves, 1931
  • Fughe in prigione, Firenze: Vallecchi, 1936
  • Sangue, Firenze: Vallecchi, 1937
  • Donna come me, Milano: Mondadori, 1940; Firenze: Vallecchi, 2002.
  • Il sole è cieco, Milano: Il Tempo, 1941; Firenze: Vallecchi, 1947
  • Il Volga nasce in Europa, Milano: Bompiani, 1943; in Il Volga nasce in Europa e altri scritti di guerra, Firenze: Vallecchi
  • Kaputt, Napoli: Casella, 1944; Milano: Daria Guarnati, 1948; Vallecchi, Firenze 1960, 1966; Adelphi, 2009
  • La pelle, Roma-Milano: Aria d'Italia, 1949, 1951; Firenze: Vallecchi, 1959; Milano: Garzanti, 1967; Milano: Adelphi, 2010
  • Storia di domani, Roma-Milano: Aria d'Italia, 1949
  • Racconti italiani, 1957; Firenze: Vallecchi
Teatro
  • Du côté de chez Proust. Impromptu en un acte, in francese, Parigi: Théâtre de la Michodière, 1948
  • Das Kapital. Pièce en trois actes, in francese, Parigi: Théâtre de Paris, 1949
  • Anche le donne hanno perso la guerra, 1954
Poesia
  • L'Arcitaliano, Firenze e Roma: La Voce, 1928 a cura di Leo Longanesi (poi in L'Arcitaliano e tutte le altre poesie), Firenze: Vallecchi, 1963
  • Il battibecco, Roma-Milano: Aria d'Italia, 1949
Cinema

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Sottotenente del 52º reggimento fanteria - alla testa della propria sezione lanciafiamme, scontratosi più volte con rilevanti forze avversarie, le attaccava con risolutezza, le volgeva alla fuga ed infliggeva loro gravi perdite col fuoco dei suoi apparecchi, infondendo costantemente coraggio ai suoi dipendenti e dando bello esempio di fermezza e di slancio singolari.»
— Bois de Courton 16 luglio 1918
Croce di guerra al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce di guerra al valore militare
«Inviato del "Corriere della sera", partecipava per undici giorni alle fatiche di un battaglione coloniale in marcia, suscitando l'ammirazione degli ufficiali e coloniali tutti per l'alto spirito con cui superava disagi e fatiche e per lo sprezzo del pericolo, sereno coraggio e nobile orgoglio di razza dimostrati durante uno scontro con briganti.»
— Chembevà (Goggiam) 12 febbraio 1939 XVII

VolontarioGuerra.png Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-1918

MeritoMilitare.png Croce al merito di guerra

Commemorative Italian-Austrian war medal BAR.svg Medaglia campagna 1915-18 4 anni

Vittoria.png Medaglia interalleata della vittoria

Guerra1940-43.png Distintivo guerra 1940-43

Guerra1943-45.png Distintivo guerra 1943-45

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le guerre di Malaparte, flaneri.com, 7 giugno 2010. URL consultato il 18 febbraio 2015.
  2. ^ Curzio Malaparte a cinquant'anni dalla sua morte
  3. ^ Maria Antonietta Macciocchi, Malaparte è l'anti-Celine, Corriere della Sera, 21 marzo 1998, p. 31
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad Biografia di Curzio Malaparte (a cura di Luigi Martellini)
  5. ^ a b Malaparte gran bugiardo. Il suo trucco c'è e si vede
  6. ^ a b c d e f g Non è con l'omertà intellettuale che riscopriremo Curzio Malaparte intervista a Luigi Martellini (curatore del Meridiano Opere scelte) di Luca Meneghel.
  7. ^ Io Curzio, tu Gabriele
  8. ^ Umberto Rossi, Il secolo di fuoco: Introduzione alla letteratura di guerra del Novecento, Bulzoni, Roma, 2008, pp. 150-72.
  9. ^ brani tratti da Muss. Ritratto di un dittatore, Kaputt e Diario di uno straniero a Parigi
  10. ^ Malaparte. Opere scelte, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1997, ISBN 88-04-43436-8. p. XC (Cronologia)
  11. ^ Malaparte. Opere scelte, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1997, ISBN 88-04-43436-8. p. XCI (Cronologia)
  12. ^ Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci, Virginia Agnelli. Madre e farfalla, Argelato (BO), Minerva Edizioni, 2010, ISBN 978-88-7381-307-1, pag. 143
  13. ^ Curzio Malaparte ritrovato
  14. ^ Mauro Canali, «L'agente Malaparte», Liberal, 25 aprile 2009.
  15. ^ a b c Malaparte, l'Europa scopre l'Arcitaliano
  16. ^ a b Fabio Pierangeli, Malaparte cronista di guerra e la Francia, 19 novembre 2012 in www.iltempoelastoria.it.
  17. ^ Consigli per il Cav: rileggere Malaparte
  18. ^ La frase di Eschilo è tratta da Agamennone; l'altra frase è "Ce qui m'intéresse n'est pas toujours ce qui m'importe" cioè "Quello che mi interessa non è sempre quello che m'importa" (Paul Valéry)
  19. ^ Il narciso Curzio Malaparte, camaleonte dalle mille vite
  20. ^ a b L'ultimo ritratto di Malaparte firmato Orfeo Tamburi
  21. ^ Massimo Fini, L'intervista proibita a Hitler
  22. ^ Articolo su La pelle, Novecento letterario
  23. ^ C. Malaparte, La pelle, capitolo "Il vento nero"
  24. ^ Biografia sul sito del Convitto Cicognini
  25. ^ Gli epitaffi perfidi di Montanelli sui nomi eccellenti
  26. ^ Jean-François Revel, Per un'altra Italia, C. M. Lerici editore, Milano, 1958 ("Saggi", 3), p. 150.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Franco Vegliani, Malaparte, Milano-Venezia: Guarnati, 1957.
  • A.J. DeGrand, Curzio Malaparte: The Illusion of the Fascist Revolution, «Journal of Contemporary History», Vol. 7, No. 1/2 (Jan. - Apr., 1972), pp. 73–89
  • Luigi Martellini, Invito alla lettura di Malaparte, Milano: Mursia, 1977.
  • Giordano Bruno Guerri, L'Arcitaliano. Vita di Curzio Malaparte, Milano: Bompiani, 1980.
  • Malaparte scrittore d’Europa. Atti del convegno (Prato 1987) e altri contributi, coordinazione di Gianni Grana, relazione e cura biografica di Vittoria Baroncelli, Milano-Prato: Marzorati-Comune di Prato, 1991.
  • Giuseppe Pardini, Curzio Malaparte. Biografia politica, Milano, Luni Editrice, 1998.
  • Giordano Bruno Guerri, Il Malaparte illustrato, Milano: Mondadori, 1998.
  • Lucrezia Ercoli, Philosophe malgré soi. Curzio Malaparte e il suo doppio, Roma: Edilet, 2011.
  • Maurizio Serra, Malaparte. Vite e leggende, Venezia: Marsilio, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Direttore de La Stampa Successore
Andrea Torre dal 12 febbraio 1929 al 30 gennaio 1931 Augusto Turati
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