Estetismo

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Una sala del Vittoriale degli Italiani, improntata all'estetismo di D'Annunzio

L'estetismo è un movimento artistico ma soprattutto letterario della seconda metà dell'800. Rappresentava una tendenza del Decadentismo autonomamente sviluppatasi grazie a figure come Walter Pater e John Ruskin, che trova il suo massimo splendore grazie alle opere di Oscar Wilde. Questo movimento è tuttavia riscontrabile anche in vari studi di filosofi o studiosi di discipline umanistiche che ne intendono dare una definizione etimologicamente esatta, dato che si contemplano due categorie riguardanti l'estetismo, ossia quella filosofica e quella morale. Nel corso della storia le due categorie si possono riscontrare separate o legate assieme.[1]

Caratteri generali[modifica | modifica wikitesto]

John Ruskin uno degli iniziatori dell'estetismo

Nell'estetismo morale assume un'importanza fondamentale la forma esteriore, il culto della forma prevale sulla virtù, e si tende a rendere piacevole la vita e la socialità.
Nell'estetismo filosofico i più importanti pensatori sostengono l'impossibilità di conoscere la verità, di possedere l'assoluto e di vivere nella virtù, quindi l'individuo non può andare oltre il momento estetico, poiché recepisce solo una parzialità del tutto; inoltre l'intuizione prevale sul pensiero e il gusto è preminente alla razionalizzazione. Conseguenza di tutti questi principi è il ricorso alla via e alla vita estetica.

Il principio fondamentale dell'estetismo ("l'arte per il gusto dell'arte") consiste nel vedere l'arte come rappresentazione di sé stessa, possedente una vita indipendente proprio come il pensiero, che procede solo per le sue vie. Essa non ha alcun rapporto con l'epoca in cui si sviluppa, anzi è spesso contraria ad essa e l'unica storia che la concerne è la storia del suo stesso progresso. Nel momento in cui l'arte rinuncia alla fantasia per la realtà, rinuncia a sé stessa.

Il realismo è visto dagli esteti come un totale fallimento nella ricerca della bellezza, ed essi sostengono ancora che le uniche cose belle sono quelle che non riguardano valori oggettivi ma i gusti e la sensibilità estetica di una persona.

È la vita ad imitare l'arte e questo non deriva solo dall'istinto imitativo della vita ma anche dal fatto che il fine cosciente della vita è quello di trovare espressione, e che l'arte è l'espressione stessa. Da questo consegue anche che la natura stessa si modifica a immagine dell'arte. Gli unici effetti che essa può mostrarci sono quelli visibili grazie alla poesia, o nei dipinti. In questo consiste il segreto del fascino della natura, ma anche la sua debolezza.

L'estetismo presenta anche un continuo invito a godere della giovinezza fuggente, un edonismo nuovo in cui l'esaltazione del piacere è morbosamente collegata alla corruzione della decadenza e in cui la bellezza è intesa come manifestazione del genio ma superiore, al contempo, al genio stesso, in quanto categoria sovra-umana. In questi termini l'estetismo si configura come una "pseudo religione del bello".

È il poeta/artista/genio che vuol trasformare la sua vita in opera d'arte, sostituendo alle leggi morali le leggi del bello e andando continuamente alla ricerca di piaceri raffinati, effimeri, impossibili per una persona comune anche attraverso l'utilizzo di alcool e droghe. L'esteta ha infatti orrore della vita comune, dei ceti inferiori, della volgarità borghese, di una società dominata dall'interesse materiale e dal profitto, e si isola in una Torre d'avorio, in una sdegnosa solitudine circondato solo da arte e bellezza.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Nell'antica Grecia le forme istintuali dell'essere umano venivano celebrate in particolare nei culti orgiastici dedicati a Dioniso, durante i quali si cercava di raggiungere uno stato di estasi che consentisse di entrare in comunicazione col divino.

Se successivamente Platone subordinò la forma alla verità e alla giustizia, e lo stesso Cristianesimo lungamente si oppose ad una concezione estetica della vita, sarà quindi con l'Umanesimo ed il Rinascimento che germogliarono delle nuove forme di sensibilità al bello, senza mai raggiungere, però, il culto della forma per sé stessa.[1]

Il Romanticismo elaborò con Schlegel e Solger la teoria del creare per il creare, secondo la quale l'io umano è l'immagine dell'Io divino e perciò è in grado di rimodellare continuamente il suo prodotto in piena libertà di azione, incondizionata e disinteressata. Secondo i teorici dell'estetismo romantico, vi è una somiglianza tra l'atto creativo del mondo da parte di Dio e la creazione artistica, dovuta al fare per il gusto di creare, privo di finalità.

Grazie a queste teorie, non condivise da Hegel e da Kierkegaard, l'estetismo entrò a pieno diritto nella nuova cultura del decadentismo e del parnassianesimo, ossia a movimenti per i quali assunsero grande importanza il bello e la forma.

Se in Inghilterra si mostrarono esteti i vari Swinburne e Wilde, in Francia Gautier e Apollinaire si allontanarono sempre più dal contenuto perseguendo la forma per la forma.

Nei paesi germanici fu soprattutto Nietzsche a proporre l'uomo del canto e della danza Zarathustra, e a criticare il Cristianesimo perché persegue la santità anziché il bello. Nietzsche contrappose lo spirito dionisiaco a quello apollineo, intravedendo nel primo la pulsione vitale del cambiamento, basata sul dinamismo e sul continuo rinnovamento dell'esteta, che non deve mai fissarsi su una presunta verità pretendendo che sia vera, per non restare imprigionato nelle forme che il desiderio stesso produce da sé.

D'Annunzio[modifica | modifica wikitesto]

D'Annunzio ai primi anni del 1900

In Italia D'Annunzio espanderà alcuni concetti di Nietzsche esaltando la libertà creativa, come nel Fuoco, e la vittoria del più forte, come ne La morte del cervo.[2] L'esteta è, per D'Annunzio, colui che cerca di vivere la propria vita come un'opera d'arte, ed egli stesso si pose quest'obiettivo, di cui sono testimonianza le vicende autobiografiche dei protagonisti dei suoi romanzi. In tal modo l'estetismo, più che una formulazione teorica, diventa un vero e proprio stile di vita. Nel romanzo Il piacere, ad esempio, ricco di elementi autobiografici, D'Annunzio pur condannando razionalmente la vacuità di una condotta lasciva, descrive con partecipata ammirazione il modo in cui l'esteta Andrea Sperelli si lascia guidare unicamente dal perenne fluire delle sensazioni, senza più seguire un ordine logico né morale.[3]

Rifiutando la mediocrità borghese e la morale conformista del suo tempo, D'Annunzio si creò una vera e propria maschera dell'esteta, ovvero dell'individuo superiore, dotato di sensibilità fuori dal comune, che accetta come regola di vita solo il bello.[4] Una delle massime rappresentazioni del suo estetismo fu il Vittoriale degli Italiani, una sorta di museo-abitazione da lui eretto per celebrare l'eroismo suo e le imprese del popolo italiano durante la Prima guerra mondiale.[5]

Altre forme di estetismo italiane[modifica | modifica wikitesto]

Altre teorie importanti nell'ambito dell'estetismo si rivelarono quelle indicate da Ugo Spirito nel suo saggio La vita come arte del 1937, nel quale egli considera l'estetismo come un ideale, come un fine, visto che apparteniamo ancora ad una fase di conoscenze incomplete e involute. Ferretti, nel 1940 con il saggio Estetismo, definisce le proprietà fondamentali dell'agire umano, caratterizzate dalla trasformazione del mondo, grazie alla quale gli si dà una forma, e conseguentemente l'estetismo diventa il fare per ottenere le forme preferite.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Le Muse, De Agostini, Novara, 1966, Vol. IV, pag.407-408
  2. ^ Testo de La morte del cervo nell'Alcyone.
  3. ^ Alessandra Mirra, Il piacere: analisi guidata al romanzo, pag. 95, Alpha Test, 2004.
  4. ^ Raffaello Panattoni, Storia del romanzo, pag. 52, Alpha Test, 2002.
  5. ^ Vittoriale degli Italiani.

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