Henry de Montherlant

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Henry de Montherlant

Henry Marie Joseph Frédéric Expedite Millon de Montherlant (Parigi, 21 aprile 1896Parigi, 21 settembre 1972) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta francese.

Firma di Henry de Montherlant

Di nobile famiglia, ultimo esponente della tradizione del decadentismo, fu combattente volontario nella prima guerra mondiale e, come intellettuale, ispirato da Nietzsche e Gabriele D'Annunzio nella concezione eroica e aristocratica della vita. Durante la sua vita oscillò tra estetismo paganeggiante e cattolicesimo, esprimendo nelle sue opere un certo anti-sentimentalismo, il culto dell'uomo d'azione e un forte individualismo. Dopo la seconda guerra mondiale, fu accusato di collaborazionismo "morale" con il regime filonazista di Vichy e gli fu impedito di scrivere per un anno. Riprese in seguito la sua attività. Si diede la morte nel 1972. Fu Accademico di Francia dal 1960.[1]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

«Che cosa sarebbe la mia vita, senza il periodo passato in guerra? Sarei stato buono soltanto da bambino.»

( Henry de Montherlant, Pietà per le donne, Milano, 1958, pp. 239.)

Di origini bretoni e catalane[2], figlio unico di Joseph e Marguerite Camusat de Riancey e nobile progenie, trascorse i primi anni dell'infanzia accanto a un padre preoccupato delle finanze familiari, a una nonna materna corrucciata e ansiosa, agli zii e al nonno, il Conte de Riancey, uomo politico, campione della monarchia e della religione (la nobiltà risale fino a Robert Millon, Seigneur d'Abbémont, nel sedicesimo secolo; il trisavolo era stato deputato all'Assemblea nazionale e della Costituente, poi ghigliottinato); ovvero in una atmosfera di memorie dotate di spessore, castellani, antichi lombi, oggetti d'arte e da collezione, belle donne e cavalli da corsa.[3]

Studiò a Sainte-Croix de Neuilly e superò il bachot nel 1912. Nel 1909, avendo assistito a Bayonne a una corsa di tori, concepì grande passione per la corrida, si esercitò nell'arte di toreare, e fu proprio in occasione di una becerrada che il suo nome comparve per la prima volta su un giornale, Le Torero di Nîmes.

La tauromachia, di cui fu particolarmente appassionato (a quindici anni uccise il suo primo toro), gli ispirò uno dei suoi migliori libri: Les Bestiaires (1926). Nell'arte del toreare Montherlant vide l'antico culto mitraico[4] oltre che un simbolo della passione umana[5]; la tauromachia è trattata anche con «l'intenzione di dare al fatto di sangue radici mitiche, senso divino».[6] Nel 1925, durante una corrida ad Albacete, un toro gli perforò il polmone destro, ferendolo gravemente.[7]

Divideva il suo tempo tra il circolo sportivo «L'Auto» e il patronato cattolico «Le Bon Conseil», leggendo avidamente, disegnando e facendo i primi tentativi di scrittura giovanile (La vie de Scipion – mai pubblicato – quando aveva appena dieci anni e Pro Unà Terrà, in collaborazione con Faure-Biguet, nel 1907)[3]; a venti anni pubblicò a sue spese, dopo il rifiuto di undici editori, La Releve du Matin, un omaggio ai soldati della Grande Guerra[8], a cui aveva preso parte, volontario, come soldato semplice.

Rimpiangendo lo spirito della guerra e trovando il mondo del dopoguerra abietto, Montherlant sentì la necessità di dar vita con alcuni amici ad una società segreta, che fu chiamata «l'Ordre».

I membri de «l'Ordre» si richiamavano ai cavalieri o ai samurai e al pari di questi disprezzavano la società borghese; «non potrebbe essere altrimenti per uno che possiede una civiltà interiore più rara e più avanzata di quella che circola intorno a lui». Alla base dell'«Ordre» erano sottesi valori come la droiture, la fierté, il courage, la sagesse, poi la fidélité, il respect de sa parole, il maîtrise de soi, il désintéressement e la sobriété. I colori erano il nero e il bianco; le donne non erano ammesse e il cristianesimo – «tra le cause dell'indebolimento dell'esercito romano alla fine dell'Impero» – era assente. La vita dell'«Ordre» durò circa dieci mesi.[9]

Jacques-Émile Blanche, Ritratto di Henry de Montherlant (1922), Musée des Beaux-Arts de Rouen.

Nel 1922 scrisse Le songe e nel 1923 Les Olympiques, opera nella quale celebrava i cultori dell'atletica leggera. Entrambi i testi sono una rassegna dei sogni eroici del giovane Montherlant. Egli cesella personaggi còlti nella solennità, quasi religiosa, dei campi di battaglia o delle palestre, esalta lo sforzo fisico, il coraggio, la virile abnegazione, il gusto dell'avventura, il superamento delle debolezze tipiche degli uomini comuni.[10] Parallelamente, in Aux fontaines du désir (1927), abbracciò il culto della rinuncia come dominio di sé; il rifiuto, per Montherlant, è più nobile del desiderio.

I suoi primi successi furono la tetralogia Les jeunes filles (1936-1939; composto da: Le ragazze da marito, Pietà per le donne, Il demone del bene, Le lebbrose) e Les célibataires (1934). In Les jeunes filles Montherlant si scaglia contro il richiamo della tendresse, contro il sentimentalismo, particolarmente vivi nell'animo femminile e che rischiano di corrompere l'uomo («La storia dell'umanità, da Eva in poi, è la storia degli sforzi fatti dalla donna, perché l'uomo sia sminuito e soffra, e divenga il suo uguale»).[10]

Montherlant, in quest'opera, alza la sua protesta contro un'epoca in cui i grandi valori individuali vanno spegnendosi e la democrazia diffonde conformismo. All'anticonformismo virile si contrappone, secondo l'autore, il conformismo femminile: cioè la mimetica capacità delle donne di adattarsi alla vita, di sposarla nella sua contradditorietà e mediocrità, senza mai misurarla al paragone di un'ideologia, di un assoluto. Uno dei protagonisti principali è Pierre Costals, un alter ego dell'autore, una sorta di esteta dannunziano simile ad Andrea Sperelli[11] che proclama:

«Una donna deve essere trattata come un'amante, e ciò non per un capriccio passeggero, ma costantemente.»

(H. de Montherlant, Le ragazze da marito)

L'opera, tacciata di misoginia, fu definita da Simone de Beauvoir una «cafoneria».[12] In questo periodo lo scrittore viaggiò molto, specie in Spagna, Italia ed Algeria.

Da cattolico, con venature pagane, Montherlant vide nella Chiesa romana l'erede ideale della tradizione imperiale.[13] Nella sua opera risentì molto degli scritti di Paul Adam[14], Maurice Barrès (dal quale ereditò il culto dell'individualismo e della forza[15]), Paul Bourget[16][17], André Gide; ma anche dell'influsso della grande tradizione religiosa del Seicento francese, da Racine e Corneille a Bossuet – soprattutto per lo splendore magniloquente della sua prosa e per la statura grandiosa dei suoi personaggi –, di Marco Aurelio e Seneca, dei poeti persiani Firdusi, Saˁdi, Hafez, dei cinesi Li Bai e Du Fu, della cultura giapponese dell'epoca Tokugawa.[18]

Non bastano tuttavia questi autori a spiegare interamente in Montherlant l'uomo e l'artista. Ad essi si aggiungono lo Stendhal dei cinici e risoluti eroi, e Maurras, evidente nella sua influenza quando Montherlant si dichiara cattolico di tradizione ma incredulo cattolico, per la difesa di un determinato ordine temporale ma anticristiano. Su tutto incombe l'ombra di Nietzsche e quella di Gabriele d'Annunzio, che si spinse d'altra parte a complimentarsi con lui e a cui Montherlant rese ampiamente omaggio negli ultimi carnets.[19][20]

Avant-guerre[modifica | modifica wikitesto]

«Scolaro, la mia famiglia mi assegnò un padre spirituale gesuita di destra al fine di controbilanciare l'influenza del collegio democristiano (di sinistra) in cui mi trovavo. Ciò ha influito nella mia vita facendomi di volta in volta apparire ambiguo ed equilibrato.»

( Henry de Montherlant, La Marée du soir, Paris, Gallimard, 1972, pp. 74-75.)

Dal 1932 al 1940 visse l'avant-guerre dialetticamente. Rinunciò alla pubblicazione integrale della Rose de sable, perché conteneva pagine a favore dei musulmani dell'Africa del Nord, quindi un atteggiamento critico nei riguardi della dominazione francese in Algeria («In guerra, negli stadi, avevo visto la violenza solo da pari a pari: violenza sana. Nel Nord Africa la vedo esercitata dal forte, dall'europeo, sul debole, sul nativo»[21]); inoltre l'autore non gradiva che il suo nome fosse associato alla categoria degli scrittori di sinistra.[22] Prese a collaborare a periodici di opposte tendenze politiche (L'Echo de Paris, Le Figaro, L'Intransigeant, Le Jour, Candide, ma anche Le Quotidien, La Volonté e Marianne). Si compiaceva nel ricordare che il suo Le Songe era stato ammirato da Mussolini e Masaryk; il Chant funèbre da Poincaré e Hindenburg, ma anche da Romain Rolland e Vandervelde.[23] Rifiutò premi non compatibili con alcune sue convinzioni, versandone l'ammontare equamente a soldati francesi e marocchini perché, per quanto nemici, «avevano fatto ugualmente il loro dovere»; firmò manifesti pro russi bianchi e rossi; ruppe il secondo fidanzamento nel 1934, dopo averne rotto un altro dieci anni prima.

Pur non aderendo alle battaglie portate avanti dagli intellettuali vicini all'Action française, sembrò risentirne in alcune dichiarazioni (ma non condivideva né lo spirito germanofobo né il «nationalisme attentiste»[24]) nelle quali si scagliò contro la democrazia e il pacifismo, ritenuti tra le cause della mancanza di qualità e dell'onore nella Francia contemporanea. In una intervista rilasciata al quotidiano algerino Oran-Matin, pose a confronto l'efficacia delle misure di governo della Germania con la politica di sabotage della vita morale e dei regimi economico e sociale condotta dall'élite francese.[25]

L'8 maggio 1933, sbarcato dall'Algeria, incontrò Martin du Gard con il quale commentò l'ascesa dei nazionalsocialisti: «Mi sono sempre rifiutato di andare in Germania dopo questa guerra; eppure ero persuaso che la vita nuova... sì, che la vita era lì. Oggi non voglio andarci perché, in questo momento, mi piacerebbe troppo».[26]

Nel 1935 firmò, più per solidarietà verso gli indigeni che per convinzione politica[27], un manifesto che criticava il colonialismo in genere e la politica coloniale dell'Italia in Etiopia. Critico verso lo schieramento capeggiato dai franchisti durante la guerra civile spagnola, rifiutò tuttavia l'invito di Louis Aragon a nome del governo spagnolo a recarsi a Barcellona per una conferenza, «presentendo – scrive nei Carnets – che una volta laggiù mi farebbero fare un giro nelle trincee, e allora sarebbe più forte di me, prenderei un fucile e ci resterei».[28] Nel 1938 pubblicò L'Equinoxe de septembre, contro la pace di Monaco e il pacifismo francese, in cui accusò i suoi compatrioti di opporre alla «morale leonina» degli Stati totalitari una morale da «provinciali»[29]. La storica inimicizia tra Francia e Germania avrebbe dovuto risolversi, in modo cavalleresco[30], sul campo di battaglia. Montherlant parlava di una guerra «onorevole» contro l'«onorevole» nemico tedesco; «l'élite tedesca, affermò, aveva salvato la Germania dalle conseguenze della sua sconfitta».[31] La Francia stava disertando la guerra, minata dall'«étranger de l'intérieur», da un nemico interno; si trattava di uno dei temi anti-dreyfusard per eccellenza propagandati dall'Action française.[32] Nel 1940, inabile al servizio militare, si fece inviare come corrispondente di guerra del settimanale Marianne in Oise-et-Aisne, dove fu ferito leggermente da una bomba.[33]

Scrisse inoltre per il teatro, specie dopo la seconda guerra mondiale, pubblicando opere come La reine morte (1934), Pasiphaë (1949), Malatesta (1950) e la trilogia - segnata da un rigorismo di derivazione giansenista[34] - dei «drammi sacri»; ovvero: Le Maître de Santiago (1947), La ville dont le prince est un enfant (1951), Port-Royal (1954).

Tra gli ultimi eredi del decadentismo europeo, Montherlant unì il gusto estetizzante del passato a una vena di inquieto moralismo, che lo portò sia nei romanzi che nel teatro a scrutare il dramma di anime belle e tormentate, superiori alla comune umanità: nei suoi romanzi, in particolare, amava ritrarre personaggi eroici e moralmente perfetti.

Questo culto per l'eroismo lo portò a pubblicare nel 1941, su Le Gerbe e sulla Nouvelle Revue Française diretta da Pierre Drieu La Rochelle, Le solstice de Juin; una raccolta di articoli in cui, tra l'altro, esprimeva la sua ammirazione per l'esercito tedesco, dichiarava che la Francia era stata giustamente sconfitta e conquistata[35] e auspicava che i tedeschi (eredi ideali di Licinio) giungessero a far sventolare la «ruota solare» su Notre-Dame per instaurare un nuovo ordine.[15][36]

In quest'opera riprendeva anche alcune argomentazioni già affrontate in precedenza (in Chant funèbre pour les morts de Verdun, L'Exil e L'Equinoxe de septembre) come l'impossibilità di bandire la guerra dalla vita umana in quanto connaturata a quest'ultima.[37]

Il libro non piacque però ai tedeschi che ne vietarono la circolazione in Francia, anche se per sole tre settimane; in Belgio e in Olanda, l'interdizione durò fino alla fine della guerra. L'opera spiacque ancor più alla resistenza; inoltre André Gide accusò l'autore di désinvolture e nel dopoguerra André Rousseaux lo attaccò violentemente in un articolo, per «sottomissione al nemico»; nel 1962 Philippe Soupault e Robert Kanters istituirono una sorta di processo contro di lui sul settimanale Arts.[38]

Gli anni del dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

«Sai qual è la più grande forza che ci sia al mondo? L'indifferenza. Con l'indifferenza io non muoio vinto.»

(da Il caos e la notte[7])

Accusato di collaborazionismo[39][40], finito sulla lista di proscrizione[41], nel dopoguerra gli fu proibito di pubblicare per un anno. L'adesione dello scrittore al governo del Maréchal Pétain fu essenzialmente «morale» e «spirituale»[22][42]; a Pétain lo legava l'aver preso parte, in qualità di segretario generale, alle operazioni di allestimento dell'Ossario di Douaumont, ma non ebbe incarichi attivi nel regime come altri, ad esempio Robert Brasillach, e difficili furono i suoi rapporti con Louis-Ferdinand Céline.[43]

Non mancheranno critiche dell'autore al regime di Pétain, soprattutto in merito all'educazione dei giovani: Montherlant ritenne degradanti la produzione cinematografica (il suo giudizio sul cinema fu in generale negativo: definì il cinematografo «fogna del XX secolo» e Charlie Chaplin «un mediocre pagliaccio di cinema»[44]), le riviste e le trasmissioni radiofoniche e detestabile l'istituzione della Loterie Nationale.[45] In linea con la politica famigliare del regime fu invece la seguente dichiarazione rilasciata a Radio-Jeunesse: «Con le signorine farò in fretta: quando avrò detto loro "tenete in ordine la casa, fate la cucina, dei figli e l'amore", avrò detto loro tutto».[46] Ma le critiche non riguardarono mai la politica estera; egli si limitò a denunciare gli stessi mali che avevano condotto alla disfatta della Terza Repubblica, invocando misure da parte del regime.[47]

Nella Parigi occupata dai nazisti svolse un ruolo di mediatore tra la cultura francese e quella tedesca e collaborò con il Deutschland-Frank-reich, l'annuario edito dall'Istituto tedesco di Parigi.[48] L'invito alla collaborazione con il nemico è stato individuato in un passaggio del Solstice de juin in cui Montherlant afferma che si deve «fare tutto ciò che è necessario per annientare l'avversario. Ma una volta che questi ha dimostrato di avere in mano la partita, allearsi con lo stesso spirito con lui».[49] In una conferenza del Comité France-Allemagne, introducendo l'ambasciatore tedesco Otto Abetz[50], ribadì quanto aveva già affermato nel 1929 in una allocuzione agli studenti tedeschi sulla Europäische Revue: ossia il rispetto del nemico secondo un codice dei samurai del XVI secolo.[51] Durante gli anni di Vichy fu rappresentata in serata di gala alla Comédie-Française, davanti ad una sala occupata in massima parte da ufficiali della Wehrmacht, la pièce La reine morte, diretta da Jean-Louis Vaudoyer, che raccolse consensi da parte di Pierre Drieu La Rochelle e Lucien Rebatet.[52] Tuttavia l'opera conteneva riflessioni amare, ma non golliste, che la censura tedesca non scoprì. Nel marzo 1944 lo scrittore subì anche una perquisizione da parte della Gestapo nella sua abitazione, ma senza conseguenze.[53]

Nel dopoguerra, nel rispondere alle accuse di collaborazionismo, Montherlant sostenne che la libertà di espressione sulla stampa collaborazionista era così grande da consentirgli anche di esprimere idee opposte alla politica del regime. Tra gli articoli critici verso la dominazione tedesca l'autore indicò Redevenons une insolente nation e un articolo sui moralisti persiani; a proposito del quale Montherlant affermò che nulla vi è di più contrario al nazionalsocialismo della morale e della civiltà persiana del Medioevo. Ribadì, tuttavia, il proprio rispetto verso l'avversario.[54]

Affascinato dalla figura di Sigismondo Malatesta, al quale si sentiva unito da un fantasioso legame di sangue[55], nel 1950 fece mettere in scena il dramma in quattro atti Malatesta, che ripercorreva gli ultimi mesi di vita, dal giugno all'ottobre 1468, del condottiero e signore di Rimini. L'opera fu rappresentata eccezionalmente a Rimini, all'anfiteatro romano di Lecce, a Pescara, a Fano (che fu tra i possedimenti di Malatesta) e al Teatro Romano di Gubbio.[56]

Inquadrabile nel contesto dell'anarchismo di destra[57] o del radicalismo politico[58], estraneo ai movimenti politici o d'avanguardia e lontano dalla vita mondana della capitale, Montherlant fu vivacemente contestato per le sue posizioni conservatrici durante una rappresentazione del Cardinale di Spagna (1960) alla Comédie-Française. Più che di vero conservatorismo, per Montherlant, si può parlare di un superbo, anche se anacronistico, tentativo di riportare nelle lettere francesi, in piena civiltà di massa e letteratura sperimentale, lo splendore della tradizione.

Henry de Montherlant fra le statue antiche nell'appartamento sul Quai Voltaire, Parigi.

Nel 1963 pubblicò, con discreto successo, Il caos e la notte; un ritratto, in parte grottesco, di un anarchico spagnolo incapace di approdare ad alcun significato universale; una critica sia del comunismo che della società statunitense, ma anche della Chiesa cattolica e della Spagna franchista, soprattutto per la sua compromissione con gli Stati Uniti.[59][60]

Appassionato di storia romana, nel 1965 fece rappresentare a Parigi il dramma La Guerre civile, la cui trama è imperniata sulla fase conclusiva del duello tra Cesare e Pompeo. Allo scrittore interessano non le alterne vicende belliche, bensì il conflitto fra le ambizioni rivali dei due aspiranti alla supremazia entro lo Stato romano. Nel dramma tale contrasto di idee e di programmi anima il dialogo tra Pompeo e Catone, uniti soltanto nell'avversione a Cesare che non figura sulla scena, ma la domina ed è presente come un incubo minaccioso.[61] Nel 1970 pubblicò Le Treizième César, una raccolta di saggi composti fra il 1955 e il 1970 e consacrati a Roma antica. Nell'ultimo saggio, l'età del tredicesimo Cesare – che secondo l'autore si potrebbe chiamare anche «Progrès»[62] – egli condanna amaramente l'epoca contemporanea.

Esteta armato, «anarca» – Ernst Jünger vedrà nella prefazione di Service inutile il Montherlant più vicino al prototipo dell'«anarca»[50]–, la sua vita fu segnata da uno spirito di profondo anticonformismo, che lo portò nella vita come nell'arte, a sdegnare ogni forma di convenzione in contrasto con le proprie convinzioni.[63]

Quando fu eletto nell'Académie française – di cui fu membro dal 1960 al 1972 –, senza aver proposto come da consuetudine la propria candidatura[64], egli rifiutò di indossare l'uniforme di gala e anziché pronunciare, secondo la tradizione, l'elogio funebre del suo predecessore, non esitò ad esprimere la sua divergenza di idee verso il sociologo André Siegfried.

«Non sono molto ottimista sulla durata del mio Teatro. La "pseudo-avanguardia" e il "terrore ideologico" [...] avranno facilmente ragione nell'avvenire degli scrittori che non gli convengono. Voi parlate della decisione che si deve prendere fra l'accademismo e il funambolismo, ma per quanto io so della Casa che in Francia porta il nome di Accademia, dirò che essa si sforza perdutamente di essere a sua volta funambola.»

(Da una lettera a Luigi Bàccolo, 3 giugno 1970[65])

La morte[modifica | modifica wikitesto]

«Il suicida è un vinto. Ma è davvero un vinto? Dovette essere un tema di scuola, a Roma... Rifletto un momento. Vinto, sia pure. Ma che male c'è, ad essere vinto? Dalla società? È un onore. Dalla malattia, dalla vecchiaia? È la natura. Da un nemico? È un soffio nel vento della morte, la vita è fatta di questo. Che il suicida sia o non sia sconfitto, ha poca importanza, se col suo suicidio ha testimoniato due cose: il suo coraggio, e il suo dominio. Allora, il suicidio è la consumazione della vita, come la fiamma consuma la torcia. E per questo che, nel fondo delle mie fantasticherie, si snoda una lunga processione di uomini romani. Essi marciano, a due per due, nella notte. Hanno quel viso sereno che i più coraggiosi offrono alla loro morte. Ciascuno di loro tiene nella destra una torcia viva. La sua fiamma, è la fiamma del suo suicidio, e illumina la loro strada.»

( H. de Montherlant, Mort de Caton.[66])
Targa commemorativa di Henry de Montherlant, in Rue Lauriston, Parigi.

Nel 1971 pubblicò il suo ultimo romanzo Un assassin est mon maître; giudicato una satira della società psicanalitica, costituisce anche una presa d'atto dell'antitesi tra società umanistica e cristiana e società psicanalitica[67], quest'ultima caratterizzata dalla assenza di carità, scopo invece essenziale – secondo l'autore – di tutte le religioni, come sintetizzato anche dal detto musulmano:

«Colui che avrà dato un sorso d'acqua a un cane, sarà salvato.»

Il protagonista, influenzato dall'Introduzione alla psicoanalisi di Freud, finisce per credere di essere affetto da una nevrosi; ma in realtà non c'è alcuna nevrosi in lui, a parte quella che viene considerata una forma di nevrosi e che si chiama «delicatezza d'animo». All'origine della sua nuova condizione c'è il crollo delle difese psicologiche che permettono all'individuo di sopravvivere – anche aggredendo a sua volta – di fronte allo spettacolo dell'«eterna bassezza dell'uomo egoisticamente integrato nella società».[68]

In seguito a un'insolazione nel 1959, cominciò a soffrire di vertigini e di perdite d'equilibrio, a cui si aggiunsero l'agorafobia e la perdita quasi totale della vista in seguito a un ictus cerebrale nel 1968.[69]

Divenuto quasi cieco, si suicidò nel 1972, ripetendo il gesto dei filosofi stoici che aveva pubblicamente ammirato per tutta la vita.[70] Quattro ore prima di morire dichiarò al pittore Mac'Avoy: «Sono sulla lista nera. [...] So che tutto è finito per me». Pierre Pascal, amico dell'autore, additò Roger Peyrefitte – noto per le sue uscite diffamatorie[71] – quale responsabile morale della morte[72]:

«Quel verme umano che fu cacciato dalla diplomazia per motivi che non ha raccontato e che gira per certe librerie di Roma, in compagnia di un ineffabile cugino in cerca di opere pornografiche rare, ha osato di recente, in un libro ignobilmente concepito e sporcamente scritto, scrivere su Henry de Montherlant un intero capitolo di infamie, che sono altrettante menzogne, rasentanti la polizia politica e che non meriterebbero altro che lo sfregio di una punta di spada attraverso le sue due facce… Egli ha la sua parte di responsabilità nella morte di Henry de Montherlant, e lo sa.»

(Pierre Pascal)

Durante la sua vita Montherlant fu sempre molto riservato e non scrisse mai nulla sulla propria vita sentimentale e sessuale; nei romanzi ritenuti a sfondo autobiografico i personaggi praticano la sessualità eterosessuale.[73] Nel citato libro di memorie Peyrefitte alluse a un segreto, e nel 1968 pubblicò parte della corrispondenza, secondo lui cifrata, intercorsa con Montherlant tra il 1938 e il 1941, fornendo una chiave di decifrazione che accusava lo scrittore di discutere spesso della pederastia e, indirettamente nel romanzo Le amicizie particolari (trasposto in film nel 1964), sostiene implicitamente che Montherlant avesse avuto rapporti con giovani ragazzi. Questo è riportato da Pierre Sipriot nella sua biografia di Montherlant.[74]

Prevedendo in un certo senso queste "rivelazioni", negli ultimi Carnets Montherlant le descrisse come falsità e appuntò:

«Appena sarò morto, due avvoltoi, la Calunnia e l'Odio, copriranno il mio cadavere affinché appartenga del tutto e solo a loro, e lo lacereranno.[75]»

Secondo Marie-Christine Giquel, figlioccia dell'autore, Montherlant avrebbe confidato a suo padre di avere due figli[76], la cui identità non è stata tuttavia stabilita.[77]

Tre mesi prima di togliersi la vita, trascrisse in un messaggio indirizzato a Gabriel Matzneff una frase di Ernst Jünger sul suicidio: «Le suicide fait partie du capital de l'humanité».[78] Questo tema era ricorrente nei suoi scritti.[79]

L'ultimo giorno di vita lo scelse nell'estremo dell'estate, giovedì 21 settembre 1972. Come sempre, fece colazione in un ristorante vicino a casa, quindi dormì un poco secondo una sua abitudine. Poco prima delle quattro pomeridiane allontanò con un semplice pretesto la segretaria, poi ruppe tra i denti una capsula di cianuro e immediatamente si sparò un colpo di pistola alla gola.[75] La segretaria, quando sentì l'esplosione del colpo, corse nella stanza da poco lasciata. La testa di Montherlant era rovesciata all'indietro e la pistola era ancora stretta nella mano.[75]

Accanto al corpo, insieme a tre lettere (una per la segretaria, una per l'ufficiale giudiziario, in cui spiega che trattasi realmente di suicidio per evitare aperture di indagini, e una per suo cugino, lo scrittore cattolico Michel de Saint Pierre), fu rinvenuto un documento firmato e datato diversi mesi prima in cui lasciò scritto:

«Desidero espressamente che il mio cadavere non sia esposto al pubblico e che nessuno possa vederlo, salvo quelle persone che vi sono obbligate per dovere del loro ufficio. Il mio corpo dovrà essere condotto, senza alcuna cerimonia né civile né religiosa, direttamente dal luogo del mio decesso ad un cimitero dove possa essere cremato. Non mi importa di ciò che avverrà delle mie spoglie. Questa disposizione sottintende non c'è bisogno di dirlo che non dovranno esserci né fiori, né corone, né evidentemente discorsi.»

Fu la coerente conseguenza di un particolare modo concepire la propria esistenza. L'idea del suicidio in Montherlant non nacque da un momento di debolezza, ma trovò la sua radice in una concezione pagana della vita e nel fortissimo ideale estetico che lo animava e che lo portava a respingere ogni appannamento, ogni deterioramento. A ciò si univa la convinzione di avere esaurito il proprio compito terreno: così egli volle uscire di scena, scegliendo il suicidio, una «particella di libertà, nella necessità».[80]

Montherlant tuttavia comprendeva le ragioni della morale cristiana che si opponeva al suicidio: «Se ammiro il coraggio di coloro che si suicidano — aggiungeva nello stesso testo — ammiro anche il coraggio di coloro che per quindici secoli — secoli del cristianesimo — hanno sopportato tutto, perfino le cose più atroci, senza suicidarsi. Il coraggio di morire e di non morire».

Per questo motivo, Montherlant pensava che il suo gesto finale non contraddicesse i principii del cristianesimo. Egli stesso annota in La marée du Soir - Carnets 1968-1971[81]:

«Mi comunicano questa frase, che ben si conviene a ciò che io ho spesso scritto del suicidio, ma che conviene meno, mi pare, ai commenti dei teologi: "È proibito uccidere e uccidersi, se non per ordine di Dio e per ispirazione dello Spirito Santo" (San Tommaso, Dei dieci comandamenti, cap. V).»

Ma anche: «Quest'uomo che si considera cristiano, si è tirato un colpo di revolver perché non era più d'accordo col mondo che è stato creato. Ha fatto un segno di croce sul revolver, l'ha baciato e se n'è andato».[75]

Inoltre, afferma di avere consultato un cattolico eminente: questi gli rispose che le cerimonie ufficiali che generalmente accompagnano la morte dei cattolici non erano necessarie e che contava soprattutto l'intenzione. Secondo questa spiegazione, che Montherlant fa sua, i funerali religiosi sono un onore che la Chiesa riserva ai suoi fedeli e che questi ultimi possono rifiutare.[82]

Negli stessi Carnets, alla data del 14 gennaio 1971, è scritto[81]:

«C'è una parola che cito qui per la quarta volta almeno nei miei scritti, la parola di Lyautey che muore: "Muoio della Francia". Mi dispiace solo che queste parole di Lyautey non siano quelle con cui finiscono non soltanto questi "carnets", ma tutta la mia opera. Tuttavia, anche se il caso farà che la mia opera si fermi per sempre su altre parole, sono queste che moralmente saranno state le ultime.»

In un primo testamento aveva lasciato scritto: «Desidero che il volto del mio cadavere venga ricoperto con la maschera di guerriero romano, che mi si posi sul letto l'Eros funebre e sul basso ventre la testa di toro di Guadalest. Che le mie ceneri vengano disperse in Roma». Le sue ceneri furono così sparse dall'esecutore testamentario Jean-Claude Barat e dallo scrittore Gabriel Matzneff sulle lastre del pavimento del Tempio di Portuno, nel Tevere, nei pressi dell'Isola Tiberina e – come raccontò Matzneff nel Figaro – sul Foro, lanciate da «un muretto a gomito che domina l'arco di Settimio Severo e la Curia e che, secondo una tradizione antica, è il punto preciso in cui Remo e Romolo furono allattati dalla Lupa». Era la notte tra il 21 e il 22 marzo 1973. «La luna alta nel cielo» – scrive Matzneff – «rischiarava il paesaggio di morte ed un complice vento portò Montherlant verso l'angolo occidentale della basilica Emilia, là dove l'Argileto sfocia sul Foro... Simili alle ali diafane di una farfalla, alcune ceneri caddero volteggiando sulle foglie degli oleandri».[83] Matzneff aggiunse che:

«Fu un atto quasi liturgico colmo di emozione e di pietas. L'amore per Roma antica era stata la nostra complicità. Montherlant era innamorato di Roma, più ancora che della Grecia. Innamorato di Roma come lo fu della vita anche se il tema costante delle sue conversazioni era la morte. Si uccise proprio perché amava la vita. Perché non poteva più vivere la vita che amava. Per rispetto di sé e degli altri. Perché aveva l'orrore estetico della decadenza, proprio di uno stoico aristocratico. Sentì che era "ragionevole" concludere, poiché la sua opera era conclusa. Ma non voleva una tomba, voleva involarsi: lo spargimento delle ceneri era la forma più sicura per scomparire e anche la più asociale. Perché Montherlant fu asociale fin nella morte.»

(Gabriel Matzneff, Le défi, Paris, La table ronde, 1988))

Questo desiderio, «essere ridotto in ceneri dal fuoco, affinché fossero disperse a brezza leggera sul Foro, tra i Rostri e il Tempio di Vesta», riferito da Pierre Pascal a Julius Evola (autore elogiato da Montherlant nei suoi ultimi anni[84]), fu alla base della volontà testamentaria simile espressa dal filosofo italiano alla sua morte nel 1974.[85] I suicidi di Yukio Mishima (1970) e Dominique Venner (2013) sono stati paragonati all'estremo gesto di Montherlant, e in particolare si è sostenuta un'influenza sul pensiero di Venner dello scritto di Montherlant Il solstizio di un giugno.[86]

Temi[modifica | modifica wikitesto]

«Baciamo la mano che non possiamo recidere.»

(Ferrante in La regina morta[87][7])

Henry de Montherlant elabora una vasta opera narrativa in cui parla dei beni della vita con una lirica esaltazione che spesso rasenta l'estetismo ma anche un acuto senso di psicologia virile. Sull'alveo aperto da Barrès, Montherlant rende la sua materia con alta tenuta di stile, in forma brillante, densa e sostenuta nello stesso tempo.

Gli autori che preferiva erano Montaigne, Racine, Pascal; i moralistes del XVI e del XVII secolo, La Rochefoucauld, Jean de La Bruyère, Vauvenargues, Chamfort, Rivarol, Joubert. Nel XIX secolo Chateaubriand, Stendhal, Barrès (soprattutto il primo Barrès). In Svizzera, Amiel. In Germania, Goethe e Nietzsche. In Italia, D'Annunzio.[88] In La Marée du soir scrisse che Dante e Racine erano gli unici poeti che lo interessassero; e riteneva che il primo sarebbe stato odiato dai contemporanei per la sua «energia», il secondo sarebbe stato incompreso a causa della sua «sensibilità».[89]

Nel dopoguerra, scrive che gli scrittori che mancano oggi, della sua generazione, sono quelli che hanno scritto o fatto i più grandi «errori»: Drieu, Bernanos; perché non hanno cercato di essere «importanti».[90]

Syncrétisme et alternance[modifica | modifica wikitesto]

All'incirca verso il 1927, con Aux fontaines du désir (1927), La petite infante de Castille (1929), Les Célibataires (1934) e soprattutto Service inutile (pubblicato nel 1935 in Francia e nel 1939 in Germania), Montherlant sembra attenuare il culto dell'eroismo e dell'onore per approdare a una riedizione del biblico «vanità delle vanità, tutto è vanità».

Un solo valore, una sola realtà è degna di galleggiare sul mare del nulla[91]: l'individuo, l'anarca, che sceglie la libertà di dire di no, privo di norme cui regolare la propria condotta, solo di fronte a se stesso, solo giudice di se stesso. Montherlant a questo punto si autoproclama cavaliere «du néant» e, sulla base di questa visione tragica, tenta di edificare una filosofia della prassi, che si sintetizza nel concetto di alternance: dal momento che in assoluto non vi è nulla di vero, tutto è vero.

Centrale nelle sue opere, da questo momento, è il principio eracliteo dell'alternanza, teorizzato in Syncrétisme et alternance, per cui valori incompatibili tra loro coesistono e si equivalgono[92]; è la perpetua oscillazione tra i valori dell'azione e quelli della rinuncia, che consiste nel conquistare il mondo delle cose per misurarne la nullità. Perciò è stato affermato che egli ha fatto proprio lo sguardo nietzschiano del «biologista dei valori». Montherlant teorizza il suo service inutile, la gratuità dell'azione; esemplare è in tal senso una frase dell'arcivescovo di Parigi Georges Darboy, posta in epigrafe al saggio Service inutile: «Il vostro errore consiste nel credere che l'uomo deve fare qualcosa in questa vita».[93] Il motto dell'autore è «vivere la vita come se ci si credesse», ma senza credervi veramente, affinché non diventi una cosa seria e non si disperda la gioia della sua «inconcludenza sublime».[94] Da tale visione derivano il distacco e l'indifferenza verso la realtà circostante e l'azione intesa come diversivo:

«I bambini trascorrono una giornata a costruire un fortino di sabbia, sapendo che la marea della sera lo distruggerà. Questa immagine mi ha sempre perseguitato, simbolo dell'azione intesa come gioco, che è in fondo l'unico modo che la giustifichi. Ma, a ben vedere, quel che c'è di meraviglioso è che sia la distruzione ad animare in parte i bambini. I loro occhi radiosi quando costruiscono il forte. I loro occhi radiosi quando lo vedono distruggere dalla marea. Che l'uomo ami distruggere quello che ha fatto o ciò che gli sta a cuore, questo è noto. Ædificabo et destruam. "Costruirò. E poi distruggerò quello che ho costruito".»

( Henry de Montherlant, Carnets 1958-1964: Va a jouer avec cette poussiere, Paris, Gallimard, 1966, p. 148.)
Julián Romero de las Azanas y su santo Patrono, (El Greco, 1612-1618)

Pur negando ogni prospettiva fideistica, Montherlant conserva nella sua opera il senso del religioso o del profondo, che gli suggerì la Présentation du Capitaine Romero, una riflessione su un dipinto di El Greco:

«I due supplicanti del "Romero" sono il reale, poiché è presumibile che quelle espressioni prestate loro dal pittore, le abbiano talvolta veramente avute strettamente tali come le vediamo nel quadro; e nel tempo stesso trascendono il reale. Sono umani quanto è possibile esserlo, e nello stesso tempo portano il riflesso del divino. [...] Oltre il reale e oltre l'irreale, c'è il profondo. Al di là di una semplice realtà di impulsi fisici e relazioni quotidiane, oltre l'artificialità delle virtù di pura maniera e i codici di condotta, c'è questa profondità, accessibile solo mediante l'introspezione e la contemplazione di ciò che è. Questo paradiso del profondo può essere raggiunto solo dallo sforzo personale dell'individuo e la scoperta non può essere comunicata agli altri.[95]»

Montherlant vede questo stesso concetto espresso anche nella cultura giapponese e lo fa coincidere con lo yūgen: «I giapponesi del Medioevo chiamavano yūgen questo fiore di delicatezza, e lo rappresentavano nei loro manoscritti sotto forma di un augello bianco recante un fiore bianco al becco.[96] [...] lo yūgen, ossia quello che si trova al di sotto della superficie, e non può essere intravisto dai fatui».[97]

Inoltre, la sua visione della realtà risente della filosofia stoica, delle opere di Seneca e di Marco Aurelio, i cui insegnamenti egli considera fondamentali per il conseguimento della padronanza di sé.[98]

Dalla frequentazione dei presocratici gli deriva la concezione dell'universo basata sulla coniunctio oppositorum: l'anima del mondo è questo «fuoco diffuso in ogni membra dell'universo, come la vita nei viventi. Goethe e Attila sono emanazioni della medesima fonte di energia universale. Fenomeni della natura, in quanto tali sono legati l'un l'altro. La bellezza dell'universo, e la sua grandezza, sono costituite sia da ciò che chiamate male che da ciò che chiamate bene».[99]

La morale di Montherlant è quella dell'agire per agire, senza alcuno scopo, per il puro gusto di agire, di muoversi; azione totalmente libera, priva di ragione. Cercare, «sapendo che il problema è insolubile»; servire, sorridendo all'ideale a cui si serve; ma «riconoscere, comprendere e sopportare» ciò avendo continuamente la «dolorosa e inutile» convinzione di essere nel giusto: infatti «è necessario che io conquisti un punto fermo da cui poter slanciare verso l'alto, superando finalmente me stesso. Ma come e con quale mezzo? [...] Io mi getto nelle braccia dell'assurdo. O anima!».[94]

Il concetto di alternanza ritorna più volte nelle sue opere, associato ora alla ruota solare, ora all'equinozio d'autunno, come nei saggi de L'Equinoxe de Septembre: il 24 settembre, il giorno dell'equinozio, quando il giorno è uguale alla notte; «nella festa di questo santo mistero, nel quale il sì e il no si equivalgono. È il giorno della pace e la notte della guerra. Uno o l'altro, ni más, ni menos, né più né meno, come è scritto nel famoso quadro di Juan de Valdés Leal».[100] Due concezioni opposte non sono che deviazioni differenti di una «stessa verità».[101]

Nei Carnets il medesimo concetto è reso mediante una metafora legata alle onde del mare: «Nel vederle così lontane [le onde], si penserebbe che copriranno la terra; arrivano, un movimento opposto le cancella; la più audace non ha guadagnato un metro in più delle altre, quando già si ritira e cessa di essere nel seno senza gloria del mare. L'uccello degli spazi guarda questo movimento eterno, e vede l'immobilità».[102]

Esteta armato, i nemici di Montherlant sono tutti coloro che partecipano al mondo falso e convenzionale degli adulti: scrittori impegnati, politici, confessori, parentele, eredi. Al vertice quale nemico per antonomasia è il civis che insidia la cittadinanza poetica dell'eterno Jüngling.

Perciò, l'estata armato è costretto all'esilio permanente in luoghi che gli consentano di sfuggire al controllo e alle regole della società civile: ecco l'arena, lo stadio, la trincea, poi la fontana, il giardino, l'oasi nel deserto. Lo sfondo per eccellenza è quello dell'Europa mediterranea e del Nordafrica.[103]

La guerra e lo sport[modifica | modifica wikitesto]

Altro tema che caratterizza la sua opera e sul quale il suo giudizio rimase immutato è la centralità della guerra nella vita umana. Gli uomini, nel battersi tra loro, scoprono una realtà «familiare» alla loro natura più profonda, rimasta nascosta fino a quel momento dalle «sovrastrutture della società», ovvero dal «progresso civile» e dalle banalità da «midinettes» della vita borghese.[37] Ai valori della pace Montherlant contrappone quelli della «civiltà della guerra» (coraggio, complicità, compagnonnage[104]) che i soldati sperimentano sul campo di battaglia.[105]

Montherlant sembrava accettare l'idea della guerra secondo una visione futurista quasi come «igiene del mondo», un fatto capace di rivelare negli uomini le loro qualità e soprattutto il loro coraggio poiché, a volte, proprio dalla guerra vengono i buoni e i migliori. Era senza dubbio una concezione aristocratica che gli faceva considerare in teoria anche un principio autoritario. Non quello «biondo» come definiva il tedesco e neppure quello «dilettantistico» come supponeva il gollista ma preferiva l'italiano sia per l'influenza che gli veniva dalla simpatia per D'Annunzio sia dalla comprensione per Marinetti.[106]

L'esperienza della guerra non è connessa al patriottismo, ma piuttosto alla necessità di fuggire dalla mediocrità della vita quotidiana. La guerra si configura come un'esperienza «stimolante e purificatrice», di «elevazione spirituale e sfogo degli istinti, dedizione a un ideale»[107]. Essa va inoltre vissuta in modo cavalleresco, nel rispetto del nemico, secondo la lezione dei samurai; a tal proposito risulta esemplare l'aneddoto che Montherlant riporta in Le parapluie du samouraï (L'équinoxe de septembre, 1938): si racconta di due guerrieri giapponesi che si recano sul terreno per battersi, ma sopraggiunge la pioggia e dal momento che uno dei due è sprovvisto di ombrello l'altro lo ripara sotto il proprio, prima di sguainare la spada e di uccidersi l'un l'altro.

Alla cultura giapponese si richiamò anche quando ebbe a commentare amaramente il tramonto dell'onore. Nel saggio intitolato Un senso perduto commentò un fatto di cronaca con un altro, ma occidentale e non meno ammirevole: Montherlant elogiò lo stoicismo di una donna giapponese, moglie di un tenente, la quale si uccise affinché il marito si sentisse liberato di ogni preoccupazione nei suoi confronti, mentre era in servizio. Dopo essersi vestita con l'abito tradizionale ed essersi dedicata a preparativi estremamente complicati, la giovane donna si era seduta dinnanzi agli dèi della sua famiglia e si era recisa una arteria del polso.[108]

Alla guerra segue l'elogio dello sport, come mezzo di sviluppare, non solo fisicamente, ma intellettualmente la propria personalità; di evadere da un ambiente, da consuetudini di vita che su tale sviluppo sortiscono effetti perniciosi; di sottrarsi ai tormenti della cosiddetta età ingrata e di conquistare una castità che nulla abbia di morbosamente ascetico. Montherlant richiama inoltre l'attenzione degli intellettuali sui campi sportivi dove ognuno di loro avrebbe dovuto trascorrere fin dall'adolescenza qualche giornata ogni mese; e il richiamo è carico di rimprovero in quanto il dualismo fra intellettualità e vita fisica è ritenuto una delle cause dirette della crisi di ogni cultura.

Ciò che viene attaccato è il disprezzo verso l'attività fisica, considerata come inferiore con il risultato che, ogniqualvolta si trova davanti a una prova seria, l'intellettuale dà in una crisi di coscienza o nell'isterismo. L'esperienza sportiva offre infine nuove possibilità di poesia, come nelle Olympiques e nel Songe, in cui convergono tematiche tipiche degli autori greci Pindaro e Tirteo.[109]

Tuttavia, già in Aux fontaines du désir (1927), quello che pareva nato per esaltare tutti coloro che marciano, corrono, che diceva di voler morire da guerriero, per trovarsi poi un giorno nel paradiso all'ombra delle spade, non comprende più né la fretta né la smania, né la competizione né il record; e attribuisce al concetto della velocità la «même vulgarité que le concept de nombre», poiché entrambi farebbero «une figure d'une grande bassesse en face du concept de qualité». Infine sdegna e rifiuta l'intervento del cronometro nelle gare, chiamando ridicolo il mito che dà importanza alla differenza di un decimo di secondo.[110]

La giustizia e la carità[modifica | modifica wikitesto]

«Non esiste il potere, ma soltanto l'abuso di potere.»

(Cardona in Il Cardinale di Spagna.[111][7])

Nelle sue opere importanza è data anche alla giustizia e alla carità. Montherlant — ha scritto Kléber Haedens — ha cercato sempre, sia nei suoi romanzi sia nel suo teatro, di essere giusto con i suoi personaggi, dando a ciascuno i propri meriti. Montherlant pensava che gli scrittori d'oggi non amassero a sufficienza le loro creature. Infatti già dal 1929 aveva estratto dalla sua opera un intero volume di frammenti scelti dal titolo Pagine di tenerezza.[82] In tutta la letteratura di Montherlant ci sono momenti sublimi, nei quali si sente irradiare la dolcezza. Il suo amore per la gioventù che gli ispirò scene di collegio, di guerra, di arene di tori. Montherlant era un uomo generoso. Non c'è contraddizione nel fatto che quest'uomo generoso, amante di una vita che si esprime pienamente nella libertà della gioventù seguisse con tristezza l'evoluzione del mondo.

Montherlant soffriva davanti allo spettacolo della religio depopulata[112] e per l'avvilimento e la stupidità di dottrine che pretendono di ridurre l'uomo a uno stato di cellula meccanica di una società senz'anima. Roland Laudenbach, che lo frequentò per trent'anni, offre una testimonianza significativa: «Per Montherlant tutto andava sempre peggio: Montherlant credeva che Tartufo aveva vinto e che le macchinazioni, gli imbrogli, la viltà e il disordine avrebbero finito per sommergere ogni cosa».[82]

Per Montherlant il fenomeno più rilevante del ventesimo secolo era l'onnipotenza della propaganda, che porta a screditare l'uomo in quanto essere pensante. L'organizzazione della propaganda è di una così grande potenza e abilità internazionale che, ovunque nel mondo, l'uomo, anche quando ha un qualche valore, non è più in grado di resistervi.

Il mondo contemporaneo gli appare governato da snobismo sociale, politico, intellettuale, religioso, artistico, economico. Per snobismo intende l'inclinazione ad assumere un'opinione contraria ai propri convincimenti, soltanto perché sembra conveniente e accettata dalla maggioranza. Lo snobismo delle classi popolari è uguale e superiore a quello delle élite.

Molte cose mancano – secondo Montherlant – nel mondo contemporaneo, soprattutto l'intelligenza – quella reale, non quella degli intellettuali – e la carità, quella reale, e non quella delle persone che fanno carriera nell'altruismo.[113]

Quanto alle conquiste della scienza contemporanea, afferma di ammirarle nella stessa misura in cui ammira l'acrobata che si esibisce in un volteggio, e per questo gli sembra una specie di essere mostruoso. Per Montherlant le cosiddette conquiste della scienza sono il prodotto di un'intelligenza deviata. Perché l'uomo che gira intorno alla Terra o alla Luna può essere allo stesso tempo un sciocco nella sua vita privata, uno sciocco nella sua assenza di pensiero o nel suo pensiero.[114]

Montherlant è della stesso avviso della regina Jeanne che ne Le Cardinal d'Espagne afferma: «Andare a portare l'ordine nelle Indie quando non si è in grado di mettere ordine in casa!».[115]

Vi sono infine alcuni ideali ricorrenti a cui è rimasto fedele: austerità, coraggio e aristocrazia, riconducibili all'educazione impartitagli dalla madre, all'etica dei samurai e del mondo cavalleresco e nobile della Castiglia. Luogo della sua formazione spirituale resta pur sempre la Spagna classica – del Cid Campeador, della Reconquista, del misticismo castigliano e del Don Chisciotte – che lo ha educato al disprezzo della mondanità.[116]

Il teatro[modifica | modifica wikitesto]

«Saremo gli ultimi! Quanta forza in questa parola, ultimi, che s'apre sul nulla sublime!»

(Alvaro in Il gran maestro di Santiago)

Nel secondo periodo della sua vita, Montherlant realizza una serie di drammi che vengono rappresentati a distanza di tempo dalla loro composizione. I drammi dell'autore francese non appartengono all'attualità nel senso cronachistico del termine, in quanto non rispecchiano vicende di oggi. Montherlant si preoccupava che non si riscontrassero, nelle sue opere di teatro, allusioni alla attualità: «Il rispetto che si deve ai personaggi della storia vieta di farne dei semplici portavoce del nostro tempo». Egli riteneva che ci fosse qualche cosa di facile e di volgare in quest'ultimo metodo: «l'autentica attualità è in ciò che è eterno».[117] Ma lo stato d'animo di cui si fanno portavoce, la rivendicazione dell'onore e della dignità umana in senso rigoroso e formale contribuiscono a spiegare anche certi momenti del difficile dopoguerra francese.

La formula drammatica di Montherlant oscilla tra l'obbedienza alla rigida struttura della tragedia classica francese e il richiamo a forme più libere del dramma romantico (rievocazione storica, costumi riccamente ricostruiti, atmosfere accese). Dal punto di vista tematico tutto il suo universo teatrale ruota attorno a un assunto fondamentale: alla mediocrità del mondo e del consorzio umano si oppone l'eroismo di un uomo solo, diviso tra il desiderio dell'azione e il dubbio rispetto alla sua stessa utilità.[118]

Viene ribadita dunque la tesi dell'universale vanità e il concetto di alternance. Poiché il mondo sarebbe privo di ogni significato, l'individuo si trova di fronte ad un bivio: o soddisfare sino in fondo il suo amor proprio, il suo orgoglio, la sua sensualità, come l'insaziabile Don Juan in La Mort qui fait le trottoir, oppure negare tutti i valori mondani e annullarsi misticamente nella divinità. Così, nella Regina morta (1942) vediamo il re Ferrante condannare a morte Inès, non tanto per esigenze di ragion di Stato, a cui lui stesso non crede affatto, bensì per orgoglio e per cinismo. Nel Maestro di Santiago (1947), in La ville dont le prince est un enfant (1951), in Port-Royal (1954), i protagonisti abbandonano invece ogni velleità di gloria mondana per sprofondare nella pace, ad un tempo dolce e austera dell'Essere o del nulla, secondo la formula «Dieu est le rien» di Meister Eckhart.[119] Tale concezione, eroica e tragica, rende insomma possibile, agli occhi di Montherlant, un'oscillazione tra epicureismo e giansenismo, tra religione del piacere e religione dell'austerità.[120]

I personaggi del teatro di Montherlant vivono, in genere, il dramma dello disfatta di fronte all'incomprensione e della conseguente solitudine; sotto questo aspetto si intravede la mediazione della tragedia sofoclea.[94]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Narrativa[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Racconti[modifica | modifica wikitesto]

  • Les Voyageurs traqués:
    • Aux fontaines du désir (1927)
    • La Petite Infante de Castille (1929)
    • Un voyageur solitaire est un diable (1961)
  • Pubblicazioni postume:
    • Mais aimons-nous ceux que nous aimons ? (1973)
    • Le Fichier parisien (1974)
    • Coups de soleil (1976)
    • Quelques mois de féerie, quelques jours de galère. Inédits nord-africains (1926-1940) (1995)

Saggi[modifica | modifica wikitesto]

  • La Relève du matin (1920)
  • Les Olympiques (1924)
  • La mort de Peregrinos (1927)
  • Mors et vita (1932)
  • Service inutile (1935)
  • L'Équinoxe de septembre (1938)
  • Les Nouvelles chevaleries (1941)
  • Le Solstice de juin (1941)
  • Notes de théâtre (1943)
  • Textes sous une occupation (1940-1944) (1963)
  • Discours de réception à l'Académie française et réponse du duc de Lévis Mirepoix (1963)
  • Le Treizième César (1970)
  • La Tragédie sans masque. Notes de théâtre (1972)
  • Essais critiques (1995)

Carnets[modifica | modifica wikitesto]

Poesia[modifica | modifica wikitesto]

  • Les Sauteurs de haies (1924)
  • Encore un instant de bonheur (1934)

Lettere[modifica | modifica wikitesto]

  • Correspondance (1938-1941), présentation et notes de R. Peyrefitte et Pierre Sipriot, Robert Laffont, 1983
  • Lettres à Michel de Saint Pierre, préface de Michel de Saint Pierre, Albin Michel, 1987

Vari[modifica | modifica wikitesto]

  • Pages catholiques, recueillies et présentées par Marya Kasterska, Plon, 1947
  • Dessins, préface de Pierre Sipriot, Copernic, 1979

Traduzioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • Quelle che prendiamo tra le braccia: dramma in tre atti, in Sipario, nº 63, 1951.
  • Il gran maestro di Santiago; La regina morta; Malatesta, traduzione di Massimo Bontempelli, Camillo Sbarbaro, Milano, Bompiani, 1952. Riedito in parte: Malatesta : dramma in quattro atti, traduzione di Camillo Sbarbaro, con una nota critica di Luca Scarlini, Rimini, Raffaelli, 1995.
  • Gli scapoli, traduzione di Egidio Bianchetti, Milano, Mondadori, 1953.
  • Ragazze, traduzione di Maria Luisa Cipriani Fagioli, con Pietà per le donne, Il demone del bene, Le lebbrose, Milano, Mondadori, 1958. Nuova traduzione: Le ragazze da marito [Volume primo della tetralogia], traduzione di Cesare Colletta, Milano, Adelphi, 2000.
  • Il cardinale di Spagna; Port-Royal, traduzione di Giuseppina Gozzini, Camillo Sbarbaro, Milano, Bompiani, 1961. Riedito in parte: Port-Royal, traduzione di Camillo Sbarbaro, Torino, Nino Aragno Editore, 2015.
  • Il caos e la notte, traduzione di Giuseppe Mormino, Milano, Bompiani, 1965.
  • La guerra civile : dramma in tre atti, premessa e traduzione di Piero Buscaroli, Torino, Fògola, 1976.
  • Il solstizio di giugno, introduzione e traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983.
  • Pasiphaë, traduzione di Luca Coppola, introduzione di Claudio Vinti, Palermo, Novecento, 1990.
  • L'infinito è dalla parte di Malatesta, introduzione di Giuseppe Scaraffia e appendice a cura di Moreno Neri, Rimini, Raffaelli, 2004.

Premi letterari[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Montherlant, Henry Millon de, Treccani.it
  2. ^ Jean Bergeaud, Je choisis ... mon théâtre: Encyclopédie du théâtre contemporain, Éditions Odilis, 1956, p. 451.
  3. ^ a b Nic, p. 439
  4. ^ «Mithra uccide il Toro: ma ecco che dal sangue si genera il vino, dal midollo il grano e tutti i vegetali, dallo sperma le bestie buone agli uomini. Dall'atto sanguinario originano i beni della terra: il corno taurino si è fatto simbolo di abbondanza. Domani, sino alla fine dei tempi, Mithra rinnova il sacrificio del Toro divino. E da esso scaturisce non più questa vita terrena ma la risurrezione dei corpi e delle anime, coi castighi e le felicità eterne.»
  5. ^ «La tauromachia è qualcosa che va molto lontano. Il dramma taurino, noi possiamo incontrarlo a tutte le cantonate della vita e per tutta la vita. Avrei molte cose da dire a questo proposito e con profondità ben maggiore di quando ne scrivevo trent'anni fa. Quello che dovrei dire è essenzialmente questo: il dramma del toro, nel quarto d'ora della corrida, riproduce la vita dell'uomo, riproduce il dramma dell'uomo: nella passione di un animale l'uomo viene ad assistere alla sua passione». Henry de Montherlant, IV Nota, in Il cardinale di Spagna, Milano, Bompiani, 1960.
  6. ^ Maria Luisa Belleli, Il Sole nero dei poeti: saggi sulla letteratura francese dell'Otto-Novecento, Caltanissetta, S. Sciascia, 1975, p. 305.
  7. ^ a b c d Davide Brullo, Montherlant: la nobile forza di un "torero" indifferente
  8. ^ Vat, p. 15.
  9. ^ (FR) En 1919, création de l’Ordre, su montherlant.be.
  10. ^ a b Giorgetto Giorgi, Montherlant, in Dizionario critico della letteratura francese: diretto da Franco Simone, I, Torino, U.T.E.T., 1972, p. 835.
  11. ^ Henry de Montherlant. Le ragazze da marito - recensione
  12. ^ Simone de Beauvoir, Miti: Montherlant o il pane del disprezzo, in Il secondo sesso, Milano, Il Saggiatore, 1961, pp. 249-263.
  13. ^ MONTHERLANT, Henri de, in «Enciclopedia Italiana», Appendice I, Roma 1938, ad vocem.
  14. ^ Jean-François Domenget, Sous la bannière de la droite, in Montherlant critique, Genève, Droz, 2003, p. 40.
  15. ^ a b Carlo Lauro, La coppia è un ingranaggio di avventure, in L'Indice dei libri del mese, nº 12, 2000, p. 11.
  16. ^ (FR) Henry de Montherlant, Charles Maurras, in Le Nouveau Mercure, n. 4, aprile 1923, pp. 9-12.
  17. ^ Pas, p. 69
  18. ^ Ce que je dois aux maîtres de l’Iran (I), su teheran.ir.
  19. ^ «I miei due primi libri, La Relève du Matin e Le Songe, sono addirittura impregnati del Fuoco fino all'intossicazione. Lo stesso si dica del capitolo finale dei Bestiaires. Nelle Olympiques vi è l'influenza di un altro D'Annunzio. [...] D'Annunzio riappare nel Solstice de Juin. [...] A partire dal Solstice, l'influenza di D'Annunzio su me sparisce. Io scrivo, da allora, per il Teatro, e penso che nel Teatro bisogna rifuggire dalla poesia, come dal diavolo. Ma avevo subito quella influenza fino a quarantacinque anni!». Maurizio Serra, p. 211; Henri de Montherlant, D'Annunzio ed io, in Il Giornale d'Italia, 9-10 luglio 1963, p. 3.
  20. ^ Francesco Casnati, Montherlant, in Vita e Pensiero, febbraio 1952, p. 91.
  21. ^ (FR) Pierre Sipriot e Henry de Montherlant, Montherlant par lui-même, Paris, Éditions du Seuil, 1966, p. 101.
  22. ^ a b Vin, p. 103.
  23. ^ Jean-Louis Garetvt Éditions des Écrivains, Un écrivain dans le siècle: Henry de Montherlant, Paris, 1999, p. 86.
  24. ^ Vin, p. 99.
  25. ^ Oran-Matin, 26 marzo 1933. Vin, p. 90-91.
  26. ^ Roberto Calasso, La società viennese del gas, in L'innominabile attuale, Milano, Adelphi Editore, 2017, p. 56.
  27. ^ Maurizio Serra, p. 214.
  28. ^ Luigi Bàccolo, p. 187.
  29. ^ (ES) Ignacio Elizalde, Literatura y espiritualidad, España, 1983, p. 420.
  30. ^ Vin, p. 114.
  31. ^ Micheline Tison-Braun, La crise de l'humanisme: 1914-1939, Paris, Nizet, 1967, p. 342.
  32. ^ Jean-François Domenget, Sous la bannière de la droite, in Montherlant critique, Genève, Droz, 2003, p. 43.
  33. ^ Nic, p. 440
  34. ^ Montherlant, Henry Millon de, su Enciclopedia on line Treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  35. ^ Loc.
  36. ^ Nella «ruota solare» l'autore vide però, secondo una sua personale interpretazione, un simbolo di uno dei concetti chiave che caratterizzarono sia la sua vita sia le sue opere: e cioè l'alternanza. Tutto ciò che esiste è, per l'autore, «sottomesso all'alternanza. Chi lo comprende ha compreso tutto. Gli antichi Greci ne sono impregnati. E sembra che la Cina antica assunse come emblema il drago dalla coda oscillante, per testimoniare tale principio. La natura avanza di contrario in contrario. Nell'uomo, quel segreto piacere che egli prova a "rinnegarsi", che non è niente altro che portare alla luce le parti di se stesso che prima soffocava, è il piacere di sentire il proprio accordo profondo con l'ordine delle cose». Henry de Montherlant, Il solstizio di giugno, traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983, p. 195.
  37. ^ a b Vin, p. 58
  38. ^ Vin, pp. 95-97.
  39. ^ Eugenio Di Rienzo, Resistenti, indifferenti e «collabò» L'intellighenzia francese sotto Hitler, il Giornale.it, 31 agosto 2011.
  40. ^ Pierre Vial, Jean Giono e "Le Chant du Mond", in Centro Studi La Runa, 10 dicembre 2009.
  41. ^ Pas, p. 68.
  42. ^ Paul Gentizon, Ai miei amici italiani. Sguardi sulla Francia: La casa capovolta, in Corriere della Sera, a. 69, n. 244, 12 ottobre 1944, p. 1.
  43. ^ Vin, p. 105
  44. ^ Chapliniana: Chaplin e la critica, Bari, Laterza, 1979, p. 100.
  45. ^ Vittorio Abrami, A colloquio con Montherlant, in Il Popolo, 26 ottobre 1963, p. 5.
  46. ^ Maurizio Serra, Una cultura dell'autorità: la Francia di Vichy, Bari, Laterza, 1980, p. 118.
  47. ^ Vin, p. 105.
  48. ^ Ernst Jünger, Antonio Gnoli, Franco Volpi, I prossimi titani: conversazioni con Ernst Jünger, Milano, Adelphi, 1997, p. 94.
  49. ^ Luigi Bàccolo, p. 190; H. de Montherlant, Il solstizio di giugno, traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983, p. 183.
  50. ^ a b Maurizio Serra, p. 216.
  51. ^ Vin, p. 94.
  52. ^ Mary Ann Frese Witt, The Search for Modern Tragedy: Aesthetic Fascism in Italy and France, New York, Cornell University Press, 2001, p. 206.
  53. ^ Pas, pp. 73-74.
  54. ^ In un articolo scritto in occasione della morte del suo traduttore per il tedesco, lo storico Karl-Heinz Bremer, raccolto in volume nel 1943 in Belgio, scrisse: «Un giorno i nugoli (le ideologie) che riempiono il cielo al di sopra di coloro che combattono si riuniranno. E saranno solamente uno. Poi questo nugolo si dissiperà. Di questi corpi e di questi nugoli, resterà solamente un orribile distillato di reminiscenze vaghe: Cesare era per la libertà ed il Papa era ghibellino. Non c'è nulla di duraturo che lo svanire delle cose». In altri termini, sotto l'occupazione tedesca, Montherlant sostenne che la morte dei combattenti tedeschi era una morte inutile. I tedeschi accettarono questa indipendenza di atteggiamento. Tuttavia, dopo tale articolo, nove suoi articoli su dieci furono vietati dalla censura. titoloTextes sous une occupation, 1940-1944 Henry de Montherlant, Paris, Gallimard, 1953, p. 151.
  55. ^ «[...] ho accolto un giorno la notizia che, se nel latte è contenuto il sangue, in me c'era qualche goccia di sangue malatestiano, dal momento che un'amica di mia madre, che mi allattò, discendeva dai Malatesta». H. de Montherlant, Il Malatesta di Montherlant, in Il Resto del Carlino, 28 luglio 1969, p. 3.
  56. ^ H. de Montherlant, Malatesta chez Malatesta, in La tragédie sans masque, Paris, Gallimard, 1972, p. 74.
  57. ^ Vin, p. 98; cfr. H. de Montherlant, Va jouer avec cette poussière : Carnets 1958-1964, Paris, 1966, p. 123.: «Moi, vieil homme de droite, comme chacun sait».
  58. ^ Sip, p. 251
  59. ^ «In Spagna come in Francia, e certamente anche altrove, delle cose per se stesse buone e impiantate da gran tempo nel paese, venivano soppresse con un tratto di penna, perché urtavano i turisti americani e Dio sa che turisti! Dio sa quali esemplari di umanità superiore! Don Celestino era mortificato per tanta insulsaggine internazionale». Henry de Montherlant, Il caos e la notte, Milano, Club degli editori, 1966.
  60. ^ Nino De Bella, Montherlant tra il caos e la notte, in La parola e il libro, a. 49, maggio 1966.
  61. ^ Pietro De Francisci, La guerra civile, in Il Tempo, nº 78, 20 marzo 1965, p. 3.
  62. ^ Lettere a Luigi Bàccolo, p. 170.
  63. ^ Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, La narrativa in Francia, in La scrittura e l'interpretazione : storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civilta europea : Dall'ermetismo al postmoderno (dal 1925 ai giorni nostri). Tomo primo, Palermo, Palumbo, 1997, p. 502.
  64. ^ Daniel-Rops, L'Accademia di Francia ritorna alle origini, in L'Eco di Bergamo, 31 marzo 1960, p. 3.
  65. ^ Luigi Bàccolo, Montherlant è oggi inattuale, in La Fiera Letteraria, settembre 1973, p. 12.
  66. ^ Citato in Piero Buscaroli, I 'Cari Romani' di Henry de Montherlant, in H. de Montherlant, La guerra civile, Torino, Fògola, 1976.
  67. ^ Lettere a Luigi Bàccolo, p. 175.
  68. ^ Tutti i virgolettati sono di Luigi Bàccolo, Per De Montherlant l'assassino è Freud, in Gazzetta del popolo, 5 gennaio 1972.
  69. ^ Montherlant, Essais, L'Équinoxe de septembre, Bibliothèque de La Pléiade, 1976, p. 806.
  70. ^ Vin, p. 128.
  71. ^ Anche lo scrittore cattolico e premio Nobel François Mauriac e papa Paolo VI furono tra i bersagli di Peyrefitte. Cfr. Frédéric Martel, Sodoma, Milano, Feltrinelli, 2019.
  72. ^ Pas, p. 73.
  73. ^ Jean Cau, Croquis de mémoire (Biographie), Paris, Julliard, 1985, 261 p. (ISBN 978-2-260-00402-8, OCLC 13272050), pages 191 à 193 et biographie de Pierre Sipriot.
  74. ^ P. Sipriot, Propos secrets, (tome 1), Éd. Albin Michel, 1977.
  75. ^ a b c d (FR) La mort de Montherlant, su montherlant.be.
  76. ^ Montherant non li riconobbe, e spesso si era dichiarato contrario ad avere una famiglia: «I bambini hanno il potere di istupidire completamente quelle che fino a quel momento erano ragionevolmente soltanto coppie di idioti.» (Citato in Jean Cau, ‪Contre-attaques; précédé d'un Eloge incongru du lourd‬, ‪Le Labyrinthe‬, Paris, 1993, p. 86.)
  77. ^ Christian Lançon, Philippe Giquel, le Prince des Airs, su Montherlant.be. URL consultato il 18 marzo 2019 (archiviato dall'url originale il 28 giugno 2013).
  78. ^ Christopher Gérard, La source pérenne, Lausanne, L'Age d'Homme, 2007, p. 159.
  79. ^ Scrisse che di aver «bevuto il suicidio se non proprio con il latte materno, almeno molto giovane, giacché gli unici personaggi intelligenti e simpatici del Quo Vadis (letto a otto anni), Nerone e Petronio, si uccidono tutti e due». (da Ferdinando Castelli S.I., Henry de Montherlant, cavaliere del nulla, in La Civiltà cattolica, Quaderno 2946, 1973, pp. 539-540.
  80. ^ Rossellini, p. 11.
  81. ^ a b Pas, p. 72.
  82. ^ a b c Ricardo Paseyro, Ricordo di Henry de Montherlant, in Revisione, nº 3, 1972, pp. 165-166.
  83. ^ Bernacconi, p. 192; Giorgio Locchi, Disperse ai piedi del Campidoglio le ceneri di Henri de Montherlant, in Il Tempo, nº 104, 15 aprile 1973, p. 24. Manlio Triggiani, Quando Matzneff “officiò” i funerali dell’antico romano Henry de Montherlant, in Barbadillo, 13 aprile 2016. Cfr. Tiziana Mian, Il samurai della letteratura, in Il Giornale, 21 aprile 1995, p. 14.
  84. ^ «Ho letto e leggo Julius Evola. [...] Ora, io ignoravo tutto dello stato corporale di questo raro spirito. È quello che è. Ma egli vede!». (da una lettera a Pierre Pascal, 1972), citato in Pierre Pascal: Lux evoliana, in Testimonianze su Evola, a cura di Gianfranco de Turris, Edizioni Mediterranee, Roma, 1985, p. 166.
  85. ^ Pierre Pascal così ricorda Evola nei suoi ultimi giorni: «Gli dissi il desiderio supremo di Henry de Montherlant: essere ridotto in ceneri dal fuoco, affinché fossero disperse a brezza leggera del Foro, tra i Rostri e il Tempio di Vesta. Allora quest'uomo, che era davanti a me, disteso, con le belle mani incrociate sul petto mi mormorò dolcemente e quasi impercettibilmente: "Io vorrei... ho disposto... che le mie fossero lanciate dall'alto di una montagna"» (Riccardo Paradisi, Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio, in Giovanni Conti, Evola tascabile, Roma, Settimo Sigillo, 1998, p. 25.)
  86. ^ A proposito di Venner. “Il solstizio di giugno” di Henry de Montherlant, su ariannaeditrice.it.
  87. ^ Henry de Montherlant, Il gran maestro di Santiago. La regina morta. Malatesta, traduzione di Massimo Bontempelli e Camillo Sbarbaro, Milano, Bompiani, 1952, p. 166.
  88. ^ Vittorio Abrami, 25 Quai Voltaire, una intervista di Montherlant, in La Fiera Letteraria, nº 16, 21 aprile 1963, p. 1.
  89. ^ H. de Montherlant, La Marée du soir, Paris, Gallimard, 1972, pp. 154-155.
  90. ^ H. de Montherlant, Va jouer avec cette poussière : Carnets 1958-1964, Paris, 1966, p. 69.
  91. ^ Montherlant ha definito l'esistenza una «ricreazione fra due nulla». Cfr. Sa'dī (Gulistan, VIII, 33): «Il mondo è un'esistenza tra due annientamenti».
  92. ^ Montherlant di sé stesso, in La Fiera Letteraria, nº 40, 1º ottobre 1972.
  93. ^ Jean de Beer, Montherlant ou l'homme encombré de Dieu: avec des remarques par Henry de Montherlant, Paris, Flammarion, 1963, p. 436.
  94. ^ a b c Michele Federico Sciacca, Correnti minori di irrazionalismo e di relativismo in Francia: L. Rougier, G. de Gaultier, E. de Montherlant, in La filosofia, oggi : I, Roma-Milano, Fratelli Bocca Editori, 1952-1954, pp. 181-182.
  95. ^ Henry de Montherlant, Essais, Paris, Gallimard, 1963, p. XIV.
  96. ^ H. de Montherlant, La tragédie sans masque‬, Paris, Gallimard, 1972, p. 52.
  97. ^ Quarantuno haiku e cinque tanka di Pierre Pascal, in Labrys (Perugia), nº 2, 1980, p. 99.
  98. ^ Pierangela Adinolfi, La mort qui fait le trottoir (Don Juan) di Henry de Montherlant, in Michele Mastroianni (a cura di), Don Giovanni nelle riscritture francesi e francofone del Novecento : atti del Convegno internazionale di Vercelli (16-17 ottobre 2008), Firenze, Olschki, 2009, p. 204.
  99. ^ H. de Montherlant, Aux fontaines du désir, Paris, B. Grasset, 1927, p. 29.
  100. ^ Henry de Montherlant, L'Equinoxe de Septembre, in Essais, Paris, Gallimard, 1963, p. 806.
  101. ^ Henry de Montherlant, Carnets XXXI, in Essais, Paris, Gallimard, 1963, p. 1205.
  102. ^ Henry de Montherlant, Essais, Paris, Gallimard, 1963, p. XXXIX.
  103. ^ Maurizio Serra, p. 208.
  104. ^ Maurizio Serra, p. 211.
  105. ^ (FR) Henry de Montherlant, Chant funèbre pour les morts de Verdun, in Essais, Parigi, Gallimard, 1963, p. 183.
  106. ^ Bernacconi, p. 194.
  107. ^ Montherlant, Henry Millon de-, su Sapere.it.
  108. ^ Shinshō Hanayama, La via dell'Eternità, traduzione di Pierre Pascal, presentazione di Giovanni Artieri, Grosseto, Circolo Gabriele D'Annunzio, 1975, p. 374.
  109. ^ Francesca Petrocchi, Sport e letteratura nella storia, su Enciclopedia dello Sport - Treccani.it, 2003.
  110. ^ cfr. Adriano Tilgher, Attivismo in crisi, Montherlant pessimista, in La Cultura, nº 4, 1º marzo 1928, pp. 157-160.
  111. ^ Pierre J. Lapaire, Montherlant et la parole: étude d'un langage dramatique, Birmingham, Summa Publications, 1993, p. 17.
  112. ^ L'Abbé Rivière, “fils de la solitude rustique”, ange tutélaire de Montherlant, su montherlant.be. Henry de Montherlant, Michel de Saint Pierre, Lettres à Michel de Saint Pierre, Paris, Editions Albin Michel, 1987, p. 10. Cfr. Montherlant: «Si sarebbe tentati di recarsi in una cappella buia, dietro l'altare maggiore, solo due vecchie e voi, qualche candela bruciata in onore dell'Altissimo a illuminare i vostri "peccati", e assistere a una messa bassa detta da un prete che crede. Ma con la reputazione che i sacerdoti e le chiese hanno oggi, c'è la paura di imbattersi in un burlone, in una chiesa saccheggiata, e si preferisce celebrare a casa propria, a modo proprio, un Dio che onoriamo e al quale non crediamo.». (H. de Montherlant, La marée du soir. Carnets 1968-1971, Paris, 1972, p. 85.).
  113. ^ H. de Montherlant, Va jouer avec cette poussière : Carnets 1958-1964, Paris, 1966, p. 182.
  114. ^ Sull'intelligenza: «Una storia deliziosa e profonda di Hideyoshi (statista giapponese del XVI secolo), è raccolta in A new life of Toyotomi Hideyoshi, di Walter Dening. – Hideyoshi, tredicenne, entra in una banda di ladri. Il leader, Koroku, che ha un debole per lui, gli promette: "Ti darò tutto ciò che desideri". "Dammi la tua spada". Koroku rifiuta: la spada è un ricordo dei suoi antenati. Hideyoshi insiste. Koroku gli dice: "Non posso darti quella spada. Ma ti dirò cosa puoi fare: rubala, se ci riesci. In tal caso, non avrò commesso alcun peccato contro i miei antenati". Koroku riflette tutta la notte, pensando che Hideyoshi ruberà la spada durante il sonno. Ma nulla. Il giorno dopo Hideyoshi gli dice: "Ci ho pensato. Sono indegno di questa spada. E, poi, non voglio portarti via un ricordo di famiglia". Koroku si addormenta tranquillamente e Hideyoshi ruba la sua spada. Al mattino, alle rimostranze di Koroku, il bambino risponde: "Dovevi solo percepire che mentivo e non dormire. Terrò la spada". "Questo ragazzo", disse Koroku, "è meravigliosamente intelligente. Sarà un grande uomo un giorno". E si legò a lui più che mai». Henry de Montherlant‬, ‪Carnets: années 1930 à 1944, Paris, Gallimard, 1957, p. 80.
  115. ^ H. de Montherlant, Va jouer avec cette poussière : Carnets 1958-1964, Paris, 1966, pp. 80-81.
  116. ^ Giovanni Allegra, La Spagna di Montherlant, in Il Tempo, nº 258, 21 settembre 1973, p. 3. Vin, pp. 125-126.
  117. ^ Luigi Bàccolo, Intervista con Montherlant (PDF), in Il dramma, nº 10, luglio 1969, p. 57.
  118. ^ Silvio D'Amico (a cura di), Enciclopedia dello spettacolo: Mal-Perg, Roma, Le maschere, 1962, p. 789.
  119. ^ Henry de Montherlant, Théâtre, Paris, Gallimard, 1972, p. 1189.
  120. ^ Giorgetto Giorgi, Montherlant, Henry Millon de, in Dizionario critico della letteratura francese: diretto da Franco Simone, I, Torino, U.T.E.T., 1972, p. 835.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Lorenzo Giusso, Montherlant, in Il viandante e le statue, Milano, Corbaccio, 1929, pp. 289-298.
  • Emilio Castellani, La lezione dello stadio, in Corrente di vita giovanile, nº 12, 15 luglio 1938, p. 4.
  • (FR) Michel de Saint-Pierre, Montherlant bourreau de soi-meme, Parigi, Gallimard, 1949.
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  • Pierre Pascal, In ricordo di Montherlant: XXI settembre MCMLXXII, sedicesima ora, in la Destra : rivista internazionale di cultura e politica, nº 10, ottobre 1972.
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  • Gianni Nicoletti, Henry Millon de Montherlant, in I contemporanei: Letteratura francese II, Roma, Lucarini, 1984.
  • Claudio Vinti, Il ventaglio del samurai: H. de Montherlant e l'ideologia della guerra, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1985.
  • Sergio Bernacconi, A Lourdes: Zola, Carrel, Montherlant, in Un gatto nel Parnaso, Ferrara, SATE, 1989.
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  • (FR) Alain de Benoist, Henry de Montherlant, in Bibliographie générale des droites françaises, vol. 1, Patrimoine des lettres, Paris-Coulommiers, Dualpha, 2004.
  • Pierangela Adinolfi, Bernanos e Montherlant: dai Dialogues des Carmélites a Port-Royal, in Studi Francesi, nº 148, gennaio-aprile 2006, pp. 41-55.
  • Henry de Montherlant, Lettere a Luigi Bàccolo, edizione critica a cura di Pierangela Adinolfi, Torino, Nuova Trauben edizioni, 2018.

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