Henry de Montherlant

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Henry de Montherlant

Henry de Montherlant (Parigi, 21 aprile 1896Parigi, 21 settembre 1972) è stato uno scrittore e drammaturgo francese.

Firma di Henry de Montherlant

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio unico di Joseph e Marguerite Camusat de Riancey e nobile progenie, trascorse i primi anni dell'infanzia accanto a un padre preoccupato delle finanze familiari, a una nonna materna corrucciata e ansiosa, agli zii e al nonno, il Conte de Riancey, uomo politico, campione della monarchia e della religione (la nobiltà risale fino a Robert Millon, Seigneur d'Abbémont, nel sedicesimo secolo; il trisavolo era stato deputato all'Assemblea nazionale e della Costituente, poi ghigliottinato); ovvero in una atmosfera di memorie dotate di spessore, castellani, antichi lombi, oggetti d'arte e da collezione, belle donne e cavalli da corsa.[1]

Va jouer avec cette poussière

«Va jouer avec cette poussière, secondo tomo dei miei carnets quotidiani (1958-1964), il primo tomo, apparso nel 1957, comprendeva gli anni 1930-1944, credo sia di tutti i miei libri di saggi quello che meglio mi riassume. Uno scrittore espone la propria visione del mondo e le regole che hanno guidato la sua vita - una già lunga vita -, nate le une direttamente dalla sua personale esperienza, le altre, di provenienza estranea, corroborate da quella esperienza. Non mi è difficile mostrare attraverso citazioni dalle mie opere e anche le più antiche, che la mia concezione non è variata da una quarantina d'anni o più: qualcuno dei miei pensieri, che io tengo per essenziale, lo scrissi che avevo vent'anni. Il mondo non ha senso alcuno, vale a dire che ha tutti i sensi che gli si vogliono attribuire. La vita ha un senso, che è di essere felici. La morte non ne ha. La vita è una ricreazione tra due nulla: e nessuna impresa può essere concepita che come un passatempo. Il dispendio d'energia, l'eroismo, il sacrificio, tutti i grandi sentimenti non sono giustificabili che dal piacere che si prova a esercitarli, il dolore e il dramma possono essere accolti con favore nella misura in cui sono utili a compire la condizione umana: obiettivo nobile e gradevole. L'essenziale è di restarne signore, di prenderne solamente quel tanto che può servire. Ogni scopo che si situi al di fuori della felicità, è fallace. E in effetti, il muoversi dell'umanità può essere simboleggiato dall'andirivieni dei cavalli meccanici, come si vede nei giardini pubblici a uso dei bambini: un passo avanti uno indietro. Inutile dunque preoccuparsi eccessivamente per qualche cosa che finirà in ogni modo con un niente di fatto. Inoltre, e soprattutto, noi non possiamo chiedere per l'umanità quel che non chiediamo per la nostra propria persona. Dal momento che ci vediamo ben costretti ad accettare la nostra morte, tutto deve essere accettato, la morte di una civiltà come la morte del nostro pianeta. Tutto è perduto in anticipo, e da questo punto di vista tutto deve essere considerato. Allo stesso modo che la vita morale (l'anima) nello scetticismo e nell'edonismo (che sono per me l'intelligenza), allo stesso modo che, fino a un certo punto, il dolore e il dramma nella felicità - allo stesso modo in una concezione nichilista del destino umano io reintegro per mezzo della ragione e del coraggio una sorta di ottimismo o quanto meno di serenità. Nulla è meno desolato di questa filosofia, nella quale è sempre sottinteso che, come in una partita di football fra dilettanti, la vittoria o la sconfitta nelle cose terrestri, per appassionatamente che ci si sia "dati" sono in fondo cose ben poco importanti. Si giocava per divertirsi. Se una filosofia si definisce dall'attitudine a cui persuade l'uomo nel momento cruciale della sua morte, la mia si potrebbe ben definire con il consiglio che io dà all'uomo, di porre, se gli è possibile, "una punta di disinvoltura" nel momento della sua morte. Quanto ai rapporti sociali, io diffido dell'amore del genere umano: è sufficiente amare qualche individuo isolato per sentirsi legato a l'umanità. Ma occorre avere, in qualunque momento della vita, qualcuno da amare. E si osservi: da amare, perche l'amore ricevuto è di qualità assai inferiore, e in un certo senso indesiderabile. Così, altra reintegrazione: dell'amore nell'individualismo. Nuova applicazione del principio: salvare tutto armonizzando tutto. È un principio che viene dall'intelligenza, e genera una mobilità di natura. Poi che il mondo è privo di senso, non c'è ragione di comportarsi con lui in un modo stabilito una volta per tutte: e io non ho mai cessato di insistere sul proteismo che deve caratterizzare l'uomo intelligente. Quest'uomo deve essere come un organo: si preme un bottone, si ha, a volontà, una concezione tragica, una concezione oggettiva, una concezione allegra, una scettica, una eroica eccetera, dell'universo. È quella che già ho chiamato, in mancanza di una espressione più precisa, l'alternanza. Un uomo così fatto, non è facile maneggiarlo socialmente, ma tanti diversi "registri" intercambiabili permettono, a lui più che a un altro, di affrontare le aggressioni e di evitare le sofferenze. Sopra un piano più alto, gli permettono di realizzare nella sua pienezza la condizione umana: che è un'idea fra le altre, perfettamente valida. In secondo luogo, prendo in prestito integralmente dalla morale greco-latina, che a sua volta ha ereditato in parte (la Grecia) dalla più antica morale dell'Oriente: vita ritirata (ritirata soprattutto dal contatto con i potenti), non-azione, necessità modeste, mancanza di cupidigia, lontananza dalla politica... Sono cose molto conosciute che non pretendono alla novità. Ciò che è originale in sé, è l'insieme di questa concezione quale è esposta in Va jouer avec cette poussière. La sua seconda originalità, è di opporsi quanto è possibile immaginare a tutto ciò che si pensa in questo momento nel mondo.»

H. de Montherlant, La lettera diretta a Luigi Bàccolo, in La Fiera Letteraria, nº 22, 1966, pp. 6-7.

Studiò a Sainte-Croix de Neuilly e superò il bachot nel 1912. Nel 1909, avendo assistito a Bayonne a una corsa di tori, concepì grande passione per la corrida, si esercitò nell'arte di toreare, e fu proprio in occasione di una becerrada che il suo nome comparve per la prima volta su un giornale, Le Torero di Nimes.

Divideva il suo tempo tra il circolo sportivo "L'Auto" e il patronato cattolico "Le Bon Conseil", leggendo avidamente, disegnando e facendo i primi tentativi di scrittura giovanile (La vie de Scipion - mai pubblicato - quando aveva appena dieci anni e Pro Unà Terrà, in collaborazione con Faure-Biguet, nel 1907)[1]; a venti anni pubblicò a sue spese, dopo il rifiuto di undici editori, La Releve du Matin, un omaggio ai soldati della Grande Guerra[2], a cui aveva preso parte volontario.

Nel 1923 scrisse Les Olympiques, opera nella quale celebrava i cultori dell'atletica leggera. La tauromachia, di cui fu particolarmente appassionato (a quindici anni uccise il suo primo toro), gli ispirò uno dei suoi migliori libri: Les Bestiaires (1926).

« La tauromachia è qualcosa che va molto lontano. Il dramma taurino, noi possiamo incontrarlo a tutte le cantonate della vita e per tutta la vita. Avrei molte cose da dire a questo proposito e con profondità ben maggiore di quando ne scrivevo trent'anni fa. Quello che dovrei dire è essenzialmente questo: il dramma del toro, nel quarto d'ora della corrida, riproduce la vita dell'uomo, riproduce il dramma dell'uomo: nella passione di un animale l'uomo viene ad assistere alla sua passione. »
( Henry de Montherlant, IV Nota, in Il cardinale di Spagna, Milano, Bompiani, 1960.)

I suoi primi successi furono la tetralogia Les jeunes filles (1936-1939) e Les célibataires (1934). In Les jeunes filles Monteherlant si scaglia contro l'esaltazione dei "valori femminili" - a cui addita la decadenza del mondo contemporaneo - a detrimento di quelli "virili".[3]

Montherlant, in quest'opera, alza la sua protesta contro un'epoca in cui i grandi valori individuali vanno spegnendosi e la democrazia diffonde conformismo. All'anticonformismo virile si contrappone per solito il conformismo femminile: cioè la mimetica capacità delle donne di adattarsi alla vita, di sposarla nella sua contradditorietà e mediocrità, senza mai misurarla al paragone di un'ideologia, di un assoluto. L'opera, tacciata di misoginia, fu definita da Simone de Beauvoir una «cafoneria».[4] In questo periodo lo scrittore viaggiò molto, specie in Spagna, Italia ed Algeria.

Da cattolico, con venature pagane, Montherlant vide nella Chiesa romana l'erede ideale della tradizione imperiale.[5] Nella sua opera risentì molto, oltre che di Paul Adam[6], Maurice Barrès, Paul Bourget[7][8], D'Annunzio e Nietzsche[9], dell'influsso della grande tradizione religiosa del Seicento francese, da Racine e Corneille a Bossuet, soprattutto per lo splendore magniloquente della sua prosa e per la statura grandiosa dei suoi personaggi. Collaborò, fra le altre, alle riviste Europäische Revue del principe Karl Anton Rohan[10], Le Gerbe, Revue des Deux Monde, La Revue hebdomadaire, L'intransigeant, Le Jour.

Avant-guerre[modifica | modifica wikitesto]

« Scolaro, la mia famiglia mi assegnò un padre spirituale gesuita di destra al fine di controbilanciare l'influenza del collegio democristiano (di sinistra) in cui mi trovavo. Ciò ha influito nella mia vita facendomi di volta in volta apparire ambiguo ed equilibrato. »
( Henry de Montherlant, La Marée du soir, Paris, Gallimard, 1972, pp. 74-75.)

Dal 1932 al 1940 visse l'avant-guerre dialetticamente, contradditoriamente. Non solo rinunciò alla pubblicazione della Rose de sable perché conteneva pagine a favore dei musulmani dell'Africa del Nord, quindi un atteggiamento critico nei riguardi della dominazione francese, ma prese a collaborare a periodici di opposte tendenze politiche, a rifiutare premi non compatibili con alcune sue convinzioni, versandone l'ammontare equamente a soldati francesi e marocchini perché, per quanto nemici, "avevano fatto ugualmente il loro dovere", a firmare manifesti pro russi bianchi e rossi, a rompere il secondo fidanzamento nel 1934, dopo averne rotto un altro dieci anni prima. Nel 1938 pubblicò L'Equinoxe de septembre, contro la pace di Monaco (e il pacifismo francese), e nel 1940, inabile al servizio militare, si fece inviare come corrispondente di guerra in Oise-et-Aisne, dove fu ferito leggermente da una bomba.[11]

Scrisse inoltre per il teatro, specie dopo la seconda guerra mondiale, pubblicando opere come La reine morte (1934), Pasiphaë (1949) e la trilogia - segnata da un rigorismo di derivazione giansenista[12] - dei «drammi sacri»; ovvero: Le Maître de Santiago (1947), La ville dont le prince est un enfant (1951), Port-Royal (1954).

Tra gli ultimi eredi del decadentismo europeo, Montherlant unì il gusto estetizzante del passato a una vena di inquieto moralismo, che lo portò sia nei romanzi che nel teatro a scrutare il dramma di anime belle e tormentate, superiori alla comune umanità: nei suoi romanzi, in particolare, amava ritrarre personaggi eroici e moralmente perfetti; ma destinati a soccombere.

Questo culto esagerato per l'eroismo lo portò a pubblicare nel 1941, sulla Nouvelle Revue Française diretta da Pierre Drieu La Rochelle, Le solstice de Juin, un saggio in cui esprimeva la sua ammirazione per l'esercito tedesco e dichiarava che la Francia era stata giustamente sconfitta e conquistata.[13]

In quest'opera riprendeva anche alcune argomentazioni già affrontate in precedenza (in Chant funèbre pour les morts de Verdun, L'Exil e L'Equinoxe de septembre) come l'impossibilità di bandire la guerra dalla vita umana in quanto "legge di natura"; gli uomini, nel battersi tra loro, scoprono infatti una realtà "familiare" alla loro natura più profonda ma rimasta nascosta fino a quel momento dalle "sovrastrutture della società", ovvero dal "progresso civile" e dalle banalità da "midinettes" della vita borghese.[14] Inoltre, ai valori della pace contrapponeva quelli della "civiltà della guerra" (coraggio, onore) che i soldati esperimentano sul campo di battaglia.[15]

Gli anni del dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Brocéliande

A chi conosce il ciclo leggendario di Artù, sarà facile individuare la fonte da cui Montherlant ha derivato il suo titolo: Brocéliande era la selva in cui si nascondeva la dimora di Merlino, il potente mago figlio del diavolo ma fedele amico del Re cristiano e dei suoi Paladini. Tra quella mitica foresta, teatro di cavalleresche avventure, e la vegetazione araldica dove il protagonista della commedia crede di scoprire un'eredità e un destino che diano senso alla vita, altrimenti immotivata, l'autore stabilisce dunque una relazione. Essa prende luce dalla massima che Montherlant pone in testa alla sua pièce: «Per mantenermi a galla sui mari del nulla io non ho che l'idea che mi faccio di me»[16]. Ma questa idea non può corrispondere alla immagine dell'uomo che rimanda l'epoca contemporanea: conformista, livellatrice e sostanzialmente mediocre essa deve venire attinta da un passato più nobile, da una tradizione accesa dai grandi valori individuali, come quelli che improntavano le gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda e che trovano oggi un pallido e quasi ironico riflesso nella sonorità evocativa dei titoli nobiliari. L'esito amaro di questa commedia ambigua sembra voler dimostrare che ai giorni nostri la realtà comune non è sopportabile; o meglio, essa diviene insopportabile non appena si misuri con un sogno di grandezza con una immagine dell'uomo ricavata da altra e più nobile epoca.

Accusato di collaborazionismo[17][18], finito sulla lista di proscrizione[19], nel dopoguerra gli fu proibito di pubblicare per un anno. L'adesione dello scrittore al governo del Maréchal Pétain fu essenzialmente "morale" e "spirituale", anche se non dettata da opportunismo[20][21]; a Pétain del resto lo legava l'aver preso parte, in qualità di segretario generale, alle operazioni di allestimento dell'Ossario di Douaumont.[22]

Definitosi più volte «anarchico di destra»[23][24][25], estraneo ai movimenti d'avanguardia e lontano dalla vita mondana della capitale, Montherlant fu vivacemente contestato per le sue posizioni conservatrici durante una rappresentazione del Cardinale di Spagna (1960) alla Comédie-Française. Più che di vero conservatorismo, per Montherlant, in letteratura, si può parlare di un superbo, anche se anacronistico, tentativo di riportare nelle lettere francesi, in piena civiltà di massa e letteratura sperimentale, lo splendore della tradizione.

Nel 1962 pubblicò, con discreto successo, Il caos e la notte, un ritratto, in parte grottesco, di un anarchico spagnolo incapace di approdare ad alcun significato universale; una critica sia del comunismo che della società americana, ma anche della Chiesa cattolica e della Spagna franchista, soprattutto per la sua compromissione con gli Stati Uniti: «In Spagna come in Francia, e certamente anche altrove, delle cose per se stesse buone e impiantate da gran tempo nel paese, venivano soppresse con un tratto di penna, perché urtavano i turisti americani e Dio sa che turisti! Dio sa quali esemplari di umanità superiore! Don Celestino era mortificato per tanta insulsaggine internazionale».[26][27]

All'insegna di un «aristocraticismo nietzschiano di destra», la sua vita fu segnata da uno spirito di profondo anticonformismo, che lo portò nella vita come nell'arte, a sdegnare ogni forma di convenzione in contrasto con le proprie convinzioni.[28]

Quando entrò nell'Académie française, di cui fu membro dal 1960 al 1972, egli rifiutò di indossare l'uniforme di gala e anziché pronunciare, secondo la tradizione, l'elogio funebre del suo predecessore, non esitò ad esprimere la sua divergenza di idee verso il sociologo André Siegfried.

« Non sono molto ottimista sulla durata del mio Teatro. La "pseudo-avanguardia" e il "terrore ideologico" [...] avranno facilmente ragione nell'avvenire degli scrittori che non gli convengono. Voi parlate della decisione che si deve prendere fra l'accademismo e il funambolismo, ma per quanto io so della Casa che in Francia porta il nome di Accademia, dirò che essa si sforza perdutamente di essere a sua volta funambola. »
(Da una lettera a Luigi Bàccolo, 3 giugno 1970[29])

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Si interessò al Bushidō e allo Zen: di modo che la sua fine, più eroica che tragica, può essergli stata anche ispirata da queste discipline, di ordine universale.[30]

Targa commemorativa di Henry de Montherlant, in Rue Lauriston, Parigi

Divenuto quasi cieco, si suicidò nel 1972, ripetendo il gesto dei filosofi stoici che aveva pubblicamente ammirato per tutta la vita.[31][32] Quattro ore prima di morire riferì al pittore Mac'Avoy anche di una congiura nei suoi confronti: «Sono sulla lista nera. [...] So che tutto è finito per me».[33] Pierre Pascal, amico di lunga data dell'autore, additò Roger Peyrefitte quale responsabile morale della morte.[33]

Accanto al corpo, insieme a tre lettere (una per la sua segretaria, una per la giustizia e una per suo cugino, lo scrittore cattolico Michel de Saint Pierre), fu rinvenuto un documento firmato e datato diversi mesi prima in cui lasciò scritto:

« Desidero espressamente che il mio cadavere non sia esposto al pubblico e che nessuno possa vederlo, salvo quelle persone che vi sono obbligate per dovere del loro ufficio. Il mio corpo dovrà essere condotto, senza alcuna cerimonia né civile né religiosa, direttamente dal luogo del mio decesso ad un cimitero dove possa essere cremato. Non mi importa di ciò che avverrà delle mie spoglie. Questa disposizione sottintende non c'è bisogno di dirlo che non dovranno esserci né fiori, né corone, né evidentemente discorsi. »

Montherlant tuttavia comprendeva le ragioni della morale cristiana che si opponeva al suicidio: «Se ammiro il coraggio di coloro che si suicidano - aggiungeva nello stesso testo - ammiro anche il coraggio di coloro che per quindici secoli - secoli del cristianesimo - hanno sopportato tutto, perfino le cose più atroci, senza suicidarsi. Il coraggio di morire e di non morire».

Per questo motivo, Montherlant pensava che il suo gesto finale non contraddiceva i principii del cristianesimo. Egli stesso annota nei suoi Carnets di avere consultato, in questo senso, un cattolico eminente: questi gli rispose che le cerimonie ufficiali che generalmente accompagnano la morte dei cattolici non erano necessarie e che contava soprattutto l'intenzione. Secondo questa spiegazione, che Montherlant fa sua, i funerali religiosi sono un onore che la Chiesa riserva ai suoi fedeli e che questi ultimi possono rifiutare.[34]

Le sue ceneri furono sparse dall'esecutore testamentario Jean-Claude Barat e dallo scrittore Gabriel Matzneff nei pressi del Tempio della fortuna virile, fra i Rostri e nel Tevere, a Roma.[35]

Temi[modifica | modifica wikitesto]

Henry de Montherlant elabora una vasta opera narrativa in cui parla dei beni della vita con una lirica esaltazione che spesso rasenta l'estetismo ma anche un acuto senso di psicologia virile. Sull'alveo aperto da Barrès, Montherlant rende la sua materia con alta tenuta di stile, in forma brillante, densa e sostenuta nello stesso tempo.

Nel secondo periodo della sua vita, Montherlant realizza una serie di drammi che vengono rappresentati a distanza di tempo dalla loro composizione. I drammi dell'autore francese non appartengono all'attualità nel senso cronachistico del termine, in quanto non rispecchiano vicende di oggi. Ma lo stato d'animo di cui si fanno portavoce, la rivendicazione dell'onore e della dignità umana in senso rigoroso e formale contribuiscono a spiegare anche certi momenti del difficile dopoguerra francese.

La formula drammatica di Montherlant oscilla tra l'obbedienza alla rigida struttura della tragedia classica francese e il richiamo a forme più libere del dramma romantico (rievocazione storica, costumi riccamente ricostruiti, atmosfere accese). Dal punto di vista tematico tutto il suo universo teatrale ruota attorno a un assunto fondamentale: alla mediocrità del mondo e del consorzio umano si oppone l'eroismo di un uomo solo, diviso tra il desiderio dell'azione e il dubbio rispetto alla sua stessa utilità.[36]

Centrale nelle sue opere è il principio eracliteo dell'alternanza, teorizzato in Syncrétisme et alternance, per cui valori incompatibili tra loro coesistono e si equivalgono; di qui il distacco e l'indifferenza verso la realtà circostante e l'azione intesa come gioco:

« I bambini trascorrono una giornata a costruire un fortino di sabbia, sapendo che la marea della sera lo distruggerà. Questa immagine mi ha sempre perseguitato, simbolo dell'azione intesa come gioco, che è in fondo l'unico modo che la giustifichi. Ma, a ben vedere, quel che c'è di meraviglioso è che sia la distruzione ad animare in parte i bambini. I loro occhi radiosi quando costruiscono il forte. I loro occhi radiosi quando lo vedono distruggere dalla marea. Che l'uomo ami distruggere quello che ha fatto o ciò che gli sta a cuore, questo è noto. Ædificabo et destruam. "Costruirò. E poi distruggerò quello che ho costruito". »
( Henry de Montherlant, Carnets 1958-1964: Va a jouer avec cette poussiere, Paris, Gallimard, 1966, p. 148.)

Vi sono tuttavia alcuni ideali ricorrenti a cui è rimasto fedele, riconducibili alla morale austera di derivazione giansenista impartitagli dalla madre, all'etica dei Samurai e del mondo cavalleresco e nobile della Castiglia, di cui era originario: austerità, coraggio e aristocrazia. Luogo della sua formazione spirituale è del resto la Spagna classica, del Cid Campeador, della Reconquista e del Don Chisciotte, che lo ha educato al disprezzo della mondanità.[37]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • 1920 La relève du matin (saggi)
  • 1922 Le Songe [La jeunesse d'Alban de Bricoule, III] (romanzo)
  • 1924 Les Olympiques (romanzo)
  • 1924 Chant funèbre pour les morts de Verdun (poesia)
  • 1926 Les Bestiaires [La jeunesse d'Alban de Bricoule, I] (romanzo)
  • 1927 Lettre sur le serviteur châtié
  • 1927 Aux fontaines du désir [Les voyageurs traqués, I] (romanzo, n. ed. 1940)
  • 1928 Un désir frustré mime l'amour
  • 1928 Pour le délassement de l'auteur
  • 1928 Trois images de l'Espagne (viaggi)
  • 1928 Pages de tendresse: pages choisies et pages inedites (antologia)
  • 1928 Earinus
  • 1929 Hispano-moresque
  • 1929 L'Exil (teatro)
  • 1929 Le Génie et les fumisteries du Divin (saggi)
  • 1929 Sous les drapeaux morts
  • 1929 La petite Infante de Castille [Les voyageurs traqués, II] (romanzo)
  • 1930 Pour une Vierge noire
  • 1932 Mors et vita (saggi)
  • 1933 Au petit mutilé
  • 1933 Histoire naturelle imaginaire
  • 1934 Les Célibataires (romanzo)
  • 1934 Encore un instant de bonheur (poesia)
  • 1935 Il y a encore des paradis
  • 1935 Service inutile (saggi, n.ed. 1952)
  • 1936 Pasiphaé (teatro)
  • 1936 Les jeunes filles [Les jeunes filles, I] (romanzo)
  • 1936 Pitié pour les femmes [Les jeunes filles, II] (romanzo)
  • 1937 Le démon du Bien [Les jeunes filles, III] (romanzo)
  • 1938 L'équinoxe de Septembre (saggi)
  • 1938 La possession de soi-meme
  • 1939 Les Lépreuses [Les jeunes filles, IV] (romanzo)
  • 1940 Paysage des Olympiques
  • 1941 Le solstice de Juin (saggi)
  • 1941 La paix dans la guerre
  • 1942 Sur les femmes (n. ed. 1958)
  • 1942 La reine morte (teatro)
  • 1944 Fils de personne (teatro)
  • 1944 Fils des autres (teatro)
  • 1944 Croire aux âmes
  • 1944 Un incompris (teatro)
  • 1944 Notes de la guerre sèche
  • 1944 D'aujourd'hui et de toujours
  • 1945 Un voyageur solitaire est un diable [Les voyageurs traqués, III] (romanzo)
  • 1946 La vie amoureuse de Monsieur de Guiscart
  • 1946 Malatesta (teatro)
  • 1946 La déesse Cypris
  • 1947 Le Maître de Santiago (teatro)
  • 1947 Pages catholiques recuillies et presentées par Marya Kasterska (antologia)
  • 1947 L'éventail de fer
  • 1947 Carnets XXIX à XXXV (memorie)
  • 1948 Carnets XLII à XLIII (memorie 1942-43)
  • 1949 Demain il fera jour (teatro)
  • 1949 Saint-Simon
  • 1949 L'étoile du soir
  • 1950 Celles qu'on prend dans ses bras (teatro)
  • 1950 Notes sur mon théâtre
  • 1950 Coups de soleil: Afrique, Andalousie
  • 1951 Les cueilleuses de branches
  • 1951 La ville dont le prince est un enfant (teatro, n. ed. 1967)
  • 1951 L'infini est du côte de Malatesta (saggi)
  • 1952 Le fichier parisien (saggi, n. ed. 1974)
  • 1952 Le Plaisir et la Peur
  • 1952 España sagrada
  • 1953 Textes sous une Occupation 1940-44 (saggi)
  • 1954 L'histoire d'amour de "La Rose de Sable"
  • 1954 Port-Royal (teatro)
  • 1954 Théâtre ("Pléiade", prefazione Jacques de Laprade, n. ed. 1972)
  • 1955 Carnet XXII à XXVIII (memorie 1932-34)
  • 1956 Carnets XIX à XXI (memorie 1930-32)
  • 1956 Les auligny
  • 1956 Don Juan (La mort qui fait le trattori) (teatro)
  • 1956 Carnets 1930-1944 (memorie)
  • 1956 Brocéliande (teatro)
  • 1959 Romans I ("Pléiade", prefazione di Roger Secrétain, n. ed. 1989)
  • 1960 Le cardinal d'Espagne (teatro)
  • 1962 Le Chaos et la Nuit (romanzo)
  • 1963 Discours de réception à l'Académie Française et réponse du duc de Lévis Mirepoix (saggi)
  • 1963 Essais ("Pléiade", prefazione di Pierre Sipriot)
  • 1965 La guerre civile (teatro)
  • 1966 Va jouer avec cette poussière. Carnets 1958-64 (memorie)
  • 1968 La Rose de sable (edizione definitiva)
  • 1969 Les Garçons [La jeunesse d'Alban de Bricoule, II]
  • 1970 Le treizième César (saggi)
  • 1971 Un assassin est son maître
  • 1972 La marée du soir. Carnets 1958-71 (memorie)
  • 1972 La tragédie sans masque (note di teatro)
  • 1973 Tout feux éteonts. Carnets 1965-67, 1972 e sans dates (memorie)
  • 1973 Mais aimons-nous ceux que nous aimons?
  • 1976 Coups de soleil (saggi)
  • 1976 L'équinoxe de Septembre suivi de Le solstice de Juin et de Mémoire (saggi)
  • 1979 Dessins (prefazione di Piette Sipriot)
  • 1982 Romans II ("Pléiade", prefazione di Michel Raimond)
  • 1983 Thrasylle
  • 1983 Correspondance (presentazione di Roger Peyrefitte e Pierre Sipriot)
  • 1986 Moustique (romanzo)
  • 1987 Lettres a Michel de Saint Pierre (lettere)
  • 1995 Essais critique
  • 2001 Garder tout en composant tuot 1924-72: carnets inedits, derniers carnets, a cura di Jean-Claude e Yasmina Barat (memorie)
  • 2002 Une recreation entre deux neants: lettere inedite a Luigi Baccolo

Traduzioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • Il gran maestro di Santiago, trad. di Massimo Bontempelli; La regina morta, trad. di Massimo Bontempelli; Malatesta, trad. di Camillo Sbarbaro, Milano, V. Bompiani, 1952.
  • Gli scapoli, Milano, Mondadori, 1953.
  • Ragazze, trad. di Maria Luisa Cipriani Fagioli, Milano, Mondadori, 1958.
  • Il cardinale di Spagna; Port-Royal, Milano, Bompiani, 1961.
  • Il caos e la notte, Milano, Bompiani, 1965.
  • La guerra civile : dramma in tre atti, premessa e trad. di Piero Buscaroli, Torino, Fògola, 1976.
  • Il solstizio di giugno, traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983.
  • Pasiphaë, traduzione di Claudio Vinti, Palermo, Novecento, 1990.
  • Malatesta : dramma in quattro atti; trad. Camillo Sbarbaro; con una nota critica di Luca Scarlini, Rimini, Raffaelli, 1995.
  • Le ragazze da marito, trad. di Cesare Colletta, Milano, Adelphi, 2000.
  • L'infinito è dalla parte di Malatesta; introduzione di Giuseppe Scaraffia, Rimini, Raffaelli, 2004.
  • Port-Royal, trad. di Camillo Sbarbaro, Torino, Nino Aragno Editore, 2015.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Nic, p. 439
  2. ^ Vat, p. 15
  3. ^ Vin, p. 22
  4. ^ Mar, p. 3
  5. ^ MONTHERLANT, Henri de, in «Enciclopedia Italiana», Appendice I, Roma 1938, ad vocem.
  6. ^ Jean-François Domenget, Sous la bannière de la droite, in Montherlant critique, Genève, Droz, 2003, p. 40.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Gianni Nicoletti, Henry Millon de Montherlant, in I contemporanei: Letteratura francese II, Roma, Lucarini, 1984.
  • Claudio Vinti, Il ventaglio del samurai: H. de Montherlant e l'ideologia della guerra, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1985.
  • (FR) Michel Mohrt, Montherlant homme libre, Parigi, La table ronde, 1989.
  • (FR) Alain de Benoist, Henry de Montherlant, in Bibliographie générale des droites françaises, vol. 1, Patrimoine des lettres, Paris-Coulommiers, Dualpha, 2004.

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