Henry de Montherlant

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Henry de Montherlant

Henry de Montherlant (Parigi, 21 aprile 1896Parigi, 21 settembre 1972) è stato uno scrittore e drammaturgo francese.

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Biografia[modifica | modifica wikitesto]

« Che cosa sarebbe la mia vita, senza il periodo passato in guerra? Sarei stato buono soltanto da bambino. »

( Henry de Montherlant, Pietà per le donne, Milano, 1958, pp. 239.)

Di origini bretoni e catalane[1], figlio unico di Joseph e Marguerite Camusat de Riancey e nobile progenie, trascorse i primi anni dell'infanzia accanto a un padre preoccupato delle finanze familiari, a una nonna materna corrucciata e ansiosa, agli zii e al nonno, il Conte de Riancey, uomo politico, campione della monarchia e della religione (la nobiltà risale fino a Robert Millon, Seigneur d'Abbémont, nel sedicesimo secolo; il trisavolo era stato deputato all'Assemblea nazionale e della Costituente, poi ghigliottinato); ovvero in una atmosfera di memorie dotate di spessore, castellani, antichi lombi, oggetti d'arte e da collezione, belle donne e cavalli da corsa.[2]

Studiò a Sainte-Croix de Neuilly e superò il bachot nel 1912. Nel 1909, avendo assistito a Bayonne a una corsa di tori, concepì grande passione per la corrida, si esercitò nell'arte di toreare, e fu proprio in occasione di una becerrada che il suo nome comparve per la prima volta su un giornale, Le Torero di Nimes.

Divideva il suo tempo tra il circolo sportivo "L'Auto" e il patronato cattolico "Le Bon Conseil", leggendo avidamente, disegnando e facendo i primi tentativi di scrittura giovanile (La vie de Scipion - mai pubblicato - quando aveva appena dieci anni e Pro Unà Terrà, in collaborazione con Faure-Biguet, nel 1907)[2]; a venti anni pubblicò a sue spese, dopo il rifiuto di undici editori, La Releve du Matin, un omaggio ai soldati della Grande Guerra[3], a cui aveva preso parte volontario.

Rimpiangendo lo spirito della guerra e trovando il mondo del dopoguerra abietto, Montherlant sentì la necessità di dar vita con alcuni amici ad una società segreta, che fu chiamata “l'Ordre".

I membri de "l'Ordre" si richiamavano ai cavalieri o ai samurai e al pari di questi disprezzavano la società borghese; "non potrebbe essere altrimenti per uno che possiede una civiltà interiore più rara e più avanzata di quella che circola intorno a lui". Alla base dell'"Ordre" erano sottesi valori come la droiture, la fierté, il courage, la sagesse, poi la fidélité, il respect de sa parole, il maîtrise de soi, il désintéressement e la sobriété. I colori erano il nero e il bianco; le donne non erano ammesse e il cristianesimo - "tra le cause dell'indebolimento dell'esercito romano alla fine dell'Impero" - era assente. La vita dell'"Ordre" durò circa dieci mesi.[4]

Jacques-Émile Blanche, Ritratto di Henry de Montherlant (1922), Musée des Beaux-Arts de Rouen.

Nel 1922 scrisse Le songe e nel 1923 Les Olympiques, opera nella quale celebrava i cultori dell'atletica leggera. Entrambi i testi sono una rassegna dei sogni eroici del giovane Montherlant. Egli cesella personaggi còlti nella solennità, quasi religiosa, dei campi di battaglia o delle palestre, esalta lo sforzo fisico, il coraggio, la virile abnegazione, il gusto dell'avventura, il superamento delle debolezze tipiche degli uomini comuni.[5] Parallelamente, in Aux fontaines du désir (1927), abbracciò il culto della rinuncia come dominio di sé; il rifiuto, per Montherlant, è più nobile del desiderio.

La tauromachia, di cui fu particolarmente appassionato (a quindici anni uccise il suo primo toro), gli ispirò uno dei suoi migliori libri: Les Bestiaires (1926). Nell'arte del toreare Montherlant vide l'antico culto mitraico[6] oltre che un simbolo della passione umana.[7]

I suoi primi successi furono la tetralogia Les jeunes filles (1936-1939) e Les célibataires (1934). In Les jeunes filles Monteherlant si scaglia contro il richiamo della tendresse, contro il sentimentalismo, particolarmente vivi nell'animo femminile e che rischiano di corrompere l'uomo («La storia dell'umanità, da Eva in poi, è la storia degli sforzi fatti dalla donna, perché l'uomo sia sminuito e soffra, e divenga il suo uguale»).[5]

Montherlant, in quest'opera, alza la sua protesta contro un'epoca in cui i grandi valori individuali vanno spegnendosi e la democrazia diffonde conformismo. All'anticonformismo virile si contrappone, secondo l'autore, il conformismo femminile: cioè la mimetica capacità delle donne di adattarsi alla vita, di sposarla nella sua contradditorietà e mediocrità, senza mai misurarla al paragone di un'ideologia, di un assoluto. L'opera, tacciata di misoginia, fu definita da Simone de Beauvoir una «cafoneria».[8] In questo periodo lo scrittore viaggiò molto, specie in Spagna, Italia ed Algeria.

Da cattolico, con venature pagane, Montherlant vide nella Chiesa romana l'erede ideale della tradizione imperiale.[9] Nella sua opera risentì molto degli scritti di Paul Adam[10], Maurice Barrès (dal quale ereditò il culto dell'individualismo e della forza[11]), Paul Bourget[12][13], André Gide; ma anche dell'influsso della grande tradizione religiosa del Seicento francese, da Racine e Corneille a Bossuet, soprattutto per lo splendore magniloquente della sua prosa e per la statura grandiosa dei suoi personaggi.

Non bastano tuttavia questi autori a spiegare interamente in Montherlant l'uomo e l'artista. Ad essi si aggiungono lo Stendhal dei cinici e risoluti "eroi", e Maurras, evidente nella sua influenza quando Montherlant si dichiara cattolico di tradizione ma incredulo cattolico, per la difesa di un determinato ordine temporale ma anticristiano. Su tutto incombe l'ombra di Nietzsche e quella di Gabriele d'Annunzio, che si spinse d'altra parte a complimentarsi con lui.[14][15]

Gli autori che preferiva erano Montaigne, Racine, Pascal; i "moralistes" del XVI e del XVII secolo, La Rochefoucauld, Jean de La Bruyère, Vauvenargues, Chamfort, Rivarol, Joubert. Nel XIX secolo Chateaubriand, Stendhal, Barrès (soprattutto il primo Barrès). In Svizzera, Amiel. In Germania, Goethe e Nietzsche. In Italia, D'Annunzio.[16]

Avant-guerre[modifica | modifica wikitesto]

« Scolaro, la mia famiglia mi assegnò un padre spirituale gesuita di destra al fine di controbilanciare l'influenza del collegio democristiano (di sinistra) in cui mi trovavo. Ciò ha influito nella mia vita facendomi di volta in volta apparire ambiguo ed equilibrato. »

( Henry de Montherlant, La Marée du soir, Paris, Gallimard, 1972, pp. 74-75.)

Dal 1932 al 1940 visse l'avant-guerre dialetticamente. Non solo rinunciò alla pubblicazione integrale della Rose de sable (una storia d'amore raccontata da una prospettiva maschilistica, in cui, tra l'altro, veniva criticata la figura allora emergente della donna emancipata[17]), perché conteneva pagine a favore dei musulmani dell'Africa del Nord, quindi un atteggiamento critico nei riguardi della dominazione francese in Algeria, ma prese a collaborare a periodici di opposte tendenze politiche; a rifiutare premi non compatibili con alcune sue convinzioni, versandone l'ammontare equamente a soldati francesi e marocchini perché, per quanto nemici, "avevano fatto ugualmente il loro dovere"; a firmare manifesti pro russi bianchi e rossi; a rompere il secondo fidanzamento nel 1934, dopo averne rotto un altro dieci anni prima.

Pur non aderendo alle battaglie portate avanti dagli intellettuali vicini all'Action française, sembrò risentirne in alcune dichiarazioni nelle quali si scagliò contro la democrazia e il pacifismo, ritenuti tra le cause della mancanza di qualità e dell'onore nella Francia contemporanea. In una intervista rilasciata al quotidiano algerino Oran-Matin, pose a confronto l'efficacia delle misure di governo della Germania con la politica di sabotage della vita morale e del regime economico e sociale condotta dall'élite francese.[18]

L'8 maggio 1933, sbarcato dall'Algeria, incontrò Martin du Gard con il quale commentò l'ascesa dei nazionalsocialisti: «Mi sono sempre rifiutato di andare in Germania dopo questa guerra; eppure ero persuaso che la vita nuova... sì, che la vita era lì. Oggi non voglio andarci perché, in questo momento, mi piacerebbe troppo».[19]

Nel 1935 firmò, più per solidarietà verso gli indigeni che per convinzione politica[20], un manifesto che criticava il colonialismo in genere e la politica coloniale dell'Italia in Etiopia. Critico verso lo schieramento capeggiato dai franchisti durante la guerra civile spagnola, rifiutò tuttavia l'invito di Louis Aragon a nome del governo spagnolo a recarsi a Barcellona per una conferenza, "presentendo – scrive nei Carnets – che una volta laggiù mi farebbero fare un giro nelle trincee, e allora sarebbe più forte di me, prenderei un fucile e ci resterei".[21] Nel 1938 pubblicò L'Equinoxe de septembre, contro la pace di Monaco e il pacifismo francese, in cui accusò i suoi compatrioti di opporre alla "morale leonina" degli Stati totalitari una morale da "provinciali"[22]. Nel 1940, inabile al servizio militare, si fece inviare come corrispondente di guerra di un quotidiano di sinistra in Oise-et-Aisne, dove fu ferito leggermente da una bomba.[23]

Scrisse inoltre per il teatro, specie dopo la seconda guerra mondiale, pubblicando opere come La reine morte (1934), Pasiphaë (1949), Malatesta (1950) e la trilogia - segnata da un rigorismo di derivazione giansenista[24] - dei «drammi sacri»; ovvero: Le Maître de Santiago (1947), La ville dont le prince est un enfant (1951), Port-Royal (1954).

Tra gli ultimi eredi del decadentismo europeo, Montherlant unì il gusto estetizzante del passato a una vena di inquieto moralismo, che lo portò sia nei romanzi che nel teatro a scrutare il dramma di anime belle e tormentate, superiori alla comune umanità: nei suoi romanzi, in particolare, amava ritrarre personaggi eroici e moralmente perfetti.

Questo culto esagerato per l'eroismo lo portò a pubblicare nel 1941, su Le Gerbe e sulla Nouvelle Revue Française diretta da Pierre Drieu La Rochelle, Le solstice de Juin; un saggio in cui esprimeva la sua ammirazione per l'esercito tedesco, dichiarava che la Francia era stata giustamente sconfitta e conquistata[25] e auspicarva che i tedeschi (eredi ideali di Massenzio) giungessero a far sventolare la "ruota solare" su Notre-Dame per instaurare un nuovo ordine.[11]

Nella "ruota solare" l'autore vide però, secondo una sua personale interpretazione, un simbolo di uno dei concetti chiave che caratterizzarono sia la sua vita sia le sue opere: e cioè l'alternanza. Tutto ciò che esiste è, per l'autore, «sottomesso all'alternanza. Chi lo comprende ha compreso tutto. Gli antichi Greci ne sono impregnati. E sembra che la Cina antica assunse come emblema il drago dalla coda oscillante, per testimoniare tale principio. La natura avanza di contrario in contrario. Nell'uomo, quel segreto piacere che egli prova a "rinnegarsi", che non è niente altro che portare alla luce le parti di se stesso che prima soffocava, è il piacere di sentire il proprio accordo profondo con l'ordine delle cose».[26]

In quest'opera riprendeva anche alcune argomentazioni già affrontate in precedenza (in Chant funèbre pour les morts de Verdun, L'Exil e L'Equinoxe de septembre) come l'impossibilità di bandire la guerra dalla vita umana in quanto connaturata a quest'ultima.[27]

Il libro non piacque però ai tedeschi che ne vietarono la circolazione in Francia, anche se per sole tre settimane. In Belgio e in Olanda, l'interdizione durò fino alla fine della guerra. Tuttavia, André Gide accusò l'autore di désinvolture e nel dopoguerra André Rousseaux lo attaccò violentemente in un articolo, per "sottomissione al nemico"; nel 1962 Philippe Soupault e Robert Kanters istituirono una sorta di processo contro di lui sul settimanale Arts.[28]

Gli anni del dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Accusato di collaborazionismo[29][30], finito sulla lista di proscrizione[31], nel dopoguerra gli fu proibito di pubblicare per un anno. L'adesione dello scrittore al governo del Maréchal Pétain fu essenzialmente "morale" e "spirituale"[32][33]; a Pétain lo legava l'aver preso parte, in qualità di segretario generale, alle operazioni di allestimento dell'Ossario di Douaumont.[34] Non mancheranno critiche dell'autore al regime, soprattutto in merito all'educazione dei giovani: Montherlant ritenne degradanti la produzione cinematografica (il suo giudizio sul cinema fu in generale negativo: definì il cinematografo «fogna del XX secolo» e Charlie Chaplin «un mediocre pagliaccio di cinema»[35]), le riviste e le trasmissioni radiofoniche e detestabile l'istituzione della Loterie Nationale.[36] In linea con la politica famigliare del regime fu invece la seguente dichiarazione rilasciata a Radio-Jeunesse: «Con le signorine farò in fretta: quando avrò detto loro "tenete in ordine la casa, fate la cucina, dei figli e l'amore", avrò detto loro tutto».[37]

Nella Parigi occupata dai nazisti svolse un ruolo di mediatore tra la cultura francese e quella tedesca e collaborò con il Deutschland-Frank-reich, l'annuario edito dall'Istituto tedesco di Parigi.[38] L'invito alla collaborazione con il nemico è stato individuato in un passaggio del Solstice de juin in cui Montherlant afferma che si deve «fare tutto ciò che è necessario per annientare l'avversario. Ma una volta che questi ha dimostrato di avere in mano la partita, allearsi con lo stesso spirito con lui».[39] In una conferenza del Comité France-Allemagne, introducendo l'ambasciatore tedesco Otto Abetz[40], ribadì quanto aveva già affermato nel 1933 in una allocuzione agli studenti tedeschi sulla Europäische Revue: ossia il rispetto del nemico secondo un codice cavalleresco che Montherlant riprendeva dall'etica dei samurai.[41] Durante gli anni di Vichy fu rappresentata in serata di gala alla Comédie-Française, davanti ad una sala occupata in massima parte da ufficiali della Wehrmacht, la pièce La reine morte, diretta da Jean-Louis Vaudoyer, che raccolse consensi da parte di Pierre Drieu La Rochelle e Lucien Rebatet.[42] Tuttavia l'opera conteneva riflessioni amare, ma non golliste, che la censura tedesca non scoprì. Nel marzo 1944 lo scrittore subì anche una perquisizione da parte della Gestapo nella sua abitazione, ma senza conseguenze.[43]

Nel dopoguerra, nel rispondere alle accuse di collaborazionismo, Montherlant sostenne che la libertà di espressione sulla stampa collaborazionista era così grande da consentirgli di esprimere idee opposte alla politica del regime. Tra gli articoli critici verso la dominazione tedesca l'autore indicò Redevenons une insolente nation e un articolo sui moralisti persiani; a proposito del quale Montherlant affermò che nulla vi è di più contrario al nazionalsocialismo della morale e della civiltà persiana del Medioevo.

In un articolo scritto in occasione della morte del suo traduttore per il tedesco, lo storico Karl-Heinz Bremer, raccolto in volume nel 1943 in Belgio, scrisse: «Un giorno i nugoli (le ideologie) che riempiono il cielo al di sopra di coloro che combattono si riuniranno. E saranno solamente uno. Poi questo nugolo si dissiperà. Di questi corpi e di questi nugoli, resterà solamente un orribile distillato di reminiscenze vaghe: Cesare era per la libertà ed il Papa era ghibellino. Non c'è nulla di duraturo che lo svanire delle cose». In altri termini, sotto l'occupazione tedesca, Montherlant sostenne che la morte dei combattenti tedeschi era una morte inutile. I tedeschi accettarono questa indipendenza di atteggiamento. Tuttavia, dopo tale articolo, nove suoi articoli su dieci furono vietati dalla censura.[44]

Affascinato dalla figura di Sigismondo Malatesta, al quale si sentiva unito da un fantasioso legame di sangue[45], nel 1950 fece mettere in scena il dramma in quattro atti Malatesta, che ripercorreva gli ultimi mesi di vita, dal giugno all'ottobre 1468, del condottiero e signore di Rimini. L'opera fu rappresentata eccezionalmente a Rimini, all'anfiteatro romano di Lecce, a Pescara, a Fano che fu tra i possedimenti di Malatesta, e al Teatro Romano di Gubbio.[46]

Inquadrabile nel contesto dell'anarchismo di destra[47] o del radicalismo politico[48], estraneo ai movimenti politici o d'avanguardia e lontano dalla vita mondana della capitale, Montherlant fu vivacemente contestato per le sue posizioni conservatrici durante una rappresentazione del Cardinale di Spagna (1960) alla Comédie-Française. Più che di vero conservatorismo, per Montherlant, si può parlare di un superbo, anche se anacronistico, tentativo di riportare nelle lettere francesi, in piena civiltà di massa e letteratura sperimentale, lo splendore della tradizione.

Henry de Montherlant fra le statue antiche nell'appartamento sul Quai Voltaire, Parigi.

Nel 1962 pubblicò, con discreto successo, Il caos e la notte; un ritratto, in parte grottesco, di un anarchico spagnolo incapace di approdare ad alcun significato universale; una critica sia del comunismo che della società americana, ma anche della Chiesa cattolica e della Spagna franchista, soprattutto per la sua compromissione con gli Stati Uniti.[49][50]

Esteta armato, «anarca» – Ernst Jünger vedrà nella prefazione di Service inutile il Montherlant più vicino al prototipo dell'«anarca»[40]–, la sua vita fu segnata da uno spirito di profondo anticonformismo, che lo portò nella vita come nell'arte, a sdegnare ogni forma di convenzione in contrasto con le proprie convinzioni.[51]

Quando fu eletto nell'Académie française – di cui fu membro dal 1960 al 1972 –, senza aver proposto come da consuetudine la propria candidatura[52], egli rifiutò di indossare l'uniforme di gala e anziché pronunciare, secondo la tradizione, l'elogio funebre del suo predecessore, non esitò ad esprimere la sua divergenza di idee verso il sociologo André Siegfried.

« Non sono molto ottimista sulla durata del mio Teatro. La "pseudo-avanguardia" e il "terrore ideologico" [...] avranno facilmente ragione nell'avvenire degli scrittori che non gli convengono. Voi parlate della decisione che si deve prendere fra l'accademismo e il funambolismo, ma per quanto io so della Casa che in Francia porta il nome di Accademia, dirò che essa si sforza perdutamente di essere a sua volta funambola. »

(Da una lettera a Luigi Bàccolo, 3 giugno 1970[53])

La morte[modifica | modifica wikitesto]

« Il suicida è un vinto. Ma è davvero un vinto? Dovette essere un tema di scuola, a Roma... Rifletto un momento. Vinto, sia pure. Ma che male c'è, ad essere vinto? Dalla società? È un onore. Dalla malattia, dalla vecchiaia? È la natura. Da un nemico? È un soffio nel vento della morte, la vita è fatta di questo. Che il suicida sia o non sia sconfitto, ha poca importanza, se col suo suicidio ha testimoniato due cose: il suo coraggio, e il suo dominio. Allora, il suicidio è la consumazione della vita, come la fiamma consuma la torcia. E per questo che, nel fondo delle mie fantasticherie, si snoda una lunga processione di uomini romani. Essi marciano, a due per due, nella notte. Hanno quel viso sereno che i più coraggiosi offrono alla loro morte. Ciascuno di loro tiene nella destra una torcia viva. La sua fiamma, è la fiamma del suo suicidio, e illumina la loro strada. »

( H. de Montherlant, Mort de Caton.[54])
Targa commemorativa di Henry de Montherlant, in Rue Lauriston, Parigi.

In seguito a una insolazione, cominciò a soffrire di vertigini e di perdite d'equilibrio, a cui si aggiunsero l'agorafobia e un calo della vista a tal punto d'aver bisogno dell'accompagnamento. Divenuto quasi cieco, si suicidò nel 1972, ripetendo il gesto dei filosofi stoici che aveva pubblicamente ammirato per tutta la vita.[55] Quattro ore prima di morire dichiarò al pittore Mac'Avoy: «Sono sulla lista nera. [...] So che tutto è finito per me».[56] Pierre Pascal, amico di lunga data dell'autore, additò Roger Peyrefitte quale responsabile morale della morte; questi rivelò alcuni particolari sulle tendenze affettive — sulle quali Montherlant mai si espresse apertamente — dello scrittore.[56] Negli ultimi Carnets scrisse: «Appena sarò morto, due avvoltoi, la Calunnia e l'Odio, copriranno il mio cadavere affinché appartenga del tutto e solo a loro, e lo lacereranno».[57] Tre mesi prima di togliersi la vita, trascrisse in un messaggio indirizzato a Gabriel Matzneff una frase di Ernst Jünger sul suicidio: «Le suicide fait partie du capital de l'humanité».[58]

L'ultimo giorno di vita lo scelse nell'estremo dell'estate, giovedì 21 settembre 1972. Come sempre, fece colazione in un ristorante vicino a casa, quindi dormì un poco secondo una sua abitudine. Poco prima delle quattro pomeridiane allontanò con un semplice pretesto la segretaria. La quale, quando sentì l'esplosione del colpo, corse nella stanza da poco lasciata. La testa di Montherlant era rovesciata all'indietro e la pistola era ancora stretta nella mano.

Accanto al corpo, insieme a tre lettere (una per la segretaria, una per la giustizia e una per suo cugino, lo scrittore cattolico Michel de Saint Pierre), fu rinvenuto un documento firmato e datato diversi mesi prima in cui lasciò scritto:

« Desidero espressamente che il mio cadavere non sia esposto al pubblico e che nessuno possa vederlo, salvo quelle persone che vi sono obbligate per dovere del loro ufficio. Il mio corpo dovrà essere condotto, senza alcuna cerimonia né civile né religiosa, direttamente dal luogo del mio decesso ad un cimitero dove possa essere cremato. Non mi importa di ciò che avverrà delle mie spoglie. Questa disposizione sottintende non c'è bisogno di dirlo che non dovranno esserci né fiori, né corone, né evidentemente discorsi. »

Montherlant tuttavia comprendeva le ragioni della morale cristiana che si opponeva al suicidio: «Se ammiro il coraggio di coloro che si suicidano — aggiungeva nello stesso testo — ammiro anche il coraggio di coloro che per quindici secoli — secoli del cristianesimo — hanno sopportato tutto, perfino le cose più atroci, senza suicidarsi. Il coraggio di morire e di non morire».

Per questo motivo, Montherlant pensava che il suo gesto finale non contraddicesse i principii del cristianesimo. Egli stesso annota in La marée du Soir - Carnets 1968-1971[59]:

« Mi comunicano questa frase, che ben si conviene a ciò che io ho spesso scritto del suicidio, ma che conviene meno, mi pare, ai commenti dei teologi: "È proibito uccidere e uccidersi, se non per ordine di Dio e per ispirazione dello Spirito Santo" (San Tommaso, Dei dieci comandamenti, cap. V). »

Ma anche: «Quest'uomo che si considera cristiano, si è tirato un colpo di revolver perché non era più d'accordo col mondo che è stato creato. Ha fatto un segno di croce sul revolver, l'ha baciato e se n'è andato».[57]

Inoltre, afferma di avere consultato un cattolico eminente: questi gli rispose che le cerimonie ufficiali che generalmente accompagnano la morte dei cattolici non erano necessarie e che contava soprattutto l'intenzione. Secondo questa spiegazione, che Montherlant fa sua, i funerali religiosi sono un onore che la Chiesa riserva ai suoi fedeli e che questi ultimi possono rifiutare.[60]

Negli stessi Carnets, alla data del 14 gennaio 1971, è scritto[59]:

« C'è una parola che cito qui per la quarta volta almeno nei miei scritti, la parola di Lyautey che muore: "Muoio della Francia". Mi dispiace solo che queste parole di Lyautey non siano quelle con cui finiscono non soltanto questi "carnets", ma tutta la mia opera. Tuttavia, anche se il caso farà che la mia opera si fermi per sempre su altre parole, sono queste che moralmente saranno state le ultime. »

Dal momento che in un primo testamento aveva lasciato scritto: «Desidero che il volto del mio cadavere venga ricoperto con la maschera di guerriero romano, che mi si posi sul letto l'Eros funebre e sul basso ventre la testa di toro di Guadalest. Che le mie ceneri vengano disperse in Roma»; le sue ceneri furono sparse dall'esecutore testamentario Jean-Claude Barat e dallo scrittore Gabriel Matzneff nei pressi del Tempio di Portuno, fra i Rostri e nel Tevere, a Roma.[61]

« Fu un atto quasi liturgico colmo di emozione e di pietas. L'amore per Roma antica era stata la nostra complicità. Montherlant era innamorato di Roma, più ancora che della Grecia. Innamorato di Roma come lo fu della vita anche se il tema costante delle sue conversazioni era la morte. Si uccise proprio perché amava la vita. Perché non poteva più vivere la vita che amava. Per rispetto di sé e degli altri. Perché aveva l'orrore estetico della decadenza, proprio di uno stoico aristocratico. Sentì che era "ragionevole" concludere, poiché la sua opera era conclusa. Ma non voleva una tomba, voleva involarsi: lo spargimento delle ceneri era la forma più sicura per scomparire e anche la più asociale. Perché Montherlant fu asociale fin nella morte. »

( Gabriel Matzneff, Le défi, Paris, La table ronde, 1988.[62])

Temi[modifica | modifica wikitesto]

Henry de Montherlant elabora una vasta opera narrativa in cui parla dei beni della vita con una lirica esaltazione che spesso rasenta l'estetismo ma anche un acuto senso di psicologia virile. Sull'alveo aperto da Barrès, Montherlant rende la sua materia con alta tenuta di stile, in forma brillante, densa e sostenuta nello stesso tempo.

Nel secondo periodo della sua vita, Montherlant realizza una serie di drammi che vengono rappresentati a distanza di tempo dalla loro composizione. I drammi dell'autore francese non appartengono all'attualità nel senso cronachistico del termine, in quanto non rispecchiano vicende di oggi. Ma lo stato d'animo di cui si fanno portavoce, la rivendicazione dell'onore e della dignità umana in senso rigoroso e formale contribuiscono a spiegare anche certi momenti del difficile dopoguerra francese.

La formula drammatica di Montherlant oscilla tra l'obbedienza alla rigida struttura della tragedia classica francese e il richiamo a forme più libere del dramma romantico (rievocazione storica, costumi riccamente ricostruiti, atmosfere accese). Dal punto di vista tematico tutto il suo universo teatrale ruota attorno a un assunto fondamentale: alla mediocrità del mondo e del consorzio umano si oppone l'eroismo di un uomo solo, diviso tra il desiderio dell'azione e il dubbio rispetto alla sua stessa utilità.[63]

Syncrétisme et alternance[modifica | modifica wikitesto]

Centrale nelle sue opere è il principio eracliteo dell'alternanza, teorizzato in Syncrétisme et alternance, per cui valori incompatibili tra loro coesistono e si equivalgono[64]; è la perpetua oscillazione tra i valori dell'azione e quelli della rinuncia, che consiste nel conquistare il mondo delle cose per misurarne la nullità. Perciò è stato affermato che egli ha fatto proprio lo sguardo nietzschiano del «biologista dei valori». Da tale visione derivano il distacco e l'indifferenza verso la realtà circostante e l'azione intesa come gioco:

« I bambini trascorrono una giornata a costruire un fortino di sabbia, sapendo che la marea della sera lo distruggerà. Questa immagine mi ha sempre perseguitato, simbolo dell'azione intesa come gioco, che è in fondo l'unico modo che la giustifichi. Ma, a ben vedere, quel che c'è di meraviglioso è che sia la distruzione ad animare in parte i bambini. I loro occhi radiosi quando costruiscono il forte. I loro occhi radiosi quando lo vedono distruggere dalla marea. Che l'uomo ami distruggere quello che ha fatto o ciò che gli sta a cuore, questo è noto. Ædificabo et destruam. "Costruirò. E poi distruggerò quello che ho costruito". »

( Henry de Montherlant, Carnets 1958-1964: Va a jouer avec cette poussiere, Paris, Gallimard, 1966, p. 148.)

Pur negando ogni prospettiva fideistica, Montherlant conserva nella sua opera il senso del religioso.[50] Inoltre, la sua visione della realtà risente della filosofia stoica; delle opere di Seneca e di Marco Aurelio, i cui insegnamenti egli considera fondamentali per il conseguimento della padronanza di sé.[65]

Esteta armato, i nemici di Montherlant sono tutti coloro che partecipano al mondo falso e convenzionale degli adulti: scrittori impegnati, politici, confessori, parentele, eredi. Al vertice quale nemico per antonomasia è il civis che insidia la cittadinanza poetica dell'eterno Jüngling.

Perciò, l'estata armato è costretto all'esilio permanente in luoghi che gli consentano di sfuggire al controllo e alle regole della società civile: ecco l'arena, lo stadio, la trincea, poi la fontana, il giardino, l'oasi nel deserto. Lo sfondo per eccellenza è quello dell'Europa mediterranea e del Nordafrica.[66]

La guerra e lo sport[modifica | modifica wikitesto]

Altro tema che caratterizza la sua opera e sul quale il suo giudizio rimase immutato è la centralità della guerra nella vita umana. Gli uomini, nel battersi tra loro, scoprono infatti una realtà "familiare" alla loro natura più profonda, rimasta nascosta fino a quel momento dalle "sovrastrutture della società", ovvero dal "progresso civile" e dalle banalità da "midinettes" della vita borghese.[27] Ai valori della pace Montherlant contrappone quelli della "civiltà della guerra" (coraggio, complicità, compagnonnage[67]) che i soldati esperimentano sul campo di battaglia.[68]

L'esperienza della guerra non è connessa al patriottismo ma piuttosto alla necessità di fuggire dalla mediocrità della vita quotidiana. La guerra si configura come un'esperienza "stimolante e purificatrice", di "elevazione spirituale e sfogo degli istinti, dedizione a un ideale"[69]. Essa va inoltre vissuta in modo cavalleresco, nel rispetto del nemico, secondo la lezione dei samurai; a tal proposito risulta esemplare l'aneddoto che Montherlant riporta in Le parapluie du samouraï (L'équinoxe de septembre, 1938): si racconta di due guerrieri giapponesi che si recano sul terreno per battersi, ma sopraggiunge la pioggia e dal momento che uno dei due è sprovvisto di ombrello l'altro lo ripara sotto il proprio, prima di sguainare la spada e di ucciderlo.

Alla guerra segue la glorificazione dello sport, come mezzo di sviluppare, non solo fisicamente, ma intellettualmente la propria personalità; di evadere da un ambiente, da consuetudini di vita che su tale sviluppo sortiscono effetti perniciosi; di sottrarsi ai tormenti della cosiddetta età ingrata e di conquistare una castità che nulla abbia di morbosamente ascetico. Montherlant richiama inoltre l'attenzione degli intellettuali sui campi sportivi dove ognuno di loro avrebbe dovuto trascorrere fin dall'adolescenza qualche giornata ogni mese; e il richiamo è carico di rimprovero in quanto il dualismo fra intellettualità e vita fisica è ritenuto una delle cause dirette della crisi di ogni cultura.

Ciò che viene attaccato è il disprezzo verso l'attività fisica, considerata come inferiore con il risultato che, ogniqualvolta si trova davanti a una prova seria, l'intellettuale dà in una crisi di coscienza o nell'isterismo. L'esperienza sportiva offre infine nuove possibilità di poesia.[70]

La giustizia e la carità[modifica | modifica wikitesto]

Nelle sue opere importanza è data anche alla giustizia e alla carità. Montherlant — ha scritto Kléber Haedens — ha cercato sempre, sia nei suoi romanzi sia nel suo teatro, di essere giusto con i suoi personaggi, dando a ciascuno i propri meriti. Montherlant pensava che gli scrittori d'oggi non amassero a sufficienza le loro creature. Infatti già dal 1929 aveva estratto dalla sua opera un intero volume di frammenti scelti dal titolo Pagine di tenerezza.[60] In tutta la letteratura di Montherlant ci sono momenti sublimi, nei quali si sente irradiare la dolcezza. Il suo amore per la gioventù che gli ispirò scene di collegio, di guerra, di arene di tori. Montherlant era un uomo generoso. Non c'è contraddizione nel fatto che quest'uomo generoso, amante di una vita che si esprime pienamente nella libertà della gioventù seguisse con tristezza l'evoluzione del mondo.

Montherlant soffriva davanti allo spettacolo della religio depopulata[71] e per l'avvilimento e la stupidità di dottrine che pretendono di ridurre l'uomo a uno stato di cellula meccanica di una società senz'anima. Roland Laudenbach, che lo frequentò per trent'anni, offre una testimonianza significativa: «Per Montherlant tutto andava sempre peggio: Montherlant credeva che Tartufo aveva vinto e che le macchinazioni, gli imbrogli, la viltà e il disordine avrebbero finito per sommergere ogni cosa. Montherlant contemplava con un'ironia disincantata le pagliacciate del mondo e, in particolare, di quello politico e letterario. Aveva una memoria feroce, voglio dire esatta, perché non era cattivo: non calunniava né alimentava dicerie, però registrava e confrontava gli atteggiamenti successivi di ciascun personaggio».[60]

Vi sono infine alcuni ideali ricorrenti a cui è rimasto fedele: austerità, coraggio e aristocrazia, riconducibili alla morale austera di derivazione giansenista impartitagli dalla madre, all'etica dei samurai e del mondo cavalleresco e nobile della Castiglia. Luogo della sua formazione spirituale resta pur sempre la Spagna classica, del Cid Campeador, della Reconquista e del Don Chisciotte, che lo ha educato al disprezzo della mondanità.[72]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Narrativa[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Racconti[modifica | modifica wikitesto]

  • Les Voyageurs traqués:
    • Aux fontaines du désir (1927)
    • La Petite Infante de Castille (1929)
    • Un voyageur solitaire est un diable (1961)
  • Pubblicazioni postume:
    • Mais aimons-nous ceux que nous aimons ? (1973)
    • Le Fichier parisien (1974)
    • Coups de soleil (1976)
    • Quelques mois de féerie, quelques jours de galère. Inédits nord-africains (1926-1940) (1995)

Saggi[modifica | modifica wikitesto]

  • La Relève du matin (1920)
  • Les Olympiques (1924)
  • La mort de Peregrinos (1927)
  • Mors et vita (1932)
  • Service inutile (1935)
  • L'Équinoxe de septembre (1938)
  • Les Nouvelles chevaleries (1941)
  • Le Solstice de juin (1941)
  • Notes de théâtre (1943)
  • Textes sous une occupation (1940-1944) (1963)
  • Discours de réception à l'Académie française et réponse du duc de Lévis Mirepoix (1963)
  • Le Treizième César (1970)
  • La Tragédie sans masque. Notes de théâtre (1972)
  • Essais critiques (1995)

Carnets[modifica | modifica wikitesto]

Poesia[modifica | modifica wikitesto]

  • Les Sauteurs de haies (1924)
  • Encore un instant de bonheur (1934)

Lettere[modifica | modifica wikitesto]

  • Correspondance (1938-1941), présentation et notes de R. Peyrefitte et Pierre Sipriot, Robert Laffont, 1983
  • Lettres à Michel de Saint Pierre, préface de Michel de Saint Pierre, Albin Michel, 1987

Vari[modifica | modifica wikitesto]

  • Pages catholiques, recueillies et présentées par Marya Kasterska, Plon, 1947
  • Dessins, préface de Pierre Sipriot, Copernic, 1979

Traduzioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • Commento al Greco, in Pesci rossi, traduzione di Maria Chiappelli, 8-9, 1950.
  • Quelle che prendiamo tra le braccia: dramma in tre atti, in Sipario, nº 63, 1951.
  • Il gran maestro di Santiago; La regina morta; Malatesta, traduzione di Massimo Bontempelli, Camillo Sbarbaro, Milano, Bompiani, 1952. Riedito in parte: Malatesta : dramma in quattro atti, traduzione di Camillo Sbarbaro, con una nota critica di Luca Scarlini, Rimini, Raffaelli, 1995.
  • Gli scapoli, traduzione di Egidio Bianchetti, Milano, Mondadori, 1953.
  • Cròtalo cornuto e topo-canguro; Bozzagro dalla coda rossa e cròtalo, in Deserto che vive, Firenze, Centro internazionale del libro, 1954.
  • Ragazze, traduzione di Maria Luisa Cipriani Fagioli, con Pietà per le donne, Il demone del bene, Le lebbrose, Milano, Mondadori, 1958. Nuova traduzione: Le ragazze da marito [Volume primo della tetralogia], traduzione di Cesare Colletta, Milano, Adelphi, 2000.
  • Il cardinale di Spagna; Port-Royal, traduzione di Giuseppina Gozzini, Camillo Sbarbaro, Milano, Bompiani, 1961. Riedito in parte: Port-Royal, traduzione di Camillo Sbarbaro, Torino, Nino Aragno Editore, 2015.
  • Il caos e la notte, traduzione di Giuseppe Mormino, Milano, Bompiani, 1965.
  • Giordano Goggioli (a cura di), Il paradiso all'ombra delle spade, in Calcio: I racconti del calcio, Roma, Edizioni sportive italiane, 1970.
  • Canto di Minosse, in Revisione, traduzione di Sandro Paparatti, nº 3, 1972, pp. 170-174.
  • La guerra civile : dramma in tre atti, premessa e traduzione di Piero Buscaroli, Torino, Fògola, 1976.
  • Il solstizio di giugno, introduzione e traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983.
  • Pasiphaë, traduzione di Luca Coppola, introduzione di Claudio Vinti, Palermo, Novecento, 1990.
  • L'infinito è dalla parte di Malatesta, introduzione di Giuseppe Scaraffia e appendice a cura di Moreno Neri, Rimini, Raffaelli, 2004.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Jean Bergeaud, Je choisis ... mon théâtre: Encyclopédie du théâtre contemporain, Éditions Odilis, 1956, p. 451.
  2. ^ a b Nic, p. 439
  3. ^ Vat, p. 15
  4. ^ (FR) En 1919, création de l’Ordre, su montherlant.be.
  5. ^ a b Giorgetto Giorgi, Montherlant, in Dizionario critico della letteratura francese: diretto da Franco Simone, I, Torino, U.T.E.T., 1972, p. 835.
  6. ^ «Mithra uccide il Toro: ma ecco che dal sangue si genera il vino, dal midollo il grano e tutti i vegetali, dallo sperma le bestie buone agli uomini. Dall'atto sanguinario originano i beni della terra: il corno taurino si è fatto simbolo di abbondanza. Domani, sino alla fine dei tempi, Mithra rinnova il sacrificio del Toro divino. E da esso scaturisce non più questa vita terrena ma la risurrezione dei corpi e delle anime, coi castighi e le felicità eterne.»
  7. ^ «La tauromachia è qualcosa che va molto lontano. Il dramma taurino, noi possiamo incontrarlo a tutte le cantonate della vita e per tutta la vita. Avrei molte cose da dire a questo proposito e con profondità ben maggiore di quando ne scrivevo trent'anni fa. Quello che dovrei dire è essenzialmente questo: il dramma del toro, nel quarto d'ora della corrida, riproduce la vita dell'uomo, riproduce il dramma dell'uomo: nella passione di un animale l'uomo viene ad assistere alla sua passione». Henry de Montherlant, IV Nota, in Il cardinale di Spagna, Milano, Bompiani, 1960.
  8. ^ Mar, p. 3
  9. ^ MONTHERLANT, Henri de, in «Enciclopedia Italiana», Appendice I, Roma 1938, ad vocem.
  10. ^ Jean-François Domenget, Sous la bannière de la droite, in Montherlant critique, Genève, Droz, 2003, p. 40.
  11. ^ a b Carlo Lauro, La coppia è un ingranaggio di avventure, in L'Indice dei libri del mese, nº 12, 2000, p. 11.
  12. ^ (FR) Henry de Montherlant, Charles Maurras, in Le Nouveau Mercure, n. 4, aprile 1923, pp. 9-12.
  13. ^ Pas, p. 69
  14. ^ Maurizio Serra, p. 211; Henry de Montherlant, Infelicità di D'Annunzio, in Corriere della Sera, 18 febbraio 1972, p. 3.
  15. ^ Francesco Casnati, Montherlant, in Vita e Pensiero, febbraio 1952, p. 91.
  16. ^ Vittorio Abrami, 25 Quai Voltaire, una intervista di Montherlant, in La Fiera Letteraria, nº 16, 21 aprile 1963, p. 1.
  17. ^ Henry de Montherlant, su Encyclopædia Britannica.
  18. ^ Oran-Matin, 26 marzo 1933. Vin, p. 90-91.
  19. ^ Roberto Calasso, La società viennese del gas, in L'innominabile attuale, Milano, Adelphi Editore, 2017, p. 56.
  20. ^ Maurizio Serra, p. 214.
  21. ^ Luigi Bàccolo, p. 187.
  22. ^ (ES) Ignacio Elizalde, Literatura y espiritualidad, España, 1983, p. 420.
  23. ^ Nic, p. 440
  24. ^ Montherlant, Henry Millon de, su Enciclopedia on line Treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  25. ^ Loc
  26. ^ Henry de Montherlant, Il solstizio di giugno, traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983, p. 195.
  27. ^ a b Vin, p. 58
  28. ^ Vin, pp. 95-97.
  29. ^ Eugenio Di Rienzo, Resistenti, indifferenti e «collabò» L'intellighenzia francese sotto Hitler, il Giornale.it, 31 agosto 2011.
  30. ^ Pierre Vial, Jean Giono e "Le Chant du Mond", in Centro Studi La Runa, 10 dicembre 2009.
  31. ^ Pas, p. 68
  32. ^ Vin, p. 103
  33. ^ Paul Gentizon, Ai miei amici italiani. Sguardi sulla Francia: La casa capovolta, in Corriere della Sera, a. 69, n. 244, 12 ottobre 1944, p. 1.
  34. ^ Vin, p. 105
  35. ^ Chapliniana: Chaplin e la critica, Bari, Laterza, 1979, p. 100.
  36. ^ Vittorio Abrami, A colloquio con Montherlant, in Il Popolo, 26 ottobre 1963, p. 5.
  37. ^ Maurizio Serra, Una cultura dell'autorità: la Francia di Vichy, Bari, Laterza, 1980, p. 118.
  38. ^ Ernst Jünger, Antonio Gnoli, Franco Volpi, I prossimi titani: conversazioni con Ernst Jünger, Milano, Adelphi, 1997, p. 94.
  39. ^ Luigi Bàccolo, p. 190; H. de Montherlant, Il solstizio di giugno, traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983, p. 183.
  40. ^ a b Maurizio Serra, p. 216.
  41. ^ Vin, p. 94.
  42. ^ Mary Ann Frese Witt, The Search for Modern Tragedy: Aesthetic Fascism in Italy and France, New York, Cornell University Press, 2001, p. 206.
  43. ^ Pas, pp. 73-74.
  44. ^ titolo‪Textes sous une occupation, 1940-1944 Henry de Montherlant‬, Paris, Gallimard, 1953, p. 151.
  45. ^ «[...] ho accolto un giorno la notizia che, se nel latte è contenuto il sangue, in me c'era qualche goccia di sangue malatestiano, dal momento che un'amica di mia madre, che mi allattò, discendeva dai Malatesta». H. de Montherlant, Il Malatesta di Montherlant, in Il Resto del Carlino, 28 luglio 1969, p. 3.
  46. ^ H. de Montherlant, Malatesta chez Malatesta, in La tragédie sans masque, Paris, Gallimard, 1972, p. 74.
  47. ^ Vin, p. 98
  48. ^ Sip, p. 251
  49. ^ «In Spagna come in Francia, e certamente anche altrove, delle cose per se stesse buone e impiantate da gran tempo nel paese, venivano soppresse con un tratto di penna, perché urtavano i turisti americani e Dio sa che turisti! Dio sa quali esemplari di umanità superiore! Don Celestino era mortificato per tanta insulsaggine internazionale». Henry de Montherlant, Il caos e la notte, Milano, Club degli editori, 1966.
  50. ^ a b Nino De Bella, Montherlant tra il caos e la notte, in La parola e il libro, a. 49, maggio 1966.
  51. ^ Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, La narrativa in Francia, in La scrittura e l'interpretazione : storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civilta europea : Dall'ermetismo al postmoderno (dal 1925 ai giorni nostri). Tomo primo, Palermo, Palumbo, 1997, p. 502.
  52. ^ Daniel-Rops, L'Accademia di Francia ritorna alle origini, in L'Eco di Bergamo, 31 marzo 1960, p. 3.
  53. ^ Luigi Bàccolo, Montherlant è oggi inattuale, in La Fiera Letteraria, settembre 1973, p. 12.
  54. ^ Citato in Piero Buscaroli, I 'Cari Romani' di Henry de Montherlant, in H. de Montherlant, La guerra civile, Torino, Fògola, 1976.
  55. ^ Vin, p. 128.
  56. ^ a b Pas, p. 73.
  57. ^ a b (FR) La mort de Montherlant, su montherlant.be.
  58. ^ Christopher Gérard, La source pérenne, Lausanne, L'Age d'Homme, 2007, p. 159.
  59. ^ a b Pas, p. 72.
  60. ^ a b c Ricardo Paseyro, Ricordo di Henry de Montherlant, in Revisione, nº 3, 1972, pp. 165-166.
  61. ^ Manlio Triggiani, Quando Matzneff “officiò” i funerali dell’antico romano Henry de Montherlant, in Barbadillo, 13 aprile 2016.
  62. ^ Citato in Tiziana Mian, Il samurai della letteratura, in Il Giornale, 21 aprile 1995, p. 14.
  63. ^ Silvio D'Amico (a cura di), Enciclopedia dello spettacolo: Mal-Perg, Roma, Le maschere, 1962, p. 789.
  64. ^ Montherlant di sé stesso, in La Fiera Letteraria, nº 40, 1º ottobre 1972.
  65. ^ Pierangela Adinolfi, La mort qui fait le trottoir (Don Juan) di Henry de Montherlant, in Michele Mastroianni (a cura di), Don Giovanni nelle riscritture francesi e francofone del Novecento : atti del Convegno internazionale di Vercelli (16-17 ottobre 2008), Firenze, Olschki, 2009, p. 204.
  66. ^ Maurizio Serra, p. 208.
  67. ^ Maurizio Serra, p. 211.
  68. ^ (FR) Henry de Montherlant, Chant funèbre pour les morts de Verdun, in Essais, Parigi, Gallimard, 1963, p. 183.
  69. ^ Montherlant, Henry Millon de-, su Sapere.it.
  70. ^ Francesca Petrocchi, Sport e letteratura nella storia, su Enciclopedia dello Sport - Treccani.it, 2003.
  71. ^ L'Abbé Rivière, “fils de la solitude rustique”, ange tutélaire de Montherlant, su montherlant.be. Henry de Montherlant, Michel de Saint Pierre, Lettres à Michel de Saint Pierre, Paris, Editions Albin Michel, 1987, p. 10.
  72. ^ Vin, pp. 125-126

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Prezzolini, H. de Montherlant, Le releve du matin, Paris, Joud, 1922, in Il Convegno, 11-12, 25 dicembre 1922, p. 690.
  • Adriano Tilgher, Attivismo in crisi, Montherlant pessimista, in La Cultura, nº 4, 1º marzo 1928, pp. 157-160.
  • Giacomo Prampolini, Doni dell'Africa, in La Fiera Letteraria, nº 42, 14 ottobre 1928, p. 8.
  • Lorenzo Giusso, Montherlant, in Il viandante e le statue, Milano, Corbaccio, 1929, pp. 289-298.
  • Emilio Castellani, La lezione dello stadio, in Corrente di vita giovanile, nº 12, 15 luglio 1938, p. 4.
  • (FR) Michel de Saint-Pierre, Montherlant bourreau de soi-meme, Parigi, Gallimard, 1949.
  • Félicien Marceau, Equilibrio dello spirito in un classico moderno, in La Fiera Letteraria, 25 novembre 1951.
  • Indro Montanelli, Montherlant, in Tali e quali : 2, Milano, Longanesi, 1956, pp. 331-336.
  • Antonio Corsaro, Per Montherlant, in Astrattismo nella poesia francese del Seicento e altri studi, Palermo, Flaccovio, 1968, pp. 255-259.
  • Renzo Rossellini, Ultimi colloqui con Montherlant, Monte-Carlo, Imprimerie Monegasque, 1972.
  • (FR) Émile Lecerf, Jean Mabire, Michel Ciry, François d'Orcival, Michel Marmin, Jean Cau, Michel Mourlet, Henry de Montherlant, in Nouvelle École, nº 20, settembre 1972.
  • Giorgio Locchi, De Montherlant l'ultimo scrittore aristocratico, in Il Tempo, 23 settembre 1972, p. 3.
  • Pierre Pascal, In ricordo di Montherlant: XXI settembre MCMLXXII, sedicesima ora, in la Destra : rivista internazionale di cultura e politica, nº 10, ottobre 1972.
  • (FR) Eric Vatré, Montherlant: entre le Tibre et l'Oronte, Parigi, Nouvelles Éditions Latines, 1980.
  • Luigi Bàccolo, Mitologia politica di Montherlant, in Il mormorio delle passioni nascenti e altre cose, Cuneo, L'arciere, 1981.
  • (FR) Pierre Sipriot, Montherlant sans masque, Paris, Éditions Robert Laffont, 1982.
  • Gianni Nicoletti, Henry Millon de Montherlant, in I contemporanei: Letteratura francese II, Roma, Lucarini, 1984.
  • Claudio Vinti, Il ventaglio del samurai: H. de Montherlant e l'ideologia della guerra, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1985.
  • Maurizio Serra, La dedica di D'Annunzio a Montherlant, in L'esteta armato : il poeta-condottiero nell'Europa degli anni Trenta, Bologna, Il Mulino, 1990.
  • (FR) Alain de Benoist, Henry de Montherlant, in Bibliographie générale des droites françaises, vol. 1, Patrimoine des lettres, Paris-Coulommiers, Dualpha, 2004.
  • Pierangela Adinolfi, Bernanos e Montherlant: dai Dialogues des Carmélites a Port-Royal, in Studi Francesi, nº 148, gennaio-aprile 2006, pp. 41-55.

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