Henry de Montherlant

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Henry de Montherlant

Henry de Montherlant (Parigi, 21 aprile 1896Parigi, 21 settembre 1972) è stato uno scrittore e drammaturgo francese.

Firma di Henry de Montherlant

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

« Che cosa sarebbe la mia vita, senza il periodo passato in guerra? Sarei stato buono soltanto da bambino. »
( Henry de Montherlant, Pietà per le donne, Milano, Mondadori, 1958, pp. 239.)

Figlio unico di Joseph e Marguerite Camusat de Riancey e nobile progenie, trascorse i primi anni dell'infanzia accanto a un padre preoccupato delle finanze familiari, a una nonna materna corrucciata e ansiosa, agli zii e al nonno, il Conte de Riancey, uomo politico, campione della monarchia e della religione (la nobiltà risale fino a Robert Millon, Seigneur d'Abbémont, nel sedicesimo secolo; il trisavolo era stato deputato all'Assemblea nazionale e della Costituente, poi ghigliottinato); ovvero in una atmosfera di memorie dotate di spessore, castellani, antichi lombi, oggetti d'arte e da collezione, belle donne e cavalli da corsa.[1]

Studiò a Sainte-Croix de Neuilly e superò il bachot nel 1912. Nel 1909, avendo assistito a Bayonne a una corsa di tori, concepì grande passione per la corrida, si esercitò nell'arte di toreare, e fu proprio in occasione di una becerrada che il suo nome comparve per la prima volta su un giornale, Le Torero di Nimes.

Divideva il suo tempo tra il circolo sportivo "L'Auto" e il patronato cattolico "Le Bon Conseil", leggendo avidamente, disegnando e facendo i primi tentativi di scrittura giovanile (La vie de Scipion - mai pubblicato - quando aveva appena dieci anni e Pro Unà Terrà, in collaborazione con Faure-Biguet, nel 1907)[1]; a venti anni pubblicò a sue spese, dopo il rifiuto di undici editori, La Releve du Matin, un omaggio ai soldati della Grande Guerra[2], a cui aveva preso parte volontario.

Nel 1922 scrisse Le songe e nel 1923 Les Olympiques, opera nella quale celebrava i cultori dell'atletica leggera. Entrambi i testi sono una rassegna dei sogni eroici del giovane Montherlant. Egli cesella personaggi còlti nella solennità, quasi religiosa, dei campi di battaglia o delle palestre, esalta lo sforzo fisico, il coraggio, la virile abnegazione, il gusto dell'avventura, il superamento delle debolezze tipiche degli uomini comuni.[3] In Le songe l'esaltazione della guerra non è connessa al patriottismo ma alla necessità di fuggire dalla mediocrità della vita quotidiana. La guerra si configura come un'esperienza "stimolante e purificatrice", di "elevazione spirituale e sfogo degli istinti, dedizione a un ideale", pur nella consapevolezza della sua "inutilità oggettiva", tema che l'autore approfondirà in Service inutile.[4]

La tauromachia, di cui fu particolarmente appassionato (a quindici anni uccise il suo primo toro), gli ispirò uno dei suoi migliori libri: Les Bestiaires (1926). Nell'arte del toreare Montherlant vide l'antico culto mitraico[5] oltre che un simbolo della passione umana:

« La tauromachia è qualcosa che va molto lontano. Il dramma taurino, noi possiamo incontrarlo a tutte le cantonate della vita e per tutta la vita. Avrei molte cose da dire a questo proposito e con profondità ben maggiore di quando ne scrivevo trent'anni fa. Quello che dovrei dire è essenzialmente questo: il dramma del toro, nel quarto d'ora della corrida, riproduce la vita dell'uomo, riproduce il dramma dell'uomo: nella passione di un animale l'uomo viene ad assistere alla sua passione. »
( Henry de Montherlant, IV Nota, in Il cardinale di Spagna, Milano, Bompiani, 1960.)

I suoi primi successi furono la tetralogia Les jeunes filles (1936-1939) e Les célibataires (1934). In Les jeunes filles Monteherlant si scaglia contro il richiamo della tendresse, contro il sentimentalismo, particolarmente vivi nell'animo femminile e che rischiano di corrompere l'individuo («La storia dell'umanità, da Eva in poi, è la storia degli sforzi fatti dalla donna, perché l'uomo sia sminuito e soffra, e divenga il suo uguale»).[3]

Montherlant, in quest'opera, alza la sua protesta contro un'epoca in cui i grandi valori individuali vanno spegnendosi e la democrazia diffonde conformismo. All'anticonformismo virile si contrappone, secondo l'autore, il conformismo femminile: cioè la mimetica capacità delle donne di adattarsi alla vita, di sposarla nella sua contradditorietà e mediocrità, senza mai misurarla al paragone di un'ideologia, di un assoluto. L'opera, tacciata di misoginia, fu definita da Simone de Beauvoir una «cafoneria».[6] In questo periodo lo scrittore viaggiò molto, specie in Spagna, Italia ed Algeria.

Da cattolico, con venature pagane, Montherlant vide nella Chiesa romana l'erede ideale della tradizione imperiale.[7] Nella sua opera risentì molto, oltre che di Paul Adam[8], Maurice Barrès, Paul Bourget[9][10], André Gide, dell'influsso della grande tradizione religiosa del Seicento francese, da Racine e Corneille a Bossuet, soprattutto per lo splendore magniloquente della sua prosa e per la statura grandiosa dei suoi personaggi

Non bastano tuttavia questi autori a spiegare interamente in Montherlant l'uomo e l'artista. Ad essi si aggiungono lo Stendhal dei cinici e risoluti "eroi", e Maurras, evidente nella sua influenza quando Montherlant si dichiara cattolico di tradizione ma incredulo cattolico, per la difesa di un determinato ordine temporale ma anticristiano. Su tutto incombe l'ombra di Nietzsche e quella di Gabriele d'Annunzio, che si spinse d'altra parte a complimentarsi con lui inviandogli una fotografia con dedica.[11][12]

Gli autori che preferiva erano Montaigne, Racine, Pascal; i "moralistes" del XVI e del XVII secolo, La Rochefoucauld, Jean de La Bruyère, Vauvenargues, Chamfort, Rivarol, Joubert. Nel XIX secolo Chateaubriand, Stendhal, Barrès (soprattutto il primo Barrès). In Svizzera, Amiel. In Germania, Goethe e Nietzsche. In Italia, D'Annunzio.[13]

Collaborò, fra le altre, alle riviste Europäische Revue del principe Karl Anton Rohan[14], Le Gerbe, Revue des Deux Monde, La Marianne, L'Echo de Paris, La Revue hebdomadaire, L'intransigeant, Le Jour.

Avant-guerre[modifica | modifica wikitesto]

« Scolaro, la mia famiglia mi assegnò un padre spirituale gesuita di destra al fine di controbilanciare l'influenza del collegio democristiano (di sinistra) in cui mi trovavo. Ciò ha influito nella mia vita facendomi di volta in volta apparire ambiguo ed equilibrato. »
( Henry de Montherlant, La Marée du soir, Paris, Gallimard, 1972, pp. 74-75.)

Dal 1932 al 1940 visse l'avant-guerre dialetticamente. Non solo rinunciò alla pubblicazione della Rose de sable perché conteneva pagine a favore dei musulmani dell'Africa del Nord, quindi un atteggiamento critico nei riguardi della dominazione francese, ma prese a collaborare a periodici di opposte tendenze politiche, a rifiutare premi non compatibili con alcune sue convinzioni, versandone l'ammontare equamente a soldati francesi e marocchini perché, per quanto nemici, "avevano fatto ugualmente il loro dovere", a firmare manifesti pro russi bianchi e rossi, a rompere il secondo fidanzamento nel 1934, dopo averne rotto un altro dieci anni prima. Nel 1935 firmò il "Manifesto per la giustizia e la pace" di Jacques Maritain e François Mauriac, pubblicato su La Croix e La vie catholique, contro la politica coloniale dell'Italia in Etiopia. Avverso al regime franchista, rifiutò tuttavia l'invito di Louis Aragon a nome del governo spagnolo a recarsi a Barcellona per una conferenza, "presentendo – scrive nei Carnets – che una volta laggiù mi farebbero fare un giro nelle trincee, e allora sarebbe più forte di me, prenderei un fucile e ci resterei".[15] Nel 1938 pubblicò L'Equinoxe de septembre, contro la pace di Monaco e il pacifismo francese, in cui accusò i suoi compatrioti di opporre alla "morale leonina" degli Stati totalitari una morale da "provinciali"[16]. Nel 1940, inabile al servizio militare, si fece inviare come corrispondente di guerra in Oise-et-Aisne, dove fu ferito leggermente da una bomba.[17]

Scrisse inoltre per il teatro, specie dopo la seconda guerra mondiale, pubblicando opere come La reine morte (1934), Pasiphaë (1949) e la trilogia - segnata da un rigorismo di derivazione giansenista[18] - dei «drammi sacri»; ovvero: Le Maître de Santiago (1947), La ville dont le prince est un enfant (1951), Port-Royal (1954).

Tra gli ultimi eredi del decadentismo europeo, Montherlant unì il gusto estetizzante del passato a una vena di inquieto moralismo, che lo portò sia nei romanzi che nel teatro a scrutare il dramma di anime belle e tormentate, superiori alla comune umanità: nei suoi romanzi, in particolare, amava ritrarre personaggi eroici e moralmente perfetti.

Questo culto esagerato per l'eroismo lo portò a pubblicare nel 1941, su La Gerbe e sulla Nouvelle Revue Française diretta da Pierre Drieu La Rochelle, Le solstice de Juin; un saggio in cui esprimeva la sua ammirazione per l'esercito tedesco e dichiarava che la Francia era stata giustamente sconfitta e conquistata.[19]

In quest'opera riprendeva anche alcune argomentazioni già affrontate in precedenza (in Chant funèbre pour les morts de Verdun, L'Exil e L'Equinoxe de septembre) come l'impossibilità di bandire la guerra dalla vita umana in quanto "legge di natura": gli uomini, nel battersi tra loro, scoprono infatti una realtà "familiare" alla loro natura più profonda ma rimasta nascosta fino a quel momento dalle "sovrastrutture della società", ovvero dal "progresso civile" e dalle banalità da "midinettes" della vita borghese.[20] Inoltre, ai valori della pace contrapponeva quelli della "civiltà della guerra" (coraggio, complicità, compagnonnage[21]) che i soldati esperimentano sul campo di battaglia.[22]

Gli anni del dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Accusato di collaborazionismo[23][24], finito sulla lista di proscrizione[25], nel dopoguerra gli fu proibito di pubblicare per un anno. L'adesione dello scrittore al governo del Maréchal Pétain fu essenzialmente "morale" e "spirituale", né dettata da opportunismo[26][27]; a Pétain del resto lo legava l'aver preso parte, in qualità di segretario generale, alle operazioni di allestimento dell'Ossario di Douaumont.[28] Non mancheranno critiche dell'autore al regime, soprattutto in merito all'educazione dei giovani: Montherlant ritenne degradanti la produzione cinematografica (il suo giudizio sul cinema fu in generale negativo: definì il cinematografo «fogna del XX secolo» e Charlie Chaplin «un mediocre pagliaccio di cinema»[29]), le riviste e le trasmissioni radiofoniche e detestabile l'istituzione della Loterie Nationale.[30] In linea con la politica famigliare del regime fu invece la seguente dichiarazione rilasciata a Radio-Jeunesse: «Con le signorine farò in fretta: quando avrò detto loro "tenete in ordine la casa, fate la cucina, dei figli e l'amore", avrò detto loro tutto».[31]

Nella Parigi occupata dai nazisti svolse un ruolo di mediatore tra la cultura francese e quella tedesca e collaborò con il Deutschland-Frank-reich, l'annuario edito dall'Istituto tedesco di Parigi.[32] L'invito alla collaborazione con il nemico è stato individuato in un passaggio del Solstice de juin in cui afferma che è necessario far di tutto per annientare il nemico ma, quando questi dimostra la sua superiorità, è bene allearsi con lui «de même cœur».[33] In un altro testo pubblicato durante l'occupazione ribadì quanto aveva già affermato in un discorso tenuto nel 1933 agli studenti tedeschi: ossia il rispetto del nemico secondo un codice cavalleresco che Montherlant riprendeva dall'etica dei Samurai.[34] Durante gli anni di Vichy fu rappresentata con successo la pièce La regina morta, diretta da Jean-Louis Vaudoyer, che raccolse consensi da parte di Pierre Drieu La Rochelle e Lucien Rebatet.[35]

Definitosi più volte «anarchico di destra»[36][37][38], estraneo ai movimenti d'avanguardia e lontano dalla vita mondana della capitale, Montherlant fu vivacemente contestato per le sue posizioni conservatrici durante una rappresentazione del Cardinale di Spagna (1960) alla Comédie-Française. Più che di vero conservatorismo, per Montherlant, in letteratura, si può parlare di un superbo, anche se anacronistico, tentativo di riportare nelle lettere francesi, in piena civiltà di massa e letteratura sperimentale, lo splendore della tradizione.

Nel 1962 pubblicò, con discreto successo, Il caos e la notte; un ritratto, in parte grottesco, di un anarchico spagnolo incapace di approdare ad alcun significato universale; una critica sia del comunismo che della società americana, ma anche della Chiesa cattolica e della Spagna franchista, soprattutto per la sua compromissione con gli Stati Uniti: «In Spagna come in Francia, e certamente anche altrove, delle cose per se stesse buone e impiantate da gran tempo nel paese, venivano soppresse con un tratto di penna, perché urtavano i turisti americani e Dio sa che turisti! Dio sa quali esemplari di umanità superiore! Don Celestino era mortificato per tanta insulsaggine internazionale».[39][40]

Esteta armato, «anarca» – Ernst Jünger vedrà nella prefazione di Service inutile il Montherlant più vicino al prototipo dell'«anarca»[41]–, la sua vita fu segnata da uno spirito di profondo anticonformismo, che lo portò nella vita come nell'arte, a sdegnare ogni forma di convenzione in contrasto con le proprie convinzioni.[42]

Quando fu eletto nell'Académie française – di cui fu membro dal 1960 al 1972 –, senza aver proposto come da consuetudine la propria candidatura[43], egli rifiutò di indossare l'uniforme di gala e anziché pronunciare, secondo la tradizione, l'elogio funebre del suo predecessore, non esitò ad esprimere la sua divergenza di idee verso il sociologo André Siegfried.

« Non sono molto ottimista sulla durata del mio Teatro. La "pseudo-avanguardia" e il "terrore ideologico" [...] avranno facilmente ragione nell'avvenire degli scrittori che non gli convengono. Voi parlate della decisione che si deve prendere fra l'accademismo e il funambolismo, ma per quanto io so della Casa che in Francia porta il nome di Accademia, dirò che essa si sforza perdutamente di essere a sua volta funambola. »
(Da una lettera a Luigi Bàccolo, 3 giugno 1970[44])

La morte[modifica | modifica wikitesto]

« Il suicida è un vinto. Ma è davvero un vinto? Dovette essere un tema di scuola, a Roma... Rifletto un momento. Vinto, sia pure. Ma che male c'è, ad essere vinto? Dalla società? È un onore. Dalla malattia, dalla vecchiaia? È la natura. Da un nemico? È un soffio nel vento della morte, la vita è fatta di questo. Che il suicida sia o non sia sconfitto, ha poca importanza, se col suo suicidio ha testimoniato due cose: il suo coraggio, e il suo dominio. Allora, il suicidio è la consumazione della vita, come la fiamma consuma la torcia. E per questo che, nel fondo delle mie fantasticherie, si snoda una lunga processione di uomini romani. Essi marciano, a due per due, nella notte. Hanno quel viso sereno che i più coraggiosi offrono alla loro morte. Ciascuno di loro tiene nella destra una torcia viva. La sua fiamma, è la fiamma del suo suicidio, e illumina la loro strada. »
( H. de Montherlant, Mort de Caton.[45])

Si interessò al Bushidō e allo Zen: di modo che la sua fine, più eroica che tragica, può essergli stata anche ispirata da queste discipline, di ordine universale.[46]

Targa commemorativa di Henry de Montherlant, in Rue Lauriston, Parigi

Divenuto quasi cieco, si suicidò nel 1972, ripetendo il gesto dei filosofi stoici che aveva pubblicamente ammirato per tutta la vita.[47] Quattro ore prima di morire riferì al pittore Mac'Avoy anche di una congiura nei suoi confronti: «Sono sulla lista nera. [...] So che tutto è finito per me».[48] Pierre Pascal, amico di lunga data dell'autore, additò Roger Peyrefitte quale responsabile morale della morte; questi rivelò alcuni particolari sulle tendenze affettive — sulle quali Montherlant mai si espresse apertamente — dello scrittore.[48]

Accanto al corpo, insieme a tre lettere (una per la sua segretaria, una per la giustizia e una per suo cugino, lo scrittore cattolico Michel de Saint Pierre), fu rinvenuto un documento firmato e datato diversi mesi prima in cui lasciò scritto:

« Desidero espressamente che il mio cadavere non sia esposto al pubblico e che nessuno possa vederlo, salvo quelle persone che vi sono obbligate per dovere del loro ufficio. Il mio corpo dovrà essere condotto, senza alcuna cerimonia né civile né religiosa, direttamente dal luogo del mio decesso ad un cimitero dove possa essere cremato. Non mi importa di ciò che avverrà delle mie spoglie. Questa disposizione sottintende non c'è bisogno di dirlo che non dovranno esserci né fiori, né corone, né evidentemente discorsi. »

Montherlant tuttavia comprendeva le ragioni della morale cristiana che si opponeva al suicidio: «Se ammiro il coraggio di coloro che si suicidano — aggiungeva nello stesso testo — ammiro anche il coraggio di coloro che per quindici secoli — secoli del cristianesimo — hanno sopportato tutto, perfino le cose più atroci, senza suicidarsi. Il coraggio di morire e di non morire».

Per questo motivo, Montherlant pensava che il suo gesto finale non contraddicesse i principii del cristianesimo. Egli stesso annota in La marée du Soir - Carnets 1968-1971[49]:

« Mi comunicano questa frase, che ben si conviene a ciò che io ho spesso scritto del suicidio, ma che conviene meno, mi pare, ai commenti dei teologi: "È proibito uccidere e uccidersi, se non per ordine di Dio e per ispirazione dello Spirito Santo" (San Tommaso, Dei dieci comandamenti, cap. V). »

Inoltre afferma di avere consultato un cattolico eminente: questi gli rispose che le cerimonie ufficiali che generalmente accompagnano la morte dei cattolici non erano necessarie e che contava soprattutto l'intenzione. Secondo questa spiegazione, che Montherlant fa sua, i funerali religiosi sono un onore che la Chiesa riserva ai suoi fedeli e che questi ultimi possono rifiutare.[50]

Negli stessi Carnets, alla data del 14 gennaio 1971, è scritto[49]:

« C'è una parola che cito qui per la quarta volta almeno nei miei scritti, la parola di Lyautey che muore: "Muoio della Francia". Mi dispiace solo che queste parole di Lyautey non siano quelle con cui finiscono non soltanto questi "carnets", ma tutta la mia opera. Tuttavia, anche se il caso farà che la mia opera si fermi per sempre su altre parole, sono queste che moralmente saranno state le ultime. »

Le sue ceneri furono sparse dall'esecutore testamentario Jean-Claude Barat e dallo scrittore Gabriel Matzneff nei pressi del Tempio della fortuna virile, fra i Rostri e nel Tevere, a Roma.[51]

« Fu un atto quasi liturgico colmo di emozione e di pietas. L'amore per Roma antica era stata la nostra complicità. Montherlant era innamorato di Roma, più ancora che della Grecia. Innamorato di Roma come lo fu della vita anche se il tema costante delle sue conversazioni era la morte. Si uccise proprio perché amava la vita. Perché non poteva più vivere la vita che amava. Per rispetto di sé e degli altri. Perché aveva l'orrore estetico della decadenza, proprio di uno stoico aristocratico. Sentì che era "ragionevole" concludere, poiché la sua opera era conclusa. Ma non voleva una tomba, voleva involarsi: lo spargimento delle ceneri era la forma più sicura per scomparire e anche la più asociale. Perché Montherlant fu asociale fin nella morte. »
( Gabriel Matzneff, Le défi, Paris, La table ronde, 1988.[52])

Temi[modifica | modifica wikitesto]

Henry de Montherlant elabora una vasta opera narrativa in cui parla dei beni della vita con una lirica esaltazione che spesso rasenta l'estetismo ma anche un acuto senso di psicologia virile. Sull'alveo aperto da Barrès, Montherlant rende la sua materia con alta tenuta di stile, in forma brillante, densa e sostenuta nello stesso tempo.

Nel secondo periodo della sua vita, Montherlant realizza una serie di drammi che vengono rappresentati a distanza di tempo dalla loro composizione. I drammi dell'autore francese non appartengono all'attualità nel senso cronachistico del termine, in quanto non rispecchiano vicende di oggi. Ma lo stato d'animo di cui si fanno portavoce, la rivendicazione dell'onore e della dignità umana in senso rigoroso e formale contribuiscono a spiegare anche certi momenti del difficile dopoguerra francese.

La formula drammatica di Montherlant oscilla tra l'obbedienza alla rigida struttura della tragedia classica francese e il richiamo a forme più libere del dramma romantico (rievocazione storica, costumi riccamente ricostruiti, atmosfere accese). Dal punto di vista tematico tutto il suo universo teatrale ruota attorno a un assunto fondamentale: alla mediocrità del mondo e del consorzio umano si oppone l'eroismo di un uomo solo, diviso tra il desiderio dell'azione e il dubbio rispetto alla sua stessa utilità.[53]

Centrale nelle sue opere è il principio eracliteo dell'alternanza, teorizzato in Syncrétisme et alternance, per cui valori incompatibili tra loro coesistono e si equivalgono («Ho bisogno di vivere tutta la diversità del mondo e i suoi pretesi contrari»[54]); di qui il distacco e l'indifferenza verso la realtà circostante e l'azione intesa come gioco:

« I bambini trascorrono una giornata a costruire un fortino di sabbia, sapendo che la marea della sera lo distruggerà. Questa immagine mi ha sempre perseguitato, simbolo dell'azione intesa come gioco, che è in fondo l'unico modo che la giustifichi. Ma, a ben vedere, quel che c'è di meraviglioso è che sia la distruzione ad animare in parte i bambini. I loro occhi radiosi quando costruiscono il forte. I loro occhi radiosi quando lo vedono distruggere dalla marea. Che l'uomo ami distruggere quello che ha fatto o ciò che gli sta a cuore, questo è noto. Ædificabo et destruam. "Costruirò. E poi distruggerò quello che ho costruito". »
( Henry de Montherlant, Carnets 1958-1964: Va a jouer avec cette poussiere, Paris, Gallimard, 1966, p. 148.)

Pur negando ogni prospettiva fideistica, Montherlant salva nella sua opera — pur animata dal senso del religioso[40]— la morale religiosa in quanto da lui ritenuta fondamentale ai fini dell'onestà e della dirittura dell'uomo. Ciò si collega alla predilezione da parte dell'autore per la filosofia stoica, in particolare per Seneca e Marc'Aurelio, i cui insegnamenti considera fondamentali per il conseguimento del rigore e della padronanza di sé.[55]

Vi sono inoltre alcuni ideali ricorrenti a cui è rimasto fedele: austerità, coraggio e aristocrazia, riconducibili alla morale austera di derivazione giansenista impartitagli dalla madre, all'etica dei Samurai e del mondo cavalleresco e nobile della Castiglia, di cui era originario. Luogo della sua formazione spirituale resta pur sempre la Spagna classica, del Cid Campeador, della Reconquista e del Don Chisciotte, che lo ha educato al disprezzo della mondanità.[56]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Le Maître de Santiago[modifica | modifica wikitesto]

Le Maître de Santiago, dramma composto nel 1945 e rappresentato con enorme successo al Théâtre Hébertot nel 1949, è la prima opera della trilogia cattolica. È un dramma austero e scarno in cui ogni elemento concorre alla costruzione del personaggio principale quale termine di confronto per tutta l'umanità. Don Alvaro Dabo, maestro dell'ordine cavalleresco di Santiago persegue in un crescente isolamento un ideale di vita monastica ed ascetica. Tutto ciò che può distoglierlo da questo suo ideale, la gloria, la ricchezza, l'affetto stesso della figlia Mariana, è allontanato inesorabilmente dalla sua vita.

L'azione, ridotta al minimo, consiste solo nel tentativo da parte di tutti i cavalieri e in particolare di don Bernal, padre del giovane amato da Mariana, di indurre don Alvaro a partire per il Nuovo Mondo dove potrà servire la patria e acquistare insieme gloria e ricchezza.

Da parte del Maestro di Santiago non vi è che il rifiuto reciso ed assoluto a tale proposta («L'oro faceva gola, allora [prima della presa di Granada], perché dava potere, e il potere serviva a fare grandi cose. Ora invece si ama il potere perché frutta oro, e quell'oro serve a far bassezze»). Mariana cede un momento alla lusinga di un amore terreno e di una vita meno austera ma rientra ben presto, sacrificando tutta sé stessa, nell'orbita morale del padre, da cui è infine accolta come partecipe dello stesso ideale di perfezione. («Dio non vuole né cerca: Egli è l'eterna calma. Non volendo niente tu rispecchierai Dio. [...] Partiamo per vivere. Partiamo per essere morti e viventi in mezzo ai viventi»).[57]

Port-Royal[modifica | modifica wikitesto]

Composto tra il 1940-42 e rappresentato alla Comédie-Française nel 1954, l'azione di Port-Royal è concentrata interamente in una sola giornata e in un unico ambiente, il monastero giansenista del Santo Sacramento. Le suore attendono la visita dell'Arcivescovo, lo ricevono, rifiutano di firmare il formulario proposto dal papa, ascoltano e vedono eseguire le decisioni dell'Arcivescovo che scioglie la comunità allontanando le suore più decise a resistere e sostituendole con suore di un altro ordine.[58]

Riprendendo l'argomento del giansenismo, Montherlant ritrova l'unico aspetto del cristianesimo che sembra apprezzare, per il suo rigorismo morale e per il suo atteggiamento ribelle, aristocratico e solitario: «Nel giansenismo io trovavo anche dei solitari, dei rigorosi, dei dissidenti e una minoranza; questa famiglia era e non cesserà mai di essere la mia».[59]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • 1920 La relève du matin (saggi)
  • 1922 Le Songe [La jeunesse d'Alban de Bricoule, III] (romanzo)
  • 1924 Les Olympiques (romanzo)
  • 1924 Chant funèbre pour les morts de Verdun (poesia)
  • 1926 Les Bestiaires [La jeunesse d'Alban de Bricoule, I] (romanzo)
  • 1927 Lettre sur le serviteur châtié
  • 1927 Aux fontaines du désir [Les voyageurs traqués, I] (romanzo, n. ed. 1940)
  • 1928 Un désir frustré mime l'amour
  • 1928 Pour le délassement de l'auteur
  • 1928 Trois images de l'Espagne (viaggi)
  • 1928 Pages de tendresse: pages choisies et pages inedites (antologia)
  • 1928 Earinus
  • 1929 Hispano-moresque
  • 1929 L'Exil (teatro)
  • 1929 Le Génie et les fumisteries du Divin (saggi)
  • 1929 Sous les drapeaux morts
  • 1929 La petite Infante de Castille [Les voyageurs traqués, II] (romanzo)
  • 1930 Pour une Vierge noire
  • 1932 Mors et vita (saggi)
  • 1933 Au petit mutilé
  • 1933 Histoire naturelle imaginaire
  • 1934 Les Célibataires (romanzo)
  • 1934 Encore un instant de bonheur (poesia)
  • 1935 Il y a encore des paradis
  • 1935 Service inutile (saggi, n.ed. 1952)
  • 1936 Pasiphaé (teatro)
  • 1936 Les jeunes filles [Les jeunes filles, I] (romanzo)
  • 1936 Pitié pour les femmes [Les jeunes filles, II] (romanzo)
  • 1937 Le démon du Bien [Les jeunes filles, III] (romanzo)
  • 1938 L'équinoxe de Septembre (saggi)
  • 1938 La possession de soi-meme
  • 1939 Les Lépreuses [Les jeunes filles, IV] (romanzo)
  • 1940 Paysage des Olympiques
  • 1941 Le solstice de Juin (saggi)
  • 1941 La paix dans la guerre
  • 1942 Sur les femmes (n. ed. 1958)
  • 1942 La reine morte (teatro)
  • 1944 Fils de personne (teatro)
  • 1944 Fils des autres (teatro)
  • 1944 Croire aux âmes
  • 1944 Un incompris (teatro)
  • 1944 Notes de la guerre sèche
  • 1944 D'aujourd'hui et de toujours
  • 1945 Un voyageur solitaire est un diable [Les voyageurs traqués, III] (romanzo)
  • 1946 La vie amoureuse de Monsieur de Guiscart
  • 1946 Malatesta (teatro)
  • 1946 La déesse Cypris
  • 1947 Le Maître de Santiago (teatro)
  • 1947 Pages catholiques recuillies et presentées par Marya Kasterska (antologia)
  • 1947 L'éventail de fer
  • 1947 Carnets XXIX à XXXV (memorie)
  • 1948 Carnets XLII à XLIII (memorie 1942-43)
  • 1949 Demain il fera jour (teatro)
  • 1949 Saint-Simon
  • 1949 L'étoile du soir
  • 1950 Celles qu'on prend dans ses bras (teatro)
  • 1950 Notes sur mon théâtre
  • 1950 Coups de soleil: Afrique, Andalousie
  • 1951 Les cueilleuses de branches
  • 1951 La ville dont le prince est un enfant (teatro, n. ed. 1967)
  • 1951 L'infini est du côte de Malatesta (saggi)
  • 1952 Le fichier parisien (saggi, n. ed. 1974)
  • 1952 Le Plaisir et la Peur
  • 1952 España sagrada
  • 1953 Textes sous une Occupation 1940-44 (saggi)
  • 1954 L'histoire d'amour de "La Rose de Sable"
  • 1954 Port-Royal (teatro)
  • 1954 Théâtre ("Pléiade", prefazione Jacques de Laprade, n. ed. 1972)
  • 1955 Carnet XXII à XXVIII (memorie 1932-34)
  • 1956 Carnets XIX à XXI (memorie 1930-32)
  • 1956 Les auligny
  • 1956 Don Juan (La mort qui fait le trattori) (teatro)
  • 1956 Carnets 1930-1944 (memorie)
  • 1956 Brocéliande (teatro)
  • 1959 Romans I ("Pléiade", prefazione di Roger Secrétain, n. ed. 1989)
  • 1960 Le cardinal d'Espagne (teatro)
  • 1962 Le Chaos et la Nuit (romanzo)
  • 1963 Discours de réception à l'Académie Française et réponse du duc de Lévis Mirepoix (saggi)
  • 1963 Essais ("Pléiade", prefazione di Pierre Sipriot)
  • 1965 La guerre civile (teatro)
  • 1966 Va jouer avec cette poussière. Carnets 1958-64 (memorie)
  • 1968 La Rose de sable (edizione definitiva)
  • 1969 Les Garçons [La jeunesse d'Alban de Bricoule, II]
  • 1970 Le treizième César (saggi)
  • 1971 Un assassin est son maître
  • 1972 La marée du soir. Carnets 1958-71 (memorie)
  • 1972 La tragédie sans masque (note di teatro)
  • 1973 Tout feux éteonts. Carnets 1965-67, 1972 e sans dates (memorie)
  • 1973 Mais aimons-nous ceux que nous aimons?
  • 1976 Coups de soleil (saggi)
  • 1976 L'équinoxe de Septembre suivi de Le solstice de Juin et de Mémoire (saggi)
  • 1979 Dessins (prefazione di Piette Sipriot)
  • 1982 Romans II ("Pléiade", prefazione di Michel Raimond)
  • 1983 Thrasylle
  • 1983 Correspondance (presentazione di Roger Peyrefitte e Pierre Sipriot)
  • 1986 Moustique (romanzo)
  • 1987 Lettres a Michel de Saint Pierre (lettere)
  • 1995 Essais critique
  • 2001 Garder tout en composant tuot 1924-72: carnets inedits, derniers carnets, a cura di Jean-Claude e Yasmina Barat (memorie)
  • 2002 Une recreation entre deux neants: lettere inedite a Luigi Baccolo

Traduzioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • Il gran maestro di Santiago; La regina morta; Malatesta, traduzione di Massimo Bontempelli, Camillo Sbarbaro, Milano, Bompiani, 1952. Riedito in parte: Malatesta : dramma in quattro atti, traduzione di Camillo Sbarbaro, con una nota critica di Luca Scarlini, Rimini, Raffaelli, 1995.
  • Gli scapoli, traduzione di Egidio Bianchetti, Milano, Mondadori, 1953.
  • Ragazze, traduzione di Maria Luisa Cipriani Fagioli, con Pietà per le donne, Il demone del bene, Le lebbrose, Milano, Mondadori, 1958. Nuova traduzione: Le ragazze da marito [capitolo primo di Ragazze], traduzione di Cesare Colletta, Milano, Adelphi, 2000.
  • Il cardinale di Spagna; Port-Royal, traduzione di Giuseppina Gozzini, Camillo Sbarbaro, Milano, Bompiani, 1961. Riedito in parte: Port-Royal, traduzione di Camillo Sbarbaro, Torino, Nino Aragno Editore, 2015.
  • Il caos e la notte, traduzione di Giuseppe Mormino, Milano, Bompiani, 1965.
  • La guerra civile : dramma in tre atti, premessa e traduzione di Piero Buscaroli, Torino, Fògola, 1976.
  • Il solstizio di giugno, introduzione e traduzione di Claudio Vinti, Napoli, Akropolis, 1983.
  • Pasiphaë, traduzione di Luca Coppola, introduzione di Claudio Vinti, Palermo, Novecento, 1990.
  • L'infinito è dalla parte di Malatesta, introduzione di Giuseppe Scaraffia e appendice a cura di Moreno Neri, Rimini, Raffaelli, 2004.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Nic, p. 439
  2. ^ Vat, p. 15
  3. ^ a b Giorgetto Giorgi, Montherlant, in Dizionario critico della letteratura francese: diretto da Franco Simone, I, Torino, U.T.E.T., 1972, p. 835.
  4. ^ Montherlant, Henry Millon de-, su Sapere.it.
  5. ^ «Mithra uccide il Toro: ma ecco che dal sangue si genera il vino, dal midollo il grano e tutti i vegetali, dallo sperma le bestie buone agli uomini. Dall'atto sanguinario originano i beni della terra: il corno taurino si è fatto simbolo di abbondanza. Domani, sino alla fine dei tempi, Mithra rinnova il sacrificio del Toro divino. E da esso scaturisce non più questa vita terrena ma la risurrezione dei corpi e delle anime, coi castighi e le felicità eterne.»
  6. ^ Mar, p. 3
  7. ^ MONTHERLANT, Henri de, in «Enciclopedia Italiana», Appendice I, Roma 1938, ad vocem.
  8. ^ Jean-François Domenget, Sous la bannière de la droite, in Montherlant critique, Genève, Droz, 2003, p. 40.
  9. ^ (FR) Henry de Montherlant, Charles Maurras, in Le Nouveau Mercure, n. 4, aprile 1923, pp. 9-12.
  10. ^ Pas, p. 69
  11. ^ Maurizio Serra, p. 211; Henry de Montherlant, Infelicità di D'Annunzio, in Corriere della Sera, 18 febbraio 1972, p. 3.
  12. ^ Francesco Casnati, Montherlant, in Vita e Pensiero, febbraio 1952, p. 91.
  13. ^ Vittorio Abrami, 25 Quai Voltaire, una intervista di Montherlant, in La Fiera Letteraria, nº 16, 21 aprile 1963, p. 1.
  14. ^ Noble Continent (PDF), discovery.ucl.ac.uk.
  15. ^ Luigi Bàccolo, p. 187.
  16. ^ (ES) Ignacio Elizalde, Literatura y espiritualidad, España, 1983, p. 420.
  17. ^ Nic, p. 440
  18. ^ Montherlant, Henry Millon de, su Enciclopedia on line Treccani.it, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  19. ^ Loc
  20. ^ Vin, p. 58
  21. ^ Maurizio Serra, p. 211.
  22. ^ (FR) Henry de Montherlant, Chant funèbre pour les morts de Verdun, in Essais, Parigi, Gallimaryd, 1963, p. 183.
  23. ^ Eugenio Di Rienzo, Resistenti, indifferenti e «collabò» L'intellighenzia francese sotto Hitler, il Giornale.it, 31 agosto 2011.
  24. ^ Pierre Vial, Jean Giono e "Le Chant du Mond", in Centro Studi La Runa, 10 dicembre 2009.
  25. ^ Pas, p. 68
  26. ^ Vin, p. 103
  27. ^ Paul Gentizon, Ai miei amici italiani. Sguardi sulla Francia: La casa capovolta, in Corriere della Sera, a. 69, n. 244, 12 ottobre 1944, p. 1.
  28. ^ Vin, p. 105
  29. ^ Chapliniana: Chaplin e la critica, Bari, Laterza, 1979, p. 100.
  30. ^ Vittorio Abrami, A colloquio con Montherlant, in Il Popolo, 26 ottobre 1963, p. 5.
  31. ^ Maurizio Serra, Una cultura dell'autorità: la Francia di Vichy, Bari, Laterza, 1980, p. 118.
  32. ^ Ernst Jünger, Antonio Gnoli, Franco Volpi, I prossimi titani: conversazioni con Ernst Jünger, Milano, Adelphi, 1997, p. 94.
  33. ^ Luigi Bàccolo, p. 190.
  34. ^ Vin, p. 94.
  35. ^ Mary Ann Frese Witt, The Search for Modern Tragedy: Aesthetic Fascism in Italy and France, New York, Cornell University Press, 2001, p. 206.
  36. ^ Vin, p. 98
  37. ^ Sip, p. 251
  38. ^ Jean-François Domenget, Ceux de droite, in Montherlant critique, Genève, Droz, 2003, p. 25.
  39. ^ Henry de Montherlant, Il caos e la notte, Milano, Club degli editori, 1966.
  40. ^ a b Nino De Bella, Montherlant tra il caos e la notte, in La parola e il libro, a. 49, maggio 1966.
  41. ^ Maurizio Serra, p. 216.
  42. ^ Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, La narrativa in Francia, in La scrittura e l'interpretazione : storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civilta europea : Dall'ermetismo al postmoderno (dal 1925 ai giorni nostri). Tomo primo, Palermo, Palumbo, 1997, p. 502.
  43. ^ Daniel-Rops, L'Accademia di Francia ritorna alle origini, in L'Eco di Bergamo, 31 marzo 1960, p. 3.
  44. ^ Luigi Bàccolo, Montherlant è oggi inattuale, in La Fiera Letteraria, settembre 1973, p. 12.
  45. ^ Citato in Piero Buscaroli, I 'Cari Romani' di Henry de Montherlant, in H. de Montherlant, La guerra civile, Torino, Fògola, 1976.
  46. ^ cfr. Inedito: Montherlant (introduzione a un "progetto di prefazione" di un testo di Pierre Pascal, poeta e iamatologo francese; e copia bozze autografe dell'autore), in la Destra: mensile internazionale di cultura e politica, n. 10, ottobre 1972.
  47. ^ Vin, p. 128.
  48. ^ a b Pas, p. 73.
  49. ^ a b Pas, p. 72.
  50. ^ Ricardo Paseyro, Ricordo di Henry de Montherlant, in Revisione, nº 3, 1972, pp. 165-166.
  51. ^ Manlio Triggiani, Quando Matzneff “officiò” i funerali dell’antico romano Henry de Montherlant, in Barbadillo, 13 aprile 2016.
  52. ^ Citato in Tiziana Mian, Il samurai della letteratura, in Il Giornale, 21 aprile 1995, p. 14.
  53. ^ Silvio D'Amico (a cura di), Enciclopedia dello spettacolo: Mal-Perg, Roma, Le maschere, 1962, p. 789.
  54. ^ Montherlant di sé stesso, in La Fiera Letteraria, nº 40, 1° ottobre 1972.
  55. ^ Pierangela Adinolfi, La mort qui fait le trottoir (Don Juan) di Henry de Montherlant, in Michele Mastroianni (a cura di), Don Giovanni nelle riscritture francesi e francofone del Novecento : atti del Convegno internazionale di Vercelli (16-17 ottobre 2008), Firenze, Olschki, 2009, p. 204.
  56. ^ Vin, pp. 125-126
  57. ^ Carla Bruner, Il teatro cattolico di Henry de Montherlant, in Studium, nº 6, giugno 1959, p. 402.
  58. ^ Giovanni Calendoli, I temi di Port-Royal tra la storia e la polemica, in La Fiera Letteraria, nº 13, 31 marzo 1957.
  59. ^ Carla Bruner, Il teatro cattolico di Henry de Montherlant, in Studium, nº 6, giugno 1959, p. 405.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Prezzolini, H. de Montherlant, Le releve du matin, Paris, Joud, 1922, in Il Convegno, 11-12, 25 dicembre 1922, p. 690.
  • Adriano Tilgher, Attivismo in crisi, Montherlant pessimista, in La Cultura, nº 4, 1º marzo 1928, pp. 157-160.
  • Giacomo Prampolini, Doni dell'Africa, in La Fiera Letteraria, nº 42, 14 ottobre 1928, p. 8.
  • Lorenzo Giusso, Montherlant, in Il viandante e le statue, Milano, Corbaccio, 1929, pp. 289-298.
  • Emilio Castellani, La lezione dello stadio, in Corrente di vita giovanile, nº 12, 15 luglio 1938, p. 4.
  • (FR) Michel de Saint-Pierre, Montherlant bourreau de soi-meme, Parigi, Gallimard, 1949.
  • Félicien Marceau, Equilibrio dello spirito in un classico moderno, in La Fiera Letteraria, 25 novembre 1951.
  • Indro Montanelli, Montherlant, in Tali e quali : 2, Milano, Longanesi, 1956, pp. 331-336.
  • Antonio Corsaro, Per Montherlant, in Astrattismo nella poesia francese del Seicento e altri studi, Palermo, Flaccovio, 1968, pp. 255-259.
  • Renzo Rossellini, Ultimi colloqui con Montherlant, Monte-Carlo, Imprimerie Monegasque, 1972.
  • (FR) AA. VV., Henry de Montherlant, in Nouvelle École, settembre 1972.
  • Giorgio Locchi, De Montherlant l'ultimo scrittore aristocratico, in Il Tempo, 23 settembre 1972, p. 3.
  • Pierre Pascal, In ricordo di Montherlant: XXI settembre MCMLXXII, sedicesima ora, in la Destra : rivista internazionale di cultura e politica, nº 10, ottobre 1972.
  • (FR) Eric Vatré, Montherlant: entre le Tibre et l'Oronte, Parigi, Nouvelles Éditions Latines, 1980.
  • Luigi Bàccolo, Mitologia politica di Montherlant, in Il mormorio delle passioni nascenti e altre cose, Cuneo, L'arciere, 1981.
  • (FR) Pierre Sipriot, Montherlant sans masque, Paris, Éditions Robert Laffont, 1982.
  • Gianni Nicoletti, Henry Millon de Montherlant, in I contemporanei: Letteratura francese II, Roma, Lucarini, 1984.
  • Claudio Vinti, Il ventaglio del samurai: H. de Montherlant e l'ideologia della guerra, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1985.
  • Maurizio Serra, La dedica di D'Annunzio a Montherlant, in L'esteta armato : il poeta-condottiero nell'Europa degli anni Trenta, Bologna, Il Mulino, 1990.
  • (FR) Alain de Benoist, Henry de Montherlant, in Bibliographie générale des droites françaises, vol. 1, Patrimoine des lettres, Paris-Coulommiers, Dualpha, 2004.
  • Pierangela Adinolfi, Bernanos e Montherlant: dai Dialogues des Carmélites a Port-Royal, in Studi Francesi, nº 148, gennaio-aprile 2006, pp. 41-55.

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