Filippo Tommaso Marinetti

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« Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano »

(Filippo Tommaso Marinetti, da Manifesto del Futurismo)
Filippo Tommaso Marinetti

Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d'Egitto, 22 dicembre 1876Bellagio, 2 dicembre 1944) è stato un poeta, scrittore e drammaturgo italiano. È conosciuto soprattutto come il fondatore del movimento futurista, la prima avanguardia storica italiana del Novecento.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

Marinetti nei primi anni del secolo

Filippo Tommaso Marinetti trascorse i primi anni di vita ad Alessandria d'Egitto, dove il padre (Enrico Marinetti) e la madre (Amalia Grolli) convivevano. L'amore per la letteratura emerge sin dagli anni del collegio: a 17 anni fonda la sua prima rivista scolastica, Papyrus; i gesuiti lo minacciano di espulsione per aver introdotto a scuola gli scandalosi romanzi di Émile Zola. È inviato così dalla famiglia a diplomarsi a Parigi, dove ottiene il Baccalaureato nel 1893. Si iscrive alla facoltà di legge di Pavia, insieme al fratello maggiore Leone.

La morte di quest'ultimo, appena ventunenne, è il primo vero trauma della vita di Marinetti, che dopo aver conseguito la laurea (a Genova nel 1899), decide di abbandonare il diritto e assecondare la sua vocazione letteraria. Da questo momento non cesserà di scrivere in ogni campo della letteratura (poesia, narrativa, teatro, parole in libertà). Nel 1902 ha un altro grave lutto familiare: muore la madre, Amalia Grolli, che da sempre lo aveva incoraggiato a praticare l'arte della poesia.

Poeta liberty in lingua francese[modifica | modifica wikitesto]

Casa Marinetti, lapide di via Senato 2 a Milano, all'epoca affacciata sul Naviglio.

Le sue prime poesie in lingua francese, pubblicate su riviste poetiche milanesi e parigine, vengono notate soprattutto in Francia, da poeti come Catulle Mendès e Gustave Kahn. In questo periodo Marinetti compone soprattutto versi liberi di stampo simbolista o liberty, che risentono dell'influenza di Stéphane Mallarmé e soprattutto di Gabriele D'Annunzio.

I suoi rapporti con D'Annunzio sono sin dall'inizio ambivalenti: nella scena parigina i due poeti italiani sono visti come rivali, ma il successo di D'Annunzio oscura quello del più giovane collega, che spesso anzi è consultato come fonte di prima mano di aneddoti sul "Vate": diversi di questi aneddoti sono raccolti in due volumi, D'Annunzio intime e Les Dieux s'en vont, D'Annunzio reste. La produzione di Marinetti si distingue da quella dannunziana per il particolare gusto per l'orrido e il grottesco.

Tra il 1905 e il 1909 dirige (in un primo momento in collaborazione con Sem Benelli e Vitaliano Ponti) la rivista milanese Poesia, di cui è fondatore e principale finanziatore. All'inizio si tratta di una rivista eclettica, che ha il merito di proporre in Italia alcuni autori simbolisti (soprattutto francesi e belgi) ancora sconosciuti. Solo nel 1909 essa diventa il primo organo ufficiale di un nuovo movimento poetico: il Futurismo.

La nascita del Futurismo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Manifesto del Futurismo.
Filippo Tommaso Marinetti

Amante della velocità, nel 1908 Marinetti è ripescato in un fossato fuori Milano in seguito ad un banale incidente: per evitare due ciclisti era uscito di strada con la sua automobile, un'Isotta Fraschini. L'episodio venne trasfigurato nel Manifesto del Futurismo, composto nello stesso anno: il Marinetti che viene estratto dal fossato è un uomo nuovo, deciso a liberarsi degli orpelli decadentisti e liberty, e che detta ai suoi compagni un programma fortemente rivoluzionario: occorre chiudere i ponti col passato, «distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie» e cantare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa glorificare la guerra — sola igiene del mondo —, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore del libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna 'sottomessa e timorata'[1]

A fine gennaio 1909 Marinetti manda il Manifesto ai principali giornali italiani. La «Gazzetta dell'Emilia» di Bologna lo pubblica il 5 febbraio[2]. Il 20 febbraio il Manifesto venne pubblicato sulla prima pagina del più prestigioso quotidiano francese, Le Figaro (pare che Marinetti sia riuscito a farlo pubblicare grazie all'interessamento di un vecchio amico egiziano del padre, azionista del quotidiano), conferendo al progetto marinettiano una risonanza europea.

Primi scandali e successi[modifica | modifica wikitesto]

Il Manifesto viene letto e dibattuto in tutta Europa, ma le prime opere 'futuriste' di Marinetti non hanno la stessa fortuna. In aprile la prima del dramma satirico Le roi Bombance (Re Baldoria), composto nel 1905, viene sonoramente fischiata dal pubblico e da Marinetti stesso, che introduce così un altro degli elementi essenziali del Futurismo: la "volontà d'essere fischiati"; l'autore tuttavia affronterà successivamente a duello un recensore troppo severo.

Anche il dramma La donna è mobile (Poupées électriques), rappresentato a Torino non aveva ottenuto molto successo. Oggi lo si ricorda in una versione successiva, col titolo Elettricità sessuale, soprattutto per l'apparizione in scena di automi umanoidi, dieci anni prima che il romanziere ceco Karel Čapek inventasse la parola "robot".

Marinetti con alcune pubblicazioni futuriste

Nel 1910 il suo primo romanzo, Mafarka il futurista, viene assolto dall'accusa di oltraggio al pudore. Ma in quello stesso anno Marinetti trova alleati inattesi: tre giovani pittori (Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo) decidono di aderire al Movimento. Insieme a loro (e a poeti come Aldo Palazzeschi) Marinetti lancia le serate futuriste: spettacoli teatrali in cui i futuristi declamano i loro manifesti davanti a una folla che spesso accorre per il solo piacere di colpirli con ortaggi vari. Ma l'happening più riuscito del periodo è il lancio del Manifesto Contro Venezia passatista dal Campanile della Basilica di San Marco: nel volantino Marinetti propone di "colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi" per "preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa dominare il mare Adriatico, gran lago Italiano".

Inviato di guerra durante la guerra italo-turca, da sinistra Filippo Tommaso Marinetti, Ezio Maria Gray, Jean Carrere, Enrico Corradini e G. Castellini

Guerra in Libia (1911)[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 settembre del 1911 le truppe italiane sbarcarono sulla Quarta Sponda, come si cominciò a chiamarla; l'azione era nell'aria da tempo con una motivazione politica, una ideale e un'altra - decisiva benché inconfessata — economica: il Banco di Roma aveva da anni forti interessi in terra libica e fu determinante nell'azione del governo; era diffusa la convinzione che, se non l'avesse fatto l'Italia, qualche altra potenza avrebbe tolto quei possedimenti al cadente Impero ottomano. Quanto ai motivi politici e ideali, da anni l'opinione pubblica nazionalista e borghese invocava la rinascita dopo i disastri coloniali di fine Ottocento.

Marinetti e il solo futurista a perorare la causa della guerra, anche se come al solito usa il plurale nelle dichiarazioni: «Orgogliosi di sentire uguale al nostro il fervore bellicoso che anima tutto il Paese, incitiamo il governo italiano, divenuto finalmente futurista, ad ingigantire tutte le ambizioni nazionali, disprezzando le stupide accuse di pirateria». Esorta i propri compagni a seguirlo su questa strada, ma l'invitò a lasciare «da parte i versi, i pennelli, gli scalpelli e le orchestre» per andare a prendere ispirazione direttamente dalla guerra, poiché «son cominciate le rosse vacanze del genio».

Il poeta aveva chiesto di andare in Libia come giornalista, come inviato del giornale francese «L'Intransigeant» di Leon Bailby del quale è anche socio. Ma le autorità, che avevano largheggiato in nulla osta con i rappresentanti dei fogli nazionali, gli avevano negato il permesso: l'idea che i suoi articoli saltassero la censura italiana e apparissero in Francia, non persuadeva il Ministero dell'Interno. E così proprio Marinetti, il promotore e la guida di una delle più riuscite manifestazioni svoltesi a Milano in favore della spedizione militare in Libia, aveva rischiato di restare sulla banchina palermitana. In extremis, era poi giunto un ordine telegrafico di Giolitti, sicché il poeta si era potuto imbarcare, con bersaglieri, carri, armi, cavalli e materiali vari, la mattina del 9 ottobre 1911. La guerra italo-turca per il dominio sulla Libia è in atto. Comandata dal vecchio ammiraglio Luigi Giuseppe Faravelli, che s'è sentito male dopo le prime cannonate, la flotta ha messo a tacere in breve le artiglierie turche dei forti Hamidieh e Sultanieh, sulla costa tripolina. Del resto, non c'era confronto tra i pezzi della «Napoli», della «Ferruccio», della «Varese», della «Roma» e delle altre carrozzate italiane, e quelli di Nashet Bey, l'ufficiale turco che comanda la piazza di Tripoli. Gli uni sono cannoni da 90 o da 240 millimetri di calibro; gli altri sono cannoni da 305 o da 343. Perciò le navi italiane potevano colpire senza essere colpite. Tanto che i giornalisti, in vedetta dietro le murate, hanno stentato a scorgere le bianche colonne di spuma sollevate dai proiettili turchi che cadevano lontani.

Il 12 ottobre con Marinetti sbarcano sulla spiaggia di Tripoli, in un disastroso caos di uomini e di mezzi, parecchi altri giornalisti. E prim'ancora di telegrafare all'«lntransigeant», il poeta scrive a Balilla Pratella questa cartolina: «Carissimo, spero di tirare a qualche testa di turco. Ma sarà difficile. Ritornerò presto e riprenderemo tutto energicamente».[3] E in effetti, tranne che del colera, sul quale però la censura esige il silenzio, c'è ben poco da raccontare ai giornali. Gli italiani costruiscono trinceramenti attorno alla città, la popolazione tripolina sembra accogliere con rassegnazione i nuovi padroni, i turchi paiono spariti oltre le palme dell'oasi. E invece la mattina successiva 23 ottobre, la furia dei turchi e la rabbia dei mehalla libici, inquadrati sotto la bandiera del Sultano, investono su due lati i trinceramenti tenuti dai bersaglieri a Sciara Sciat, nell'oasi fuori della città, ed è lo scempio: i soldati in grigioverde, che non riescono a ripiegare in tempo, sono massacrati dagli attaccanti e dalla gente dell'oasi che s'è sollevata: turchi e libici non fanno prigionieri, né tanto meno ne fa la folla; gl'italiani sono buttati a grappoli nei fossi, inchiodati agli alberi, accecati, squartati; solo il calar della sera interrompe la carneficina.

Il giorno dopo, vuoi per sopraffazioni ed errori compiuti dagl'italiani, vuoi per un sussulto d'indipendenza, vuoi per comunanza di fede con i turchi, lampi di ribellione si sprigionano anche a Tripoli: e il 26, infine, Nashet Bey e Suleiman el Baruni lanciano un altro massiccio attacco contro i reparti dell'840 Reggimento di fanteria, attestato tra Bu Meliana, Sidi Messri e l'altura di Henni. La cavalleria libica riesce a sfondare le linee difensive italiane e a impadronirsi della casa di Gemal Bey, un punto strategico; ma poi, per l'intervento di nuove forze grigioverdi appoggiate dall'artiglieria navale e terrestre, la situazione si capovolge, il comandante turco ordina il ripiegamento e, dopo aver infierito nel combattimento, gl'italiani avviano nell'oasi e in città repressioni e rappresaglie che destano l'indignazione degli osservatori stranieri più sensibili.

Marinetti, sull'onda del contrattacco italiano, giunge tra i primi nella riconquistata casa di Gemal Bey, E scriverà nei suoi appunti presi sul campo: «Vedo avanzarsi un artigliere i cui piedi affondano in una poltiglia di sabbia, di sangue e di bossoli di cartucce. Ridendo dagli occhi azzurri, egli balbetta con le mascelle squarciate: "Otto! Ne ho uccisi otto! " Ma nulla eguaglia la magnificenza epica di quel sergente che con la bocca imbavagliata di bende insanguinate alza le due mani verso di me, ad ogni momento, per indicarmi con le dieci dita aperte che ha ucciso dieci nemici ». Marinetti partecipa a sua volta al contrattacco, presto divenuto una rappresaglia. Dopo due mesi scrive, ancora a Pratella: «Ebbi anche il piacere di battermi molte volte, seguendo i plotoni perlustratori all'assalto delle case arabe nell'oasi».[4] Non basta, l'esaltazione della guerra pretende il disprezzo per la vita del nemico, che diventa un bersaglio da abbattere, null'altro: si compiace di un combattimento in cui «ebbi la gioia di vedere tre arabi cadere sotto i colpi della mia pistola Mauser».

Turchi e mehalla indietreggiano, ma il generale Caneva non li insegue; si attesta, si trincera, protegge con chilometri di cavalli di Frisia e chilometri di sacchetti l'insediamento italiano, gonfio ormai di 40.000 uomini. Il Governo lo sprona ma lui non si muove. Vittorio Emanuele III il 5 novembre firma il decreto in forza del quale Cirenaica e Tripolitania passano sotto la sovranità italiana. Sulla «quarta sponda» il pletorico corpo di spedizione attende che i tempi maturino ma tutto stagna. Marinetti non sopporta quella fiacca e una mattina annuncia: «Non ci sono più proiettili, non ci sono più camicie: io me ne vado». E torna in patria per scrivere La battaglia di Tripoli, il racconto sopra le righe dell'esperienza vissuta a Sidi Messri, Bu Meliana e Henni: ne stamperà 38.000 copie, e ne caverà decine e decine di declamazioni applaudite qui e là in Italia, dove già si comincia a cantare “Tripoli, bel suol d'amore”.

Nel frattempo lavora a un romanzo in versi violentemente anticattolico e antiaustriaco: Le monoplan du Pape (L'aeroplano del Papa, 1912) e cura un'antologia dei poeti futuristi. Ma in realtà i suoi sforzi di rinnovamento del linguaggio poetico lo lasciano ancora insoddisfatto, tanto che nella prefazione all'antologia lancia una nuova rivoluzione: è tempo di farla finita con la sintassi tradizionale, per passare alle Parole in libertà.

Parole in libertà e parole in guerra[modifica | modifica wikitesto]

Le parole in libertà sono una tecnica poetica espressiva del tutto nuova, in cui è distrutta la sintassi, abolita la punteggiatura e si ricorre anche ad artifici verbo-visivi. Diversi colleghi che avevano aderito al futurismo restano disorientati dalla nuova proposta di Marinetti[5]: è il caso di Aldo Palazzeschi e di Corrado Govoni, che di lì a poco abbandoneranno il movimento. Questi grandi talenti vengono rimpiazzati da altri nomi, meno celebri: a partire dal 1912 il Futurismo conosce il momento di massimo proselitismo, anche grazie al sostegno (per la verità piuttosto effimero) della rivista fiorentina Lacerba diretta da Giovanni Papini e Ardengo Soffici. In questo periodo Marinetti compone Zang Tumb Tumb, reportage della guerra bulgaro-turca redatto in parole in libertà. Nel 1914 compie anche un importante viaggio a Mosca e a Pietroburgo, dove farà la conoscenza dei futuristi russi. Questi ultimi, pur accogliendo Marinetti tra loro, solleveranno critiche sulla pratica delle parole in libertà e manterranno una certa distanza nei confronti del movimento artistico italiano.

Dopo l'attentato di Sarajevo, Marinetti non esita a schierarsi a favore dell'intervento contro l'Austria e la Germania: verrà arrestato per aver bruciato bandiere austriache in piazza del Duomo a Milano. Quando l'Italia entra in guerra, Marinetti si arruola volontario (prima in un battaglione di ciclisti volontari, poi negli Alpini). Ferito all'inguine, detta in convalescenza un manualetto che otterrà un inatteso successo: Come si seducono le donne. Torna quindi sul fronte, e partecipa sia alla rotta di Caporetto che alla trionfale avanzata di Vittorio Veneto, al volante di un autoblindo Lancia 1Z (esperienza poi narrata nel romanzo L'alcova d'acciaio).

Dal Futurismo al Fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Terminata la guerra (con due medaglie al valore), Marinetti è convinto che sia giunto il momento di fare la rivoluzione. Deluso dalla "vittoria mutilata", partecipa per breve tempo all'impresa fiumana, ma è deluso da molti seguaci di D'Annunzio ed è invitato da quest'ultimo a lasciare la città.

Primo piano di Marinetti

In questo stesso periodo fonda il Partito Politico Futurista, che nel proprio programma contempla lo "svaticanamento dell'Italia" e il passaggio dalla monarchia alla repubblica (oltre alla distribuzione di terre ai combattenti, la lotta all'analfabetismo e il suffragio universale). Il 23 marzo 1919 Marinetti partecipa con Mussolini all'adunata di piazza San Sepolcro a Milano: da quel momento il Partito Politico Futurista confluisce nei Fasci di combattimento. Il 15 aprile, alla guida di un eterogeneo gruppo costituito da arditi, futuristi e fascisti si scontrò con i militanti del Partito Socialista[6] che culminò nell'assalto all'Avanti!.

Marinetti tuttavia tiene a ribadire l'originalità del futurismo rispetto al fascismo, ed è scontento della svolta reazionaria impressa da Mussolini dopo la sconfitta elettorale del novembre 1919 (in seguito alla quale i due vengono arrestati con l'accusa di detenzione illegale di armi da fuoco: Mussolini esce subito, Marinetti dopo una ventina di giorni). In questo periodo redige diversi manifesti politici, tra cui il pamphlet Al di là del Comunismo; nel maggio del 1920 interviene al secondo congresso dei Fasci, insistendo sulla necessità di "svaticanare l'Italia", abolire la monarchia e "appoggiare gli scioperi giusti": ma ormai i fascisti stanno andando nella direzione opposta, e Marinetti decide di dimettersi. Il poeta inizia lentamente ma decisamente a divergere dal fascismo: se ne distaccherà prima della fine dell'anno per ritornare sui suoi passi quasi un lustro più tardi.

Ritorno alla poesia[modifica | modifica wikitesto]

Esaurita l'esperienza politica, Marinetti ritorna alla letteratura con alcune opere (Gli indomabili, Il tamburo di fuoco) meno sperimentali delle precedenti, ma che ottengono un discreto successo. A sostenerlo c'è la sua nuova compagna di vita, Benedetta Cappa, scrittrice e pittrice lei stessa. Durante una vacanza al mare, i due inventano una nuova forma d'arte tattile: il Tattilismo, concepito come un'evoluzione multi-sensoriale del Futurismo. Ma ancora una volta i colleghi futuristi restano interdetti. Anche a Parigi, Marinetti non è più accolto come la "caffeina d'Europa", portatrice di eccitanti novità: l'avanguardia che va per la maggiore è Dada, che si fa beffe dei futuristi-tattilisti e della loro pretesa di "moltiplicare la sensibilità umana".

Accademico d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

In prima fila: Depero, Marinetti e Cangiullo nei loro panciotti futuristi. Fotografia scattata il 14 gennaio 1924, in occasione della replica dello spettacolo della Compagnia del Nuovo Teatro Futurista a Torino.

Deluso dall'accoglienza parigina, Marinetti si riaccosta al Fascismo e a Mussolini, che nel frattempo ha preso il potere. Il regime lo ripaga dedicandogli importanti onorificenze nazionali (1924) ed egli, a sua volta, firma il Manifesto degli intellettuali fascisti (1925). Come ambasciatore del regime, Marinetti viaggia in Sudamerica e in Spagna. Nel 1929 lo stesso Mussolini vorrà Marinetti nell'Accademia d'Italia appena fondata. Il fondatore del Futurismo è ormai diventato un difensore della letteratura e della lingua italiana contro l'"esterofilia" dilagante, con effetti surreali: come quando gli capita di pronunciare discorsi su Giacomo Leopardi "maestro d'ottimismo" o di decantare il Futurismo di Ludovico Ariosto.

Nel frattempo il futurismo si è trasformato da movimento di rottura in scuola poetica, coi suoi congressi, le sue dispute, i suoi generi codificati (le parole in libertà e l'aeropoesia), ecc. Ma le opere futuriste più interessanti del Ventennio restano quelle di Marinetti, che in lavori come Il fascino dell'Egitto o nel dramma Il suggeritore nudo, rivela la sua attenzione alle nuove poetiche italiane ed europee.

Del 1929 è la stesura del Manifesto dell'aeropittura futurista, ispiratogli dall'esperienza di un volo sul Golfo della Spezia e che sarà motivo ispiratore della nuova forma artistica.

Nel settembre 1930 Marinetti e Tato (Guglielmo Sansoni) organizzano il primo concorso fotografico nazionale, e fra il 1930 e il 1931 propongono il Manifesto della fotografia futurista.[7][8]

Attento anche alle arti visive, nel 1933 alla Spezia istituisce con Fillia il Premio del Golfo. Il 27 gennaio 1934 pubblica il Manifesto dell'Architettura Aerea, redatto con Angiolo Mazzoni e Mino Somenzi, e, alla fine di quello stesso anno, presiede la Prima Mostra nazionale di plastica murale per l'edilizia fascista[9], organizzata a Genova da Enrico Prampolini, Fillia e F. Defilippis.

La sua posizione di Accademico gli consente alcune timide prese di posizione critiche nei confronti del regime: neI 1938 escono, sulla rivista futurista Artecrazia, alcuni articoli (probabilmente dettati o ispirati da Marinetti) contro l'antisemitismo e le leggi razziali.

Marinetti negli anni '30

Ancora in guerra[modifica | modifica wikitesto]

Malgrado la non più giovane età, Marinetti non rinuncia al fascino della guerra. Del resto, in un'intervista del 1926 a Vitaliano Brancati[10] aveva affermato che la guerra futura sarebbe stata combattuta dai vecchi, mentre i giovani sarebbero stati risparmiati per "la fecondazione della razza". Coerente coi suoi principi, Marinetti partecipa come volontario alla guerra di Etiopia (1936) e addirittura (a sessantasei anni) alla spedizione dell'ARMIR in Russia. Le esperienze su questi fronti sono raccontate ne Il poema africano della Divisione "28 ottobre" (1937) e nel romanzo postumo Originalità russa di masse distanze radiocuori.

L'esperienza russa si rivela però fatale. Tornato in Italia, stanco e malato, Marinetti detta ancora diverse opere a carattere memoriale, tra cui La grande Milano tradizionale e futurista, e aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, che per certi versi rappresenta un ritorno agli ideali fascisti repubblicani del 1919.

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Marinetti morì a Bellagio, nell'attuale Hotel Excelsior, sul Lago di Como, il 2 dicembre 1944, in seguito a una crisi cardiaca: aveva appena scritto il suo ultimo testo, Quarto d'ora di poesia della X Mas.

Targa sul palazzo in cui morì Marinetti a Bellagio

La notizia fece velocemente il giro del mondo. Il 3 dicembre anche il New York Times dedicò alla morte del Poeta un articolo ("Dr. F. T. Marinetti, Italian Author, 67; Early Associate of Mussolini, Also Known for Poems, Dies")[11]. Giunsero ad onorare le spoglie l'aeropoeta Paolo Buzzi e il compositore futurista Luigi Russolo. Lo scultore Spartaco Di Ciolo eseguì il calco funerario del volto del poeta. Il giorno dopo fu celebrato il funerale nella basilica di San Giacomo di Bellagio.

Il funerale solenne di Stato, voluto da Mussolini, fu celebrato a Milano il 5 dicembre nella chiesa di San Sepolcro, con grande partecipazione della cittadinanza, nonostante la paura e la difficoltà nello spostarsi in una città ferita a causa dei frequenti bombardamenti anglo-statunitensi: il poeta subito dopo venne sepolto al Riparto IV del Cimitero Monumentale, in una piccola tomba a terra, la nº 63[12][13].

La tomba di Filippo Tommaso Marinetti, al Riparto IV del Cimitero Monumentale di Milano

Testi originali[modifica | modifica wikitesto]

Alcune prime edizioni dei testi futuristi di Marinetti si trovano alla Biblioteca dell'Università Cattolica di Milano.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Uccidiamo il chiaro di luna, 1911, raccolta Gesualdo Manzella Frontini
Zang tumb tumb a Leida

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Tenente 9 raggruppamento bombardieri 35 gruppo 161 batteria - Durante un'aspra azione, colla parola e con l'esempio incitava i dipendenti all'adempimento del proprio dovere. Ferito mentre si adoperava attivamente a rimettere in servizio un pezzo travolto da un colpo nemico e costretto ad allontanarsi, rivolgeva ancora parole d'incoraggiamento al personale, rammaricandosi soltanto di dover abbandonare la linea di fuoco. Monte Kuk, 12-14 maggio 1917»
— 25 novembre 1919[14]
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Tenente Milizia Territoriale 8 squadriglia automitragliatrice blindate. - Comandante di una automitragliatrice, esempio di mirabile coraggio temerario, di patriottismo impetuoso e di entusiasmo animatore, entrò primo in Tolmezzo, catturò nel paese di Amaro l'intero comando di Tolmezzo e masse di soldati, vincendo con audacia i tentativi di resistenza e di ribellione, tagliando a viva forza le comunicazioni telefoniche del nemico. Tolmezzo - Amaro, 4 novembre 1918»
— 23 gennaio 1921[14]
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Seniore comando 2a divisione CC.NN. 28 Ottobre - Seniore addetto al comando di una divisione CC.NN. durante tre giorni di aspra lotta, incurante del pericolo, sotto il fuoco nemico si prodigava per l'assolvimento dei compiti affidatigli. Con la parola e con l'esempio infiammava gli animi dei combattenti. Passo Uarieu, 21 gennaio 1936-XIV.»
— 7 ottobre 1937[14]
Croce al merito di guerra al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra al valore militare
«Seniore comando 2a divisione CC.NN. 28 Ottobre - Seniore addetto ad un comando divisionale, con alto senso del dovere e passione, recava in due giorni di aspro combattimento il contributo della sua attività. Espressione di volontarismo guerriero è stato, in ogni istante della battaglia, esempio di calma sotto il fuoco nemico. Uork Amba, 27 febbraio; Debek Amba, 28 febbraio 1936-XIV.»
— 15 dicembre 1936[14]
Croce di guerra al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce di guerra al valor militare
«1° seniore comando raggruppamento camicie nere 23 marzo - Animato da grande entusiasmo, benché ammalato chiedeva ed otteneva di seguire un'azione del suo raggruppamento camicie nere e, con la sua presenza, sapeva infondere ardire ed aggressività nei reparti lanciati all'attacco. Sswinjuka (fronte russo), 12 settembre 1941.»
— 10 gennaio 1951[14]
Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di benemerenza per i volontari della guerra italo-austriaca 1915-1918
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915-1918
Medaglia interalleata della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia interalleata della vittoria
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia 1848-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia 1848-1918
Medaglia di benemerenza per i volontari della campagna dell'Africa Orientale 1935-1936 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di benemerenza per i volontari della campagna dell'Africa Orientale 1935-1936
Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa Orientale 1935-1936 (ruoli combattenti) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle operazioni militari in Africa Orientale 1935-1936 (ruoli combattenti)
Croce commemorativa del Corpo di Spedizione Italiano in Russia - nastrino per uniforme ordinaria Croce commemorativa del Corpo di Spedizione Italiano in Russia

Altro[modifica | modifica wikitesto]

Arcade Minore della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinese - nastrino per uniforme ordinaria Arcade Minore della Secolare Accademia del Parnaso Canicattinese
— Canicattì

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ “Femminilità metallica”: le forme del Futurismo, su centrostudilaruna.it. URL consultato il 31 maggio 2017.
  2. ^ Gianfranco Morra, «Il Futurismo l'abbiamo scoperto noi», La Voce di Romagna, 5 febbraio 2009.
  3. ^ Filippo Tommaso Marinetti, Lettere ruggenti a F. Balilla Pratella, Quaderni dell'Osservatore.
  4. ^ Filippo Tommaso Marinetti, Lettere ruggenti a F. Balilla Pratella, Quaderni dell'Osservatore.
  5. ^ Davide Mauro, Elapsus - Gino Severini, frammenti di vita parigina, su www.elapsus.it. URL consultato il 10 gennaio 2017.
  6. ^ Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume I, Il Mulino, 2012, pag 371
  7. ^ Giovanni Lista, Un linguaggio per l'invisibile, Art e Dossier (2003 - 2005), Anno 16 Numero 168 giugno 2001. URL consultato il 19 novembre 2008 (archiviato dall'url originale il 10 novembre 2007).
  8. ^ Sabrina Carollo, I Futuristi, Giunti Editore, p. 182 (disponibile su Google Ricerca Libri, su books.google.it. URL consultato il 19 novembre 2008.)
  9. ^ Stile Futurista, Stile Futurista, su wolfsonian.org, 1934.
  10. ^ Brancati intervista Marinetti per Il Giornale dell'Isola, 12 dicembre 1928
  11. ^ La pagina del New York Times
  12. ^ la tomba di Marinetti al Cimitero Monumentale, su marinettiani.blogspot.com.
  13. ^ Comune di Milano, App di ricerca defunti Not 2 4get.
  14. ^ a b c d e Istituto Nastro Azzurro, su decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org. URL consultato il 6 ottobre 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Filippo Tommaso Marinetti, Le Futurisme, textes annotés et préfacés par Giovanni Lista, Éditions L'Âge d'Homme, Lausanne, 1980
  • Filippo Tommaso Marinetti, Les Mots en liberté futuristes, préfacés par Giovanni Lista, Éditions L'Âge d'Homme, Lausanne, 1987
  • Giovanni Lista, F. T. Marinetti, Éditions Seghers, Paris, 1976
  • Marinetti et le futurisme, poèmes, études, documents, iconographie, réunis et préfacés par Giovanni Lista, bibliographie établie par Giovanni Lista, Éditions L'Âge d'Homme, Lausanne, 1977
  • Giovanni Lista, F. T. Marinetti, l'anarchiste du futurisme, Éditions Séguier, Paris, 1995
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