Guerra d'Etiopia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la guerra tra l'Italia e l'Etiopia degli anni 1895-1896, vedi Guerra di Abissinia.
Guerra d'Etiopia
Soldatietiopia.jpg
Partenza per il fronte dei soldati italiani a Montevarchi
Data 2 ottobre 1935 - 5 maggio 1936
Luogo Etiopia
Casus belli Incidente di Ual Ual
Esito Vittoria italiana. Annessione dell'Etiopia all'Impero coloniale italiano: creazione dell'Africa Orientale Italiana.
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
464.000 soldati italiani[1]
60.000 ascari eritrei[2]
25.000 dubat somali[2]
7.800 ascari libici[3]
300.000 uomini
Perdite
fino al 31 dicembre 1936: 3.731 soldati e 619 civili italiani morti (totale 4.350)[4]
tra i 3.000 e i 4.500 ascari morti[5]
circa 9.000 feriti
circa 275.000 soldati morti, circa 500.000 feriti[6]
Voci di guerre presenti su Wikipedia

La guerra d'Etiopia, nota anche come campagna d'Etiopia, fu condotta dal Regno d'Italia contro l'Impero d'Etiopia, a partire dal 3 ottobre 1935.

La guerra si concluse dopo sette mesi di combattimenti con l'invasione totale del territorio etiope e con l'assunzione della corona imperiale da parte di re Vittorio Emanuele III (cosiddetta "Proclamazione dell'Impero"), il 9 maggio 1936. La guerra fu caratterizzata dalla decisione di Benito Mussolini di raggiungere l'obiettivo imperiale ad ogni costo; il Duce non esitò ad autorizzare il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani ad impiegare armi chimiche. I generali italiani utilizzarono regolarmente notevoli quantitativi di armi chimiche per superare la resistenza etiopica e accelerare la vittoria.

Peraltro le ostilità non cessarono con la fine delle operazioni di guerra convenzionali, ma si prolungarono con la crescente attività della guerriglia etiope dei cosiddetti arbegnuoc ("patrioti") e con le dure misure repressive attuate dall'Italia.

L'aggressione dell'Italia contro l'impero d'Etiopia, all'epoca uno dei due soli stati (assieme alla Liberia) indipendenti dell'Africa, ebbe delle conseguenze anche da parte della comunità internazionale che si espresse con delle sanzioni economiche all'Italia fascista.

Con l'inizio della seconda guerra mondiale l'esercito britannico nel 1941, in pochi mesi e con la collaborazione della resistenza etiopica,[7] liberò il territorio dopo 5 anni di occupazione, determinando il crollo del dominio italiano sull'Etiopia. Formalmente lo stato di guerra ebbe ufficialmente termine il 10 febbraio 1947, con la stipula del trattato di Parigi fra l'Italia e l'impero d'Etiopia, che comportò per l'Italia la perdita di tutte le sue colonie africane e la rinuncia a qualsiasi influenza e interesse sull'Etiopia.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

L'Ottocento, soprattutto nella sua seconda metà, vide i paesi occidentali interessarsi sempre di più ai commerci in Asia e Africa, verso i quali fu lanciata una vera e propria corsa all'esplorazione e alla conquista di nuovi territori. L'autorevole quotidiano britannico The Times parlò nel 1884 di una vera e propria "zuffa" per l'Africa (scramble for Africa), dove in primo luogo Gran Bretagna e Francia, e poi anche Germania, Belgio, Paesi Bassi e per ultima l'Italia, tentatori di instaurare domini d'oltremare in questi continenti[8]. L'avventura coloniale italiana ebbe inizio nel 1882 quando il governo acquistò dall'armatore genovese Raffaele Rubattino la piccola baia di Assab nel mar Rosso, e proseguì timidamente tre anni più tardi, quando con il lasciapassare britannico, un piccolo corpo di spedizione occupò Massaua, sempre nel mar Rosso[9]. Tuttavia l'Italia si presentava alla corsa coloniale mentre ancora il suo processo di industrializzazione era allo stato larvale; il livello di industrializzazione era meno di un decimo di quello britannico e la produzione di ferro era circa un ottocentesimo di quello britannico[10]. Ma questi dati non vennero forniti all'opinione pubblica, nel bel mezzo dell'età degli imperialismi, delle rivalità internazionali e dei nuovi intrecci politici ed economici che si stavano sviluppando in Europa, si trovò allineata con la politica di prestigio internazionale che catapultò il paese nella guerra di Abissinia[11] e nella sua tragica disfatta ad Adua, il 1º marzo 1896, che rappresentò il luogo e il momento in cui le velleità espansionistiche di Francesco Crispi e della classe dirigente vennero annientate dalle armate di Menelik II[12].

Da allora per diversi anni il Corno d'Africa non fu più al centro delle mire espansionistiche dell'Italia liberale; ci si limitò ad una gestione civile della colonia in Eritrea e ad un protettorato in Somalia. La colonia primogenita fino agli anni Trenta non fu oggetto di dibattito pubblico (limitato ai circoli coloniali e alle società di esploratori)[13], ma vennero mantenuti solo rapporti economici e diplomatici almeno fino al novembre 1932, quando Benito Mussolini invitò il ministro delle Colonie Emilio De Bono a preparare uno studio per una campagna militare contro l'Etiopia[14]. Negli anni fino al 1925 l'interesse italiano verso l'Etiopia rimase prevalentemente diplomatico, ma fu svolto con tale costanza da far capire sia ad Addis Abeba che a Londra e Parigi, che le ambizioni di Roma era tutt'altro che spente. Rilevante fu la politica periferica del governatore dell'Eritrea Jacopo Gasparini, volta allo sfruttamento del Tessenei e alla collaborazione con i capi tigrini in funzione anti-etiopica, così come l'azione repressiva di Cesare Maria De Vecchi in Somalia, che portò all'occupazione del fertile Oltregiuba e alla "riconquista" in ossequio alla retorica fascista di dominio diretto di tutta la Somalia, che fino ad allora aveva visto una collaborazione tra colonizzatori e capi tradizionali, che si concluse nel 1928. In quest'ottica vi fu la firma di un patto italo-britannico il 14 dicembre 1925, che sarebbe dovuto rimanere segreto, in cui Londra riconosceva l'interesse prettamente italiano nelle regioni alto-etiopiche e la leicità della richiesta italiana di costruire una ferrovia che collegasse la Somalia all'Eritrea. La notizia dell'accordo però venne diffusa da Londra, con irritazione del governo francese ed etiopico, che peraltro denunciò l'accordo come un colpo inferto alle spalle di un paese peraltro ormai a tutti gli effetti membro della Società delle Nazioni[15].

Anche se come detto è almeno dal 1925 che Mussolini medita di aggredire l'Etiopia, soltanto nel 1932 egli prende la decisione definitiva, mobilitando per prima cosa tutto l'apparato propagandistico fascista per far sì che il paese tornasse ad interessarsi delle questioni coloniali in previsione dell'intervento militare. In vista del «decennale della rivoluzione», vennero impostati dalla propaganda due temi fondamentali: il «mito del Duce» e l'idea della «Nuova Italia»[16]: viene incoraggiata la pubblicazione di opere coloniali con l'intento di magnificare le realizzazioni compiute nel decennio fascista, nelle quali il regime lascia trapelare i suoi programmi, come gli ammiccamenti del sottosegretario alle Colonie Alessandro Lessona che indica come «l'Italia mussoliniana ha ritrovato in Africa le vie maestre del suo divenire»[17]. Sui temi dell'espansione coloniale il Ministero delle Colonie organizzò mostre commerciali, esposizioni etnografiche, manifestazioni politiche[18], e nel dibattito pubblico intervennero storici, esperti coloniali, giuristi, antropologi ed esploratori come Lidio Cipriani che pubblicò alcuni studi con lo scopo di dimostrare «l'inferiorità mentale dei negri» e l'attitudine degli italiani ad adattarsi ai climi tropicali africani, prova inconfutabile secondo l'esploratore, del destino di dominatori che gli italiani avranno in Africa[19].

L'impostazione della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Salvo qualche voce isolata, a propaganda coloniale fu tutta ispirata dal regime e si proponeva di preparare il paese ai fasti, ma anche ai sacrifici, dell'impero annunciato da Mussolini fin dal "discorso dell'Ascensione" del 26 maggio 1927[20]. Dietro a questa campagna propagandistica però non c'era nulla di concreto, solo nell'estate del 1932 con la stesura da parte dell'ambasciatore a Madrid, Raffaele Guariglia, della lunghissima Relazione sull'Etiopia viene delineata una politica precisa che voleva terminare l'inconcludente politica d'amicizia con Addis Abeba, rafforzare i dispositivi militari dell'Eritrea e della Somalia e dare il via ad una politica di forza perché «Se noi vogliamo dare un'espansione coloniale al nostro Paese, anzi, per dire una parola grossa, formare un vero Impero Coloniale italiano, non possiamo cercare di fare ciò in altro modo che spingendoci verso l'Etiopia» affermando comunque che una campagna militare sarebbe sta impensabile senza prima ottenere il consenso della Francia e della Gran Bretagna[21]. Il documento, del 27 agosto 1932, venne lungamente vagliato da Mussolini prima che questi autorizzasse in novembre Emilio De Bono ad iniziare gli studi per la preparazione militare, il quale intuì fin da subito la grande occasione che gli si offrì. Ottenuto l'incarico di recarsi in Eritrea per vedere e riferire, De Bono si rivelò inizialmente cauto e prudente, ma probabilmente per paura di essere scavalcato da altri, nei mesi successivi cambiò atteggiamento e cominciò a prendere in considerazione una guerra preventiva che prima avrebbe sconsigliato a causa della precaria situazione riguardante le infrastrutture portuali e stradali, e per le enormi spese a cui si sarebbe andati incontro, senza considerare gli eventuali scontri diplomatici con Francia e Gran Bretagna[22].

Assieme al colonnello Luigi Cubeddu, comandante delle truppe in Eritrea, De Bono preparò in poco tempo la Memoria per un'azione offensiva contro l'Etiopia dove venne previsto l'impiego contro l'esercito abissino (valutato in 200-300 mila uomini) un corpo i spedizione forte di 60.000 eritrei e 35.000 italiani, appoggiato da una brigata aerea. De Bono puntava tutto sulla velocità dell'azione, in modo tal da occupare tutta la regione dei Tigrè prima che il il grosso dell'esercito nemico si fosse mobilitato, assegnando alla Somalia forze minori, calcolate in circa 10.000 somali e 10-12.000 libici, poiché l'azione a sud verso Addis Abeba avrebbe dovuto avere carattere esclusivamente diversivo[23]. Secondo lo storico Giorgio Rochat il piano di De Bono rivelava una grande superficialità organizzativa, imputabile in parte all'importanza politica che il generale italiano volle dare al piano, diminuendone i rischi, i costi e sottovalutando il nemico e la preparazione necessaria, con il chiaro intento di allinearsi al volere del Duce di favorire una politica aggressiva e rapida[24], e in parte all'impostazione da tipica guerra coloniale che De Bono diede alla campagna, fatta da conquiste graduali, forze contenute e impiego di truppe coloniali[25]. L'unica cosa sensata del piano era il riconoscimento di un accordo preventivo con Francia e Gran Bretagna, ma De Bono anche in questo caso non diede importanza ai tempi tecnici necessari alla diplomazia, riducendo in un mese l'intervallo tra la decisione politica e l'inizio dell'offensiva militare, che comunque avrebbero avuto bisogno di più tempo a causa delle limitate possibilità del porto di Massaua e l'insufficienza della rete stradale eritrea[26].

Il generale Emilio De Bono
Il generale Pietro Badoglio

Nei successivi due anni si susseguirono dibattiti sulla preparazione tra le maggiori autorità militari, con rivendicazioni di potere e aspri contrasti anche su posizioni antitetiche: se da una parte De Bono considerava la guerra come una conquista coloniale in vecchio stile, Pietro Badoglio, capo di stato maggiore generale dell'esercito[N 1] valutava seriamente l'ipotesi di rendere l'aggressione una vera e propria guerra nazionale[14]. Chi non era in linea con il pensiero del Duce veniva però velocemente esautorato, così nel 1933 il ministro della Guerra generale Pietro Gazzera venne liquidato da Mussolini, il quale assunse il dicastero, ma di fatto delegò la gestione al sottosegretario generale Federico Baistrocchi. Questi l'anno successivo assunse anche le funzioni di capo di stato maggiore dell'esercito (anche se buona parte delle attribuzioni passarono di fatto al generale Alberto Pariani) dopo l'esonero del generale Alberto Bonzani, che cercò di difendere il suo ruolo e la priorità della politica europea rispetto a quella coloniale[27].

Alla fine del 1934 si arrivò dunque ad un accordo di massima tra i comandi militari incentrato su due punti: un aumento di forze inviate dall'Italia (circa 80.000 nazionali e 30-50.000 àscari eritrei equipaggiati con mezzi moderni) e un'impostazione cauta delle operazioni; penetrazione nel Tigrè fino alla linea Adigrat-Axum e quindi attendere l'offensiva etiopica su posizione fortificate, per distruggere l'esercito del negus Hailé Selassié[28]. Uno dei pochi punti in cui i partecipanti al dibattito si trovavano d'accordo erano i limiti della situazione strategica: la ricettività del porto di Massaua era del tutto insufficiente, le vie di comunicazione interne in Etiopia erano scarsissime e la condizione era ancora peggiore per quanto riguardava le infrastrutture in Somalia; inoltre, nonostante tutti diedero grande importanza all'aeronautica nulla era stato fatto per l'impiego di centinaia di aerei, né l'avvio della costruzione di aeroporti, né l'inizio di una collaborazione interforze tra esercito e aeronautica. Non esisteva neppure un organo di coordinamento, un alto comando interforze o uno stato maggiore generale in grado di dirimere queste questioni, soltanto Mussolini aveva il potere di impostare la guerra e risolvere i contrasti, ma per due anni lasciò che i ministeri si contrastassero apertamente, tuttalpiù sostituendo gli uomini troppo autorevoli e alternando le poche personalità di valore con le molte mediocri del gruppo dirigente del partito. Fino al termine del 1934 dunque il dibattito si mantenne ad un livello puramente tecnico, i militari mantennero la tradizionale divisione tra le competenze militari e quelle politiche, che spettavano al solo Mussolini; ma la guerra che avevano preparato aveva obiettivi limitati, nessuno sapeva cosa fare dopo aver occupato il Tigrè, nessuno studio prevedeva la possibilità di un dominio italiano su tutta l'Etiopia, e nessuno (a parte Badoglio) aveva considerato le conseguenze deleterie che l'aggressione ad uno stato indipendente avrebbero portato[29]

L'incidente di Ual Ual e le complicazioni internazionali[modifica | modifica wikitesto]

Il piccolo presidio italiano di Ual Ual

La svolta decisiva si ebbe nel dicembre 1934: il giorno 5 il presidio italiano di Ual Ual nell'Ogaden, respinse un attacco (la notizia inizialmente passò quasi inosservata dall'opinione pubblica, solo successivamente fu ingigantito dalla propaganda fino a farne la provocazione che doveva giustificare la guerra[30]) di truppe abissine che tentavano di riconquistare parte dei territori che l'Italia aveva occupato negli anni precedenti approfittando della mancanza di un confine certo tra Etiopia e Somalia[31], e il giorno 30 Mussolini indirizzò alle autorità del regime un promemoria segreto - Direttive e piano d'azione per risolvere la questione italo-abissina - con il quale dava avvio alla mobilitazione vera e propria, ponendo l'autunno 1935 come data per l'inizio delle operazioni. Rispetto a quanto si era prefigurato fino a quel momento, il Duce impostò una guerra massiccia per una conquista totale, rapida e moderna, per la quale mise a disposizione forze triple rispetto a quelle finora richieste, il che comportò non pochi problemi organizzativi perché rimaneva poco tempo per attivare una mobilitazione coordinata[32]. Mussolini in questo promemoria si assumeva la totale responsabilità della guerra, ponendola al primo posto tra gli obiettivi del regime, e indicandone inequivocabilmente l'obiettivo: la conquista totale dell'Etiopia e la nascita dell'impero[33]. Le motivazioni utilizzate da Mussolini nel documento sono presentate sia in maniera superficiale, come la fatalità del conflitto e l'ampolloso rimando alla "rivincita di Adua", sia in modo pretestuoso, come il rafforzamento del potere militare e politico di Hailé Selassié (che in realtà non costituiva nessun pericolo per l'Italia). Il senso generale però fu molto chiaro; il Duce voleva un'affermazione di prestigio da cogliere subito. Fino a quel momento il predominio anglo-francese in Africa aveva impedito a Mussolini di conseguire un qualsiasi grosso successo internazionale che riteneva indispensabile per rafforzare e qualificare il regime fascista; inoltre in quel periodo il protagonismo hitleriano rimise in discussione gli equilibri europei, e ciò mise Mussolini di fronte alla necessità di consolidare la propria figura in vista di un nuovo assetto europeo o di una guerra[34]. Poco importava se l'Etiopia fosse un paese povero e aspro, il cui dominio avrebbe rappresentato un peso più che un guadagno per l'economia italiana, questo era l'obiettivo «naturale» perché la sua conquista si collegava alla breve tradizione coloniale italiana e si presentava come relativamente facile senza peraltro toccare gli interessi di Francia e Gran Bretagna, le quali a buon ragione, Mussolini ritenne che avrebbero sacrificato l'Etiopia alle ambizioni fasciste, sottovalutandone però le reazioni dell'opinione pubblica internazionale[35].

Tra il 4 e il 7 gennaio 1935 Mussolini incontrò a Roma il ministro degli esteri francese Pierre Laval, col quale vennero firmati accordi in virtù dei quali la Francia accordava all'Italia delle rettifiche di frontiera fra la Libia e l'Africa equatoriale francese, fra l'Eritrea e la costa francese della Somalia, mentre la Francia si impegnava a non cercare in Etiopia nuovi interessi economici se non quelli relativi al traffico della ferrovia Gibuti-Addis Abeba. L'accordo conteneva soprattutto un esplicito "désistement" francese per una non ben concessione all'Italia di avere mano libera nella regione[36], e l'eventuale impegno italiano nell'invio di nove divisioni italiane a supporto dei francesi se questi fossero stati attaccati dalla Germania.[37]. Laval sperava in tal modo di avvicinare Mussolini alla Francia, al fine di dar vita a un'alleanza in funzione anti-nazista (Hitler non nascondeva le sue rivendicazioni in Alsazia-Lorena), e probabilmente i francesi vollero illudersi che l'invasione italiana si sarebbe limitata ad operazioni coloniali tali da non suscitare proteste internazionali. Difficile è però comprendere come Mussolini e i militari italiani potessero studiare e avvallare piani a sostegno della Francia per mantenere gli equilibri in Europa, e allo stesso tempo impegnarsi nell'organizzazione di una guerra che avrebbe sicuramente messo in crisi gli stessi equilibri internazionali[37]. A tal proposito il primo avvertimento di possibili complicazioni fu l'invio nel mar Mediterraneo di alcune corazzate della Home Fleet, come dimostrazione di forza: buona parte dell'opinione pubblica inglese chiedeva che Mussolini fosse fermato, e anche se il governo britannico non intendeva rischiare nulla per l'Etiopia, dovette mostrare i muscoli e irrigidire le sue posizioni, ma la preparazione all'invasione dell'Etiopia continuò[38].

Nel frattempo la propaganda dovette fa fronte anche ad alcuni segni di dissenso, che divennero evidenti in un tentativo di ammutinamento di alcuni reparti alpini in partenza per l'Africa nei primi mesi del 1935, concentrando tutti i suoi sforzi su due temi principali; la necessità di offrire terra e lavoro alla popolazione italiana in Etiopia e la sfida dell'Italia proletaria e rivoluzionaria alle potenze conservatrici europee che si oppongono ai suoi bisogni di espansione con minacce e sanzioni economiche. Questi temi fecero più presa nella popolazione rispetto ai triti concetti legati al «vendicare Adua» e alle «provocazioni abissine» e ormai ritenute dall'opinione pubblica come pretesti puerili e insufficienti a scatenare una guerra[39]. Ual Ual venne quasi dimenticata, ma dal giugno 1935, la propaganda tornò a diventare efficace, soprattutto in chiave anti-britannica rea di aver appoggiato l'Etiopia e le eventuali sanzioni contro l'Italia[40].

Preparazione e mobilitazione[modifica | modifica wikitesto]

Mussolini passa in rassegna le truppe pronte ad imbarcarsi per il Corno d'Africa

La mobilitazione fu uno sforzo notevole per l'Italia, e nonostante il poco tempo a disposizione fu portata a termine senza grossi problemi assumendo dimensioni straordinarie, tanto da essere considerata la più grande guerra coloniale di sempre per numero di uomini, numero e modernità di mezzi, rapidità di approntamento[41]. Stando alle cifre ufficiali redatte in tutta fretta dal sottosegretario della Guerra ministro Baistrocchi nella Relazione sull'attività svolta per l'esigenza AO dell'ottobre 1936, in preparazione alla guerra in Africa orientale eran stati inviati 21.000 ufficiali, 443.000 tra sottufficiali e truppa, 97.000 lavoratori, 82.000 quadrupedi, 976.000 tonnellate di materiali. La marina fornì cifre altrettanto imponenti, 560.000 uomini e 3 milioni di tonnellate di armi e materiali[42]. Vennero chiamate alle armi le classi dal 1911 al 1915, che permise all'esercito di avere una enorme disponibilità di uomini senza indebolire l'esercito in patria; o almeno così asserirono Mussolini e Baistrocchi. Tra il febbraio 1935 e il gennaio 1936 furono inviate in Eritrea sette divisioni dell'esercito (Gavinana, Gran Sasso, Sila, Cosseria, Assietta, Pusteria), una in Somalia (Peloritana) e tre andarono in Libia, mentre dei circa 50.000 volontari circa 35.000 furono "girati" alla Milizia mentre i restanti furono destinati a battaglioni di complemento che sarebbero stati utilizzati per rimpiazzare le perdite[43]. Per volere di Mussolini proprio la Milizia divenne una componente importante del corpo di spedizione, la quale oltre a rappresentare il carattere fascista dell'impresa, grazie ai circa 80.000 volontari che si presentarono (compresi i 35.000 non utilizzati dall'esercito) vennero improntate ben sei divisioni (1ª Divisione CCNN XXIII marzo, 2ª XXVIII ottobre, 3ª XXI aprile, 4ª III gennaio, 5ª I febbraio inviate tra agosto e novembre 1935 in Eritrea e la 6ª Tevere, quest'ultima inviata in Somalia)[44].

Al contrario di qualsiasi altra guerra coloniale fino ad allora intrapresa da una potenza europea, la guerra voluta da Mussolini vide un maggiore impiego di truppe nazionali rispetto alle truppe coloniali. Gli àscari eritrei furono una minoranza e furono gli unici reparti a non subire un aumento di numero durante la preparazione alla guerra (nel 1935 le necessità portarono ad un incremento dei soli dubat fino a 25-30.000 uomini) ma i comandi italiani contavano molto sulla loro tradizionale coesione e combattività su terreni aspri e difficili, peraltro erano "spendibili" senza turbare l'opinione pubblica italiana. In realtà i battaglioni costituiti non avevano un forte inquadramento, al contrario dei pochi battaglioni tradizionali già nati in passato, e la mancanza di studi specifici rendono impossibile la verifica della loro effettiva combattività, soltanto gli episodi di diserzione di interi reparti lasciarono traccia nei rapporti. É indubbio però che il loro utilizzo diede un contributo determinante nella vittoria italiana (nell'offensiva finale verso Addis Abeba si ricorse ad una divisione libica)[45].

L'enorme concentramento di truppe in Eritrea e Somalia attraverso i porti di Massaua e Mogadiscio fu il primo grosso problema assieme alla loro mobilità nel territorio. I porti erano insufficientemente attrezzati per accogliere le centinaia di migliaia di tonnellate di materiali e per far sbarcare migliaia di uomini ogni giorno, mentre le strade su cui uomini e materiali avrebbero dovuto recarsi verso l'interno, erano inadeguate se non inesistenti. I porti mancavano di tutto, attrezzature, banchine, piazzali, manodopera specializzata, assistenza e perfino di un comando; tutto ciò dovette essere costruito in pochissimo tempo, come in poco tempo si dovette ampliare la strada che conduceva ai 2350 metri s.l.m della capitale eritrea Asmara[46]. Venne poi costruita una teleferica e una seconda strada verso la capitale situata nell'altopiano eritreo, da dove sarebbe cominciata la guerra, che sarebbe continuata a sud sull'altopiano etiopico. In tempi accelerati anche la rete stradale sull'altopiano venne migliorata per sopportare il grande traffico di mezzi previsto, e il 1 ottobre 1935 erano ormai stipate sull'altopiano eritreo 5700 ufficiali, 6300 sottufficiali, 99.200 militari italiani, 53.200 àscari, 35.650 quadrupedi, 4200 mitragliatrici e fucili mitragliatori, 580 pezzi d'artiglieria, 400 carri armati leggeri e 3700 automezzi[47]. In Somalia, al comando di Rodolfo Graziani nello stesso periodo erano stati sbarcati 1650 ufficiali, 1550 sottufficiali, 21.150 militari italiani e 29.500 eritrei e somali, 1600 mitragliatrici, 117 pezzi d'artiglieria, 7900 quadrupedi, 2700 automezzi e 38 aerei[48]. Altre forze stavano affluendo, e assieme a loro venne importato tutto quanto era necessario, l'Eritrea era una regione molto povera, così dall'Italia dovette arrivare legname, cemento, grano, tessuto, metallo e ogni altro genere necessario al fabbisogno di quasi un milione di uomini[49].

Problemi non dissimili furono affrontati anche dall'aeronautica che dovette sopperire alla mancanza di aeroporti per far decollare e manutenere i 318 velivoli inviati durante la guerra in Eritrea e i 132 in Somalia. Anche in questo caso la disponibilità finanziaria fu quasi illimitata, e furono create sei basi aeree (Massaua, Zula, Assab, Asmara, Gura e Mogadiscio), diciotto aeroporti e ottantaquattro campi di fortuna con tutte le installazioni necessarie, magazzini, officine e depositi. Fu creato un servizio meteorologico , una rete radio e realizzato un ufficio cartografico. Di questi 450 aerei inviati, un terzo furono i piccoli e collaudati IMAM Ro.1 e Ro.37 bis, poi circa 200 Caproni Ca.101, Ca.111 e Ca.133 da bombardamento e trasporto; erano tutti modelli superati in Europa, ma ancora ottimi per una guerra coloniale. Vennero inoltre mandati in Eritrea ventisei moderni Savoia-Marchetti S.M.81 da bombardamento e alcune decine di piccoli aerei da collegamento e da caccia[50].

La situazione in Etiopia[modifica | modifica wikitesto]

Risulta difficile stimare la reale consistenza dell'esercito etiope all'epoca del conflitto italo-etiopico, secondo stime di parte italiana pare che l'esercito etiope consistesse in un numero di armati oscillante fra i 280000 - 350000 uomini, dei quali solo un quarto equipaggiato con fucili moderni e formato con una sufficiente preparazione militare. Ad essi andavano sommati circa un migliaio di mitragliatrici, mentre l'artiglieria consisteva in circa 200 pezzi di piccolo calibro, qualche decina di cannoncini antiaerei, qualche carro armato e un'aviazione pressoché assente (circa una decina di aerei).[51]

L'attacco italiano[modifica | modifica wikitesto]

L'offensiva di De Bono[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Offensiva di De Bono.
Il bando De Bono che sopprimeva la schiavitù nel Tigrè

Il 3 ottobre 1935 100.000 soldati italiani ed un considerevole numero di Áscari del RCTC d'Eritrea, sotto il comando del maresciallo Emilio De Bono iniziarono ad avanzare dalle loro basi in Eritrea. Il 5 ottobre il genero del Negus, Hailè Sellasiè Gugsà, passò dalla parte degli italiani permettendo così all'esercito coloniale di avanzare in territorio abissino per molti chilometri, portando con sé alcuni reparti e interrompendo l'unica linea telegrafica che collegava l'Eritrea ad Addis Abeba.[52][53]

Emilio De Bono in Abissinia all'inizio della guerra

Il 6 ottobre, tre corpi d'armata italiani occuparono Adua, cittadina presso la quale gli italiani avevano subito una cocente sconfitta nel 1896 durante la campagna d'Africa Orientale. Il 15 ottobre venne occupata Axum, la capitale religiosa dell'Etiopia. Una delle prime decisioni assunte da De Bono sul territorio abissino conquistato fu la liberazione degli schiavi e l'abolizione della schiavitù il 14 ottobre 1935.[54]

Dopo una lunga sosta non approvata dal Duce[55], il 3 novembre De Bono riprese la marcia verso Macallè con il I Corpo d'Armata del generale Ruggero Santini e il Corpo d'Armata Eritreo del generale Alessandro Pirzio Biroli, raggiungendo l'obiettivo sei giorni dopo.

Contemporaneamente all'inizio della campagna nel nord, un contingente comandato dal generale Rodolfo Graziani avanzò dalla Somalia Italiana sul fronte sud e, in una ventina di giorni, occupò i presidi etiopi di Dolo, Ualaddaie, Bur Dodi e Dagnarei, incontrando deboli resistenze. Fu in questo settore, nell'occasione di uno scontro con le truppe di ras Destà, che vennero usati per la prima volta i gas asfissianti[56].

Le sanzioni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sanzioni economiche all'Italia fascista.
Roma, manifestazione contro le sanzioni. Nello specifico si tratta di rappresentanze francesi ospiti a Roma

Attaccando l'Abissinia, che era membro della Società delle Nazioni, l'Italia aveva violato l'articolo XVI dell'organizzazione medesima: "se un membro della Lega ricorre alla guerra, infrangendo quanto stipulato negli articoli XII, XIII e XV, sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alla proibizioni di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all'astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no"[57].

Per questo motivo, la Società delle Nazioni condannò l'attacco italiano il 7 ottobre e il 18 novembre l'Italia venne colpita dalle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni, approvate da 52 stati con i soli voti contrari di Austria, Ungheria, Albania e Paraguay: questi paesi inviarono i loro osservatori militari per seguire l'andamento delle operazioni militari; in questa commissione di osservatori prese parte anche un colonnello statunitense, mentre l'Albania aveva inviato il tenente colonnello Prenk Pervizi. Gli altri nomi sono andati perduti[58].

La storiografia filofascista fa rilevare che l'organismo internazionale non abbia applicato alcuna sanzione contro il Giappone in occasione dell'invasione della Manciuria nel 1931 e contro la Germania per la tentata annessione dell'Austria nel 1934, a sostegno della tesi secondo cui la Società delle Nazioni sia stata espressione principalmente della volontà della Francia e del Regno Unito (i due stati più forti ed influenti). La Germania, tuttavia, era uscita dalla Società delle Nazioni nel 1933 (essendone stata membro solo dal 1926 al 1933), e non poteva rientrare nei termini dell'articolo XVI per l'anno 1934; il Giappone, a sua volta, ne era uscito nel 1932, subito dopo aver creato, sulla regione invasa, lo stato fantoccio, ma formalmente indipendente del Manciukuò.

Il 18 novembre 1935 furono adottate le sanzioni contro l'Italia. Simili lapidi furono disposte in molti comuni italiani

Le sanzioni, peraltro, risultarono inefficaci perché numerosi paesi, anche tra coloro che le avevano votate ufficialmente, mantennero buoni rapporti con l'Italia, rifornendola di materie prime. Tra questi la Germania: di fatto, la guerra d'Etiopia rappresentò il primo punto di avvicinamento tra Mussolini e Adolf Hitler, anche se il Führer permise la fornitura di armamenti al Negus ancora nel 1936. Alcuni paesi come la Spagna e la Jugoslavia, pur avendole votate, comunicarono al Governo italiano che non intendevano rispettarne diverse clausole.

Inoltre, le sanzioni non riguardarono materie di vitale importanza, come ad esempio il petrolio.[59] Londra e Parigi argomentarono infatti che la mancata fornitura di petrolio all'Italia poteva essere facilmente aggirata ottenendo rifornimenti dagli Stati Uniti d'America, che non erano membri della Società stessa: infatti gli USA, pur condannando l'attacco italiano, ritenevano inappropriato che le sanzioni fossero state votate da nazioni con imperi coloniali come Francia e Gran Bretagna.[60] Conseguentemente, il decreto delle sanzioni fu il risultato di un elaborato e controverso compromesso, noto come Patto Hoare-Laval: ciò nonostante, una parte della società britannica non condivideva le sanzioni.[61]

Il 18 novembre le sanzioni divennero operative. Per rispondere alle sanzioni, esattamente un mese dopo, il 18 dicembre, fu proclamata la Giornata della fede, giorno in cui gli italiani furono obbligati a donare il proprio oro (soprattutto le fedi nuziali) per sostenere i costi della guerra[62]. Durante il corso della guerra e nell'immediata fase prebellica, le truppe etiopi vennero rifornite di armi e mezzi da alcune potenze europee, tra le quali Francia, Belgio e Regno Unito, che fornirono anche ufficiali per istruire meglio le truppe del Negus, circa il doppio rispetto a quelle italiane.

Le operazioni di Badoglio sul fronte nord[modifica | modifica wikitesto]

Controffensiva etiope di Natale[modifica | modifica wikitesto]

Un obice da 100/17 italiano nel Tembien.
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Offensiva etiope di Natale .

Il 28 novembre De Bono venne sostituito dal generale Pietro Badoglio, dato che Mussolini riteneva il vecchio quadrumviro troppo cauto nell'avanzata[63]. Giunto Badoglio sul fronte pose il suo quartier generale a Macallè. Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre le avanguardie di ras Immirù attraversato il fiume Tacazzè impegnarono un gruppo bande, al comando del maggiore Criniti.

Il reparto italiano fu costretto alla ritirata incalzato dalle preponderanti forze abissine e le forze di ras Immirù e del degiac Ajaleu Burrù, sfuggite agli avvistamenti aerei, proseguirono nell'offensiva rioccupando lo Scirè[64]. Contemporaneamente le truppe di Ras Sejum e di Ras Cassa attaccarono nel Tembien costringendo gli italiani a ritirarsi sulle posizioni fortificate di Passo Uarieu[65].

Prima battaglia del Tembien[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Prima battaglia del Tembien e Battaglia di Passo Uarieu.

Per togliere l'iniziativa al nemico, Badoglio iniziò l'attacco il 20 gennaio. L'offensiva si concluse con un discreto successo italiano e alcune posizioni chiave furono occupate. Il giorno seguente però gli abissini passarono al contrattacco e la colonna di camicie nere guidata dal console Filippo Diamanti si trovò isolata in posizione avanzata e, dopo essere stata circondata, venne quasi annientata. Il XII battaglione ascari intervenne per salvare i pochi sopravvissuti e ripiegare nuovamente su Passo Uarieu difeso dalle forze della 2ª Divisione CC.NN. "28 ottobre" del generale Somma ridotte alla sola 180ª Legione CC.NN. "Alessandro Farnese": gli italiani furono rapidamente stretti d'assedio dagli abissini.

Fu inoltre utilizzata tutta l'aviazione disponibile che fece abbondante uso di bombe ed iprite sulle truppe etiopiche. Dopo tre giorni di assedio la colonna del generale Vaccarisi raggiunse gli assediati rompendo l'assedio e disperdendo gli assedianti guidati da Ras Cassa. Se la guarnigione di Passo Uarieu avesse ceduto gli abissini sarebbero dilagati nella piana di Macallè compromettendo l'intera campagna bellica.[66] La battaglia terminò la mattina del 24 gennaio, e con essa l'intera Prima battaglia del Tembien.

Battaglia dell'Endertà[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Amba Aradam.

Il 10 febbraio 1936 Badoglio mosse le truppe verso il massiccio dell'Amba Aradam che fu rapidamente accerchiato. L'armata di ras Mulughietà attaccò quindi l'esercito italiano per spezzare l'assedio il 12 febbraio impegnando seriamente la 4ª Divisione CC.NN. "3 gennaio" del generale Traditi.[67] In questa fase avvenne l'eccidio del cantiere Gondrand. L'imperatore Hailè Selassiè ordinò a Ras Cassa di portare le proprie restanti truppe alle spalle dell'armata italiana ma ciò non fu effettuato. Vista l'impossibilità di proseguire lo scontro con le superiori forze italiane il 15 febbraio le truppe abissine si ritirarono sotto i bombardamenti dell'aviazione italiana. Gran parte dell'armata abissina, durante la ritirata, fu oggetto di attacchi da parte della popolazione locale degli Azebò Galla, in uno di questi attacchi fu ucciso lo stesso ras Mulughietà.

Seconda battaglia del Tembien[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda battaglia del Tembien.

Il 27 febbraio 1936 le truppe italiane si scontrarono con l'armata di Ras Cassa che si trovava accampata nel Tembien. Gli italiani, in questa battaglia, si disposero nel seguente modo: una cortina di truppe eritree incaricata di supportare il primo impatto, seguivano le truppe in grigioverde che appoggiavano l'azione e per ultime le camicie nere. La battaglia si limitò alla conquista italiana della vetta dell'Amba Uork grazie al massiccio impiego di liquido corrosivo come l'iprite, dove Ras Cassa aveva predisposto il proprio quartier generale. La mattina del 27 circa centotrenta uomini tra alpini del VII Battaglione complementi, camicie nere ed ascari scalarono la montagna cogliendo di sorpresa le sentinelle. Lo stesso Ras Cassa sfuggì per poco alla cattura.[68]

L'armata di Ras Cassa fu annientata grazie soprattutto all'impiego dell'iprite mentre quella di Ras Sejum, che era poco distante, fu decimata dalle bombe a gas lanciate dagli aerei. Queste parole vengono citate dal ras Cassa stesso in una lettera scritta a Sua Maestà Haile Selassie: "La mia armata era là, a combattere contro un nemico fuori portata. All'improvviso sopraggiunsero gli aerei; tra i violenti bombardamenti cominciò a cadere una pioggerella impalpabile di liquido corrosivo che faceva cadere i miei uomini a terra, morti. Tutti quelli che le bombe avevano risparmiato, caddero con il gas". Allo stesso modo furono attaccati il ras Imiru e il dedjaz Ayyaleo. Nel corso della Seconda battaglia del Tembien alcuni reparti italiani occuparono l'Amba Alagi.

Battaglia dello Scirè[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia dello Scirè.
Soldati italiani dopo l'occupazione di Gondar

A fine febbraio le truppe italiane attaccarono l'armata di Ras Immirù che, forte di 30.000 uomini, si era attestata nello Scirè: inizialmente gli abissini riuscirono a contrattaccare validamente infliggendo pesanti perdite ad una colonna della Divisione Fanteria Gavinana, ma poi per sfuggire all'accerchiamento, d'intesa con l'imperatore, si ritirarono verso il fiume Tacazzè. Come già successo all'armata di ras Mulughietà, anche le truppe di Ras Immirù furono decimate durante la ritirata dagli assalti dei guerriglieri Azebò Galla; inoltre furono sorprese dall'aviazione italiana mentre guadavano il Tacazzè venendo annientate. Ras Immirù con i pochi uomini rimasti fedeli si rifugiò sulle montagne; a questo punto l'esercito italiano occupò tutti i centri più importanti della regione (Gondar, Socotà).

Battaglia di Mai Ceu[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Mai Ceu e Battaglia del lago Ascianghi.

Il Negus, dopo la sconfitta di ras Immirù, radunò la propria guardia imperiale e mosse verso nord, incontro all'esercito italiano. Le due armate si incontrarono nella conca di Mai Ceu dove gli italo-eritrei, giunti prima, avevano frettolosamente organizzato posizioni difensive[69]. Le truppe di Haile Selassie arrivarono a fine marzo, dopo numerosi contrasti e incertezze tra i capi dell'armata. Il 31 marzo 1936, all'alba, gli abissini finalmente attaccarono gli alpini del I corpo d'armata del generale Santini, schierati sull'ala destra e gli ascari eritrei del Corpo d'armata indigeno del generale Pirzio Biroli che difendevano il centro e l'ala sinistra del fronte; dopo aspri combattimenti le truppe etiopiche furono respinte[70]. Infine attaccò la guardia imperiale che riuscì a conquistare diverse posizioni difese dal Corpo d'armata indigeno che tuttavia alle ore 11.30 passò al contrattacco. Gli ascari eritrei dovettero combattere duramente fino al tardo pomeriggio per riconquistare le posizioni e costringere gli abissini alla ritirata; la battaglia del 31 marzo terminò con gravi perdite in entrambi gli schieramenti[71]. L'aviazione italiana, nonostante il tempo nebbioso e piovoso, intervenne con efficacia contro le forze del Negus; secondo le testimonianze etiopiche il giorno prima della battaglia di Mai Ceu avrebbe anche effettuato attacchi con iprite davanti alle posizioni nemiche[72].

Il giorno seguente Haile Selassie ordinò la ritirata verso Dessiè: anche in questo caso le truppe imperiali in ritirata furono decimate dalla popolazione locale in rivolta. Presso Lalibela le truppe imperiali furono addirittura attaccate dagli Azebu Galla,[73] grazie alla forte propaganda italiana, radicata in quei luoghi da anni. Il 15 aprile il generale Alessandro Pirzio Biroli occupò Dessiè.

Operazioni al fronte sud[modifica | modifica wikitesto]

La conquista di Neghelli[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Ganale Doria.

Sul fronte sud, nel frattempo, mentre Badoglio era impegnato nella Prima battaglia del Tembien, le truppe di ras Destà mossero verso Dolo per attaccare l'armata di Rodolfo Graziani. A Graziani era stato ordinato di mantenere una difesa attiva al fine di mantenere impegnato nel sud il maggior numero di truppe nemiche e di non passare all'offensiva. Prontamente informato del movimento delle truppe di ras Destà, lo attese pronto allo scontro; sulle colonne abissine in marcia fu scatenata l'aviazione che le decimò.

La seguente offensiva italiana ne disperse i resti e il 20 gennaio 1936 Graziani occupò la città di Neghelli. Dopo la vittoria su Ras Destà, contro Graziani furono schierate le truppe al comando di Wehib Pasha, un generale turco al servizio dell'imperatore etiopico. Wehib cercò di attirare Graziani in una trappola facendolo spingere il più possibile nel deserto dell'Ogaden, ma nello svolgere tale operazione i reparti italiani al comando di Guglielmo Nasi e del generale Franco Navarra inflissero gravissime perdite agli abissini da far fallire l'operazione e da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell'armata etiope.

L'occupazione di Harar e Dire Daua[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda battaglia dell'Ogaden.

Il 15 aprile Benito Mussolini ordinò a Graziani di raggiungere ed occupare Harar: il generale raggiunse Dagahbùr il 25, ma successivamente le piogge ne rallentarono l'avanzata sull'obiettivo prefissato giungendo a Dire Daua poche ore dopo il passaggio dell'imperatore in viaggio verso l'esilio. Graziani, al fine di intercettare il treno che portava in esilio l'imperatore sconfitto e prenderlo prigioniero, chiese più volte il permesso di bombardare i binari per bloccare il treno ma il permesso gli fu negato dal Duce in persona.[74]. Dopo l'occupazione di Harar, Graziani fu nominato Maresciallo d'Italia e marchese di Neghelli.

L'impiego dei gas[modifica | modifica wikitesto]

Monumento alle Guerre d'Africa, Arnaldo Dell'Ira, 1936

La pianificazione operativa italiana dell'attacco all'Etiopia prevedeva fin dall'inizio la possibilità dell'impiego delle armi chimiche, in particolare gas asfissianti; il deposito principale venne organizzato a Sorodocò dove il "servizio K" dell'esercito ammassò tra l'aprile 1935 e il maggio 1936 6.170 quintali di fosgene, cloropicrina, iprite, arsina, lewisite, oltre a 84.000 maschere antigas. Anche il generale Graziani considerava l'impiego di armi chimiche: l'8 settembre 1935 richiese infatti al generale Federico Baistrocchi l'invio nel suo settore di 55.000 maschere e 60.000 proiettili d'artiglieria, bidoni a scoppio, candele e bombe a mano caricate con aggressivi chimici e gas lacrimogeni[75].

In realtà Mussolini, fin dalle direttive del 31 dicembre 1934 indirizzate al Capo di Stato Maggiore (il generale Badoglio), aveva previsto in modo esplicito - dopo aver stabilito che l'obiettivo della guerra avrebbe dovuto essere "la conquista totale dell'Etiopia" - l'uso dei gas, scrivendo circa la necessità di raggiungere la "superiorità assoluta di artiglierie di gas"[76]. In seguito fu direttamente Badoglio che, a partire dal 22 dicembre 1935, prese la decisione di impiegare in modo cospicuo gli aggressivi chimici.

Questa scelta era motivata dalla situazione operativa sul campo non molto favorevole per l'esercito italiano che si trovava nella necessità di frenare la controffensiva etiopica nello Scirè, nel Tembien e nell'Endertà e venne messa in atto non solo contro le truppe nemiche ma anche per seminare il panico nelle retrovie, tra la popolazione, colpendo con gas tossici villaggi, pascoli, mandrie, laghi e fiumi. Dal 22 dicembre 1935 al 18 gennaio 1936 furono impiegati sui settori settentrionali 2.000 quintali di bombe, di cui una parte con gas; il 5 gennaio 1936 Mussolini aveva richiesto una pausa di queste operazioni per motivi di politica internazionale in attesa di alcune riunioni della Società delle Nazioni, ma fin dal 9 gennaio Badoglio riprese i bombardamenti chimici e comunicò a Roma gli effetti terrorizzanti sul nemico.

Mussolini a più riprese approvò questo comportamento: il 19 gennaio scrisse di "impiegare tutti i mezzi di guerra - dico tutti - sia dall'alto come da terra"; il 4 febbraio ribadì al generale che lo autorizzava a "impiegare qualsiasi mezzo"[77]. Ancora il 29 marzo, alla vigilia della battaglia di Mai Ceu, il dittatore confermò l'autorizzazione a Badoglio «all'impiego di gas di qualunque specie e su qualunque scala»[78]. L'Imperatore d'Etiopia Hailé Selassié denunciò di fronte alla Società delle Nazioni l'uso da parte dell'esercito italiano di armi chimiche contro la popolazione etiope il 12 maggio 1936[79]

Sul fronte meridionale il generale Graziani fin dal 15 dicembre 1935 comunicò al ministro Lessona che riteneva di dover impiegare ogni tipo di arma «contro le orde barbariche» e richiese «libertà di azione per l'impiego dei gas asfissianti»; il giorno seguente Mussolini in persona autorizzò il generale con le parole: «sta bene impiego gas nel caso Vostra Eccellenza ritenga necessario per supreme ragioni di difesa». Il generale quindi bombardò con i gas le truppe di Ras Destà e la città di Neghelli; il 30 dicembre 1935, Graziani autorizzò anche il bombardamento con esplosivi della zona di Gogorù, vicino all'ospedale da campo svedese di Malca Dida, dove era accampato il ras[80]. Nel corso del bombardamento venne colpito l'ospedale da campo svedese con i contrassegni della Croce Rossa provocando la morte di 28 ricoverati e di un medico svedese[81]. La notizia farà il giro del mondo: per giustificare il bombardamento dell'ospedale e l'impiego dei gas nel settore dell'Ogaden e del Giuba venne fatto riferimento alla brutale uccisione il 26 dicembre di due aviatori italiani, Tito Minniti e Livio Zannoni, caduti con il loro aereo oltre le linee nemiche, catturati, uccisi e mutilati da nomadi somali e non da regolari etiopici. Il 1º gennaio 1936 Lessona approvò le azioni di Graziani scrivendo di «azione rappresaglia per infamia commessa contro nostro aviatore giustificatissima»[82].

Lo storico Giorgio Rochat ha sistematizzato i risultati della ricerca sulla guerra chimica condotta dagli italiani in Etiopia; l'esercito inviò in Eritrea 270 tonnellate di aggressivi chimici per fanteria (candele fumogene, lacrimogene e irritanti, bombe a mano, bidoni, automezzi attrezzati) che non sarebbero stati utilizzati per motivi tecnici e per difficoltà operative; furono inoltre inviati 60.000 proietti di artiglieria caricati ad arsina per i cannoni campali, circa 1.300 di questi proietti[83] sarebbero stati impiegati sull'Amba Aradam.

Fu l'aeronautica che ebbe il ruolo principale nella guerra chimica in Etiopia; gli aerei impiegavano l'iprite nelle bombe C.500T da 280 chilogrammi; la disponibilità era di circa 3.300 di queste bombe[84] di cui circa 1.000 furono impiegate operativamente[85]. Nei documenti dell'aeronautica le missioni di guerra con i gas erano denominate "azioni di sbarramento C" in quanto data la letalità dell'iprite e la persistenza nel tempo della sua azione gli attacchi avvenivano solitamente in località relativamente lontane dal fronte e dalle linee di avanzata previste dalle truppe italiane, principalmente per creare sbarramenti chimici su strade, guadi e passi montani allo scopo di interdire o rallentare il movimento delle truppe etiopiche, o contro concentramenti di truppe nemiche non ancora ingaggiate o nello sfruttamento del successo contro concentramenti etiopici in ritirata[86]. Secondo Del Boca invece le bombe lanciate sarebbero state 2.582 e alla fine del conflitto circa due terzi dei 6.170 quintali di scorte di aggressivi chimici raccolti nel deposito di Sorodocò sarebbero stati consumati[87]. Del Boca riferisce che l'estensione dell'utilizzo di bombe all'iprite, al fosgene e altri agenti vescicanti dal 22 dicembre in poi avvenne su vasta scala, sia sul fronte sud, sia sul fronte nord[88]. Rochat calcola che sul fronte sud il generale Graziani abbia impiegato 95 bombe C500T, 186 bombe da 21 kg a iprite e 325 bombe da 41 kg a fosgene, un totale che rappresenterebbe circa un nono del quantitativo lanciato sul fronte settentrionale[89]. Secondo i dati ufficiali della Regia Aeronautica furono sganciate sul fronte sud 173 bombe all'iprite da kg.21 e 95 C-500T da kg.280, più 6 bombe al fosgene da kg.31 e 304 da kg.40, nel corso di un totale di 38 missioni (per una media di circa 15 bombe a missione)[90]. Secondo altri dati[91] il totale delle bombe all'iprite C-500T sganciate sul fronte nord fu invece di 1020 nel corso di 66 missioni (per una media anche in questo caso di circa 15 bombe a missione). Anche Arrigo Petacco conferma che "l'iprite fu utilizzata sia sul fronte sud che sul fronte nord, ma non su larga scala e sostiene che questi bombardamenti erano attuati «non con tale frequenza da poter sensibilmente mutare il corso della guerra»[92].

Mentre i capi etiopici ed alcuni giornalisti ed osservatori stranieri hanno considerato l'impiego delle armi chimiche il fattore decisivo della vittoria italiana, Del Boca ritiene che le cause della sconfitta abissina siano legate soprattutto a fattori strategici e organizzativi ma conferma i terribili effetti morali e materiali dei bombardamenti a gas e ritiene che essi logorarono duramente gli etiopici e accelerarono la vittoria italiana[93]. I numeri che forniscono Del Boca e Rochat sono stati ripresi nel 1996 dalla relazione del generale Domenico Corcione, allora ministro della Difesa, che riferì al Parlamento che dal dicembre 1935 al maggio 1936 gli italiani sganciarono in Etiopia circa 85 tonnellate di iprite con bombe da aereo, nonché proiettili di artiglieria caricati ad arsine e vescicanti.

Di fronte alla resistenza degli etiopi Mussolini nel febbraio 1936 non esitò a prospettare il ricorso addirittura alla guerra batteriologica; il generale Badoglio espresse forti riserve a questa proposta del Duce per ragioni di opportunità di politica internazionale e perché l'impiego dei gas stava già dando "buoni effetti"; Mussolini finì per rinunciare scrivendo che concordava con Badoglio «circa l'impiego della guerra batteriologica». Badoglio e l'apparato militare italiano mantennero uno stretto segreto sulla guerra chimica, i giornalisti furono tenuti lontano, le squadre del servizio K bonificarono il terreno vicino alle truppe italiane, solo pochi ufficiali e alcuni piloti furono informati[87].

Grazie a queste precauzioni, la grande maggioranza dei soldati italiani non venne a conoscenza dell'impiego dei gas e non ebbe esperienza diretta dei fatti, al contrario le testimonianze sono numerosissime tra gli ex-combattenti etiopici. A Mai Ceu, secondo i racconti, i soldati abissini, istruiti a "sentire l'odore", "cambiare strada" e "lavarsi subito se contaminati", avrebbero attraversato, prima di entrare in battaglia, un "cordone di iprite" che durante la notte aveva perso parte della sua efficacia[94]. Nonostante le precauzioni dell'apparato militare di Badoglio, le ricorrenti proteste internazionali, dopo la denuncia del negus alla Società delle Nazioni del 30 dicembre 1935, testimonianze di osservatori e giornalisti stranieri e il bombardamento italiano di ospedali da campo svedesi e belgi, costrinsero il regime, dopo avere prima negato recisamente, ad ammissioni parziali, minimizzando le dimensioni dei fatti e giustificandoli come ritorsioni legittime per l'impiego di pallottole esplosive dum-dum da parte etiopica, vietati dalle convenzioni di Ginevra. Le denunce italiane, erano basate inizialmente su un telegramma falsificato che accusava una ditta britannica delle forniture di queste pallottole; in realtà, in piccole quantità, gli etiopici fecero uso di queste pallottole, generalmente di proprietà personale dei soldati che le impiegavano per cacciare[95].

La vittoria e l'impero[modifica | modifica wikitesto]

Le Camicie nere prendono possesso della stazione di Dire Daua nel maggio 1936

L'occupazione di Addis Abeba[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte ad una situazione sempre più disperata, il 2 maggio Haile Selassie abbandonò la guida delle truppe etiopi e la capitale e si recò in esilio col tesoro della corona, con il quale continuò a finanziare la resistenza all'occupazione italiana fino al 1941. Il 5 maggio le truppe di Badoglio entrarono nella capitale Addis Abeba.

La proclamazione dell'Impero[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Africa Orientale Italiana e Impero coloniale italiano.
Impero coloniale italiano
La vittoria della guerra d'Etiopia in un'allegoria di Achille Beltrame de La Domenica del Corriere
Episodio di guerriglia etiope svoltosi ad Arbì Ghebià (Beghemeder) 10 settembre 1937 - XVI

La vittoria venne ufficialmente comunicata da Mussolini al popolo italiano la sera del 5 maggio 1936, dopo un messaggio del maresciallo Badoglio. Il 7 maggio l'Italia annetté ufficialmente l'Abissinia e quattro giorni dopo, dal balcone di Palazzo Venezia, il Duce annunciò la fine della guerra e proclamò la nascita dell'Impero[96], riservando a Vittorio Emanuele III la carica di Imperatore d'Etiopia e per entrambi quella di Primo Maresciallo dell'Impero.

Mussolini stabilì che, nell'indicare la data sui documenti ufficiali e sui giornali, occorresse scrivere, accanto al conteggio degli anni a partire dalla nascita di Gesù, anche quello a cominciare dal 28 ottobre 1922 (tale disposizione era già in uso) affiancato da quello dalla fondazione dell'impero (ad esempio, il 1936 era indicato come "anno 1936, XIV dell'Era Fascista, I dell'Impero").

Colonia eritrea, Abissinia e Somalia vennero riunite sotto un unico Governatore e il nuovo possedimento coloniale venne denominato Africa Orientale Italiana. Il 4 luglio la Società delle Nazioni decretò terminata l'applicazione dell'articolo XVI e le sanzioni caddero il 15 dello stesso mese (l'unico Stato che si oppose fu il Sudafrica). Roma richiese infine alla Società delle Nazioni di riconoscere l'annessione dell'Etiopia: tutte le nazioni partecipanti, con l'eccezione dell'Unione Sovietica, votarono a favore.

Per un certo periodo in Etiopia si verificarono continui attacchi della guerriglia fedele all'Imperatore appena deposto, che vennero prontamente repressi da Graziani con fucilazioni sommarie, uso di gas, azioni terroristiche dimostrative, come la distruzione del convento copto di Debra Libanos, con la morte di 2000 tra monaci, diaconi, novizi e pellegrini in visita alla città santa. Un'importante conseguenza della vittoria italiana fu la liberazione di oltre 400.000 schiavi (su un totale esistente, stimato dalla SDN, di 2 milioni) in quanto l'Etiopia, pur avendo ricevuto l'obbligo da parte della stessa SDN di abolire la schiavitù quale passo necessario alla sua ammissione, non aveva fatto che operazioni di facciata in questo senso[97].

Analisi e conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Le perdite umane[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda le statistiche fino al 31 dicembre 1936 (e quindi comprendenti oltre 6 mesi di guerriglia dopo la fine del conflitto vero e proprio) parlano di 2.317 morti per l'esercito italiano, 1.165 della milizia, 193 dell'aeronautica, 56 della marina, 78 civili nell'eccidio del cantiere Gondrand, 453 operai e 88 uomini della marina mercantile, per un totale di 4.350 morti; di questi "solo" 2.000 caduti in combattimento, gli altri per malattia. Inoltre circa 9.000 feriti e 18.200 rimpatriati per malattia[98].

Le stime sulle perdite degli ascari sono assai vaghe, da 3.000 a 4.500 morti[99]. Nel complesso, gli italiani persero più uomini per malattie e incidenti che non per la guerra. Ad esempio, per quanto riguarda l'aeronautica, se si considerano solo le perdite nel periodo della campagna, i morti scendono a 160: di questi solo 40 in combattimento e 44 in incidenti aerei; lo stesso vale per gli aerei: solo 8 velivoli furono abbattuti dagli abissini, mentre ben 65 furono perduti per incidenti o avarie. Anche ai caduti durante il periodo della guerriglia successivo alla fine "ufficiale" delle ostilità, furono concesse onorificenze al Valor Militare; è il caso ad esempio del tenente pilota Alfredo De Luca.

Dopo la guerra, il negus Hailé Selassié fornì alla Società delle Nazioni la sua stima ufficiale di morti etiopici: 760 000. Per gli studiosi però si tratta di una cifra decisamente eccessiva: ad esempio secondo Angelo Del Boca - certamente uno degli storici meno clementi con il colonialismo italiano - fra il 1890 e il 1941 morirono 450.000 fra etiopici, somali, libici ed eritrei. Il trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate firmato tra la Repubblica Italiana e gli Alleati il 10 febbraio 1947 includeva il riconoscimento formale da parte italiana dell'indipendenza dell'Etiopia e il pagamento delle riparazioni di guerra nella cifra stabilita di 25 milioni di dollari.

Al tempo di questo trattato, il governo etiope presentò un documento proprio sui danni inflitti durante il corso dell'avventura coloniale voluta da Mussolini. Era rivendicata la perdita di 2.000 chiese e di 525.000 case nonché l'abbattimento e/o la confisca di sei milioni di bovini da carne, sette milioni di pecore e capre, un milione di cavalli e muli, 700.000 cammelli. Il conto che l'Italia avrebbe dovuto pagare ammontò a 184.746.023 sterline e fu inviato alla Commissione Economica[100]. Inoltre, le perdite umane furono quantificate dagli etiopi in un totale di circa 760.300 vittime, suddivise in 275.000 combattenti uccisi in azione, 78.500 patrioti uccisi durante l'intera occupazione, 17.800 civili uccisi dai bombardamenti aerei, 30.000 persone massacrate nel febbraio 1937, 35.000 persone decedute nei campi di concentramento, 24.000 patrioti giustiziati sommariamente dalla corte marziale italiana, e infine circa 300.000 persone morte per le privazioni dovute alla distruzione dei loro villaggi[100].

La formulazione del trattato di pace venne subito contestata dalla stampa nazionale conservatrice, che iniziò a parlare di diktat imposto al paese e rivendicò la diversità della condizione tedesca da quella italiana in rapporto al comportamento del Regio Esercito nelle colonie africane e nei territori occupati dei Balcani. In particolare venivano respinte le accuse mosse dall'Etiopia e dalla Jugoslavia e si affermava l'impossibilità di pagare da parte italiana ai paesi che avevano subito l'occupazione militare del Regio Esercito le ingenti riparazioni di guerra stabilite dal trattato internazionale:

« [...] È poi salito sul podio Akliù, un grosso Amara europeizzato [...] ministro degli esteri del Negus. Egli ha condotto una dura requisitoria accusando l'Italia [...] : "secondo accertamenti ufficiali - egli ha detto - sono state uccise 750.000 persone, sono state distrutte 5.000 abitazioni, 2.000 chiese e 14 milioni di capi di bestiame [...] è stata in poche parole una guerra totale.[101] »

Lo sviluppo della guerriglia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Arbegnuoc.
Tre guerriglieri etiopi arbegnuoc.

La conclusione ufficiale della guerra e la proclamazione dell'Impero peraltro non segnarono la fine delle operazioni militari; dopo la conquista di Addis Abeba il maresciallo Graziani si trovò praticamente assediato dentro la città durante il periodo delle grandi piogge, dai guerriglieri dello Scioa[102]. La ripresa delle operazioni in autunno fu caratterizzata da aspri combattimenti nello Scioa, nell'Etiopia sud-occidentale e nell'Harar; i reparti etiopici superstiti opposero forte resistenza e furono necessarie lunghe operazioni di cosiddetta "polizia coloniale" per prendere il controllo di gran parte del territorio[103]. Le forze militari italo-eritree ricorsero a metodi brutali di repressione con fucilazioni in massa, rappresaglie per gli attacchi dei ribelli, distruzioni di villaggi, impiego dell'aviazione e anche dei gas[104].

I successi italiani peraltro furono effimeri; nella primavera 1937 esplose una nuova ribellione generale da parte dei gruppi guerriglieri dei arbegnuoc che, guidati da capi abili ed energici come Abebe Aregai, Hailù Chebbedè, Hailè Mariam Mammo, Mangascià Giamberiè, misero in grande difficoltà i presidi italiani[105]. L'esercito italiano impiegò principalmente i reparti coloniali di ascari eritrei, costituiti da soldati devoti, resistenti e molto mobili, per le operazioni di rastrellamento e repressione; queste truppe erano valide e furono costantemente al centro delle cosiddette «operazioni di polizia coloniale»[106]. Furono in maggioranza i reparti di ascari che effettuarono la repressione e i saccheggi anche se queste azioni brutali erano sempre ordinate e dirette dai comandanti italiani[107]; inoltre furono impiegate anche bande irregolari che venivano organizzate per periodi limitati e per compiti particolari; queste formazioni, spesso poco disciplinate e inaffidabili, erano inviate in esplorazione prima delle unità regolari di ascari[108].

Dopo il richiamo di Graziani e l'arrivo del viceré Amedeo di Savoia e del suo collaboratore militare, il generale Ugo Cavallero, gli attacchi della guerriglia e le operazioni di repressione continuarono con risultati non definitivi anche nel 1938 e 1939[109].

Alla vigilia della seconda guerra mondiale gli arbegnuoc etiopi erano ancora attivi in molte regioni e furono in grado di cooperare con le truppe britanniche che nel 1941 invasero l'Africa Orientale Italiana, liberarono il territorio e rimisero sul trono il Negus[110].

Fine dell'Impero[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna dell'Africa Orientale Italiana (1940-1942).

Alcuni alti ufficiali militari italiani ritennero impossibile difendere e mantenere in possesso l'Africa orientale in caso di guerra contro la Gran Bretagna, giudicando arduo rifornire la colonia attraverso lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez, controllati dai britannici. L'Africa Orientale Italiana cessò definitivamente di esistere nel dicembre 1941 sotto i colpi dell'esercito britannico, dopo una resistenza disperata messa in atto dalle truppe italiane, soprattutto nella battaglia di Cheren e nel novembre al comando del generale Guglielmo Nasi a Gondar, l'ultimo baluardo di resistenza dopo che Addis Abeba si era arresa alle forze britanniche in maggio.

L'Abissinia venne liberata dai britannici, i quali restaurarono sul trono l'imperatore Hailè Selassiè. Con il trattato di pace di Parigi del 1947 l'Etiopia ingrandì il suo territorio raggiungendo lo sbocco sul mare, annettendo l'Eritrea, la quale ha riconquistato l'indipendenza solo negli anni novanta, in seguito alla vittoria del Fronte di Liberazione Eritreo. La Somalia invece venne affidata nel 1950 dalle Nazioni Unite all'Italia con amministrazione fiduciaria per poi essere dichiarata indipendente nel 1960, una volta unita alla parte già sotto dominio britannico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Badoglio rappresentava la più alta carica militare in servizio, ma di fatto non aveva alcun potere di comando; era soltanto il consulente militare del capo di governo, un ruolo onorifico, ma limitato in sostanza a quello che voleva Mussolini. Badoglio accettò questo ruolo ma intervenne a più riprese nel dibattito con lucidità , insistendo sulla necessità di agire con un clima internazionale favorevole, criticando l'avventurismo di De Bono e chiedendo un aumento delle forze militari in Africa orientale. Vedi: Rochat 2008, pp. 17-18.

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, p. 37. Sono compresi le circa 80.000 camicie nere arruolate nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale
  2. ^ a b G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, p. 37.
  3. ^ G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, p. 42.
  4. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi, pag. 128.
  5. ^ Angelo Del Boca, La conquista dell'impero, pagg. 717-718.
  6. ^ Matthew White, Abyssinian Conquest (1935-41): 400,000, su Secondary Wars and Atrocities of the Twentieth Century.
  7. ^ A. Del Boca. Gli italiani in Africa orientale. vol. III. pp. 372-387.
  8. ^ Labanca, pp. 15-16.
  9. ^ Labanca, pp. 18-19.
  10. ^ Labanca, p. 25.
  11. ^ Labanca, pp. 28-66.
  12. ^ Labanca, p. 82.
  13. ^ Dominioni, p. 7.
  14. ^ a b Dominioni, p. 8.
  15. ^ Labanca, pp. 146-148.
  16. ^ Del Boca II, pp. 169-170.
  17. ^ Del Boca II, p. 170.
  18. ^ Labanca, p. 154.
  19. ^ Del Boca II, p. 171.
  20. ^ Del Boca II, p. 173.
  21. ^ Del Boca II, p. 174.
  22. ^ Del Boca II, p. 175.
  23. ^ Del Boca II, pp. 175-176.
  24. ^ Del Boca II, p. 176.
  25. ^ Dominioni, p. 8.
  26. ^ Rochat 2008, p. 16.
  27. ^ Rochat 2008, p. 17.
  28. ^ Rochat 2008, p. 18.
  29. ^ Rochat 2008, pp. 17-18-19-20.
  30. ^ Del Boca II, p. 282.
  31. ^ Rochat 2008, p. 21.
  32. ^ Dominioni, p. 8-9.
  33. ^ Rochat 2008, p. 23.
  34. ^ Rochat 2008, pp. 23-24.
  35. ^ Rochat 2008, p. 24.
  36. ^ Di Nolfo, pp. 169-169.
  37. ^ a b Rochat, 2008.
  38. ^ Rochat 2008, pp. 30-31.
  39. ^ Del Boca II, pp. 284-287.
  40. ^ Del Boca II, p. 287.
  41. ^ Rochat 2008, p. 35.
  42. ^ Dominioni, p. 10.
  43. ^ Rochat 2008, p. 37.
  44. ^ Rochat 2008, p. 40.
  45. ^ Rochat 2008, pp. 40-41.
  46. ^ Rochat 2008, p. 42.
  47. ^ Rochat 2008, p. 43.
  48. ^ Rochat 2008, p. 47.
  49. ^ Rochat 2008, pp. 35-36.
  50. ^ Rochat 2008, pp. 45-46.
  51. ^ Gli italiani in Africa Orientale Volume II:la conquista dell'impero, Cles (TN), Arnoldo Mondadori, Ristampa del 1992, p. 355, ISBN 88-04-46947-1.
  52. ^ Domenico Quirico, Lo squadrone bianco, Edizioni Mondadori Le Scie 2002, pag. 321: "Il 5 ottobre il genero (Hailè Sellasiè Gugsà) passa armi e bagagli al nemico, portandosi dietro la sua piccola armata oltre le linee italiane dopo aver distrutto l'unica linea telegrafica che collega la frontiera a Addis Abeba. Apre così un gigantesco varco nelle linee di ras Sejum che ci fronteggia, garantendoci una passeggiata militare di decine di chilometri con cui abbellire i nostri primi giorni di guerra."
  53. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 89: "Inoltre, la stampa nazionale diede molto rilievo alla defezione del degiac Gugsà, il primo dei tanti capi abissini che si lasceranno conquistare da quella che lo storico Giovanni Artieri, allora corrispondente di guerra, definiva scherzosamente "la cavalleria di san Giorgio", alludendo all'immagine raffigurata sulle sterline, grazie alle quali gli inglesi si erano impossessati di gran parte del loro impero.
  54. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 90: "Il primo atto ufficiale compiuto da De Bono subito dopo l'inizio del conflitto fu la liberazione degli schiavi. E non poteva non farlo: l'abolizione della schiavitù era il principale motivo con cui l'Italia giustificava l'aggressione all'Etiopia davanti alla Lega delle Nazioni".
  55. ^ Edoardo e Duilio Susmel, Mussolini Opera Omnia, La Fenice, Firenze, 1959, vol. XXVII, pagg. 300-301; si notino in particolare i telegrammi del 20, 27 e 29 ottobre
  56. ^ Vanni Beltrami, Italia d'oltremare. Storie dei territori italiani dalla conquista alla caduta, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013, p. 262
  57. ^ Alessio Fratticcioli, 3 ottobre 1935: l’Italia invade l’Etiopia, su Giornalettismo, 2 ottobre 2010.
  58. ^ Pjeter Hidri, Le General Pervizi, Bruxelles, Dorian, 2009.
  59. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera": storia della conquista dell'impero, pag. 98 "Le misure economiche applicate contro l'Italia erano peraltro non molto gravose. Si limitavano alla proibizione di qualsiasi credito e all'embargo sulle armi e su una serie di prodotti necessari alle industrie di guerra, salvo però il carbone e il petrolio. Soprattutto di quest'ultimo l'Italia aveva assoluto bisogno, visto che allora non ne produceva neppure un litro".
  60. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera": storia della conquista dell'impero, pag. 99. "Secondo il governo di Washington, tradizionalmente anticolonialista, la guerra all'Abissinia era certamente ingiusta e l'Italia meritava la condanna, ma altrettanto era ingiusto che le sanzioni fossero state applicate per volontà del Regno Unito che, essendo un impero coloniale, non aveva maggiori giustificazioni dell'Italia. Meglio quindi restarne fuori e mantenere buoni rapporti con gli italiani".
  61. ^ Arnold H.M. Jones e Elizabeth Monroe, Storia d'Etiopia, 1935: "Nessuno dovrebbe avere a ridire sull'espansione italiana, notevole e pressante. L'Italia è una nazione che abbisogna di materie prime per le sue industrie in via di sviluppo e di uno sbocco per la sua popolazione in eccesso. È arrivata ultima nella corsa alle colonie e a causa di un governo inefficiente è stata poco considerata alla Conferenza di Versailles. Le si deve una riparazione".
  62. ^ Enzo Biagi, Storia del fascismo, Vol. 2, Sadea-Della Volpe Editori, Firenze, 1964, p. 291
  63. ^ Le guerre coloniali: Etiopia, su ANPI.
  64. ^ Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale II", Edizioni Mondadori 2000, pag. 477: "Fra il 13 e il 14 dicembre le avanguardie di ras Immirù e del degiac Ajaleu Burrù, sfuggendo miracolosamente all'osservazione aerea, si avvicinano ai guadi del Tacazzè e nella notte fra il 14 e il 15 attraversano il fiume in due punti. Circa duemila uomini, al comando del fitautari Sciferra, uno dei luogotenenti di Ajaleu, guadano il Tacazzè a Mai Timchet, dove passa la carovaniera Gondar-Adua, e subito impegnano il Gruppo Bande del maggiore Criniti, forte di mille ascari e appoggiato dallo squadrone di carri veloci Esploratori del Nilo al comando del capitano Crippa. Un secondo contingente, costituito da tremila soldati di ras Immirù, in divisa cachi e dotato del miglior armamento (mitragliatrici pesanti, mitra di fabbricazione belga e bombe a mano), varca il fiume ad Addi Aitecheb, quindici chilometri più a monte e, guidato dai monaci di Debrà Abbai e da paesani, punta per viottoli ritenuti impraticabili al passo di Dembeguinà, con il proposito di tagliare la ritirata agli ascari del maggiore Criniti."
  65. ^ Arrigo Petacco, op. cit., p. 115 "Nei giorni che seguirono gli abissini incoraggiati dallo scacco inferto al nemico, proseguirono nell'offensiva: Immirù riconquistò la regione dello Scirè giungendo alle porte di Axum, mentre le armate di ras Cassa e di ras Sejum dilagarono nel Tembien. Il giorno di Natale del 1935 gli italiani furono costretti ad abbandonare anche il villaggio di Abbi Addi e a lasciare agli etiopi tutto il Tembien meridionale. Si ritirarono infatti sul passo Uarieu che sbarrava l'ingresso alla conca di Macallè, dove si riorganizzarono in un campo trincerato".
  66. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 115 "Se ras Cassa fosse riuscito a superare il passo avrebbe avuto via libera per penetrare nel profondo delle retrovie dello schieramento italiano e aggirando Macallè sfondare verso Adua e l'Eritrea.".
  67. ^ Angelo Del Boca,Gli italiani in Africa orientale II, Edizioni Mondadori 2000, pag. 552 "Il 12, mentre la manovra di Badoglio si va ormai delineando con l'investimento e il tentativo di aggiramento delle posizioni etiopiche, gli uomini di ras Mulughietà si fanno finalmente vivi sulla sinistra dello schieramento italiano, impegnando sul costone di Enda Gaber le camicie nere della 3 gennaio. Per almeno dieci volte, approfittando anche della nebbia che grava sulla zona di Taga Taga, i soldati del degiac Uodagiò Ubiè scendono all'attacco dal costone di Enda Gaber, appoggiati da un nutrito fuoco di mitragliatrici e di pezzi da 47"
  68. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 139 "Ma nelle prime ore del 27 febbraio si svolse lo spettacolare episodio della "conquista della Montagna d'oro", che accenderà la fantasia degli stessi abissini. Centotrenta uomini, fra alpini, camicie nere e ascari, armati di moschetto, pugnale e bombe a mano, dopo un'arditissima scalata notturna della montagna, raggiunsero la cima alle sei del mattino cogliendo di sorpresa le sentinelle. Ras Cassa fece appena in tempo a fuggire".
  69. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, vol. II, pp. 614-617.
  70. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, vol. II, pp. 626-628
  71. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, vol. II, pp. 628-634.
  72. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, vol. II, pp. 625-626.
  73. ^ Domenico Quirico Lo squadrone bianco, Edizioni Mondadori Le Scie, 2002, p. 321 "Il massacro più metodico e orribile subito dall'esercito di Hailè Selassiè non lo compiono i nostri ascari, gli aeroplani o i gas di Badoglio, ma gli Azebu galla e gli Zabagnà che fanno a pezzi, derubano ed evirano migliaia di guerrieri intenti penosamente a tornare a casa. E questo per rubare loro il fucile, i talleri che hanno in tasca, un mantello più colorato, un muletto, e per saldare i vecchi conti. Sono loro che hanno sgozzato il vecchio signore della guerra, ras Mulughietà, mentre affranto, vegliava il corpo del figlio, anch'egli vittima di quegli instancabili sciacalli."
  74. ^ Arrigo Petacco, "Faccetta nera" storia della conquista dell'impero, pag. 165 "Viaggiando lentamente sull'altipiano fradicio di pioggia (Graziani aveva chiesto al Duce il permesso di farlo bombardare, ma gli era stato negato), il convoglio giunse a Dire Daua dove il negus, nonostante le notizie allarmistiche circa la vicinanza degli italiani, volle fermarsi per salutare il suo vecchio amico Edwin Chapman Andrews, console britannico a Harar"
  75. ^ Del Boca III, pp. 303-308.
  76. ^ De Felice, pp. 607-608.
  77. ^ Del Boca III, pp. 487-488.
  78. ^ Del Boca III, p. 617.
  79. ^ Hailé Selassié - Intervento di fronte all'assemblea generale della Lega delle Nazioni, su polyarchy.org.
  80. ^ Del Boca III, pp. 504-505.
  81. ^ Andrea Molinari, La conquista dell'impero. 1935-1941 La guerra in Africa Orientale, Hobby & work, pag. 99.
  82. ^ Del Boca III, p. 505.
  83. ^ Per l'esattezza, 1367 proiettili sparati da due Gruppi da 105/28, ciascuno caricato con circa un chilo di aggressivo chimico. Non sono riportati altri casi di uso proiettili d'artiglieria a caricamento chimico nel corso della campagna. Vedi:Luigi Emilio Longo - La Campagna Italo-Etiopica (1935-1936) Tomo I, Capitolo XIX "L'impiego dei gas", pag.407-480 - Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito - Roma 2005 - ISBN 8887940517.
  84. ^ Oltre ad alcune centinaia di vecchie bombe da 21 kg, anche esse con caricamento ad iprite, utilizzate solo sul fronte della Somalia e circa 450 bombe da 31 e da 40 kg. caricate a fosgene.
  85. ^ Rochat 2008, pp. 65-67.
  86. ^ Come nel caso degli attacchi contro le forze di Ras Mulugheità nell'Endertà e di Ras Immirù nello Scirè
  87. ^ a b Del Boca III, p. 489.
  88. ^ Angelo Del Boca, La guerra d'Etiopia. L'ultima impresa del colonialismo
  89. ^ Rochat 2008, p. 74.
  90. ^ Diario Storico del 7º Stormo, XXV, XXXI e XLV Gruppo, Archivio dell'Ufficio Storico dell'Aeronautica Militare, citato il L.E.Longo, Opera citata, Vol.II pag. 830.
  91. ^ R.Gentilini - Guerra Aerea sull'Etiopia 1935-1939 - Edam, Firenze 1992, pagg.95-100, citato in citato il L.E.Longo, Opera citata, Vol.II pag. 829)
  92. ^ Petacco, p. 118.
  93. ^ Del Boca III, pp. 492-493.
  94. ^ Del Boca III, pp. 493-494 e 625-626.
  95. ^ Del Boca III, pp. 494-495.
  96. ^ Benito Mussolini, Proclamazione della sovranità italiana sull'impero Etiopico (9 maggio 1936), su Comitato Guglielmo Marconi International.
  97. ^ A. Del Boca, Gli Italiani in Africa Orientale, Vol. 2
  98. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi, pag. 128
  99. ^ Angelo Del Boca, La conquista dell'impero, pagg. 717-718, che si basa su un articolo di G. Giardina, "Uno sguardo alla guerra d'Africa", in «Giornale di medicina militare», febbraio 1938.
  100. ^ a b Barker, A. J., The Rape of Ethiopia 1936, pag. 159
  101. ^ Il Tempo, L'Etiopia si paragona alla Francia e ci accusa di barbarie teutonica, 3 agosto 1946
  102. ^ Del Boca III, pp. 15-17.
  103. ^ Del Boca III, pp. 21-76.
  104. ^ Del Boca III, pp. 16-25-60.
  105. ^ Del Boca III, pp. 106-126.
  106. ^ Dominioni, pp. 228-230.
  107. ^ Dominioni, p. 231.
  108. ^ Dominioni, pp. 229-231.
  109. ^ Del Boca III, pp. 313-324.
  110. ^ Del Boca III, pp. 333-340.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Saggistica
Memorialistica
  • Pietro Badoglio, La guerra d'Etiopia, Milano, Mondadori, 1936.
  • Emilio De Bono, La preparazione e le prime operazioni, Roma, Istituto Nazionale Fascista di Cultura, 1937.
  • Rodolfo Graziani, Fronte del Sud, Milano, Mondadori, 1938.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]