Interventismo
Il termine interventismo indica una dottrina politica, nell'ambito delle relazioni internazionali, per cui uno Stato (o singole parti di esso, come gli apparati statali, militari, gruppi sociali o singoli cittadini) ritenga opportuno o giustificato intervenire negli affari interni di un altro Stato.
Relazioni internazionali
[modifica | modifica wikitesto]L'ingerenza di uno Stato o di un gruppo di Stati negli affari interni di un altro Stato è propugnata dagli interventisti allo scopo di costringerlo a compiere o ad astenersi dal compiere determinate azioni. È quindi il contrario del non-interventismo.
L’intervento può essere realizzato mediante l’uso della forza militare oppure tramite forme di coercizione economica. Il termine non va confuso con l''interventismo economico, che indica invece l’intervento dello Stato nell’economia nazionale.
L'intervento militare, elemento centrale dell’interventismo contemporaneo, è definito dalla politologa Martha Finnemore come il dispiegamento di personale militare oltre confini internazionalmente riconosciuti allo scopo di determinare la struttura dell’autorità politica nello Stato destinatario.[1] Gli interventi possono mirare alla modifica degli assetti politici interni, essere giustificati come interventi umanitari oppure essere intrapresi per finalità egoistiche o comunque non universalistiche, quali la riscossione di debiti sovrani.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]L’interventismo ha svolto un ruolo significativo nella politica estera delle potenze occidentali, in particolare durante e dopo l’età vittoriana. L’epoca del Nuovo imperialismo fu caratterizzata da numerosi interventi delle potenze europee e degli Stati Uniti d'America nel cosiddetto Sud globale[2].
L’interventismo moderno si sviluppò nel contesto della guerra fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica intervennero in numerosi Paesi per contrastare l’influenza geopolitica reciproca[3] e, più in generale, stabilizzarono le loro egemonie nelle rispettive sfere di influenza. Ciò ha fatto dire, con riferimento alla geopolitica mediterranea, che «l’Italia è stato a lungo Paese di frontiera, ma di più frontiere, luogo di scambio tra due imperi, quello sovietico e quello americano»[4].
Secondo diversi storici, l’interventismo è rimasto una questione altamente controversa nell’opinione pubblica degli Stati intervenienti, dibattuti tra moventi universalisti e analisi costi-benefici. Già nel XIX secolo, osservava Hans Morgenthau, i principi di non-intervento erano stati elaborati per proteggere i nuovi Stati nazionali dall’ingerenza delle grandi monarchie europee[5].
Casistica
[modifica | modifica wikitesto]Cambiamento di regime imposto dall’estero
[modifica | modifica wikitesto]Secondo un database elaborato dal politologo Alexander Downes, tra il 1816 e il 2011 almeno 120 leader politici furono rimossi attraverso operazioni di cambio di regime imposte dall’estero.[6]
Ricerche condotte da Downes, Lindsey O'Rourke e Jonathan Monten indicano che tali interventi raramente riducono la probabilità di guerra civile o di rimozione violenta del leader insediato e non aumentano significativamente le probabilità di democratizzazione se non in presenza di istituzioni favorevoli alla democrazia.[6]
Downes sostiene che il rovesciamento forzato di governi stranieri può provocare la disgregazione delle forze armate locali e generare movimenti insurrezionali, mentre i leader imposti dall’esterno tendono a trovarsi divisi tra le aspettative dei sostenitori internazionali e quelle della popolazione interna.
Studi alternativi di Dan Reiter, Nigel Lo e Barry Hashimoto suggeriscono tuttavia che la pace tra Stati successiva a un conflitto può durare più a lungo quando la guerra termina con un cambiamento di regime imposto dall’estero, mentre altre ricerche indicano un aumento del rischio di conflitti interni successivi.
Interferenza elettorale
[modifica | modifica wikitesto]Uno studio del politologo Dov Haim Levin ha rilevato che gli Stati Uniti intervennero in 81 elezioni straniere tra il 1946 e il 2000, prevalentemente mediante operazioni coperte piuttosto che interventi pubblici.[7]
Interventi multilaterali
[modifica | modifica wikitesto]Forme di intervento multilaterale comprendenti amministrazione territoriale da parte di istituzioni internazionali si sono verificate, tra gli altri casi, in Timor Est e Kosovo. Modelli analoghi di amministrazione internazionale sono stati proposti anche per i Territori palestinesi.[8]
Una rassegna della letteratura scientifica pubblicata nel 2021 conclude che gli interventi internazionali successivi alla Seconda guerra mondiale tendono frequentemente a non conseguire gli obiettivi dichiarati.[9]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Martha Finnemore, The Purpose of Intervention: Changing Beliefs about the Use of Force, Cornell University Press, 2004.
- ↑ Stephen Kinzer, The True Flag: Theodore Roosevelt, Mark Twain, and the Birth of American Empire, Henry Holt and Company, 2017.
- ↑ Stephen G. Rabe, U.S. Intervention in British Guiana: A Cold War Story, University of North Carolina Press, 2005.
- ↑ Rino Formica compie 99 anni. E' stato quattro volte ministro, RAInews, 1 marzo 2026.
- ↑ Hans J. Morgenthau, To Intervene or Not to Intervene, in Foreign Affairs, 1967.
- 1 2 Alexander B. Downes, Catastrophic Success: Why Foreign-Imposed Regime Change Goes Wrong, Cornell University Press, 2021.
- ↑ Dov Haim Levin, When the Great Power Gets a Vote: The Effects of Great Power Electoral Interventions on Election Results, in International Studies Quarterly, 2016.
- ↑ Jeffrey D. Pugh, Whose Brother's Keeper? International Trusteeship and the Search for Peace in the Palestinian Territories, in International Studies Perspectives, 2012.
- ↑ Matt Malis, Pablo Querubin e Shanker Satyanath, Persistent Failure? International Interventions since World War II, in The Handbook of Historical Economics, 2021.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]- Intervento militare
- Intervento umanitario
- Non interventismo
- Isolazionismo
- Sfera di influenza
- Occupazione militare
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