Unione Sindacale Italiana

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
USI
Unione Sindacale Italiana
Stato Italia Italia
Fondazione 1912
Internazionale AIT - IWA
Testata Guerra di Classe
poi Lotta di Classe
Sito web www.usi-ait.org

L'Unione Sindacale Italiana (Associazione Internazionale dei Lavoratori) è un sindacato italiano.

Fu fondata nel 1912. Aderì più tardi all'Asociación Internacional de los Trabajadores (AIT). Nel 1925 fu sciolta dal governo fascista. Nel 1983 è stata ricostituita come USI-AIT.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Ricollegandosi al patrimonio di idee diffuso in Italia dalla Prima Internazionale, l'USI nacque a Modena nel novembre 1912 rinsaldando le file organizzative del sindacalismo rivoluzionario sorto all'indomani del primo sciopero nazionale in Italia nel 1904. Promossa da Alceste de Ambris a Parma, la cui camera del lavoro nel 1907 aveva organizzato -e portato a termine con successo visto l'accoglimento delle richieste- in un breve lasso di tempo 34 scioperi di varie categorie, si sviluppò ed aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano, dove riuscì a mantenersi sempre protagonista grazie all'attivismo ed all'organizzazione di Filippo Corridoni. De Ambris ne fu eletto al vertice nel congresso del 1913[1].

Si contrapponeva alla Confederazione Generale del Lavoro da cui provenivano la maggioranza dei suoi membri (molti espulsi già nel 1908), per la sua politica rivoluzionaria, per il rifiuto di contatti con qualsiasi partito politico, per la sua volontà di organizzare anche i lavoratori non qualificati, per il rifiuto dei patteggiamenti con lo Stato (rifiuto della legislazione sociale e dei lavori pubblici), per i metodi di lotta basati sull'azione diretta e la non esclusione della violenza.

All'USI aderirono principalmente camere del lavoro situate nel triangolo industriale del Nord (Torino-Milano-Liguria), in Emilia, in Toscana e nelle Puglie. Organizzò soprattutto metalmeccanici, muratori, minatori (con Attilio Sassi), contadini e giornalieri. Durante i suoi primi anni di vita l'organizzazione fu impegnata in una serie di lotte tendenti a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei proletari, senza mai trascurare l'impegno antimilitarista che la caratterizzerà nel corso di tutta la sua storia. Nel 1913 riuscì a fare concorrenza al sindacato socialista riformista scavalcandolo per numero di affiliati in certi settori come la metallurgia. Contro il sindacalismo riformista, organizzato per federazioni di mestiere, cercò di promuovere un sindacalismo d'industria, più adatto per organizzare tutti i lavoratori di una fabbrica senza distinzione di qualifica. In questa ottica condusse lotte importanti e vittoriose alla Fiat di Torino.

L'interventismo e la scissione[modifica | modifica wikitesto]

Alla vigilia del primo conflitto mondiale fu attraversata dal ciclone dell'interventismo. Alla fine furono espulsi i dirigenti che, al suo interno, si erano schierati per l'intervento militare dell'Italia contro l'Austria e la Germania, come Alceste De Ambris e Filippo Corridoni (che nell'ottobre 1914 fondarono i Fasci d'azione internazionalista, primo fulcro del sindacalismo nazionale) e, in un primo tempo, Giuseppe Di Vittorio.

L'USI proseguì allora, sotto l'impulso di militanti anarchici quali Armando Borghi e Alberto Meschi, a propagandare coerentemente l'antimilitarismo. A guerra conclusa, nel corso delle lotte che portarono il paese molto vicino alla rivoluzione sociale e che videro l'USI in prima fila nell'organizzazione dell'occupazione delle fabbriche (in special modo in Liguria), l'organizzazione raggiunse la sua massima consistenza numerica (circa mezzo milione di iscritti), ma non eguagliò più l'influenza che esercitava nell'anteguerra.

Lo scioglimento e la clandestinità[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver avuto rapporti con l'Internazionale rossa di Mosca, nel 1922 partecipò al Congresso di Berlino insieme ad altre organizzazioni anarcosindacaliste (come la tedesca FAUD e l'argentina FORA), dove venne fondata l'AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori). Sin dai primi anni '20 si scontrò con le camicie nere ed il nascente fascismo che, una volta al potere, la indebolì e la paralizzò riducendola a compiti di solidarietà con i compagni perseguitati. Il regime fascista la sciolse nel 1925. L'USI-AIT continuò a vivere nell'esilio e nella clandestinità, partecipando alla guerra civile spagnola in appoggio al sindacato CNT-AIT e, attraverso l'impegno dei suoi militanti, alla resistenza antifascista.

La ricostituzione[modifica | modifica wikitesto]

Al termine della seconda guerra mondiale, con l'avvento della repubblica, coloro che avevano militato nell'USI rinunciarono a ricostituirla, per collaborare invece alla costruzione del sindacato unitario CGIL.

Solo nel 1950, con la rottura dell'unità sindacale, alcuni di loro ricostituirono l'USI-AIT celebrando un congresso nel 1953, che però, fino alla fine degli anni sessanta, fu realmente attiva solo in poche regioni italiane. Nel 1971 iniziò un nuovo periodo di stallo dell'USI, anche a causa della repressione che colpì alcuni suoi militanti, tra cui Giuseppe Pinelli della sezione Milano-Bovisa[2].

Nel nuovo clima politico della fine degli anni settanta l'USI riprese forza e organizzò un congresso nazionale (detto della riattivazione) ad Ancona, nel 1983[3].

Seconda scissione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1996, durante il Congresso di Roma, una parte dell'USI dichiarò la propria scissione dal resto del sindacato. Durante il XX Congresso Internazionale, nel dicembre dello stesso anno, l'Associazione internazionale dei lavoratori AIT-IWA riconobbe come propria sezione legittima l'USI che aveva tenuto il proprio congresso a Prato Carnico, ritenendo l'USI Roma non compatibile ai principi dell'AIT-IWA e dell'anarco-sindacalismo, e i suoi metodi autoritari e orientati alla delega del potere invece che all'autogestione[4]. Nonostante questo, la corrente scissionista ora conosciuta come USI Confederazione Nazionale continuò per anni ad utilizzare l'acronimo AIT, dichiarandosi fedele ai suoi principi.

Al congresso straordinario di Modena del marzo 2012, indetto a seguito delle dimissioni del segretario generale Guido Barroero, dimissioni come ultimo atto per poter arrivare ad un congresso e risolvere la grave situazione venutasi a creare nell'USI, i membri del sindacato Arti & Mestieri sono stati espulsi dall'Usi unitamente al dimissionario segretario generale Guido Barroero. Il sindacato Arti & Mestieri continua a rivendicare l'appartenenza all'USI AIT-IWA e a ritenere l'espulsione illegittima[5].

Il sindacato oggi[modifica | modifica wikitesto]

L'USI ha una struttura organizzativa basata sull'autogestione e sul federalismo libertario, per l'auto organizzazione dei lavoratori e contro ogni accentramento burocratico. A tal fine solo le assemblee (e il Congresso Nazionale a livello nazionale) sono deliberative, mentre gli organi eletti hanno compiti esclusivamente esecutivi delle decisioni assembleari. Rifiuta inoltre ogni apparentamento politico, compresa la candidatura di suoi esponenti a ruoli di potere pubblico, caso per cui è prevista l'espulsione.

Mentre, fedele ai principi dell'anarco-sindacalismo e del sindacalismo rivoluzionario, la prospettiva in cui si muove rimane quella della costruzione di una società socialista e libertaria, tra i suoi obiettivi immediati vi sono la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, un reddito minimo garantito per i disoccupati, la difesa della sanità, dell'istruzione e della previdenza pubblica, la smilitarizzazione del paese[6].

Non è presente in tutte le regioni italiane [7].

Congressi Nazionali[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ DE AMBRIS, Alceste in Dizionario Biografico – Treccani
  2. ^ Giuseppe Pinelli
  3. ^ I congressi USI e la loro storia, su www.usi-ait.org
  4. ^ Against the illegitimate use of the initials USI-AIT | International Workers Association, su www.iwa-ait.org. URL consultato il 27 marzo 2016.
  5. ^ Comunicato urgente del Sindacato USI Arti e Mestieri AIT - Anarkismo, su www.anarkismo.net. URL consultato il 27 marzo 2016.
  6. ^ Dal sito dell'USI-AIT
  7. ^ http://www.usi-ait.org/index.php/joomla-e

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]