Avanti!

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Avanti!
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Stato Italia Italia
Lingua italiano
Periodicità quotidiano
Genere politico
Formato lenzuolo, poi berlinese
Fondatore Leonida Bissolati
Fondazione 25 dicembre 1896
Chiusura 1993
Inserti e allegati Avanti! della domenica
Sede vedi sezione
Editore «Nuova Editrice Avanti!» (1945-1993)
Direttore vedi sezione
Sito web www.avantionline.it/
 

Avanti! è stato il quotidiano storico del Partito Socialista Italiano (PSI).

Il primo numero uscì a Roma il 25 dicembre 1896 sotto la direzione di Leonida Bissolati.

La testata prese il nome dall'omonimo quotidiano tedesco Vorwärts, organo del Partito Socialdemocratico di Germania, fondato nell'ottobre del 1876.

La testata è stata chiusa nel 1994 e non è collegata con le numerose riedizioni degli anni novanta e duemila, con cui ha in comune solo il nome e il marchio, utilizzato nel pubblico dominio, a volte in maniera completamente abusiva.

Oggi la testata è di proprietà del rinato Partito Socialista Italiano. Il giornale è edito solo on line.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Manifesto pro abbonamento all'Avanti! nel 1898

Fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Alla metà degli anni novanta dell'Ottocento, il Partito socialista italiano contava numerosi giornali - circa quaranta - tra settimanali, quindicinali e mensili pubblicati in varie parti d'Italia. In realtà molti di essi avevano tirature assai limitate e rappresentavano soltanto sé stessi o situazioni locali assai circoscritte.

Nel congresso socialista di Firenze del luglio 1896 erano emersi programmi di sviluppo editoriale e la decisione di fondare un giornale a carattere nazionale.

Inoltre, è da tenere presente il fatto che nelle elezioni politiche tenutesi in quell'anno, il Partito socialista aveva quasi quadruplicato i suoi consensi rispetto al 1892 e mandato in parlamento 16 deputati.

Venne lanciata una sottoscrizione a livello nazionale tra i militanti grazie alla quale si ottennero 3000 abbonamenti: uno dei primi abbonati fu il filosofo liberale Benedetto Croce.

Leonida Bissolati primo direttore dell'Avanti! nel 1896

Il primo numero del giornale uscì a Roma il 25 dicembre 1896, il giorno di Natale del 1896, non per caso, ma per tutti i valori simbolici connessi alla data. Come Cristo, l'Avanti! nasceva per dare voce e sostegno alle ragioni degli ultimi, degli oppressi, dei diseredati.

Ne era direttore Leonida Bissolati, redattori Ivanoe Bonomi, Walter Mocchi, Alessandro Schiavi, Oddino Morgari, Gabriele Galantara.

La testata riprendeva quella dell'omologo giornale della socialdemocrazia tedesca, Vorwärts.

Altri giornali che portavano lo stesso titolo erano stati fondati precedentemente, tra cui uno nel 1881 a Cesena da parte di Andrea Costa e un altro nel maggio dello stesso 1896 dal filosofo Antonio Labriola[1].

DI QUI SI PASSA[modifica | modifica wikitesto]

Nel primo numero dell'Avanti!, il suo primo direttore - nell'editoriale inaugurale – tracciò un manifesto politico-ideale identitario del nuovo giornale, lanciando una sfida all'ordine costituito. Rivolgendosi direttamente al Presidente del Consiglio e Ministro dell'Interno dell'epoca Antonio Starabba, marchese di Rudinì, che aveva ammonito i dirigenti e gli iscritti al neonato Partito socialista italiano con l'intimazione: “di qui non si passa”, Bissolati rispose, con un titolo che passerà nella storia del socialismo e del giornalismo, “di qui si passa”, manifestando la fede e la certezza "scientifica" nell'affermazione delle ragioni dei socialisti e nella conquista del potere da parte dei lavoratori:

« DI QUI SI PASSA

Mentre lo Starabba,[2] a legittimare i delitti commessi dal suo Governo in danno della libertà, e le violenze nuove che meditava contro gli operai e i socialisti, ci intimava per la seconda volta: “di qui non si passa” noi attendevamo tranquillamente a preparare l’uscita del nostro giornale.

Con questo fatto noi rispondevamo e rispondiamo alla sfida lanciataci.

Rispondiamo come quell’antico che alle sciocchezze di chi negava il moto rispondeva semplicemente camminandogli davanti.

Eravamo, or son pochi anni, un pugno di persone compassionate come vittime di un’allucinazione di cui non era il caso di occuparsi con serietà, soggetto di ameni discorsi e di allegra canzonatura; poi, quando le parole nostre cominiciarono a trovar eco fra il popolo che lavorava, fummo trattati da malfattori; ma la persecuzione ci rese più forti di numero e di conscienza così da costringere lo stesso persecutore nostro d’oggi, lo Starabba, a confessare che contro di noi, contro l’idea nostra, l’uso della forza era, nonché assurdo, dannoso.

Ed ecco che oggi invece questo signore – il quale non agisce di suo capriccio, ma obbedisce agli istinti del variopinto partito conservatore che gli sta dietro – non trova di poter far nulla di meglio contro di noi che riprendere, con un po’ meno di chiasso e con maggiore ipocrisia, i metodi del sudicio Crispi.[3]

Così, dopo avere proclamato solennemente in Parlamento essere follia sperar di sopprimere il socialismo perché tanto varrebbe tentar di sopprimere il pensiero; dopo aver riconosciuto che ogni attentato violento al socialismo e al pensiero costituisce un attentato contro la moderna civiltà, lo Starabba si accinge precisamente all’impresa di sopprimere la civiltà, di soffocare il pensiero.

E per questo appunto, on. Starabba, che noi passiamo malgrado i vostri divieti.

Noi passiamo a esercitare quella influenza che ci spetta nelle lotte pubbliche, nella vita economica, nello sviluppo morale; passiamo in onta a voi, come passammo in onta a Crispi; e abbiamo la forza di passare, vincendo le vostre resistenze, perché arrestare il socialismo non è possibile senza arrestare quel moto immenso di trasformazione che si opera nella società e che si ripercuote nelle coscienze.

Il socialismo, on. Starabba, non è una chimera di illusi che vogliono rimodellare il mondo secondo il loro sogno, ma è la coscienza netta e precisa delle necessità imperiose che urgono, nella pratica della vita, la maggioranza degli uomini. (...) Ebbene: il socialismo non è che il riflesso e la formula di questo pensiero, che l’esperienza dei dolori e delle lotte d’ogni giorno educa nelle masse lavoratrici.

Or voi potete bensì mandare i vostri poliziotti nei luoghi dove questo pensiero si elabora, mandarli a sciogliere le organizzazioni operaie e i circoli socialisti; potete, commettendo reati previsti dal vostro codice penale, sopprimere per gli operai e pei socialisti i diritti elementari di riunione, di parola, di associazione promessi dal vostro Statuto; potete elevare di nuovo a reato il diritto di sciopero, saldando nuovamente al collo dei salariati moderni il collare dei servi, in sfregio ai prinicipii proclamati dalla rivoluzione borghese; potete scapricciarvi a mandare tratto tratto qualche socialista in galera o alle isole; potete meditare, voi rappresentante di una classe andata al potere coi plebisciti, quanti attentati vi piaccia contro il suffragio popolare; voi potete far tutto questo e anche più, ma non potete fare che questi atti di brutale reazione non dimostrino anche più chiaramente che la causa della emancipazione operaia e la causa del socialismo sono tutt’uno colla causa delle libertà di pensiero e del progresso civile. (...)

Vi par dunque che si passi, Marchese? »

(LEONIDA BISSOLATI)

L'Avanti! e la guerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1911 la sede del giornale venne trasferita da Roma (dove rimarrà una redazione che curava la cronaca parlamentare) a Milano, in Via S, Damiano, dove allora correva ancora scoperto il Naviglio.

I fogli passano da quattro a sei, arricchendosi della cronaca di Milano.

Nel 1914-1915 l'Avanti! sostenne una forte campagna per la neutralità assoluta da tenere nei confronti degli opposti schieramenti della prima guerra mondiale.

Dopo aver mantenuto perentoriamente tale posizione, decisa dalla stragrande maggioranza del PSI, il suo direttore dell'epoca, Benito Mussolini, spinse, con i suoi articoli, il quotidiano socialista verso una campagna interventista. Forte del suo seguito nel partito, in maniera provocatoria e ricattatoria Mussolini chiese alla direzione nazionale del PSI di avallare la sua nuova linea, altrimenti avrebbe presentato le proprie dimissioni: si dimise dall'incarico il giorno seguente.

Già il 15 novembre 1914 usciva il nuovo giornale interventista di Mussolini, Il Popolo d'Italia.

Scalarini nella redazione dell'Avanti !

Il 24 novembre Mussolini fu espulso dal Partito socialista e l'illustratore satirico dell'Avanti!, Giuseppe Scalarini, preparò per il giornale la vignetta Giuda, con un Mussolini, armato di pugnale e con il denaro del tradimento, che si avvicinava silenziosamente per colpire Cristo (il socialismo) alle spalle.[4]

Alla direzione del giornale fu chiamato, per tutta la durata della prima guerra mondiale, Giacinto Menotti Serrati, che sarà uno dei capi della componente massimalista del PSI e che finirà, nel 1924, aderendo ai diktat di Lenin e Trotsky, per confluire nel Partito Comunista d'Italia.

I cinque assalti squadristi contro l'Avanti![modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1919 e il 1922 l'Avanti! venne assalito e devastato per ben cinque volte:[5]

« L'Avanti! è il simbolo e la bandiera dell’antifascismo. È il suo strumento di lotta più efficace. Ma poiché la lotta è una sanguinosa guerra civile, il quotidiano è al centro anche della guerra stessa: è per lo squadrismo un fortino da assediare, intimidire ed espugnare. C’è di più: una forte carica emotiva. Perché così come l'Avanti! è l’idolo dei socialisti, è per Mussolini personalmente l’oggetto di un grande amore che si è trasformato, dopo la traumatica rottura del 1914, in invidia e odio profondo. Il giornale viene assalito e incendiato cinque volte tra il 1919 e il 1922. E ogni volta risorge dalle ceneri: addirittura, nel 1921, per essere trasferito in una nuova, imponente sede. Intorno alle sue rotative e linotype, ci sono sparatorie, pugnalate, bastonate, scontri tra redattori e fascisti, tra soldati e squadristi, fuoco di mitragliatrici, morti e feriti. I giornalisti, gli impiegati, i tipografi vivono nella tensione e nel pericolo.

Nei cassetti ci sono le rivoltelle. Il telefono serve anche a chiamare in soccorso i compagni. Tutti gli assalti hanno la stessa storia, gli stessi commenti, la stessa meccanica, le stesse conseguenze: un copione non dissimile da quello, più in generale, della guerra civile. Ogni volta che le circostanze politiche lo suggeriscono o consentono, il fascismo attacca. Gli aggressori sono organizzati militarmente, mentre i difensori non lo sono.

Gli squadristi si preparano con picconi e bombe incendiarie perché l’obbiettivo è già in partenza la devastazione del giornale per impedirne l’uscita. La difesa dell'Avanti! è passiva, come in tutti gli altri episodi della guerra civile. In modo più o meno aperto, gli assalitori sono protetti quasi sempre (...) dalle forze dello Stato. All’indomani degli assalti, il giornale predica prudenza, suggerisce di non cadere nella trappola delle provocazioni.

La reazione alla violenza squadrista è infatti esclusivamente politica e propagandistica: imponenti scioperi e cortei di solidarietà. Accompagnati da una sottoscrizione straordinaria a sostegno del giornale per riparare i danni e rilanciarlo. È lo stile dei socialisti, assolutamente perdente. Ma forse obbligato, considerando che la forza sta dalla parte dello squadrismo, perché esso ha una provvista ormai crescente di denaro, grazie all’appoggio di agrari e industriali, e perché soprattutto ha una copertura del potere statale che diventa con il tempo quasi completa. »

(UGO INTINI "Avanti! Un giornale , un’epoca”)

Il 15 aprile 1919, a Milano, nazionalisti, fascisti, allievi ufficiali e arditi furono protagonisti del primo assalto squadristico, durante il quale incendiarono e devastarono la sede del quotidiano.

« Sotto il titolo "Viva l’ Avanti! ", il primo fondo di commento dopo la devastazione dice. "Sappiamo che la lotta è senza quartiere, abbiamo coscienza che in questa lotta noi rappresentiamo, col nostro glorioso Avanti!, la bandiera più fulgida di una delle parti; non possiamo levare alcuna voce di meraviglia se questa bandiera è stata segnata come il bersaglio dei nemici, se è stata colpita, se è stata atterrata per un momento.

"Ma l’ Avanti! non può essere spento, perché rappresenta il socialismo stesso. Non si stronca una idea, come si spezza con il martello la macchina che la distribuisce alle centinaia di mille lavoratori nelle officine e nei campi. E poiché è viva l’idea, si ricompone anche la macchina. Avanti! ".

Avanti!, dunque.

"All’ Avanti! si lavora attivamente perché dalle sue ceneri e dai suoi carboni la nostra bandiera torni a sventolare più in alto. C’è la febbre della ripresa, pronta e decisa. C’è la volontà ardente di rispondere a tante manifestazioni di affetto con la tangibile dimostrazione che il barabbismo non può riuscire a spegnere la voce degli interessi del proletariato". »

(UGO INTINI "Avanti! Un giornale , un’epoca")

Il 23 aprile 1919 il giornale, stampato a Torino, esorta i lettori e i militanti a sottoscrivere per ricostruire la sede milanese: "Perchè l'AVANTI! risorga più grande, più forte, più rosso", dando atto del "Plebiscito di solidarietà" in corso.

« La “febbre della ripresa” moltiplica gli sforzi e il 3 maggio il giornale ritorna a essere stampato a Milano, dopo neppure tre settimane di interruzione. Piccole, umili e grandi offerte continuano a riempire, in lunghe colonne di piombo, la prima pagina. Si raccolgono due milioni*, altri soldi vengono aggiunti dalle cooperative socialiste e dalle case del popolo.

Le ali dell’entusiasmo rendono i lavori di progettazione e realizzazione rapidi come, nonostante la tecnologia, sarebbe oggi quasi impensabile. Il 1 maggio 1920 viene posta la prima pietra ... La retorica, frutto del legittimo orgoglio, diventa in quel felice primo maggio inevitabile. “Oggi - si legge nel fondo dal titolo “Un po’ di sereno…” - “sarà posata la prima pietra della nuova casa dell’ Avanti!: costruzione la cui storia rimarrà memorabile, come quella della prima basilica o dei primi palazzi municipali del trecento. È il nostro pensiero vittorioso che si afferma in una salda armonia di pietre. I proletari che sanno e ricordano come i mattoni del sorgente edificio siano usciti dalla fornace del 15 aprile, da un fuoco che doveva distruggere il nostro essere e che invece ne provò la tenacia, come il crogiolo dimostra la bontà del metallo, considerano giustamente questo primo maggio come il più augurale e forse il più lieto della storia nostra. Oggi si canterà e si berrà.

Ed è quello che accade. Un immenso corteo sommerso dalle bandiere rosse si forma in piazza Cinque Giornate e si ingrossa a ogni incrocio mentre arriva all’angolo tra via Settala e via San Gregorio, che i compagni scoprono in mezzo agli applausi essere stata ribattezzata con una nuova targa stradale “Via Avanti!'”.

Quando il giornale, con la manifestazione del 1911 guidata ... da Turati, fu spostato a Milano, si sentiva nell’aria la speranza di conquistare un sindaco socialista nella capitale italiana del lavoro. Oggi, il sindaco, Caldara, c’è e pone solennemente la prima pietra. Gli ex direttori dell’ Avanti! sono tutti presenti. Manca Bissolati, che è ammalato in ospedale a Roma e che, ministro e uomo di governo, ormai milita in un altro partito. Oddino Morgari lo ricorda con parole commosse. Il popolo socialista sa essere giusto e generoso: le accoglie con un grande applauso. Bissolati, quando lo saprà, nel letto di ospedale dove morirà dopo pochi giorni, piangerà di gioia.

Serrati cita il primo titolo dell’ Avanti!, dettato proprio da Bissolati: “Di qui si passa”. “Un ministro del re - ricorda - disse ai primi socialisti italiani: di qui non si passa. Sorse un modesto foglio, l’ Avanti!, che rispose: di qui si passa. Ed il partito socialista è passato e passerà alla testa delle folle contro tutti i tradimenti, contro tutte le viltà.

Intorno alla prima pietra, in via Settala, si comincia a lavorare a tappe forzate per la nuova sede di Milano, ma neppure tre mesi dopo è la volta dell’edizione romana. Nella capitale, la forza della destra è maggiore. Se a Milano può organizzare azioni militari micidiali, ma limitate, a Roma può tentare ormai il controllo della piazza. È ciò che accade il 22 luglio 1920, quando i nazionalisti, per protestare contro uno sciopero dei tranvieri, organizzano una grande manifestazione che riempie le vie del centro. Da via Nazionale, il corteo raggiunge piazza Venezia e qui cominciano i primi scontri con gli operai che arrivano dalla vicina casa del popolo ... Si scatena la caccia al tranviere e, naturalmente, al socialista.

La sede della direzione del partito, in via del Seminario, è assediata. Poi scatta, pianificata, l’azione principale: l’assalto all’ Avanti! La complicità delle forze dell’ordine è così evidente che persino il Questore dichiarerà: “gli agenti hanno tenuto un contegno per lo meno equivoco”. Un poliziotto fa da “palo” all’angolo di via della Pilotta, dove la sede dell’ Avanti! è apparentemente protetta da uno squadrone di cavalleria. Vede avanzare una massa e crede per errore che si tratti degli operai giunti dalla casa del popolo in difesa del loro giornale. Fa segno perciò ai carabinieri a cavallo di caricare per disperderli. Ma quando si accorgono che è la squadra dei fascisti, i militari si fermano, retrocedono, li lasciano passare. Alla testa degli assalitori, c’è un capitano degli arditi in divisa. “Le porte della tipografia - si legge nella cronaca dell’ Avanti! - furono presto sfondate per mezzo di grossi macigni. E mentre un gruppo entrava per la porta, un ufficiale degli arditi, valoroso!, col pugnale in mano entrava per la finestra e muoveva incontro ad alcune donne, le sole che erano in tipografia, addette alla spedizione. Le disgraziate, alla vista di quell’energumeno, fuggirono per i tetti e si rifugiarono discinte in preda al terrore in uno dei locali vicini delle Poste. Nella tipografia tutto fu messo a soqquadro. Le macchine in piano furono guastate seriamente. Anche due linotype furono rese quasi inutili. I caratteri delle cassette sono tutti perduti”.

Mentre avviene la devastazione, l’ufficiale che comanda i carabinieri a cavallo resta immobile: “non ho ordini”. Un operaio corre allora al comando di Divisione. Riesce trafelato a parlare con il comandante del picchetto. “Non ci posso fare niente - ripete - non abbiamo ordini”. »

(UGO INTINI "Avanti! Un giornale , un’epoca”)

Un nuovo attacco avvenne nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1921: la nuova sede milanese di Via Lodovico da Settala 22, ancora in costruzione, fu bersagliata dalle bombe di una squadra fascista, con il prestesto di un'immediata rappresaglia alla strage dell'Hotel Diana, avvenuta poche ore prima per mano di elementi anarchici.

In questa occasione, mosso da un generoso impulso solidaristico, Pietro Nenni, all'epoca ancora esponente repubblicano, intervenne a difesa del quotidiano socialista. Il direttore dell'epoca, Giacinto Menotti Serrati, dopo pochi giorni, gli chiese di andare a Parigi come corrispondente dell'Avanti!, in prova per sei mesi, a 1800 franchi mensili "comprese per ora le piccole spese di tram, posta, ecc.".

Il 19 aprile apparve per la prima volta la sua firma sul quotidiano socialista sotto l'articolo "La bancarotta dell'interventismo di sinistra".

La redazione dell'Avanti ! a Milano nel 1921. Seduto accanto alla segretaria Fasano è Pietro Nenni. Il primo in alto a destra è il disegnatore satirico Giuseppe Scalarini.

A Parigi Nenni si iscrisse al PSI ed iniziò un percorso che lo portò, nel breve giro di due anni, a divenire leader della corrente autonomista del partito, che al Congresso di Milano del 1923 batté la posizione "fusionista" di entrata del PSI nel Partito Comunista d'Italia, come imposto dai vertici sovietici, sostenuta proprio da Serrati e dal Segretario del partito Costantino Lazzari, e a divenire direttore dell'Avanti!.

Da allora, per tutto il periodo dell'esilio in Francia e della clandestinità in Italia, Pietro Nenni e direzione dell'Avanti! diverranno un binomio indissolubile, fino al 1948.

Nel 1926 il governo Mussolini fece approvare da ciò che restava del Parlamento aventiniano, all'interno delle cosiddette leggi fascistissime, la legge 31 dicembre 1925 n. 2307 sulla stampa,

Pertanto, l'Avanti!, come tutte le pubblicazioni antifasciste, fu costretto a sospendere le pubblicazioni in Italia, ma continuò ad essere pubblicato in esilio, su impulso di Nenni, con cadenza settimanale, a Parigi e a Zurigo.

Dalla caduta del fascismo al referendum istituzionale del 1946[modifica | modifica wikitesto]

Il primo numero dell'Avanti! edito a Milano dopo la Liberazione per la festa del 1° Maggio 1946, celebrata per la prima volta dopo 20 anni

Il quotidiano socialista ricompare in Italia dopo la caduta del fascismo de l 25 luglio 1943.

Il n.2 - Anno 47° del 9 settembre 1943 (erronemente è indicata la data del 3) 1943, che si proclama nel sottotitolo "giornale del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria", nel dare la notizia della stipula dell'armistizio con gli Alleati, titola, un po' ottimisticamente: "La guerra fascista è finita", mentre nel sottotitolo afferma "La lotta dei lavoratori continua", facendo il verso al proclama del M.llo Badoglio del 25 luglio ("La guerra continua").

L'“Avanti!” del 16 marzo 1944 proclama: "'La classe operaia in prima fila nella lotta per l'indipendenza e per la libertà", con sottotitolo: "Lo sciopero generale nell'Italia Settentrionale contro la coscrizione, le deportazioni e le decimazioni".

Il giornale esce in clandestinità fino alla fine di maggio del 1944.

L'edizione straordinaria del 7 giugno 1944 dà la notizia dell'eccidio romano de La Storta del 4 giugno, titolando: "Bruno Buozzi Segretario della Confederazione Generale del Lavoro assassinato dai nazisti con altri 14 compagni". Dopo la liberazione di Roma il giornale riprende la diffusione pubblica nella capitale e nei territori italiani via via liberati.


Dopo la Liberazione l'Avanti! costituirà, con gli infuocati articoli di Nenni, uno straordinario strumento di propaganda per il voto a favore della Repubblica nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

Il 5 giugno 1946, nel proclamare l'esito del referendum istituzionale, il giornale titola a tutta pagina: "REPUBBLICA! - IL SOGNO CENTENARIO DEGLI ITALIANI ONESTI E CONSAPEVOLI E' UNA LUMINOSA REALTA' " e, in un riquadro a lui dedicato, esprime la riconoscenza degli elettori socialisti al proprio leader, che aveva infaticabilmente lottato per l'abbinamento tra elezioni per l'Assemblea Costituente e referendum: "Grazie a Nenni".

Il secondo dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel secondo dopoguerra l'Avanti!, pur non tornando alle tirature e all'influenza che aveva avuto tra le due guerre, è, con i suoi titoli, il testimone della rinascita del Paese e della sua evoluzione democratica.

Venerdì 6 dicembre 1963, in occasione della nascita del primo governo di centro sinistra che vedeva la partecipazione diretta dei socialisti, il giornale titola a tutta pagina: "DA OGGI OGNUNO È PIÙ LIBERO - I lavoratori rappresentati nel governo del Paese".

"LO STATUTO DEI LAVORATORI È LEGGE" titola l'“Avanti!” del 22 maggio 1970, dando la notizia dell'approvazione della legge 20 maggio 1970, n. 300 e afferma nell'occhiello: "IL PROVVEDIMENTO VOLUTO DAL COMPAGNO GIACOMO BRODOLINI È STATO DEFINITIVAMENTE APPROVATO DALLA CAMERA". Il giornale ricorda il ruolo di impulso svolto dal Ministro del lavoro socialista, prematuramente scomparso l'11 luglio 1969, considerato il vero "padre politico" dello Statuto dei lavoratori, e attacca «l'atteggiamento dei comunisti, ambiguo e chiaramente elettoralistico», che ha determinato il PCI a scegliere l'astensione sul provvedimento.

L'articolo di fondo proclama: "La Costituzione entra in fabbrica", sottolineando «il riconoscimento esplicito di una nuova realtà che, dopo le grandi lotte d'autunno, nel vivo delle lotte per le riforme sociali, vede la classe lavoratrice all'offensiva, impegnata nella costruzione di una società più democratica».

Con un titolo analogo, "IL DIVORZIO È LEGGE", l'“Avanti!” del 2 dicembre 1970 sottolinea l'avvenuta approvazione della nuova "Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio", la cosiddetta legge Fortuna-Baslini, risultato della combinazione del progetto di legge del socialista Loris Fortuna con un altro progetto di legge del deputato liberale Antonio Baslini. Il progetto Fortuna risaliva al 1965, ed era stato testardamente riproposto dal deputato socialista all'inizio di ogni legislatura. In precedenza, nel 1954, un altro deputato socialista, Luigi Renato Sansone, aveva presentato[6] alla Camera un disegno di legge per l'istituzione del cosiddetto piccolo divorzio[7][8], mai discusso, riproposto nel 1958 da Sansone, eletto senatore, assieme alla collega Giuliana Nenni (figlia primogenita del leader socialista).

Circa tre anni dopo l'approvazione della legge, il 14 maggio 1974, nel proclamare l'esito del referendum sul divorzio, il giornale socialista titola a tutta pagina: "Una valanga di NO – Strepitosa vittoria delle forze democratiche".

Dal 1977 al 1994[modifica | modifica wikitesto]

Con il n.1 del 6 gennaio 1977 l'Avanti! cambia veste grafica: sulla scorta del successo del quotidiano la Repubblica, uscito in edicola l'anno prima, il giornale socialista abbandona il tradizionale formato "lenzuolo", adottando il formato "tabloid", viene introdotto il colore rosso per la testata, aumentato il numero di pagine. Titola: "Dopo ottant'anni di lotte socialiste - Ancora avanti".

Non può mancare il saluto del suo storico direttore: "Nenni all'Avanti! rinnovato".

L'articolo di fondo, a firma del direttore Paolo Vittorelli, riprende il famoso articolo di Bissolati sul primo numero del giornale nel 1896 "Di qui si passa", con un editoriale intitolato "Anche questa volta si passerà". È uno dei primi segnali del "nuovo corso" della segreteria Craxi, che poi l'anno successivo, nel 1978, assumerà egli stesso la direzione del quotidiano socialista.

In particolare, l'Avanti! riacquista una certa notorietà, soprattutto tra gli addetti ai lavori, negli anni ottanta, grazie ai corsivi del segretario del partito Bettino Craxi, che firma commenti di analisi politica con lo pseudonimo di Ghino di Tacco.

Nel 1992 inizia la crisi che porterà il PSI al tracollo elettorale e finanziario.

Nell'agosto dello stesso anno, il quotidiano, direttamente condizionato dal segretario del PSI, Bettino Craxi, sferra alcuni duri attacchi all'operato del pool di magistrati che segue l'inchiesta Mani pulite.

Il direttore dell'epoca, Roberto Villetti, si dimette nell'ottobre 1992 per protesta contro l'uso personale del giornale che, a suo giudizio, ormai era diventato, più che un quotidiano di partito, un giornale personalmente influenzato dal suo editore, ossia il segretario politico del PSI.

Francesco Gozzano, già direttore responsabile, sostituisce il direttore dimissionario.

Se il 1992 era stato un anno difficile per l'Avanti!, il 1993 si dimostrerà catastrofico. La tiratura, che negli anni d'oro ammontava a più di 200.000 copie, scende a poche migliaia di copie. Gli sprechi degli anni ottanta e i consistenti investimenti effettuati per la modernizzazione della testata, fortemente voluta da Craxi, determinano un accumulo di debiti per circa 30-40 miliardi di lire, con la contemporanea revoca degli affidamenti bancari e la richiesta di rientro delle esposizioni debitorie.

Nel marzo 1993 vengono sospesi gli stipendi ai dipendenti per mancanza di fondi.

Ottaviano Del Turco, nuovo segretario del PSI dal febbraio 1993, cerca invano di mediare una soluzione per evitare la chiusura del giornale. Nell'ottobre 1993 vengono pignorate scrivanie e macchine da scrivere per far fronte a un pagamento di 105 milioni di lire. Il quotidiano, ormai in crisi perenne, chiude alla fine del 1993: dopo nove mesi di lavoro senza retribuzione, i giornalisti non giudicano più credibili le rassicurazioni dei vertici del giornale e del partito e cessarono di presentarsi in redazione.

La casa editrice, la «Nuova Editrice Avanti!», viene messa in liquidazione nel gennaio del 1994, con la nomina a liquidatore di Michele Zoppo.

Le sedi[modifica | modifica wikitesto]

  • Roma, Palazzo Sciarra, Via delle Muratte (1896-1897);
  • Roma, Via del Corso, 397 (1897-1898);
  • Roma, Via di Propaganda, 16 (1898-1911);
  • Milano, Via S. Damiano, 16 (9 ottobre 1911 - 15 aprile 1919);
  • Milano, Via Ludovico da Settala, 22 (1921-1926);
  • Roma, via della Pilotta;
  • Roma, Piazza Indipendenza, in coabitazione con il quotidiano la Repubblica;
  • Roma, Via Tomacelli, 145, nella sede del Centro Culturale MondOperaio;
Avanti! on line
  • Roma, Piazza S. Lorenzo in Lucina, 26
  • Roma, Via Santa Caterina da Siena, 57

I direttori[modifica | modifica wikitesto]

Avanti! on line

I collaboratori[modifica | modifica wikitesto]

Gli eredi dopo il 1994[modifica | modifica wikitesto]

L'Avanti! conteso[modifica | modifica wikitesto]

Con lo scioglimento del Partito Socialista Italiano la testata era finita in liquidazione, come gli altri beni del partito.

L'ultimo congresso del PSI (Milano, 12 novembre 1994) aveva nominato un commissario liquidatore, lo scomparso Michele Zoppo, al quale venne affidato, tra gli altri beni, anche l'Avanti!.

Dopo tale data, comparvero in edicola tre diversi periodici che, pur richiamandosi tutti alla medesima storica testata socialista, erano diversamente schierati a livello politico:[9]

  • nel 1996 comparve il quotidiano-clone L'Avanti! (con la "L" davanti alla testata), di proprietà della International Press del faccendiere Valter Lavitola, che cessò le pubblicazioni dopo pochi mesi, per riapparire in edicola nel 2003. Lavitola fece del suo giornale uno strumento per oscure manovre politiche che nulla avevano a che spartire con la storia del quotidiano socialista al quale sfacciatamente tentava di ricollegarsi. Inoltre, la sua più o meno millantata vicinanza al premier del centro-destra Silvio Berlusconi poneva il suo giornale al di fuori dello schieramento del centro-sinistra. Il faccendiere assieme a Sergio De Gregorio, ex-senatore del Pdl ed ex-direttore de L'Avanti!, furono indagati dalla Procura di Napoli per i reati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, per avere Lavitola "quale proprietario e coamministratore di fatto della International Press", De Gregorio "quale socio effettivo dal 1997 e coamministratore occulto" della stessa società, assieme ad altri dieci imputati, fatto risultare che l'editrice de L'Avanti! possedesse i requisiti per ottenere i contributi previsti dalla legge per l'editoria: in tutto 23 milioni e 200 000 euro ricevuti dal 1997 al 2009. Per tali reati Lavitola il 9 novembre 2012 ha patteggiato davanti al Gip del Tribunale di Napoli la pena di 3 anni e 8 mesi,[10] mentre il processo a carico di De Gregorio era ancora in corso alla data del 4 giugno 2015, con richiesta di patteggiamento della pena da parte dell'ex-parlamentare.[11] La Corte dei conti del Lazio, con la sentenza n.24/2015 dell'11 marzo 2015, ha condannato Valter Lavitola e Sergio De Gregorio a restituire allo Stato 23 milioni e 879 000 euro per i fondi editoria percepiti illegittimamente da "L'Avanti" tra il 1997 e il 2009;[12]
  • nel 2003 apparve l'Avanti!, con direttore Bobo Craxi, vicino al Nuovo PSI, schierato nell'ambito del centro-destra prima della scissione del partito del gennaio 2006.

Tutti i tre periodici sospesero le pubblicazioni: L'Avanti! nel 2011; l'Avanti! di Bobo Craxi confluì nell'Avanti! della domenica nel 2006; quest'ultimo ha cessato le pubblicazioni il 6 ottobre 2013, a seguito dell'apparizione sul web del quotidiano on-line Avanti! il 5 gennaio 2012, grazie alla definitiva riappropriazione della testata originale "Avanti!" da parte del PSI di Riccardo Nencini.[14]

Le testate tuttora esistenti[modifica | modifica wikitesto]

Il titolo della testata è conteso da due soggetti:

Michele Zoppo, scomparso commissario liquidatore dell'Avanti! e del Partito Socialista Italiano, aveva già ceduto i simboli e i marchi originali del PSI storico alla formazione "Socialisti Italiani - SI", poi divenuta "Socialisti Democratici Italiani - SDI" nel 1998 ed infine "Partito Socialista - PS / Partito Socialista Italiano - PSI" nel 2007/2009.

Il 4 novembre 2011 il nuovo commissario liquidatore Francesco Spitoni ha ceduto definitivamente, tramite scrittura privata, la proprietà del marchio originale "Avanti!" al PSI (segretario Riccardo Nencini) nella persona del tesoriere Oreste Pastorelli. Secondo il liquidatore, occorre "garantire il significato politico ed ideale che il giornale Avanti! ha nella storia italiana, ed in particolare nella storia del movimento operaio", ricordando che "tale testata fu fondata da Andrea Costa, primo deputato socialista nel 1891 e dal 1896 è stata organo ufficiale del PSI". Il dott. Spitoni stabiliva quindi di cedere "irrevocabilmente ed in via esclusiva la proprietà, anche morale, ivi inclusa la denominazione, anche parziale nonché la veste grafica, della testata giornalistica Avanti!" . La cessione è avvenuta a titolo gratuito perché ha "la specifica finalità di assicurare che la testata storica del Psi, organo ufficiale del partito dal 1896, continui a rappresentare la secolare tradizione del movimento socialista italiano".[14]

Quindi dal 5 gennaio 2012 sul web è presente l'"Avanti! online", con direttore responsabile il giornalista Giampiero Marrazzo (fratello del giornalista radio-televisivo Piero), sostituito nel settembre 2013 dall'ex deputato socialista Mauro Del Bue.

La testata è edita dal PSI nenciniano tramite la Società Nuova Editrice "Mondoperaio" s.r.l.;


nel 1994 registrò la testata Avanti!, un anno dopo la cessazione delle pubblicazioni, in base alla legge sulla stampa (L. n. 48/1947).

La titolarità viene contestata, come quella degli altri Avanti!, dal PSI ricostituito, in quanto il marchio era nella sola disponibilità del commissario liquidatore. Contestazione vanificata dall'attribuzione del copyright del marchio e del nome Avanti! alla proprietà di "Critica Sociale" dall'ufficio Marchi e Brevetti del Dipartimento delle Attività Produttive del Ministero dello Sviluppo Economico nel 2012.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Matteo Miele, Il primo Avanti! fu di Cassino, Avanti! della domenica, 15 settembre 2002.
  2. ^ Il riferimento è ad Antonio Starabba, marchese di Rudinì, Presidente del Consiglio e Ministro dell'Interno dall'11 luglio 1896 al 14 dicembre 1897 nel terzo Governo di Rudinì, che il 14 marzo 1896 concesse un'amnistia per i reati politici per i moti insurrezionali in Lunigiana e Sicilia, duramente repressi da Crispi.
  3. ^ Il riferimento è a Francesco Crispi, Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro dell'Interno dal 15 dicembre 1893 al 10 marzo 1896 nel terzo e quarto Governo Crispi, ed alla feroce repressione del movimento dei Fasci siciliani, con la proclamazione dello stato d'assedio in Sicilia il 2 gennaio 1894, l'invio nell'isola di 40.000 soldati, al comando del generale Roberto Morra di Lavriano, nominato Commissario Regio con pieni poteri, comprese esecuzioni sommarie e arresti di massa. Furono istituiti tribunali militari, vietate le riunioni pubbliche, confiscate le armi, introdotta la censura sulla stampa e proibito l'ingresso all'isola ai sospetti. Il movimento dei Fasci siciliani fu sciolto lo stesso 1894 e i capi arrestati. Il 30 maggio il Tribunale militare di Palermo condannò Giuseppe de Felice Giuffrida a 18 anni di carcere, Rosario Garibaldi Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro a 12 anni di carcere quali capi e responsabili dei Fasci siciliani. Nel 1895, con un atto di amnistia, venne concessa la clemenza a tutti i condannati.
  4. ^ M. De Micheli, Scalarini, 1978, p. 80: il dettaglio del denaro non fu però pubblicato dal giornale.
  5. ^ Cfr. Ugo Intini, "Avanti! Un giornale , un’epoca”
  6. ^ http://www.camera.it/_dati/leg02/lavori/stampati/pdf/11890001.pdf#nav
  7. ^ applicabile solo ai matrimoni con scomparsi senza lasciare traccia, condannati a lunghe pene detentive, coniuge straniero in presenza di divorzio all'estero, malati di mente, lunghe separazioni fra i coniugi o tentato omicidio del coniuge. Cfr. bibliolab - storia delle donne
  8. ^ Fuoricampo Italian Lesbian Group
  9. ^ L'Avanti! segue la diaspora dei socialisti e si spacca in tre, archiviostorico.corriere.it. URL consultato l'11/01/2015 (archiviato dall'url originale il ).
  10. ^ Redazione Online, Fondi al giornale «L'Avanti», Lavitola patteggia 3 anni e 8 mesi, in Corriere del Mezzogiorno, 09 novembre 2012. URL consultato il 05 marzo 2013.
  11. ^ Redazione Online, Smascherato De Gregorio: "Intascò due milioni per pagare gli usurai", in il Giornale.it, 04 giugno 2015. URL consultato il 29 maggio 2016.
  12. ^ Redazione Online, Editoria, Lavitola e De Gregorio dovranno restituire 24 milioni per i fondi de L’Avanti, in il manifesto.info, 12 marzo 2015. URL consultato il 29 maggio 2016.
  13. ^ Ugo Intini, “Di qui si passa”, in Avanti! della domenica, n.1 del 7 febbraio 2010, riportato nel sito web del giornale.
  14. ^ a b L' Avanti! è nostro, in Avanti! della domenica, n.39 del 13 novembre 2011, riportato nel sito web del giornale.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Valerio Castronovo, Luciana Giacheri Fossati, Nicola Tranfaglia, La stampa italiana nell'età liberale, Roma-Bari, Laterza, 1979.
  • Gaetano Arfé, Storia del socialismo italiano, 1892-1926, Torino, Einaudi, 1992.
  • Gaetano Arfé, Storia dell'Avanti!, Napoli, Giannini, 2002.
  • Ugo Intini, Avanti! Un giornale, un'epoca, Ponte Sisto, Roma, 2012.
  • Avanti, 1924-1926: i verbali del Consiglio di amministrazione Dal dibattito su Nenni e l'unità socialista alla devastazione del giornale. Collana Fondazione Anna Kuliscioff- gennaio 2015

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]