Presa di Roma

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Presa di Roma
parte del Risorgimento
La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d'epoca.
La breccia, qualche decina di metri sulla destra di porta Pia, in una foto d'epoca.
Data 20 settembre 1870
Luogo Stato Pontificio
Esito Vittoria italiana
Modifiche territoriali Annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
65.000 uomini 13.624 uomini
(8.300 pontifici e 5.324 volontari)
Perdite
32 morti
143 feriti
15 morti
68 feriti
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« La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico. »
(Camillo Benso, conte di Cavour, discorso al Parlamento del Regno di Sardegna 11 ottobre 1860[1])

La presa di Roma - nota anche come breccia di porta Pia - fu l'episodio del Risorgimento che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia.

Avvenuta il 20 settembre 1870, decretò la fine dello Stato Pontificio quale entità storico-politica e un momento di profonda rivoluzione nella gestione del potere temporale da parte dei Papi. L'anno successivo la capitale d'Italia fu trasferita da Firenze a Roma (legge 3 febbraio 1871, n. 33). L'anniversario del 20 settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione dopo i Patti Lateranensi nel 1929.

Le premesse[modifica | modifica wikitesto]

Il desiderio di porre Roma a capitale del nuovo regno d'Italia era già stato esplicitato da Cavour nel suo discorso al parlamento italiano il 27 marzo 1861. Cavour prese poco dopo i contatti a Roma con Diomede Pantaleoni, che aveva ampie conoscenze nell'ambiente ecclesiastico, per cercare una soluzione che assicurasse l'indipendenza del papa.

Il principio era quello della "libertà assoluta della chiesa" cioè la libertà di coscienza, assicurando ai cattolici l'indipendenza del pontefice dal potere civile.[2] Inizialmente si ebbe l'impressione che questa trattativa non dispiacesse completamente a Pio IX e al cardinale Giacomo Antonelli, ma questi dopo poco, già nei primi mesi del 1861, cambiarono atteggiamento e le trattative non ebbero seguito.[2]

Il comandante delle truppe pontificie, il badese Hermann Kanzler

Poco dopo Cavour affermò in parlamento che riteneva «necessaria Roma all'Italia», e che prima o poi Roma sarebbe stata la capitale, ma che per far questo era necessario il consenso della Francia. Sperava che l'Europa tutta sarebbe stata convinta dell'importanza della separazione tra potere spirituale e potere temporale, e quindi riaffermò il principio di «libera Chiesa in libero Stato».[2]

Cavour già nell'aprile scrisse al principe Napoleone per convincere l'Imperatore a togliere da Roma il presidio francese che lì si trovava. Ricevette anche dal principe un abbozzo di convenzione:

« Fra l'Italia e la Francia, senza l'intervento della corte di Roma, si verrebbe a stipulare quanto segue:

1º La Francia, avendo messo il Santo Padre al coperto d'ogni intervento straniero, ritirerebbe da Roma le sue truppe, in uno spazio di tempo determinato, di 15 giorni o al più di un mese.
2º L'Italia prenderebbe impegno di non assalire ed eziandio di impedire in ogni modo a chicchessia, ogni aggressione contro il territorio rimasto in possesso del Santo Padre.
3º Il governo italiano s'interdirebbe qualunque reclamo contro l'organamento di un esercito pontificio, anche costituito di volontari cattolici stranieri, purché non oltrepassasse l'effettivo di 10 mila soldati, e non degenerasse in un mezzo di offesa a danno del regno d'Italia.
4° L'Italia si dichiarerebbe pronta ad entrare in trattative dirette con il governo romano, per prendere a suo carico la parte proporzionale che le spetterebbe nella passività degli antichi stati della chiesa »

(in Cadorna, La liberazione[2])

Il conte di Cavour vi acconsentiva in linea di massima, perché sperava che la stessa popolazione romana avrebbe risolto i problemi senza bisogno di repressioni da parte di governi stranieri, e che il Papa avrebbe infine ceduto alle spinte unitarie. Le uniche riserve espresse riguardavano la presenza di truppe straniere. La convenzione però non arrivò a conclusione per la morte di Cavour, il 6 giugno del 1861.

Bettino Ricasoli, successore di Cavour, cercò di riaprire i contatti con il cardinale Antonelli già il 10 settembre 1861, con una nota in cui faceva appello «alla mente ed al cuore del Santo Padre, perché colla sua sapienza e bontà, consenta ad un accordo che lasciando intatti i diritti della nazione, provvederebbe efficacemente alla dignità e grandezza della chiesa».[2] Ancora una volta Antonelli e Pio IX si mostrarono contrari. L'ambasciatore francese a Roma scrisse al suo ministro che il cardinale gli aveva detto:

(FR)

« Quant à pactiser avec les spoliateurs, nous ne le ferons jamais. »

(IT)

« Quanto a fare accordi con gli espropriatori, noi non lo faremo mai »

(Card. Antonelli[2])

Da quel momento ci fu uno stallo nelle attività diplomatiche, mentre rimaneva viva la spinta all'azione di Garibaldi e dei mazziniani. Ci furono una serie di tentativi tra cui quello più noto si concluse all'Aspromonte ove i bersaglieri fermarono, dopo un breve conflitto a fuoco, Garibaldi che stava risalendo la penisola con una banda di volontari diretto a Roma.

Agli inizi del 1863, il governo Minghetti riprese le trattative con Napoleone III, ma dopo questi avvenimenti Napoleone pretese maggiori garanzie. Si arrivò quindi alla convenzione di settembre 1864, un accordo con Napoleone che prevedeva il ritiro delle truppe francesi, in cambio di un impegno da parte dell'Italia a non invadere lo Stato Pontificio. A garanzia dell'impegno da parte italiana, la Francia chiese il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Entrambe le parti espressero comunque una serie di riserve, e l'Italia si riservava completa libertà d'azione nel caso che una rivoluzione scoppiasse a Roma, condizioni che furono accettate dalla Francia, che riconobbe in questo modo i diritti dell'Italia su Roma.[2]

Nel settembre 1867 Garibaldi fece un nuovo tentativo sbarcando nel Lazio. In ottobre i francesi sbarcarono a Civitavecchia e si unirono alle truppe pontificie scontrandosi con i garibaldini. L'esercito italiano, in ottemperanza alla Convenzione di settembre, non varcò i confini dello Stato Pontificio. Il 3 novembre i garibaldini furono sconfitti nella Battaglia di Mentana. Tornata la pace, i soldati francesi, nonostante quanto previsto dalla Convenzione di settembre, lasciarono una guarnigione di stanza nella fortezza di Civitavecchia e due presidi, uno a Tarquinia e uno a Viterbo: in tutto 4.000 uomini)[3]. Il ministro francese Eugène Rouher dichiarò al Parlamento francese:

(FR)

« que l'Italie peut faire sans Rome; nous déclarons qu'elle ne s'emparera jamais de cette ville. La France ne supportera jamais cette violence faite à son honneur et au catholicisme. »

(IT)

« che l'Italia può fare a meno di Roma; noi dichiariamo che non si impadronirà mai di questa città. La Francia non sopporterà mai questa violenza fatta al suo onore ed al cattolicesimo. »

(Rouher.[2])

L'8 dicembre 1869 il Papa indisse a Roma il concilio ecumenico Vaticano I volendo risolvere il problema dell'infallibilità papale, questa decisione destò preoccupazione nella classe politica italiana per il timore che servisse al Papa per intromettersi con maggior autorità negli affari politici dello stato[2]. Il 9 dicembre Giovanni Lanza, nel discorso di insediamento alla presidenza della Camera dei deputati, dichiarò che «siamo unanimi a volere il compimento dell'unità nazionale; e Roma, tardi o tosto, per la necessità delle cose e per la ragione dei tempi, dovrà essere capitale d'Italia».[2] Alla fine del 1869 lo stesso Lanza, alla caduta del terzo gabinetto Menabrea, si insediò come nuovo capo del Governo.

Nel 1870 si propagarono nella penisola diverse insurrezioni di matrice mazziniana. Tra le più note vi fu quella di Pavia, dove il 24 marzo un gruppo di repubblicani assaltò una caserma. Il caporale Pietro Barsanti, in servizio nella caserma ed anch'egli mazziniano, rifiutò di reprimere i rivoltosi, contribuendo anzi a fomentare la rivolta. Arrestato e negatagli la grazia sovrana, Barsanti fu giustiziato il 26 agosto tra numerose polemiche. Lo stesso Giuseppe Mazzini, nel suo ultimo tentativo di battere sul tempo la monarchia, partì per la Sicilia tentando di sollevare un'insurrezione ma venne arrestato il 13 agosto 1870 e condotto in prigione a Gaeta.

Il 14 luglio 1870 il governo di Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia. Il fatto che l'Italia fosse alleata della Prussia forniva un buon motivo all'imperatore per mantenere i suoi presidi nello Stato Pontificio. L'Italia, legata ad entrambe le parti in conflitto, decise di attendere lo sviluppo della situazione.
Anni dopo, il 24 novembre 1876, Girolamo Napoleone II in un discorso all'Assemblea Nazionale francese dichiarò che la conservazione del potere temporale era costato alla Francia la perdita dell'Alsazia e della Lorena.[2]

Il 2 agosto la Francia, per assicurarsi l'appoggio dell'Italia, avvertì il governo italiano che era disponibile a ritirare le proprie truppe da Civitavecchia e dalla provincia di Viterbo. Il 20 agosto alla Camera furono presentate interpellanze da vari deputati, tra cui il Cairoli e il Nicotera, che chiedevano di denunciare definitivamente la convenzione del 15 settembre e di muovere su Roma.[2] La risposta governativa ricordava che la convenzione escludeva i casi straordinari e proprio questa clausola aveva permesso a Napoleone III di intervenire a Mentana. Nel frattempo comunque i francesi abbandonarono Roma. Il ritiro fu completato il 3 agosto 1870[4]. Di nuovo si mosse la diplomazia italiana chiedendo una soluzione della Questione romana. L'imperatrice Eugenia, che svolgeva in quel momento le funzioni di reggente, inviò la nave da guerra Orénoque a stazionare davanti a Civitavecchia.

Ma le vicende della guerra franco-prussiana peggiorarono per i francesi, e Napoleone III cercò soccorsi in Italia che, visto lo stato dei rapporti, gli furono negati.[2] Il 4 settembre 1870 cadeva il Secondo Impero, e in Francia veniva proclamata la Terza Repubblica. Questo stravolgimento politico aprì di fatto all'Italia la strada per Roma.

La preparazione diplomatica[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 agosto 1870 il ministro degli affari esteri, il marchese Emilio Visconti Venosta, inviò al ministro del Re a Parigi una lettera con cui espose i punti di vista del governo italiano da rappresentare al governo francese. Visconti Venosta rileva come le condizioni che hanno a suo tempo portato alla convenzione di settembre tra Italia e Francia siano completamente cadute.

(FR)

« Florence, 29 août 1870.
Il Ministro degli Affari Esteri al Ministro del Re a Parigi
… Le but que le Gouvernement impérial poursuivait, celui de faciliter une conciliation entre le Saint-Père, les Romains et l'Italie, dans un sens conforme aux vues exprimées par l'Empereur dans sa lettre à M. de Thouvenel du 26 mai 1862, a été non seulement manqué, mais même complètement perdu par suite de circonstances sur lesquelles il serait inutile d'appuyer… »

(IT)

« Firenze, 29 agosto 1870.
… L'obiettivo che il Governo imperiale ha perseguito, cioè di facilitare una conciliazione tra il Santo Padre, i Romani e l'Italia, conformemente ai punti di vista espressi dall'Imperatore nella sua lettera a M. de Thouvenel del 26 maggio 1862, è stato non solo mancato, ma è addirittura completamente fallito a causa di circostanze sulle quali è inutile insistere… »

(Visconti Venosta, in R. Cadorna, La liberazione di Roma, p. 331)

Lo stesso giorno Visconti Venosta diramò a tutti i rappresentanti di Sua Maestà all'estero una lettera circolare con la quale si esponevano alle potenze europee le garanzie che venivano offerte al Pontefice a tutela della sua libertà; contemporaneamente si sottolineava l'urgenza di risolvere un problema che, secondo l'opinione del governo italiano, non poteva essere rimandato[5]. Il 7 settembre inviò un'altra lettera in cui le intenzioni del governo vengono nuovamente esplicitate e le motivazioni rafforzate.[6] L'8 settembre il ministro del Re a Monaco, il genovese Giovanni Antonio Migliorati, risponde a Visconti Venosta esponendo i risultati del colloquio con il conte di Bray: «Il Ministro degli Affari Esteri mi disse che le basi che porrebbe l'Italia alla Santa Sede ... gli sembrerebbero tali da dover essere accettate da Roma...».[6]

Simili considerazioni arrivano da Berna spedite da Luigi Melegari. Anche i rappresentanti a Vienna, a Karlsruhe, presso il governo del Baden e a Londra esprimono opinioni simili. L'unico governo che esita in qualche modo a prendere posizione è quello di Bismarck che si trova a Parigi assieme al suo re, che in questi giorni sta per essere incoronato imperatore. Solo il 20 settembre da Berlino esprime una posizione di stretta non ingerenza.[6] Jules Favre ministro del nuovo governo francese invia il 10 settembre all'incaricato di Francia a Roma un'indicazione in cui afferma che il governo francese «ne peut approuver ni reconnaître le pouvoir temporel du Saint-Siège».[6]

Il 20 agosto il Cardinale Segretario di Stato Antonelli a sua volta aveva inviato una richiesta ai governi stranieri affinché si opponessero «alle violenze dal governo sardo minacciate». La maggior parte dei governi si limitò a non rispondere, altri invece espressero l'opinione che la cosa non li riguardava.[6]

Preparativi militari[modifica | modifica wikitesto]

Il governo procedette alla costituzione di un Corpo d'osservazione dell'Italia centrale. In questo contesto furono chiamate sotto le armi anche le classi dei nati dal 1842 al 1845. Il 10 agosto il ministro della guerra Giuseppe Govone convocò il generale Raffaele Cadorna cui assegnò il comando del corpo con le seguenti disposizioni:[7]

« 1° Mantenere inviolata la frontiera degli stati pontifici da qualunque tentativo d'irruzione di bande armate che tentassero di penetrarvi;

2° Mantenere l'ordine e reprimere ogni moto insurrezionale che fosse per manifestarsi nelle provincie occupate dalle divisioni poste sotto a' di Lei ordini;

3° Nel caso in cui moti insurrezionali avessero luogo negli stati pontifici, impedire che si estendano al di qua del confine. »

Il dispaccio concludeva con:

« La prudenza e l'energia altra volta da Lei dimostrata in non meno gravi circostanze[8], danno sicuro affidamento, che lo scopo che il governo si propone, sarà pienamente raggiunto. »

Oltre a Cadorna il governo nominò anche i comandanti delle tre divisioni che costituivano il corpo d'armata nelle persone dei generali Emilio Ferrero, Gustavo Mazè de la Roche e Nino Bixio. Cadorna sollevò subito i suoi dubbi sulla presenza di Bixio, considerato troppo impetuoso e quindi inadatto ad una missione che «richiedeva somma prudenza». Govone, che si ritirerà pochi giorni dopo dal governo, accettò le opinioni di Cadorna e nominò al posto di Bixio il generale Enrico Cosenz.[7]

Alla fine di agosto le tre divisioni furono portate a cinque ed il comando di questi nuovi reparti fu affidato al generale Diego Angioletti e a Bixio, richiamato, che non riscuoteva le simpatie del comandante del Corpo. Il totale degli effettivi del Corpo arrivò a superare le 50.000 unità.

L'esercito pontificio, comandato dal generale Hermann Kanzler, era costituito da 13.624 militari, di cui 8.300 regolari e 5.324 volontari. Gli effettivi erano i seguenti:[9]

Reggimenti italiani
  • 1.863 Gendarmi pontifici, agli ordini del generale Evangelisi;
  • 1.023 Squadriglieri di Provincia[10] (anch'essi agli ordini di Evangelisti);
  • 1.691 Fanteria di Linea, al comando del colonnello Azzanesi;
  • 1.174 Cacciatori, comandati dal tenente colonnello Sparagna;
  • 567 Dragoni, agli ordini del colonnello Lepri;
  • 996 Artiglieri, comandati dal colonnello Caimi;
  • 157 Genieri, agli ordini del colonnello Giorgio Lana e del maggiore Francesco Oberholtzer, direttore dei lavori di fortificazione;
  • Guardia nazionale (formata da 544 Guardie palatine al comando del maggiore Gemini).
Reggimenti stranieri
  • 3.040 Zuavi (il reggimento più numeroso, composto da quattro battaglioni), al comando del francese colonnello Athanase de Charette;
  • 1.195 Cacciatori stranieri, in maggioranza tedeschi, agli ordini dello svizzero Jeannerat;
  • 1.089 uomini della Legione di Antibes (francesi).

Completavano la forza militare:

  • 285 impiegati nei Servizi ausiliari e nella Sanità.

Il comandante era il generale Hermann Kanzler (badese), coadiuvato dai generali De Courten e Zappi.[11]

La lettera di Vittorio Emanuele II a Pio IX[modifica | modifica wikitesto]

L'8 settembre, alcuni giorni prima dell'attacco, Gustavo Ponza di San Martino, senatore del Regno, partì da Firenze per consegnare al Papa una lettera autografa di re Vittorio Emanuele II. L'indomani venne ricevuto dal cardinale Giacomo Antonelli, il quale lo ammise alla presenza del pontefice.

Nell'epistola Vittorio Emanuele, che si rivolgeva al pontefice "con affetto di Figlio, con fede di Cattolico, con lealtà di Re, con animo d'Italiano", dopo aver paventato le minacce del «partito della rivoluzione cosmopolita», esplicitava «l'indeclinabile necessità per la sicurezza dell'Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a guardia del confine, debbano inoltrarsi per occupare le posizioni indispensabili per la sicurezza di Vostra Santità e pel mantenimento dell'ordine».[12]

La risposta del Papa fu rispettosa ma ferma:[13]

« Sire,

Il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V. M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V. M. empia di amarezza l'ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V. M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno.

Dal Vaticano, 9 settembre 1870 »

Il 10 settembre il conte San Martino scrivendo da Roma al capo del governo, Giovanni Lanza, descrisse i suoi incontri con il cardinale Antonelli del giorno precedente e in particolare l'incontro con il Papa. Scrive il conte:

« ... che sono stato dal Santo Padre, che gli ho consegnato la lettera di Sua Maestà e la nota rimessami da V. Eccellenza.... Il Papa era profondamente addolorato, ma non mi parve disconoscere che gli ultimi avvenimenti rendono inevitabile per l'Italia l'azione su Roma… Esso [il Papa] non la riconoscerà legittima, protesterà in faccia al mondo, ma espresse troppo raccapriccio per le carneficine francesi e prussiane, per non darmi a sperare che non siano i modelli che vuol prendere … fui fermo nel dirgli che l'Italia trova il suo proposito di avere Roma, buono e morale… Il Papa mi disse, leggendo la lettera, che erano inutili tante parole, che avrebbe amato di meglio gli si dicesse a dirittura che il governo era costretto di entrare nel suo Stato »
(Ponza di San Martino[13])

Il conte di San Martino riferì verbalmente la frase pronunciata da Pio IX: «Io posso cedere alla violenza, ma dare la mia sanzione a un'ingiustizia, mai!»[14][15]

L'11 settembre l'inviato del re ritornò nella capitale. Nello stesso giorno cominciarono le operazioni militari, senza la consegna di una formale dichiarazione di guerra[16].

L'attacco allo Stato Pontificio[modifica | modifica wikitesto]

La Breccia di Porta Pia, che consentì l'annessione di Roma al Regno d'Italia - fotografia del 21 settembre 1870.

Il piano d'invasione dell'esercito italiano prevedeva l'ammassarsi di cinque divisioni ai confini dello Stato Pontificio in tre punti distinti[17]:

  1. A nord-est, presso Orvieto, vi era la II Divisione al comando del generale Nino Bixio;
  2. Ad est vi era il grosso dell'esercito (40 mila uomini su 50 mila), costituito da tre divisioni: l'XI, guidata dal generale Enrico Cosenz; la XII, al comando del generale Gustavo Mazè de la Roche; la XIII, agli ordini del generale Emilio Ferrero;
  3. A sud, sulla vecchia frontiera napoletana, era stanziata la IX Divisione, al comando del generale Diego Angioletti.

Si trattava in tutto di circa 50.000 uomini. Il comando supremo delle operazioni era affidato al Luogotenente generale Raffaele Cadorna. Nino Bixio avrebbe dovuto occupare Viterbo e, con l'aiuto della flotta, Civitavecchia per poi dirigersi verso Roma. Il generale Angioletti, entrando da sud, avrebbe occupato Frosinone e Velletri per poi convergere verso l'Urbe. Qui l'esercito si sarebbe riunito per sferrare l'attacco finale.

La sera del 10 settembre Cadorna ricevette l'ordine di attraversare il confine pontificio tra le cinque pomeridiane dell'11 ed entro le cinque antimeridiane del 12 settembre. Nel pomeriggio del giorno 11, fu Nino Bixio ad entrare per primo nel territorio dello Stato Pontificio: il generale avanzò verso Bagnorea (oggi Bagnoregio) e Angioletti si diresse su Ceprano (poco più di 20 km da Frosinone). Gli ordini di Kanzler, comandante dell'esercito pontificio, erano di resistere all'attacco delle camicie rosse, ma in caso d'invasione dell'esercito sabaudo, l'ordine era di ripiegare verso Roma. Così fecero gli Zuavi di stanza nelle località via via occupate dall'esercito italiano[18]. Bixio si mosse lungo la strada che scorre ad est del lago di Bolsena attraversando Montefiascone per finire a Viterbo (in tutto circa 45 km). Gli Zuavi di stanza a Viterbo ripiegarono verso Civitavecchia, dove giunsero il 14 settembre. Nel frattempo il generale Ferrero aveva occupato Viterbo prima di Bixio che, pertanto, accelerò la marcia verso il porto di Civitavecchia. La piazzaforte si era preparata per resistere a un lungo assedio. Ma il comandante, il colonnello spagnolo Serra, la sera del 15 settembre si arrese senza combattere[19]. La mattina seguente la piazzaforte e il porto di Civitavecchia furono occupati dall'esercito e dalla marina italiane.

Negli stessi giorni Angioletti prendeva possesso delle province di Frosinone e Velletri: entrato in territorio pontificio il 12 settembre, occupò la città di Frosinone il 13 e tre giorni dopo entrò in Velletri[20]. Il Luogotenente generale Cadorna, stanziato in Sabina, col grosso dell'esercito si diresse verso Roma lungo la riva destra del Tevere, seguendo il tracciato della vecchia via Salaria. Ricevette però l'ordine di non seguire una via diretta verso Roma. Secondo il rapporto stilato dallo stesso Cadorna, "motivi politici" avrebbero imposto di allungare la strada. Cadorna occupò alcuni centri minori, come Rignano e Civita Castellana[21]. Il 14 settembre le tre divisioni sotto il suo comando si riunirono alla Giustiniana (circa 12 km a nord-ovest di Roma). Entro due giorni furono raggiunte da Bixio e da Angioletti.

Il 15 settembre Cadorna inviò una lettera al generale Kanzler: gli chiese di acconsentire all'occupazione pacifica della città. Kanzler rispose che avrebbe difeso Roma con tutti i suoi mezzi a disposizione[22]. Al generale Cadorna fu ordinato di portarsi in prossimità delle mura romane ma evitare momentaneamente qualsiasi scontro con le truppe pontificie, e attendere la negoziazione della resa. Il piano d'attacco dell'esercito italiano prevedeva che Cosenz, Mazé de la Roche e Ferrero avrebbero attaccato la cinta muraria che si dipana dal Tevere alla Via Prenestina (da Porta del Popolo a Porta Maggiore). Angioletti avrebbe attaccato il fianco sud mentre Bixio, proveniente da Civitavecchia, sarebbe entrato a Trastevere. In caso di trattative infruttuose, l'esercito italiano avrebbe fatto ricorso alla forza, evitando, tuttavia, di penetrare nella Città Leonina[23].

L'attacco alla città fu portato in diversi punti. Il cannoneggiamento delle mura iniziò alle 5 di mattina del 20 settembre. Pio IX aveva minacciato di scomunicare chiunque avesse comandato di aprire il fuoco sulla città. La minaccia non sarebbe stata un valido deterrente per l'attacco, comunque l'ordine di cannoneggiamento non giunse da Cadorna bensì dal capitano d'artiglieria Giacomo Segre, giovane ebreo che dunque non sarebbe incorso in alcuna scomunica. Il primo punto a essere bombardato fu Porta San Giovanni, seguito dai Tre Archi di Porta San Lorenzo e da Porta Maggiore. Si udirono altri fragori dall'altra parte della città: si trattava dell'azione diversiva della divisione Bixio, posizionata a ridosso di San Pancrazio. Iniziarono i bombardamenti anche sul "vero fronte", quello compreso tra Porta Salaria e Porta Pia. Furono le batterie 2º (capitano Buttafuochi) e 8º (capitano Malpassuti) del 7º Reggimento di artiglieria di Pisa ad aprire il fuoco alle 5,10 su Porta Pia[24][25].

Poco dopo le ore 9 iniziò ad aprirsi una vasta breccia a una cinquantina di metri alla sinistra di Porta Pia. Una pattuglia di bersaglieri del 34º battaglione fu inviata a costatarne lo stato. I comandanti d'artiglieria ordinarono di concentrare lo sforzo proprio in quel punto (erano le 9,35). Dopo dieci minuti d'intenso fuoco, la breccia era abbastanza vasta (circa trenta metri) da permettere il passaggio delle truppe. Cadorna ordinò immediatamente la formazione di due unità di assalto per penetrare nel varco, assegnandone il comando ai generali Mazé e Cosenz: si trattava di un battaglione di fanteria[26] e di uno di bersaglieri, accompagnati da alcuni carabinieri[27]. Ma l'assalto non fu necessario: verso le ore dieci, dal campo pontificio fu esposta la bandiera bianca[28]. Mentre la resistenza cessava a Porta Pia, la bandiera bianca fu issata lungo tutta la linea delle mura. I generali Ferrero e Angeletti la rispettarono, invece Bixio continuò il bombardamento per circa mezz'ora. Mazé e Cosenz proseguirono nel loro assalto; le truppe italiane oltrepassarono la breccia di Porta Pia sparando e facendo prigionieri[29].

Il maggiore Giacomo Pagliari, comandante del 34º Bersaglieri, colpito a morte durante la presa di Porta Pia[nell'elenco dei caduti (sezione sotto) non compare].

Dopo l'irruzione dentro la cinta muraria delle truppe italiane vi furono ancora scontri qua è là che si spensero in poche ore con la resa chiesta dal generale Kanzler. La divisione Angioletti occupò Trastevere, quella di Ferrero l'area compresa tra Porta San Giovanni, Porta Maggiore, Porta San Lorenzo, via di San Lorenzo, Santa Maria Maggiore, via Urbana e via Leonina fino a Ponte Rotto. Le truppe di Mazè si attestarono tra Porta Pia, Porta Salaria e via del Corso occupando piazza Colonna, piazza di Termini e il Quirinale. Quelle di Cosenz presidiarono piazza Navona e piazza del Popolo. Per ordine di Cadorna, così come convenuto con il governo, non furono occupate la Città Leonina, Castel Sant'Angelo e i colli Vaticano e Gianicolo.

Una curiosità è che tra i partecipanti all'evento vi fu anche lo scrittore e giornalista Edmondo De Amicis, all'epoca ufficiale dell'esercito italiano che ha lasciato una particolareggiata descrizione dell'evento nel libro Le tre capitali:

« [...] La porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materasse fumanti, di berretti di Zuavi, d'armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti. [...] »

Sullo scontro, invece, ci offre alcune informazioni Attilio Vigevano che riferisce che mentre gli Zuavi pontifici combattevano, prima della resa, molti di essi intonarono il loro canto preferito, quello dei Crociati di Cathelineau:

« Intonato dal sergente Hue, e cantato da trecento e più uomini, l'inno echeggiò distinto per alcuni minuti; il capitano Berger ne cantò una strofa ritto sulle rovine della breccia colla spada tenuta per la lama e l'impugnatura rivolta al cielo quasi a significare che ne faceva omaggio a Dio; presto però illanguidì e si spense nel ricominciato stridore della fucilata, nel raddoppiato urlio, nel tumulto delle invettive »
(Attilio Vigevano, La fine dell'Esercito Pontificio, Albertelli, p. 571.)

Secondo la descrizione di Antonio Maria Bonetti (1849-1896), caporale dei Cacciatori Pontifici:

« Stavamo sulle righe, quando alcune voci sulla Piazza di San Pietro gridarono: "Il Papa, il Papa!". In un momento, cavalieri e pedoni, ufficiali e soldati, rompono le righe e corrono verso l'obelisco, prorompendo nel grido turbinoso e immenso di: "Viva Pio IX, viva il Papa Re!", misto a singhiozzi, gemiti e sospiri. Quando poi il venerato Pontefice, alzate le mani al cielo, ci benedisse, e riabbassatele, facendo come un gesto di stringerci tutti al suo cuore paterno, e quindi, sciogliendosi in lacrime dirotte, si fuggì da quel balcone per non poter sostenere la nostra vista, allora sì veruno più poté far altro che ferire le stelle con urla, con fremiti ed esecrazioni contro coloro che erano stati causa di tanto cordoglio all'anima di un sì buon Padre e Sovrano »

Condizioni di capitolazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 21 settembre il generale Cadorna prese possesso della città. Dal suo Quartier generale in Villa Patrizi ordinò che tutta Roma, ad eccezione della Città Leonina, fosse evacuata dall'esercito pontificio e occupata dagli italiani. Le truppe pontificie avrebbero ricevuto l'onore delle armi ed i volontari sarebbero tornati alle proprie case[30]. Al tramonto tutta Roma, ad eccezione della Città Leonina, era stata occupata dagli italiani. Entro mezzogiorno del 21 i soldati pontifici lasciarono l'Urbe. Il giorno successivo (22 settembre) il papa chiese al comandante italiano di entrare nella Città Leonina allo scopo di prevenire i possibili disordini. Cadorna avvisò il governo e ordinò alle sue truppe di procedere[31].

Il 27 settembre l'esercito italiano prese possesso anche di Castel Sant'Angelo e, da quel momento, i possedimenti del Papa furono limitati al Vaticano[32]. Pio IX decise di non riconoscere la sovranità italiana su Roma. Il parlamento italiano, per cercare di risolvere la questione, promulgò nel 1871 la Legge delle Guarentigie, ma il Papa non accettò la soluzione unilaterale di riappacificazione proposta dal governo e non mutò il suo atteggiamento. Questa situazione, indicata come "Questione Romana", perdurò fino ai Patti Lateranensi del 1929.

Il primo francobollo a portare per il mondo la notizia dell'unificazione della nazione fu il Vittorio Riquadrato, di cui è giunto perfettamente conservato un esemplare su lettera timbrata proprio il 20 settembre 1870 a Roma.[33]

Considerazioni sulle operazioni belliche[modifica | modifica wikitesto]

La Breccia di Porta Pia in una litografia colorata del tempo

Nonostante l'importanza storica dei fatti (la riunione di Roma all'Italia e la fine dello Stato Pontificio), dal punto di vista militare l'operazione non fu di particolare rilievo: infatti la assai debole resistenza opposta dall'esercito pontificio (complessivamente 15.000 uomini, tra cui dragoni pontifici, guardie svizzere, volontari provenienti per lo più da Francia, Austria, Baviera, Paesi Bassi, Irlanda, Spagna, ma soprattutto Zuavi, al comando dal generale Kanzler) ebbe soprattutto valore simbolico.

Sulle ragioni per cui papa Pio IX non oppose una ferma resistenza sono state fatte varie ipotesi: la più accreditata è quella della rassegnazione della Santa Sede all'impossibilità di evitare la conquista dell'Urbe da parte del contingente italiano. La volontà del papa fu quindi di mettere da parte ogni ipotesi di risposta militare all'attacco italiano. È infatti noto che l'allora segretario di stato, il cardinale Giacomo Antonelli, abbia dato ordine al generale Kanzler di ritirare le truppe entro le mura e di limitarsi ad un puro atto di resistenza formale, quale poi fu quello opposto alle truppe di Cadorna.

L'amministrazione italiana di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Giunta di governo[modifica | modifica wikitesto]

Il governo provvisorio di Roma

I componenti della Giunta, oltre al presidente Michelangelo Caetani, erano i seguenti:[34]

Il 24 settembre il generale Cadorna, che aveva ricevuto dal governo italiano l'incarico di «promuovere la formazione della Giunta della città di Roma», formò il governo provvisorio assegnandone la presidenza a Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta.[34] L'organismo, che aveva funzioni simili a quelle dell'attuale giunta comunale, prese il nome di «Giunta provvisoria di governo di Roma e sua provincia» e si insediò il giorno seguente in Campidoglio[35].

Plebiscito di annessione del 2 ottobre 1870[modifica | modifica wikitesto]

Il governo del Regno aveva "nei memorandum diramati all'estero", "proclamato il diritto dei romani di scegliersi il governo che desideravano"[36]. Così come era stato fatto per le altre provincie italiane, anche a Roma fu quindi indetto un referendum per sancire l'avvenuta riunificazione della città con il Regno d'Italia.

La formula inizialmente proposta vedeva all'inizio del quesito proposto la formula «Colla certezza che il governo italiano assicurerà l'indipendenza dell'autorità spirituale del Papa, ...».[36] Questa premessa fu poi giudicata inutile e la domanda posta fu:

« Desideriamo essere uniti al Regno d'Italia, sotto la monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori »

Inizialmente il governo a Firenze aveva esclusa dalla votazione la Città Leonina, che si voleva lasciare sotto il controllo del Papa, ma le rimostranze di parte della popolazione e la mancanza di interesse da parte del governo pontificio spinsero le autorità locali a permettere anche agli abitanti di quel rione di partecipare alla consultazione, seppure con un seggio posto oltre ponte Sant'Angelo.[36]

Il plebiscito si svolse il 2 ottobre 1870, una domenica. I risultati videro ufficialmente la schiacciante vittoria dei , 40.785, a fronte dei no che furono solo 46. Il risultato complessivo nella provincia di Roma fu di 77.520 "sì" contro 857 "no". In tutto il territorio annesso i risultati furono 133.681 "sì" contro 1.507 "no".[36][37] Tuttavia i dati non appaiono sorprendenti se si considera la spinta delle schiere cattoliche all'astensionismo, talvolta attuata anche con qualche escamotage (ad esempio a Veroli il vescovo sceglie proprio il 2 ottobre per dispensare con solennità la Cresima). Ma l'invito all'astensione non fu lungimirante: permise al governo italiano di ostentare la schiacciante maggioranza dei sì, mentre il numero dei non votanti, per non parlare dei non iscritti, rimase nell'ombra[38][39]. A ricordo dell'inizio del moderno Stato d'Italia come lo conosciamo oggi, il XX Settembre è riportato nella toponomastica di molte città italiane.

Effettuato il plebiscito, il governo italiano si mosse con celerità per liquidare lo Stato Pontificio. Il regio decreto 9 ottobre 1870, n° 5903, proclamò l'annessione del Lazio all'Italia, e altri tre decreti di pari data istituirono una luogotenenza generale affidandola al senatore e generale Alfonso La Marmora, e accordarono le prime guarentigie per la persona del papa.[40] Sei giorni dopo il regio decreto 15 ottobre 1870, n°5929, introdusse la struttura amministrativa del Regno programmando la creazione della Provincia di Roma per il successivo 5 novembre.[41]

Le elezioni amministrative furono indette per domenica 13 novembre, mentre nelle due domeniche successive vennero celebrate in tutta Italia le elezioni politiche anticipate dopo lo scioglimento della Camera dei deputati voluto dal governo Lanza appositamente per dare rappresentanza alla nuova provincia e far cogliere alla Destra storica il consenso generato dal completamento dell'unità nazionale. Entrambi gli appuntamenti si posero in netto contrasto col precedente plebiscito, dato che la vigente normativa (che assegnava il diritto di voto in base al censo) ammise alle urne poco più di diecimila persone in tutto il Lazio[42].
Il quadro si completò col regio decreto 25 gennaio 1871, n° 26, che concluse il periodo straordinario della luogotenenza con le nomine di Giuseppe Gadda a prefetto e di Francesco Pallavicini a sindaco di Roma, ed infine con la legge del 3 febbraio 1871 che deliberò il trasferimento della capitale da Firenze a Roma.

Ripercussioni internazionali[modifica | modifica wikitesto]

Il ministro degli Esteri italiano, Visconti-Venosta, informò le cancellerie europee mentre la guerra franco-prussiana proseguiva con l'assedio di Parigi da parte delle truppe prussiane[43].

Gli Stati europei non riconobbero ma accettarono l'azione italiana. Già il 21 settembre il rappresentante del re a Monaco scriveva che il conte Otto von Bray-Steinburg, ministro bavarese, avvertito degli avvenimenti gli aveva espresso la sua soddisfazione che tutto si fosse svolto senza spargimento di sangue. Launay da Berlino riportava il 22 settembre la posizione di neutralità del governo di Otto von Bismarck. Il 21 settembre da Tours il "Ministro del Re", cioè l'ambasciatore, in Francia, Costantino Nigra, inviava il seguente messaggio:

« Ho ricevuto stamane il telegramma col quale l'E. V. mi fece l'onore di annunziarmi che le regie truppe sono entrate ieri a Roma, dopo una lieve resistenza delle milizie straniere, che cessarono il fuoco dietro ordine del Papa.

Ho immediatamente comunicato questa notizia al signor Cremieux, membro del Governo della difesa nazionale, Guardasigilli e Presidente della Delegazione governativa stabilita in Tours.
Il signor Cremieux mi ha espresso le sue vive felicitazioni per fatto annunziatogli. »

(Costantino Nigra)

Carlo Cadorna, fratello maggiore del generale, era ambasciatore a Londra e nel dispaccio spedito il 22 settembre, parlò del lungo colloquio che ebbe con il conte di Granville, ministro degli Esteri del gabinetto Gladstone. Granville non fece commenti data la novità della notizia, ma secondo Cadorna «la notizia che gli aveva data gli era riuscita gradita». Questa impressione fu poi confermata in un altro telegramma spedito il 27, in cui l'ambasciatore esprimeva la soddisfazione del ministro sulle modalità con cui si erano svolti gli avvenimenti.

Reazioni del governo pontificio[modifica | modifica wikitesto]

A pochi giorni dalla presa di Roma, il 1º novembre 1870 Pio IX emanò l'enciclica Respicientes ea nella quale dichiarava "ingiusta, violenta, nulla e invalida" l'occupazione dei domini della Santa Sede.[44]

Il cardinale Antonelli l'8 novembre diramò ai rappresentanti degli stati stranieri una nota che attaccava Visconti Venosta ed in cui affermava: «Quando con un cinismo senza esempio, si pone in ogni cale ogni principio di onestà e giustizia, si perde il diritto di essere creduti». Pio IX si dichiarò «prigioniero politico del Governo italiano». Lo Stato Italiano promulgò nel maggio del 1871 la Legge delle guarentigie, con la quale assegnava alla chiesa l'usufrutto dei beni che ora appartengono alla Città del Vaticano, e si conferivano al Papa una serie di garanzie circa la sua indipendenza. Tuttavia tale compromesso non venne mai accettato né da Pio IX né dai suoi successori.

Nel 1874 Pio IX emanò il Non expedit, con cui vietò ai cattolici italiani la partecipazione alla vita politica. Soltanto in età giolittiana tale divieto sarebbe stato eliminato progressivamente, fino al completo rientro dei cattolici "come elettori e come eletti" nella vita politica italiana: solo nel 1919, con la fondazione del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, i cattolici furono presenti nel mondo politico italiano ufficialmente. La situazione venne sistemata nel 1929, in pieno Fascismo, con i Patti Lateranensi, mediante i quali si giunse ad una effettiva composizione bilaterale della vicenda.

Reazioni dei cattolici modernisti[modifica | modifica wikitesto]

Tra i cattolici che salutarono favorevolmente o entusiasticamente la Liberazione di Roma del 20 settembre 1870 vi furono i "modernisti", tra cui Alessandro Manzoni e lord Acton, perché videro in ciò una molto maggiore libertà dei cattolici dal potere temporale del papato.[senza fonte]

Caduti[modifica | modifica wikitesto]

Secondo i dati forniti dal Generale Raffaele Cadorna nel suo libro, l'intera campagna di occupazione del Lazio costò 49 morti e 141 feriti all'esercito italiano; e 20 morti e 49 feriti all'esercito pontificio. Questo è l'elenco dei caduti in seguito alla Presa di Roma[45]

Sergente Duchet Emile, francese, di anni 24, deceduto il 1º ottobre.
Sergente Lasserre Gustave, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l'Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Jean-Baptiste, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel André, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Henri, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Jan, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
Altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Georg, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.

Elenco alfabetico dei caduti italiani il 20 settembre 1870:

Agostinelli Pietro, Aloisio Valentino, Bertuccio Domenico, Bianchetti Martino, Bonezzi Tommaso, Bosco Antonio, Bosi Cesare, Calcaterra Antonio, Campagnolo Domenico, Canal Luigi, Cardillo Beniamino, Cascarella Emanuele, soldato Lorenzo Cavallo[46], Corsi Carlo, De Francisci Francesco, Gambini Angelo, Gianniti Luigi, Gioia Guglielmo, Iaccarino Luigi, Izzi Paolo, Leoni Andrea, Maddalena Domenico, Marabini Pio, Martini Domenico, Matricciani Achille, Mattesini Ferdinando, Mazzocchi Domenico, Morrara Serafino,:Maggiore Giacomo Pagliari, comandante 34º battaglione Bersaglieri, Palazzoni Michele, Paoletti Cesare, Perretto Pietro, Prillo Giacomo, Rambaldi Domenico, Renzi Antonio, Ripa Alarico, Risato Domenico, Romagnoli Giuseppe, Sangiorgi Paolo, Santurione Tommaso, Spagnolo Giuseppe, Theorisod Luigi David, Tumino Giuseppe, Turina Carlo, Valenzani Augusto, Xharra Luigi, Zanardi Pietro, Zoboli Gaetano.

La presa di Roma nel cinema[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel 1980 Luigi Magni cura la regia di Arrivano i bersaglieri, ritratto della Roma nei giorni subito seguenti la breccia di Porta Pia. Mentre dilaga il trasformismo, un aristocratico ostile ai conquistatori ospita in casa uno zuavo, senza sapere che quest'ultimo ha ucciso suo figlio bersagliere.

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Targa al Senato della Repubblica
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m R. Cadorna: La liberazione, pp.1 sgg
  3. ^ P. K. O'Clery, p. 664
  4. ^ P. K. O'Clery, p. 669
  5. ^ Il testo in Cadorna, La liberazione..., p. 333.
  6. ^ a b c d e R. Cadorna: La liberazione, pp.33 e segg
  7. ^ a b R. Cadorna: La liberazione... pp.55 e segg.
  8. ^ Le repressioni del 1866 a Palermo e del 1869 in Emilia, che Cadorna aveva guidato
  9. ^ P. K. O'Clery, p. 687
  10. ^ Compagnie di contadini ben addestrati; indossavano il loro costume tradizionale.
  11. ^ Marianna Borea, L'Italia che non si fece, Roma, Armando, 2013.
  12. ^ R. Cadorna: La liberazione.., pp. 36-38
  13. ^ a b R. Cadorna: La liberazione.., pp. 40-44
  14. ^ P. K. O'Clery, p. 684
  15. ^ Secondo Raffaele Cadorna, invece, il Papa avrebbe detto: «Io non sono profeta, né figlio di profeta, ma in realtà vi dico che non entrerete in Roma». Cfr. Cadorna, La liberazione di Roma....
  16. ^ P. K. O'Clery, p. 688
  17. ^ P. K. O'Clery, p. 689
  18. ^ P. K. O'Clery, p. 688
  19. ^ P. K. O'Clery, p. 693
  20. ^ P. K. O'Clery, p. 694
  21. ^ P. K. O'Clery, p. 695
  22. ^ P. K. O'Clery, pp. 703-704
  23. ^ Antonello Battaglia, La capitale contesa. Firenze, Roma e la Convenzione di Settembre (1864), Nuova Cultura, Roma, 2013, p. 168
  24. ^ Il 7º Reggimento di artiglieria del Regno d'Italia (attuale 7º Reggimento difesa NBC "Cremona") si venne costituendo - durante il Risorgimento - con unità di artiglieria del ducato di Parma e di Toscana ed in particolare con l'Artiglieria Guardacoste dell'Esercito Granducale di Toscana. Fu la prima ad aprire il fuoco a Curtatone nella Prima guerra d'indipendenza. Ebbe sede agli Arsenali di Pisa (la cosiddetta "Cittadella") fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. L'onore venne concesso poiché la 3ª batteria dell'unità di artiglieria guardacoste del Granducato di Toscana fu la prima ad aprire il fuoco nella battaglia di Curtatone e Montanara il 29 maggio 1848.
  25. ^ Una descrizione dettagliata (i colpi italiani sparati furono 888) e corredata da numerosi testi di dispacci, sia italiani che pontifici, si trova a pag. 1075 nel libro del generale Carlo Montù Storia dell'artiglieria Italiana, Edizioni Arti Grafiche Santa Barbara, Roma.
  26. ^ L'Unità di Fanteria che entrò a Roma era il 39º Reggimento Fanteria del Regio Esercito
  27. ^ Roma Capitale, Carabinieri.it, carabinieri.it. URL consultato il 16 aprile 2012.
  28. ^ P. K. O'Clery, p. 712
  29. ^ P. K. O'Clery, p. 713
  30. ^ P. K. O'Clery, p. 721
  31. ^ Antonello Battaglia, L’Italia senza Roma. Manovre diplomatiche e strategie militari (1865-1870), Roma, Aracne, 2015, p. 194, ISBN 978-88-548-8300-0.
  32. ^ P. K. O'Clery, p. 724
  33. ^ Cronaca filatelica n°314 – Pag. 66-Editoriale Olimpia -Febbraio 2005
  34. ^ a b Cadorna pp. 229 e sgg.
  35. ^ P. K. O'Clery, p. 725
  36. ^ a b c d Cadorna pp. 265 e sgg.
  37. ^ The Encyclopædia Britannica, 1911, p. 60.
  38. ^ Risorgimento e Religione, C. Cardia, 2011, p. 185, note a margine
  39. ^ Gli inizi di Roma Capitale, C. Pavone, p. 34 e ss.
  40. ^ Roma Capitale
  41. ^ Wikisource
  42. ^ Archivio storico de «La Stampa»
  43. ^ Antonello Battaglia, L’Italia senza Roma. Manovre diplomatiche e strategie militari (1865-1870), Roma, Aracne, 2015, p. 201.
  44. ^ Testo dell'enciclica in italiano
  45. ^ Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994, pagg. 672-673
  46. ^ Antonello Battaglia, Lorenzo Cavallo. Un piccolo "eroe" a Porta Pia, in Giovanna Motta (a cura di), Il Risorgimento italiano. La costruzione della nazione,Passigli, Firenze, 2012, pg.185

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonello Battaglia, La capitale contesa. Firenze, Roma e la Convenzione di settembre (1864), Nuova Cultura, Roma, 2013.
  • Antonello Battaglia, Lorenzo Cavallo un piccolo "eroe" a Porta Pia, in G. Motta (a cura di), Il Risorgimento italiano. Dibattito sulla costruzione di una nazione, Passigli, Firenze, 2012.
  • Antonello Battaglia, L'Italia senza Roma. Manovre diplomatiche e strategie militari (1865-1870), Aracne, Roma, 2015, 978-88-548-8300-0.
  • Raffaele Cadorna, La liberazione di Roma nell'anno 1870, 3ª ed. 1898, Torino.
  • Tommaso di Carpegna Falconieri, Settembre 1870. Roma pontificia e Roma italiana nei diari di Vittorio Massimo e di Guido di Carpegna, Roma, Gruppo dei Romanisti, 2006.
  • Patrick Keyes O'Clery, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l'unità della nazione, Milano, Ares, 2000.
  • Attilio Vigevano, La fine dell'Esercito pontificio, Roma, Stab. poligr. per l'amministrazione della guerra, 1920. Copia anastatica stampata da Ermanno Albertelli Editore, 1994, ISBN 88-85909-95-7.
  • Hercule De Sauclières, Il Risorgimento contro la Chiesa e il Sud. Intrighi, crimini e menzogne dei piemontesi. Controcorrente, Napoli, 2003. ISBN 978-88-89015-03-2
  • Giovanni Di Benedetto, Claudio Rendina, Storia di Roma moderna e contemporanea, Newton Compton Editori, Roma. ISBN 88-541-0201-6

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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