Basilica di Santa Maria Maggiore

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Papale arcibasilica patriarcale maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore
Roma - 2016-05-23 - Basilica di Santa Maria Maggiore - 2957.jpg
La facciata della basilica
StatoItalia Italia
RegioneLazio
LocalitàRoma
ReligioneCattolica di rito romano
TitolareVergine Maria
Diocesi Roma
ConsacrazioneV secolo
Stile architettonicoPaleocristiano
barocco
Sito webSito ufficiale

Coordinate: 41°53′51″N 12°29′55″E / 41.8975°N 12.498611°E41.8975; 12.498611

La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di "basilica di Santa Maria Maggiore" o "basilica Liberiana" (perché sul suo sito si pensava ci fosse un edificio di culto fatto erigere da Papa Liberio, cosa tuttavia smentita da indagini effettuate sotto la pavimentazione), è una delle quattro basiliche papali di Roma, situata sulla sommità del colle Esquilino, sul culmine del Cispio, tra il Rione Monti e l'Esquilino. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte.

L'arciprete della basilica è il cardinale Stanisław Ryłko, mentre il protocanonico onorario è di diritto il re di Spagna.

Status giuridico[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio della Basilica, comprese le scalinate esterne, costituisce area extraterritoriale a favore della Santa Sede. La basilica gode, insieme ad altri immobili e in base ad accordi tra Stato italiano e Santa Sede, del privilegio di extraterritorialità e dell'esenzione da espropriazioni e da tributi, come stabilito dai Patti Lateranensi e formalizzato nell'Accordo di Villa Madama[1][2].

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Fondazione[modifica | modifica wikitesto]

Matthias Grünewald, Fondazione della basilica di Santa Maria Maggiore (1519)

Edificata durante il pontificato di Papa Liberio (352-366) fu ricostruita o ristrutturata da papa Sisto III (432-40), che la dedicò al culto della Madonna, la cui divina maternità era appena stata riconosciuta dal concilio di Efeso (431)[3].

La costruzione avvenne su una chiesa precedente, che una diffusa tradizione vuole sia stata la Madonna stessa ad ispirare apparendo in sogno a papa Liberio e al patrizio Giovanni e suggerendo che il luogo adatto sarebbe stato indicato miracolosamente. Così quando la mattina del 5 agosto un'insolita nevicata imbiancò l'Esquilino papa Liberio avrebbe tracciato nella neve il perimetro della nuova basilica, costruita poi grazie al finanziamento di Giovanni. Di questo antico edificio rimane il ricordo solo in un passo del Liber Pontificalis che afferma che Liberio «fecit basilicam nomini suo iuxta Macellum Liviae».

Ad ogni modo il 5 agosto di ogni anno, in ricordo di Nostra Signora della Neve, avviene la rievocazione del cosiddetto "miracolo della nevicata": durante la celebrazione della s. messa al mattino e del Vespro alla sera, viene a scendere dal centro del soffitto a cassettoni in corrispondenza della cripta della mangiatoia, una cascata di petali bianchi.

La chiesa precedente era dedicata alla fede nel Credo proclamato dal primo concilio di Nicea[3].

La basilica costruita da papa Sisto III a partire dall'anno 432 si presentava a tre navate, divise da 21 colonne di spoglio per lato, sormontate da capitelli ionici, sopra le quali correva un architrave continuo. La navata centrale era illuminata da 21 finestre per lato (la metà delle quali furono successivamente tamponate) ed era sormontata da una copertura lignea con capriate a vista.

I mosaici[modifica | modifica wikitesto]

Particolare dei mosaici della navata

«L’arte tentò forme nuove nell’arco trionfale della basilica di Santa Maria Maggiore eretto da Sisto III, dove pare echeggi la preghiera di Cirillo al Concilio di Efeso contro l’eresia di Nestorio: « Salve, o Maria, madre di Dio, tesoro venerabile di tutto il mondo, lucerna che mai si spegne, fulgida corona della verginità, tempio indistruttibile, madre e vergine ad un tempo...Salve, o tu che nel tuo grembo hai portato l’infinito...»

( Adolfo Venturi, Storia dell’Arte Italiana, vol. I- Dai primordi dell’Arte Cristiana al tempo di Giustiniano, Milano, Ulrico Hoepli Editore, MDCCCCI, pp. 252-253. La preghiera è tratta da MIGNE, Patr. gr., vol. 77, 1029)

La navata venne decorata sempre in età sistina da mosaici, entro pannelli collocati sotto le finestre, in origine racchiusi da edicolette, con un ciclo di storie del Vecchio Testamento: storie di Abramo, Giacobbe, Isacco sul lato sinistro, Mosè e Giosuè su quello destro. Degli originari 42 riquadri, molti dei quali presentavano due scene sovrapposte, ne restano 27 (12 sulla parete sinistra e 15 sulla destra) dopo le distruzioni dovute alle aperture laterali settecentesche.

Si tratta certamente del primo ciclo figurativo apparso in una chiesa romana. Le storie veterotestamentarie mostrano indubbie tangenze stilistiche con il cosiddetto "Virgilio Vaticano", manoscritto dell'Eneide conservato nella Biblioteca apostolica vaticana, e con la Bibbia detta Itala di Quedlinburg, ma sono stati notati anche legami con l'iconografia imperiale, secondo un processo di appropriazione dell'immagine e degli attributi visivi imperiali tipico dell'arte paleocristiana. Questi rapporti, nonché la disposizione non sempre cronologica delle scene e del tutto funzionale a ogni singolo episodio e a rispondenze ritmiche all'interno della serie, sottendono l'utilizzo di un piano figurativo appositamente studiato, forse addirittura dal giovanissimo Leone non ancora papa[4].

Queste storie presentano caratteri stilistici legati alla pittura tardoantica (una tradizione seicentesca che inizia con Ciampini voleva addirittura che fossero state realizzate nel IV secolo): ombreggiature, sfumature con passaggi di colore graduali, realistica raffigurazione dello spazio e dei volumi, macchie di colore, fondo cangiante in relazione al contrasto con le figure.

I mosaici dell'arco trionfale

Più ieratiche e ritmicamente dilatate sono le scene dei mosaici dell'arco trionfale, rappresentanti alcuni momenti dell’Infanzia di Cristo, alcune delle quali tratte da vangeli apocrifi (Annunciazione, Presentazione al Tempio, Adorazione dei Magi, Incontro con il governatore Afrodisio, Strage degli innocenti, Re Magi presso Erode). In particolare, l'incontro con il governatore egiziano Afrodisio davanti alla città di Sotine, oltre ad essere un pendant visivo all'adorazione dei Magi sul lato opposto, è un episodio attestato solo in Santa Maria Maggiore, e tratto dai Vangeli apocrifi: Gesù, durante la fuga in Egitto, entra con i genitori nella città di Sotine, gli idoli pagani immediatamente cadono a terra e Afrodisio saluta il Bambino come Redentore. Alla sommità dell'arco, il Trono dell'Etimasia con una Croce, affiancato dai santi Pietro e Paolo, e sormontato dal Tetramorfo. Sotto compare un pannello, con l'iscrizione Xystus episcopus plebi Dei (Sisto vescovo al popolo di Dio), in lettere d'oro su fondo azzurro, che è la dedica del papa fondatore della basilica. Ai lati, le due città sante, Gerusalemme e Betlemme, all'interno delle quali si prolungano illusionisticamente i colonnati della basilica, a indicare in essa quasi un preludio alla Gerusalemme celeste.

Il disegno programmatico di questa decorazione sistina intendeva perciò riaffermare la divinità del Cristo incarnato nella Vergine, come ribadito nel recente Concilio di Efeso (431), e allo stesso tempo il primato della Chiesa romana nell'ecumene cristiano. La disposizione stessa delle scene veterotestamentarie, la scelta degli episodi dell'arco trionfale, la priorità delle rispondenze visive rispetto a quelle cronologiche, tutto converge nell'individuazione di una sorta di teologia visiva, di manifesto simbolico figurativo, che rappresentava una novità nel quadro della Roma di quegli anni cruciali del V secolo.

Gli interventi dal XII al XIV secolo[modifica | modifica wikitesto]

Nuova abside e mosaici[modifica | modifica wikitesto]

Interno dell'abside con i mosaici di Jacopo Torriti

Risalivano alla metà del XII secolo, al tempo di papa Eugenio III, il pavimento cosmatesco, rifatto nei restauri del Fuga, e un portico addossato alla facciata (rimaneggiato sotto Papa Gregorio XIII e poi distrutto nel Settecento per far posto alla nuova fronte barocca del Fuga).

La basilica fu oggetto di importanti interventi in vista del primo giubileo dell'anno 1300; in particolare durante il pontificato di Niccolò IV venne aggiunto il transetto e fu creata una nuova abside che venne decorata con ricchi mosaici realizzati da Jacopo Torriti (Incoronazione di Maria e Storie di Maria), datati 1295. Si tratta della prima Incoronazione della Vergine absidale. Seduta sullo stesso fastoso Trono e accanto al Redentore, Maria è abbigliata con abiti regali, tipici del modulo bizantino dell'epoca e anche specifici del culto mariano a Roma. Questo mosaico, sintesi fra modi orientaleggianti e spirito artistico romano, conclude una millenaria stagione di arte cristiano-bizantino-romana.

Alla stessa epoca risalgono i mosaici della facciata, opera di Filippo Rusuti, la cui commissione è da riferire al cardinale Pietro Colonna, e la realizzazione della cappella del Presepe di Arnolfo di Cambio (distrutta per far posto alla Cappella Sistina). Le figure superstiti del presepe sono oggi esposte nel museo della basilica (vedi avanti).

Campanile[modifica | modifica wikitesto]

Il campanile

Il campanile romanico è alto 75 metri[5], il più alto di Roma[5]. Costruito tra il 1375-1376[6], è stato, nei secoli, rialzato e completato sotto il cardinale Guglielmo d'Estouteville, arciprete della basilica fra il 1445 e il 1483, a cui si deve anche, per fini statici, la grossa volta a crociera di divisione tra la parte inferiore e il primo piano. Nei primi anni dell'Ottocento fu munito di un orologio. Vi troviamo ordini di doppie monofore e, nei piani successivi bifore.

Il campanile accoglie un concerto di 5 antiche campane che emettono le seguenti note musicali:

  • Do♯3 calante
  • Do♯3
  • Re3
  • Fa♯3
  • Sol3

La campana più grande conservata nella cella campanaria è del 1289, fusa da Guidotto Pisano per interessamento dei Savelli; le altre campane risalgono ai secoli XVI-XIX. Il campanile conservava anche la campana donata da Alfano, camerlengo di Callisto II (1119-1124), che, rimossa sotto Leone XIII, si conserva oggi nei Musei Vaticani.

Una delle campane è detta "La Sperduta" e suona appena dopo le 21[5] ricordando una leggenda che risale al XVI secolo. Si racconta infatti che una pastorella, secondo alcune versioni cieca, si era persa nei prati che a quei tempi circondavano l'Esquilino, pascolando il suo gregge. Calata ormai la sera furono fatte suonare le campane della Basilica di Santa Maria Maggiore perché i rintocchi la guidassero a casa. Sembra poi che effettivamente lei non tornò mai più ma le campane continuano a chiamarla. Da qui il rito serale detto appunto della "Sperduta". Secondo un'altra tradizione a perdersi, invece di una pastorella, fu una pellegrina (o un distinto viaggiatore, secondo altre fonti) che, venendo a Roma a piedi, aveva perso la strada e aveva quindi pregato la Vergine chiedendo il suo aiuto. Subito udì i rintocchi della campana, seguendo i quali raggiunse la Basilica e quindi la salvezza. In ricordo del fatto la pellegrina lasciò una rendita affinché alle 2 di notte (trasformate alle 9 di sera nei tempi recenti) venisse perpetuamente suonata la campana[7].

Gli interventi del XV secolo: il soffitto d'oro della navata[modifica | modifica wikitesto]

Interno

Nel Quattrocento il cardinale Guglielmo d'Estouteville 1443-83 fece coprire con volte le navate laterali, mentre la navata centrale fu decorata da un ricco soffitto a cassettoni realizzato su progetto attribuito all'architetto Giuliano da Sangallo, su commissione del cardinale Rodrigo Borgia, salito al soglio pontificio col nome di Alessandro VI. Il soffitto cassettonato, riccamente intagliato, presenta al centro lo stemma araldico del pontefice, riconoscibile per la presenza del toro. Ogni elemento scolpito ha dorature a foglia d'oro che, secondo la tradizione, furono realizzate con il primo oro giunto dalle Americhe (Perù) e donato dal sovrano spagnolo alla Chiesa.

Gli interventi del XVI secolo: la cappella Sistina[modifica | modifica wikitesto]

La cappella Sistina

Sisto V, grande protagonista della trasformazione urbanistica di Roma alla fine del XVI secolo, scelse la basilica come sede di fastosa sepoltura per sé medesimo, per la propria famiglia e per il suo grande protettore papa Pio V. A questo scopo incaricò il suo architetto Domenico Fontana, nel 1585, di erigere una nuova cappella monumentale, dedicata al Santissimo Sacramento, memorabile – oltre che per gli arredi e i materiali impiegati – perché integrava in sé l'antico oratorio del Presepe, con le sculture di Arnolfo, le connesse reliquie della mangiatoia e i rilievi realizzati dallo scultore Niccolò Fiammingo.[8]

L'intero piccolo ambiente venne così spostato dalla sua posizione originaria (come annesso della navata destra) al centro della nuova cappella sotto l'altare, in una nuova cripta dotata di deambulatorio, come una vera e propria confessione. Per l'ornamentazione della cappella furono fra l'altro utilizzati marmi policromi e colonne provenienti dal Settizonio, mentre la decorazione cosmatesca dell'antica cappella venne trasferita a rivestire l'altare della nuova confessione sotto l'altare papale, il quale è sormontato da un prezioso ciborio, in cui sono scolpiti angeli in bronzo dorato che sostengono il modello della cappella medesima. Sisto V fece anche eseguire un ciclo di affreschi sulle murature che tamponarono alcune delle finestre paleocristiane.

Alla fine del secolo risale la Cappella Sforza eseguita su disegno di Michelangelo Buonarroti.

Gli interventi del XVII secolo: la cappella Paolina[modifica | modifica wikitesto]

La cappella Paolina

Nel giugno 1605 papa Paolo V Borghese decise di edificare in basilica la cappella di famiglia, a croce greca e delle dimensioni di una piccola chiesa. La parte architettonica venne affidata a Flaminio Ponzio, vincolato nella pianta dalla speculare cappella di Papa Sisto V. Completata la struttura nel 1611, la parte decorativa, con marmi colorati, ori e pietre preziose, venne terminata alla fine del 1616. Alle Pareti laterali sono poste le due tombe dei papi Clemente VIII e Paolo V, racchiuse in un'architettura ad arco trionfale con al centro la loro statua e bassorilievi pittorici.

La parte scultorea venne realizzata tra il 1608 e il 1615 da un eterogeneo gruppo di artisti: Silla Longhi, che ebbe la parte maggiore del lavoro realizzando le due statue papali, Ambrogio Buonvicino, Giovanni Antonio Paracca detto il Valsoldo, Cristoforo Stati, Nicolas Cordier, Ippolito Buzio, Camillo Mariani, Pietro Bernini, Stefano Maderno e Francesco Mochi.

La direzione del lavoro pittorico venne affidata al Cavalier d'Arpino che realizzò i pennacchi della cupola e la lunetta sopra l'altare. Ludovico Cigoli realizzò la cupola mentre Guido Reni fu l'autore principale delle singole figure di santi alle quali posero mano anche il Passignano, Giovanni Baglione e Baldassare Croce; successivamente il Lanfranco, secondo il Bellori, intervenne trasformando un angelo nella Vergine.

Sull'altare della cappella è l'icona della Salus populi romani, immagine dipinta della Vergine del tipo romano orientalizzante (secoli XII-XIII)[9].

L'esterno dell'abside, rivolto verso piazza dell'Esquilino, è opera di Carlo Rainaldi, che presentò a papa Clemente IX un progetto meno dispendioso di quello del contemporaneo Gian Lorenzo Bernini. Questo avrebbe fra l'altro comportato la distruzione dei mosaici dell'abside, che nel nuovo assetto sarebbe arrivata quasi all'altezza dell'obelisco retrostante.

Gli interventi dal XVIII secolo ai nostri giorni[modifica | modifica wikitesto]

Il reliquiario della culla

Gli ultimi interventi di grande rilievo sull'esterno della basilica furono realizzati durante il pontificato di Benedetto XIV, che commissionò a Ferdinando Fuga il rifacimento della facciata principale, caratterizzata da un portico e da una loggia per le benedizioni, che fu eseguito tra il 1741 e il 1743. Al Fuga si deve anche il baldacchino della confessione, eretto su colonne di porfido.

La Confessione sotto l'altar maggiore fu voluta da Papa Pio IX e realizzata da Virginio Vespignani. Qui, in un reliquiario di cristallo realizzato da Luigi Valadier sono state riposte le reliquie della culla della natività.

Vennero fatte modellare le porte centrali della Basilica da Ludovico Pogliaghi e fatte fondere dalla Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli di Firenze

Risale poi al 2001 la benedizione da parte di Papa Giovanni Paolo II della Porta Santa, opera dello scultore contemporaneo Luigi Enzo Mattei[10].

In Santa Maria Maggiore è sepolto Gian Lorenzo Bernini, nella tomba di famiglia.

Museo della basilica[modifica | modifica wikitesto]

Il presepio di Arnolfo di Cambio

Nel museo della basilica di Santa Maria Maggiore è attualmente conservata l'opera scultorea che per tanto tempo è stata considerata il presepio più antico fatto con statue. Si tratta di un'Adorazione dei Magi in pietra, comprensiva delle parziali figure del bue e dell'asino.

Tuttavia un'attenta osservazione dei gruppi scultorei denota che in realtà non si tratta di vere statue a tutto tondo, bensì di altorilievi scolpiti da blocchi di pietra, il cui dorso è visibilmente rimasto piatto, eccettuata la figura del Mago inginocchiato, che risulta essere stata completata successivamente a tutto tondo (cioè scolpendo anche il dorso) da un autore successivo ad Arnolfo di Cambio, così come è accaduto alla figura della Vergine col Bambino, che non è l'originale scolpita da Arnolfo. Le più recenti indagini, infatti, hanno evidenziato che essa sarebbe stata modificata in epoca rinascimentale, scolpendo e modificando la figura originale della Vergine di Arnolfo[11].

Fu il papa Niccolò IV che nel 1288 commissionò ad Arnolfo di Cambio una raffigurazione della "Natività", che egli terminò di scolpire in pietra nel 1291. La tradizione di questa rappresentazione sacra ha origini sin dal 432 quando papa Sisto III (432-440) creò nella primitiva basilica una "grotta della Natività" simile a Betlemme. La basilica prese la denominazione di Santa Maria ad praesepem (dal latino: praesepium = mangiatoia)[12]. I numerosi pellegrini che tornavano a Roma dalla Terra santa, portarono in dono preziosi frammenti del legno della Sacra Culla (cunabulum) oggi custoditi nella teca dorata della Confessione[13].

Scavi archeologici[modifica | modifica wikitesto]

Ambiente semicircolare con nicchie

Tra il 1966 e il 1971, per risolvere problemi di umidità, venne effettuata una campagna di scavi sotto il pavimento della basilica, condotta esclusivamente lungo le navate laterali. Rimosso l'interro che li colmava, vennero rinvenuti numerosi ambienti di II e III secolo, attualmente musealizzati ed accessibili dal museo della basilica.

Il complesso, sulla cui destinazione originaria sono state fatte varie ipotesi, ma nulla che avesse attinenza con la basilica liberiana, si presume privato e quindi non da identificare con il Macellum Liviae, nelle cui prossimità le fonti attestano la primitiva basilica liberiana. Esso si compone di molti ambienti articolati attorno ad un vasto cortile, a vari livelli e di non facile interpretazione, anche perché ascrivibili a diversi periodi e variamente obliterati da successive murature realizzate in tempi diversi. Lungo il percorso si incontrano: tracce di un piccolo stabilimento termale, con mosaici e intercapedini per il riscaldamento; l'esposizione delle tegole antiche; tracce ben conservate di affreschi geometrici decorativi; tracce di affreschi relativi ad un calendario agricolo (che costituiscono forse il reperto più noto del sito); un piccolo ambiente semicircolare con nicchie, resti di affreschi e di un pavimento in opus sectile su suspensura, presumibilmente pertinente all'impianto termale.

Organi a canne[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Organi della basilica di Santa Maria Maggiore.

Nella basilica si trovano cinque organi a canne:

  • l'organo maggiore fu realizzato nel 1955 su commissione di papa Pio XII dalla ditta Mascioni (opus 720) e sostituisce uno strumento più antico, costruito nel 1716 da Cesare Catarinozzi che venne ricollocato nella parrocchiale di Aliforni (frazione di San Severino Marche, MC), ove si trova tuttora. L'organo Mascioni si articola in due corpi sulle cantorie del transetto, ai lati del presbiterio, e dispone di 71 registri su tre manuali e pedale.[14]
  • L'organo corale, situato a pavimento nel tratto terminale della navata laterale sinistra, è opera di Giuseppe Migliorini e risale al 1932; ha 7 registri su unico manuale e pedale, è integralmente racchiuso entro cassa espressiva ed è a trasmissione elettrica.
  • L'organo della cappella Paolina si trova nel coretto di destra del braccio d'ingresso; fu costruito nel 1910 da Natale Balbiani ed è a trasmissione pneumatica, con 7 registri su unico manuale e pedale.[15]
  • Nella cappella Sistina vi è a pavimento un organo positivo meccanico della ditta Mayer, risalente al 1980 ed installato nel 2017; ha 6 registri su unico manuale e pedale.
  • L'organo della cappella Sforza fu costruito da Anneessens & Ruyssers nel 1900 e ricostruito da Francesco Zanin nel 2005; è a trasmissione elettrica, con 7 registri su unico manuale e pedale, e si trova entro una nicchia sopraelevata lungo il lato destro dell'ambiente.

Dal 2014 l’organista titolare è Paolo Tagliaferri.

Opere già in Santa Maria Maggiore[modifica | modifica wikitesto]

Arcipreti della Basilica di Santa Maria Maggiore[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti[modifica | modifica wikitesto]

È raggiungibile dalla fermata Napoleone III del tram 5
È raggiungibile dalla fermata Napoleone III del tram 14

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Rosa d'oro - nastrino per uniforme ordinaria Rosa d'oro
— 1551

Altre immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Sole 24 Ore
  2. ^ Finisce segreto bancario Italia-Vaticano. Ma ancora niente tasse per gli immobili
  3. ^ a b Alfredo Cattabiani, Calendario, Milano, Rusconi libri, 1994, ISBN 88-18-70080-4. p. 280
  4. ^ Ernst Kitzinger, All'origine dell'arte bizantina, Milano, 2005
  5. ^ a b c Basilica Papale – Santa Maria Maggiore – Interno, su vatican.va.
  6. ^ Medioevo.Roma – Campanili medioevali di Roma, su medioevo.roma.it.
  7. ^ Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XI, Venezia, 1841, p. 118.
  8. ^ Niccolò Fiammingo, in le muse, VIII, Novara, De Agostini, 1967, p. 283.
  9. ^ In questa cappella, nel 1974, è stata tumulata la salma del principe Junio Valerio Borghese, noto ai più per essere stato il fondatore del Fronte Nazionale e l'organizzatore dell'abortito golpe Borghese (7-8 dicembre 1970), dopo il quale si era rifugiato in Spagna, sotto la protezione del dittatore Francisco Franco.
  10. ^ Basilica papale di Santa Maria Maggiore.
  11. ^ In realtà in Italia vi sono opere scultoree più antiche di questa con il tema del Presepio o dell'Adorazione dei Magi, che sono ugualmente altorilievi e non sono mai state considerate presepi di statue per la ragione che le figure sono sempre state cementate insieme, anche se sono state scolpite da blocchi di marmo separati. Uno di questi antichissimi gruppi è quello situato nella lunetta del portale nord del battistero di Parma, scolpito da Benedetto Antelami nel 1196. Un altro gruppo si trova a Forlì nella lunetta del portale dell'abbazia di San Mercuriale, scolpito dal Maestro dei Mesi di Ferrara nel 1230, anch'esso raffigurante l'Adorazione dei Magi. Entrambi sono più antichi del gruppo di Arnolfo, il primo addirittura antecedente al presepio vivente ideato da san Francesco d'Assisi nel 1223. Inoltre, il più antico presepio composto da statue a tutto tondo staccate fra loro è conservato a Bologna, nella basilica di Santo Stefano e fu scolpito in legno nel 1291 circa da un anonimo scultore bolognese.
  12. ^ Elsa Bragaglia et al., Quaderno di religione, Bologna, Ed Dehoniane, 2005, ISBN 88-10-61229-9.
  13. ^ Il "Presepio" di Arnolfo di Cambio, Basilica Patriarcale Santa Maria Maggiore. URL consultato il 10 dicembre 2006.
  14. ^ Roma - S. Maria Maggiore - Op. 720 - Anno 1955 (PDF), mascioni-organs.com. URL consultato il 3 aprile 2018.
  15. ^ G. Fronzuto, pp. 34-38.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Patrizio Barbieri, Arnaldo Morelli, Regesto degli organi della città di Roma (PDF), in L'organo - Rivista di cultura organaria e organistica, anno XIX (1981), Bologna, Patron, 1985.
  • Graziano Fronzuto, Organi di Roma. Gli organi delle quattro basiliche maggiori, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2007, ISBN 978-88-222-5674-4.
  • Sante Guido, Il presepio di Arnolfo di Cambio, Città del Vaticano 2005.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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