Alessandro Manzoni

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sen. Alessandro Manzoni
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera, Milano.
Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera, Milano.
Luogo nascita Milano
Data nascita 7 marzo 1785
Luogo morte Milano
Data morte 22 maggio 1873
Professione Possidente
Data 29 febbraio 1860
Crown of Italian noble.svg
Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni.jpg
Litografia di Alessandro Manzoni
Signore di Moncucco
In carica 18 marzo 1807 –
22 maggio 1873
Predecessore Pietro Manzoni
Successore Pietro Manzoni
Nome completo Alessandro Francesco Tommaso
Trattamento Sua signoria
Altri titoli Nobile, trattamento di don
Nascita Milano, 7 marzo 1785
Morte Milano, 22 maggio 1873
Dinastia Manzoni
Padre Pietro Manzoni
Madre Giulia Beccaria
Consorte Enrichetta Blondel
Teresa Borri
Religione cattolicesimo

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785Milano, 22 maggio 1873) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano. Considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi per il suo celebre romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana[1], Manzoni ebbe il merito principale di aver gettato le basi per il romanzo moderno e di aver così patrocinato l'unità linguistica italiana, sulla scia di quella letteratura moralmente e civilmente impegnata propria dell'illuminismo lombardo. Passato dalla temperie neoclassica a quella romantica, il Manzoni, divenuto fervente cattolico dalle tendenze liberali, lasciò un segno indelebile anche nella storia del teatro italiano (per aver rotto le tre unità aristoteliche) ed in quella poetica (nascita del pluralismo vocale con gli Inni Sacri e della poesia civile). Il successo e i numerosi riconoscimenti pubblici ed accademici (fu senatore del Regno d'Italia) si affiancarono ad una serie di problemi di salute (nevrosi, agorafobia) e famigliari (i numerosi lutti che afflissero la vita domestica dello scrittore) che lo ridussero in un progressivo isolamento esistenziale. Nonostante quest'isolamento, Manzoni fu in contatto epistolare con la migliore cultura intellettuale francese, col Goethe, con intellettuali di prim'ordine come Antonio Rosmini e, seppur indirettamente, con le novità estetiche romantiche inglesi (influsso di Walter Scott per il genere del romanzo).

Indice

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari[modifica | modifica wikitesto]

Famiglia paterna e materna[modifica | modifica wikitesto]

Pietro Manzoni, Casa Manzoni, Brusuglio[2]

Alessandro Manzoni proveniva, dal lato materno, da una famiglia illustre. Il nonno materno di Manzoni, infatti, era Cesare Beccaria, autore del trattato Dei delitti e delle pene. A detta del Manzoni stesso, lui e il nonno si conobbero soltanto una volta, in occasione della visita della madre presso il celebre padre[3]. Più modesta era invece la famiglia paterna[4]: don Pietro Manzoni, il padre di Alessandro, discendeva da una nobile famiglia di Barzio, in Valsassina, scesa successivamente a Castello, nel lecchese, e stabilitasi a Milano nel 1612 con il conte Giacomo Maria Manzoni. La famiglia Manzoni, decaduta, aveva perso il titolo comitale e non era stata ammessa a far parte del patriziato meneghino[5]. Per quanto don Pietro Antonio Manzoni avesse poi ricevuto il feudo di Moncucco nel Monferrato nel 1691[6][7], e per quanto in virtù di ciò fossero conti, il titolo a Milano non era valido perché "straniero"[8]. Inizialmente don Pietro presentò al governo austriaco una richiesta ufficiale perché fosse riconosciuto, ma poi preferì non insistere[9]. In ogni caso, quando, molto più tardi, Roma attribuirà a Manzoni la cittadinanza, il titolo comitale apparirà sull'atto ufficiale, e verrà mantenuto dalla sua discendenza[10].

Manzoni e Giovanni Verri[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante il padre legittimo fosse Pietro Manzoni, è molto probabile che il padre naturale di Alessandro potesse essere un amante di Giulia, Giovanni Verri (fratello minore di Alessandro e Pietro Verri)[8][11]. Con Giovanni, uomo attraente e libertino, ella aveva avviato una relazione già nel 1780, proseguendola anche dopo il matrimonio[11][12]. Dalle parole di Niccolò Tommaseo pare evincersi come Verri fosse il vero padre dello scrittore, e come questi ne fosse pienamente a conoscenza: «Anco di Pietro Verri [Manzoni] ragiona con riverenza, tanto più ch'egli sa, e sua madre non glielo dissimulava, d'essere nepote di lui, cioè figliuolo d'un suo fratello»[13].

L'infanzia e l'adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

Galbiate e la separazione dei genitori[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Francesco Tommaso Manzoni[14] nacque a Milano, al n. 20 di via S. Damiano[5][15], il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e, ufficialmente, da don Pietro Manzoni[16]. I primi anni di vita li trascorse prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri, una contadina del luogo[17][18]. Questo fatto è attestato dalla targa tuttora affissa nella cascina. Sin d'ora passò alcuni periodi alla villa rustica di Caleotto, di proprietà della famiglia paterna, una dimora in cui amerà tornare da adulto e che venderà, non senza rimpianti, nel 1818[19]. In seguito alla separazione dei genitori[20], Manzoni venne educato in collegi religiosi.

L'educazione religiosa a Merate e a Lugano[modifica | modifica wikitesto]

Casimiro Radice, La cascina Costa a Galbiate
Andrea Appiani, Ritratto di Giulia Beccaria e suo figlio Alessandro Manzoni bambino, 1790. Il ritratto, caratterizzato dallo sguardo severo e accusatore, fu poi donato a Giovanni Verri, motivo che spinge ulteriormente a considerare l'illegittimità di Alessandro[21].

Il 13 ottobre 1791[22] fu accompagnato dalla madre a Merate al collegio San Bartolomeo, dei Somaschi, dove rimase cinque anni: furono anni duri, in quanto il piccolo Alessandro risentiva della mancanza della madre[23] e perché soffriva del difficile rapporto con i suoi compagni di scuola, violenti[24] tanto quanto gli insegnanti che lo punivano di frequente[25]. La letteratura era già una consolazione e una passione. Durante la ricreazione, racconterà lo scrittore, «...mi chiudevo [...] in una camera, e lì componevo versi»[26]. Nell'aprile del 1796 passò al collegio di Sant'Antonio, a Lugano, gestito ancora dai Somaschi, per rimanervi fino al settembre del 1798[22]. Nello stesso 1796, giungeva sul Lago Ceresio il somasco Francesco Soave, celebre erudito e pedagogista. Per quanto sia del tutto improbabile che Manzoni l'abbia avuto come maestro (se non per qualche giorno), la sua figura esercitò sul bambino una notevole influenza[27]. Vecchio e prossimo alla morte, l'autore de I Promessi Sposi ricordava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria»[28].

Passò, alla fine del '98, al collegio Longone di Milano, gestito dai Barnabiti[29]. Alla fine del 1798 si trasferì quindi a Castellazzo dei Barzi, vicino a Magenta, dove l'istituto aveva stabilito provvisoriamente la propria sede[22]. In campagna Manzoni trascorse solo il primo anno; il 7 agosto 1799 gli studenti del Longone tornarono a Milano[29]. Non è chiaro quanto l'adolescente rimanesse dai Barnabiti, anche se l'ipotesi più accreditata lo fa supporre allievo della scuola fino al giugno 1801[30]. Alessandro, nonostante l'isolamento cui era costretto per colpa dell'ambiente chiuso e bigotto, riuscì a stringere alcune amicizie che resteranno durature nel corso degli anni a venire: Giulio Visconti e Federico Confalonieri furono suoi compagni di classe. Un giorno imprecisato dell'anno scolastico 1800-1801, poi, gli scolari ricevettero una visita che suscitò nel Nostro una grande emozione: l'arrivo di Vincenzo Monti, che leggeva avidamente e considerava il più grande poeta vivente, «fu per lui come un'apparizione di un Dio»[31].

La formazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Appiani, Vincenzo Monti, olio su tela, 1809, Pinacoteca di Brera

La formazione culturale di Manzoni è imbevuta di mitologia e letteratura latina, come appare chiaramente dalle poesie adolescenziali. Due, in particolare, sono gli autori classici prediletti, Virgilio e Orazio[32]; notevole è anche l'influsso di Dante e Petrarca[33], mentre tra i contemporanei, assieme al Monti, svolgono un ruolo importante Parini e Alfieri[34][35][36][37]. Se si escludono gli esercizi di stile precedenti[38], le primissime esperienze poetiche del ragazzo risalgono ai mesi tra il marzo e l'ottobre 1801, quando cominciò a stendere il Trionfo della Libertà[39]. Tuttavia vi si può riscontrare una vena satirica e polemica che avrà un ruolo non trascurabile nel Manzoni adolescente, pur venendo mitigata già a metà del decennio. Ci restano le traduzioni, in endecasillabi sciolti, di alcune parti del libro quinto dell’Eneide e della Satira terza (libro primo) di Orazio, accanto a un epigramma mutilo in cui attacca un certo fra' Volpino, dietro le cui spoglie è facilmente riconoscibile il vicerettore del collegio, padre Gaetano Volpini[40].

Un giovane scapestrato[modifica | modifica wikitesto]

Uscito dall'angusto mondo del Longone, visse dall'estate 1801 al 1805 con l'anziano padre don Pietro, alternando la vita di città[41] con soggiorni alla tenuta di Caleotto[32], e dedicando una parte non trascurabile del suo tempo al divertimento e in particolare al gioco d'azzardo, frequentando inoltre l'ambiente illuministico dell'aristocrazia e dell'alta borghesia milanese. Giocava nel ridotto della Scala, finché, sembra, un rimprovero del Monti lo convinse a rinunciare al vizio[42]. Fu anche l'epoca del primo amore: quello per Luigina Visconti, sorella di Ermes. Di questa esperienza sappiamo quanto il poeta stesso rivelò sei anni più tardi, nel 1807, in una lettera a Claude Fauriel. A Genova, infatti, l'aveva casualmente rivista, ormai sposata al marchese Gian Carlo di Negro, e l'episodio aveva risvegliato in lui la nostalgia e il dispiacere di averla perduta[43]. Oltre a questi svaghi giovanili, la giovinezza del Manzoni è contrassegnata anche da un soggiorno a Venezia (dall'ottobre 1803 al maggio 1804[22][44]) presso il cugino Giovanni Manzoni, soggiorno durante il quale ebbe modo di conoscere la nobildonna Isabella Teotochi Albrizzi, a suo tempo musa di Foscolo[22][44] e scrivendo tre dei quattro Sermoni[45]. Non è chiaro perché Alessandro soggiornasse a Venezia, ma non sembrano avere avuto un ruolo ragioni politiche: piuttosto vi entrò il desiderio del padre di allontanarlo da uno stile di vita dissipato[44].

La Milano letteraria: tra Monti e Cuoco[modifica | modifica wikitesto]
Anonimo inglese, Alessandro Manzoni nel 1805, olio su tela, attualmente nella Casa Manzoni di Via del Morone, Milano. Natalia Ginzburg, con molta probabilità, descrive questo ritratto, quando dice: «Altrove ha una folta chioma scompigliata, gli occhi nuvolosi e rassomiglia a Ugo Foscolo»[46].

Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispirò le prime composizioni di un qualche rilievo, modulate sull'opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Parini, portavoce degli ideali illuministi nonché dell'esigenza di moralizzazione, al celebre poeta Ugo Foscolo, a Francesco Lomonaco, un esule lucano[47][48], e a Vincenzo Cuoco, assertore delle teorie vichiane[49], anche lui esule da Napoli dopo la restaurazione borbonica del 1799 e considerato il «primo vero maestro del Manzoni»[50]. La vicinanza all'ambiente neoclassico, e al suo campione Vincenzo Monti in particolare, spinsero il giovane Manzoni a frequentare alcuni corsi di eloquenza tenuti dal poeta romagnolo allo Studio pavese tra il 1802 e il 1803[8]. Nei registri dell'ateneo il nome di Alessandro non risulta, ma è quasi certo che egli seguisse le lezioni montiane[8]. Oltre alla nota ammirazione per l'autore dei Pensieri d'amore e oltre all'opinione di illustri studiosi[51], sembra convalidare l'ipotesi il carteggio del periodo. I corrispondenti di Manzoni, infatti, sono quasi tutti studenti (o vecchi studenti) dell'università, da Andrea Mustoxidi a Giovan Battista Pagani, da Ignazio Calderari a Ermes Visconti e a Luigi Arese[8][52][53]. Il contesto accademico lo dovette mettere in contatto anche con due professori giansenisti, Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, docenti rispettivamente di «storia delle leggi e dei costumi» e di «filosofia morale, diritto naturale e pubblico»[54]. Le loro idee in difesa della morale lo influenzarono molto, oltre a introdurlo per la prima volta al pensiero giansenista. Tamburini condannava la Curia romana per le sue deformazioni ma vedeva nel cattolicesimo un imprescindibile modello. Per l'elevatezza delle sue dissertazioni parve a Manzoni un punto di riferimento al pari di Zola, definito «sommo» in una lettera al Pagani del 6 settembre 1804[55]. Dal punto di vista letterario, a questo periodo si devono Del trionfo della libertà, Adda e I quattro sermoni che recano l'impronta di Monti e di Parini, ma anche l'eco di Virgilio e Orazio.

Il soggiorno parigino (1805-1810)[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Carlo Imbonati e il ritrovo della madre[modifica | modifica wikitesto]

cameo del XIX secolo raffigurante il profilo di Carlo Imbonati

Nel 1805 Manzoni venne invitato dalla madre e da Carlo Imbonati a Parigi, a quanto pare dietro suggerimento del Monti, nel 1804 a Parigi[56]. Alessandro accettò con entusiasmo, ma non fece in tempo a conoscere il conte - alla cui missiva rispose nel marzo, con parole di calore e riconoscimento che Imbonati non lesse mai -, il quale morì il 15 marzo a causa di una colica biliare[22], lasciando la Beccaria ereditiera universale del suo patrimonio[57][58] ma anche affranta e bisognosa dell'amore filiale[59]. Il giovane, ora ventenne, giunse nella capitale francese in estate, in una data non successiva al 12 luglio[22][58], giorno in cui la polizia locale gli rilasciava il permesso di soggiorno[60]. Uniti entrambi nel dolore Manzoni, che per lo scomparso scrisse l'ode In morte di Carlo Imbonati, scoprì di avere una madre: le loro strade, divise sino ad allora, si incrociarono per non lasciarsi più. Fino al 1841, anno della morte della Beccaria, i due instaurarono un rapporto strettissimo la cui profondità emerge dalle lettere dello scrittore in numerosissime occasioni. Già il 31 agosto 1805 rivelava a Vincenzo Monti di aver trovato «la mia felicità [...] fra le braccia d'una madre», e di non vivere che «per la mia Giulia»[61].

Il circolo parigino: gli Idéologues e Claude Fauriel[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Ideologi.
Sophie de Condorcet (?), Claude Fauriel, Castello di Bignon, Francia

Con la madre soggiornò al numero 3 di Place Vendôme[22]. Molto spesso, però, madre e figlio si recavano ad Auteuil[62], cittadina ove si riuniva il circolo intellettuale sotto il patronato della vedova del filosofo Helvétius[22], e alla Maisonnette di Meulan, dove passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti Idéologues, filosofi di scuola ottocentesca eredi dell'illuminismo settecentesco ma orientato verso tematiche concrete nella società, e anticipatori per questo di tematiche romantiche (quali l'attenzione alle classi povere, alle emozioni)[63]. Un ruolo importante nel gruppo degli Idéologues (costituito, tra gli altri, da Volney, Garat, Destutt de Tracy e il danese Baggesen[64]) era ricoperto da Claude Fauriel[63][65], col quale Alessandro strinse una duratura amicizia per molti anni, una frequentazione facilitata anche dal legame che c'era tra Giulia e l'amante di Fauriel, Sophie de Condorcet[66], e dal più anziano Pierre Cabanis[67], autore della Lettre sur les causes premières, testo orientato in senso spiritualista, impregnato di spirito religioso, per quanto l'Essere Supremo di cui si ammette l'esistenza non coincida completamente con il Dio cristiano secondo la concezione della Chiesa[68]. A Parigi, dunque, Alessandro entra in contatto con la cultura francese classicheggiante, assimilando il sensismo, le teorie volterriane e l'evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche. Ci sono rimaste poche lettere relative agli anni 1805-1807, e non è pertanto possibile definire con precisione la rilevanza - per Manzoni - di tutti i testi e gli autori che il poeta lombardo conobbe o approfondì nei primi anni francesi. Fauriel e Cabanis emergono tuttavia come i due principali punti di riferimento, ed una certa importanza dovette avere anche Le Brun, riconosciuto, in una lettera al Pagani del 12 marzo 1806, «grand'uomo», «poeta sommo» e «lirico trascendente». Potrebbero essere anche parole di circostanza, dettate da un'amicizia ancor fresca e dalla riconoscenza per le parole di elogio che «Pindare Le Brun»[69] gli aveva rivolto, omaggiandolo di un suo componimento. Lo stile del poeta francese, improntato a un classicismo enfatico e di maniera, non pare in effetti conciliarsi con la poetica manzoniana, ma il poemetto Urania (ideato tra il 1806 e il 1807 e poi stancamente portato a compimento negli anni successivi) ne recherà parzialmente l'impronta[70].

L'intermezzo italiano (1806-1807) e la morte di don Pietro[modifica | modifica wikitesto]

Ignoto, Ritratto di Sophie de Condorcet, nata de Grouchy (1764-1822). Il suo salotto fu uno dei punti di ritrovo degli Idéologues.

Intanto, madre e figlio lasciarono una prima volta Parigi nel giugno 1806, in quanto dovevano sistemare le ultime pratiche legali relative all'eredità dell'Imbonati, nella quale figurava anche la villa di Brusuglio[8][71]. A settembre, comunque, erano già di ritorno in Francia, come dimostra una lettera di Manzoni ad Ignazio Calderari[72]; una missiva di Carlo Botta, scritta il 18 giugno, permette invece di stabilire la data della partenza da Parigi: «Madame Beccaria part demain matin pour le Piémont» (La signora Beccaria parte domani mattina per il Piemonte)[73]. Al febbraio 1807 risale il secondo spostamento: la lettera al Fauriel, scritta il 17, testimonia che quel giorno il Manzoni era a Susa e aveva passato il Moncenisio, e, sempre tramite testimonianze epistolari, sappiamo che il mese successivo era a Genova[74]; sulla permanenza genovese ci informa un certo commissario Cometti, che il 16 marzo scrive di aver assistito a una rappresentazione teatrale in compagnia di Manzoni e della madre[75]. Il 20 marzo, quando era in procinto di partire per Torino venne a sapere che il padre era gravemente malato[8] (ma in realtà era già morto da due giorni[22]), e durante il tragitto che lo conduceva a Milano, il figlio apprese della sua morte. Sembra che Giulia e Alessandro, a questo punto, non siano entrati in città, preferendo trascorrere alcuni giorni nella nuova proprietà di Brusuglio, per poi riattraversare le Alpi[76]. Le parole con cui affronta la scomparsa del padre, nelle lettere, ci paiono piuttosto fredde, per quanto nella missiva al Fauriel dell'8 aprile, venti giorni dopo il funerale, rivolgesse a Pietro un ultimo augurio: «Paix et honneur à sa cendre» (Pace e onore alle sue ceneri)[77]; nella lettera a Pagani, scritta il 24 marzo, giorno in cui apprese la notizia del decesso, fa riferimento al motivo «ben doloroso» che lo aveva chiamato a Milano (ma pare non entrasse in città e non prendesse parte ai funerali), per poi proseguire con altri argomenti, come la soddisfazione di rivedere l'amico Calderari e l'affetto per la madre, «parlando della quale troverò sempre più ogni espressione debole e monca» [78]. Alessandro fu istituito dal padre erede universale[76] e già a maggio Alessandro era nuovamente a Parigi.

Il matrimonio e la nascita di Giulia[modifica | modifica wikitesto]

Da tempo Giulia Beccaria andava cercando una sposa per il figlio. Il viaggio primaverile dl 1807 era stato fatto anche con questo obiettivo, divenuto ora preminente. Dopo che il progetto di fidanzare Alessandro con Augustine, figlia del filosofo Claude Destutt de Tracy, fallì a causa del basso grado di nobiltà dei Manzoni[79], la Beccaria conobbe a Parigi Charlotte Blondel[80], imparentata con la famiglia calvinista del banchiere ginevrino François Louis Blondel. Blondel viveva con la moglie Marie e la figlia sedicenne Henriette (Enrichetta) a Milano nel palazzo Imbonati, che il conte gli aveva venduto anni addietro[80]. Tramite Charlotte furono avviati i contatti, e in settembre i Manzoni partirono alla volta della città meneghina per fare la conoscenza di Enrichetta - di cui erano state fornite ottime referenze - e dei genitori. L'incontro, avvenuto a Blevio nel tardo settembre del 1807[79], non disattese le speranze. Manzoni rimase incantato dalla dolcezza e purezza della fanciulla e il matrimonio, che si rivelerà molto felice e sarà coronato dalla nascita di dieci figli, fu celebrato il 6 febbraio 1808 a Milano[22][81], prima con rito civile presso il Municipio e, quarantacinque minuti più tardi[81], con rito calvinista in via del Marino, dove si trovava la casa dei Blondel[82]. Sistemate infine le ultime questioni legate all'eredità dell'Imbonati, i novelli sposi, accompagnati da Giulia, si stabilirono al numero 22 del Boulevard des Bains Chinois, a Parigi[83][84]. Nello stesso anno, Il 23 dicembre, nacque la primogenita Giulia Claudia[81][85], che fu battezzata il 23 agosto del 1809 nella chiesa giansenista di San Nicola in località Meulan[22], secondo il rito cattolico e con Fauriel come padrino[85]. La decisione di battezzare la primogenita da parte di un padre indifferente dal punto di vista religioso e da una madre calvinista è l'indice di un cambiamento radicale nella sensibilità spirituale della famiglia Manzoni.

La conversione: un dibattito aperto[modifica | modifica wikitesto]

Miniatura di Alessandro ed Enrichetta nel giorno delle nozze del 1808

La questione della conversione al cattolicesimo di Manzoni è una tematica su cui non solo i critici, ma anche i conoscenti e i famigliari del Manzoni hanno sempre discusso, ottenendo risposte aleatorie da parte dell'autore de I Promessi Sposi[86][87], riserbo che rende ogni studio critico inevitabilmente opinabile e incompleto. L'importanza della conversione, fondamentale per comprendere l'evoluzione tematica e spirituale del Manzoni del quindicennio creativo, è dettato soprattutto dalla leggenda agiografica che vorrebbe una sua conversione repentina, dovuta allo smarrimento di Enrichetta nel 1810. In realtà, il percorso che ricondusse il giovane Alessandro e la sua famiglia alla pratica religiosa cattolica fu ben più lungo, dovuto ad una serie di fattori combinati fra di loro.

Le due lettere al Calderari (1806)[modifica | modifica wikitesto]

Una certa importanza rivestono due lettere che Manzoni inviò a Ignazio Calderari in merito alla malattia che condusse alla morte il loro comune amico Luigi Arese. Nella prima, del 17 settembre 1806, si duole che al posto delle persone care, il morituro debba avere al proprio capezzale «l'orribile figura di un prete»[88][89], ma il 30 ottobre, dopo la morte dell'Arese, sempre al Calderari esclama: «Oh sì! ci rivedremo! Se questa speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l'orrore della presenza dei perversi, che sarebbe la vita?»[90]. Da un lato, viene confermata la reazione anticlericale ravvisata nelle prime opere, ma al tempo stesso, come emerge ugualmente dalle prime opere, Manzoni dimostra di conformarsi allo spirito cristiano, prefigurando un'esistenza dopo la morte.

La supplica a Pio VII[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il battesimo cattolico di Giulia nell'agosto del 1808, Manzoni, d'accordo con la moglie, indirizzò una supplica a papa Pio VII affinché, «pentito del fallo commesso», l'autorità pontificia ponesse «un opportuno riparo, capace di rendere tranquilla la di lui coscienza [del supplicante, cioè del Manzoni]»[91], rendendo possibile celebrare nuovamente il matrimonio, questa volta secondo il rito cattolico[92]. Nel mese di novembre giunse l'autorizzazione papale con un rescritto del cardinale Di Pietro datato al 30 ottobre[93], e il 15 febbraio 1810, nella casa di Ferdinando Marescalchi, il curato della chiesa della Madeleine officiava la funzione[94].

L'incontro con Degola e la leggenda di San Rocco (1809-1810)[modifica | modifica wikitesto]

Lapide posta sul primo pilastro sinistro della navata laterale della chiesa parigina di Saint-Roch, che commemora la conversione di Alessandro Manzoni[95]

All'inizio del 1809 i Manzoni avevano fatto conoscenze importanti, forse decisive nell'orientare Alessandro verso la pratica religiosa. Pierre Jean Agier, presidente della Corte d'appello parigina, Giambattista Somis, già consigliere della Corte di appello di Torino, Ferdinando Marescalchi, ministro delle Relazioni estere del Regno d'Italia napoleonico[96], e Anne Marie Caroline Geymüller, una donna di Basilea rimasta vedova di un ufficiale della guardia svizzera del re Luigi XVI, facevano parte di un ambiente fortemente cattolico e giansenista[97]. Quest'ultima, inoltre, aveva abiurato il calvinismo nel 1805 per opera di un abate genovese giansenista che i Manzoni conosceranno proprio nell'autunno del 1809, Eustachio Degola[98], il quale rivestì un'enorme importanza per la conversione di Alessandro e della famiglia. La conversione del Manzoni, però, è ben più nota per il cosiddetto "miracolo di San Rocco"[99]. Il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per le nozze di Napoleone e Maria Luisa d'Austria, improvvisamente scoppiarono dei mortaretti e la folla che riempiva le strade, presa dal panico, separò i due sposi[100][101]. Il Manzoni, sospinto dalla gente in fuga, si ritrovò sui gradini della chiesa di San Rocco, in Place Vendôme, e si rifugiò in essa. Nel silenzio e nella serenità di quel tempio egli implorò la grazia di ritrovare la sua consorte e all'uscita, convertito, poté riabbracciare la moglie[102]. Un'altra versione, riportata da Giulio Carcano, racconta invece di un frustrato Manzoni che, assillato da dubbi spirituali, si sia recato in San Rocco gridando: «O Dio! Se tu esisti, rivelati a me!»[103], uscendone poi credente.

Degola e i rapporti con i Manzoni[modifica | modifica wikitesto]

Inizialmente il sacerdote ebbe il compito di preparare Enrichetta Blondel all'abiura del calvinismo[104], chiedendole di scrivere dei riassunti delle lezioni di religione cattolica (chiamati ristretti), affinché fossero poi corretti dallo stesso abate genovese[105]. L'abiura, poi, fu sottoscritta in un atto ufficiale il 3 maggio 1810 e celebrata solennemente il 22 maggio nella Chiesa di Saint-Séverin, alla presenza del circolo giansenista e dell'abate Degola[106]. L'ascendente del prete giansenista è comunque innegabile: rimane a testimoniarlo il pluriennale carteggio che il sacerdote genovese intrattenne con Manzoni, con la moglie e con Giulia Beccaria[107]. È relativamente facile ricostruire i passaggi attraverso cui la Blondel si convertì al cattolicesimo, ma non è chiaro perché ciò avvenisse. Probabilmente il Manzoni, che era «un animo non veramente ribelle», accettava con fastidio un matrimonio non benedetto e aver dovuto ammettere questa situazione, quando la figlia fu iscritta nel registro dei battesimi, dovette metterlo a disagio[108].

Il ritorno in Italia (1810-1812)[modifica | modifica wikitesto]

Tra Via del Morone e Brusuglio. La famiglia[modifica | modifica wikitesto]

La Casa Manzoni, vista da piazza Belgioioso a Milano. Acquistata nel 1813 dallo scrittore, sarà la residenza cittadina del poeta e della sua famiglia fino al 1873, anno della morte del Manzoni. Oggi vi risiedono il "Museo manzoniano" (con cimeli del Manzoni), il "Centro di studi manzoniani" e la "Società storica lombarda"[109].

Quanto lo spirito del Manzoni fosse cambiato, negli ultimi mesi della permanenza parigina, o, meglio, quanto fosse in contraddizione con i valori e i modelli precedenti, è difficile dire. Sicuramente la grande città francese, capitale del bel mondo e degli intellettuali del momento, non esercitava più alcun fascino su di lui[106][110]. Bisognoso di tranquillità, Manzoni lasciò Parigi con la famiglia il 2 giugno, diretto a Brusuglio, dove giunse, nonostante alcuni inconvenienti[111], qualche settimana più tardi[22]. Li doveva, però, aspettare la collera della famiglia Blondel, adirata per la conversione di Enrichetta al cattolicesimo, un risentimento che non diminuì con il passare degli anni[112]. Al ritorno dalla Francia, i Manzoni alternarono periodi a Brusuglio e in città, dimorando nella villa fuori porta quando veniva la bella stagione, ove Alessandro si dedicava all'agricoltura. A Milano, si stabilirono per quasi due anni al numero 3883 di via S. Vito al Carobbio[113], per poi trascorrere un anno nel palazzo dei Beccaria, in via Brera, finché il 2 ottobre 1813[114] il poeta acquistò una casa in via del Morone, al numero 1171 (oggi 1)[115]. Manzoni era sempre stato abituato a vivere in mezzo al verde: la nuova dimora, che dava su piazza Belgioioso, aveva «un giardino proprio interno, con certo quale sentore di chiostro, assolutamente quel che ci voleva per l'indole del Manzoni»[116]. In via del Morone l'autore avrebbe trascorso il resto della propria vita[114]. Nel corso degli anni seguenti i membri della famiglia Manzoni, che alternavano la loro residenza tra il palazzo cittadino e la villa di Brusuglio, crebbero di numero[117]. Il 5 settembre 1811, quando la famiglia Manzoni abitava ancora in via S. Vito al Carobbio, la secondogenita Luigia Maria Vittoria morì subito dopo il parto; fu il primo dei tanti lutti che costelleranno la vita del Manzoni. Meno di due anni più tardi, vide la luce in via Brera il primo figlio maschio, Pietro Luigi (21 luglio 1813). Il 25 luglio 1815, la casa di via del Morone fu allietata dalla nascita di Cristina[8][118]. Nel giro di pochi anni vennero al mondo anche Sofia (12 novembre 1817) Enrico (7 giugno 1819), nell'agosto 1821 Clara, vissuta due anni; 13 mesi dopo, Vittoria; Filippo nel marzo 1826 e Matilde nel maggio 1830[8].

Da Degola a Luigi Tosi: la nuova guida spirituale[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Tosi

Prima di partire, i Manzoni avevano chiesto al sacerdote giansenista di indicar loro una persona degna di fiducia che potesse continuare la sua opera di assistenza spirituale[119]. Il 30 maggio Degola scriveva una lettera di raccomandazione per don Luigi Tosi, canonico di Sant'Ambrogio e anch'egli giansenista[120]. Sia Giulia che Alessandro ebbero del Tosi un'ottima impressione, come può evincersi dalle parole di Alessandro: «Il degnissimo Canonico Tosi fu visitato da mia madre e me [...], e fu trovato un vero amico del Dégola; e questo basti per suo elogio»[121]. Il sacerdote si recava anche a Brusuglio, quando la famiglia vi soggiornava, e mantenne la sua funzione di guida spirituale per molti anni, anche dopo la sua elezione a vescovo di Pavia, avvenuta nel 1823. Ad Alessandro, come alla moglie e alla madre, non era ancora stato amministrato il sacramento della Comunione. Dopo una breve preparazione, Manzoni si confessò il 27 agosto e il 15 settembre, assieme a Giulia ed Enrichetta, si accostò per la prima volta all'Eucarestia[122], anche se il percorso di conversione completa fu ancora molto lungo. Infatti, nell'agosto 1811, il neofita inviava a Degola e Tosi delle lettere, in cui chiedeva rispettivamente di pregare «perché piaccia al Signore scuotere la mia lentezza nel suo servizio e togliermi da una tepidezza che mi tormenta, e mi umilia», e affermava che «malgrado la mia profonda indegnità sento quanto possa in me operarne [di bene] la Onnipotenza della Divina Grazia»[123].

Il quindicennio creativo (1812-1827)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: sezione Pensiero e poetica.
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Opere di Alessandro Manzoni.
Giuseppe Molteni, Alessandro Manzoni, olio su tela, 1835, Pinacoteca di Brera

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

Espressione ormai adottata in generale dalla critica letteraria, il quindicennio creativo suole indicare quell'arco temporale in cui Manzoni, ormai convertito al cattolicesimo e alle idee romantiche, si prodigò nella stesura delle sue opere letterarie principali, spaziando dalla poesia sacra a quella civile, dai saggi filosofico-religiosi alle tragedie, per giungere infine alla stesura del primo grande romanzo della storia della letteratura italiana. In tutti questi generi, Manzoni apportò elementi nuovi e rivoluzionari rispetto alla tradizione letteraria: l'autore non è più l'isolato ed esclusivo portavoce dei propri sentimenti, ma si fonde con il resto dell'umanità per elevare, con le tecniche letterarie di cui è fornito, un canto di redenzione universale. Il deciso pluralismo spirituale dell'ecumene umano, che appare cristallino ed evidente negli Inni Sacri, emerge nella catarsi salvifica delle tragedie, del 5 Maggio e mirabilmente nei Promessi Sposi, capolavoro della speranza cristiana. La fredda retorica neoclassica emersa nell’Urania e nel poemetto idillico Partenide e in quello civile La vaccina (quest'ultimo lasciato incompleto[124]) lasciano spazio a istanze progressivamente romantiche.

Gli Inni Sacri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Inni Sacri.

D'ora in avanti, la sua vita e la sua arte saranno pienamente conformi alla fede e alla necessità di divulgarla con l'esempio e con le opere. Nel 1812 cominciò la stesura degli Inni Sacri: l'autore voleva scrivere nell'ordine Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti e I Morti[125], ma ne portò a termine solo cinque: La Risurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste. I primi quattro furono scritti tra l'aprile 1812 e l'ottobre 1815, e pubblicati in un volumetto presso l'editore milanese Pietro Agnelli alla fine del 1815[126]. Più lungo tempo richiese la stesura de La Pentecoste, iniziata nel 1817 e completata solo cinque anni più tardi, rallentata da altre opere cui l'autore attese nei medesimi anni, tra cui spiccano le due tragedie e la prima versione del romanzo. Dio è visto come riscatto e consolazione per l'umanità sofferente, come unica alternativa alle filosofie che hanno creduto di trovare nella forza e nel pensiero dell'uomo la soluzione alle esigenze più profonde dell'esistenza. L'intenzione dell'autore è quella di una poesia popolare, da cui lo stile talvolta si allontana perché ancora influenzato dalla formazione neoclassica[127], per poi ritornare alla comunità dei credenti che innalza, insieme al poeta, un canto di lode a Dio, unica sicurezza contro il male sempre imperante nella Storia[128].

Il 1814 e le Odi civili[modifica | modifica wikitesto]

Il linciaggio di Giuseppe Prina in una stampa dell'epoca

Mentre Manzoni elaborava gli Inni Sacri, la situazione politica italiana e internazionale si stava velocemente deteriorando: Napoleone, fortemente debilitato dopo la disastrosa campagna di Russia del 1812, crollava nella grande battaglia di Lipsia del 1814. Di conseguenza, anche gli Stati satelliti francesi, tra cui il Regno d'Italia, caddero sotto i colpi della coalizione austro-russa, obbligando Eugenio de Beauhrneais a fuggire da Milano e permettendo così agli austriaci di rientrare in Lombardia dopo vent'anni di assenza. Manzoni vive questi momenti drammatici con grande angoscia, assistendo dal suo palazzo di Via del Morone, il 20 aprile 1814, al linciaggio del ministro delle finanze Giuseppe Prina, la cui violenza (deplorata vivamente dal Manzoni) viene narrata dal poeta milanese in una lettera indirizzata al Fauriel[129]. A parte l'episodio del Prina, Manzoni partecipò intensamente al tentativo di mantenere indipendente l'Alta Italia con un regno il cui re sarebbe stato proprio il Beauhrneais, sottoscrivendo una petizione presso le grandi potenze vittoriose riunitesi a Parigi[130]. Poeticamente, invece, il Manzoni contribuì all'effimero sentimento patriottico con la stesura di due canzoni entrambe rimaste incompiute[131]: Aprile 1814 (sette strofe scritte tra il 22 aprile e il 12 maggio 1814), in cui si rievoca il terremoto politico milanese in chiave patriottica[132] e la denuncia verso la politica napoleonica[133]; e Il proclama di Rimini (aprile 1815), ove Manzoni riflette sull'omonimo discorso tenuto dall'ex re di Napoli Gioacchino Murat per la difesa dell'Italia, e inquadrandolo come un Liberatore inviato da Dio per sottrarre gli italiani dalla schiavitù[134].

Manzoni e il dibattito tra classicisti e romantici[modifica | modifica wikitesto]

Anne Louise Germaine de Staël, Sulla maniera e utilità delle traduzioni, traduzione di Pietro Giordani, dalla Biblioteca Italiana (gennaio 1816). L'articolo, la cui copia originale (qui riportata) è conservata presso l'emeroteca della Biblioteca Braidense di Milano, suscitò l'inizio del dibattito tra classicisti e romantici.

Gli anni successivi alla conversione furono assai significativi per il panorama letterario e culturale italiano. La nostra nazione, ancora ancorata ad una salda tradizione classicista grazie ai magisteri passati di autori quali Parini e Alfieri, e attuali quali quello del Monti, fu costretta a confrontarsi con la nuova temperie romantica europea. Nel gennaio del 1816, infatti, l'intellettuale francese Madame de Stael pubblicò, sul primo numero del giornale letterario la Biblioteca Italiana, un articolo intitolato Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni, in cui attacca l'ostinato ancoraggio degli italiani ad una vacua retorica, ignorando invece le novità letterarie provenienti dalla Germania e dall'Inghilterra[135][136]. Alla successiva querelle tra classicisti (capeggiati da Pietro Giordani) e romantici (tra i quali spiccano Ludovico di Breme e Giovanni Berchet), Manzoni non partecipò attivamente. Benché fosse apertamente dalla parte dei romantici (l'ode L'ira di Apollo testimonia, in chiave ironica, l'ira del dio della poesia pagano per essere stato escluso dai testi poetici) e partecipasse alla Cameretta letteria animata da Ermes Visconti, Gaetano Cattaneo, Tommaso Grossi e, soprattutto, dal poeta dialettale Carlo Porta[137][138], Manzoni si rifiutò di collaborare apertamente sia alla Biblioteca Italiana che al successore della prima rivista, Il Conciliatore[8]. Oltre all'interesse sempre crescente per la formulazione di una poetica cristiana e l'inizio delle indagini sul genere teatrale, furono determinanti anche la nevrosi depressiva che colpì Manzoni, per la prima volta, nel 1810 (in occasione dello smarrimento di Enrichetta) e, in modo sempre più debilitante, negli anni successivi: disturbi agorafobici, attacchi di panico, svenimenti e difficoltà a parlare in pubblico avevano minato i suoi rapporti interpersonali, costringendolo ad una vita tranquilla e ritirata nei suoi possedimenti di Brusuglio o nella quiete del suo palazzo milanese[139].

Manzoni e il teatro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: sezione Pensiero e poetica.
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Il Conte di Carmagnola.

Decisiva fu l'impronta che Manzoni lasciò nella storia del teatro italiano. Dopo la stagione alfieriana, Manzoni intervenne sulla struttura e la finalità stessa del dramma, il quale non deve impegnarsi a descrivere il verosimile (fattore che escludeva l'artificiosità delle tre unità aristoteliche) e i moti dell'anima dei protagonisti, campo d'indagine proprio del poeta e non degli storici di professione[140]. La poetica teatrale, informata di un disegno educativo e morale che Manzoni si proponeva di trasmettere ai lettori, è esposta teoricamente ne I materiali estetici e nella ben più celebre Lettera a Monsieur Chavuet (1820), in cui il letterato milanese difende la concezione del teatro esposta ne Il Conte di Carmagnola e, successivamente, nell’Adelchi. La stesura del primo dramma, iniziata il 15 gennaio 1816, si interruppe all'inizio dell'anno successivo, dopo il compimento del secondo atto, a causa dell'impegno profuso nelle Osservazioni sulla morale cattolica e dei già noti problemi di salute psichica che affliggevano l'autore. Il 5 luglio 1819 Manzoni rimise mano al testo, portandolo a termine nel giro di pochi mesi. Nel 1820 Vincenzo Ferrario pubblicava a Milano la prima edizione dell'opera[141]. L’Adelchi, invece, fu edito nel 1822, mentre cominciava a profilarsi, nella mente di Manzoni, la visione narrativa del romanzo.

La crisi del 1817 e le Osservazioni sulla morale cattolica (1818-1819)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Osservazioni sulla morale cattolica.

Intanto, Manzoni era andato incontro a una crisi spirituale che durò pochi mesi, nella primavera del 1817[142], e fu determinata da più fattori. Il più importante va senza dubbio cercato nell'appoggio della Chiesa alla Restaurazione: il liberale manzoni non concepiva tale connubio politico, elemento che poneva in conflitto la religione cristiana in cui fermamente credeva e l'orientamento politico della Chiesa Cattolica che non condivideva[143]. La delusione che ne derivò portò all'acuirsi della sua malattia nervosa e a un conseguente raffreddamento nella pratica religiosa, come si evince da una lettera di Tosi al Degola, in cui il padre spirituale dello scrittore comunicava il superamento della crisi (14 giugno 1817)[144]. Anche con il futuro vescovo di Pavia c'era stato un piccolo scontro, presto dimenticato, quando Manzoni gli aveva manifestato il desiderio di tornare per un periodo a Parigi, incontrando un'opposizione che gli parve esagerata[145]. Il sacerdote ravvisava infatti nel trasferimento un pericolo per la fede del discepolo, desideroso, al contrario, di rivedere Fauriel, e speranzoso di trarre beneficio per i propri disturbi nervosi. Manzoni chiese ugualmente di poter partire, ma in maggio la polizia gli negò i passaporti[146].

Accantonata provvisoriamente l'ipotesi parigina, Manzoni interruppe il Conte di Carmagnola ritirandosi in campagna, dove si immerse nella lettura di testi filosofici che saranno alla base delle Osservazioni sulla morale cattolica[145]. Le postille manzoniane agli autori studiati sono utili per determinare quali libri affrontasse in quei mesi e per scoprire come lo scrittore li giudicasse. Le postille a Locke, a Condillac e a Destutt de Tracy provano la distanza di Manzoni dal loro pensiero[145], ma la sua attenzione, nel preparare le Osservazioni, andò soprattutto all’Histoire des Républiques Italiennes di Sismondi, il cui sedicesimo e ultimo volume uscì a Parigi nel 1818. L'opera, che era stata la fonte principale della tragedia, recava nell'ultimo tomo delle violente accuse contro il cattolicesimo, suscitando nel canonico Tosi una reazione indignata, chiedendo così a Manzoni di controbattere[147][148]: il frutto di tale apologia vide le stampe nel 1819, quando Manzoni lo pubblicò con il titolo Sulla Morale Cattolica, osservazioni di Alessandro Manzoni, Parte prima[149].

Il secondo soggiorno parigino (1819-1820)[modifica | modifica wikitesto]

Già dal 1817, Manzoni pensava di ritornare a Parigi, luogo felice della giovinezza ove sperava di poter guarire dalle crisi di nervi di cui soffriva sempre più in modo accentuato[22]. I preparativi per la partenza, però, furono sempre rimandati a causa della difficoltà di ottenere i passaporti da parte delle autorità austriache[22]. Solamente nel 1819 Manzoni ottenne i passaporti, e con l'intera famiglia partì per la Francia il 14 settembre[150]. Nella capitale francese, Manzoni frequentò lo storico Augustin Thierry (1795-1856) e il filosofo Victor Cousin (1792-1867)[151]. La conoscenza di Thierry ebbe un'influenza importante sulla concezione manzoniana della storia, e una certa rilevanza ebbe anche lo spiritualismo di Cousin. Benché le idee di quest'ultimo non fossero del tutto eterodosse in materia di religione, affermazioni quali «Sans Dieu, l'homme et la nature restent un mystère»[152] (Senza Dio, l'uomo e la natura restano un mistero), oppure «La loi suprème, c'est [...] la sainteté, le dévouement, la charité, l'amour du prochain; c'est surtout l'amour de Dieu»[153] (La legge suprema consiste [...] soprattutto nella santità, nella devozione, nella carità, nell'amore per il prossimo; si manifesta soprattutto nell'amore di Dio).

Dall’Adelchi alla Ventisettana[modifica | modifica wikitesto]

Il culmine della creatività manzoniana[modifica | modifica wikitesto]

Manzoni, però, non trovò giovamento dal soggiorno parigino: le crisi di nervi non erano infatti passate, e cominciava a provare nostalgia di casa. Pertanto, dopo un soggiorno di appena un anno, il 25 luglio lui e la famiglia al completo partirono da Parigi, per rientrare a Milano l'8 agosto[22]. Passata l'estate, Alessandro iniziò gli anni più frenetici del quindicennio creativo, in cui elaborò quei concetti religiosi/provvidenzialistici che troveranno il culmine nell’Adelchi e nel Cinque maggio, basi fondamentali per l'economia dei Promessi Sposi, insieme all'inizio della riflessione linguistica, strutturale e artistica del genere del romanzo stesso.

Il biennio 1820-1822: le basi del Romanzo[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Il cinque maggio, Marzo 1821 e Adelchi (Manzoni).
Charles de Steuben, Morte di Napoleone I a Sant'Elena, il 5 maggio 1821, olio su tela, 1828.

A partire dal novembre del 1820, infatti, Manzoni cominciò a stendere la tragedia dell’Adelchi[154]. Dopo aver gettato giù un primo abbozzo della tragedia tra l'inverno 1820 e la primavera del 1821, improvvisamente Manzoni abbandonò momentaneamente il suo lavoro, per riprendere in mano la poesia civile con la stesura di Marzo 1821, celebrante la presunta invasione del Lombardo-Veneto da parte delle truppe sardo-piemontesi dopo l'abidcazione di Vittorio Emanuele I[155]. L'opera lirica (stesa tra il 15 e il 17 marzo[154]), rispetto alle odi di sette anni prima, rivela una maggior compattezza strutturale e sicurezza sia nel tono del linguaggio, sia nel trattare gli stati d'animo dei patrioti italiani. Scemata l'euforia generale a causa del fallimento dei moti, Manzoni rimise mano all’Adelchi, cominciando a leggere, come per il Conte di Carmagnola, varie fonti storiche (rielaborate nel coevo saggio storico intitolato Discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia[8]) perché ci fosse un'aderenza tra il vero storico (cioè gli eventi storici realmente accaduti) e il vero poetico (cioè l’inventio narrativa dello scrittore), concezione della storia appresa alla scuola di Thierry e degli idéologues. L'anno 1821, però, fu pregno di eventi significativi per la storia italiana ed europea: oltre ai moti sovracitati, infatti, il 5 maggio moriva sull'Isola di Sant'Elena l'esiliato Napoleone Bonaparte, notizia che però giunse in Europa soltanto nel mese di luglio. Manzoni aveva letto della scomparsa dell'ex imperatore dei francesi, infatti, su di un articolo della Gazzetta di Milano del 17 luglio 1821[156], e ne rimase profondamente scioccato: il nobile meneghino era rimasto profondamente affascinato dal titanismo, dal carisma e dal genio militare di Napoleone[157], e immediatamente si accinse a stendere un'ode che ne ripercorresse la vita. Fu così che, tra il 18 e il 20 luglio[156], Manzoni stese questo capolavoro in cui la grandezza di Napolone non risiede nelle sue imprese terrene, quanto nell'aver compreso, attraverso le sofferenze dell'esilio, la vanità delle glorie passate e l'importanza assoluta della Salvezza. Il parallelo con le vicende di Adelchi ed Ermengarda, dimostra l'intreccio elaborativo di questi mesi, e della formulazione di quella provvida sventura che sarà alla base del romanzo.

Dal Fermo e Lucia ai Promessi Sposi (1822-1827)[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Fermo e Lucia e I Promessi Sposi.
Frontespizio dell'edizione dei Promessi Sposi del 1840, con illustrazioni di Francesco Gonin

Manzoni iniziò a scrivere un romanzo già a partire dall'autunno del 1821[158], ma la stesura vera e propria del Fermo e Lucia iniziò il 24 aprile 1821, dopo aver letto l’Ivanhoe tradotto in francese[159]. Nella quiete della sua villa di Brusuglio, Manzoni iniziò a scrivere il suo romanzo dopo aver quindi iniziato la lettura dei romanzi europei, specialmente inglesi, in quanto la letteratura italiana si era concentrata su altre tipologie di generi prosaici. Oltre a Walter Scott Manzoni, seguendo già la metodologia adottata per le tragedie, cominciò un vero e proprio lavoro di documentazione storica, che si basò sulla lettura della Historia patria di Giuseppe Ripamonti e l’Economia e statistica di Melchiorre Gioia[160]. Seguendo le postille lasciate dal Manzoni, questi iniziò a stendere la prima minuta del Fermo e Lucia (il cui titolo è stato suggerito dall'amico Ermes Visconti, come testimoniato in una lettera del 3 aprile 1822[159]), consistente in un foglio protocollo diviso in due colonne: a sinistra Manzoni scriveva il testo, mentre sulla destra riportava le correzioni. La seconda fase di stesura del romanzo, dovuta all'ultimazione dell’Adelchi e alla stesura del Cinque maggio terminò poi il 17 novembre 1823[161]. Fu poi edito nel 1825. Il passaggio dal Fermo e Lucia, romanzo caratterizzato da una struttura narrativa poco armonica a causa della divisione in tomi e di ampie parti dedicate a suor Gertrude e al Conte del Sagrato, ai Promessi Sposi fu alquanto travagliato, e non soltanto per la revisione strutturale[162]. Infatti, oltre all'aspetto organizzativo, Manzoni si accorse del linguaggio artificioso e letterario da lui usato, elemento non rispondente alle esigenze realistiche cui tendeva la sua poesia[163]. Scegliendo il toscano come lingua colloquiale per i suoi personaggi[164], pubblicò la cosiddetta ventisettana (nome dato alla prima edizione dei Promessi Sposi), ma si accorse di come ci fosse la necessità di ascoltare direttamente l'eloquio di quella regione: decise, così, di partire per Firenze.

Il viaggio in Toscana (1827)[modifica | modifica wikitesto]

Il Gabinetto Vieusseux e le basi della Quarantana[modifica | modifica wikitesto]

In seguito Manzoni, per dare vita alla stesura finale del romanzo a livello formale e stilistico, si trasferì a Firenze nel 1827, in modo da entrare in contatto e "vivere" la lingua fiorentina delle persone colte, che rappresentava per l'autore l'unica lingua dell'Italia unita. Il viaggio, iniziato il 15 luglio, vide l'intera famiglia Manzoni (figli, l'anziana madre Giulia e la moglie Enrichetta) passare per Pavia (dove si fermarono per salutare il canonico Tosi, ora vescovo della città), Genova, Lucca, Pisa[22] ed infine, il 29 agosto, nella capitale del Granducato di Toscana[165]. Il soggiorno, che durerà fino all'ottobre, fu un trionfo per don Alessandro: i membri del Gabinetto Vieusseux (con in testa Niccolò Tommaseo, lo stesso Giovan Pietro Vieusseux, Giovanni Battista Niccolini e Gino Capponi[166][167]) gli vennero incontro con tutti gli onori, e anche lo stesso Giacomo Leopardi, che non ammirava né condivideva la poetica del Manzoni, lo salutò cordialmente[168]. La fama de I Promessi Sposi superò presto i confini dei circoli letterari, giungendo presso la stessa corte granducale, ove Leopoldo II in persona ricevette il romanziere. Tra queste serate, ricevimenti e impegni (che pesarono a Manzoni, per via dei suoi problemi nervosi), don Alessandro poté procedere con la sua indagine linguistica, avvalendosi del contatto diretto sia con la nobiltà fiorentina, sia con il popolo, notando la somiglianza della terminologia utilizzata dalle due classi. Il frutto di tali osservazioni fu fondamentale per la scelta del fiorentino (e non più del generico toscano) come lingua quotidiana per i personaggi del suo romanzo[164], scelta che portò, nel corso degli anni '30, a rivedere i suoi Promessi Sposi, pubblicandoli definitivamente nel 1840 insieme alla Storia della colonna infame, un saggio che riprende e sviluppa il tema degli untori e della peste, che già tanta parte aveva avuto nel romanzo, del quale inizialmente costituiva un excursus storico.

Gli anni del silenzio (1827-1873)[modifica | modifica wikitesto]

I primi lutti famigliari e il secondo matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Hayez, Ritratto di Teresa Borri Stampa, olio su tela, 1849, Pinacoteca di Brera

La quiete famigliare su cui Manzoni aveva instaurato il proprio regime di vita quotidiana, basato sull'affetto che Enrichetta, la madre e i figli nutrivano per lui, si frantumò a partire dagli anni '30, allorché lo colpirono i primi lutti famigliari: la prima fu quella dell'adorata moglie Enrichetta, morta il 25 dicembre 1833 di tabe mesenterica[169][170], malattia contratta a seguito delle numerose gravidanze[171]. Il dolore di Manzoni fu tale che, quando nel 1834 cercò di scrivere Il Natale del 1833, non riuscì a completare l'opera[172]. Dopo Enrichetta, Manzoni dovette vedere la morte dell'adorata figlia primogenta Giulia, già moglie di Massimo D'Azeglio, il 20 settembre del 1834[173]. Gli anni successivi furono ancora costellati dalla morte di molti dei suoi cari: della figlia Cristina e della madre Giulia (1841)[173] ed, infine, dell'amico Fauriel (1844)[174]. Il 2 gennaio 1837[175], grazie agli uffici della madre e dell'amico Tommaso Grossi[176], sposò Teresa Borri, vedova del conte Decio Stampa e madre di Stefano (1819-1907), figura cui il Manzoni fu molto legato[177]. La nuova moglie di Manzoni, al contrario di Enrichetta, era dotata di una forte personalità e di una buona cultura letteraria[178]. A causa del suo carattere forte e protetettore nei confronti dell'adorato marito, Teresa entrò presto in conflitto sia con l'anziana suocera, sia con lo stesso Grossi, che dovette abbandonare il palazzo di Via del Morone dove vi abitava da più di vent'anni[179].

Il 1848 e l'esilio a Lesa: Antonio Rosmini e la critica al romanzo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinque giornate di Milano e Antonio Rosmini.
Sebastiano de Albertis, Giuseppe Garibaldi visita Alessandro Manzoni il 15 marzo 1862, olio su tela, 1863. Garibaldi non fu l'unica personalità politica importante a visitare Manzoni[180]: Cavour, Vittorio Emanuele II, lo statista inglese William Gladstone[22], Giuseppe Verdi[181] e i principi di Piemonte Umberto e Margherita vollero conoscerlo di persona.

Milano, come le altre grandi città europee, non fu immune dalle rivolte che esplosero su tutto il continente europeo: durante le famose cinque giornate di Milano i patrioti riuscirono a scacciare, seppur momentaneamente, gli austriaci del feldmaresciallo Radetzky dalla città. Tra questi uomini imbevuti dell’epos risorgimentale c'era anche il figlio ventiduenne del Manzoni, Filippo, che finì incarcerato all'inizio dei combattimenti. Se il figlio combatteva sulle barricate, il padre Alessandro pubblicò quelle odi politiche (Aprile 1814 e Marzo 1821) che, per timore della rappresaglia austriaca, non aveva mai edito[182]. Al momento del rientro di Radetzky Manzoni, timoroso di subire delle ripercussioni per il suo sostegno "morale" alla causa risorgimentale, si rifugiò a Lesa, dove la moglie Teresa aveva una villa[183].

Il soggiorno di Lesa, che durerà fino al 1850, non fu un infecondo esilio: a Stresa, non molto lontano, viveva il grande filosofo e sacerdote Antonio Rosmini, conoscente del Manzoni già dal 1827[184]. Il ritiro sul Lago Maggiore servì allo scrittore per conoscere meglio l'animo e il pensiero del Rosmini, del quale apprezzò profondamente la personalità e la pietà (oltre alle discussioni religiose, linguistiche e politiche)[185], come si può desumere dal folto carteggio epistolare fra i due uomini[186].

Questi anni, dal punto di vista strettamente letterario, videro Manzoni rigettare quell'equilibrio tra vero storico e vero poetico impostato nel suo romanzo. Attratto in maniera crescente dagli studi linguistici, storici e filosofici, Manzoni sentì sempre più necessaria e urgente la ricerca della "verità oggettiva", condannando, nel saggio Del romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e di invenzione e nel dialogo Dell'invenzione (pubblicati entrambi del 1850), la commistione tra inventio e historia[187].

Gli ultimi anni di Manzoni: ancora lutti e simbolo della Patria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla.
I funerali di Alessandro Manzoni, in un'incisione dell'epoca:
« A mezzodì il feretro, preceduto dalle cento bandiere delle scuole e delle associazioni operaie e dalle rappresentanze italiane, avviavasi al Cimitero Monumentale, passando per le vie maggiori. »
(Felice Venosta, Alessandro Manzoni: cenni sulla vita e le sue opere, pp. 157-158)

Gli anni a venire furono assai penosi per l'ormai anziano scrittore: nel 1853 muore Tommaso Grossi; nel 1855 l'amico Rosmini; l'anno successivo la figlia Matilde, da tempo ammalata di tisi[188]; nel 1858, lo zio Giulio Beccaria[189]; nel 1861, la moglie Teresa, la cui salute era già stata irremidiabilmente compromessa dopo una difficoltosa gravidanza anni addietro[190][191]. Questa serie di lutti fu alternata dal conferimento di onorificenze da parte del neonato Regno d'Italia, e dalle visite di illustri ospiti. Il 29 febbraio 1860, ancor prima della proclamazione ufficiale del nuovo Stato unitario, fu nominato senatore del Regno di Sardegna per meriti verso la patria[192]. Con questo incarico votò nel 1864 a favore dello spostamento della capitale da Torino a Firenze fintanto che Roma non fosse stata liberata[22]. Dal punto di vista intellettuale, gli ultimi anni videro Manzoni, oltre a conversare col Rosmini, a scrivere saggi storici (La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859: saggio comparativo) e linguistici intorno alla lingua italiana. Come presidente della commissione parlamentare sulla lingua, infatti, Manzoni scrisse, nel 1868, una breve relazione sulla lingua italiana (Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla) indirizzata al ministro Broglio, in cui si cerca di trovare una soluzione pratica alla diffusione del fiorentino in tutta Italia[193]. Il 28 giugno 1872 fu nominato cittadino onorario di Roma[194].

La morte e il funerale[modifica | modifica wikitesto]

Manzoni, a parte i disturbi psichici da cui era affetto e una malattia che lo colpì nel 1858, godette sempre di ottima salute[195]. L'anno 1873 fu però l'ultimo della sua vita: il 6 gennaio cadde sbattendo la testa su uno scalino all'uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano[8][196], procurandosi un trauma cranico con perdita di sangue. Manzoni si accorse, già dopo qualche giorno, che le sue facoltà intellettive cominciavano lentamente a scemare[197], fino a cadere in uno stato catatonico negli ultimi periodi di vita. Le sofferenze furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 27 aprile[8], e quasi un mese dopo, il 22 maggio alle ore sei e quindici del pomeriggio, spirò per una meningite contratta a causa del trauma riportato nel gennaio precedente[198]. I funerali, celebrati il 29[22], furono solenni, e vi parteciparono le massime autorità dello Stato[199]. Felice Venosta ne narra i particolari descrivendo, non senza note di patetismo, lo stato d'animo in cui versava la città al momento della sua scomparsa:

« Per le strade un gridio di venditori di fotografie del gran poeta, di ritratti d'ogni formato, d'ogni prezzo...Le pareti delle case erano tappezzate di avvisi portanti il nome del Manzoni [...] gli uomini erano tutti nelle vie, e metà Milano, a non esagerare, volle seguire il feretro al Cimitero »

Dopo la morte[modifica | modifica wikitesto]

Tomba di Alessandro Manzoni nel Cimitero Monumentale di Milano

Tra elogi e critiche[modifica | modifica wikitesto]

L'attacco de La Civiltà Cattolica[modifica | modifica wikitesto]

La scomparsa di Alessandro Manzoni non suscitò unanime cordoglio: il mondo cattolico più reazionario e clericale, per esempio, non accennò alla sua morte. I gesuiti de La Civiltà Cattolica, infatti, la passarono sotto silenzio[200]. Indignati per l'appoggio dato dal Manzoni al Risorgimento e per aver accettato la cittadinanza onoraria di Roma, i padri gesuiti attaccarono violentemente la stessa arte e qualità dell'opera manzoniana nell'articolo del 26 giugno 1873 Alessandro Manzoni e Giuseppe Puccianti[201][202]. Innanzitutto, si sottolinea la pochezza della produzione letteraria del Manzoni, paragonandolo a quegli artisti effimeri che il tempo cancellerà dalla memoria: «difatti non fece, né certamente farà altra scuola, né in prosa né in poesia, che di volgari»[203]. I Promessi Sposi sono l'unico romanzo che è riuscito ad imporsi, ma è pur sempre un'opera "imitatrice" dei romanzi dello Scott[204]; le restanti opere, eccetto per gli Inni Sacri, verranno relegate tra i cultori della materia[205]. L'odio e la critica feroce verso il defunto scrittore sono, però, principalmente da indebitarsi al legame col movimento liberale, il quale l'ha preso come simbolo proprio per la sua partecipazione al movimento risorgimentale[206].

Onorificenze postume[modifica | modifica wikitesto]

Antoine Ronna, Parnaso italiano: poeti italiani contemporanei, frontespizio. Dall'alto, in senso orario: Giuseppe Parini, Vincenzo Monti, Giacomo Leopardi, Terenzio Mamiani, Luigi Carrer, Tommaso Grossi, Silvio Pellico, Giovanni Battista Casti, Alessandro Manzoni.

Nel 1874, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi diresse personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la Messa di requiem, composta per onorarne la memoria[207]. Nel 1883, a dieci anni dalla morte, la sua tomba venne spostata nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano[208]. Il 29 dicembre 1923 in occasione del cinquantesimo anno dalla morte il Regno d'Italia ha emesso una serie commemorativa di sei francobolli ceduta in parte al comitato promotore della celebrazione[209].

La critica letteraria su Manzoni[modifica | modifica wikitesto]

Il mito manzoniano: tra luci e ombre[modifica | modifica wikitesto]

Le prime biografie di Manzoni furono scritte da Cesare Cantù (1885), Stefano Stampa (edita anch'essa nel 1885, in risposta a delle inesattezze del Cantù), Cristoforo Fabris, Angelo de Gubernatis (1879), mentre una parte delle lettere di Manzoni fu pubblicata da Giovanni Sforza nel 1882. La figura enigmatica dello scrittore, costantentemente afflitto da sintomi depressivi e relegato in una vita appartata e isolata dagli eventi mondani, spinsero Paolo Bellezza a comporre il suo saggio Genio e follia in Alessandro Manzoni (1898), in cui si analizzano paure bizzarre dello scrittore, quali l'agorafobia, gli svenimenti continui e la paura delle pozzanghere[210]. Manzoni non fu però solo oggetto di indagini psicoanalitiche, ma anche di vere e proprie critiche nel campo strettamente letterario: in primo luogo gli Scapigliati, che videro in Manzoni l'espressione del perbenismo borghese da loro tanto detestato[211]; da Carducci, estimatore dell’Adelchi ma implacabile verso il romanzo[212]; da Settembrini, autore del Dialogo tra Manzoni e Leopardi in cui l'anticlericale napoletano si burla della sua fede cattolica[213]. Ammirazione incondizionata, invece, venne da Francesco De Sanctis, Giovanni Verga, Luigi Capuana[214] e da Giovanni Pascoli, che gli dedicò il saggio critico Eco di una notte mitica (1896)[215].

Nel Novecento, a causa dei movimenti anticlassicisti delle avanguardie e dell'evoluzione della lingua (oltre ad un edulcoramento della figura del romanziere a causa dell'insegnamento delle scuole), Manzoni subì varie critiche da parte di letterati e intellettuali: tra questi, D'Annunzio, avverso alla teoria linguistica manzoniana[216], il "primo" Croce[217] e il marxista Gramsci, che accusò di paternalismo il Manzoni[218]. La più importante apologia del Manzoni fu operata da Carlo Emilio Gadda, che pubblicò nel 1927 l’Apologia manzoniana, e nel 1960 attaccò il piano di Alberto Moravia di affossarne la proposta linguistica[219]. Soltanto nel Secondo Novecento, grazie agli studi di Luigi Russo, Giovanni Getto, Lanfranco Caretti, Ezio Raimondi e Salvatore Silvano Nigro si è riusciti a "liberare" Manzoni dalla patina ideologica di cui era stato rivestito già all'indomani della sua morte, indagandone con occhio più libero di pregiudizi la poetica e, anche, la modernità dell'opera[220].

Pensiero e poetica[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Rosaspina, Giuseppe Parini, litografia del XVIII secolo. Parini, insieme alla tradizione illuminista lombarda, furono fondamentali per lo sviluppo della letteratura civile manzoniana, un apporto che non cessò (ma che si accentuò) dopo la conversione al romanticismo del Manzoni.

Tra illuminismo e romanticismo[modifica | modifica wikitesto]

La parabola letteraria del Manzoni, così come per gli altri romantici italiani, non propendette verso una totale rottura con la tradizione illuminista settecentesca. Al contrario, dopo il contatto con Fauriel, Thierry e gli altri ideologues, Manzoni assorbì sì quei tratti caratteristici propri del romanticismo (attenzione verso la natura, il mondo dei "piccoli", la spontaneità emotiva), ma li filtrò con gli apporti paideutico-educativi propri della lezione del Parini, del nonno Cesare Beccaria e di Pietro Verri[221].

La letteratura civile. Dagli esordi giacobini alla Lettera sul Romanticismo[modifica | modifica wikitesto]

Alle scuole dei sacerdoti somaschi e barnabiti, Manzoni ricevette, come già si è visto, una formazione classica, basata sullo studio deI grandi classici. In seguito, grazie alla formazione di circoli giacobini a Milano e alla propugnazione di ideali propri dell'illuminismo, Manzoni aderì fino agli ultimi anni del primo decennio dell'Ottocento ad un illuminismo scettico nel campo della religione, in cui predominava il valore per la Libertà propugnata dagli ideali rivoluzionari[222][223]. Seguendo fin dalla gioventù canoni dell'illuminismo milanese e dellAccademia dei Trasformati[224], Manzoni si fece portavoce inoltre della figura dell'intellettuale impegnato civilmente, rimarcando l'aspetto etico che il letterato può assumere all'interno della comunità civile: questi, infatti, deve collaborare con il potere sulla via delle riforme per migliorare la condizione del popolo, come aveva fatto il Parini quarant'anni prima. Questo tipo di letteratura impegnata moralmente la si riscontra in una lettera inviata a Fauriel nel 1806, dove un giovanissimo Manzoni si lamenta dello stato di decadenza della società italiana, cosa per cui «gli Scrittori non possono produrre l'effetto che eglino (m'intendo i buoni) si propongono, d'erudire cioè la moltitudine, di farla invaghire del bello e dell'util, e di rendere in questo modo le cose un po' più come dovrebbero essere»[225]. Questa concezione civile e morale della letteratura, oltre alle prove poetiche delle Odi civili del 1814 e del 1821, viene ripresa a livello nella più matura Lettera sul Romanticismo inviata al marchese Cesare d'Azeglio (1823)[226], in cui Manzoni ribadisce il valore sociale che un'opera d'arte letteraria deve avere come principale finalità:

« ...mi limiterò ad esporle quello che a me sembra il principio generale a cui si possano ridurre tutti i sentimenti particolari sul positivo romantico. Il principio, di necessità tanto più indeterminato quanto più esteso, mi sembra poter esser questo: Che la poesia, e la letteratura in genere debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo »
(A. Manzoni, Lettera al marchese Cesare d'Azeglio)

L'influenza romantica[modifica | modifica wikitesto]

L'elemento romantico nella produzione poetica manzoniana emerge, per la prima volta, negli Inni Sacri, dove per la prima volta l'io del poeta si eclissa a favore di un'universalità corale che eleva il suo grido di speranza e la sua fiducia a Dio[227]. La conversione romantica, come sottolinea il critico Ezio Raimondi, nasce dalla conversione al cattolicesimo, fattore che «obbliga il Manzoni a una scelta radicale anche nei confronti della poesia»[228], determinando un cambio di rotta rispetto al neoclassicismo dell’Urania. Oltre alla dimensione "ecclesiale" della religiosità manzoniana, non si può dimenticare l'apporto fondamentale della storiografia francese di Fauriel e degli altri ideologi, in primo luogo Thierry. Costoro propugnavano, infatti, una storia non più incentrata sui grandi della storia, quanto sugli umili, i piccoli che non scemano nell'oblio del tempo perché non oggetto d'interesse da parte dei cronisti loro coevi e che sono oggetto di violenza da parte delle decisioni dei potenti[229]. Mentre l'Italia letteraria rimaneva ancora avviluppata, all'altezza degli anni '10 e '20, alla disputa tra romantici e classicisti, Manzoni aveva già potuto assorbire i primi grandi segni di rinnovamento nel seno dell'élite intellettuale francese, allorché grazie al Fauriel aveva potuto discorrere del Genio del Cristianesimo di Chateaubriand (1802), in cui si segnava il legame tra la religione cristiana e la dimensione artistica[230]. In un'ultima analisi, Manzoni raccoglie dall'estetismo romantico anche quell'amore per la natura che emerge in più passi sia dei Promessi Sposi (per esempio, l’Addio ai monti del capitolo VIII), che delle altre opere minori (la descrizione del viaggio narrata dal diacono Martino in Adelchi II, scena III).

Il cattolicesimo manzoniano[modifica | modifica wikitesto]

La religione e il "pessimismo" esistenziale[modifica | modifica wikitesto]

Jacques-Bénigne Bossuet (1627 – 1704) fu uno dei più importanti predicatori francesi del grand siècle, uno dei modelli fondamentali per la religiosità manzoniana.

Persa, all'inizio dell'Ottocento, la speranza di raggiungere la serenità per mezzo della ragione, la vita e la storia gli parvero romanticamente immerse in un vano, doloroso, inspiegabile disordine: bisognava trovare un fine salvifico che potesse aiutare l'uomo sia a costituire un codice etico da praticare nella vita terrena, sia a sopportare i mali del mondo in preivisione della pace celeste[231]. Il critico Alessandro Passerin d'Entrèves sottolinea l'importanza che ebbero Blaise Pascal e i grandi moralisti francesi del Seicento (Bossuet) nella formazione religiosa del Manzoni: da essi l'autore aveva attinto l'ambizione a conoscere l'animo umano e «la convinzione che il cristianesimo è l'unica spiegazione possibile della natura umana, che è stata la religione cristiana che ha rivelato l'uomo all'uomo»[232], trovando nei loro insegnamenti quella fiducia nella religione come strumento di sopportazione dell'infelicità umana. Gino Tellini riassume in modo assai esplicativo la concezione manzoniana della religiosità:

« Non basta a Manzoni la certezza d'una grazia salvatrice che rinvia all'aldilà il premio per le sofferenze ingiustamente patite nel mondo. Avverte invece il bisogno, qui e ora, d'un oggettivo parametro di giudizio, comee un appiglio di salvezza su questa terra: onde la necessità di stabilire un sistema assoluto di valori etici che valga da guida e insieme da rigoroso metro valutativo d'ogni azione umana. »
(Tellini, p. 109)

Il pessimismo di Manzoni e quello di Leopardi a confronto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giacomo Leopardi.

La fiducia in Dio è il punto di distacco dal pessimismo propugnato da Giacomo Leopardi. Entrambi gli scrittori sono assertori della violenza che colpisce l'uomo nel corso della sua esistenza, ma la differenza verte sulla speranza ultima cui l'uomo è destinato: se per Leopardi, come esplicato nel Dialogo della natura e di un islandese, il ciclo esistenziale del mondo è destinato a risolversi in un ciclo meccanico di distruzione e morte[233], Manzoni riesce a non cadere in questo pessimismo "cosmico" grazie alla fiducia che pone nella Provvidenza divina[234].

La Provvidenza: dal Cinque maggio ai Promessi Sposi[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Gonin, Il cardinale Federigo e l'Innominato, capitolo XXIII de I Promessi Sposi (1840)

Il concetto della Provvidenza, cioè la mano di Dio che regola la storia inducendo alla conversione i cuori degli uomini, si manifesta già apertamente nell'economia del Cinque maggio. Dopo aver delineato la superbia di Napoleone, Manzoni passa repentinamente alla sua caduta (un Magnificat "all'incontrario"[235]), offrendo al lettore un animo desolato, afflitto, depresso e che riesce a vivere soltanto nelle sue Memorie, le quali però non riescono a risollevarlo[236]. Alla fine « mavalida venne una man dal Cielo» (vv. 87-88), che salva Napoleone e lo porta a riposare nella pace del Paradiso. Benché alcuni critici hanno "criticato" quest'intervento finale di Dio come una testimonianza forzata del cattolicesimo dell'autore, in realtà si tratta di rispondere anche a delle risonanze intene: alla stanca mano di Napoleone arriva la "valida mano" di Dio, «pietosa» (v.90)[237]. Da ciò si può evincere concretamente che cosa sia la Provvida sventura: l'apparente disgrazia che può colpire la vita di una persona non è necessariamente venuta a nuocere, ma può essere il mezzo che può spingere qualcuno alla conversione (Napoleone) o alla pace dei giusti (Ermengarda)[238]. Nel caso di Napoleone, la caduta in disgrazia, il dolore ed infine la morte sono il fertile terreno con cui Napoleone capisce i propri errori, e può riscattarsi nell'intimo della sua Coscienza davanti a Dio[239]. Il meccanismo è lo stesso sia nell’Adelchi, che nel romanzo[240]. Nel primo, la morte che sopraggiunge ad Ermengarda prima, e ad Adelchi poi, è una morte "liberatrice" dalle pene di questo mondo, affinché possano gustare pienamente la loro sete di pace e giustizia dopo la morte, liberandosi dal mondo loro nemico e conquistando la palma del martirio in quanto vittime[241]. Nel Fermo e Lucia prima, e nei Promessi Sposi poi, il meccanismo è sempre lo stesso: fra Cristoforo diventa religioso e si converte dal peccato d'orgoglio dopo l'assassinio del suo rivale; Suor Gertrude espia i suoi crimini dopo aver patito le pene inflittele dal Cardinale Borromeo. Soprattutto, però, la vicinanza con l'esperienza di Napoleone consiste nella tragedia dell'Innominato: costui, dopo una vita di false glorie, sente avvicinarsi la morte, e la coscienza lo tormenta, ponendogli davanti la possibilità del giudizio di Dio sui suoi crimini. L'affanno morale, esplicato nella terribile "notte", verrà poi acquietato dalla carità cristiana di Federigo Borromeo, che fungerà quale "valida mano" di Dio in un cuore dilaniato dal male, ma che è già protratto verso la conversione[242].

La questione della Provvidenza come delineata da Manzoni è assai diversa, invece, da quella presentata dai suoi personaggi: nessuno di loro (se non Fra Cristoforo e il Cardinale) delinea nitidamente il modo che Dio opera nella storia, passando da interpretazioni perlomeno accettabili (il voto alla Madonna che Lucia compie mentre è prigioniera dell'Innominato, e la sua liberazione intravista quale segno della benevolenza divina) a quelle blasfeme di Don Abbondio (la peste è vista come una «gran scopa» provvidenziale) e di Don Gonzalo de Cordoba che, davanti all'avanzare della peste portata dai Lanzichenecchi, afferma che ci penserà la Provvidenza a risolvere tutto[243].

Manzoni e il Giansenismo[modifica | modifica wikitesto]

Il vescovo Cornelius Jansen (italianizzato in Giansenio), in un'incisione di Jean Morin (XVII secolo). Col suo Augustinus (pubblicato postumo nel 1640), il vescovo olandese cercò un compromesso tra la fede cattolica e la moralità calvinista, suscitando violente reazioni da parte della gerarchia cattolica tridentina.

L'influenza che Degola e Tosi ebbero sulla conversione al cattolicesimo del Manzoni fu, come si è visto, innegabilmente importante: dai due prelati, Alessandro e il resto della famiglia adottarono venature gianseniste che li portarono alla severa interpretazione della religione e della morale cattoliche. Oltre alla severità che il poeta s'imponeva, il continuo riferimento alla Grazia divina suscitarono, in buona parte degli ambienti cattolici lui contemporanei, perplessità sulla sua ortodossia religiosa. Il problema fu poi riproposto dal senatore Francesco Ruffini che, ne La vita religiosa di Alessandro Manzoni[244], in cui si sottolina l'adesione anche "teologica", e non solo "etica", al giansenismo[245][246], conclusione cui giunsero anche Adolfo Omodeo[247] e Arturo Carlo Jemolo[248]. In realtà, Manzoni adottò la morale giansenista, ma rimase un cattolico ortodosso nei dogmi. Come sottolinea Giuseppe Langella, sulla questione fondamentale della Grazia «Manzoni si attiene senza riserve all'insegnamento ufficiale della Chiesa, confida nell'esortazione apostolica di Mt 7, 7-8 "patite, et dabitur vobis"...Nessuna discriminazione, dunque, nell'offerta misericordiosa della grazia. Manzoni è perentorio: l'aiuto divino non è negato a nessuno che lo chieda...»[249]. Lo stesso per Luciano Parisi, il quale rimarca la fedeltà di Manzoni alla gerarchia e agli insegnamenti della Chiesa, come quando ebbe a sapere della proclamazione del dogma dell'Infallibilità papale nel Concilio Vaticano I del 1870[250]. Cesare Cantù riporta la riflessione di Manzoni al riguardo:

« Chi ha mai messo in dubbio che Leone X fosse infallibile nella bolla contro Lutero? Anche gli oppositori riconoscono che il papa è un vescovo come gli altri, ma con qualche cosa in più. Or questo qualche cosa in più è, e non può essere che l'infallibilità. L'applicarla a tutti gli atti e detti del papa è un'esagerazione, ed ogni esagerazione è condannata a morire, perchè si stacca dalla verità della Chiesa... »
(Cantù, p. 306)

Il Cattolicesimo liberale[modifica | modifica wikitesto]

Manzoni s'inserisce in una corrente del cattolicesimo ottocentesco, il cattolicesimo liberale, che predicava una più viva ed attiva applicazione alla vita sociale dei princìpi evangelici di uguaglianza e carità, fino a farne lievito per una profonda trasformazione in senso liberale e democratico delle strutture politiche e sociali: erano le idee allora sostenute e diffuse in Francia da Félicité de Lamennais e Augustin Thierry, ed in Italia attraverso il pensiero di Gino Capponi, Antonio Rosmini e Raffaello Lambruschini[251]: Manzoni, difatti, non condivideva il connubio tra la sfera temporale e quella spirituale[252] (causa della crisi di fede del 1817), tanto che votò, in qualità di senatore del Regno d'Italia nel 1861, per il trasferimento della capitale da Torino a Roma, capitale ancora dello Stato Pontificio; e accettò, nel 1872, la cittadinanza onoraria dell'appena conquistata città dei Papi[253].

Il teatro manzoniano[modifica | modifica wikitesto]

I Materiali estetici[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Manzoni nel 1829, ritratto ad acquarello riprodotto in Cantù

Si è accennato, nella parte biografica, alla rivoluzione teatrale compiuta da Manzoni nell'arte teatrale. I Materiali estetici sono tra i più importanti e significativi documenti che rivelano la concezione manzionana del dramma, una sorta di taccuino di appunti su cui il poeta annotava le sue riflessioni[254]. Il palcoscenico, secondo Manzoni, non deve veicolare passioni e forti emozioni, nell'esasperazione dell'io del protagonista, ma indurre lo spettatore a meditare sulle scene cui assiste. Per Manzoni, la «riflessione sentita» è molto più poetica. Più nello specifico, la rappresentazione deve ritrarre «l'inquietudine connaturale all'uomo finch'egli rimane su questa terra dove non può giungere al suo ultimo fine»[255]. Manzoni non condivide quindi l'opinione di Nicole e Bossuet, secondo cui le opere teatrali erano immorali. Condanna la tragédie classique raciniana, ma loda l'opera di Goethe e Schiller, e soprattutto quella del «mirabile Shakespeare», il cui «intelletto [...] ha potuto tanto trascorrere per le ambagi del cuore umano, che bellezze di questa sfera diventano comuni nelle tue opere»[256]. All'«identificazione emozionale» di Racine e del teatro francese bisogna sostituire la «commozione meditata», per dirla con Gino Tellini[257].

Infatti, contrariamente a quanto avveniva con la tragédie classique, lo spettatore, in Manzoni, è «fuori dall'azione», secondo le parole della celebre Prefazione al Carmagnola, in cui confluirono concetti dei Materiali e dell'incompiuto saggio Della moralità delle opere tragiche (1816-1817)[258]. La vicenda e la rappresentazione devono trasmettere un messaggio cristiano, senza per questo presentare una realtà idilliaca. Al contrario, Manzoni va in cerca di personaggi, che, come Francesco Bussone (il conte di Carmagnola), si oppongano al male che domina la società umana, anche a prezzo della loro vita. L'importante è che il drammaturgo cerchi la verità e si mantenga fedele alla realtà storica. Infatti, verità e poesia coincidono, come spiegato nelle postille al Cours de littérature dramatique schlegeliano e nei Materiali estetici. «È fuor di dubbio», scrive nelle postille, «che le cose eternamente vere sono le più lodate»[259] e che, come afferma nei Materiali, «più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell'uomo, più si trova poesia vera»[260]. La verità, storica e spirituale, l'indagine del cuore umano costituiscono la poesia più autentica, il «bello poetico».

La Lettre a Monsieur Chauvet[modifica | modifica wikitesto]

Monumento ad Alessandro Manzoni, in piazza San Fedele, a Milano. Eretto nel 1883, il monumento, opera di Francesco Barzaghi, è stato collocato davanti alla chiesa in cui lo scrittore riportò quel trauma cranico che lo condusse, nel giro di pochi mesi, alla morte.

Nella capitale francese Manzoni aveva steso la Lettre à Monsieur Chauvet, lasciandola al Fauriel prima di partire. Il carteggio con l'amico rivela come già nel mese di ottobre la querelle fosse passata in secondo piano. In una missiva del 29 gennaio 1821, Alessandro richiedeva espressamente la Lettre, pensando di farla vedere a Ermes Visconti e ad altri amici quale semplice espressione di poetica[261]. Fauriel, tuttavia, insisteva perché il testo venisse pubblicato; nonostante alcuni tentativi di declinare la proposta, Manzoni si rassegnò ad accettare. L'operetta, debitamente modificata dall'autore, uscì a Parigi nel 1823 nella famosa edizione Bonange, assieme alle due tragedie tradotte da Fauriel, all'elogio goethiano del Carmagnola e a scritti di teoria dell'arte drammatica[262].

Il realismo manzoniano e il rifiuto dell’idillio[modifica | modifica wikitesto]

Manzoni, benché avesse aderito alla tematica romantica, non aderì alla visione fantastica tipica dei movimenti romantici d'oltralpe e britannico[263]. La sua analisi oggettiva della realtà, in cui alla sublimità dei paesaggi lecchesi si alterna quella desolante della peste e della violenza in generale, cerca di inquadrare la vicenda su uno sfondo reale. Lo stesso discorso si può rivelare anche dal punto di vista dell'analisi psicologica dei personaggi, la cui varietà rappresenta l'intera umanità nelle sue innumerevoli sfaccettature. Il realismo narrativo e la rinuncia alla dimensione fiabesca emergono però alla fine del romanzo, allorché non c'è un lieto fine, ma una ripresa della vita quotidiana spezzata però dalle disavventure dei protagonisti[264]: l'allontanamento da Lecco di Renzo e Lucia e la ripresa delle attività giornaliere sono il frutto della scelta, da parte dell'autore, di

« concludere la sua storia in quell'illusorio recupero di paradisi originari a cui approdavano gli schemi romanzeschi tradizionali e quelli di un genere molto diffuso nella letteratura europea tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, l’idillio. La scrittura manzoniana nega ogni interpretazione "idillica", non vuol essere ricerca di una serena felicità nel tranquillo quadro di una fresca natura, ma verifica continua delle contraddizioni sempre in gioco nell'esistenza individuale e storica dell'uomo. »
(Ferroni, p. 58)

La Questione della lingua[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Questione della lingua.

Fondamentale, nella riflessione poetica manzoniana, fu la ricerca di una lingua comune (una sorta di koinè) che potesse essere veicolo di comunicazione tra gli italiani, dal momento che esistevano una quantità enorme di dialetti regionali che non facilitavano i rapporti colloquiali tra gli abitanti della penisola. Il tentativo di trovare una lingua italiana standard fu tentato inizialmente da Dante Alighieri con il suo De Vulgari Eloquentia, ma il vero dibattito sorse nel '500, quando Pietro Bembo, Baldassare Castiglione, Niccolò Machiavelli e Gian Giorgio Trissino proposero modelli linguistici scelti su basi ideologiche contrastanti: dall’imitatio di Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio proposta dal Bembo si passa alla buona lingua cortigiana del Castiglione, fino ad arrivare alla difesa del fiorentino cinquecentesco di Machiavelli e la scelta "anticlassicista" del Trissino. Il tentativo di istituzionalizzazione del modello bembiano da parte di Leonardo Salviati dell'Accademia della Crusca, e la pubblicazione del primo dizionario del 1612, impose una "guida" linguistica da seguire, ma che rimaneva pur sempre inclusa nell'ambito della ristretta cerchia dei dotti. Manzoni, sulla spinta del romanticismo e della sua necessità di instaurare un dialogo con un vasto pubblico eterogeneo, si prefisse lo scopo di trovare una lingua in cui ci fosse un lessico pregno di termini legati all'uso quotidiano e agli ambiti specifici del sapere, e ove non ci fosse una grande disparità tra la lingua parlata e quella scritta. Questo percorso, che lo vide tra il 1822 e il 1827 passare dal "compromesso" col dialetto milanese all'avvicinamento col toscano, si concluse nel 1840 con la revisione linguistica dei Promessi Sposi sul modello del fiorentino colto, che presentava ancor più del toscano questa dimensione unitaria tra la dimensione orale e quella letteraria[265].

L’uomo Manzoni[modifica | modifica wikitesto]

Il carattere[modifica | modifica wikitesto]

Una vita a prima vista tranquilla[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Manzoni nel 1870, ad ottantacinque anni di età. Fotografia di Giulio Rossi

Manzoni, a causa dei suoi continui disturbi nevrotici (che curava con lunghissime passeggiate[266]), la sua assenza dai principali eventi mondani della città (se si eccettua la frequentazione del salotto intellettuale tenuto da Clara Maffei[267]) e dalla sua distanza attiva dai grandi moti nazionalistici che stavano sconquassando l'Italia nel pieno del fervore risorgimentale, non è facile da inquadrare come uomo. Amante del quieto vivere, condusse apparentemente una vita silenziosa[268] tra Brusuglio (ove lo scrittore si dilettava di botanica e giardinaggio, intessendo con Fauriel un ricco epistolario al riguardo[269][270]) e Via del Morone, dedito ai suoi studi, alla cura della famiglia (anche se, per i complessi di cui era afflitto, era sempre oggetto di cure da parte dei suoi cari[271][272]) e alla coltivazione delle amicizie più strette[273][274]. Nella conversazione usava l'italiano con i visitatori provenienti da altre regioni italiane, ma soprattutto adoperava il dialetto milanese nella vita quotidiana[275]. Inetto nell'amministrazione dei suoi beni[276], dimostrava al contrario una grande attenzione nei confronti del mondo che lo circondava, non mancando di giudicare, placidamente e con ironia, gli eventi politici e sociali di cui veniva a conoscenza[277], o di adottare autoironia verso i suoi mali[278]. Le persone a lui più vicine ne sottolineavano la cortesia, la memoria vivacissima, l'ingegno[279] e una capacità discorsiva elegante[280], benché minato dalla balbuzie di cui lo scrittore era afflitto[281].

Il caso di Cristina di Belgiojoso e di Matilde Manzoni[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante ciò, Manzoni non sempre dimostrò un carattere virtuoso, come nei confronti della principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso, donna indipendente e anticonformista. Verso quest'ultima, infatti, manifestò sempre una certa avversione per la sua morale non convenzionale, come quando le proibì di dare l'estremo saluto a Giulia Beccaria, cui era fortemente legata[282]. Successivamente, quando la nobildonna si dedicò a migliorare le condizioni di vita dei contadini a Locate, Manzoni si domandò ironico chi avrebbe coltivato i campi, se i figli dei contadini fossero andati a scuola[282]. Altra testimonianza della presunta "freddezza" del Manzoni fu dovuta al difficile rapporto con l'ultima figlia, Matilde, che visse sempre lontana dal padre prima in collegio, e poi in Toscana presso la sorella Vittoria e il cognato Giorgini. Autrice di un diario pubblicato soltanto pochi anni fa[283], Matilde manifestò sempre il desiderio di rivedere il padre, che vide soltanto una volta nel giro di anni. Nonostante questo atteggiamento possa essere additato quale freddezza o cinismo, Manzoni manifestò un grande dolore quando seppe della sua morte[284].

La descrizione fisica[modifica | modifica wikitesto]

Il figliastro Stefano Stampa, infine, offre un ritratto fisiognomico assai dettagliato del patrigno, delineandone anche i movimenti e quel sorriso indice del suo carattere ironico:

« Manzoni era di statura media sì, ma media piuttosto alta. Posseggo la misura della sua persona ed era pari a metri 1, cent. 72, m. 3...Egli era di corporatura snella, ma null'affatto esile; piuttosto largo di spalle e ben confromato di torso...Con belle braccia e belle gambe, sarebbe parso un uomo tutto ben fatto, se non avesse avuto, non il collo corto, ma le spalle un po' alte verso il capo, ciò che gli dava l'aria un pochino rannicchiata [...] La sua testa era tutt'altro che piccola [...] Ave[va] da giovane i capelli castagni [...] Gli occhi del Manzoni però non erano piccoli, ma di grandezza ordinaria, di colore cilestre tendente al verdognolo. La fronte alta e che indicava l'intelligenza. La bocca non era ampia, ma di grandezza media, e con labbra affilate, su cui ordinariamente appariva quel sorriso ben definito dal Cantù, di chi scherza e non schernisce (pag. 161) »
(Stampa, I, pp. 329-331)

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia
— 22 aprile 1868— [285]
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
— [285]
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— [285]
Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace)
— 1844— [286]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Manzoni Padre:
Pietro Manzoni
Nonno paterno:
Alessandro Valeriano Manzoni
Bisnonno paterno:
Pietro Antonio Manzoni
Trisnonno paterno:
Alessandro Manzoni
Trisnonna paterna:
Decia Francesca Piazzoni
Bisnonna paterna:
Margherita Arrigoni
Trisnonno paterno:
Clemente Arrigoni
Trisnonna paterna:
Vittoria Serponti
Nonna paterna:
Maria Margherita Porro
Bisnonno paterno:
Fermo Porro
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Bisnonna paterna:
?
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Madre:
Giulia Beccaria
Nonno materno:
Cesare Beccaria
Bisnonno materno:
Giovanni Saverio Beccaria
Trisnonno materno:
Francesco Beccaria
Trisnonna materna:
Francesca Paribella
Bisnonna materna:
Maria Visconti di Saliceto
Trisnonno materno:
Antonio Visconti di Saliceto
Trisnonna materna:
Maria Beccaria
Nonna materna:
Teresa de Blasco
Bisnonno materno:
Domenico de Blasco
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?
Bisnonna materna:
?
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Manzoni, da Enrichetta Blondel, ebbe i seguenti figli[287][117]:

  • Giulia (23 dicembre 1808 - 20 settembre 1834), andata in sposa a Massimo Tapparelli d'Azeglio.
  • Luigia Maria Vittoria (5 settembre 1811), nata e morta nello stesso giorno.
  • Pietro Luigi (21 luglio 1813 - 28 aprile 1873), sposato con Giovanna Visconti.
  • Cristina (23 luglio 1815 - 27 maggio 1841), andata in sposa a Cristoforo Baroggi.
  • Sofia (12 novembre 1817 - 31 marzo 1845), andata in sposa a Ludovico Trotti Bentivoglio.
  • Enrico (luglio 1819 - 28 ottobre 1881), sposato con Emilia Radaelli.
  • Clara (12 agosto 1821 - 1 agosto 1823).
  • Vittoria (12 settembre 1822 - 15 gennaio 1892), andata in sposa a Giovanni Battista Giorgini.
  • Filippo (18 marzo 1826 - 8 febbraio 1868), sposato con Erminia Catena.
  • Matilde (30 maggio 1830 - 30 marzo 1856).

Della numerosa prole, ben 8 dei 10 figli premorirono al padre. Al giorno d'oggi, l'unica discendenza diretta è quella proveniente dal figlio scapestrato Enrico[288]. Questi ebbe un figlio di nome Alessandro (1846-1910), il quale a sua volta ebbe tale Aldelchi. Da quest'ultimo nacque un altro Alessandro[289].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Manzóni ‹-ʒ-›, Alessandro su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  2. ^ Ginzburg, p. 345.
  3. ^ Fabris, p. 94.
    « Mi rammento di averlo veduto una sola volta, e ne ricordo la figura. Mia madre, prima di mettermi in collegio, mi condusse a salutarlo; ed egli andò a prendere dei cioccolatini per me. Mi pare ancora di vedere il nonno e l'armadio. »
  4. ^ Per un quadro generale della storia della famiglia Manzoni da Giacomo (inizio XVI secolo) ad Alessandro Manzoni, si veda: Pietro Pensa, Famiglia Manzoni: quel ramo del casato in Broletto. URL consultato il 23 luglio 2015.
  5. ^ a b Tonelli, p. 5.
  6. ^ Paolo Colussi, Cronologia della vita di A. Manzoni e degli edifici da lui abitati, Storia di Milano, 9 aprile 2012. URL consultato l'8 agosto 2015.
  7. ^ Cesare Cantù, storico e amico del Manzoni, ne Alessandro Manzoni. Reminiscenze di Cesare Cantù, p. 15, afferma che costoro ricevettero il feudo da parte di Carlo III di Spagna, errore evidente in quanto tale sovrano visse decenni più tardi. Sul trono di Spagna, all'epoca, sedeva Carlo II, il quale poté concedere effettivamente all'avo di Manzoni tale titolo nobiliare, in quanto Moncucco (ora frazione di Garbagna Novarese) faceva parte, come il resto del Novarese, del Ducato di Milano.
  8. ^ a b c d e f g h i j k l m Piero Floriani, Alessandro Manzoni in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 18 luglio 2015.
  9. ^ De Gubernatis, p. 21, nota 4.
  10. ^ de Feo, p. 27.
  11. ^ a b Tellini, pp. 16-17.
    « Il padre naturale è peò Giovanni Verri - già amante di Giulia dal 1780... »
  12. ^ [[#CITEREF{{{1}}}|{{{1}}}]]
  13. ^ Colloqui col Manzoni di N. Tommaseo, G. Borri, R. Bonghi, seguiti da "Memorie manzoniane" di C. Fabris (a cura di C. Giardini e G. Titta Rosa), Milano, Ceschina, 1954, p. 40.
  14. ^ De Gubernatis, p. 18, nota 2.
    « Al fanciullo furono imposti i nomi di Alessandro, Francesco, Tommaso, Antonio Il primo nome era quello del padre di Don Pietro, ossia del nonno del Manzoni, allora già morto; il secondo il nome del padrino Don Francesco Arrigoni. Il nome di Tommaso gli fu imposto, senza dubbio, perché la Chiesa il dì 7 marzo festeggia San Tommaso. Antonio era il nome di un cugino canonico in San Nazaro; ma potrebbe pure esser venuto al Manzoni da una madrina Antonietta, intorno alla quale tuttavia, per ora, non sappiamo proprio nulla. »
  15. ^ La casa dove nacque Manzoni è ancora esistente e si trova in Via Visconti di Modrone, n° 16, secondo [1].
  16. ^ Tellini, p. 16.
  17. ^ Boneschi, p. 172.
  18. ^ Tellini, p. 17.
  19. ^ de Feo, p. 27.
  20. ^ La separazione avvenne, legalmente, il 23 febbraio 1792; successivamente, dal 1795 - ma la relazione cominciò molto prima, forse nel 1790, anno in cui sembra si siano conosciuti - Giulia Beccaria andò a convivere col colto e ricco Carlo Imbonati, prima in Inghilterra, poi in Francia, a Parigi (Tellini, p. 17).
  21. ^ Ginzburg, p. 9.
    « Il pittore Andrea Appiani fece un ritratto a Giulia col bambino. Nel ritratto, Giulia è vestita da amazzone. Ha una faccia dura, ossuta e stanca. Guarda nel vuoto. Nessuna visibile tenerezza per quel bambino che le sta appoggiato al ginocchio. Il bambino ha quattro anni. Giulia regalò il ritratto a Giovanni Verri. »
  22. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Cronologia della vita e delle opere di Alessando Manzoni, Casa del Manzoni, 2014. URL consultato il 19 luglio 2015.
  23. ^ Manzoni ricordò sempre di come la madre, per facilitare la separazione dal figlio, se ne andò via di nascosto approfittando di un attimo di distrazione di quest'ultimo (si veda: Trombatore, L'esordio del Manzoni, p. 250).
  24. ^ Tra i motivi di dileggio ci poteva essere anche quella forma di balbuzie che cominciò a manifestarsi proprio in quegli anni (si veda: Trombatore, L'esordio del Manzoni, pp. 250-251).
  25. ^ Tonelli, p. 9.
  26. ^ Fabris, p. 86.
  27. ^ Trombatore, L'esordio del Manzoni, p. 252.
  28. ^ Fabris, p. 95.
  29. ^ a b Tonelli, p. 15.
  30. ^ Tonelli, p. 16.
  31. ^ Carcano, pp. 7-8.
  32. ^ a b Tellini, p. 18.
  33. ^ Nel sonetto Alla Musa, Manzoni elenca quali glorie poetiche Dante e Petrarca. Si veda: Trombatore, I sonetti e le odi giovanili, p. 198.
  34. ^ Fabris, p. 86.
    « Quel giorno recitavo da me la Caduta del Parini; e, uscito poi di stanza, ebbi la notizia che poi il Parini era morto: e fu una delle più forti e dolorose impressioni della mia vita. »
  35. ^ Tonelli, p. 18.
  36. ^ Trombatore, L'esordio del Manzoni, p. 286.
  37. ^ Langella, p. 14.
  38. ^ Su stessa dichiarazione del Manzoni, cominciò a scrivere versi all'età di nove anni, come riportato da Fabris, p. 94.
  39. ^ Trombatore, L'esordio del Manzoni, pp. 270-271.
  40. ^ Giordano, p. 45.
  41. ^ Don Pietro risiedeva, insieme ad una sorella ex monaca e ad uno zio monsignore, nei pressi di Porta Tosa (si veda: Carcano, p. 8).
  42. ^ Momigliano, p. 5.
  43. ^ «Je vous ai peut-être dejà conté que j'eus dans mon adolescence (1801), une très-forte et très-pure passion pour une jeune fille», scriveva il 19 marzo 1807 a Fauriel, «[...] Ce qui me donne un peu de torture, c'est la pensée que c'est un peu de ma faute que je l'ai perdue» (Forse vi ho già detto che ebbi, nell'adolescenza, una passione molto forte e pura per una fanciulla [...] Ciò che mi tormenta un poco, è pensare che se l'ho persa è un po' colpa mia); Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, pp. 70-71.
  44. ^ a b c Tellini, p. 19.
  45. ^ Tellini, pp. 37 e ss.; del soggiorno veneziano conservava anche ai tardi anni un bellissimo ricordo, cfr. Venosta, p. 55.
  46. ^ Ginzburg, p. 23.
  47. ^ Trombatore, L'esordio del Manzoni, p. 277.
  48. ^ Il rapporto con Lomonaco fu alquanto stretto. Se Manzoni dimostrava di aver gran stima di lui, Lomonaco accluse in epigrafe alle sue Vite degli eccellenti Italiani il sonetto manzoniano Per la vita di Dante del 1802. A diciassette anni, quindi, il giovane poeta vedeva pubblicato per la prima volta un proprio testo (si veda: Tellini, pp. 52-53, nota 5).
  49. ^ Tellini, pp. 18-19.
  50. ^ Langella, p. 16.
  51. ^ Di questa idea, ad esempio, Piumati e De Gubernatis.
  52. ^ Arese e Pagani erano già amici di Manzoni dal tempo del Collegio Longone dei Barnabiti (si veda Nigro, p. 3).
  53. ^ Tonelli, p. 25.
  54. ^ Per un'analisi complessiva di Tamburini e Zola, si vedano: Paola Vismara, Pietro Tamburini e il dispotismo pontificio in Il giansenismo e l'Università di Pavia. Studi in ricordo di Pietro Stella, pp. 95-114. URL consultato il 19 luglio 2015.; e Annibale Zambarbieri, Le gout de l'histoire. Giuseppe Zola agli esordi del suo insegnamento pavese in Il gianesimo e l'Università di Pavia. Studi in ricordo di Pietro Stella, pp. 115-132. URL consultato il 19 luglio 2015.
  55. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 12; l'epiteto fu espresso in occasione di un Sermone composto qualche mese prima a Venezia. Manzoni pregava l'amico di sottoporlo al giudizio dello Zola.
  56. ^ Ginzburg, p. 16.
  57. ^ Boneschi, p. 219.
  58. ^ a b Tellini, p. 20.
  59. ^ Boneschi, p. 218.
    « Il vuoto lasciato da Carlo le appare una voragine che presto inghiottirà anche lei. In giugno scrive al fedele amico Francesco Melzi d'Eril: "Caro Melzi, se vedeste la micidiale tristezza che mi consuma, o caro Melzi, avreste pietà di me. Il pensare che devo avere un indomani è una pena sempre rinascente per me eppure sono costretta a implorarlo questo indomani e tremare che mi sfugga...e a voi lo posso dire: l'universo intero è spento per me". »
  60. ^ Bonghi, Opere inedite o rare.
  61. ^ Arieti-Isella, p. 16.
  62. ^ Il comune di Auteil, che faceva parte del dipartimento della Senna, cessò di esistere nel 1860, ed il suo territorio fu spartito tra Parigi e Boulogne-Billancourt.
  63. ^ a b Tellini, p. 60.
  64. ^ Carcano, pp. 8-9.
  65. ^ Fauriel ebbe un ruolo significativo nell'evoluzione della poetica manzoniana: il colto francese inculca ad Alessandro, infatti, un grande interesse per la storia e gli fa capire che non deve scrivere seguendo modelli rigidi e fissi nel tempo, ma deve riuscire a esprimere sentimenti che gli permettano di scrivere in modo più "vero", in maniera da "colpire" il cuore del lettore:
    « Il Vero storico rimane il cardine dell'opera, ma arretra in posizione di scrupoloso supporto funzionale che rende credibile e verosimile l'invenzione »
    (Tellini, p. 152)
  66. ^ Ginzburg, p. 13.
  67. ^ Manzoni conobbe e ammirò, ricordando dopo la morte (5 maggio 1808) con affetto «...cet homme rare...» (questo uomo raro), non potendo rammentare «...les promenades d'Auteuil sans souffrir» (le passeggiate di Auteuil senza provarne sofferenza). Si veda: Arieti-Isella, p. 146.
  68. ^ Arieti-Isella, pp. 34-35.
  69. ^ Così veniva chiamato dai contemporanei per lo stile modellato su quello del poeta greco (si veda Bognetti, p. 109).
  70. ^ Per l'intero paragrafo cfr. Tonelli, pp. 65 e ss.
  71. ^ Tellini.
  72. ^ La lettera, del 7 settembre, è in Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 55.
  73. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 51.
  74. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 64.
  75. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 68.
  76. ^ a b Ginzburg, p. 19.
  77. ^ Carteggio Manzoni-Fauriel (a cura di I. Botta), Milano, Centro Nazionale Studi Manzoniani, 2003, p. 26.
  78. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, pp. 74-75.
  79. ^ a b Ginzburg, p. 24.
  80. ^ a b Tonelli, p. 85.
  81. ^ a b c Tellini, p. 22
  82. ^ Tellini, p. 22: il matrimonio fu celebrato da Johann Caspar Orelli, ministro della Comunità riformata di Bergamo.
  83. ^ Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni (raccolte e illustrate da Marino Parenti), Firenze, Sansoni, 1973, pp. 70-71.
  84. ^ La motivazione della partenza da Milano per Parigi era dovuta, soprattutto, allo scandalo del matrimonio tra un cattolico (soltanto di nome) e una protestante, cosa che suscitò l'ostilità della buona società e del clero milanese. Si veda Ginzburg, p. 25.
  85. ^ a b Ginzburg, p. 26.
  86. ^ Massimiliano Mancini, La conversione religiosa, Internet Culturale. URL consultato il 22 luglio 2015.
    «Una versione favolosa e miracolistica della conversione di Alessandro Manzoni (il quale fu sempre reticente sull’argomento)...».
  87. ^ Tonelli, p. 96.
    « ...il Manzoni evità sempre di discorrere, anche coi congiunti più intimi, sulle cause, o circostanze particolari, che avevano determinato il suo ritorno alla fede; e una volta che il figliastro Stefano Stampa ne lo aveva apertamente richiesto, si contentò di rispondere assai vagamente: "È stata la grazia di Dio, mio caro, è stata la grazia di Dio"; e alla stessa domanda della figlia Vittoria, analoga risposta. »
  88. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 59.
  89. ^ De Gubernatis, p. 125.
  90. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 163.
  91. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, pp. 194 e ss.
  92. ^ Tellini, p. 24.
  93. ^ Parenti, pp. 72-73.
  94. ^ Tonelli, p. 103.
  95. ^ Molto si è scritto su quanto sarebbe avvenuto il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per le nozze di Napoleone e Maria Luisa d'Austria. Esistono più versioni sull'episodio: secondo Cristoforo Fabris il Manzoni avrebbe raccontato che la moglie «...corse pericolo di rimanere soffocata, ed io, al vedermi quella cara donna morir fra le braccia, mi buscai questa benedetta malattia di nervi» (Fabris), mentre Giulio Carcano ha riportato il fatto in altri termini, mettendolo in relazione con la conversione di Manzoni. Secondo il Carcano, Alessandro sarebbe entrato un giorno nella chiesa di san Rocco, «...pieno l'animo de' gravi pensieri che da lungo tempo lo tormentavano (disperato, secondo altri, d'aver perduto, durante il trambusto della folla, la moglie). O Dio! - aveva detto - se tu esisti, rivelati a me! E da quella chiesa era uscito credente.»; Carcano, p. 11 (La narrazione di Giacomo Zanella è sostanzialmente la stessa: Storia della letteratura italiana dalla metà del settecento ai giorni nostri, Milano, Vallardi, 1880, p. 219) La versione oggi più nota è quella cui il Carcano accenna tra parentesi, conosciuta come Miracolo di san Rocco: durante i festeggiamenti la folla che riempiva le strade fu presa dal panico per lo scoppio di alcuni mortaretti e cominciò a sbandare, causando nella calca molte vittime. Alessandro e la moglie furono separati. Il Manzoni (notoriamente terrorizzato dalla folla e dalle pozzanghere [2]), sospinto dalla gente in fuga, si ritrovò sui gradini della chiesa e si rifugiò in essa. Nel silenzio e nella serenità di quel tempio egli implorò la grazia di ritrovare la sua consorte e all'uscita, convertito, poté riabbracciare la moglie.[3].
  96. ^ Ferdinando Marescalchi - « Dizionario Biografico degli Italiani », treccani.it. URL consultato il 15 novembre 2013.
  97. ^ Boneschi, p. 246.
  98. ^ Tonelli, pp. 102-103; per l'influenza della Geymüller e del Degola si vedano A. Gazier, Manzoni à Port-Royal, in Revue Bleue, 1º marzo 1908, e A. de Gubernatis, Eustachio Dégola, il clero costituzionale e la conversione della famiglia Manzoni, Firenze, Barbera, 1882.
  99. ^ Si veda, in generale, Massimiliano Mancini, La conversione religiosa, Internet Culturale. URL consultato il 22 luglio 2015.
  100. ^ Ginzburg, p. 29.
  101. ^ Boneschi, p. 248.
  102. ^ Tonelli, p. 96.
  103. ^ Carcano, p. 11.
  104. ^ Boneschi, p. 247.
    « Il 9 aprile 1810 inizia formalmente l'istruzione cattolica di Enrichetta. »
  105. ^ Ginzburg, p. 28.
  106. ^ a b Ginzburg, p. 30.
  107. ^ Tonelli, pp. 115 e ss.
  108. ^ Momigliano, p. 16.
  109. ^ Casa del Manzoni, Casa del Manzoni. URL consultato il 3 agosto 2015.
  110. ^ Ciò emerge da Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 206
    (FR)

    « Il n'y a que vous qui m'attachez encore à ce Paris que je n'aime point du tout pour tout le reste. »

    (IT)

    « Solo la vostra presenza mi lega ancora a questa città, che per il resto non esercita su di me alcuna attrattiva. »

    (Lettera al Fauriel (29 maggio 1810))
  111. ^ Ginzburg, p. 31.
    « Arrivati a Lione, s'ammalò Giulia e s'ammalò la bambina [Giulia Claudia]. Enrichetta era incinta, o credeva di esserlo; soffriva di disturbi che le smbravano segni di gravidanza. Manzoni dovette farsi togliere un dente. »
  112. ^ Ginzburg, pp. 30-31.
  113. ^ Boneschi, p. 251.
  114. ^ a b Casa del Manzoni, Casa del Manzoni, 2014. URL consultato il 23 luglio 2015.
  115. ^ Parenti, p. 97.
  116. ^ Radius, p. 55.
  117. ^ a b La Famiglia Manzoni, Casa del Manzoni. URL consultato il 23 luglio 2015.
  118. ^ Parenti, p. 97.
  119. ^ Parenti, p. 81.
  120. ^ Tonelli, p. 120.
  121. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, pp. 214-215.
  122. ^ Tellini, pp. 24-25.
  123. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, pp. 287/290.
  124. ^ Giordano, pp. 77-80.
  125. ^ Tonelli, p. 137.
  126. ^ Tellini, p. 26.
  127. ^ Galletti, pp. 105 e ss.
  128. ^ Ferroni, p. 46.
    « La voce del poeta si immerge in mezzo al popolo che viv il rito, e nello steesso tempo partecipa, con spirito agonistico, allo scontro sempre in atto tra il bene e il male. »
  129. ^ Ginzburg, pp. 43-44.
    « La nostra casa per l'appunto è situata molto vicino a quella dov'egli abitava di modo che abbiamo udito per alcun ore le grida di quelli che lo andavano cercando, il che tenne mia madre e mia moglie in angosce crudeli, anch perché pensavano che non si fermassero a questo. E invero alcuni malintenzionati volevano approfittare di quel momento d'anarchia per prolungarlo, ma la guardia civica seppe fermarlo con coraggio, una prudenza e un'operosità quanto mai degni di lode. »
  130. ^ Fabris, p. 98.
  131. ^ Tellini, pp. 83-85.
  132. ^ Aprile 1814, p. 405, vv. 75-78: «...E il nobil fior de’ generosi a scolta / Durar ne l’armi e vigilar, mostrando / Con che acceso voler la patria ascolta / Quando libero e vero è il suo dimando».
  133. ^ Nigro, p. 44.
    « Manzoni ha scritto la canzone antinapoleonica Aprile 1814 nel linguaggio (rivoltato) delle illusioni della rimeria napoleonica... »
  134. ^ Il proclama di Rimini, p. 699, vv. 36-44: «Egli è sorto, per Dio! Sì, per Colui / Che un dì trascelse il giovinetto ebreo / Che del fratello il percussor percosse; / E fattol duce e salvator de’ suoi, / Degli avari ladron sul capo reo / L’ardua furia soffiò dell’onde rosse; / Per quel Dio che talora a stranie posse, / Certo in pena, il valor d’un popol trade;...».
  135. ^ Ferroni, p. 27.
  136. ^ Massimiliano Mancini, Le polemiche romantiche, Internet Culturale. URL consultato il 26 luglio 2015.
  137. ^ Ferroni, p. 31.
  138. ^ Massimiliano Mancini, La Cameretta portiana, Internet Culturale. URL consultato il 26 luglio 2015.
  139. ^ Tellini, p. 27.
  140. ^ Tellini, p. 88.
  141. ^ S. Blazina, Premessa alle Tragedie, in A. Manzoni, Poesie e tragedie (intr. di P. Gibellini, note e premesse di S. Blazina), Milano, Garzanti, 1990, pp. 267-268.
  142. ^ Tonelli, p. 160.
  143. ^ Tellini, p. 101.
  144. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 402; per approfondire la questione della crisi spirituale cfr. Accame Bobbio, La crisi manzoniana del 1817.
  145. ^ a b c Tonelli, p. 161.
  146. ^ Tonelli, pp. 179-180.
  147. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, pp. 419-420.
    « ...del male che può fare e realmente fa, da noi, quest'opera [L'Histoire di Sismondi], e soprattutto il capitolo [il 127 del XVI volume] che, fingendo di descrivere la religione degli Italiani, ridicolizza la morale della Chiesa cattolica. »
  148. ^ De Gubernatis, pp. 146-147, ci racconta una versione diversa su come Manzoni decise di comporre quest'opera apologetica. Il Tosi obbligò il suo discepolo, come penitenza per la vita anticlericale e atea della prima giovinezza, a scrivere un trattato che potesse difendere la religione cattolica, giungendolo addirittura a «chiude[re] in camera Alessandro Manzoni, perché mandasse innanzi il libro sulla Morale cattolica che non voleva andare avanti».
  149. ^ Massimiliano Mancini, La Morale Cattolica, Internet Culturale. URL consultato il 26 luglio 2015.
  150. ^ Tonelli, p. 188.
  151. ^ Tellini, p. 29.
  152. ^ Cousin, p. 31; da rilevare come il corso universitario di Cousin avesse luogo proprio durante la permanenza parigina di Manzoni.
  153. ^ Cousin, p. 112.
  154. ^ a b Tellini, p. 120.
  155. ^ Lisa Pericoli, "Marzo 1821" di Alessandro Manzoni: parafrasi del testo, Oilproject. URL consultato il 3 agosto 2015.
  156. ^ a b Tellini, p. 138.
  157. ^ I vv. 31-36 dell'Ode sono infatti la spia sentimentale che testimonia l'ammirazione di Manzoni per il grande condottiero: «Fu vera gloria? Ai posteri / l’ardua sentenza: nui / chiniam la fronte al Massimo / Fattor, che volle in lui / del creator suo spirito / più vasta orma stampar».
  158. ^ Lo si ricava dalla lettera al Fauriel del 3 novembre 1821, in cui Manzoni parla del romanzo storico di Walter Scott. Si veda Tonelli, p. 242.
  159. ^ a b Tonelli.
  160. ^ Tellini, p. 154.
  161. ^ Tellini, p. 156.
  162. ^ Tellini, pp. 164-167.
  163. ^ Tellini.
    « ...dopo lo studio attento dei classici, la lettura degli stranieri principalmente francesi, la conversazione colta con i propri concittadini, lo scrittore italiano può...accoglie[re] ciò che resta nella cosiddetta "buona lingua" illustre...Di tale fatta è appunto la veste linguistica del Fermo e Lucia: una miscela di laboratorio construita in vitro... »
  164. ^ a b Ferroni, p. 64.
  165. ^ Tellini, p. 234.
  166. ^ Tonelli, p. 247.
  167. ^ Tellini, pp. 234-235.
  168. ^ I rapporti tra i due massimi esponenti del romanticismo italiano furono improntati ad una forzata cordialità, dovuta ad un estetismo letterario e morale opposti. Leopardi, da parte sua, non comprendeva l'ammirazione per il romanzo del Manzoni. Per un'analisi più completa, si veda la pubblicazione di Tortoreto, pp. 322-336.
  169. ^ Cantù, p. 128.
  170. ^ Mesentere, Treccani.it. URL consultato l'8 agosto 2015.
    «Tabe mesenterica (o meseraica) Tubercolosi primaria intestinale con interessamento del peritoneo e dei linfonodi mesenterici e retroperitoneali, che si presentano ingrossati e con degenerazione caseosa. Tale patologia, come gran parte delle forme primarie di tubercolosi, colpisce prevalentemente i bambini; dal punto di vista clinico è caratterizzata da febbre, addome meteorico, diarrea e grave deperimento generale secondario alle alterazioni dell’assorbimento intestinale.».
  171. ^ Boneschi, p. 348.
  172. ^ Tellini, p. 296.
  173. ^ a b Massimiliano Mancini, Lutti familiari, Internet Culturale. URL consultato il 30 luglio 2015.
  174. ^ Ginzburg, p. 193.
  175. ^ Boneschi, p. 363.
  176. ^ Giulia Beccaria, secondo quanto rievoca Marta Boneschi, era preoccupata della condizione spirituale e psicologica del figlio, preoccupazione che non nasconde a Tommaso Grossi (Boneschi).
  177. ^ Il figliastro del Manzoni, nel 1885, pubblicò un libro ricchissimo di aneddoti, frasi e abitudini del patrigno, nel tentativo di completare e migliorare il ritratto trasmessoci dal Cantù: Stampa, p. 292.
  178. ^ Massimiliano Mancini, Il secondo matrimonio, Internet Culturale. URL consultato il 30 luglio 2015.
  179. ^ Boneschi, p. 365.
  180. ^ Colombo, p. 9.
  181. ^ Massimiliano Mancini, La Messa da Requiem di Verdi, Internet Culturale. URL consultato il 31 luglio 2015.
  182. ^ Massimiliano Mancini, Il Quarantotto, Internet Culturale. URL consultato il 30 luglio 2015.
  183. ^ Tellini, p. 41.
  184. ^ Massimiliano Mancini, Antonio Rosmini, Internet Culturale. URL consultato il 30 luglio 2015.
  185. ^ Pelliccia, Rosmini e Manzoni.
  186. ^ Bonola, Carteggio fra Manzoni e Rosmini.
  187. ^ Ferroni, pp. 66-68.
  188. ^ Tellini, p. 42.
  189. ^ Boneschi, p. 394.
  190. ^ Giulia Marucelli, Teresa Borri Manzoni (vedova Stampa), Giuliamarucelli.it, 9 luglio 2012. URL consultato il 31 luglio 2015.
  191. ^ Stampa, p. 290.
  192. ^ Senatore Manzoni Alessandro, Senato della Repubblica. URL consultato il 31 luglio 2015.
  193. ^ Tellini, pp. 45-46.
  194. ^ Beltrami, p. 126.
  195. ^ Cantù, p. 318.
  196. ^ Fabris, p. 122.
  197. ^ Fabris, p. 124.
    « Ma qualche giorno dopo quel 6 gennaio, egli disse a don Natale Cerioli: "Non si accorge Lei di un decadimento in me? Tutte le idee mi si confondono: non sono più io". »
  198. ^ Matteo Innocenti, La Milano di Alessandro Manzoni, expo2015, 29 gennaio 2015. URL consultato l'8 agosto 2015.
  199. ^ Venosta, p. 156.
  200. ^ Fattorini, p. 33.
  201. ^ La Civiltà Cattolica, pp. 77-78.
  202. ^ Per un veloce inquadramento del Puccianti, sostenitore del manzonismo in linguistica, si veda: Alessandro Manzoni su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 31 luglio 2015.
  203. ^ La Civiltà Cattolica, p. 78.
  204. ^ La Civiltà Cattolica, p. 79.
    « E veramente Alessandro Manzoni fu il Virgilio del Romanzo storico, come Gualtiero Scott ne fu l'Omero. »
  205. ^ La Civiltà Cattolica, p. 81.
  206. ^ La Civiltà Cattolica, p. 83.
    « Giacché si sa benissimo che, se il Manzoni avesse o rinunziata la senatoria, o negato di onorare di una sua stretta di mano mani indegne di toccarlo, o altrimenti dimostrato di disapprovare quello che soltanto ed esclusivamente i liberali approvano, in tal caso questi liberali non si curerebbero ora del Manzoni, in cui non tanto commendano la sua letteratura quanto la loro propria politica. »
  207. ^ Cinzia Leoni (a cura di), Messa da Requiem, Verdi 200. URL consultato il 31 luglio 2015.
  208. ^ Tomba di Alessandro Manzoni, ARTE.it. URL consultato il 31 luglio 2015.
  209. ^ Archivi categoria: 1923, mercatofilatelico. URL consultato il 3 agosto 2015.
  210. ^ Albani.
  211. ^ Esplicativa è Preludio di Emilio Praga, in cui lo scapigliato annuncia l'ora degli «Antecristi» in contrapposizione al «Casto poeta che l’Italia adora».
  212. ^ Tellini, p. 323.
  213. ^ Settembrini.
  214. ^ Tellini, p. 324.
  215. ^ Pascoli.
  216. ^ Le idee sulla lingua, italicon.it. URL consultato il 31 luglio 2015.
  217. ^ Nel 1921 Benedetto Croce col suo saggio Alessandro Manzoni affossò il romanzo a causa della sua forte impronta religiosa, cosa che non renderebbe i Promessi Sposi una vera opera d'arte. Nel 1952, però, riconobbe la vitalità dell'opera manzoniana, ammettendo di essersi sbagliato (Tornando sul Manzoni).
  218. ^ Leonelli.
  219. ^ Tellini, pp. 330-331.
  220. ^ Tellini, pp. 335-336.
  221. ^ Ferroni, p. 27.
    « Rispetto alle linee generali di quello europeo, il Romanticismo italiano...si distingue per la sua cautela e moderazione: in Italia agisce ancora il peso della tradizione classica, che allontana dalle posizioni più radicali [...] il Romanticismo italiano, soprattutto nelle sue fasi iniziali, conserva una relativa continuità con aspetti dell'Illuminismo (specie quello lombardo), di cui condivide la ricerca di una letteratura "utile", che collabori al "perfezionamento" della civiltà. »
  222. ^ Ferroni, p. 42.
  223. ^ Per una più ampia visione della produzione antimonarchica e giacobina del Manzoni adolescente, si veda Langella, pp. 11-20.
  224. ^ L'influenza pariniana sulla prima produzione manzoniana trova riscontro nell'ode In morte di Carlo Imbonati, in cui riecheggiano analogie con l'esortazione morale esposta da Parini nell'ode Sull'educazione, dedicata proprio all'Imbonati che fu allievo del poeta brianteo. Si veda Langella, pp. 41-53.
  225. ^ Alessandro Manzoni, Epistolario. Carteggio A. Manzoni-C. Fauriel, Biblioteca Italiana, 2008. URL consultato il 27 luglio 2015.
  226. ^ Ferroni, p. 238.
  227. ^ Raimondi, Alessandro Manzoni e il Romanticismo, p. 443.
    « Proprio nel momento che lo scrittore prende consapevolezza dell'io scompare in una poesia del noi per virtù di una riduzione o mortificazione sublimatrice dell'esperienza personale che...postula un ordine misterioso, un vincolo di comunione tra gli uomini e le cose... »
  228. ^ Raimondi, Alessandro Manzoni e il romanticismo, p. 443.
  229. ^ Millefiorini, p. 173.
  230. ^ Massimiliano Mancini, Gli Idéologues, Internet Culturale. URL consultato il 28 luglio 2015.
  231. ^ Giovanni Macchia, Manzoni e la via del romanzo, p. 27.
    «[Manzoni] abbracciò la fede cristiana non perché lo salvasse dalle sue ossessioni, ma perché su di esse potesse meditare e drammaticamente combattere».
  232. ^ Alessandro Passerin D'Entrèves, Il "nostro" Manzoni in Dante politico e altri saggi, pp. 209 e sgg.
  233. ^ La Natura, davanti alle lamentele esistenziali dell'islandese, risponde cinicamente con queste parole, esplicitando il pessimismo cosmico di Leopardi: «Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento».
  234. ^ Tortoreto, pp. 330-331.
    « E se così pensa Filippo Ottonieri (alias Leopardi), anche Manzoni, soprattutto convinto della poca giustizia del mondo e delle molte insidie della virtù, sa che non vi può essere felicità nel mondo, perché il mondo è valle di lacrime" [...] Ma nel buo di tale valle di lacrime (continua e conchiude il Graf imparzialmente) "splende, come s'esprimono le Sacre carte e (l'uomo) ripete, una speranza piena d'immortalità. Ed è proprio in questa "speranza" che, a duro contrasto, in Leopardi non dà luce, dopo la breve stagione degli Inni cristiani, invocanti dal Redentore e da Maria "pietà dell'uomo infelicissimo". »
  235. ^ Il canto del Magnificat è in Lc 1,52: «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili». La vicenda di Napoleone si inquadra in quest'ottica del Magnificat, ma all'incontrario, in quanto dalla gloria cade nella polvere della povertà.
  236. ^ «Oh quante volte ai posteri / narrar se stesso imprese, / e sull'eterne pagine / cadde la stanca man» (vv. 69-72).
  237. ^ Giulio Ferroni, Il Romanticismo e Manzoni (1815-1861) in Storia della Letteratura Italiana, vol. 8, p. 250.
    «...la valida man di Dio (immagine di derivazione biblica e agostiniana) interviene a risollevare lo spirito di Napoleone prima della morte».
  238. ^ Alessandro Mazzini, "Adelchi" di Manzoni: il coro dell'atto quarto e la morte di Ermengarda, Oilproject. URL consultato il 1 agosto 2008.
  239. ^ Eraldo Bellini, Calvino e Manzoni in Enrico Elli e Giuseppe Langella (a cura di), Studi di letteratura italiana in onore di Francesco Mattesini, p. 524.
    «Forse il vero spazio in cui la Provvidenza fa le sue prove non è se in quello, immenso e turbato, della "vita interiore dell'uomo"».
  240. ^ Tonelli, p. 221.
  241. ^ Proprio nel Coro dell'Atto IV, ai vv. 85-120, Manzoni delinea, relazionandosi alla morte di Ermengarda, in che cosa consista la provida sventura (vv. 103-108): «Te collocò la provida / Sventura in fra gli oppressi: / Muori compianta e placida; / Scendi a dormir con essi: / Alle incolpate ceneri / Nessuno insulterà.»
  242. ^ Giovanni Fighera, «La Provvidenza di Manzoni si incarna nella fede» e non nel moralismo di Eco in Tempi.it, 1 dicembre 2012. URL consultato il 1 agosto 2015.
    «Tutta la storia dell’Innominato si legge in questa luce. Nel ventunesimo capitolo Lucia, di fronte al più grande dei cattivi, ha un’autorità che non proviene da Lei. «Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia». Questa frase, proferita con un filo di voce all’Innominato, lo cambia. Questa circostanza è vissuta dalla giovane paesana con negli occhi la presenza di Gesù, che è la presenza del volto della madre Agnese, della Madonna che lei invoca, della presenza di Renzo e di fra Cristoforo. E dai quei volti passa la Provvidenza. Infatti Lucia è la più debole, ma vince l’Innominato. Che, infatti, dopo una nottata turbata dal pensiero del suicidio, deciderà di seguire le voci che provengono da un vicino pellegrinaggio verso il cardinal Federigo. Qui l’Innominato sarò abbracciato in tutta la sua cattiveria e i suoi limiti. E capisce che la liberazione di Lucia è la prima possibilità del suo personale cambiamento. È così che si muove la Provvidenza.».
  243. ^ Bellini, p. 524 (vedi) riprende già quanto esplicitato da Raimondi, Il Romanzo senza idillio.
  244. ^ Francesco Ruffini, La vita religiosa di Alessandro Manzoni, 2 voll., Bari, Laterza, 1931, SBN IT\ICCU\TO0\0167661.
  245. ^ De Luca, p. 36.
  246. ^ Parisi, Manzoni, il Seicento francese e il giansenismo, p. 98.
  247. ^ Adolfo Omodeo, La religione del Manzoni in Difesa del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1951, SBN IT\ICCU\RAV\0082403.
  248. ^ Jemolo.
  249. ^ Langella, p. 159.
  250. ^ Parisi, Manzoni, il Seicento francese e il giansenismo, p. 104.
  251. ^ Giudice-Bruni, pp. 206-207.
  252. ^ Cantù, pp. 304-305.
  253. ^ Tellini, p. 45.
  254. ^ Bonghi, Opere inedite o rare.
  255. ^ Bonghi, Opere inedite o rare, p. 164.
  256. ^ Bonghi, Opere inedite o rare, p. 176.
  257. ^ Tellini, p. 92.
  258. ^ Tellini, pp. 92-94.
  259. ^ Bonghi, Opere inedite o rare, p. 441.
  260. ^ Bonghi, Opere inedite o rare, p. 197.
  261. ^ Sforza-Gallavresi, Carteggio 1803-1821, p. 228.
  262. ^ Giordano, pp. 120-121.
  263. ^ Massimiliano Mancini, Romanticismo manzoniano, Internet Culturale. URL consultato il 3 agosto 2015.
    «Nelle opere letterarie Manzoni accetta e sviluppa alcuni caratteri del romanticismo europeo e ne rifiuta altri [...] ma non attinge, come fanno vari autori tedeschi o inglesi, alle mitologie nordiche, agli aspetti bizzarri o esotici, all’esasperazione della fantasy».
  264. ^ Si vedano, a tal proposito, il saggio di Forti - Manzoni e il rifiuto dell'idillio, e il libro di Raimondi, Il Romanzo senza idillio.
  265. ^ Questione della lingua.
  266. ^ Stampa, p. 336.
    « ...per cui al suo ritorno [a piedi] in casa a Milano [da Brusuglio] si può calcolare che avrà fatto oltre 30 chilometri!...e ciò gli giovava, come dice lui stesso. »
  267. ^ Nicoletta Sguben, La contessa Maffei fa salotto a Barzio in casa di Manzoni in Repubblica.it, 3 agosto 2014. URL consultato l'8 agosto 2015.
  268. ^ Manzoni, come sottolinea Gino Tellini nel suo primo capitolo biografico "Una vita apparentemente tranquilla", sentì e partecipò molto agli eventi della sua epoca, servendosi più della penna e dell'intelletto che della parola e delle manifestazioni pubbliche.
  269. ^ Massimiliano Mancini, La villa di Brusuglio, Internet Culturale. URL consultato l'8 agosto 2015.
  270. ^ Stampa, p. 337.
  271. ^ Boneschi, p. 333.
    « Giulietta del mondo maschil conosoce ben poco - oltre al padre-bambino... »
  272. ^ Boneschi, pp. 359-360.
    « Mary Clarke, in visita dai Manzoni a Brusuglio nell'estate del 1834, fornisce a Fauriel un vivido quadro di quel che è diventata la famiglia da quando lui l'ha lasciata: [...] "La signora Giulia mi ha molto parlato di Enrichetta, mi ha detto che sentiva ogni giorno di più la sua perdita, che non poteva mai lasciare Alessandro, che era come un bambino... »
  273. ^ Si ricordi la "Cameretta" riunita intorno a Carlo Porta, all'amicizia con Tommaso Grossi, al nutrito carteggio con Fauriel e al circolo d'amicizie che si ritrovano in casa di Manzoni. Vedasi: Fabris, pp. 7-71; Boneschi, pp. 310-311.
  274. ^ Stampa, p. 343.
    « Solo non amava molto di fare delle nuove conoscenze, colle quali si trovava imbarazzato, o non del tutto libero. »
  275. ^ Stampa, p. 176.
  276. ^ Boneschi, p. 212.
  277. ^ Cantù, p. 306.
    « Così a chi gli faceva riflettere che nel 1848 Pio IX benedisse l'Italia, [Manzoni] replicò: "Sì, ma poi la mandò a farsi benedire". »
  278. ^ De Gubernatis, pp. 292-293.
    « Nella lettera che scrisse al Briano per rinunciare alla deputazione, il Manzoni fece pure allusione alla sua balbuzie; ad un amico poi che gli domandava perché non avea voluto esser deputato, egli, scherzando, rispondeva: «Poniamo il caso che io volessi parlare e mi volgessi al presidente per domandargli la parola, il presidente dovrebbe rispondermi: — Scusi, onorevole Manzoni, ma a lei la parola io non la posso dare. — »Ho qui solamente toccato di un difetto fisico del Manzoni solamente per mostrare come anche da esso il Manzoni abbia saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie. »
  279. ^ Stampa, p. 497.
  280. ^ Fabris, pp. 22-25.
  281. ^ Lamarque, p. 9.
  282. ^ a b Paolo Colussi, Cristina Trivulzio di Belgioioso, la donna che visse cinque volte, Storia di Milano, 6 maggio 2008. URL consultato il 9 agosto 2015.
  283. ^ Matilde Manzoni, Journal, a cura di Cesare Garboli, Milano, Adelphi, 1992, ISBN 88-459-0906-9.
  284. ^ Raimonda Lobina, Matilde Manzoni, Enciclopedia delle donne. URL consultato il 9 agosto 2015.
  285. ^ a b c Scheda senatore Manzoni Alessandro, Senato della Repubblica. URL consultato il 29 luglio 2015.
  286. ^ (EN) List of Members from 1842 to 1998, pourlemerite.org. URL consultato il 29 luglio 2015.
  287. ^ Joachim Michael Beckh, Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni, Geni, 26 febbraio 2015. URL consultato il 2 agosto 2015.
  288. ^ Andrea Cassigoli, Enrico Manzoni, Geni, 17 ottobre 2014. URL consultato il 2 agosto 2015.
  289. ^ E l'erede difende l'antenato in Repubblica.it, 24 novembre 1988. URL consultato il 2 agosto 2015.

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