Alessandro Manzoni

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sen. Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Senato del Regno d'Italia
Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera, Milano.
Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841), Pinacoteca di Brera, Milano.
Luogo nascita Milano
Data nascita 7 marzo 1785
Luogo morte Milano
Data morte 22 maggio 1873
Professione Possidente
Data 29 febbraio 1860
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Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni
Litografia di Alessandro Manzoni
Signore di Moncucco
In carica 18 marzo 1807 –
22 maggio 1873
Predecessore Pietro Manzoni
Successore Pietro Manzoni
Nome completo Alessandro Francesco Tommaso
Trattamento Sua signoria
Altri titoli Nobile, trattamento di don
Nascita Milano, 7 marzo 1785
Morte Milano, 22 maggio 1873
Dinastia Manzoni
Padre Pietro Manzoni
Madre Giulia Beccaria
Consorte Enrichetta Blondel
Teresa Borri
Religione cattolicesimo
« L'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo. »
(A. Manzoni, Lettera al marchese Cesare d'Azeglio[1])

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785Milano, 22 maggio 1873) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano. È considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi, principalmente per il suo celebre romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana[2]. Fu senatore del Regno d'Italia.

Biografia

Origini familiari

Pietro Manzoni

Il nonno materno del Manzoni era Cesare Beccaria, noto illuminista, autore del trattato Dei delitti e delle pene posto nell'Indice dei libri proibiti. La figlia di Cesare e di Teresa Blasco (1744-1774) - donna di notevole avvenenza di nobili origini siciliane e spagnole, figlia di un colonnello spagnolo -, Giulia Beccaria (1762–1841), donna di grande cultura e sensibilità letteraria, fu la madre del Nostro. Il padre dello scrittore, don Pietro Manzoni (1736-1807), discendeva da una nobile famiglia di Barzio, in Valsassina, scesa successivamente a Castello, nel lecchese, e stabilitasi a Milano nel 1612 con il conte Giacomo Maria Manzoni. La famiglia Manzoni, decaduta, aveva perso il titolo comitale e non era stata ammessa a far parte del patriziato meneghino.[3]

Per quanto i Manzoni avessero poi preso possesso del feudo di Moncucco (concesso loro da Vittorio Emanuele I di Sardegna nel 1773), e per quanto in virtù di ciò fossero conti, il titolo a Milano non era valido perché "straniero". Inizialmente don Pietro presentò al governo austriaco una richiesta ufficiale perché fosse riconosciuto, ma poi preferì non insistere. In ogni caso, quando, molto più tardi, Roma attribuirà a Manzoni la cittadinanza, il titolo comitale apparirà sull'atto ufficiale, e verrà mantenuto dalla sua discendenza.[4]

È stato detto - ma potrebbe piuttosto trattarsi di una «diffusa diceria»[2] - che il padre naturale di Alessandro potesse essere un amante di Giulia, Giovanni Verri (fratello minore di Alessandro e Pietro Verri). Con Giovanni, uomo attraente e libertino, ella aveva avviato una relazione già nel 1780, proseguendola anche dopo il matrimonio. Dalle parole di Niccolò Tommaseo pare evincersi come Verri fosse il vero padre dello scrittore, e come questi ne fosse pienamente a conoscenza: «Anco di Pietro Verri [Manzoni] ragiona con riverenza, tanto più ch'egli sa, e sua madre non glielo dissimulava, d'essere nepote di lui, cioè figliuolo d'un suo fratello».[5]

L'infanzia e l'adolescenza

Casimiro Radice
La cascina Costa a Galbiate

Alessandro Manzoni nacque a Milano[6] il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e da don Pietro Manzoni, figlio di Alessandro Valeriano, pronipote di un ricchissimo mercante-imprenditore lecchese, Giacomo Maria Manzoni, e di Margherita di Fermo Porro. Il battesimo fu amministrato nella Chiesa di San Babila.

I primi anni di vita li trascorse prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri, una contadina del luogo. Questo fatto è attestato dalla targa tuttora affissa nella cascina. Sin d'ora passò alcuni periodi alla villa rustica di Caleotto, di proprietà della famiglia paterna, una dimora in cui amerà tornare da adulto e che venderà, non senza rimpianti, nel 1818.[7] In seguito alla separazione dei genitori (avvenuta il 23 febbraio 1792; successivamente, dal 1795 - ma la relazione cominciò molto prima, forse nel 1790, anno in cui sembra si siano conosciuti - Giulia Beccaria andò a convivere con il colto e ricco Carlo Imbonati, prima in Inghilterra, poi in Francia, a Parigi), Manzoni venne educato in collegi religiosi.

Giulia Beccaria con il piccolo Manzoni in un ritratto attribuito ad Andrea Appiani

Il 13 ottobre 1791 fu accompagnato dalla madre a Merate al collegio S. Bartolomeo, dei Somaschi, dove rimase cinque anni, soffrendo per la lontananza dall'affetto materno e per il difficile rapporto con compagni maneschi e insegnanti che lo castigavano spesso.[8] La letteratura era già una consolazione e una passione. Durante la ricreazione, racconterà lo scrittore, «mi chiudevo [...] in una camera, e lì componevo versi».[9]

Nell'aprile del 1796 passò al collegio di S. Antonio, a Lugano, gestito ancora dai Somaschi, per rimanervi fino al 1798. Nonostante il collegio perseguisse un fine educativo orientato in senso religioso, l'istruzione impartita teneva conto della letteratura profana, riconoscendo nell'Arcadia e nel Frugoni dei modelli di stile, e ammirando Dante più di ogni altro poeta. Nello stesso anno in cui Manzoni arrivò a Lugano, giungeva sul Lago Ceresio il Somasco Francesco Soave, celebre erudito e pedagogista. Per quanto sia del tutto improbabile che Manzoni l'avesse come maestro (se non per qualche giorno), la sua figura esercitò sul bambino una notevole influenza. Vecchio e prossimo alla morte, l'autore de I Promessi Sposi ricordava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria».[10]

Passò in seguito al collegio Longone, gestito dai Barnabiti. Alla fine del 1798 si trasferì quindi a Castellazzo dei Barzi, vicino a Magenta, dove l'istituto aveva stabilito provvisoriamente la propria sede. In campagna Manzoni trascorse solo il primo anno; il 7 agosto 1799 gli studenti del Longone tornarono a Milano. Non è chiaro quanto l'adolescente rimanesse dai Barnabiti, anche se l'ipotesi più accreditata lo fa supporre allievo della scuola fino al giugno 1801.[11] I registri rivelano come Alessandro fosse compagno di due illustri personaggi quali Giulio Visconti e Federico Confalonieri. Un giorno imprecisato dell'anno scolastico 1800-1801, poi, gli scolari ricevettero una visita che suscitò nel Nostro una grande emozione. L'arrivo di Vincenzo Monti, che leggeva avidamente e considerava il più grande poeta vivente, «fu per lui come un'apparizione di un Dio».[12]

Pur insofferente verso la pedantesca educazione dei succitati ambienti cattolici, della quale denunciò i limiti anche disciplinari, e pur venendo giudicato uno studente svogliato, da questi studi gli derivò una buona formazione classica e il gusto per la letteratura. Nel 1799 sviluppò una sincera passione per la poesia e scrisse due notevoli sonetti. Il nonno materno gli insegnò a trarre dall'osservazione del reale conclusioni rigorose e universali.

Andrea Appiani
Vincenzo Monti

La formazione culturale di Manzoni è imbevuta di mitologia e letteratura latina, come appare chiaramente dalle poesie adolescenziali. Due, in particolare, sono gli autori classici prediletti, Virgilio e Orazio, ma notevole è anche l'influsso di Dante e Petrarca, mentre tra i contemporanei, assieme al Monti, svolgono un ruolo importante Parini e Alfieri.[13]

Se si escludono gli esercizi di stile precedenti, le primissime esperienze poetiche del ragazzo risalgono al 1801, ma non sono altro che frammenti collocabili nel contesto scolastico del collegio Longone. Tuttavia vi si può riscontrare una vena satirica e polemica che avrà un ruolo non trascurabile nel Manzoni adolescente, pur venendo mitigata già a metà del decennio. Ci restano le traduzioni, in endecasillabi sciolti, di alcune parti del libro quinto dell'Eneide e della Satira terza (libro primo) di Orazio, accanto a un epigramma mutilo in cui attacca un certo fra' Volpino, dietro le cui spoglie è facilmente riconoscibile il vicerettore del collegio, padre Gaetano Volpini.[14]

Uscito dall'angusto mondo del Longone, visse dal 1801 al 1805 con l'anziano padre (ma tra il 1803 e il 1804 fu a Venezia), don Pietro, dedicando una parte non trascurabile del suo tempo al divertimento e in particolare al gioco d'azzardo, frequentando inoltre l'ambiente illuministico dell'aristocrazia e dell'alta borghesia milanese. Giocava nel ridotto della Scala, finché, sembra, un rimprovero del Monti lo convinse a rinunciare al vizio.[15] Fu anche l'epoca del primo amore: quello per Luigina Visconti, sorella di Ermes. Di questa esperienza sappiamo quanto il poeta stesso rivelò sei anni più tardi, nel 1807, in una lettera a Claude Fauriel. A Genova, infatti, l'aveva casualmente rivista, ormai sposata al marchese Gian Carlo di Negro, e l'episodio aveva risvegliato in lui la nostalgia e il dispiacere di averla perduta.[16]

Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispirò le prime composizioni di un qualche rilievo, modulate sull'opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento. Ma, oltre questi, Manzoni si volge a Parini, portavoce degli ideali illuministi nonché dell'esigenza di moralizzazione, e a Francesco Lomonaco, un esule lucano. A questo periodo si devono Del trionfo della libertà, Adda, I quattro sermoni che recano l'impronta di Monti e di Parini, ma anche l'eco di Virgilio e Orazio. Il metodo di scrittura e di poetare manzoniano di questo periodo è molto legato alla tradizione classica.

Francesco Lomonaco

Il poemetto Del trionfo della libertà, composto di quattro canti, fu ispirato dalla pace di Lunéville, e rivela le simpatie filorivoluzionarie dell'autore, che si mostra ostile alla tirannia, passando in rassegna una lunga serie di eroi antichi e contemporanei - paladini della libertà e dell'amor patrio -, attaccando i sovrani e il Pontefice, e tradendo le influenze stilistiche di cui si è parlato, in particolare quelle del Monti, elogiato negli ultimi versi dell'opera:

« Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
fai de' tuoi carmi e trapassando pungi
la vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi »

Al di là di peculiarità stilistiche che già si possono intravedere in filigrana, pare importante un appunto coevo con il quale Manzoni commentava il poemetto: «Io protesto che qui e dovunque parlo degli abusi. Diffatti ognun vede che qui non si tocca principi di sorta alcuna. Altronde il Vangelo istima la mansuetudine, il dispregio delle ricchezze e del comando: e qui s'attacca la crudeltà, l'avidità delle ricchezze e del comando». L'affermazione mette quindi in luce l'adesione del giovane ai valori evangelici, contestandone la realizzazione concreta negli uomini di potere, laici ed ecclesiastici. Il terreno per la conversione era dunque preparato sin dal principio, per quanto negli anni giovanili prevalesse la ribellione contro i modelli educativi ricevuti e contro il divario esistente tra morale cristiana e condotta effettiva di chi la doveva rappresentare.

Sempre del 1801 è il celebre sonetto-autoritratto, modellato su quello dell'Alfieri, secondo una moda che fu ripresa anche dal Foscolo. Ad una fronte dedicata alla descrizione fisica e morale fa seguito la sirima, quadro già piuttosto preciso delle ambizioni e delle peculiarità dell'autore, petrarchescamente attratto dalla gloria letteraria, ma anche schivo e immune dall'odio («Spregio, non odio mai»). L'impetrazione d'aiuto alle muse, tipica del genere, ricorre anche nel sonetto Alla Musa, scritto poco dopo.

L'innamoramento per Luigina Visconti è invece alla base dell'ode Qual su le cinzie cime, richiamo evidente, nello stile e nei contenuti, all'Amica risanata foscoliana, il cui primo verso, «Qual dagli antri marini», è chiaramente riecheggiato in una composizione mossa da un sentimento ancora vivo e commosso per la giovane, che da ingenua e ignara diventa, nel sonetto A donna amata - se, come sembra, anche questa poesia sia dedicata a Luigina -, una donna vagheggiata con più distacco, come se il tempo avesse ricondotto il sentimento entro i confini della razionalità.[17]

Pietro Tamburini

Nell'estate del 1801 Manzoni andò a vivere con il padre nella sua casa milanese (oggi in via Santa Prassede), alternando la vita di città con soggiorni alla tenuta di Caleotto[18], e recandosi molto spesso a Pavia. Allo Studio pavese giungeva nel 1802 Vincenzo Monti per ricoprire la cattedra di eloquenza. Nei registri dell'ateneo il nome di Alessandro non risulta, ma è quasi certo che egli seguisse le lezioni montiane. Oltre alla nota ammirazione del Nostro per l'autore dei Pensieri d'amore e oltre all'opinione di illustri studiosi[19], sembra convalidare l'ipotesi il carteggio del periodo. I corrispondenti di Manzoni, infatti, sono quasi tutti studenti (o vecchi studenti) dell'università, da Andrea Mustoxidi a Giovan Battista Pagani, da Ignazio Calderari a Ermes Visconti.[20]

Il contesto accademico lo dovette mettere in contatto anche con due professori giansenisti, Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, docenti rispettivamente di «storia delle leggi e dei costumi» e di «filosofia morale, diritto naturale e pubblico». Le loro idee in difesa della morale lo influenzarono molto, oltre a introdurlo per la prima volta al pensiero giansenista. Tamburini condannava la Curia romana per le sue deformazioni ma vedeva nel cattolicesimo un imprescindibile modello. Per l'elevatezza delle sue dissertazioni parve a Manzoni un punto di riferimento al pari di Zola, definito «sommo» in una lettera al Pagani del 6 settembre 1804.[21]

Altrettanto significativa fu la lezione filosofica di Vincenzo Cuoco, presentato a Manzoni da Lomonaco, il senso della storia vicino alle posizioni vichiane che espresse nei suoi scritti. Lomonaco, dal canto suo, accluse in epigrafe alle sue Vite degli eccellenti Italiani il sonetto manzoniano Per la vita di Dante del 1802. A diciassette anni, quindi, il giovane poeta vedeva pubblicato per la prima volta un proprio testo.[22]

Nel 1803, dopo aver invitato senza successo Monti al Caleotto con l'idillio Adda, Manzoni non continuò a seguire le lezioni universitarie e passò un anno a Venezia, ospite del cugino Giovanni Manzoni, nipote di Pietro. Giovanni si era già stabilito in laguna tre anni prima, dopo aver partecipato alla Commissione che nel 1799 aveva deportato e arrestato i patrioti e i repubblicani milanesi. Non è chiaro perché Alessandro soggiornasse a Venezia, ma non sembrano avere avuto un ruolo ragioni politiche: piuttosto vi entrò il desiderio del padre di allontanarlo da uno stile di vita dissipato. Nella città dei dogi - dove si invaghì di una donna sulla trentina sentendosi replicare, evidentemente dopo aver in qualche modo dichiarato i propri sentimenti, che «all'età vostra si pensa ad andare alla scuola e non a fare all'amore»[23] - il giovane poeta rimase fino al 1804, scrivendo tre dei quattro Sermoni.[24]

I Sermoni - la cui successione cronologica è incerta[25] - mantengono l'impronta satirica cara a questo Manzoni, come emerge già dal titolo del primo, il Panegirico a Trimalcione, modulato sui versi del Giorno pariniano e ispirato, nel contenuto, a due satire dell'Alfieri, I grandi e La plebe. Di Trimalcione, sotto le cui vesti si celano i nuovi ricchi, coloro che hanno sfruttato la Rivoluzione per raggiungere senza scrupoli il benessere economico, si celebrano ironicamente gli avi "illustri" - truffatori, assassini, lenoni, cantastorie -, con uno stile che, rispetto al modello pariniano, è molto più vicino alla prosa e si vena di un forte realismo, facendo pensare ai Sermoni di Gasparo Gozzi.

D'altra parte, il secondo Sermone, Contro verseggiatori d'occasione (o Della poesia), non fa che rafforzare l'impressione di un riferimento gozziano, se è vero che questi scrisse tre componimenti in cui tracciava la figura del poeta, che non cerca l'approvazione del pubblico, e si scagliava contro coloro che pensano di poter pubblicare un libro di poesie solo per aver messo assieme due versi, o quelli che credono poter giudicare il valore di un componimento senza averne le competenze. Questi temi, presenti in Ad A. F. Seghezzi, Ad un amico e All'abate A. Martinelli, ritornano nel testo manzoniano.[26]

A Giovan Battista Pagani mantiene l'impronta realistica degli altri due Sermoni: ai versi 68-70 troviamo una vera e propria dichiarazione di poetica volta ad affermare il primato della dimensione concreta e civile dell'arte manzoniana, lontana da ogni forma di astrattezza: «Fatti e costumi / altri da quel ch'io veggio a me ritrosa / nega esprimer Talia».

Amore a Delia, infine, è il parallelo tra la vita libertina della madre di Delia, costretta a un matrimonio coatto e poi sposa infedele, e i medesimi atteggiamenti della figlia, in un contesto più ampio in cui si vogliono condannare l'abuso di versi amorosi e gli atteggiamenti che logorano i rapporti di coppia.

L'arrivo in Francia

Carlo Imbonati

Nel 1805 Manzoni venne invitato dalla madre e da Carlo Imbonati a Parigi. Alessandro accettò con entusiasmo, ma non fece in tempo a conoscere il conte - alla cui missiva rispose nel marzo, con parole di calore e riconoscimento che Imbonati non lesse mai -, il quale morì il 15 marzo, lasciando la Beccaria ereditiera del suo patrimonio ma anche affranta e bisognosa dell'amore filiale. Il giovane, ora ventenne, giunse nella capitale francese in estate, in una data non successiva al 12 luglio, giorno in cui la polizia locale gli rilasciava il permesso di soggiorno.[27]

Manzoni scopriva di avere una madre. Le loro strade, divise sino ad allora, si incrociarono per non lasciarsi più. Fino al 1841, anno della morte della Beccaria, i due instaurarono un rapporto strettissimo la cui profondità emerge dalle lettere dello scrittore in numerosissime occasioni. Già il 31 agosto 1805 rivelava a Vincenzo Monti di aver trovato «la mia felicità [...] fra le braccia d'una madre», e di non vivere che «per la mia Giulia».[28]

Giunto da poco a Parigi, Manzoni stese i 242 endecasillabi sciolti del carme In morte di Carlo Imbonati. L'opera riprende l'espediente della visione, caro a Varano e Monti, ma manifesta una propria Weltanschauung (concezione del mondo). Imbonati compare al poeta in sogno, dando a quest'ultimo la possibilità di lodarlo per le sue virtù, ingiustamente ignote ai più. All'interno della cornice encomiastica c'è spazio per l'omaggio ad Alfieri e Parini, cui il carme deve ancora molto. L'assenza di riferimenti mitologici, «la curiosità pietosa» per il trapasso dalla vita alla morte e l'aderenza alla realtà costituiscono tuttavia un ulteriore passo verso la formazione di uno stile manzoniano, la cui specificità andrà determinandosi in modo più netto nelle composizioni mature.[29]

Se si eccettua l'appendice alle Vite del Lomonaco, In morte di Carlo Imbonati è la prima opera manzoniana ad essere pubblicata. All'inizio del 1806 l'editore Didot ne stampò cento copie a Parigi, mentre qualche mese più tardi Destefanis ne produsse a Milano un numero maggiore di esemplari, accompagnati da una dedica al Monti arbitrariamente aggiunta da Pagani, che fu per questo motivo rimproverato dall'autore, il quale cominciava così a dimostrare di aver avviato il percorso di affrancamento dall'imitazione montiana. In ogni caso, assieme alla pubblicazione arrivarono i primi consensi: il carme fu lodato dalle Effemeridi letterarie e dal Cuoco sul Giornale Italiano.[30]

Claude Fauriel

Il carme In morte di Carlo Imbonati è un importante documento di poetica. Celebri sono i versi «il santo Vero / mai non tradir: né proferir mai verbo, / che plauda al vizio, o la virtù derida» (vv. 212-214), con cui il fantasma del conte segna al poeta la via attraverso la quale possa «toccar la cima / ... o far, che s'io cadrò su l'erta, / dicasi almen: su l'orma propria ei giace» (vv. 203-205). Qui il Vero è la verità della ragione e della filosofia di matrice illuminista; non è ancora il Vero della Fede, ma l'aggettivo sacro gli conferisce un carattere solenne.[31] Particolare importanza riveste anche l'intento di «giacer su l'orma propria», di raggiungere cioè un'identità stilistica e poetica.

Con la madre soggiornò al numero 11 di rue St. Honoré, vicino Place Vendôme, e ad Auteuil, nei pressi di Parigi, dove passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti ideologi, filosofi di scuola ottocentesca, tra i quali si fece tanti amici, in particolare Claude Fauriel (il quale avrà una forte influenza sulla formazione del Manzoni; infatti Fauriel inculca ad Alessandro un grande interesse per la storia e gli fa capire che non deve scrivere seguendo modelli rigidi e fissi nel tempo, ma deve riuscire a esprimere sentimenti che gli permettano di scrivere in modo più "vero", in maniera da "colpire" il cuore del lettore) ed ebbe modo di apprendere le teorie volterriane.

A Parigi Alessandro conosce la cultura francese classicheggiante, venendo in contatto con il sensismo, (i sensi sono alla base della conoscenza; l'illuminismo è la critica razionale della realtà; lotta al pregiudizio e alla tradizione derivata dall'autorità; i problemi religiosi non si basano sull'esperienza, ma sulla superstizione) e assiste all'evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche. Per lungo tempo la critica ha individuato nell'illuminismo e nel sensismo i soli modelli che l'entourage culturale aveva offerto al Nostro, insistendo sul circolo degli ideologi che si radunavano in casa della vedova di Condorcet, Sophie, divenuta l'amante di Fauriel.

Pierre Cabanis

Quando Manzoni viene introdotto nell'ambiente filosofico francese in cui la madre aveva da anni un ruolo di rilievo (non si dimentichi l'entusiasmo suscitato a Parigi, qualche decennio addietro, dal trattato del padre Dei delitti e delle pene), l'atmosfera è tuttavia molto diversa. L'epoca del sensismo è più che altro un retaggio illuminista e settecentesco, e i principali ideologi sono morti, o, anziani, vanno allontanandosi dalle posizioni sostenute in passato. Nel secondo gruppo rientra Pierre Cabanis, che Manzoni conobbe e ammirò, ricordando dopo la morte (5 maggio 1808) con affetto «cet homme rare» (questo uomo raro), non potendo rammentare «les promenades d'Auteuil sans souffrir» (le passeggiate di Auteuil senza provarne sofferenza).[32] Nel 1806 Cabanis aveva lavorato alla Lettre sur les causes premières, testo orientato in senso spiritualista, impregnato di spirito religioso, per quanto l'Essere Supremo di cui si ammette l'esistenza non coincida completamente con il Dio cristiano secondo la concezione della Chiesa.[33] Lo stesso Fauriel, il personaggio che senza dubbio ebbe la maggiore influenza sul Manzoni nel periodo parigino, aveva un orientamento spiritualista e stava lavorando a una Histoire du Stoïcisme (Storia dello Stoicismo).

Ci sono rimaste poche lettere relative agli anni 1805-1807, e non è pertanto possibile definire con precisione la rilevanza - per Manzoni - di tutti i testi e gli autori che il poeta lombardo conobbe o approfondì nei primi anni francesi. Fauriel e Cabanis emergono tuttavia come i due principali punti di riferimento, ed una certa importanza dovette avere anche Le Brun, riconosciuto, in una lettera al Pagani del 12 marzo 1806, «grand'uomo», «poeta sommo» e «lirico trascendente».[34] Potrebbero essere anche parole di circostanza, dettate da un'amicizia ancor fresca e dalla riconoscenza per le parole di elogio che «Pindare Le Brun»[35] gli aveva rivolto, omaggiandolo di un suo componimento. Lo stile del poeta francese, improntato a un classicismo enfatico e di maniera, non pare in effetti conciliarsi con la poetica manzoniana, ma il poemetto Urania (ideato tra il 1806 e il 1807 e poi stancamente portato a compimento negli anni successivi) ne recherà parzialmente l'impronta.[36]

Il salotto di Sophie de Grouchy, la vedova di Condorcet, era ormai lontano dagli antichi splendori, ed aveva spostato la propria sede da Parigi a Auteuil, con frequenti spostamenti alla Maisonnette di Meulan. Pertanto, se permaneva una visione della storia come progresso e se l'etica civile di matrice illuminista manteneva la sua forza, il clima in cui Manzoni si venne a trovare risentiva al contempo della disillusione degli anni postrivoluzionari.

Nell'impervio percorso di ricostruzione biografica e critica che si pone di fronte a chi tenti di spiegare la conversione religiosa degli anni a venire, pieno di difficoltà intrinseche e carente di documenti al riguardo, assumono a questo punto una certa importanza due lettere che Manzoni inviò a Ignazio Calderari in merito alla malattia che condusse alla morte il loro comune amico Luigi Arese. Nella prima, del 17 settembre 1806, il Nostro si duole che al posto delle persone care, il morituro debba avere al proprio capezzale «l'orribile figura di un prete», ma il 30 ottobre, dopo la morte dell'Arese, sempre al Calderari esclama: «Oh sì! ci rivedremo! Se questa speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l'orrore della presenza dei perversi, che sarebbe la vita?»[37] Da un lato, viene confermata la reazione anticlericale ravvisata nelle prime opere, ma al tempo stesso, come emerge ugualmente dalle prime opere, Manzoni dimostra di conformarsi allo spirito cristiano, prefigurando un'esistenza dopo la morte.

Intanto, madre e figlio lasciarono una prima volta Parigi nel giugno 1806, diretti in Piemonte per dirimere con Maddalena Sannazari, una delle sorelle di Carlo Imbonati, le ultime pendenze legate all'eredità del conte. A settembre, comunque, erano già di ritorno in Francia, come dimostra una lettera di Manzoni ad Ignazio Calderari.[38]

Al febbraio 1807 risale il secondo spostamento: la lettera al Fauriel, scritta il 17, testimonia che quel giorno il Manzoni era a Susa e aveva passato il Moncenisio, e, sempre tramite testimonianze epistolari, sappiamo che il mese successivo era a Genova.[39] Il 20 marzo, quando era in procinto di partire per Torino venne a sapere che il padre era gravemente malato (ma in realtà era già morto da due giorni), e il 24, durante il tragitto che lo conduceva a Milano, apprese della sua morte.

Sembra che madre e figlio, a questo punto, non siano entrati in città, preferendo trascorrere alcuni giorni nella nuova proprietà di Brusuglio[40], per poi riattraversare le Alpi. Le parole con cui affronta la scomparsa del padre, nelle lettere, ci paiono piuttosto fredde, per quanto nella missiva al Fauriel dell'8 aprile, venti giorni dopo il funerale, rivolgesse a Pietro un ultimo augurio: «Paix et honneur à sa cendre» (Pace e onore alle sue ceneri).[41] Alessandro fu istituito dal padre erede universale. A maggio era nuovamente a Parigi.

Il matrimonio e la conversione

Miniatura di Alessandro ed Enrichetta nel giorno delle nozze del 1808

L'ultimo allontanamento dalla Francia fu anche il più carico di significati e di conseguenze. Già da tempo Giulia Beccaria andava cercando una sposa per il figlio. Il viaggio primaverile era stato fatto anche con questo obiettivo, divenuto ora preminente. Dopo che il progetto di fidanzare Alessandro con la figlia del filosofo Destutt de Tracy fallì, la Beccaria conobbe a Parigi Charlotte Blondel, imparentata con la famiglia calvinista del banchiere ginevrino François Louis Blondel. Blondel viveva con la moglie Marie e la figlia sedicenne Henriette (Enrichetta) a Milano nel palazzo Imbonati, che il conte gli aveva venduto anni addietro.[42]

Tramite Charlotte furono avviati i contatti, e in settembre i Manzoni partirono alla volta della città meneghina per fare la conoscenza di Enrichetta - di cui erano state fornite ottime referenze - e dei genitori. L'incontro non disattese le speranze, Manzoni rimase incantato dalla dolcezza e purezza della fanciulla e il matrimonio, che si rivelerà molto felice e sarà coronato dalla nascita di dieci figli, fu celebrato il 6 febbraio 1808 a Milano, prima con rito civile presso il Municipio e, un'ora più tardi, con rito calvinista in via del Marino, dove si trovava la casa dei Blondel[43]. Sistemate infine le ultime questioni legate all'eredità dell'Imbonati, i novelli sposi, accompagnati da Giulia, si stabilirono al numero 22 del Boulevard des Bains Chinois, a Parigi.[44]

Il 23 dicembre nacque la primogenita Giulia Claudia (destinata a sposare nel 1831 Massimo d'Azeglio e a morire prematuramente nel 1834), che fu battezzata otto mesi più tardi nella chiesa giansenista di Meulan secondo il rito cattolico. All'inizio del 1809 i Manzoni avevano fatto conoscenze importanti, forse decisive nell'orientare Alessandro verso la pratica religiosa. Louis Agier, presidente della Corte d'appello parigina, Giambattista Somis, già consigliere della Corte di appello di Torino, Ferdinando Marescalchi, ministro delle Relazioni estere del Regno d'Italia napoleonico[45], e Anne Marie Caroline Geymüller, una donna di Basilea rimasta vedova di un ufficiale della guardia svizzera del re Luigi XVI, facevano parte di un ambiente fortemente cattolico e giansenista. Quest'ultima, inoltre, aveva abiurato il calvinismo nel 1805 per opera di un abate genovese giansenista che i Manzoni conosceranno proprio nell'autunno del 1809, Eustachio Degola.[46]

La frequentazione con il Degola, concepita inizialmente come sostegno per la conversione della moglie, diventò assidua, inaugurando un periodo dell'esistenza manzoniana su cui tanto è stato scritto, in assenza di testimonianze che diradino i dubbi in merito agli eventi che determinarono in modo definitivo il pensiero, l'arte e la vita del Manzoni. Di sicuro, nell'insieme dei fattori che portarono il poeta ad abbracciare pienamente la fede cattolica, c'è poco, anche se molti elementi ebbero necessariamente una notevole importanza. Lo stretto riserbo che lo scrittore mantenne su questi anni, tuttavia, rende ogni studio critico inevitabilmente opinabile e incompleto.

La chiesa della Madeleine in una foto scattata all'inizio del XX secolo

Abbiamo innanzitutto alcune date: dopo il battesimo di Giulia, Manzoni, d'accordo con la moglie, indirizzò una supplica a Pio VII affinché, «pentito del fallo commesso», l'autorità pontificia ponesse «un opportuno riparo, capace di rendere tranquilla la di lui coscienza [del supplicante, cioè del Manzoni]»[47], rendendo possibile celebrare nuovamente il matrimonio, questa volta secondo il rito cattolico.[48]

Nel mese di novembre giunse l'autorizzazione papale con un rescritto del cardinale Di Pietro datato al 30 ottobre[49], e il 15 febbraio 1810, nella casa di Ferdinando Marescalchi, il curato della chiesa della Madeleine officiava la funzione.[50]

Il sacerdote Eustachio Degola (che in quanto giansenista derivava da Sant'Agostino l'interpretazione assolutistica del problema della predestinazione, della grazia e del libero arbitrio) rivestì certamente un'importanza significativa per tutta la famiglia Manzoni. Conosciuto nell'autunno 1809, divenne presto un punto di riferimento: inizialmente il sacerdote ebbe il compito di preparare Enrichetta Blondel all'abiura del calvinismo, sottoscritta in un atto ufficiale il 3 maggio 1810 e celebrata solennemente il 22 maggio nella Chiesa di Saint-Séverin, alla presenza della famiglia e dell'abate giansenista.

I colloqui con il Degola, dopo il periodo consacrato ad Enrichetta, finirono presto col diventare privati e riguardare Alessandro in prima persona, anche se nulla è dato sapere circa quanto vi si dicesse, e sono possibili solo supposizioni. L'ascendente del prete giansenista è comunque innegabile: oltre ai cambiamenti evidenti nello stile di vita del Nostro, rimane a testimoniarlo il pluriennale carteggio che il sacerdote genovese intrattenne con Manzoni, con la moglie e con Giulia Beccaria.[51]

È relativamente facile ricostruire i passaggi attraverso cui la Blondel si convertì al cattolicesimo, ma non è chiaro perché ciò avvenisse. Probabilmente il Manzoni, che era «un animo non veramente ribelle», accettava con fastidio un matrimonio non benedetto e aver dovuto ammettere questa situazione, quando la figlia fu iscritta nel registro dei battesimi, dovette metterlo a disagio.[52] Unendo a ciò l'estremo riserbo con cui lo scrittore parlerà del proprio passaggio all'ortodossia cattolica, l'ipotesi di eventi concreti che ne abbiano orientato la scelta (si pensi in particolare al cosiddetto Miracolo di san Rocco [53]), le frequentazioni con l'ambiente giansenista parigino, la conversione della moglie, le spie presenti nelle sue opere giovanili e un temperamento poco incline all'ateismo e al disordine morale, i critici hanno cercato di spiegare il cambiamento che si produsse in questi anni nel suo animo, determinandone la vita e la letteratura futura. Anche così, tuttavia, risulta impossibile chiarire appieno quello che resta per sua stessa natura un mistero.

Il cattolicesimo, in Manzoni, ha coloriture gianseniste che lo portano alla severa interpretazione della religione e della morale cattoliche. Persa, all'inizio dell'Ottocento, la speranza di raggiungere la serenità per mezzo della ragione, la vita e la storia gli parvero romanticamente immerse in un vano, doloroso, inspiegabile disordine: per non abbandonarsi alla disperazione bisognava trovare un fine ultraterreno. Nel Manzoni, quindi, l'irrequietezza esistenziale si compone nella fede fervente conciliandola con la fermezza intellettuale.

Manzoni s'inserisce in una corrente del cattolicesimo ottocentesco, il cattolicesimo liberale, che predicava una più viva ed attiva applicazione alla vita sociale dei princìpi evangelici di uguaglianza e carità, fino a farne lievito per una profonda trasformazione in senso liberale e democratico delle strutture politiche e sociali: erano le idee allora sostenute e diffuse in Francia da Lamennais e Augustin Thierry, ed in Italia attraverso il pensiero di Capponi, Rosmini e Lambruschini.[54] Il critico Alessandro Passerin d'Entrèves sottolinea poi l'importanza che ebbero Pascal e i grandi moralisti francesi del Seicento (Bossuet) nella formazione religiosa del Manzoni. Da essi l'autore aveva attinto l'ambizione a conoscere l'animo umano e «la convinzione che il cristianesimo è l'unica spiegazione possibile della natura umana, che è stata la religione cristiana che ha rivelato l'uomo all'uomo».[55]

Per mezzo del Fauriel, Manzoni conobbe l'estetica romantica tedesca prima ancora che Madame de Staël la diffondesse in Italia. Nel 1809, dopo la pubblicazione del suo poemetto Urania, Manzoni dichiarò che non avrebbe più scritto versi simili, aderendo alla poetica romantica, secondo la quale la poesia non deve essere destinata a una élite colta e raffinata, ma deve essere di interesse generale e interpretare le aspirazioni e le idee dei lettori. Manzoni è ormai sulla via del realismo romantico; tuttavia non accetterà mai la convinzione propria sia del romanticismo sia dell'amico Fauriel, che la poesia debba essere espressione ingenua dell'anima e quindi non rinuncerà mai al dominio intellettuale del sentimento e a una controllata espressione formale, caratteristica del romanticismo italiano.

Il ritorno in Italia

Luigi Tosi

Quanto lo spirito del Manzoni fosse cambiato, negli ultimi mesi della permanenza parigina, o, meglio, quanto fosse in contraddizione con i valori e i modelli precedenti, è difficile dire. Sicuramente la grande città francese, capitale del bel mondo e degli intellettuali del momento, non esercitava più alcun fascino su di lui. «Il n'y a que vous qui m'attachez encore à ce Paris que je n'aime point du tout pour tout le reste» (Solo la vostra presenza mi lega ancora a questa città, che per il resto non esercita su di me alcuna attrattiva), scriveva al Fauriel il 29 maggio 1810.[56] Anche il Degola si accingeva a partire, e nel luglio lo sappiamo a Genova. Bisognoso di tranquillità, Manzoni lasciò Parigi con la famiglia il 2 giugno, diretto a Brusuglio, dove giunse qualche settimana più tardi.

Prima di partire, i Manzoni avevano chiesto al sacerdote giansenista di indicar loro una persona degna di fiducia che potesse continuare la sua opera di assistenza spirituale.[57] Il 30 maggio Degola scriveva una lettera di raccomandazione per don Luigi Tosi, canonico di Sant'Ambrogio e anch'egli giansenista. Fu Giulia Beccaria, nel mese di luglio, a consegnare al futuro vescovo di Pavia il foglio di presentazione, accompagnata dal figlio. Entrambi ebbero del Tosi un'ottima impressione, come può evincersi dalle parole di Alessandro: «Il degnissimo Canonico Tosi fu visitato da mia madre e me [...], e fu trovato un vero amico del Dégola; e questo basti per suo elogio».[58]

Il sacerdote si recava anche a Brusuglio, quando la famiglia vi soggiornava, e mantenne la sua funzione di guida spirituale per molti anni, anche dopo la sua elezione a vescovo di Pavia, avvenuta nel 1823. Ad Alessandro, come alla moglie e alla madre, non era ancora stato amministrato il sacramento della Comunione. Dopo una breve preparazione, Manzoni si confessò il 27 agosto e il 15 settembre, assieme a Giulia ed Enrichetta, si accostò per la prima volta all'Eucarestia.[59]

Se la scelta era stata compiuta, il percorso di evoluzione interiore rimaneva in fieri, sposandosi con il temperamento di Manzoni, la cui riflessività e razionalità rifuggiva naturalmente da cambiamenti troppo repentini. Come la svolta del 1810 fu preceduta e da segnali più o meno evidenti, così l'approdo alla fede cattolica, per quanto stabile e duraturo, necessitò sempre di un travaglio morale che non ne scosse mai le basi, ma rimase un'imprescindibile caratteristica del modo manzoniano di vivere la fede. Alla luce di queste premesse si spiegano le missive apparentemente contraddittorie inviate nell'agosto 1811 a Degola e Tosi, in cui chiedeva rispettivamente di pregare «perché piaccia al Signore scuotere la mia lentezza nel suo servizio e togliermi da una tepidezza che mi tormenta, e mi umilia», e affermava che «malgrado la mia profonda indegnità sento quanto possa in me operarne [di bene] la Onnipotenza della Divina Grazia».[60] Anche il Degola continuava a "vegliare" a distanza. Il sacerdote intratteneva una fitta corrispondenza con tutta la famiglia e con il Tosi: tutti insieme lo andarono a trovare a Genova nella primavera del 1811.

Intanto, Manzoni aveva portato a compimento nel 1810 un poema idillico cominciato l'anno precedente, A Parteneide, in risposta alla richiesta del poeta danese Jens Baggesen, conosciuto a Parigi, di tradurre in italiano il suo Parthenais, dopo che Fauriel ne aveva curato la versione francese. Nel poema idillico del Baggesen, ispirato da un mito alpino, predomina l'escamotage poetico della visione. La composizione manzoniana, in cui garbatamente l'autore motiva il proprio rifiuto perché ispirato da un'altra visione poetica apparsagli nelle valli Orobie, è un testo d'occasione, ma il suo valore letterario non è trascurabile: particolare rilievo assumono inoltre, a livello concettuale, i versi 80-83, che si possono intendere come spia del coevo approdo alla pratica religiosa[61]:

« Allor per l'aria de' pensieri celesti
libero ei vola, e da le basse voglie
de la vita mortal quasi il divide
un deserto d'obblio »
La casa di via del Morone

La "visione" delle valli Orobie costituisce un riferimento all'altro componimento cui il poeta lavorava nello stesso periodo: la Vaccina, un poema civile sull'innesto del vaiolo. Accantonato il progetto di un poemetto sulla fondazione di Venezia, Manzoni cominciò a menzionare la Vaccina in una missiva al Fauriel del 5 ottobre 1809. In seguito, l'opera cadde nel dimenticatoio, finché nel 1812 ne furono stese otto ottave - più due versi della nona -, che dovevano costituire la protasi. Infine, l'idea fu definitivamente abbandonata.[62]

Al ritorno dalla Francia, i Manzoni alternarono periodi a Brusuglio e in città, dimorando nella villa fuori porta quando veniva la bella stagione. A Milano, si stabilirono per quasi due anni al numero 3883 di via S. Vito al Carobbio, per poi trascorrere un anno nel palazzo dei Beccaria, in via Brera, finché il 2 ottobre 1813 il poeta acquistò una casa in via del Morone, al numero 1171 (oggi 1).[63] Manzoni era sempre stato abituato a vivere in mezzo al verde. La nuova dimora, che dava su piazza Belgioioso, aveva «un giardino proprio interno, con certo quale sentore di chiostro, assolutamente quel che ci voleva per l'indole del Manzoni».[64] In via del Morone l'autore avrebbe trascorso il resto della propria vita.

Gli Inni Sacri

D'ora in avanti, la sua vita e la sua arte saranno pienamente conformi alla fede e alla necessità di divulgarla con l'esempio e con le opere. Nel 1812 cominciò la stesura degli Inni Sacri, ma l'autore aveva in mente il progetto già da qualche anno se, come scrisse al Degola il 27 febbraio, «l'operetta che io ho pensata a Parigi, e che ora sto lavorando, non è sostanzialmente, religiosa, bensì la religione vi è introdotta co' suoi riti, insomma non è apologetica, qual mi pare la supponeste». Il piano iniziale prevedeva dodici inni, numero simbolico che ricorda anche la struttura del Cathemerinon di Prudenzio, con cui Manzoni voleva celebrare gli appuntamenti liturgici più importanti dell'anno. Pertanto, l'autore voleva scrivere nell'ordine Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti e I Morti.[65]

Manzoni ne portò a termine solo cinque: La Risurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste. I primi quattro furono scritti tra l'aprile 1812 e l'ottobre 1815, e pubblicati in un volumetto presso l'editore milanese Pietro Agnelli alla fine del 1815. Più lungo tempo richiese la stesura de La Pentecoste, iniziata nel 1817 e completata solo cinque anni più tardi, rallentata da altre opere cui l'autore attese nei medesimi anni, tra cui spiccano le due tragedie e la prima versione del romanzo. Si dedicò inoltre a un trattato, Osservazioni sulla morale cattolica, intrapreso sotto la guida religiosa di monsignor Tosi, in riparazione alla sua iniziale lontananza dalla fede.

Anche i primi quattro inni richiesero un tempo di composizione piuttosto lungo. Se l'anno e mezzo necessario per La Passione si spiega anche con gli avvenimenti politici del 1814, quando i Francesi furono costretti a lasciare Milano, suscitando un'ondata di speranze e patriottismo tra la popolazione, confluita nella canzone Aprile 1814, e, dopo il ritorno degli Austriaci, nell'incompiuto Proclama di Rimini a sostegno di Murat, altre cause più importanti portarono alla lunga gestazione degli Inni. Influì la tradizionale lentezza del Manzoni, unita a un ossessivo bisogno di revisioni formali, giustificate in questo caso, come in futuro, dal desiderio di produrre un testo utile per i lettori, ma significativa importanza ebbe pure il progressivo peggioramento di quella malattia nervosa che si era manifestata per la prima volta nel 1810.[66]

La prima edizione degli Inni Sacri non ebbe il successo sperato, malgrado un articolo dello Spettatore salutasse con entusiasmo la loro apparizione.[67] La raccolta rappresenta una fase transitoria dello stile manzoniano, collocandosi negli anni appena successivi alla conversione. I critici hanno messo in luce come la poesia degli inni sia ancora immatura, penalizzata da un'emotività traboccante che crea delle forzature, pur nell'assenza di riferimenti mitologici e teologici.[68] De Sanctis rileva inoltre la sostanziale novità del volumetto, perché «Natali, Marie e Gesù ce n'erano infiniti nella vecchia letteratura» ma, per molti secoli, «mancata era l'ispirazione, da cui uscirono gli inni della Chiesa, i canti religiosi di Dante e del Petrarca, e i quadri e i templi e le statue de' nostri antichi artisti».[69]

La maggior parte degli studiosi riconosce comunque la sincerità dell'opera, ravvisando una fede autentica, coerente con i principi di poetica enunciati dall'autore in una missiva al Fauriel del 20 aprile 1812, in cui specificava che la poesia doveva provenire dal profondo del cuore.[70] Altri, invece, hanno sostenuto teorie diverse; secondo De Gubernatis il Manzoni degli Inni lottava ancora per credere[71], mentre per De Sanctis i concetti espressi nella raccolta sono esclusivamente di derivazione settecentesca, sono i principi della Rivoluzione cristianizzati, e l'autore, per fiacchezza di sentimento, ricorre all'enfasi e all'immaginazione, contraddicendo la semplicità evangelica a vantaggio di una poesia elitaria.[72]

Queste ultime sono tuttavia voci isolate, smentite dall'ortodossia cattolica che emerge dai cinque componimenti. Dio è visto come riscatto e consolazione per l'umanità sofferente, come unica alternativa alle filosofie che hanno creduto di trovare nella forza e nel pensiero dell'uomo la soluzione alle esigenze più profonde dell'esistenza. L'intenzione dell'autore è quella di una poesia popolare, da cui lo stile talvolta si allontana perché ancora influenzato dalla formazione neoclassica.[73]

Nella gioia e nel dolore, il messaggio cristiano vale per tutti:

« Perché, baciando i pargoli,
la schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
invidiando mira?
Non sa che al regno i miseri
seco il Signor solleva?
Che a tutti i figli d'Eva
nel suo dolor pensò? »
(La Pentecoste, vv. 65-72)

Il Conte di Carmagnola e la poetica tragica

Il linciaggio di Giuseppe Prina in una stampa dell'epoca

Intanto, la vita privata aveva conosciuto alcune novità. Il 5 settembre 1811, quando la famiglia Manzoni abitava ancora in via S. Vito al Carobbio, la secondogenita Luigia Maria Vittoria morì subito dopo il parto; fu il primo dei tanti lutti che costelleranno la vita del Nostro. Per la piccola il poeta dettò un epitaffio in latino. Meno di due anni più tardi, vide la luce in via Brera il primo figlio maschio, Pietro Luigi (21 luglio 1813). Il 25 luglio 1815, la casa di via del Morone fu allietata dalla nascita di Cristina.[63] Nel giro di pochi anni vennero al mondo anche Sofia (12 novembre 1817) ed Enrico (7 giugno 1819).

Proprio la zona vicino a casa Manzoni fu teatro, il 20 aprile 1814, dei tumulti della popolazione, sfociati nel linciaggio del ministro Giuseppe Prina. Manzoni si schierò apertamente dalla parte dei manifestanti, ma deplorò l'episodio di violenza. «[La révolution] a été unanime, et j'ose l'appeler sage et pure, quoi qu'elle ait été malheureusement souillé par un meurtre [...] Vous savez d'ailleurs que le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal» ([La rivoluzione] è stata unanime, e oserei definirla saggia e pura, benché sia stata macchiata da un assassinio [...] D'altra parte, sapete che il popolo è ovunque un buon giudice e un cattivo tribunale), scriveva a Fauriel il 24 aprile 1814. Il Nostro spiegava comunque come «les honnêtes gens» (le persone perbene) si fossero dissociate dal linciaggio.[74] Il fervore patriottico del periodo, stroncato ben presto dal ritorno degli Austriaci e dal fallimento del piano muratiano per l'unità nazionale, confluì in due canzoni petrarchesche, Aprile 1814 (sette strofe scritte tra il 22 aprile e il 12 maggio 1814) e Il proclama di Rimini (aprile 1815), entrambe rimaste incompiute.[75]

Dopo queste prove modeste, ma significative per mettere in luce lo spirito patriottico di Manzoni, che si accompagna in lui all'ideale di una poesia morale e civile, il poeta volle comprendere meglio l'incipiente movimento romantico. Nel 1817 chiese al Fauriel alcuni libri, tra cui il Cours de littérature dramatique di August Wilhelm von Schlegel (nella traduzione di Albertine Necker de Saussure, cugina della de Staël, apparsa a Parigi nel 1814) e De la littérature du Midi de l'Europe di Sismondi. Nell'elenco non figura il celebre saggio De l'Allemagne di Madame de Staël, uscito a Milano nella versione italiana del 1814 e presumibilmente già conosciuto dal Manzoni.[76]

Sono gli anni della querelle tra neoclassici e romantici. Nella temperie letteraria ebbe un ruolo di rilievo la celebre Lettera semiseria di Giovanni Berchet, in cui era facilmente ravvisabile l'apertura agli scrittori tedeschi, il Bürger in particolare, con la mediazione del Vico e delle idee vichiane di Vincenzo Cuoco. Manzoni rispose alle polemiche suscitate dalla Lettera componendo l'ode L'ira di Apollo, dominata da un'ironia ravvisabile nei frequenti contrasti tra un linguaggio ostentatamente classico e espressioni prosaiche che danno voce alla rabbia del dio.

In Italia, furono le idee della de Staël, di Sismondi e di Schlegel ad avere l'influenza maggiore. Tuttavia, anche i più accesi sostenitori della nuova corrente, come Ludovico Di Breme, sottolinearono che il romanticismo italiano non poteva ripetere pedissequamente quello tedesco[77], perché veniva a inserirsi in una cultura diversa, e doveva necesariamente fare i conti con i precursori autoctoni. I romantici italiani, infatti, non possono prescindere dalla lezione di Alfieri, Parini, Foscolo e, in un certo senso, anche di Monti.

Manzoni non si allineò pienamente alla poetica tedesca, ma nemmeno a quella del Conciliatore. Secondo il suo temperamento, visse il momento culturale relativamente in disparte, delegando il proprio pensiero ad alcuni scritti di natura saggistica e alle opere poetiche, rifiutando di apparire in prima linea. Nell'agosto 1815, infatti, rifiutò di collaborare alla Biblioteca Italiana, che doveva ospitare pochi mesi dopo lo scritto di Madame de Staël Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni.[78]

Deciso ad affrontare un genere più popolare, decise di volgersi al teatro tragico. La stesura del Conte di Carmagnola, iniziata nel gennaio 1816, fu accompagnata da una serie di riflessioni sulla letteratura, e in particolare sul teatro, scritte tra il 1816 e il 1819 e conosciute con il titolo di Materiali estetici. I Materiali rivelano la concezione manzionana del dramma. Il palcoscenico, secondo l'autore milanese, non deve veicolare passioni e forti emozioni, nell'esasperazione dell'io del protagonista, ma indurre lo spettatore a meditare sulle scene cui assiste. Per Manzoni, la «riflessione sentita» è molto più poetica. Più nello specifico, la rappresentazione deve ritrarre «l'inquietudine connaturale all'uomo finch'egli rimane su questa terra dove non può giungere al suo ultimo fine».[79]

Manzoni non condivide quindi l'opinione di Nicole e Bossuet, secondo cui le opere teatrali erano immorali. Condanna la tragédie classique raciniana, ma loda l'opera di Goethe e Schiller, e soprattutto quella del «mirabile Shakespeare», il cui «intelletto [...] ha potuto tanto trascorrere per le ambagi del cuore umano, che bellezze di questa sfera diventano comuni nelle tue opere».[80] All'«identificazione emozionale» di Racine e del teatro francese bisogna sostituire la «commozione meditata», per dirla con Gino Tellini.[81] Infatti, contrariamente a quanto avveniva con la tragédie classique, lo spettatore, in Manzoni, è «fuori dall'azione», secondo le parole della celebre Prefazione al Carmagnola, in cui confluirono concetti dei Materiali e dell'incompiuto saggio Della moralità delle opere tragiche (1816-1817).[82]

La vicenda e la rappresentazione devono trasmettere un messaggio cristiano, senza per questo presentare una realtà idilliaca. Al contrario, Manzoni va in cerca di personaggi, che, come Francesco Bussone (il conte di Carmagnola), si oppongano al male che domina la società umana, anche a prezzo della loro vita. L'importante è che il drammaturgo cerchi la verità e si mantenga fedele alla realtà storica. Infatti, verità e poesia coincidono, come spiegato nelle postille al Cours de littérature dramatique schlegeliano e nei Materiali estetici. «È fuor di dubbio», scrive nelle postille, «che le cose eternamente vere sono le più lodate»[83] e che, come afferma nei Materiali, «più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell'uomo, più si trova poesia vera».[84] La verità, storica e spirituale, l'indagine del cuore umano costituiscono la poesia più autentica, il «bello poetico».

Studio di Francesco Hayez per il dipinto Il Conte di Carmagnola (1820)

Stanti queste premesse, Manzoni non può accettare le unità pseudo-aristoteliche, eluse già da Shakespeare e contestate dai romantici. Inoltre, anche il linguaggio deve avvicinarsi il più possibile alla realtà, e cercare di riprodurre il modo in cui si sarebbero espressi i protagonisti della scena. Spiegando quest'ultimo concetto nella lettera a Fauriel del 25 marzo 1816, Manzoni condanna quei drammaturghi che si sono creduti grandi artisti ingegnandosi a trovare un linguaggio artificioso e retorico che frappone una barriera insuperabile fra lo spettatore e il personaggio.[85]

La missiva citata si apre con l'annuncio del Conte, di cui l'autore sostiene aver già verseggiato alcune scene. Dedicando l'opera «al mio migliore amico», Manzoni cita la fonte principale della tragedia: è il volume ottavo dell'Histoire des Républiques Italiennes di Sismondi, apparsa nel 1809 a Parigi. La stesura del dramma, iniziata il 15 gennaio 1816, si interruppe all'inizio dell'anno successivo, dopo il compimento del secondo atto, a causa dell'impegno profuso nelle Osservazioni sulla morale cattolica e dei già noti problemi di salute. Il 5 luglio 1819 Manzoni rimise mano al testo, portandolo a termine nel giro di pochi mesi. Nel 1820 Vincenzo Ferrario pubblicava a Milano la prima edizione dell'opera.[86]

Il Conte di Carmagnola si articola in cinque atti e copre un arco temporale di sei anni (1426-1432). Francesco Bussone, passato al servizio dei veneziani dopo essere stato per lungo tempo al soldo di Filippo Maria Visconti, sconfigge i milanesi nella Battaglia di Maclodio, ma, per la clemenza riservata ai vinti, viene sospettato di tradimento e condannato a morte. L'opera, accolta piuttosto freddamente, fu rappresentata solo nell'agosto 1828 e senza successo al Teatro Goldoni di Firenze. Quando il regio censore degli Spettacoli Attilio Zuccagni Orlandini chiese al Manzoni l'autorizzazione per rappresentare il Conte e l'Adelchi a Firenze, a fine 1827, l'autore rifiutò, ritenendo le proprie opere inadatte alla scena e pensate per la sola lettura.[87] Il Conte fu infine rappresentato, mentre l'Adelchi avrebbe dovuto aspettare altri quindici anni.

La tragedia generò una viva controversia perché violava, come detto, tutte le convenzioni classiche, e in primo luogo l'unità di tempo e di luogo. Per questo motivo, fu criticata severamente da più parti. Manzoni rispose solo agli attacchi del drammaturgo Victor Chauvet, scrivendo nel 1820 in francese la celebre Lettre à Monsieur Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, pubblicata tre anni più tardi a Parigi nell'edizione francese delle tragedie, curata da Fauriel per l'editore Bonange. Il Conte ebbe tuttavia un difensore illustre. Johann Wolfgang Goethe faceva infatti comparire un articolo laudativo nella rivista Über Kunst und Alterthum, cui Manzoni rispose con sentita riconoscenza in una missiva del 23 gennaio 1821.[88] Anche il meno famoso critico ligure Trincheri da Pieve intervenne in favore del testo manzoniano.

Le Osservazioni sulla Morale Cattolica e il nuovo soggiorno parigino

Intanto, Manzoni era andato incontro a una crisi spirituale che durò pochi mesi, nella primavera del 1817, e fu determinata da più fattori. Il più importante va senza dubbio cercato nell'appoggio della Chiesa alla Restaurazione. Per chi, come Manzoni, tendeva a considerare patriottismo e fede cristiana quali elementi inscindibili tra loro, il fatto creava un certo spaesamento. La delusione che ne derivò portò a una crisi nervosa e a un conseguente raffreddamento nella pratica religiosa, come si evince da una lettera di Tosi al Degola, in cui il padre spirituale dello scrittore comunicava il superamento della crisi (14 giugno 1817).[89]

Anche con il futuro vescovo di Pavia c'era stato un piccolo scontro, presto dimenticato, quando Manzoni gli aveva manifestato il desiderio di tornare per un periodo a Parigi, incontrando un'opposizione che gli parve esagerata. Il sacerdote ravvisava infatti nel trasferimento un pericolo per la fede del discepolo, desideroso, al contrario, di rivedere Fauriel, e speranzoso di trarre beneficio per i propri disturbi nervosi. Manzoni chiese ugualmente di poter partire, ma in maggio la polizia gli negò i passaporti.[90]

Accantonata provvisoriamente l'ipotesi parigina, Manzoni interruppe il Conte di Carmagnola ritirandosi in campagna, dove si immerse nella lettura di testi filosofici che saranno alla base delle Osservazioni sulla morale cattolica. Le postille manzoniane agli autori studiati sono utili per determinare quali libri affrontasse in quei mesi e per scoprire come lo scrittore li giudicasse. Le postille a Locke, a Condillac e a Destutt de Tracy provano la distanza di Manzoni dal loro pensiero, ma la sua attenzione, nel preparare le Osservazioni, andò soprattutto all'Histoire des Républiques Italiennes di Sismondi, il cui sedicesimo e ultimo volume uscì a Parigi nel 1818. L'opera, che era stata la fonte principale della tragedia, recava nell'ultimo tomo delle violente accuse contro il cattolicesimo, cui Manzoni si premurerà di controbattere nel libro che fu pubblicato a Milano presso Antonio Lamperti, nel 1819, con il titolo Sulla Morale Cattolica, osservazioni di Alessandro Manzoni, Parte prima.[91]

L'opera fu scritta anche per incitamento di Tosi, preoccupato «del male che può fare e realmente fa, da noi, quest'opera [L'Histoire di Sismondi], e soprattutto il capitolo [il 127 del XVI volume] che, fingendo di descrivere la religione degli Italiani, ridicolizza la morale della Chiesa cattolica».[92] Durante la composizione Manzoni chiese spesso consigli e giudizi al canonico. L'autore aveva inoltre progettato di scrivere una seconda parte delle Osservazioni, rimasta incompiuta.[93]

La Parte prima è strutturata in una prefazione Al lettore e in 19 capitoli, ciascuno dei quali si apre con una citazione sismondiana che l'autore si premura di confutare. Per lo studioso ginevrino Manzoni ribadisce nella prefazione la propria stima, cui unisce tuttavia la necessità di smentire la tesi fondamentale dell'ultimo tomo dell'Histoire, quella secondo cui la Chiesa avrebbe corrotto i costumi morali e civili degli italiani. Nella Morale Cattolica, Giuseppe De Robertis rileverà, forse esagerando, «un precedente mediato dei Promessi Sposi, e immediato degli Sposi Promessi [cioè il Fermo e Lucia], ma non teorico, sibbene di tono e di linguaggio, e non di tutti Gli Sposi Promessi, ma della grande figura di Federigo».[94]

Le Osservazioni risentono in particolare degli scritti di Nicole, Pascal, Bourdaloue e Massillon, esplicitamente citati e lodati. L'influenza, quindi, non è strettamente giansenista, se si considera che Bourdaloue era un prete gesuita e che il Nicole, pur essendo un portorealista, si dimostrò, nell'Essai sur la morale, meno severo degli altri giansenisti, e segnatamente sulla questione della grazia, che deve essere imprescindibilmente legata all'agire umano. Inoltre, va rilevato come il Saint-Cyran e l'Arnauld, portorealisti molto più radicali, non vengono mai citati nel testo manzoniano, fermo nel condannare ogni forma di orgoglio ma imperniato principalmente sul concetto della misericordia divina ed ecclesiastica, rivolta a ogni singolo uomo, anche il più peccatore.

Subito dopo la Parte prima, Manzoni abbozzò alcuni schizzi della Parte seconda, la cui pubblicazione era data come prossima nella prefazione del volume lampertiano. Le parole del Tosi a Lamennais confermano l'inizio della nuova fatica, sostenendo che l'autore aveva «portato seco i primi schizzi delle sue dissertazioni» recandosi a Parigi (lettera del 28 dicembre 1819). Le nuove osservazioni rivelano una maggiore severità dottrinaria ma, al tempo stesso, una minore identificazione della fede con il patriottismo, perché le idee della religione sono in sintonia con tutto ciò che è universale.[95]

È probabile, inoltre, che traducesse nel medesimo periodo il primo volume dell'Essai sur l'indifférence di Félicité de Lamennais. La notizia sembra confermata da una lettera inviata da Stendhal al barone Adolphe de Mareste il 2 novembre 1819, in cui lo scrittore francese spiegava come Manzoni avesse interrotto il Carmagnola per tradurre l'opera e «pour refuter les impiétés de Sismondi» (per confutare le empietà di Sismondi [cioè per scrivere le Osservazioni]).[92] Secondo alcuni, tuttavia, la traduzione sarebbe stata compiuta dal Tosi, e i critici sono pressoché unanimi solo nell'assegnare a Manzoni l'«avviso» elogiativo preposto al volume, apparso anonimo a Milano presso Pirola (Dell'indifferenza in materia di religione, tomo 1, 1819 e 1820).

Nel 1818 mise in vendita tutti i suoi possedimenti lecchesi, tra cui la villa di famiglia del Caleotto dove aveva trascorso in parte l'infanzia e l'adolescenza.

Il 14 settembre del 1819 Manzoni partì per Parigi, dove fu ospite per più d'un mese di Sophie de Condorcet. Nella capitale francese frequentò lo storico Augustin Thierry (1795-1856) e il filosofo Victor Cousin (1792-1867), che tornerà con lui in Italia e sarà ospite a Brusuglio e a Milano. La conoscenza di Thierry ebbe un'influenza importante sulla concezione manzoniana della storia, e una certa rilevanza ebbe anche lo spiritualismo di Cousin. Benché le idee di quest'ultimo non fossero del tutto eterodosse in materia di religione, affermazioni quali «Sans Dieu, l'homme et la nature restent un mystère»[96] (Senza Dio, l'uomo e la natura restano un mistero), oppure «La loi suprème, c'est [...] la sainteté, le dévouement, la charité, l'amour du prochain; c'est surtout l'amour de Dieu»[97] (La legge suprema consiste [...] soprattutto nella santità, nella devozione, nella carità, nell'amore per il prossimo; si manifesta soprattutto nell'amore di Dio), dovevano certamente far breccia nell'animo del Manzoni, così come vi è una notevole somiglianza tra i giudizi su Locke e Condillac, quali furono espressi dal milanese nelle Postille, e le idee di Cousin sui medesimi pensatori, accusati di sfociare nello scetticismo. A Parigi, Manzoni diventò amico anche di François Guizot, letterato e storico, ammiratore della Rivoluzione francese. Guizot si ricorderà del Manzoni quando, nel 1821, curerà l'edizione delle opere shakespeariane nella traduzione di Letourneur.

Al rientro in patria, avvenuto l'8 agosto 1820, cominiciarono i sette anni più prolifici della produzione dello scrittore. Nella capitale francese Manzoni aveva steso la Lettre à Monsieur Chauvet, lasciandola al Fauriel prima di partire. Il carteggio con l'amico rivela come già nel mese di ottobre la querelle fosse passata in secondo piano. In una missiva del 29 gennaio 1821, Alessandro richiedeva espressamente la Lettre, pensando di farla vedere a Ermes Visconti e ad altri amici quale semplice espressione di poetica.[98] Fauriel, tuttavia, insisteva perché il testo venisse pubblicato; nonostante alcuni tentativi di declinare la proposta, Manzoni si rassegnò ad accettare. L'operetta, debitamente modificata dall'autore, uscì a Parigi nel 1823 nella famosa edizione Bonange, assieme alle due tragedie tradotte da Fauriel, all'elogio goethiano del Carmagnola e a scritti di teoria dell'arte drammatica.[99]

La situazione politica sollecitò ancora una volta la sensibilità e le speranze del Manzoni: nel marzo del 1821, il governo austriaco dovette far fronte ai moti carbonari cui presero parte molti amici dell'autore. L'abdicazione di Vittorio Emanuele I, in Piemonte, fu seguita dalla costituzione concessa da Carlo Alberto, richiamante il modello spagnolo. I liberali credevano in un'imminente azione militare piemontese che liberasse la Lombardia dal dominio straniero, ma la nuova ondata di entusiasmo ebbe vita molto breve, e la repressione austriaca fu severa. Mentre fiorivano le illusioni patriottiche, Manzoni ebbe il tempo di comporre l'ode Marzo 1821 (con dedica a Theodor Körner), distrutta subito dopo e riesumata soltanto nel 1848, quando venne stampata assieme all'incompiuta canzone Il Proclama di Rimini in un volumetto intitolato Pochi versi inediti.[100]

La Lettre e l'ode dispensano un insolito ottimismo, una fiducia nei sentimenti dell'umanità destinata a essere subito rimessa in discussione. L'epistola allo Chauvet non si limita infatti solo alla celebre condanna delle unità pseudoaristoteliche o alla trita formula secondo cui la poesia dovrebbe perseguire il vero, l'utile e l'interessante. Il documento di poetica che Manzoni ha lasciato con questo scritto è molto più esteso. La poesia, infatti, ha il compito e la possibilità di completare la storia, di sondare le emozioni e i pensieri che questa non ha potuto discernere. Infatti, «tout ce que la volonté humaine a de fort ou de mystérieux [...] et de profond, le poète peut le deviner; ou, pour mieux dire, l'apercevoir, le saisir et le rendre»[101] (Tutto ciò che vi è di forte, misterioso o profondo nella volontà umana, il poeta lo può inferire; o, meglio, lo può percepire, cogliere e rendere), il poeta può cogliere, in particolare, «l'idéal de justice et de bonté que chacune [âme] porte en elle» (l'ideale di giustizia e di bontà che ogni anima porta dentro di sé).[102]

Parimenti ottimista è l'ode Marzo 1821, perché muove dalla constatazione che «non c'è cor che non batta per» l'Italia, e che la «forza straniera» possa essere ormai vinta e cacciata. Le speranze dell'autore si fondano sulle virtù patriottiche comuni a tutta la nazione. Come detto, però, le illusioni del Manzoni e dei carbonari furono presto stroncate dalla repressione austriaca. L'ottimismo manzoniano incassò quindi un duro colpo sul piano politico e pubblico, cui si aggiunse una sofferenza sul piano privato: la grave malattia della moglie dopo la nascita della figlia Clara (avvenuta il 12 agosto 1821) costrinse il poeta in uno stato di grande preoccupazione. L'abbandono dell'euforia e dell'ottimismo si manifestò nelle opere successive.[103]

L'Adelchi e il romanzo

La morte di Napoleone nel 1821 ispirò a Manzoni il noto componimento lirico Il cinque maggio. Gli eventi politici di quell'anno, uniti alla carcerazione di molti suoi amici, pesarono molto sulla mente di Manzoni e il suo lavoro di quel periodo fu ispirato soprattutto dagli studi storici, nei quali cercò distrazione dopo essersi ritirato a Brusuglio.

Intanto, con l'episodio dell'Innominato, storicamente identificabile come Francesco Bernardino Visconti (ma di recente critici come Ezio Raimondi[104] vedono nel Manzoni stesso la fonte letteraria del personaggio), iniziò a prendere forma il romanzo Fermo e Lucia, la versione originale de I promessi sposi, ambientato nei luoghi lecchesi della sua infanzia, che fu completato nel settembre 1822. Dopo la revisione da parte di amici tra il 1823 e il 1827, esso fu pubblicato, un volume per anno, portando a un tratto grande fama letteraria all'autore.

Monumento ad Alessandro Manzoni a Lecco. Sullo sfondo il monte Resegone, immortalato nelle prime pagine del romanzo

Sempre nel 1822, Manzoni pubblicò la sua seconda tragedia, Adelchi, che tratta del rovesciamento da parte di Carlo Magno della dominazione longobarda in Italia e che contiene molte velate allusioni all'occupazione austriaca; in particolare la figura di Ermengarda ricorda quella dell'amica d'infanzia Teresa Casati in Confalonieri, per la quale nel 1830 comporrà l'epitaffio tombale presso lo storico Mausoleo Casati Stampa di Soncino in Muggiò (Milano).

In seguito Manzoni, per dare vita alla stesura finale del romanzo a livello formale e stilistico, si trasferì a Firenze nel 1827, in modo da entrare in contatto e "vivere" la lingua fiorentina delle persone colte, che rappresentava per l'autore l'unica lingua dell'Italia unita. L'11 dicembre 1827 fu eletto socio dell'Accademia della Crusca[105]. Rielaborò I promessi sposi dopo la "risciacquatura in Arno"[106] facendo uso dell'italiano nella forma fiorentina colta e nel 1840 pubblicò questa riscrittura. Con ciò assumeva che quella era la prima vera opera frutto totale della lingua italiana. Dette alle stampe anche la Storia della colonna infame, un saggio che riprende e sviluppa il tema degli untori e della peste, che già tanta parte aveva avuto nel romanzo, del quale inizialmente costituiva un excursus storico.

Sul piano privato, la perdita della moglie nel 1833 fu seguita da quella di molti dei figli, tra cui la primogenita Giulia, già moglie di Massimo D'Azeglio, della madre (1841) e dell'amico Fauriel (1844). Il 2 gennaio 1837 sposò Teresa Borri (11 novembre 1799 - 23 agosto 1861), vedova del conte Decio Stampa. Egli sopravvisse anche a quest'ultima. Dei dieci figli nati dal primo matrimonio solo due morirono successivamente al padre.

Gli ultimi anni

Nel 1860 fu nominato senatore del Regno: con questo incarico votò nel 1864 a favore dello spostamento della capitale da Torino a Firenze fintanto che Roma non fosse stata liberata. Come presidente della commissione parlamentare sulla lingua scrisse, nel 1868, una breve relazione sulla lingua italiana: Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla.

Il 28 giugno 1872 fu nominato cittadino onorario di Roma[107].

La morte

Alessandro Manzoni morì di meningite il 22 maggio 1873. La malattia fu la conseguenza di un trauma cranico che si procurò il 6 gennaio quando cadde sbattendo la testa su di uno scalino all'uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano. Le sofferenze furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 27 aprile.

Tomba di Alessandro Manzoni nel Cimitero Monumentale di Milano

Nel Cimitero Monumentale della città ambrosiana si tenne il solenne funerale, che vide una grandissima partecipazione e la presenza dei principi e di tutte le più alte autorità dello stato. Nel 1874, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi diresse personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la Messa di requiem, composta per onorarne la memoria. Nel 1883, a dieci anni dalla morte, la sua tomba venne spostata nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.

Le prime biografie di Manzoni furono scritte da Cesare Cantù (1885), Angelo de Gubernatis (1879), Arturo Graf (1898). Una parte delle lettere di Manzoni fu pubblicata da Giovanni Sforza nel 1882. L'ultimo ramo rimasto della famiglia di Alessandro è quello dei conti Manzoni di Lugo di Romagna che ha dato personaggi come l'artista Piero Manzoni e il poeta e pittore Gian Ruggero Manzoni.

Il 29 dicembre 1923 in occasione del cinquantesimo anno dalla morte il Regno d'Italia ha emesso una serie commemorativa di sei francobolli ceduta in parte al comitato promotore della celebrazione.

Opere

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere di Alessandro Manzoni.

Alessandro Manzoni iniziò negli anni giovanili con delle composizioni di ispirazione neoclassica. La conversione religiosa determinò una grande svolta nella sua attività letteraria. Tra il 1812 e il 1822 compose gli Inni sacri, cinque composizioni poetiche dedicate alle maggiori festività della Chiesa cattolica: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste. Nel 1821 scrisse le cosiddette "odi civili": Marzo 1821, dedicata alle insurrezioni anti-austriache di quell'anno, e Il Cinque Maggio, composta di getto all'annuncio della morte di Napoleone Bonaparte. Due tentativi di lirica religiosa, gli inni Ognissanti e Natale 1833 (che prende spunto dalla morte della moglie Enrichetta Blondel) restano incompiuti.

Tra il 1816 e il 1822 scrisse inoltre due tragedie, Il Conte di Carmagnola (1816) e Adelchi (1822), frutto di un'attenta riflessione teorica sul teatro e sul genere tragico in particolare. L'opera più completa e matura di Manzoni è però il romanzo I Promessi Sposi, scritto in una prima versione (con il titolo Fermo e Lucia) tra il 1821 e il 1823; poi profondamente modificato dal punto di vista della narrazione, il romanzo viene "alleggerito" togliendo molti tratti storici e pubblicato poi nel 1827; infine ancora rivisto, questa volta solo nella forma linguistica: nella ricerca di una lingua accessibile agli italiani di varia origine e cultura Manzoni scelse come modello il fiorentino parlato dai contemporanei.

Uno scrittore romantico

A differenza di altri artisti romantici, Manzoni condusse una vita appartata, priva di azioni o dichiarazioni spettacolari. La sua fama, grande già tra i contemporanei, è legata pertanto soprattutto alle sue opere, che segnano una tappa fondamentale:

- per il Romanticismo italiano, perché Manzoni espresse alti sentimenti patriottici, diventando un ispiratore del Risorgimento nazionale, e una profonda fede religiosa, cercando di mantenere un riferimento costante alla realtà e alla vicenda concreta degli uomini;

- per la nostra letteratura, perché con I promessi sposi ha posto le basi per l'italiano moderno e ha offerto il modello per il romanzo, una forma narrativa fino ad allora sconosciuta nella letteratura italiana.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia
— 22 aprile 1868
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace)
— 1844

Note

  1. ^ Lettera sul Romanticismo - Scuola.
  2. ^ a b Manzóni ‹-ʒ-›, Alessandro in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  3. ^ L. Tonelli, Manzoni, Milano 1963, p. 5
  4. ^ I. de Feo, Manzoni. La vita e l'opera, Milano 1971, p. 27
  5. ^ Colloqui col Manzoni di N. Tommaseo, G. Borri, R. Bonghi, seguiti da "Memorie manzoniane" di C. Fabris (a cura di C. Giardini e G. Titta Rosa), Milano, Ceschina, 1954, p. 40
  6. ^ La sua casa natale si trova in via Visconti di Modrone 16, al tempo numero 20 di via San Damiano.
  7. ^ I. de Feo, cit., p. 27
  8. ^ L. Tonelli, cit., pp. 10-11
  9. ^ C. Fabris, Memorie manzoniane, Milano 1901 (la citazione si trova nel capitolo dialogico Una serata in casa Manzoni)
  10. ^ C. Fabris, cit.
  11. ^ Fuori dal coro la voce del Petrocchi, secondo cui Manzoni abbandonò il Longone già nel 1800, per andare a vivere con il padre
  12. ^ G. Carcano, Vita di Alessandro Manzoni, Milano 1873, pp. 7-8
  13. ^ L. Tonelli, cit., p. 18
  14. ^ A. Giordano, Manzoni, Milano 1973, p. 45
  15. ^ A. Momigliano, Alessandro Manzoni, Messina-Milano 1933, p. 5
  16. ^ «Je vous ai peut-être dejà conté que j'eus dans mon adolescence (1801), une très-forte et très-pure passion pour une jeune fille», scriveva il 19 marzo 1807 a Fauriel, «[...] Ce qui me donne un peu de torture, c'est la pensée que c'est un peu de ma faute que je l'ai perdue» (Forse vi ho già detto che ebbi, nell'adolescenza, una passione molto forte e pura per una fanciulla [...] Ciò che mi tormenta un poco, è pensare che se l'ho persa è un po' colpa mia); Carteggio di Alessandro Manzoni. 1803-1821 (a cura di G. Sforza e G. Gallavresi), Milano, Hoepli, 1912, pp. 70-71. Nelle note che seguono, quando non altrimenti specificato, Carteggio si riferisce all'opera appena citata
  17. ^ L. Tonelli, cit., pp. 25-26
  18. ^ G. Tellini, Manzoni, Roma 2007, p. 18
  19. ^ Di questa idea, ad esempio, Alessandro Piumati (La vita e le opere di Alessandro Manzoni, Torino, Paravia, 1886) e Angelo de Gubernatis (Alessandro Manzoni, Firenze, Le Monnier, 1879)
  20. ^ L. Tonelli, cit., p. 27
  21. ^ Carteggio di Alessandro Manzoni, cit., p. 12; l'epiteto fu espresso in occasione di un Sermone composto qualche mese prima a Venezia. Manzoni pregava l'amico di sottoporlo al giudizio dello Zola
  22. ^ G. Tellini, cit., p. 53n
  23. ^ Cfr. ad. es. A. Galletti, Alessandro Manzoni, Milano 1944, p. 36
  24. ^ L. Tonelli, cit., pp. 37 e ss.; del soggiorno veneziano conservava anche ai tardi anni un bellissimo ricordo, cfr. F. Venosta, Alessandro Manzoni, Milano 1873, p. 55
  25. ^ I critici hanno proposto nel tempo ogni tipo di successione cronologica, ma la questione non ha grande importanza, essendo i componimenti del tutto simili nello spirito e nello stile
  26. ^ L. Tonelli, cit., pp. 41 e ss.
  27. ^ Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni (a cura di R. Bonghi), Milano, Rechiedei, 1883, vol. I, autografo
  28. ^ Tutte le lettere (a cura di C. Arieti, con un'aggiunta di lettere inedite o disperse, a cura di D. Isella), Milano, Adelphi, 1986, vol. I, p. 16
  29. ^ L. Tonelli, cit., pp. 50-55
  30. ^ La recensione di Vincenzo Cuoco, del 3 aprile, può leggersi in V. Cuoco, Scritti vari, Bari 1924, I, pp. 265-266
  31. ^ A. Giudice, G. Bruni, Problemi e scrittori della letteratura italiana, Paravia, 1978 vol. III, tomo primo, p. 263, Paravia
  32. ^ Carteggio, cit., p. 146
  33. ^ L. Tonelli, cit., pp. 68-72
  34. ^ Carteggio, cit., pp. 34-35
  35. ^ Così veniva chiamato dai contemporanei per lo stile modellato su quello del poeta greco
  36. ^ Per l'intero paragrafo cfr. L. Tonelli, cit., pp. 65 e ss.
  37. ^ I due passi sono in Carteggio, cit., pp. 59 e 163
  38. ^ La lettera, del 7 settembre, è in Carteggio, cit., p. 55; una missiva di Carlo Botta, scritta il 18 giugno, permette invece di stabilire la data della partenza da Parigi: «Madame Beccaria part demain matin pour le Piémont» (La signora Beccaria parte domani mattina per il Piemonte); cfr. Carteggio, cit., p. 51
  39. ^ Carteggio, cit. p. 64; sulla permanenza genovese ci informa un certo commissario Cometti, che il 16 marzo scrive di aver assistito a una rappresentazione teatrale in compagnia di Manzoni e della madre: Carteggio, cit., p. 68
  40. ^ Giulia Beccaria aveva ereditato la villa di Brusuglio dall'Imbonati
  41. ^ Carteggio Manzoni-Fauriel (a cura di I. Botta), Milano, Centro Nazionale Studi Manzoniani, 2003, p. 26; nella lettera a Pagani, scritta il 24 marzo, giorno in cui apprese la notizia del decesso, fa riferimento al motivo «ben doloroso» che lo aveva chiamato a Milano (ma pare non entrasse in città e non prendesse parte ai funerali), per poi proseguire con altri argomenti, come la soddisfazione di rivedere l'amico Calderari e l'affetto per la madre, «parlando della quale troverò sempre più ogni espressione debole e monca», Carteggio, cit, pp. 74-75
  42. ^ L. Tonelli, cit., p. 94
  43. ^ G. Tellini, cit., p. 22; il matrimonio fu celebrato da Johann Caspar Orelli, ministro della Comunità riformata di Bergamo
  44. ^ Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni (raccolte e illustrate da Marino Parenti), Firenze, Sansoni, 1973, pp. 70-71
  45. ^ Ferdinando Marescalchi - « Dizionario Biografico degli Italiani », treccani.it. URL consultato il 15 novembre 2013.
  46. ^ L. Tonelli, cit., pp. 102-103; per l'influenza della Geymüller e del Degola si vedano A. Gazier, Manzoni à Port-Royal, in Revue Bleue, 1 marzo 1908, e A. de Gubernatis, Eustachio Dégola, il clero costituzionale e la conversione della famiglia Manzoni, Firenze, Barbera, 1882
  47. ^ Carteggio, cit., pp. 194 e ss.
  48. ^ G. Tellini, p. 24
  49. ^ Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni, cit., pp. 72-73
  50. ^ L. Tonelli, cit., p. 103
  51. ^ L. Tonelli, cit., pp. 115 e ss.
  52. ^ A. Momigliano, cit., p. 16
  53. ^ Molto si è scritto su quanto sarebbe avvenuto il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per le nozze di Napoleone e Maria Teresa d'Austria. Esistono più versioni sull'episodio: secondo Cristoforo Fabris il Manzoni avrebbe raccontato che la moglie «corse pericolo di rimanere soffocata, ed io, al vedermi quella cara donna morir fra le braccia, mi buscai questa benedetta malattia di nervi» (C. Fabris, cit.), mentre Giulio Carcano ha riportato il fatto in altri termini, mettendolo in relazione con la conversione di Manzoni. Secondo il Carcano, Alessandro sarebbe entrato un giorno nella chiesa di san Rocco, «pieno l'animo de' gravi pensieri che da lungo tempo lo tormentavano (disperato, secondo altri, d'aver perduto, durante il trambusto della folla, la moglie). O Dio! aveva detto se tu esisti, rivelati a me! E da quella chiesa era uscito credente»; G. Carcano, cit., p. 11 (La narrazione di Giacomo Zanella è sostanzialmente la stessa: Storia della letteratura italiana dalla metà del settecento ai giorni nostri, Milano, Vallardi, 1880, p. 219) La versione oggi più nota è quella cui il Carcano accenna tra parentesi, conosciuta come Miracolo di san Rocco: durante i festeggiamenti la folla che riempiva le strade fu presa dal panico per lo scoppio di alcuni mortaretti e cominciò a sbandare, causando nella calca molte vittime. Alessandro e la moglie furono separati. Il Manzoni (notoriamente terrorizzato dalla folla e dalle pozzanghere [1]), sospinto dalla gente in fuga, si ritrovò sui gradini della chiesa e si rifugiò in essa. Nel silenzio e nella serenità di quel tempio egli implorò la grazia di ritrovare la sua consorte e all'uscita, convertito, poté riabbracciare la moglie.[2]
  54. ^ A. Giudice, G. Bruni, cit., vol. III, tomo primo, pp. 206-207
  55. ^ Il nostro Manzoni, in Dante politico e altri saggi, Einaudi, Torino, pp. 209 e sgg.
  56. ^ Carteggio, cit., p. 206
  57. ^ Immagini della vita e del tempo di Alessandro Manzoni, cit., p. 81
  58. ^ Carteggio, cit., pp. 214-15
  59. ^ G. Tellini, cit., pp. 24-25
  60. ^ Carteggio, pp. 290 e 287
  61. ^ A. Giordano, cit., pp. 75-77
  62. ^ A. Giordano, cit., pp. 77-80
  63. ^ a b Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni, cit., p. 97
  64. ^ E. Radius, cit., p. 55
  65. ^ L. Tonelli, cit., p. 137
  66. ^ A. Galletti, cit., p. 106
  67. ^ Lo Spettatore, Milano, Stella, 1816, V, p.29
  68. ^ A. Giordano, cit., pp. 80-83, e G. Tellini, cit., pp. 75-77
  69. ^ F. De Sanctis, Manzoni, in Opere (a cura di C. Muscetta), X, Torino 1955, pp. 3 e ss.
  70. ^ Carteggio Manzoni-Fauriel, cit., pp. 178-79
  71. ^ A. De Gubernatis, Eustachio Degola, il clero costituzionale e la conversione della famiglia Manzoni, Firenze, Barbera, 1882, p. VIII
  72. ^ F. De Sanctis, loc. cit.
  73. ^ A. Galletti, Alessandro Manzoni, Milano 1944, pp. 105 e ss.
  74. ^ La lettera è in Carteggio, cit., p. 345
  75. ^ G. Tellini, cit., pp. 83-85
  76. ^ L. Tonelli, cit., p. 160
  77. ^ L. Di Breme, Polemiche (a cura di C. Calcaterra), Torino, Utet, 1923
  78. ^ G. Tellini, cit., p. 90
  79. ^ Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, vol. III, Milano, Rechiedei, 1887, p. 164
  80. ^ Opere inedite o rare, cit., p. 176
  81. ^ G. Tellini, cit., p. 92
  82. ^ G. Tellini, cit., pp. 92-94
  83. ^ Opere inedite o rare, cit., p. 441
  84. ^ Opere inedite o rare, cit., p. 197
  85. ^ Carteggio Manzoni-Fauriel, cit., pp. 198-199
  86. ^ S. Blazina, Premessa alle Tragedie, in A. Manzoni, Poesie e tragedie (intr. di P. Gibellini, note e premesse di S. Blazina), Milano, Garzanti, 1990, pp. 267-268
  87. ^ A. Manzoni a A. Zuccagni Orlandini, Milano, 4 gennaio 1828, in Tutte le lettere (a cura di C. Arieti), Milano, Adelphi, 1986, vol. I, pp. 473-474
  88. ^ Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni, cit., p. 106
  89. ^ Carteggio, cit., p. 402; per approfondire la questione della crisi spirituale cfr. A. Accame Bobbio, La crisi manzoniana del 1817, Firenze, Le Monnier, 1960
  90. ^ L. Tonelli, cit., pp. 179-180
  91. ^ L. Tonelli, cit., pp. 181-185
  92. ^ a b Carteggio, cit., pp. 419-420
  93. ^ Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni, cit., pp. 102-103
  94. ^ G. De Robertis, La « Morale Cattolica », in Primi studi e altre cose, Firenze 1949, pp. 8-9
  95. ^ Parte seconda della Morale Cattolica, in Opere inedite o rare, cit., III, pp. 231 e ss.; nel medesimo passaggio Manzoni sottolinea la conformità della religione con tutto ciò che è ragionevole e disinteressato.
  96. ^ V. Cousin, Cours d'istoire de la philosophie morale, professé à la faculté des lettres en 1819 et 1820, Paris, Ladrange, 1841, p. 31; da rilevare come il corso universitario di Cousin avesse luogo proprio durante la permanenza parigina di Manzoni
  97. ^ V. Cousin, cit., p. 112
  98. ^ Carteggio, cit., I, p. 228
  99. ^ A. Giordano, cit., pp. 120-121
  100. ^ A. Giordano, cit., p. 141
  101. ^ Tutte le opere di Alessandro Manzoni (a cura di G. Lesca), Firenze, Barbera, 1923, p. 261
  102. ^ Tutte le opere, cit., p. 278
  103. ^ L. Tonelli, cit., pp. 246-252
  104. ^ Avvenire del 21/05/2010.
  105. ^ Cfr. la scheda su Alessandro Manzoni del sito dell'Accademia della Crusca URL consultato il 7 giugno 2009
  106. ^ Questa espressione non appartiene al Manzoni, bensì a Nicolò Tommaseo.
  107. ^ L. Beltrami, Alessandro Manzoni, Milano 1898, p. 126.

Bibliografia

  • Giulio Carcano, Vita di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1873
  • Felice Venosta, Alessandro Manzoni. Cenni sulla vita e le sue opere, Milano, Barbini, 1873
  • Luca Beltrami, Alessandro Manzoni, Milano, Hoepli, 1898
  • Cristoforo Fabris, Memorie manzoniane, Milano, Cogliati, 1901
  • Attilio Momigliano, Alessandro Manzoni, Messina-Milano, Principato, 1933
  • Alfredo Galletti, Alessandro Manzoni, Milano, Corticelli, 1944
  • Giuseppe De Robertis, Primi studi manzoniani e altre cose, Firenze, Le Monnier, 1949
  • Leone Gessi, Pensandoci su. Guida ai Promessi Sposi, A. Signorelli editore, 1950
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Alessandro Manzoni 7 marzo 1785 22 maggio 1873 scrittore|poeta|drammaturgo|italiano

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