Amerigo Dumini

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Amerigo Dumini
Amerigo Dumini.jpg
NascitaSaint Louis, 4 aprile 1894[1]
MorteRoma, 25 dicembre 1967 (73 anni)
Cause della mortecollasso cardiaco a seguito di incidente domestico
Luogo di sepolturaCimitero del Verano, Roma
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataRegio Esercito
ArmaFanteria
Reparto19º reggimento artiglieria di campagna
GuerrePrima guerra mondiale
DecorazioniMedaglia d'argento al valor militare
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Amerigo Dùmini (Saint Louis, 4 aprile 1894Roma, 25 dicembre 1967) è stato un militare e criminale italiano, a capo della squadra fascista che sequestrò e uccise il deputato socialista Giacomo Matteotti.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini e la partecipazione alla "grande guerra"[modifica | modifica wikitesto]

Amerigo Dumini nacque negli Stati Uniti, da Adolfo Dumini, pittore fiorentino, e Jessie Wilson, di origine britannica. Benché cittadino statunitense, rientrò in Italia con la famiglia e nel 1913 si arruolò volontario nel Regio Esercito rinunciando così alla cittadinanza statunitense. Allo scoppio della Grande Guerra, arruolato nel 19º reggimento artiglieria di campagna[2] fu fin da subito al fronte. Nel 1916 passò volontario nei battaglioni della morte del maggiore Cristoforo Baseggio.

Il 29 ottobre 1918, pochi giorni prima della fine della guerra, fu gravemente ferito durante un ultimo assalto e quindi ricoverato nell'Ospedale militare di Firenze, città nella quale poi si stabilì definitivamente. In quest'ultima azione fu decorato con la medaglia d'argento al Valor Militare.[2]

Il primo dopoguerra, l'adesione al fascismo e alla massoneria[modifica | modifica wikitesto]

Dumini raccontò nella sua autobiografia che, nel marzo 1919, mentre ritornava in ospedale ancora convalescente, fu assalito e malmenato in Piazza del Duomo da un gruppo di attivisti di sinistra, motiva così la sua adesione all'associazione "Alleanza di difesa cittadina" fondata da Michele Terzaghi e la partecipazione nell'ottobre 1919 all'apertura della prima sede dei Fasci italiani di combattimento.

A Carrara, il 2 giugno 1921, in concorso con altri, uccide il socialista Renato Lazzeri e la madre di lui; il 23 ottobre dello stesso anno sequestra il parlamentare repubblicano Ulderico Mazzolani e lo costringe a bere olio di ricino. Ancora nel 1921, fonda il settimanale "Sassaiola fiorentina", ove propugna un'ideologia fascista caratterizzata da particolare violenza e oltranzismo.[3][4]

Il 21 luglio 1921 partì per una spedizione al comando di circa 500 fascisti toscani alla volta di Sarzana (SP) con l'intento di liberare Renato Ricci e altri camerati detenuti presso la Fortezza Firmafede dopo che questi si erano stati arrestati per dei crimini compiuti durante i mesi precedenti. A guidarli c'erano Umberto Banchelli e lo stesso Dùmini, i quali vennero accolti alla stazione di Sarzana da un manipolo di soldati e carabinieri capitanati da Guido Jurgens, il quale era fermamente deciso a non permettere l'accesso alla città agli squadristi. Gli Arditi del Popolo, appostati alle spalle degli squadristi, spararono ad un Carabiniere, causando la reazione delle forze di polizia locali, le quali spararono ai fascisti. Ne seguì anche la reazione della popolazione e degli Arditi del Popolo, i quali esasperati dalle violenze squadriste dei mesi precedenti, attaccarono, anche violentemente, i fascisti in fuga nelle campagne. I "fatti di Sarzana" rappresentano una delle poche azioni di resistenza armata all'ascesa del fascismo in Italia[5].

Fu iniziato in massoneria il 17 dicembre 1922, nella loggia "Nazionale", appartenente alla Gran Loggia d'Italia, ma il 16 febbraio 1923 optò per il fascio e si dimise.[6]

Le prime missioni all'estero, Ceka fascista e il delitto Matteotti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giacomo Matteotti.

Nel 1923 fu in Jugoslavia, ove svolse traffico d'armi e da cui fu poi espulso ed estradato in Italia[3]. Lo stesso anno Dùmini fu inviato in missione in Francia con l'incarico di spiare i fuoriusciti italiani[3]; secondo un'altra versione, Dùmini si recò in Francia, insieme ad Albino Volpi, allo scopo di indagare sugli omicidi di numerosi fascisti; dapprima si recò a Strasburgo dove era stato ucciso un ebanista italiano, poi a Marsiglia dove erano stati rinvenuti i corpi di due iscritti al Fascio di quella città, in seguito a Parigi, dove erano stati uccisi altri due fascisti. Scoperto a Parigi nel novembre 1923, fu ferito da un colpo di pistola alla gamba e dovette ritornare in Italia[3].

Nel 1924 fu tra i membri della Čeka del Viminale (un gruppo segreto che aveva preso in prestito il nome dal primo servizio segreto politico sovietico). La squadra rispondeva agli ordini della direzione del PNF ed era finanziata direttamente dall'ufficio stampa della presidenza del Consiglio; la sua prima azione significativa fu l'aggressione al fascista dissidente Cesare Forni, aggredito alla stazione centrale di Milano il 12 marzo 1924[3], mentre si trovava in compagnia di Raimondo Sala, e Guido Giroldi[7].

Il 10 giugno dello stesso anno Dùmini, insieme a Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo, sequestrò Giacomo Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario che aveva espresso alla Camera una dura requisitioria denunciando il clima di illegalità, le violenze ed i soprusi operati dal PNF durante le Elezioni politiche in Italia del 1924. Nella fase più concitata del sequestro, Giuseppe Viola prese un pugnale e colpì Matteotti sotto l'ascella ed al torace, provocandone la morte. In seguito, i membri della banda girovagarono per la campagna romana e arrivarono alla macchia della Quartarella, a 25 km da Roma, dove seppellirono sommariamente il cadavere che fu poi ritrovato il 16 agosto successivo dal cane di un guardiacaccia.

È riferito a questo periodo il ritratto che Emilio Lussu gli dedica nel libro Marcia su Roma e dintorni:

«La squadra fascista che aveva compiuto l'impresa era comandata da Amerigo Dumini. Io lo conoscevo di fama. Sei mesi prima, si era battuto in duello con il giornalista Giannini, socialista, che egli aveva fatto aggredire in un teatro di Roma. Giannini era uno schermidore abilissimo, e Dumini durante lo scontro, preso dal panico, era fuggito. Negli ambienti fascisti passava per intrepido. Era molto celebre e, fra gli assassini politici, teneva il primato assoluto. Amava presentarsi dicendo: "Dumini, nove omicidi!" La sua azione più brillante l'aveva compiuta in pubblico, a Carrara. A causa di un garofano rosso, egli aveva schiaffeggiato una ragazza. La madre e il fratello, presenti, avevano fatto delle rimostranze. Egli aveva risposto freddando entrambi a colpi di pistola. Ora viveva a Roma, al servizio dell'Ufficio Stampa del presidente del Consiglio. Per quanto sapesse appena leggere e scrivere, era considerato una buona penna. Aveva stipendio lauto e regolare e viaggiava in prima classe, attorniato da segretari particolari, fissi ed avventizi.»

(Emilio Lussu[8].)

Dumini fu arrestato il 12 giugno 1924 alla Stazione di Roma Termini, mentre si accingeva a partire per il nord Italia e tradotto nel Carcere di Regina Coeli.

Tra il 16 e il 24 marzo 1926 si svolse il processo contro Dumini e le altre persone implicate nell'omicidio. La vicenda giudiziaria si chiuse con tre assoluzioni e tre condanne (tra cui lo stesso Dumini) per omicidio preterintenzionale tutte a cinque anni, undici mesi e venti giorni, di cui quattro condonati in seguito all'amnistia generale del 1926.

Il ricatto a Mussolini[modifica | modifica wikitesto]

Uscito di galera, inizia la carriera di ricattatore, pretendendo dal partito premi, ricompense e il pagamento delle spese processuali. Poco dopo la sua scarcerazione si presenta alla presidenza del Consiglio pretendendo di parlare con Mussolini: «Sono qui per lavarmi dal sangue di Matteotti». Il Tribunale di Viterbo lo condanna, il 9 ottobre 1926, a quattordici mesi di detenzione per porto abusivo d'armi e oltraggio a Mussolini. Nel 1927 è di nuovo libero, per grazia sovrana, e le alte sfere cercano di sbarazzarsi definitivamente di lui mandandolo in Somalia, dove si trasferisce nell'estate 1928[3], e garantendogli una pensione di cinquemila lire al mese, che per l'epoca era una somma notevole. Anche qui però Dumini viene arrestato in ottobre, rispedito in Italia e condannato a cinque anni di confino[3]. Tra gli altri luoghi, scontò parte del confino alle Isole Tremiti.

A novembre del 1932 è libero, ma viene nuovamente arrestato il 12 aprile 1933[3]. Intanto fa sapere a Emilio De Bono di aver consegnato a dei notai texani un manoscritto con la verità sul delitto Matteotti. Il ricatto ancora una volta funziona e viene posto di nuovo in libertà su ordine di Mussolini[3], con un indennizzo di cinquantamila lire.

Su proposta del capo della polizia Bocchini, nella primavera del 1934 si trasferisce in Cirenaica; qui si dà all'attività di imprenditore agricolo e commerciale, ricevendo ingenti finanziamenti dal governo italiano, ammontanti, fra il 1935 e il 1940, a più di due milioni e mezzo di lire[3].

La partecipazione alla seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Quando scoppia la seconda guerra mondiale Dumini è in Africa dove viene catturato nel 1941 dai britannici che lo condannano a morte come spia. La sentenza viene eseguita e Dumini viene colpito con 17 colpi che però non bastano a ucciderlo e gli permettono di fuggire nell'oscurità in Tunisia.

Tornato in Italia il Benito Mussolini lo accoglie come un miracolato e gli concede l'ennesimo assegno mensile. In questo periodo si mette a fare il trasportatore e, probabilmente, a vendere birra e lamette al mercato nero, trafficando anche in maioliche preziose. Gli affari gli vanno talmente bene da permettersi un lussuoso villino in via Pietro Tacca a Firenze.[9]

L'adesione alla RSI e la cattura[modifica | modifica wikitesto]

Su consiglio di amici, dopo la caduta di Mussolini si allontanò da Firenze, ma il 6 agosto 1943 fu arrestato a Riva del Garda, da dove tentava di espatriare con documenti falsi,[9] e incarcerato a Roma. Fu scarcerato il 17 settembre 1943. Tornato a Firenze, frequentò saltuariamente la sede del Partito Fascista Repubblicano. Il 1º novembre fu tratto in arresto dalla formazione di polizia del maggiore Mario Carità e incarcerato nel Carcere delle Murate; ammalatosi, fu trasferito in ospedale da cui uscì libero il 17 febbraio. Nella primavera 1944 incominciò, per sua stessa ammissione[10], ad acquistare le armi e le munizioni che gli Alleati paracadutavano ai partigiani per poi cederle alle autorità fasciste

Amerigo Dumini negli anni '50

Gli ultimi anni, l'adesione al MSI e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine della guerra, sotto falsa identità lavorò per le truppe d'occupazione americane, facendo da autista e da interprete. Ma il 18 luglio 1945 fu arrestato per caso a Piacenza. Nei suoi confronti fu riaperto il processo per l'omicidio Matteotti e Dumini fu riconosciuto colpevole di omicidio premeditato e condannato all'ergastolo il 4 aprile 1947. Dopo 6 anni fu scarcerato per l'amnistia Togliatti concessa dal governo Pella nel 1953, venendo graziato definitivamente nel 1956.

Dopo il 1956, tornato libero, si iscrisse al Movimento Sociale Italiano, senza però entrare direttamente in politica. Trasferitosi a Roma, morì nel Natale del 1967, a 73 anni, per collasso cardiaco, dopo 19 giorni di degenza all'ospedale San Camillo in seguito alla violenta scarica elettrica ricevuta accidentalmente nella propria abitazione mentre tentava di cambiare una lampadina nello studio dov'era solito scrivere. È sepolto nel Cimitero del Verano.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

È autore di due libri autobiografici, nei quali, secondo Mimmo Franzinelli, "assume - in riferimento all'attività di squadrista - pose vittimistiche"[3]:

  • Diciassette colpi, Milano, Longanesi, 1950.
  • Galera... S.O.S.!, Milano, Gastaldi, 1956.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Capo pezzo, ferito ad una gamba da una pallottola di mitragliatrice nemica, insisteva ripetutamente ed otteneva di non lasciare il suo pezzo, e in successivi giorni di fuoco dava mirabile esempio ai dipendenti di attività e di ardimento.»
— Monte Pertica (Monte Grappa) 26-30 ottobre 1918[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Lapide (JPG), su cimiteridiroma.it.
  2. ^ a b c Decorati al valor militare (JPG), su decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org. URL consultato il 26 febbraio 2018.
  3. ^ a b c d e f g h i j k Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Mondadori, Milano 2003, pp. 211-3.
  4. ^ Dumini, Amerigo, su Treccani.
  5. ^ Per una trattazione più dettagliata e fondata degli eventi si può leggere la voce apposita; Fatti di Sarzana
  6. ^ Aldo A. Mola, Storia della Massoneria in Italia dal 1717 al 2018, Milano-Firenze, Bompiani-Giunti, 2018, p. 547-548.
  7. ^ Giampaolo Pansa, Eia Eia Alalà, pp. 202-203
  8. ^ Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Torino, Einaudi 2002, pag. 156.
  9. ^ a b Che cosa c'era nel villino di Dumini, La Stampa, 2 settembre 1943, pag. 2
  10. ^ Amerigo Dumini, Diciassette Colpi, Milano, Longanesi.
    «Ad un certo momento, pensai di allargare la cerchia delle mie attività e mi diedi al commercio delle armi. Acquistavo, dopo necessari e prudenti approcci, le armi che il nemico lanciava ai partigiani, in determinate zone. Mitra e pallottole affluivano così nei depositi del quartier generale. Posso dire di aver fornito tanti di quegli Sten alle nostre formazioni, da armare una divisione, ed ho comprato cannoni dagli stessi tedeschi che li avevano prima rubati a noi»

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Arrigo Petacco, Storia del fascismo (6 volumi), Curcio, Milano, 1982
  • Mimmo Franzinelli, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Mondadori, Milano 2003

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