Peste del 1630

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Data di inizio della pestilenza in vari territori. Il colore indica gli anni 1629 (Map dot 00.svg), 1630 (trimestri Map dot 02.svg Map dot 04.svg Map dot 06.svg Map dot 08.svg) e 1631 (primi due trimestri Map dot 10.svg Map dot 12.svg)[1]

La peste del 1630 fu un'epidemia che nel periodo tra il 1629 e il 1633 colpì, fra le altre, diverse zone dell'Italia settentrionale, raggiungendo anche il Granducato di Toscana e la Svizzera,[2] con la massima diffusione nell'anno 1630. Il Ducato di Milano, e quindi la sua capitale, fu uno degli Stati più gravemente colpiti.

L'epidemia è nota anche come peste manzoniana perché venne ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Lanzichenecchi nel XVI secolo

Tra il 1628 e il 1629 la popolazione dell'Italia settentrionale era affamata da una grave carestia; nello stesso periodo il Ducato di Milano venne colpito da una grave crisi nell'esportazione di prodotti tessili, uno dei settori manufatturieri principali.[3]

« Nel torbido che seguì l'anno 1629 in questa città che se ben parve ne fosse cagione la carestia del pane, infatti non fu del tutto essa; nella qual occasione sendo egli comandato di andar alla custodia del prestino di Porta Comasina, e venendogli replicato l'ordine di farne abbassare il prezzo, come esequì, se gli fece inanti un plebeo mezzo nudo, qual li disse, che giova a me tal abbassamento, non havendo questo danaro da puoterlo comprare per pascer me e tre figlioli. Il mio mestiere è di tessitore, datemi da lavorare, che lo pagherò il maggiore costo. »
(Daniele de Capitanei di Sondria[4])

Inoltre dal 1628, con la morte di Vincenzo II Gonzaga, ebbe inizio la guerra di successione di Mantova e del Monferrato che vide lo spostamento di truppe attraverso le Alpi, provenienti da zone infette e dedite a saccheggi e violenze; il loro passaggio accelerò la diffusione della pestilenza.[5]

Alcuni casi di contagio in Piemonte si ebbero nel 1629 a Brianzone, a San Michele della Chiusa, a Chiomonte e nella stessa città di Torino.[6] Probabilmente questa diffusione in Piemonte dell'epidemia giunse dalle truppe francesi impegnate nei dintorni di Susa.[5]

Il successivo passaggio di lanzichenecchi inviati dal Sacro Romano Impero, provenienti da Lindau e diretti a Mantova attraverso parte dello Stato di Milano, diffuse enormemente la peste.[7]

In Valle d'Aosta il contagio si propagò nel maggio 1630 per il passaggio di quattro reggimenti di lanzichenecchi che si accamparono nei dintorni di Aosta.[8]

Il passaggio dei lanzichenecchi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lanzichenecco.

La diffusione della peste nell'Italia settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

Nello Stato di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Melchiorre Gherardini, Piazza San Babila a Milano durante la peste del 1630 (Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia)

Le testimonianze principali che hanno tramandato i fatti del 1630 del Ducato di Milano sono le cronache del medico Alessandro Tadino (1580-1661) -e fonte del Manzoni- e del canonico e anch'egli medico Giuseppe Ripamonti (1573-1643). Entrambi furono testimoni diretti della grande pestilenza del 1630 di cui lasciarono due opere fondamentali per la comprensione di quanto accadde: il Tadino diede alle stampe nel 1648 il Raguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste contagiosa, venefica, & malefica seguita nella Città di Milano; il Ripamonti stampò nel 1640 la cronaca in latino Iosephi Ripamontii canonici Scalensis chronistae vrbis Mediolani De peste quae fuit anno 1630.

Nelle due cronache si trova un riferimento al primo caso di morte per peste nella città di Milano, ma con dettagli diversi: secondo il Tadino fu Pietro Antonio Lovato proveniente dal territorio di Lecco ed entrato in città il 22 ottobre;[9] secondo il Ripamonti fu invece Pietro Paolo Locato proveniente da Chiavenna, città già infetta, ed entrato a Milano il 22 novembre: ospitato da una zia a Porta Orientale, si ammalò per morire in capo a due giorni all'Ospedale Maggiore, avendo già infettato gli altri abitanti della casa che morirono anch'essi.[10]

A Torino e in Piemonte[modifica | modifica wikitesto]

Trattato di G.F. Fiochetto sulla peste a Torino

Dalle cronache e dai documenti si desume che tra il 1600 e il 1630, Milano e il suo territorio subirono molti episodi bellici di carattere politico o religioso; le guerre tra cattolici e valdesi contribuirono fortemente a destabilizzare l'equilibrio sociale, provocando inevitabili ripercussioni sull'economia locale.

A ciò si deve aggiungere una serie di avverse stagioni caratterizzate da condizioni meteorologiche sfavorevoli che provocarono quasi ovunque pesanti carestie e un calo enorme dei prodotti alimentari di prima necessità. A tal proposito si può ricordare un editto emanato dallo stesso Duca Carlo Emanuele I di Savoia, al fine di calmierare i prezzi e limitare la speculazione sui prodotti della terra, nonché un ulteriore editto per la risistemazione e il risanamento. Guerre e fame costrinsero dunque migliaia di persone ad abbandonare le loro case, talvolta le campagne e vedersi costrette alla precaria condizione della mendicanza, muovendo verso i maggiori centri abitati tra cui appunto Torino che, nel 1630, contava oltre 10.000 abitanti.

Il 2 gennaio 1630 venne segnalato il primo caso di peste a Torino: si trattava di un calzolaio. Non è un caso che sovente le prime vittime erano coloro che lavoravano a diretto contatto con calzature o con oggetti quotidiani in contiguità con il suolo che, troppo spesso, mancava delle più elementari condizioni igieniche. Torino, come le maggiori città piemontesi, vide aumentare la diaspora dalle campagne e dai territori limitrofi, fino a vietare l'ingresso agli stranieri e chiudere le porte della città. L'epidemia si diffuse rapidamente, coinvolgendo anche altri centri della provincia come Pinerolo ed estendendosi poi ai territori del cuneese quali: Alba, Saluzzo e Savigliano. A Torino la situazione raggiunse il culmine della gravità con il sopraggiungere del caldo estivo che favorì la trasmissione del morbo.

Di fondamentale rilevanza furono la figura dell'archiatra e protomedico di Casa Savoia Giovanni Francesco Fiochetto e dell'allora neosindaco Gianfrancesco Bellezia. Il primo è il più famoso tra i vari medici che rimasero in città durante la pestilenza ed è per questo conosciuto come il medico della peste per essere intervenuto, tra il 1630 ed il 1631, intaurando una rigorosa disciplina sanitaria tra la popolazione torinese e che avrebbe fatto scuola negli anni a venire. Il secondo rimase in maniera pressoché continuativa in città, che fu invece abbandonata dalle maggiori figure istituzionali. Gli stessi Savoia si rifugiarono a Cherasco. Eletto Decurione nel 1628 e poi primo sindaco della città proprio nel funesto anno 1630, Bellezia affrontò coraggiosamente il suo mandato diventando il fulcro dell'organizzazione sanitaria attivatasi per affrontare l'emergenza. Inoltre dovette anche contenere l'isteria del popolo nei confronti di episodi di sciacallaggio.

L'epidemia, seppur gestita con coscienzioso scrupolo, fu debellata solo verso novembre del 1630, con il favore del freddo. Su una popolazione di circa 11.000 abitanti[11], Torino contò la perdita di ben 8.000 persone, una vera ecatombe. Nell'anno seguente e in quello successivo fu registrato un numero enorme di matrimoni. Il 7 aprile dello stesso anno la Pace di Cherasco decretò la fine della guerra per la successione del Ducato di Mantova e si andò quindi ristabilendo un relativo equilibrio; dal mese di settembre i registri di Torino tornarono a riempirsi di nuove nascite. Tuttavia ci vollero quasi due secoli prima di raggiungere nuovamente il numero di abitanti precedente al 1630.

In Veneto e in Friuli[modifica | modifica wikitesto]

In Trentino[modifica | modifica wikitesto]

Stendardo votivo trentino per la peste del 1630

In Emilia-Romagna[modifica | modifica wikitesto]

In Toscana[modifica | modifica wikitesto]

La peste a Firenze nel 1630

Mortalità[modifica | modifica wikitesto]

Dati sulla mortalità in alcune città italiane nel periodo 1630-1631.

Città Popolazione Morti Fonti
Numero  %
Verona 54.000 33.000 61% [12]
Padova 32.000 19.000 59% [12]
Modena 20.000 11.000 55% [13]
Parma 30.000 15.000 50% [12]
Milano 130.000 60.000 46% [12]
Cremona 37.000 17.000 46% [12]
Brescia 24.000 11.000 45% [12]
Piacenza 30.061 13.317 44% [14]
Como 12.000 5.000 42% [12]
Bergamo 25.000 10.000 40% [12]
Vicenza 32.000 12.000 38% [12]
Venezia 140.000 46.000 33% [12]
Torino 25.000 8.000 32% [15]
Bologna 62.000 15.000 24% [12]
Firenze 76.000 9.000 12% [12]

In mancanza di dati dettagliati, si stima che in Italia settentrionale tra il 1630 e il 1631 morirono per la peste 1.100.000 persone su una popolazione complessiva di circa 4 milioni.[12]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione del lazzaretto di Milano nel 1630: al centro il grande cortile del lazzaretto con tende per gli ammalati, a sinistra il camposanto dove venivano seppelliti i morti
  1. ^ A. Corradi, Annali delle epidemie occorse in Italia dalle prime memorie fino al 1850, vol. 3, Bologna, 1870, pp. 65-67. Sono utilizzate anche integrazioni da altre fonti.
  2. ^ (ENFR) Edward-A. Eckert, Boundary formation and diffusion of plague : swiss epidemics from 1562 to 1669, su persee.fr, Persée.
  3. ^ C.M. Cipolla, Mouvements monétaires dans l'Etat de Milan, Parigi, 1952, pp. 52-53.
  4. ^ Daniele de Capitanei di Sondria, Processo In causa dell'alloggiamento, & aggrauij, 1659, p. 13.
  5. ^ a b C.M. Cipolla, Cristofano e la peste, 1976, pp. 7-9.
  6. ^ G. Claretta, Il Municipio Torinese ai tempi della pestilenza del 1630, Torino, 1869, pp. 20-21.
  7. ^ P. Pensa, La peste del 1630, in Broletto, 1985, pp. 64-73.
  8. ^ Malattie e cure di un tempo, regione.vda.it.
  9. ^ Tadino, p. 50
  10. ^ Ripamonti, pp. 50-51
  11. ^ Archivio Storico della Città di Torino
  12. ^ a b c d e f g h i j k l m C.M.Cipolla, Storia economica dell'Europa pre-industriale, 2005, p. 190-191.
  13. ^ Marina Romanello, FRANCESCO I d'Este, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 49, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1997.
  14. ^ Notizie, in Archivio Storico Lombardo, 1875, p. 99.
  15. ^ Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino. La città fra crisi e ripresa (1630-1730) (PDF), vol. 4, 2002, p. 12.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]