Peste del 1630

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L'epidemia di peste del 1630 colpì le maggiori città d'Italia e d'Europa. Venne soprannominata calamitas calamitatum per la sua particolare virulenza.

Melchiorre Gherardini, Piazza San Babila a Milano durante la peste del 1630 (acquaforte del 1633, Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia)
Stendardo votivo per la peste del 1630 (Museo Diocesano Tridentino)

Il quadro storico[modifica | modifica wikitesto]

Nei secoli precedenti vi erano state altre gravi epidemie: quella compresa tra gli anni 1347 e 1351 e quella più breve ma altrettanto funesta del 1401, il cui focolaio iniziale era stato trasmesso da un gruppo di pellegrini che, diretti a Roma, erano transitati dal Colle della Maddalena. Negli anni seguenti continuarono a sorgere ciclicamente nuove epidemie (1499, 1523, 1564, 1599), per cui, la peste dell'estate del 1630 non colse di sorpresa la popolazione, già provata anche da contestuali carestie e scarsità nel reperimento delle anche più basilari risorse alimentari di sussistenza.

Gli storici concordano nell'individuare una grave crisi economica negli anni immediatamente precedenti il 1630, contestuale ad un calo delle nascite che solitamente si accompagnava ad una diffusa malnutrizione.[1] I primi segni della grande epidemia del 1630 si presentarono già nel 1627 nel territorio di confine presso Susa, funestata da guerriglie e invasioni di truppe francesi. Nel 1629 si registrarono altri nuovi casi anche in Francia presso Lione, poi nelle campagne toscane e, soprattutto, in Lombardia. Milano infatti, fu una delle città più gravemente colpite dalla peste del 1630. È questa la peste che viene ampiamente descritta da Alessandro Manzoni nel romanzo I promessi sposi e nel saggio storico Storia della colonna infame.

La peste a Torino e in Piemonte[modifica | modifica wikitesto]

Dalle cronache e dai documenti si presume che tra il 1600 e il 1630, Milano e il suo territorio subirono molti episodi bellici di carattere politico o religioso; le guerre tra cattolici e valdesi contribuirono fortemente a destabilizzare l'equilibrio sociale, provocando inevitabili ripercussioni sull'economia locale.

A ciò si deve aggiungere una serie di avverse stagioni caratterizzate da condizioni meteorologiche sfavorevoli che provocarono quasi ovunque pesanti carestie e un calo enorme dei prodotti alimentari di prima necessità. A tal proposito si può ricordare un editto emanato dallo stesso Duca Carlo Emanuele I di Savoia, al fine di calmierare i prezzi e limitare la speculazione sui prodotti della terra, nonché un ulteriore editto per la risistemazione e il risanamento. Guerre e fame costrinsero dunque migliaia di persone ad abbandonare le loro case, talvolta le campagne e vedersi costrette alla precaria condizione della mendicanza, muovendo verso i maggiori centri abitati tra cui appunto Torino che, nel 1630, contava oltre 10.000 abitanti.

Il 2 gennaio 1630 venne segnalato il primo caso di peste a Torino: si trattava di un calzolaio. Non è un caso che sovente le prime vittime erano coloro che lavoravano a diretto contatto con calzature o con oggetti quotidiani in contiguità con il suolo che, troppo spesso, mancava delle più elementari condizioni igieniche. Torino, come le maggiori città piemontesi, vide aumentare la diaspora dalle campagne e dai territori limitrofi, fino a vietare l'ingresso agli stranieri e chiudere le porte della città. L'epidemia si diffuse rapidamente, coinvolgendo anche altri centri della provincia come Pinerolo ed estendendosi poi ai territori del cuneese quali: Alba, Saluzzo e Savigliano. A Torino la situazione raggiunse il culmine della gravità con il sopraggiungere del caldo estivo che favorì la trasmissione del morbo.

Di fondamentale rilevanza fu la figura dell'allora neosindaco Gianfrancesco Bellezia. Egli rimase in maniera pressoché continuativa in città, che fu invece abbandonata dalle maggiori figure istituzionali. Gli stessi Savoia si rifugiarono a Cherasco. Eletto Decurione nel 1628 e poi primo sindaco della città proprio nel funesto anno 1630, Bellezia affrontò coraggiosamente il suo mandato diventando il fulcro dell'organizzazione sanitaria attivatasi per affrontare l'emergenza. Inoltre dovette anche contenere l'isteria del popolo nei confronti di episodi di sciacallaggio.

L'epidemia, seppur gestita con coscienzioso scrupolo, fu debellata solo verso novembre del 1630, con il favore del freddo. Su una popolazione di circa 11.000 abitanti[2], Torino contò la perdita di ben 8.000 persone, una vera ecatombe. Nell'anno seguente e in quello successivo fu registrato un numero enorme di matrimoni. Il 7 aprile dello stesso anno la Pace di Cherasco decretò la fine della guerra per la successione del Ducato di Mantova e si andò quindi ristabilendo un relativo equilibrio; dal mese di settembre i registri di Torino tornarono a riempirsi di nuove nascite. Tuttavia ci vollero quasi due secoli prima di raggiungere nuovamente il numero di abitanti precedente al 1630.

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

Popolazione delle seguenti città:

Città Pop. 1628 Pop. 1631
Venezia 143.000 98.000
Milano 130.000 65.000
Firenze 70.000 63.000
Bologna 62.000 47.000
Padova 40.000 21.000
Mantova 39.000 10.000
Brescia 38.000 20.000
Torino 11.000 3.000

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ B. H. Slicker Van Bath: «Gli effetti di una dieta insufficiente che si vada prolungando per intere generazioni, divengono alla lunga catastrofici...»
  2. ^ Archivio Storico della Città di Torino

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]