Guerre d'Italia del XVI secolo

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Guerre d'Italia del XVI secolo
Battle of Pavia.jpg
Un episodio della Battaglia di Pavia, in un arazzo di William Dermoyen conservato al Museo di Capodimonte.
Data1494-1498; 1499-1504; 1508-1516; 1521-1530; 1536-1538; 1542-1546; 1551-1559
LuogoPenisola italiana
EsitoPace di Cateau-Cambrésis:
Schieramenti
bandiera Sacro Romano Impero
Flag of Cross of Burgundy.svg Spagna
Inghilterra Inghilterra (1496-1526; 1542-1559)
Vari stati Italiani
Bannière de France style 1500.svg Francia
Inghilterra Inghilterra (1526-1528)
Fictitious Ottoman flag 2.svg Impero ottomano (1536-1559)
Vari stati Italiani
Comandanti
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Le Guerre d'Italia, spesso indicate anche come le Grandi Guerre d'Italia, furono una serie di conflitti, combattuti prevalentemente sul suolo italiano nella prima metà del secolo XVI (per la precisione durarono dal 1494 al 1559), aventi come obiettivo finale la supremazia in Europa. Furono inizialmente scatenate da alcuni sovrani francesi, che inviarono nella penisola italiana le loro truppe, per far valere i loro diritti ereditari sul Regno di Napoli e poi sul Ducato di Milano. Da locali le guerre divennero in breve tempo di scala europea, coinvolgendo, oltre alla Francia anche la maggior parte degli stati italiani, il Sacro Romano Impero, la Spagna, l'Inghilterra e l'Impero Ottomano.

Nel 1492, con la morte di Lorenzo De Medici, era crollata la Lega Italica che aveva assicurato la pace nella penisola per 50 anni. Nel 1494, Carlo VIII di Francia calò in Italia andando ad occupare il Regno di Napoli sulla base di una rivendicazione dinastica. Tuttavia, venne costretto ad abbandonare i territori occupati dopo la formazione di una Lega anti-francese (cui aderirono Venezia, Milano, il Papa, la Spagna, l'Inghilterra, Massimiliano d'Asburgo). L'esercito messo in campo dalla Lega non riuscì, nella battaglia di Fornovo, a sbarrare il passo alle forze di Carlo VIII nella loro risalita verso il Piemonte e la Francia. Carlo dunque lasciò l'Italia senza mantenere le conquiste territoriali, ma per l'Italia le conseguenze furono comunque catastrofiche. Ora l'Europa intera sapeva che l'Italia era una terra incredibilmente ricca e facilmente conquistabile perché divisa e difesa soltanto da mercenari.

Nel tentativo di evitare gli errori del suo predecessore, Luigi XII di Francia annetté il ducato di Milano e firmò un accordo con Ferdinando d'Aragona (già governatore di Sicilia e di Sardegna) per condividere il Regno di Napoli. Tuttavia, Ferdinando abbandonò Luigi XII e espulse le truppe francesi dal Mezzogiorno in seguito alle battaglie di Cerignola e Garigliano. Dopo una serie di alleanze e tradimenti, il Papato decise di schierarsi contro il controllo francese su Milano e sostenne Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero ed erede dei territori dell'Aragona in Italia. Dopo le battaglie di Bicocca e Pavia, la Francia guidata dal re Francesco I perse il controllo di Milano a favore degli Asburgo. Tuttavia, le mutevoli truppe protestanti tedesche di Carlo V saccheggiarono Roma nel 1527: questo evento rappresentò un punto di svolta nello sviluppo delle guerre europee di religione e indusse Carlo V a concentrarsi sull'affermarsi del protestantesimo nel Sacro Romano Impero.

Il successore di Francesco I, Enrico II di Francia, approfittò della situazione e cercò di stabilire la supremazia in Italia invadendo la Corsica e la Toscana. Tuttavia, la sua conquista della Corsica fu rovesciata dall'ammiraglio genovese Andrea Doria e le sue truppe in Toscana furono sconfitte nella Battaglia di Scannagallo dai fiorentini e dall'esercito imperiale. Con l'abdicazione di Carlo V, Filippo II di Spagna ereditò Milano e il Mezzogiorno. L'ultimo significativo scontro, la battaglia di San Quintino (1557), fu vinto da Emanuele Filiberto di Savoia per le forze spagnole e imperiali: ciò portò il restauro del Piemonte occupato dalla Francia alla casa Savoia.

Nel 1559 fu stipulata la Pace di Cateau-Cambrésis. La mappa politica dell'Italia fu largamente influenzata dalla fine delle guerre: il Mezzogiorno e Milano erano sotto il controllo spagnolo; la Casa Savoia si era stabilita a Torino e, per mezzo dell'editto di Rivoli, rese l'italiano la sua lingua ufficiale; Firenze assorbì Siena in un ducato di Firenze; e il Papato avviò la controriforma con il Concilio di Trento. In un torneo tenuto per celebrare il trattato di pace, Enrico II di Francia venne accidentalmente ucciso da una lancia: l'instabilità che seguì alla sua morte portò alle guerre di religione francesi. Inoltre, al termine delle guerre la Spagna si affermò come la principale potenza continentale, ponendo gran parte della penisola italiana sotto la sua dominazione diretta (Ducato di Milano, Regno di Napoli, Regno di Sicilia e Stato dei Presidi) o indiretta; gli unici stati italiani che seppero mantenere una certa autonomia furono il Ducato di Savoia (legato alla Francia) e la Repubblica di Venezia, mentre il Papato, pur autonomo, risultava perlopiù legato alla Spagna dalla comune politica di far prevalere in Europa la Controriforma cattolica.

Prima Guerra d'Italia 1494-98. L'impresa di Carlo VIII[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Italia del 1494-1498.
L'Italia alla vigilia dell'invasione di Carlo VIII di Francia

La pace di Lodi, stipulata nel 1454 tra la repubblica di Venezia e il ducato di Milano, inaugurò tra gli stati italiani un periodo di sostanziale, ma quantomai effimero, equilibrio. La crisi politica e militare di questo modello palesò definitivamente con la discesa in Italia del re francese Carlo VIII di Francia, spinto dalla rivendicazione del diritto al trono di Napoli in quanto discendente di Maria d'Angiò (1404-1463), sua nonna paterna.[1] Gli stessi stati italiani contribuirono a favorire tale impresa dimostrandosi favorevoli per diverse ragioni a un intervento francese nella penisola. A Milano Ludovico Sforza, detto "il Moro", auspicava la discesa del re francese vedendo in ciò la possibilità di colpire Ferrante I, sostenitore del nipote Gian Galeazzo Sforza, e di mettere un freno alla crescita del potere di Venezia.[1] Anche la stessa Serenissima desiderava la rovina di Ferrante al fine di rafforzare i propri porti in Puglia. A Firenze, invece, sono gli avversari dei Medici a sostenere un'iniziativa francese, con la speranza che possa portare a un cambiamento di regime politico. Infine, nello Stato pontificio i cardinali avversi allo spagnolo Alessandro VI sperano che con la discesa di Carlo VIII si possa deporre il papa ed eleggere al pontificato Giuliano della Rovere (il futuro Giulio II).[2]

La spedizione di Carlo VIII nella penisola venne, preceduta da un'accurata preparazione diplomatica e da una mobilitazione di un ingente forza militare. Pertanto, Carlo VIII si assicurò la neutralità delle maggiori potenze europee grazie ad una serie di concessioni territoriali e finanziarie: con il trattato di Senlis del 1493 lasciò le regioni dell'Artois e della Franca Contea all'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, con il trattato di Barcellona cedette a Ferdinando II d'Aragona la Cerdagna e il Rossiglione lungo il versante francese dei Pirenei, mentre a Enrico VII Tudor promise ingenti elargizioni finanziarie in cambio di un non intervento inglese.[3] Da un punto di vista militare le forze dispiegate da Carlo VIII mostrarono tutta la potenza francese di quel tempo: ventimila uomini armati, con un corpo d'artiglieria efficiente e innovativo, contribuirono a rendere ancora più evidente la debolezza intrinseca degli apparati militari degli stati italiani, difesi perlopiù da eserciti mercenari.[2] Seppur il casus belli fu rivendicazione degli antichi diritti che il re di Francia vantava sul Regno di Napoli, il progetto era ben più ambizioso: dalla conquista del Regno di Napoli, il re di Francia intendeva muovere a un generalizzato dominio di tutta l'Italia e, in un secondo momento, organizzare una crociata contro i turchi per la riconquista della Terra Santa.[1]

In cinque mesi, dal settembre 1494 al febbraio 1495, Carlo VIII attraversa l'Italia lungo l'antica via Francigena, senza incontrare sostanziale resistenza, dal momento che gli eserciti degli stati italiani non erano in grado di resistergli. Carlo VIII entrò trionfalmente a Pisa l'8 novembre 1494, a Firenze il 17 novembre 1494,[4] e a Roma il 31 dicembre 1494.[5] Raggiunta la città di Monte San Giovanni Campano nel Regno di Napoli, Carlo VIII inviò messaggeri in città al castello al fine di ottenere la resa della guarnigione napoletana; quest'ultima, invece, uccise e mutilò gli inviati e rimandò i corpi alle linee francesi. Tale offesa fece infuriare i francesi che, il 9 febbraio 1495, presero il castello grazie al fuoco dell'artiglieria e, una volta entrati d'assalto, massacrarono tutti coloro che erano rimasti all'interno,[6] un evento che venne poi chiamato sacco di Napoli.[7]

Il trionfo di Carlo VIII, inaspettato per questa portata, di Carlo VIII spaventò le stesse diverse forze che ne favorirono inizialmente la discesa che si coalizzarono in una lega antifrancese. La lega venne formata dopo alcune intense trattative intercorse tra Venezia, Milano, Spagna e il Sacro Romano Impero.[8] Alla fine, la coalizione comprese l'Impero, il Ducato di Milano, la Spagna, lo Stato Pontificio, la Repubblica di Firenze, il Ducato di Mantova e la Repubblica di Venezia. Venuto a conoscenza di ciò e dopo aver stabilito un governo filo-francese a Napoli, Carlo VIII iniziò a marciare verso nord per far ritorno in Francia, spaventato dalla possibilità di rimanere isolato nell'Italia meridionale.[9] Tuttavia, nella piccola città di Fornovo, a una ventina di chilometri dalla città di Parma, si imbatté nell'esercito della lega.[10]

La battaglia di Fornovo raffigurata nella Galleria delle carte geografiche (Musei Vaticani)

La battaglia di Fornovo venne combattuta il 6 luglio 1495, dopo un'ora di scontri l'esercito della Lega fu costretto a ripiegare attraverso il fiume Taro, mentre i francesi continuarono a marciare verso Asti, lasciando tuttavia dietro di sé le proprie carrozze e vettovaglie.[11][12] Francesco Guicciardini scrisse che entrambe le parti si sforzarono di presentarsi come i veri vincitori di quella battaglia, ma il consenso finale virò verso una vittoria francese, poiché quest'ultimi riuscirono a respingere i loro nemici attraverso il fiume e a proseguire nel proprio cammino.[13] Nella tradizione contemporanea, tuttavia, la battaglia viene indicata come una vittoria della Lega di Venezia poiché le forze francesi dovettero andarsene lasciando le proprie provviste. Per la coalizione italiana, tuttavia, nel migliore dei casi si trattava di una vittoria pirrica, in quanto il suo risultato strategico e le conseguenze a lungo termine furono per loro sfavorevoli. Sebbene la Lega sia riuscita a costringere Carlo VIII a lasciare il campo di battaglia, fu la parte contendente a subire le perdite più elevate e non riuscì ad impedire che l'esercito avversario attraversasse le terre italiane mentre faceva ritorno in Francia.[14] Carlo VIII, seppure non sconfitto, fu costretto a riparare in Francia, dove morì il 7 luglio 1498, mentre medita una seconda spedizione italica,[15] non prima di aver appreso di aver perso il Regno di Napoli per opera di Ferdinando II e del generale spagnolo Gonzalo Fernández de Córdoba.[16] Al trono di Francia succedette il cugino Luigi II, duca d'Orléans, che divenne Luigi XII di Francia.[1]

Le conseguenze dell'effimera impresa del sovrano francese sono però significative. Infatti viene definitivamente dimostrata la crisi politica e la debolezza militare degli stati italiani: Carlo VIII si è inserito tra le crepe della cosiddetta "politica dell'equilibrio", sfruttando a suo favore conflitti dinastici, politici ed economici, antichi e nuovi tra i diversi stati. Questi si dimostrarono, una volta per tutte, molto ricchi ma relativamente deboli; una situazione che depose i semi per le guerre a venire. Infatti, si era dimostrato che non erano in grado di schierare eserciti paragonabili a quelli delle grandi monarchie feudali dell'Europa, sia per quanto riguarda il numero che l'equipaggiamento. Appariva dunque chiaro che, per loro, l'unica possibilità di competere era quella di allearsi.[17]

La repentina ricomposizione rappresentata dall'organizzazione della lega antifrancese, tuttavia, si dimostrò presto illusoria: un ritorno alle condizioni politiche precedenti la discesa di Carlo VIII non fu più possibile. Al contrario, quell'alleanza, per il suo carattere internazionale e il diverso peso politico-militare dei contraenti, rappresentò una definitiva apertura della penisola italiana alle mire espansionistiche e fra loro conflittuali della Francia, dell'Impero e della Spagna.[18]

Seconda guerra 1499-1504. La discesa di Luigi XII in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Italia del 1499-1504.

Sintesi della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il cardinale Guillaume Briçonnet incorona Luigi XII nella Cattedrale di Reims

Divenuto re, Luigi XII di Francia, rifacendosi ai diritti ereditati dalla nonna Valentina Visconti, intraprese la spedizione del 1499-1500 in Italia e conquistò il Ducato di Milano (1500). Meno fortunata fu la conquista di Napoli, preparata dal Trattato di Granada (novembre 1500), che prevedeva una spartizione delle conquiste tra Francia e Spagna, garantita dalla neutralità (ottenuta per via diplomatica) di Venezia e del papa.

Nell'estate del 1501 Napoli era conquistata, ma sopravvenuto il disaccordo tra gli alleati e la conseguente guerra tra Francia e Spagna, la spedizione finì per i Francesi in un completo disastro; dopo quasi due anni di resistenza essi furono sconfitti presso il Garigliano nel 1503.

Sviluppi[modifica | modifica wikitesto]

La situazione italiana dopo le invasioni di Carlo VIII e Luigi XII di Francia

A Carlo VIII succede il cugino Luigi XII che rinnova i progetti espansionistici del predecessore avanzando pretese sul Ducato di Milano come discendente dei Visconti. Ancora una volta l'impresa è preceduta da un'attenta azione diplomatica: con un accordo firmato a Blois nel 1499 il sovrano francese si assicura l'appoggio di Venezia che mira a estendere i propri domini di terraferma; agli svizzeri, le cui truppe costituiscono il nerbo dell'esercito francese, promette la Contea di Bellinzona e al papa offre l'impegno di appoggiare il figlio Cesare Borgia nel suo progetto di conquista della Romagna.

Milano è espugnata il 2 settembre 1499 e Ludovico il Moro si rifugia in Germania presso Massimiliano I d'Asburgo (marito di Bianca Maria Sforza, nipote del Moro). Insieme alle forze asburgiche, Ludovico riesce a riprendere Milano per un breve periodo, ma nel 1500 viene fatto prigioniero e trasferito in Francia, dove muore nel 1508. Per ciò che concerne il fronte meridionale della penisola, dopo il fallimento militare dell'impresa di Carlo VIII, il nuovo re di Francia il 2 novembre 1500 stipula a Granada un trattato di spartizione dell'Italia del sud con Ferdinando il Cattolico. Il re di Aragona mira a eliminare la dinastia cadetta di Napoli e a riunire al possesso della Sicilia quello della Calabria e della Puglia, mentre ai francesi vengono riservate Campania e Abruzzo.

Napoli è occupata dai francesi nel 1501, ma al momento della divisione nasce un conflitto tra i due occupanti e alla fine gli spagnoli, guidati da Consalvo di Cordova, hanno la meglio. Con il trattato di Lione del 1504 la Francia è costretta a rinunciare al Regno di Napoli che, a partire da allora, rimarrà per due secoli sotto la sfera di influenza spagnola.

Terza guerra del 1508-16 o Guerra della Lega di Cambrai[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lega di Cambrai e Guerra della Lega di Cambrai.

Con la sconfitta di Luigi XII le mire espansionistiche francesi in territorio italiano subirono una battuta d'arresto. Alla morte di Papa Pio III, Giuliano della Rovere salì il 18 ottobre 1503 al soglio pontificio con il nome di Giulio II.[19] Una delle maggiori preoccupazioni che il nuovo Papa ebbe riguardò l'implacabile espansione territoriale della Repubblica di Venezia nel nord e sud Italia conseguente ad accorte alleanze e alla debolezza degli altri stati. Dal crollo aragonese, infatti, ricava alcuni porti della Puglia che permettono alla Serenissima di controllare e chiudere il mare Adriatico; dalla sconfitta sforzesca estende il suo dominio nell'entroterra lombardo (Cremona) e dalla rovina di Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI che tra il 1499 e il 1501 costituisce e organizza un proprio ducato in Romagna, le città di Cervia, Rimini e Faenza. All'interno del desolante panorama offerto dai differenti stati regionali italiani, Venezia rappresenta quindi un'anomalia: è l'unico Stato forte, indipendente, solido nelle antichissime strutture istituzionali, e addirittura in grado di resistere e reagire all'invadenza delle potenze straniere.

Papa Giulio non era il solo a temere le ambizioni territoriali veneziane. Essendo di Genova, Giulio conosceva bene l'odio genovese per Venezia, rea di aver costretto gli altri stati a uscire dalla ricca pianura padana mentre espandeva le sue frontiere per l'Italia settentrionale.[20] Inoltre, l'imperatore Massimiliano appariva frustrato dal fallimento dell'invasione del Cadore e dalla conseguente occupazione da parte della Serenissima del Friuli e della confinante contea di Gorizia, che l'imperatore rivendicava come legittima eredità.[21] Inoltre, fin dal 1500, re Luigi XII di Francia aveva stabilmente preso possesso di Milano ed ora vedeva Venezia come una minaccia sui suoi possedimenti italiani. Infine, il re Ferdinando II d'Aragona (re anche di Napoli) si dimostrava indispettito del fatto che Venezia possedesse alcune città portuali nel sud Italia lungo la costa adriatica.[22][23]

Le circostanze furono dunque propizie affinché Papa Giulio promuovesse la costituzione, avvenuta il 10 dicembre 1508, della Lega di Cambrai, in chiave antiveneziana.[24] Il sovrano asburgico accettò di far parte di questo accordo, come lo sottoscrissero anche Luigi XII di Francia, la Spagna e il ducato di Ferrara. Nonostante che formalmente la lega avesse lo scopo di frenare l'avanzata dell'impero ottomano, ognuna di queste potenze aveva in realtà delle precise rivendicazioni nei territori controllati dalla Serenissima: la Spagna rivendicava la Puglia, la Francia la città di Cremona, mentre il papa auspicava di ritornare in possesso dei suoi terreni in romagna, attenuando l'espansionismo difensivo veneziano. I firmatari della lega di Cambrai, dunque, dichiararono guerra alla Serenissima che venne duramente sconfitta nella battaglia di Agnadello, combattuta il 14 maggio 1509.[25] Venezia dovette pertanto rinunciare a tutte le conquiste territoriali successive al 1494, ma riuscì a salvare la città di Padova che resistette ad uno storico assedio.[26]

Con la sconfitta di Venezia, papa Giulio II assurge a nuovo protagonista della politica europea che si dispiega in territorio italiano. Uomo che, per indole e progetti politici, è più adatto a fare la parte del sovrano militare che quella del capo spirituale della cristianità, Giulio II si rende conto che l'iniziativa della lega di Cambrai ha rotto l'equilibrio italiano in modo eccessivamente favorevole alla causa francese. Così, nel 1510, i rapporti tra Luigi XII e il Papa arrivarono alla rottura con la conseguenza che il secondo decise di cambiare schieramento alleandosi con Venezia, che a quel momento non rappresentava più una seria minaccia per il papato per via delle precedenti gravi sconfitte. Ad aggravare le cose, al fine di attenuare il crescente potere di Giulio II, Luigi XII di Francia promuove allora uno scisma, convocando a Pisa un concilio (conosciuto poi come "conciliabolo") con l'obiettivo di deporre il papa. Dopo un anno di scontri combattiti in Romagna, durante i quali l'alleanza papale-veneta venne ripetutamente sconfitta, nell'ottobre 1511 la nuova politica antifrancese di papa Giulio II sfociò nella costituzione della Lega Santa (1511-1513)[27] di cui fecero parte oltre al papato e Venezia anche i cantoni svizzeri con cui il Papa, nel marzo dell'anno precedente, aveva raggiunto un accordo con cui riuscì a portare in guerra sei mila mercenari. Successivamente alla nuova lega andarono aggiungersi l'Inghilterra, la Spagna e il Sacro Romano Impero.

Battaglia di Ravenna 1512. Xilografia di Hans Burgmair, XVI secolo

L'11 aprile 1512, nella Battaglia di Ravenna, le forze francesi guidate da Gaston de Foix inflissero una schiacciante sconfitta all'esercito spagnolo,[28] tuttavia la morte di Foix in combattimento e le ingenti perdite subite anche dai vincitori non consentì a loro di approfittare del successo. Ripiegati in Lombardia furono sconfitti nella Battaglia di Novara nel 1513, finendo per doversi ritirare dalla penisola rinunciando alle proprie conquiste.[29] Il capovolgimento della situazione portò all'occupazione di Milano da parte dagli svizzeri che ne attribuirono il governo a Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro. Anche Firenze, nel 1513, venne occupata dalle truppe spagnole che ristabilirono i Medici al potere, insediando Giuliano de' Medici come governante della città, rovesciando la Repubblica guidata da Pier Soderini e attivamente sostenuta anche da Niccolò Macchiavelli. Con questi avvenimenti papa Giulio II riuscì nell'intento di ampliare i domini ecclesiastici, annettendo Parma, Piacenza, Modena e Reggio e, nel contempo, escludendo i francesi dalla penisola. Nonostante questi successi, la vittoriosa Lega Santa si infranse a causa di disaccordi circa la divisione delle conquiste tanto che, nel marzo 1513, Venezia finì per allearsi con la Francia, concordando di spartirsi la Lombardia tra loro.[30] La vittoria della Lega Santa a Novara fu presto seguita da una serie di ulteriori vittorie colte nello stesso anno contro i veneziani a La Motta il 7 ottobre, contro i francesi a Guinegatte il 16 agosto e contro gli scozzesi a Flodden Field il 9 settembre. Tali successi misero a repentaglio addirittura l'integrità dei confini del regno di Francia, costringendo Luigi XII ad accettare il trattato di Digione, in cui rinunciò alla Lombardia in cambio della pace, facendo così tramontare le sue mire di dominio sull'Italia.[31]

Ad oscurare tutto, tuttavia, fu la morte di papa Giulio II avvenuta già il 20 febbraio 1513,[32] che lasciò la Lega senza una guida effettiva. Il 1º gennaio 1515 anche Luigi XII morì[33] e fu succeduto al trono di Francia dal nipote ventenne Francesco I. Questi, deciso a perseverare nel disegno del predecessore, dopo essersi alleato con Venezia, condusse l'esercito francese oltre le Alpi cogliendo una storica vittoria sulle truppe svizzere nel corso della Marignano, combattuta tra il 13 e il 14 settembre 1515 presso l'odierna Melegnano.[34] Questo successo spezzò con decisione la serie di vittorie che gli svizzeri avevano conquistato contro i veneziani e i francesi portando al crollo definitivo della Lega di Cambrai e alla rinuncia da parte della Spagna e del nuovo papa, Leone X dall'indole e dai programmi meno bellicosi del precedente pontefice, all'idea di mantenere Massimiliano Sforza alla guida del Ducato di Milano.[35] Con i trattati di Noyon, stipulato il 13 agosto 1516, e quello di Bruxelles, l'intera Italia settentrionale venne ceduta alla Francia e a Venezia. Questa serie di trattati, nell'intenzione dei contraenti, avrebbe dovuto porre fine alle guerre tra potenze europee in territorio italiano e assicurare un periodo di stabilità ed equilibrio generalizzato. Alla Spagna vennero riconosciuti il Regno di Napoli, la Sicilia e la Sardegna, mentre la Francia ottiene nuovamente il Ducato di Milano e facoltà di intervento sui territori delle repubbliche di Genova e Firenze, nonché nei ducati di Savoia e di Ferrara.

Le guerre successive. Francia e Spagna in lotta per il dominio sulla penisola italiana e l'egemonia europea[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rapporti tra Carlo V e Francesco I e Battaglie delle Guerre d'Italia.

Quarta guerra del 1521–26[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Italia del 1521-1526.
Raffigurazione della battaglia di Marignano.

Dopo che la guerra della Lega di Cambrai aveva ristabilito gli Sforza a Milano (anche se sotto il protettorato degli Svizzeri), nel 1515 il nuovo re di Francia Francesco I aveva ripreso la politica dei suoi predecessori, e dopo essere sceso in Lombardia e sbaragliato, assieme ai Veneziani, gli svizzeri nella grande Battaglia di Marignano, aveva riconquistato il Ducato di Milano con il Trattato di Noyon.

Nel frattempo però Carlo V d'Asburgo, succeduto al regno di Spagna al nonno Ferdinando d'Aragona, entra in scena quale erede dell'Impero, alla morte del nonno paterno, l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo. Carlo V d'Asburgo (che dunque era già dal 1508 Arciduca d'Austria, duca di Borgogna e signore dei Paesi Bassi e inoltre dal 1516 re di Spagna, Sicilia, Napoli e Sardegna), comprando la fedeltà dei principi elettori, riesce a farsi elevare nel 1519, a Imperatore del Sacro Romano Impero; il nuovo imperatore si trova perciò a dominare su un vastissimo territorio, compresi anche tutti i nuovi possedimenti extraeuropei della Spagna. Una tale concentrazione di forza nelle mani di un solo sovrano, prodotta, oltre che del caso, soprattutto da un'accurata politica matrimoniale e dinastica, è la principale ragione che porta alla rottura dell'equilibrio imposto dalla pace di Noyon. Tra i Valois di Francia e gli Asburgo persistevano infatti motivi di conflitto che la travolgente ascesa di Carlo V non ha fatto altro che accrescere. In particolare questa situazione pone Francesco I in una situazione complicata, ritrovandosi praticamente circondato da territori detenuti dalla dinastia d'Asburgo. Infatti Francesco I, dopo aver vanamente conteso la corona imperiale a Carlo V, è preoccupato dall'eccessiva potenza raggiunta dal rivale spagnolo, che con la sua elezione è quasi riuscito a saldare i domini imperiali con quelli mediterranei, in funzione antifrancese. Non pago, il sovrano spagnolo avanza inoltre pretese dinastiche sulla Borgogna, che i francesi avevano sottratto agli Asburgo nel 1477. Ma, ancora una volta, è l'Italia a rappresentare la maggior causa di conflitto; infatti la Lombardia, in mano francese, impedisce la realizzazione di una maggiore continuità territoriale dei domini asburgici a livello europeo, che dal Meridione italiano arrivano alle pianure delle Fiandre e al cuore della Germania.

Nel 1519 l'invasione spagnola della Navarra, un piccolo regno transpirenaico, detenuto da una dinastia d'origine francese, fa precipitare la situazione. Perciò nel 1521 le armate francesi scendono ancora in Italia, con lo scopo di togliere almeno il Regno di Napoli ai domini di Carlo V. Le armate francesi però vengono duramente sconfitte nella battaglia della Bicocca, di Romagnano Sesia e in quella di Pavia, nella quale lo stesso re di Francia viene preso prigioniero e portato a Madrid; qui deve firmare il trattato omonimo, per lui molto oneroso, con il quale è costretto a cedere Milano e altre terre.

Quinta guerra del 1526-30 detta della lega di Cognac[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra della Lega di Cognac.
L'Assedio di Firenze, 1529–1530, in un dipinto di Giorgio Vasari.

Gli stati italiani, nel timore di un'eccessiva egemonia asburgica in seguito alla sconfitta dei francesi e al trattato di Madrid, si avvicinano a Francesco I che, ottenuta la libertà dopo la cattività di Madrid, ha dichiarato nulla la pace stipulata con Carlo V.

Nel 1526 il papa Clemente VII della famiglia de Medici, anch'egli allarmato per la grande ascesa della potenza di Carlo V, si fa dunque promotore della Lega di Cognac, assieme a Francesco I di Francia, la Repubblica di Venezia, la Repubblica di Firenze e altri stati italiani minori. Ma anche questo patto, che non riesce a essere uno strumento di pressione diplomatica e di intervento militare, si dimostra un'alleanza fragile e precaria.

Prima però che la guerra entri nel vivo, si verifica un episodio clamoroso, destinato a scuotere tutta l'Europa. Nel maggio del 1527 i Lanzichenecchi, soldati imperiali, per la maggior parte mercenari tedeschi di fede luterana, rimasti senza paga e poi senza comandante, riescono ad aggirare le truppe della Lega, nell'Italia del nord, e decidono di attaccare Roma. Circa dodicimila lanzichenecchi riescono a penetrare nell'Italia centrale, attaccano la città santa, penetrano nelle mura, compiendo il terribile Sacco di Roma (1527), nel corso del quale, il papa stesso è costretto a rifugiarsi in Castel Sant'Angelo e infine a fare pace con Carlo V. Di fronte a una tale disfatta il papa ottiene perlomeno dall'imperatore il restauro del dominio dei Medici a Firenze (dove nel frattempo si era formata una repubblica antimedicea nel 1527-1530).

Contemporaneamente l'esercito francese apre le ostilità vere e proprie, sotto la guida del generale Lautrec che, dopo aver occupato per breve tempo la Lombardia, è costretto nuovamente a ritirarsi. In questo frangente però, le comuni difficoltà finanziarie dei contendenti e il minaccioso incalzare dei turchi, giunti vittoriosi fino in Ungheria e ormai prossimi ad attaccare i possedimenti asburgici nel centro Europa, costringono Carlo V a firmare un accordo che per i francesi è meno svantaggioso del precedente.

A Cambrai, il 5 agosto 1529, viene stabilito che la Francia, pur rinunciando alle pretese sull'Italia, può rientrare in possesso della Borgogna. La pace di Cambrai è detta anche pace delle due dame, poiché non viene negoziata direttamente dai due sovrani, ma da Luisa di Savoia, madre di Francesco I, e da Margherita d'Austria, zia di Carlo V. Con questo patto la Spagna ribadisce definitivamente il suo dominio sull'Italia, delle cui sorti Carlo V diviene unico e incontrastato arbitro.

Sesta guerra del 1535-38[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Italia del 1535.
Carlo V in un ritratto eseguito da Jakob Seisenegger (1532)

Dopo una tregua di alcuni anni, ha inizio una nuova fase dello scontro tra Carlo V e Francesco I. La causa occasionale della ripresa delle ostilità è una nuova rottura dell'equilibrio concertato a Cambrai, rappresentata dalla morte nel 1535, dell'ultimo esponente degli Sforza (Francesco II Sforza), restaurati quali duchi di Milano. L'imperatore Carlo V avocò a sé il territorio del ducato, investendone il proprio erede (il futuro Filippo II di Spagna).

Ma la causa principale in realtà è da ricercare nella spregiudicata azione diplomatica di Francesco I, che stabilisce relazioni diplomatiche e alleanze con il sultano turco Solimano I il Magnifico e con i principi luterani in Germania. Ciò avviene in un momento in cui l'Impero asburgico è minacciato, in Germania, dall'alleanza formata proprio dai principi luterani (riunitisi nella lega di Smalcalda) e, a Est, da quei turchi con cui Francesco I si è alleato e che sono giunti ad assediare Vienna.

Le sesta guerra (la terza che vedeva coinvolti Carlo V e Francesco I di Francia) durò dal 1536 al 1538 e venne in pratica aperta dal sovrano francese; Francesco I (alleato con Enrico VIII d'Inghilterra) rispose all'occupazione asburgica di Milano, inviando truppe in Italia, che conquistarono Torino e buona parte del Piemonte Sabaudo, ma che non riuscirono a riconquistare la Lombardia. L'effimera Tregua di Nizza, mediata dal nuovo papa Paolo III (desideroso di riunificare le forze cristiane contro il nemico turco), mise termine alle ostilità, lasciando in mano francese i territori piemontesi occupati, ma senza altre significative modifiche tra gli stati Italiani.

Settima guerra del 1542-46[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Italia del 1542-1546.

Nel 1542 Francesco I di Francia ruppe la tregua stabilita a Nizza alcuni anni addietro. Infatti il sovrano francese, alleatosi con il sultano Ottomano Solimano I il Magnifico, riprese le ostilità, lanciando una flotta franco-ottomana contro la città savoiarda di Nizza (Assedio di Nizza del 1543). Nel frattempo le truppe francesi, comandate dal conte di Enghien, sbaragliarono quelle imperiali nella Battaglia di Ceresole, ma non riuscirono a penetrare ulteriormente in Lombardia.

Carlo V rispose a queste azioni alleandosi al re Enrico VIII d'Inghilterra e invadendo la Francia da nord (Assedio di Boulogne del 1544). Il resto della guerra si svolse quindi nei Paesi Bassi e nelle province orientali della Francia, ma non riuscì a risolversi in una battaglia conclusiva, per l'una o per l'altra parte. Inoltre la mancanza di coordinamento tra le truppe inglesi e quelle ispanico-imperiali e il deterioramento della situazione nel Mediterraneo, con l'avanzata dei Turchi, portarono Carlo V a chiedere la cessazione delle ostilità e la restaurazione della situazione precedente in Francia e Italia. Nel 1544 i contendenti decisero perciò di firmare la pace di Crépy che, pur assegnando definitivamente la Lombardia agli Asburgo e i territori dei Savoia alla Francia, lasciò ancora una volta insolute le principali questioni e la possibilità di nuove guerre.

Ottava guerra del 1551-59[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra italiana del 1551-1559.

La morte di Francesco I, nel 1547, dopo più di trenta anni di regno, non significò la fine delle ostilità tra Francia e Asburgo. La politica antimperiale venne infatti proseguita dal nuovo sovrano francese Enrico II, che nel 1551 riprese le ostilità contro la Casa d'Austria e Spagna. Contrariamente a suo padre però concentrò le sue mire verso i confini nord orientali della Francia, anziché verso l'Italia, che comunque restò un teatro importante di operazioni. Inoltre, pur essendo egli il re cristianissimo, non si fece problemi, come già il padre, ad allearsi con i protestanti tedeschi e i mussulmani turchi, per logorare gli avversari su più fronti.

La battaglia di Marciano (2 agosto 1554) raffigurata in un dipinto di Giorgio Vasari.

A partire dal 1552 Enrico II invase la Lorena e occupò i vescovadi di Metz, Toul e Verdun, intrecciando abilmente questa terza e ultima fase delle guerre franco-asburgiche cinquecentesche con il conflitto che, dal 1546, vedeva impegnato Carlo V contro i principi luterani tedeschi. Dopo tre anni di sfiancante guerra di logoramento, la sovrapposizione dei conflitti e la simultanea presenza di due irriducibili nemici, come l'esercito francese e quello dei principi tedeschi, indusse Carlo V a interrompere i conflitti. Perciò nel 1555, con la pace di Augusta (mediata dal fratello Ferdinando e molto importante anche dal punto di vista religioso), Carlo V trovò un accordo con i protestanti, mentre strinse la tregua di Vaucelles con Enrico II.

Ancora più sorprendentemente, l'imperatore decise di abbandonare la scena politica e militare europea, che lo vedeva indiscusso protagonista da più di un trentennio. Difatti Carlo V, ormai logorato dai continui impegni, abdicò dai suoi domini in favore del figlio Filippo II in Spagna, Italia, Paesi Bassi e nei domini extraeuropei e in favore di suo fratello Ferdinando I nel Sacro Romano Impero, ritirandosi quindi in un convento in Spagna a terminare la sua vita nella preghiera.

Il conflitto continuò comunque con i successori. Infatti tra il 1557 e il 1559 riprese la lotta tra Enrico II, alleato con il nuovo papa Paolo IV, e Filippo II di Spagna. Emanuele Filiberto di Savoia, al comando delle truppe spagnole, vinse definitivamente i francesi nella battaglia di San Quintino nel 1557. Ma gli enormi costi della guerra, acuiti dalle bancarotte subite dai due stati in quegli anni, costrinsero i contendenti a firmare una pace con contenuti più duraturi delle precedenti. Perciò nonostante la sconfitta, nella Pace di Cateau-Cambrésis i francesi riuscirono a tenere le tre importanti piazzeforti in Lorena, recuperare Calais (tolta agli inglesi entrati brevemente nel conflitto) e a mantenere l'occupazione di Saluzzo in Piemonte.

In questo periodo di tempo il conflitto continuò anche in Italia. La Repubblica di Siena, tradizionalmente alleata dell'impero e degli asburgo, si ribellò alla sua (esosa e molesta) guarnigione spagnola. Non fu possibile arrivare a un compromesso, anche perché Siena si appoggiò alla Francia facendo entrare in città truppe francesi, (poi si alleerà anche all'impero turco ottomano, che invierà, troppo tardi, una flotta nel mar Tirreno) e agli esuli repubblicani fiorentini, tra cui anzi scelse il suo comandante militare, il maresciallo di Francia Piero Strozzi. Anche la Spagna cercò di internazionalizzare il conflitto e si alleò alla tradizionale rivale di Siena, Firenze, ora retta in Ducato dalla famiglia Medici e molto preoccupata per la presenza di esuli fiorentini filo repubblicani nell'esercito senese. La città fu rapidamente messa d'assedio (in modo molto duro), dalle truppe alleate guidate dal mercenario lombardo (e filo-spagnolo) Gian Giacomo de Medici, durante l'inverno 1554, mentre nell'estate di quel medesimo anno (2 agosto 1554) le truppe franco-senesi furono travolte nella battaglia di Scannagallo. Siena si arrese alle truppe Fiorentine e alleate, il 21 aprile 1555, anche se una parte dell'aristocrazia cittadina si rifugiò a Montalcino, arrendendosi solo nel 1559, quando furono abbandonati dai francesi.

La repubblica di Siena fu smembrata tra il Ducato di Firenze (che da lì a poco, 1569, proprio per questo, fu rinominato Granducato di Toscana) e la corona di Napoli (sottoposta alla Spagna) cui andò il cosiddetto Stato dei Presidii, ricavato da alcune fortezze, prevalentemente maremmane.

Conclusioni[modifica | modifica wikitesto]

I delegati delle monarchie francese e spagnola si accordarono nella pace di Cateau-Cambrésis.

I delegati delle monarchie francese e spagnola si accordarono definitivamente nella pace di Cateau-Cambrésis nel 1559, dopo più di un sessantennio di guerre ininterrotte per il dominio sull'Italia e l'egemonia in Europa.

La Francia perse la Savoia e il Piemonte, restituiti al Duca Emanuele Filiberto, ma conservò il possesso del Marchesato di Saluzzo; inoltre ottenne di mantenere il possesso di Calais, che gli inglesi tenevano come avamposto in terra francese, sin dai tempi della guerra dei Cent'anni e infine riuscì a conservare i vescovadi di Metz, Toul e Verdun, importanti piazzeforti nella Lorena.

La Spagna rafforzò la sua presenza nella penisola e nelle isole, mantenendo i suoi precedenti domini (Milano, Napoli, Sicilia, Sardegna) e assicurandosi il possesso di un piccolo territorio, ma di grande importanza strategica, quello dei Presidii, lungo la costa toscana; la Spagna ottenne inoltre il controllo indiretto, politico e finanziario, della maggior parte degli stati italiani (solo Venezia mantenne un'indipendenza totale, mentre i Savoia, Genova e il Papato mantennero un margine di iniziativa politica autonoma, passando dall'influenza di Spagna o Francia a seconda dei periodi).

Con la pace di Cateau-Cambrésis si conclusero quindi le cosiddette Guerre d'Italia e con questi accordi vennero regolati gli equilibri europei fino alla pace di Vestfalia del 1648, con la Spagna quale principale arbitro della politica continentale.

La pace è in particolare importante nella storia d'Italia, poiché segna la vera conclusione di quei conflitti che in poco meno di settant'anni avevano frantumato l'antica politica dell'equilibrio e fatto diventare la penisola, da soggetto della politica europea, a un oggetto di essa, un mero campo di battaglia aperto alle potenze straniere. Al tempo stesso l'accordo rappresenta il definitivo consolidamento del dominio spagnolo in Italia, che determinò per più di centocinquant'anni, nel bene e nel male, la storia italiana.

Armi ed eserciti[modifica | modifica wikitesto]

Le guerre d'Italia hanno visto l'introduzione di molti significativi progressi nella tecnologia e nelle tattiche militari, tra cui l'artiglieria da campagna, i moschetti e le tattiche combinate.

Fanteria[modifica | modifica wikitesto]

La fanteria vide profonde evoluzioni durante le guerre italiane, trasformandosi da una forza prevalentemente armata con picche e alabarde ad una disposizione più flessibile di archibugieri, picchieri e altre specialità. Mentre la prima parte delle guerre ha visto il prevalere dei mercenari svizzeri e dei lanzichenecchi, dal 1521 si sono affermati i gruppi dotati di armi da fuoco.

Nel 1503, una schermaglia tra le forze francesi e spagnole rappresentò la prima dimostrazione dell'utilità degli archibugi in battaglia. Il generale spagnolo, Gonzalo de Codoba, finse una ritirata, attirando un contingente di uomini d'arme tra due gruppi di suoi archibugieri. Come l'esercito francese si trovò tra il tiratori, raffiche di proiettili li colpirono duramente su entrambi i fianchi. Prima che i francesi potessero attaccare i vulnerabili archibugieri, una carica di cavalleria spagnola ruppe le forze francesi e le costrinse alla ritirata. Mentre l'esercito francese era in rotta, i nemici spagnoli gli inflissero gravi perdite.[36]

Il successo dell'impiego dellei armi da fuoco nelle guerre italiane spinse Niccolò Machiavelli, spesso descritto come un nemico dell'uso del archibugi, a scrivere nel suo trattato Dell'arte della guerra che tutti i cittadini di una città dovessero sapere come sparare con una pistola.[37]

Cavalleria[modifica | modifica wikitesto]

La cavalleria pesante - l'ultima evoluzione dei cavalieri medievali corazzati - rimase la protagonista nei campi di battaglia delle guerre italiane. I gendarmi francesi si dimostrarono generalmente i più efficaci contro le truppe a cavallo degli altri stati, principalmente per via degli eccellenti cavalli in loro possesso. Gli spagnoli utilizzarono un tipo di cavalleria chiamata Jinete nelle loro sortite.

Artiglieria[modifica | modifica wikitesto]

Le guerre italiane videro l'artiglieria, in particolare quella da campo, assumere un ruolo indispensabile in qualsiasi esercito di prim'ordine. Carlo VIII, durante la sua invasione d'Italia, portò con sé un corteo d'assedio veramente mobile, costituito da colubrine e bombarde montate su carrelli a ruote, che poteva essere schierato contro un fortezza nemica subito dopo l'arrivo. L'arsenale d'assedio francese portò con sé diverse innovazioni tecnologiche. L'esercito di Carlo utilizzò i cavalli per tirare i cannoni piuttosto che i buoi tipicamente utilizzati fino a quel momento.[38] Inoltre, i cannoni francesi, forgiati con gli stessi metodi utilizzati per produrre le campane in bronzo, vantavano una leggerezza e una mobilità in precedenza sconosciute.[39] Il miglioramento, più importante dei francesi fu tuttavia la creazione delle palle di cannone in ferro. Prima delle guerre italiane, l'artiglieria sparava palle di pietra che spesso si frantumavano al momento dell'impatto.[39] L'invenzione dei mulini ad acqua che permettevano il funzionamento di forni con una temperatura sufficiente per fondere il ferro al fine di realizzare le palle di cannone.[40] Con questa tecnologia, l'armata di Carlo poteva espugnare nel giro di qualche ora, mura e castelli che in precedenza avevano resistito assedi lunghi mesi o addirittura anni.[41]

Leadership militare[modifica | modifica wikitesto]

Gli eserciti delle guerre italiane furono guidati da una grande varietà di comandanti, dai mercenari ai condottieri nobili fino allo stesso re.

Fortificazioni[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte dei combattimenti avvenuti durante le guerre italiane ebbe luogo durante gli assedi. Quella della prima discesa di Carlo VIII in Italia è tradizionalmente considerata la data iniziale dello sviluppo della fortificazione alla moderna, che porterà alla nascita di sistemi fortificati sempre più complessi durante le successive invasioni. L'esercito di Carlo VIII infatti disponeva di una moderna artiglieria davanti alla quale molti antiquati castelli medioevali dovettero soccombere. Questi sistemi si diffonderanno presto in tutta Europa, inizialmente ad opera di ingegneri italiani.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Pellegrini, 2009, p. 23.
  2. ^ a b Pellegrini, 2009, pp. 23-24.
  3. ^ Pellegrini, 2009, pp. 24-25.
  4. ^ Mallett e Shaw, 2012, pp. 22.
  5. ^ Mallett e Shaw, 2012, pp. 23–24.
  6. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 25.
  7. ^ Pellegrini, 2009, pp. 47-48.
  8. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 27.
  9. ^ Pellegrini, 2009, pp. 51-52.
  10. ^ Pellegrini, 2009, pp. 54-55.
  11. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 31.
  12. ^ Pellegrini, 2009, p. 56.
  13. ^

    «E nondimeno, il consentimento universale aggiudicò la palma a' franzesi: per il numero de' morti tanto differente, e perché scacciorono gl'inimici di là dal fiume, e perché restò loro libero il passare innanzi, che era la contenzione per la quale proceduto si era al combattere.»

    (Francesco Guicciardini. (Storia de Italia, Bk. II, 9))
  14. ^ Pellegrini, 2009, pp. 57-58.
  15. ^ Carlo VIII re di Francia, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  16. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 32.
  17. ^ Pellegrini, 2009, p. 26.
  18. ^ Pellegrini, 2009, pp. 53.
  19. ^ Pellegrini 2010, p. 116.
  20. ^ Pellegrini 2009, p. 115.
  21. ^ Pellegrini 2009, pp. 115-116.
  22. ^ Guicciardini, pp. 196-197.
  23. ^ Shaw, 1993, pp. 228–234.
  24. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 87.
  25. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 89.
  26. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 95.
  27. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 103.
  28. ^ Pellegrini 2009, pp. 128-129.
  29. ^ Pellegrini 2009, pp. 131-132.
  30. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 120.
  31. ^ Pellegrini 2009, pp. 133, 144.
  32. ^ Pellegrini 2009, p. 139.
  33. ^ Mallett e Shaw, 2012, pp. 128-129.
  34. ^ Pellegrini 2009, p. 146.
  35. ^ Mallett e Shaw, 2012, p. 131.
  36. ^ Hans Delbrück, The Dawn of Modern Warfare, vol. 5 of History of the Art of War (New York: Cambridge University Press, 1985), p. 40.
  37. ^ Niccolò Machiavelli, Dell'arte della guerra.
  38. ^ Francesco Guicciardini, The History of Italy, trans. Sydney Alexander (New York: The Macmillan Company, 1984), 50.
  39. ^ a b Max Boot, War Made New: Technology, Warfare, and the Course of History, 1500 to Today (New York: Penguin Group Inc., 2006), 4.
  40. ^ Hans Delbrück, The Dawn of Modern Warfare, vol. 5 of History of the Art of War (New York: Cambridge University Press, 1985), 34.
  41. ^ Max Boot, War Made New: Technology, Warfare, and the Course of History, 1500 to Today (New York: Penguin Group Inc., 2006), 4–5.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • C. Vivanti. La storia politica e sociale. Dall'avvento delle signorie all'Italia spagnola, in Storia d'Italia. Dalla caduta dell'Impero romano al secolo XVIII, a cura di R. Romano, C. Vivanti, Torino, Einaudi, 1974, vol. II.
  • F. Catalano. Dall'equilibrio alla crisi italiana del rinascimento, in Storia d'Italia. Dalla crisi della libertà agli albori dell'illuminismo, a cura di F. Catalano, G. Sasso, V. De Caprariis, G. Quazza, Torino, UTET, 1962, vol. II.
  • G. Sasso. L'Italia del Machiavelli e l'Italia del Guicciardini, in Storia d'Italia. Dalla crisi della libertà agli albori dell'illuminismo, a cura di F. Catalano, G. Sasso, V. De Caprariis, G. Quazza, Torino, UTET, 1962, vol. II.
  • Pietro Pieri, Il Rinascimento e la crisi militare italiana, Torino, Einaudi, 1970, ISBN non esistente.
  • (EN) Hans Delbrück, The Dawn of Modern Warfare, vol. 5 of History of the Art of War (New York: Cambridge University Press, 1985)
  • AA.VV., Storia Universale, volume secondo, Milano, Rizzoli Larousse, 1973, ISBN non esistente.
  • Marco Pellegrini, Le guerre d'Italia: 1494-1559, Bologna, il Mulino, 2009, ISBN 978-88-15-27270-6.
  • (EN) Michael Mallett e Christine Shaw, The Italian Wars: 1494–1559, Pearson Education, Inc., 2012, ISBN 978-0-582-05758-6.
  • (EN) Mallett, Michael, Christine Shaw, The Italian Wars, 1494–1559: War, State and Society in Early Modern Europe, Harlow, Pearson Education Limited, 2012, ISBN 978-0-582-05758-6.
  • (EN) Guicciardini, Francesco, The History of Italy, Princeton, Princeton University Press, 1984, ISBN 0-691-00800-0.
  • Marco Pellegrini, Il papato nel Rinascimento, Bologna, Il Mulino, 2010, ISBN 978-88-15-13681-7.

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