Monte San Giovanni Campano

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Monte San Giovanni Campano
comune
Monte San Giovanni Campano – Stemma Monte San Giovanni Campano – Bandiera
Castello di Monte San Giovanni Campano
Castello di Monte San Giovanni Campano
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Lazio Coat of Arms.svg Lazio
Provincia Provincia di Frosinone-Stemma.png Frosinone
Amministrazione
Sindaco Angelo Veronesi (lista civica) dal 17-5-2011
Territorio
Coordinate 41°38′N 13°31′E / 41.633333°N 13.516667°E41.633333; 13.516667 (Monte San Giovanni Campano)Coordinate: 41°38′N 13°31′E / 41.633333°N 13.516667°E41.633333; 13.516667 (Monte San Giovanni Campano)
Altitudine 438 m s.l.m.
Superficie 48,71 km²
Abitanti 13 000[1] (31-12-2014)
Densità 266,89 ab./km²
Frazioni Anitrella, Chiaiamari, Colli, La Lucca, Porrino
Comuni confinanti Arce, Arpino, Boville Ernica, Castelliri, Fontana Liri, Sora, Strangolagalli, Veroli
Altre informazioni
Cod. postale 03025
Prefisso 0775
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 060044
Cod. catastale F620
Targa FR
Cl. sismica zona 2A (sismicità media)
Cl. climatica zona D, 2 028 GG[2]
Nome abitanti monticiani
Patrono san Tommaso d'Aquino

Maria SS.ma del Suffragio

Giorno festivo 7 marzo Domenica in Albis
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Monte San Giovanni Campano
Monte San Giovanni Campano
Posizione del comune di Monte San Giovanni Campano nella provincia di Frosinone
Posizione del comune di Monte San Giovanni Campano nella provincia di Frosinone
Sito istituzionale

Monte San Giovanni Campano è un comune italiano di 13 000 abitanti della provincia di Frosinone nel Lazio.

Infiorata a Colli
Madonna di Canneto

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Monte San Giovanni Campano è situato nel territorio dei Monti Ernici a 438[3] metri sul livello del mare.

Il territorio comunale si estende da nord a sud, presentando grandi differenze altimetriche. Da nord a sud, il territorio comunale interessa i monti Ernici, la che da Frosinone conduce a Sora, e le successive propaggini collinari, che digradano verso la valle del Sacco.

Tra le cime, quella della Punta dell'Ortica 1.731 m, del Monte Pedicinetto 1.776 m, entrambe al confine con Veroli, monte Castellone 725 m, al confine con Castelliri.

Il territorio comunale è costeggiato dal fiume Liri; nell'interno scorre il torrente Amaseno che ne diventa affluente presso Campolato, nella campagna di Arce.

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Classificazione climatica: zona D, 2028 GR/G

Medaglie[modifica | modifica wikitesto]

Con Decreto del Presidente della Repubblica, il 30 novembre 2012, viene conferita alla città di Monte San Giovanni Campano la medaglia di bronzo al valor civile per gli episodi nei quali la popolazione si distinse negli anni della seconda guerra mondiale. Tale onorificenza viene celebrata dall'amministrazione e dalla cittadinanza il giorno 11 maggio 2013 mediante l'apposizione, nei locali d'ingresso del Palazzo del Comune, di una lapide riportante testualmente le parole con cui il Presidente della Repubblica ha motivato il conferimento:

«"Piccolo centro occupato dall'esercito tedesco, partecipò con generoso slancio alla lotta di Liberazione. La popolazione sottoposta a disagi e sofferenze subì furti, saccheggi e bombardamenti che provocarono vittime civili e danni al patrimonio abitativo. Nobile esempio di spirito di sacrificio e Amor Patrio".»

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo lo storico locale Ireneo Pio Valeriani[senza fonte], l'abitato si sviluppò con il nome di Castelforte su una sella tra il colle roccioso su cui era sorto il castello (fine del X secolo) e il colle San Marco, nell'ambito del fenomeno dell'incastellamento medievale. Secondo un altro storico locale, Vincenzo Belli[senza fonte], l'origine dell'abitato risalirebbe al V secolo, per il trasferimento in luogo più sicuro degli abitanti della città romana di Cereate, situata a poca distanza a nord-ovest. Il primo insediamento sarebbe sorto nella bassura a nord-est, odierna località Ciavaito.

All'inizio del VI secolo sul versante sud-occidentale del colle San Marco (località Bellezza) era sorto un monastero benedettino, dedicato ai santi Giovanni Battista e Evangelista, secondo la tradizione[senza fonte] fondato dallo stesso san Benedetto da Norcia, che avrebbe distrutto un tempio di Giano situato sul vicino Colianese. Dal monastero deriva il nome preso successivamente dalla località, di Monte San Giovanni.

Nel 1495 Carlo VIII di Francia occupò il territorio di Campagna e Marittima dello Stato Pontificio, distruggendo il castello di Monte San Giovanni Campano e l'anno successivo, nel 1496 il Ducato di Sora, pur riuscendo a difendere la valle del Liri dall'assedio di Prospero Colonna e Federico I di Napoli, perse però Esperia e Monte San Giovanni Campano.

Nel 1867 fu campo di battaglia della campagna dell'Agro romano per la liberazione di Roma, la campagna militare condotta dai volontari di Giuseppe Garibaldi con lo scopo di conquistare Roma.

Dopo il plebiscito del 1870 i territori dello Stato Pontificio, e quindi anche Monte San Giovanni Campano, entrarono a far parte del Regno d'Italia.

MONTE SAN GIOVANNI CAMPANO

di Oreste Marchionni

UN PO’ DI STORIA,

UN PO’ DI GEOGRAFIA,

Sulla nascita del Capoluogo che rappresenta il centro storico della Città ed attorno al quale, con il trascorrere dei secoli, si svilupparono gli altri nuclei abitati, esistono due versioni scaturite dagli studi dei due maggiori storici locali: Pio Valeriani e Vincenzo Belli.

VERSIONE DI PIO VALERIANI: La caduta dell’Impero Romano, le invasioni barbariche e la guerra greco-gotica provocarono la dissoluzione delle strutture esistenti e, di conseguenza, un profondo mutamento della vita sociale. Andarono in rovina il sistema di comunicazioni viarie, gli acquedotti, i sistemi di difesa fino ad allora validi e le popolazioni, perciò, furono costrette ad abbandonare le regioni più basse disposte lungo le vie per rifugiarsi in luoghi più alti, adatti alla difesa ed alla sicurezza. Solo verso la metà dell’VIII secolo questo nuovo modo di vita iniziò a dare i suoi frutti con l’affermazione di nuove istituzioni agrarie, un risorgente spirito associativo, la nascita di villaggi sotto la potente protezione dei Vescovi della Chiesa.

Il fenomeno dell’INCASTELLAMENTO è tipico delle regioni del nascente Stato Pontificio: esso incanalava l’impulso demografico e produttivo entro forme istituzionali. Sorsero così i CASTRA, posti sull’alto di colline e di dossi, spesso circondati da torrenti e da fiumi, muniti di cinte fortificate che proteggevano e controllavano le terre circostanti. La protezione dei signori e baroni riduceva a loro dipendenti gli abitanti che preferivano essere sottomessi in un luogo concentrato e fortificato che essere liberi in un insediamento aperto e disperso. È in questo contesto storico, politico e sociale che si inserisce l’origine della Città; il centro, edificato sulla sella che congiunge il Colle roccioso sul quale fu costruito il castello a difesa dell’abitato sottostante con il vicino Colle San Marco, fu chiamato CASTELFORTE, quasi ad indicarne la naturale posizione strategica.

VERSIONE DI VINCENZO BELLI: Pressappoco ove attualmente sorge Casamari, si estendeva Cereate, ricca città romana, che nel V secolo d.c. cominciò a subire i colpi delle invasioni barbariche. I Cereatini, dopo anni di eccidi e distruzioni, decisero di abbandonare la loro città per trovare rifugio sul colle distante qualche miglio verso sud-est, seminascosto e coperto da fitta vegetazione ed alla nuova residenza fu dato il nome di CASTELFORTE, come a designare la resistenza che il baluardo poteva offrire contro eventuali nuove incursioni. E’ da ritenere probabile che i contadini di Cereate si siano insediati nella sottostante bassura a nord-est, l’attuale Ciavaito, perché questa denominazione facilmente sarà derivata da Cereatino, come ricordo nostalgico di provenienza.

La discendenza dai Cereatini dei monticiani è dimostrata dal dialetto di questi, che non ha nulla in comune con quelli degli abitanti dei centri vicini, quali Boville Ernica e Veroli, per non dire altri. Il dialetto monticiano, infatti, non ha cadenza o flessione particolare, ma è dolce, piano e conserva molte parole di latino classico. Ciò si spiega con il fatto che i Cereatini, per l’importanza della loro città, avevano perduto la rozzezza primitiva. Anche la forma della ciocia, usata dai contadini monticiani fino a pochi decenni fa, era diversa da quelle dei paesi vicini, per cui si può ritenere che gli abitanti di Monte San Giovanni rappresentino un’isola etnica tra i discendenti degli Ernici e dei Volsci.

La seconda denominazione – Monte San Giovanni - deriva dal Monastero dedicato ai Santi Giovanni Battista ed Evangelista, edificato dai Benedettini a ridosso del versante sud-ovest del Colle San Marco, in località Bellezza, nei primi decenni del sesto secolo. È tradizione che lo stesso San Benedetto da Norcia passasse per Castelforte (come già detto, primo nome di Monte San Giovanni) e fondasse il Monastero per un duplice scopo: dare ai suoi frati un alloggio sicuro durante i loro trasferimenti da Subiaco a Montecassino e viceversa; convertire gli abitanti del luogo al Cristianesimo.

Proprio di fronte a Bellezza, infatti, a poche centinaia di metri, doveva esistere un tempio dedicato al Dio Giano (Ianus), il Dio bifronte dei Romani, su un colle che ancora oggi si chiama Colle Ianese, popolarmente Colianese (erroneamente trasformato negli anni ’50 del decorso secolo in Colle Senese). Il tempio forse fu distrutto dallo stesso San Benedetto che, al Dio bifronte dei Romani, sostituì i doppi Giovanni, corrispondenti Santi cristiani.

La storia del terzo nome – Monte San Giovanni Campano – inizia il 20 settembre del 1870, con l’entrata in Roma delle truppe italiane, allorquando veniva a cessare il dominio temporale dei Papi. Dopo il plebiscito del 2 ottobre successivo con il quale il Popolo Romano accettava l’unione delle Province Romane al Regno d’Italia, con il Decreto Reale num. 5903 del giorno 9 dello stesso mese, veniva sancito che Roma e le Province Romane costituivano la Provincia di Roma, divisa in cinque circondari: Roma, Viterbo, Frosinone, Velletri, Civitavecchia. Al Circondario di Frosinone appartenevano i Comuni di Frosinone, Alatri, Anagni, Ceccano, Ceprano, Ferentino, Guarcino, Monte San Giovanni, Paliano, Piperno, Sonnino, Vallecorsa, Veroli.

Il Decreto entrava in vigore il 5 novembre 1870. Da quel giorno ebbe inizio il caos postale per la nostra città; esisteva, infatti, con il nome di “Monte San Giovanni”, un altro paese nei pressi di Rieti e, quotidianamente, i disguidi postali arrecavano danni alla Pubblica Amministrazione, agli Enti ed ai privati. Si cominciò a discutere di porre un rimedio a tale grave inconveniente, fino a quando, il 17 luglio 1872, il Consiglio Comunale di MONTE SAN GIOVANNI, sollecitato dalle Superiori Autorità, deliberò di aggiungere al nome della Città l’aggettivo “CAMPANO”. Con Decreto Reale num. 1050 del 5 ottobre 1872, si autorizzavano alcuni Comuni della Provincia di Roma ad assumere le nuove denominazioni deliberate dai Consigli Comunali. Il Consiglio Comunale monticiano si riferiva all’appartenenza della nostra Città alla Provincia di “Campagna” dello Stato Pontificio a cui apparteneva prima della sua scomparsa. Nel 1926, con l’elevazione del Circondario di Frosinone a Provincia, Monte San Giovanni Campano, staccato dalla Provincia di Roma, fu aggregato a quella di Frosinone.

Il 12 e 13 giugno 2004, per iniziativa di un Comitato promotore formato dai ricercatori e studiosi di storia locale e da numerose altre personalità cittadine, si svolse il referendum per l’abolizione dell’aggettivo “Campano”, oggettivamente anacronistico e fuorviante, dal nome della Città. Oltre il 60% dell’elettorato monticiano, però, si espresse per il suo mantenimentio.

ILa Città è posizionata sulla destra del Fiume Liri, nel Lazio meridionale; dista meno di 100 Km. da Roma ed una ventina da Frosinone, Capoluogo di Provincia. Il suo vasto territorio, con una superficie di circa 4851 ettari ed un perimetro di quasi 53 Km., confina a nord con Sora e Veroli, ad ovest con Boville Ernica, a sud con Strangolagalli, a sud-est con il fiume Liri che la separa da Arce, Fontana Liri ed Arpino, ad est con Castelliri.

Il fiume Liri ha sempre rappresentato una linea di confine: tra lo Stato Pontificio ed il regno di Napoli fino al 1870 (ad eccezione di 30 anni e cioè dal 1471 al 1501, periodo durante il quale la Città fece parte del regno di Napoli ) e tra le province di Roma e di Caserta fino al 1926, anno di istituzione della provincia di Frosinone. La linea di confine tra lo Stato Pontificio ed il regno di Napoli era completata da 35 dei 649 cippi di pietra che, partendo dalla foce del fiume Canneto a Fondi, terminavano alla foce del fiume Tronto sull’Adriatico; tali cippi, di forma cilindrica, furono apposti nel 1846 e recavano incisi da una parte lo stemma dello Stato Pontificio, le Chiavi di San Pietro, dall’altro lo stemma dei Borboni, il Giglio. Molti di tali cippi sono ancora ben visibili.

LO STEMMA raffigura San Giovanni Battista che con la mano sinistra afferra la sua tipica Croce, ornata da una banderuola ondeggiante su cui è scritto “Ecce Agnus Dei”; l’effigie del Santo è accompagnata, sulla destra, all’altezza del capo, dai simboli della basilica papale (le Chiavi e l’Ombrello), mentre, in alto, vi sono gli ornamenti esteriori da città (corona con cinque torri).

IL PROTETTORE della Città è San Tommaso d’Aquino, che fu rinchiuso nel Castello paterno dai suoi familiari dal 1244 al 1245 allo scopo di distoglierlo dalla vocazione religiosa, la cui festa si celebra il 7 marzo; COMPATRONA è Maria Santissima del Suffragio, festeggiata nella Domenica in Albis.

È formato dal Capoluogo e da cinque frazioni: Anitrella, Chiaiamari, Colli, La Lucca, Porrino.

POPOLAZIONE RESIDENTE AL 31 DICEMBRE 2014

CITTADINI ITALIANI

MASCHI: 6519 - FEMMINE: 6481 - TOTALE: 13.000 - FAMIGLIE: 4933 - CONVIVENZE: 5.

CITTADINI STRANIERI

MASCHI: 294 - FEMMINE: 283 - TOTALE: 577.

CAPOLUOGO - CENTRO STORICO –

non si può parlare di Monte San Giovanni Campano

se non si conosce l’opera di Pio Valeriani

Sorge sopra una ridente collina all’altezza di 420 metri sul livello del mare. Ha aria purissima e balsamica per assoluta mancanza di elementi inquinanti. È formato da un nucleo fortificato, il Castello, e da un abitato che scende verso il basso ad anelli, con case addossate l’una all’altra con pareti esterne provviste di feritoie. La spiegazione dei vicoli bui tra due fila di case simili a camminamenti collegati da passaggi coperti e da scalinate ripide che scendono dalla rocca è data dallo storico ed urbanista francese P. Tourbet che, nella sua opera “Feudalesimo mediterraneo”, così scrive: “È questa forma originale di sviluppo che ha creato gli enormi villaggi a cupola caratteristici del Lazio Inferiore di cui Monte San Giovanni ne è l’esempio più suggestivo”.

Una poderosa cinta muraria risalenti all’XI secolo, della quale sono visibili solo pochi tratti, difendeva il lato nord-est, mentre gli altri versanti erano resi sicuri da strapiombi ed aspri pendii rocciosi. Lungo il perimetro dell’abitato sono dislocate trentasei torrette quadrate e cilindriche, quasi tutte, però, inglobate nelle case perimetrali o sommerse dalla vegetazione.

Le porte erano cinque di cui tre ancora visibili (Codardi, Rendola, Scrima), mentre le altre due (Valle e Rione), furono demolite per esigenze di circolazione.

PORTA DEI CODARDI O DELLA SCALETTA - La sua costruzione risale all’XI secolo e si trova a sud della Città. È un arco a tutto sesto che da un lato si inserisce nella cinta muraria, dall’altro poggia su un unico blocco di pietra. Le sue dimensioni sono modeste e presenta rusticità negli elementi tecnici e stilistici. Una antica tradizione popolare racconta che nel 1495, le truppe di Carlo VIII, che marciavano alla conquista di Napoli, misero Monte San Giovanni a ferro e fuoco e i soldati mercenari, che erano tra i difensori della Città, abbandonarono la lotta fuggendo da questa porta che da allora ricevette tale nome. Recentemente è stata rimaneggiata con gusti veramente offensivi in quanto gli antichi gradini di pietra sono stati sostituiti con una scalinata in cemento.

PORTA DELLA RENDOLA O DI SAN ROCCO – Risale al XIII secolo e si trova ad est. È attigua alla vecchia torretta di avvistamento sui cui ruderi venne costruita la Chiesa dedicata a San Rocco. È un arco a sesto acuto con mensole sporgenti e sono visibili le due cerniere di pietra in alto, mentre è crollata parte della muratura di rinfianco.

PORTA DELLA SCRIMA O “FOR DE PORTA” - A nord-est, incorporata in un fabbricato nel quale il Papa Adriano IV, al secolo Nicholas Breakspear, unico papa inglese della storia, trascorreva i periodi di riposo ed ancora in buone condizioni, si apre la porta della Scrima o “For de Porta” risalente anch’essa al XIII secolo. Costituisce l’unico esempio di doppio accesso con struttura planimetrica ad elle. La grande arcata a tutto sesto si affaccia sulla campagna dominando tutta la Valle del Liri fino ad Arpino, Sora, Isola del Liri, Castelliri. Derivò il suo nome perché eretta sul crinale spartiacque di Santa Giusta, Chiesa scomparsa.

PORTA DELLA VALLE - Costituiva l’accesso da sud-ovest. Era chiamata così perché, posta sulla valle del torrente Amaseno. Guardava la catena dei Monti Lepini ed Ausoni, le Valli del Sacco e del Liri, con le città di Ceprano, Strangolagalli, Pofi e Boville Ernica. Nel XIX secolo, con una decisione a dir poco incivile, fu abbattuta per la sistemazione dell’attuale strada che conduce in Piazza G. Marconi.

PORTA DEL RIONE - Era la più importante delle porte della Città, menzionata nel Catasto Gregoriano, in quanto si trovava nei pressi del Castello. Come per la Porta della Valle, venne barbaramente demolita agli inizi del XX secolo per allargare la sede stradale.

CHIESA COLLEGIATA “SANTA MARIA DELLA VALLE”

- SANTUARIO MARIANO -

È la Chiesa principale della Città. Il suo nome compare per la prima volta in un atto del 1186. Sul finire del XVI secolo, la Chiesa, che nel 1495 era rimasta distrutta dalle artiglierie di Carlo VIII, venne ricostruita dalle fondamenta, su disegno della Scuola del Bramante, dal Cardinale Innico d'Avalos D'Aragona ed inaugurata il 24 febbraio 1632 e cioè circa un mese prima dell'arrivo della Statua della Madonna del Suffragio.

Il 24 novembre 1773, il Papa Clemente XIV la elevava ad “Insigne e perpetua Collegiata” ed il Parroco assumeva il nome e la carica di “Arciprete”.

Nel 1862, l’accademico Virginio Vespignani, architetto della Camera Apostolica, approntava gratuitamente il progetto per l’ingrandimento e l’abbellimento della Chiesa che fu solennemente riconsacrata il 22 ottobre 1865.

Nel corso degli anni il tempio è stato oggetto di continui rifacimenti che l’hanno portato all’attuale splendore.

L’organo fu costruito dalla Ditta Angelo Morettini e Figlio di Perugia e installato nella cantoria nella primavera del 1856; ad esso si sono avvicendati insigni ed illustri Maestri quali Aldega e Clementi, accompagnandovi le esecuzioni di noti cantori delle Cappelle Romane che, immancabilmente, erano presenti nelle Feste in onore della Madonna del Suffragio.

La facciata è a due ordini di lesene: in quello superiore, caratterizzato da un coronamento a timpano, si apre un ampio finestrone con una moderna vetrata con l’immagine di San Giovanni Battista; l’ordine inferiore è ripartito in tre scomparti e comprende il portale con frontespizio che sporge leggermente in fuori, su cui è affissa la lapide commemorativa della sua costruzione. Sul fregio che corre sotto la cornice di raccordo dei due ordini spicca l’iscrizione: “Deiparae Virgini sub titulo Suffragii dicatum” (Dedicato alla Vergine Madre di Dio sotto il titolo del Suffragio).

L’interno risulta di una sola e maestosa navata, di magnifica architettura, con breve crociera che le dà la forma di croce latina; in essa si ergono, entro decorose cappelle, nove altari, il maggiore dei quali è ricco di marmi preziosi.

Nel mezzo dell'abside, all'altezza di circa quattro metri dal suolo, spicca un tempietto adorno di stucchi e di decorazioni in cui è religiosamente custodita la prodigiosa Immagine della Vergine Maria Santissima del Suffragio. Più in alto si apre un rosone con una vetrata che illustra l’Annunciazione. Sull'altare di San Giuseppe è collocata una tela ad olio del XVII secolo rappresentante la Vergine con il Bambino, San Giuseppe e San Francesco d'Assisi, opera attribuita al Cavalier d'Arpino.

Nel Battistero è rappresentato "Il Battesimo di Gesù" (anno 1957) opera del Maestro Manlio Sarra, nativo della Città. Gli affreschi della volta, tre dei quali raffigurano episodi dell’Antico Testamento: “Il Roveto Ardente”, “Storia di Ester”, “Elia in riva al mare”, risalgono al XIX secolo.

PORTA DI BRONZO DI PIAZZA MARCONI (entrata principale) - Nel 1974, per munificenza dell'Arciprete Don Raffaele Bottoni e di suo fratello Francesco, la vecchia porta lignea della Chiesa Collegiata fu sostituita con una porta di bronzo, opera insigne dello scultore Tommaso Gismondi di Anagni. È un complesso blocco di sculture ripartite in sei pannelli verticali ed uno orizzontale, concepiti come altrettanti quadri a veduta unica. Tema dell'opera è la devozione per la Madonna del Suffragio e per i Santi Patroni della Città. Nel pannello orizzontale, in alto, è rappresentata "La Grande Processione" della Madonna; al suo centro, chiave di volta di tutta la composizione, spicca l'immagine di Maria Santissima del Suffragio. Negli altri pannelli sono raffigurati: la Vergine dal viso dolce e sereno che trae dalle fiamme purificatrici del Purgatorio le anime dolenti che implorano il suo aiuto; San Tommaso d'Aquino, con alle spalle il Castello appena abbozzato, indica che l’unica fonte di luce per l’umanità sofferente è quella divina; la Sacra Famiglia cui fa da sfondo l’interno della Chiesa Collegiata; la Pietà che spicca con commovente drammaticità; l'Arcangelo Raffaele che tiene per mano Tobia; San Francesco d'Assisi in uno scarno paesaggio con alcuni suggestivi richiami (la Porziuncola, il lupo, gli uccelli); San Giovanni Battista nel deserto.

L’opera del grande scultore anagnino, che è pervasa da un vivo sentimento religioso, è contrassegnata da una genuina ispirazione e da una non comune coerenza stilistica che, certamente, accresceranno nel tempo l’ammirazione generale per essa.

PORTA DI BRONZO DI VIA VALLE (entrata secondaria) - Per la devozione di un anonimo concittadino, lo stesso che ha sostenuto la spesa per il restauro della Chiesa di Santa Margherita Vergine e Martire, lo scultore Pasquale Nava, nel laboratorio “Domus Dei” di Roma, nel 2007, ha realizzato la porta di bronzo per l’entrata della Chiesa Collegiata “Santa Maria della Valle” antistante Via Valle, a pochi metri da Piazza G. Marconi.

È composta di due battenti di cm. 56x225 ognuno ed ha sostituito l’ormai logora e quasi malandata porta di legno. La porta bronzea rappresenta l’apoteosi di quella Immagine – la Madonna del Suffragio - verso la quale l’intera Comunità di Monte San Giovanni nutre una straordinaria devozione non solamente per puro spirito religioso, ma perché Lei rappresenta l’autentica anima, il bene più prezioso, “la carta di identità” di Monte San Giovanni, come affermato da Augusto Cinelli nel libro di Fulgido Velocci “La Gran Madre Celeste”.

Nel pannello di destra la Vergine si presenta circondata dalle nuvole ed ha sotto i piedi tre Angeli: nelle braccia leggermente espanse, nelle mani aperte imploranti, nel panneggiamento, in tutta la persona, ma soprattutto nel volto di sovrumana bellezza, l’autore dell’opera, Pasquale Nava, ha saputo trasmettere quel “qualcosa” di unico che, forse, solo gli abitanti di Monte San Giovanni riescono a vedere con l’occhio dell’anima. La Sacra Immagine si stacca dal fondo sì con vigore, ma con estrema dolcezza e serena compostezza, come se fosse realmente mossa da quell’amore che solo un cuore di mamma che implora protezione per il figlio può provare. In basso campeggia lo stemma del compianto Vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino Mons. Salvatore Boccaccio. Nel pannello di sinistra, invece, sono raffigurati i volti dei Sommi Pontefici che si sono interessati a Lei: Urbano VIII, che il 28 marzo 1632 fece dono a Monte San Giovanni di un Bene così prezioso; Gregorio XVI, che il 2 marzo 1839 La proclamò Compatrona della Città; Pio IX, che il 3 maggio 1849 dichiarò “privilegiato in eterno” l’Altare Maggiore ove Lei è esposta alla pubblica venerazione ed il 2 febbraio 1866 concesse l’Ufficio proprio, rimandando la Festa con rito di prima classe alla domenica successiva della Festa di Ognissanti (impropriamente detta “Venuta della Madonna”); Benedetto XVI, che il 17 aprile 2004, ad un anno preciso dalla sua elezione al Soglio di Pietro, dette inizio ai suoi annuali festeggiamenti, rimanendo letteralmente estasiato per il sacro rito della sua “Discesa”. Nella parte bassa del pannello campeggia lo stemma di Benedetto XVI.

La porta in bronzo può essere considerata l’opera d’arte più importante della Chiesa Collegiata in quanto in essa, oltre alla palpitante vita interiore che l’artista le ha saputo infondere, predominano una armoniosa sensibilità lineare ed uno straordinario equilibrio scenico. E mentre l’Immagine di Maria Santissima del Suffragio crea un’atmosfera di pace sovrumana, l’umana severità dei volti dei Papi, coronati con i simboli di autorità del loro tempo, danno immediatamente l’idea della gravosa missione della Chiesa nel mondo, ma anche della unicità della loro importanza concessa direttamente da Cristo. Ed il tutto non finisce mai di stupire.

LE VETRATE - Nell’arte gotica assumono una grande importanza le vetrate, che sostituiscono le murature delle chiese romaniche nel visualizzare le sacre storie; esse filtrano la luce proveniente dall’esterno, determinando effetti cromatici quasi irreali ed aprono alla luminosità ed al fascino le buie costruzioni medioevali. Si coglie la loro bellezza osservandole dall’interno: inondate di luce, le composizioni cromatiche risaltano in contrasto con la penombra dell’ambiente e l’effetto delle immagini su vetro muta ad ogni variazione di luce.

Mentre in Europa settentrionale le vetrate sono numerosissime, estese ed i colori applicati molto accesi, con prevalenza dell’azzurro, del rosso e del giallo, in Italia sono meno utilizzate e dai toni molto sfumati perché il sole è troppo caldo e la luce troppo viva per rendere accettabili ampie superficie di vetri. Magnifico esempio di queste vetrate “settentrionali” è la cattedrale di Canterbury, in Inghilterra.

Nella Chiesa Collegiata di Monte San Giovanni ci sono quattro esempi di vetrate alla “Canterbury” e sei di tipo “italiano”.

Le finestre della Cappella del braccio sinistro del transetto, dedicata al Santissimo Sacramento, della Cappella del braccio destro, dedicata a San Tommaso d’Aquino, ed il rosone che si trova nella parte alta dell’Altare maggiore presentano tre vetrate stile “Canterbury” che la luce esterna illumina in modo sgargiante, luce che impreziosisce il tempietto ove è collocata la miracolosa Immagine di Maria Santissima del Suffragio; esse rappresentano la Natività (a sinistra), l’Annunciazione (al centro) e la Pentecoste (a destra) e furono commissionate dall’Arciprete Parroco Don Franco Quattrociocchi. In fondo alla Chiesa, sovrastante la tribuna dell’organo, fa bella mostra di sé un’altra vetrata dello stesso stile delle precedenti, raffigurante San Giovanni Battista, dono di Don Raffaele Bottoni, Arciprete parroco che precedette don Franco. Purtroppo questa vetrata ha creato un grave problema in quanto, essendo fissa, contrariamente a quella preesistente, impedisce l’aerazione della Chiesa e ciò crea non raramente problemi di respirazione a persone sofferenti quando nel Tempio si verifica un notevole afflusso di gente.

Nelle sei vetrate di tipo “italiano”, invece, i colori dalla tonalità smorzata come il grigio ed il giallognolo hanno il potere di attenuare la luminosità delle altre quattro, creando un ambiente veramente ascetico che invita l’animo alla preghiera; esse sono state ideate nel 2007 da Don Gianni Bekiaris, il quale ha voluto che ricordassero la storia religiosa di Monte San Giovanni e della Diocesi; in ogni vetrata, infatti, è rappresentato un Santo legato in una maniera o in un’altra alle due comunità ecclesiali ed è riportata una frase che caratterizza la vita di colui o di colei che in essa è rappresentato.

Ed ecco la descrizione delle vetrate:

Prima cappella a sinistra, dedicata a San Giovanni Battista (Fonte Battesimale): Il Santo raffigurato è San Francesco d’Assisi e la frase caratterizzante non poteva che essere “Pace e bene”; essa vuole essere un doveroso omaggio ai Padri Cappuccini che vivono nel Convento distante un paio di chilometri dal Centro Capoluogo dal 30 agosto del 1538.

Seconda Cappella a sinistra, dedicata a Sant’Antonio di Padova: la Santa raffigurata è Maria Fortunata Viti, monaca benedettina di Veroli, che per tre anni, durante la sua giovinezza, fu al servizio della famiglia Mobilj del Capoluogo; la frase è “Potenza e carità di Dio”.

Terza Cappella a sinistra, nella quale sono esposte le Sante Reliquie: al di sopra della scritta “Madre della Chiesa nostra” campeggia la figura di Santa Maria Salome, madre degli apostoli Giacomo e Giovanni, venerata a Veroli e Patrona della Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino.

Prima Cappella a destra, nella quale è esposto un SS. Crocifisso: la frase non poteva meglio delineare la Santa raffigurata, Edith Stein, Patrona d’Europa: “Olocausto gradito a Dio”; filosofa tedesca di religione ebraica ma convertita al Cristianesimo, Edith nel 1922, entrò nell’Ordine delle Carmelitane a Colonia, ma si trasferì in Olanda per sfuggire alle persecuzioni naziste; fu ugualmente catturata dai tedeschi ed internata nel campo di concentramento di Auschwitz ove morì nel 1942; tale vetrata vuole esprimere il ringraziamento più sincero alle Suore Teresiane per le quali non esistono parole che possano illustrare la loro feconda, materna, insostituibile opera che dal 1881 prestano al servizio della comunità di Monte San Giovanni.

Seconda Cappella a destra, dedicata alla Madonna Addolorata: “O beata solitudine, o sola beatitudine” sembra esclamare San Bernardo di Chiaravalle, fondatore dell’Ordine dei Cistercensi del quale la vicina Casamari è la Casa madre e di cui Monte San Giovanni è stato sempre un inesauribile serbatoio di frati, alcuni dei quali hanno rivestito, e rivestono tuttora, la prestigiosa carica di Abate (Dom. Nivardo Buttarazzi e Dom. Silvestro Buttarazzi).

Terza Cappella a destra, dedicata a San Giuseppe: In questa vetrata si riconosce Sant’Ambrogio, Patrono della Diocesi, centurione romano, che con la frase “Sangue fecondo per la Nostra Chiesa” ricorda il suo martirio a Ferentino sotto Diocleziano.

LA MADONNA DEL SUFFRAGIO

LA MADONNA DEL SUFFRAGIO costituisce, e costituirà forse per sempre, il faro più luminoso dell’intera popolazione di Monte San Giovanni Campano.

ESSA dal 1632 ad oggi, ininterrottamente, è parte integrante della vita stessa della Città, la “Carta d’identità” di Monte San Giovanni, come splendidamente affermato dal Prof. Augusto Cinelli.

“IL SIMULACRO”

Descrizione di Don Tommaso Mancini, Arciprete Parroco dal 1910 al 1948 della Chiesa Collegiata “San Maria della Valle”, ove è custodito dal 28 marzo 1632:

“Il taumaturgico simulacro della Madonna del Suffragio, donato ai nostri antenati dalla munificenza del Papa Urbano VIII, misura l’altezza di circa due metri e viene attribuito a celebre intagliatore lucchese, di cui si ignora il nome.

Sebbene la Collegiata di Monte San Giovanni faccia tesoro di sì insigne Simulacro fin dal 1632, pure è generale la convinzione che esso sia stato scolpito in epoca anteriore, ossia nel XV secolo, da valente artista di scuola fiamminga e ciò gli intendenti deducono dal suo stile.

Si afferma, inoltre, che Esso fosse rimasto per parecchio tempo esposto al culto in Roma, eccitandovi devozione ed operandovi prodigi.

È perfettissimo lavoro in legno che risponde a tutte le esigenze dell’arte per l’armonia delle proporzioni, per l’esattezza dei lineamenti, per la beltà del sembiante e per l’applicazione delle tinte, i cui toni sono delicatissimi ed indovinati a meraviglia. La Vergine si presenta in piedi, in una positura piena di maestà: ha il capo lievemente inclinato a destra e figge in alto gli occhi spiranti amore, tenerezza, bontà, come per far discendere dal cielo le grazie e le misericordie divine. Nel volto, di corretta forma ovoidale e di linee artisticamente pure a guisa di scultura greca, effulge una bellezza eterea, che, ammirata una volta, non può essere dimenticata, mentre lascia in fondo al cuore una soavità trascendente. Nello sguardo, poi, si ammira la bontà della madre che svisceratamente ama ed il sublime del rapimento celestiale.

All’atteggiamento di supplice mediatrice, che l’artista volle e seppe porgere all’immagine, danno maggiore risalto le mani lievemente espanse, come chi innalza a Dio i più teneri accenti d’invocazione. I piedi posano sull’emblematica luna cinta di graziose testoline di angeli, che formano un delicatissimo bassorilievo emergente dal primo piedistallo.

È pure degno di ammirazione l’artistico panneggiamento del manto, il quale, con molteplici pieghe, avvolge l’intera persona, lasciando di poco scoperta la veste nel seno e sopra i piedi.

Un Simulacro di tal fatta desta ammirazione nei devoti, suscita un fascino indicibile sui cuori e sublima le menti alla contemplazione di Colei che in esso è raffigurata”.

Attuale Arciprete Parroco è Don Giacinto Mancini.

IL CASTELLO

La costruzione del Castello risale alla fine del X secolo e comprendeva il Palazzo di cinque piani, due torri ed un sistema carcerario. Per la sua posizione strategica, ha svolto per secoli la funzione di difesa dei confini meridionali dello Stato Pontificio.

L’8 aprile 1157 il Conte d’Aquino, vassallo del Papa Adriano IV, come detto prima l’unico Papa inglese della storia, ne diventa il proprietario;

nel 1184 subisce gravi danni a seguito di un devastante terremoto;

dal 1244 al 1245 vi è rinchiuso San Tommaso d’Aquino;

nel 1440 il Marchese spagnolo Innico d’Avalos de Guevara sposa Antonella d’Aquino, ottenendone la proprietà;

dal 1471 al 1501 Antonella d’Aquino ed il marito Innico d’Avalos de Guevara cedono il feudo al re di Napoli Ferdinando I;

nel 1502 Cesare Borgia, il Duca Valentino, figlio del Papa Alessandro VI, lo riconquista e lo fa assegnare da suo padre al nipote Rodrigo di tre anni, figlio di sua sorella Lucrezia;

il secondo successore di Alessandro VI, Giulio II Della Rovere, il Papa guerriero che lotta per tutta la durata del suo Pontificato (dal 26 novembre 1503 al 21 febbraio 1513) per ingrandire e potenziare lo Stato Pontificio, eletto dopo la morte di Pio III il cui Pontificato dura solo 26 giorni, annulla tutte le infeudazioni borgiane e restituisce la Città, importantissimo feudo di frontiera, ai D’Avalos-d’Aquino che lo governano come feudatari Pontifici;

nel 1568, il Papa Pio V, in memoria della prigionia di San Tommaso d’Aquino, eleva il Feudo di Monte San Giovanni a Ducato e perciò Ferdinando Francesco II d’Avalos-d’Aquino diventa il primo duca della Città;

con un Breve del 15 luglio 1592, Clemente VIII concede a Monte San Giovanni lo straordinario privilegio, forse unico tra i numerosi feudi, ducati e signorie varie in cui è strutturata l’amministrazione indiretta dello Stato della Chiesa, di effigiare nello stemma civico le Chiavi Pontificie e l’Ombrello liturgico delle Basiliche;

nel 1595, lo stesso Papa Clemente VIII, rientra in possesso diretto delle Terre di Monte San Giovanni per rinuncia volontaria del Duca Alfonso d’Avalos-d’Aquino.

“E lo stesso Pontefice Clemente VIII (1592-1605), con un Breve emanato il 19 giugno 1595, sottrasse per sempre Monte San Giovanni dal Governo generale della Provincia di Campagna e pose a capo della Comunità un Governatore di nomina pontificia” (Pio Valeriani). Con tale atto il Papa sancisce la fine della secolare amministrazione territoriale indiretta della Città da parte dello Stato Pontificio e l’inizio di quella diretta che durerà, ininterrottamente, fino al 1870 e cioè fino alla sua annessione al Regno d’Italia;

il 28 marzo 1632, il Pontefice Urbano VIII dona a Monte San Giovanni quel Bene che ancora oggi, e lo sarà per sempre, è considerato il più prezioso dall’intera Comunità monticiana: l’Immagine della Madonna del Suffragio;

il 7 gennaio 1842 Gregorio XVI eleva Monte San Giovanni a rango di “Città”.

nel 1703 un forte terremoto causa gravi danni: le mura, nella parte superiore, rimangono talmente indebolite che è necessaria la demolizione dell’ultimo piano;

nel 1832 dalla Camera Apostolica passa ai Conti Lucernari;

nel 1870, dopo l’annessione al Regno d’Italia, è sede della Pretura mandamentale;

il 13 gennaio 1915, per un altro devastante terremoto, sono demoliti altri due piani del Palazzo;

nel 1942 è acquistato dal dr. Luigi Mancini che dà inizio ad importanti lavori di restauro; egli, inoltre, modifica quello che era il “giardino” del Castello, facendo costruire un edificio di stile rinascimentale accanto ai resti millenari del palazzo ducale.

Dopo la morte del dr. Mancini, il Castello è lasciato nel pieno abbandono dai suoi eredi subendo gravi danni, fino a quando, nel 1990, è acquistato dalla Famiglia di Francesco Mastrantoni che ha iniziato una encomiabile opera di restauro.

Nel Castello, oltre alla prigione di S. Tommaso d’Aquino, si possono ammirare due torri, le carceri, il sontuoso palazzo di stile rinascimentale, diversi altri edifici, un battistero ed ombrosi viali.

Del PALAZZO DUCALE è rimasto ben poco sia per gli eventi storici, sia per le avversità naturali. Era formato da cinque piani, ma gli ultimi tre furono demoliti a causa di terremoti.

Forse unico caso al mondo, il Palazzo era più alto della torre maschia. La facciata principale, a sud, si erge ancora oggi, pur mutilata, ampia ed ardita. I muri, in compatta pietra locale, sono larghi oltre due metri alla base ed hanno assunto, con il trascorrere del tempo, un suggestivo colore rosato.

Sotto il Palazzo, vi erano, e sono tuttora in buono stato, le SEGRETE E LE CARCERI, sulle cui pareti sono ancora visibili le scritta di dolore dei carcerati. Il piano superiore del carcere era adibito ad alloggio del carceriere ed attualmente sono in corso dei lavori per trasformarlo in una biblioteca.

La PRIGIONE DI SAN TOMMASO D’AQUINO è formata da due stanze, di cui, quella più interna, proprio quella della detenzione, è stata trasformata in Cappella dedicata al Santo. Si raggiunge salendo una ripida gradinata e si accede ad essa attraverso un elegante portale. La Cappella è di forma rettangolare con pareti lisce e pavimento di quadrelli di maiolica turchini e bianchi fatti a scacchi. L’altare è sormontato da un trittico del XVI secolo di scuola napoletana, dipinto su tavola, che rappresenta episodi della vita del Santo. Tutto il complesso, semplice e modesto, è pervaso da una straordinaria religiosità.

La TORRE MASCHIA (MASTIO) è a pianta quadrata e risale al XII secolo. Ha conservato notevoli dimensioni e la compattezza muraria è interrotta solo da rare aperture e dalla porta d’ingresso posta quasi a metà. È alta circa venti metri, ha mura spesse tre metri e trenta centimetri ed è circondata da un bastione a scarpata certamente di epoca posteriore per la presenza di aperture per bocche da fuoco.

Essa è prospiciente il PIAZZALE DI CORTE, il punto più alto del Centro storico, sul quale si erge l’elegante edificio del Bargello. Da esso si gode un incomparabile panorama: i monti Ernici, i Marsicani, quelli della Meta fin verso monte Cairo, gli Ausoni, gli Aurunci ed i Lepini.

A nord-est del complesso si innalza la TORRE PENTAGONALE che rappresenta un raro esempio di architettura medioevale. Si può riferire al XIII secolo e presenta una grande finestra acuta sulla fronte verso l’interno del Castello. È ripartita internamente in due vani sovrapposti, uniti da una scala tutta in luce, con preziosi mobili antichi di stile e provenienza varia.

Al di sotto della torre fa bella mostra di sé un elegante BATTISTERO.

Fra le due torri esisteva una comunicazione sotterranea e, al di sotto della Pentagonale, un passaggio sotterraneo che conduceva ad una uscita a quattrocento metri dal Castello.

Il sontuoso PALAZZO DI STILE RINASCIMENTALE si innalza ad una decina di metri dalla torre pentagonale e si presenta come un corpo a sé stante, senza alcun riferimento all’antico Maniero. In esso risaltano i saloni dei conviti, della musica, dei giochi e la taverna. Dall’atrio, uno scalone marmoreo conduce agli appartamenti nobili ove decorazioni, mobili e suppellettili sono di squisita fattura.

Una FONTANA davanti all’ingresso del palazzo con la statua di una donna con in mano la classica anfora ciociara, alberi ombrosi, silenziosi viali ed una piscina rendono ancora più accogliente il Castello.

CONVENTO DEI PADRI CAPPUCCINI

A due chilometri dal Centro storico, ad ovest, su una collinetta solitaria e suggestiva, sorge il Convento dei Padri Cappuccini. Fu costruito nel 1260, ma solo nel 1531, dopo essere stato completamente restaurato per opera della feudataria della Città Vittoria Colonna, moglie di Ferdinando d’Avalos, fu donato da Antonella dei Conti d’Aquino al nuovo ordine dei Frati Minori Cappuccini, insieme ad un terreno circostante.

Interessante e fornita la biblioteca che conserva molti preziosi incunaboli donati ai frati dal concittadino Giovan Thomaso Cimello, letterato e musicista del XVI secolo. Un altro concittadino, di nome Vetrano, lasciò un legato in denaro con il quale i frati costruirono la clausura.

Il convento, che aveva avuto momenti di splendore e notorietà specialmente quando la comunità era al completo (15 frati ed un numero imprecisato di laici), andò decadendo con la crisi delle vocazioni religiose. Alla fine della seconda guerra mondiale, durante la quale era stato occupato anche dalle truppe tedesche, era diventato pressoché inabitabile.

Nel 1961 venne inviato al convento Padre Francesco Cervoni da Boville Ernica il quale, con ammirevole fervore e intelligenti iniziative, riuscì a ristrutturarlo completamente.

Oggi si presenta ripristinato nelle sue antiche strutture e molto suggestivi sono il chiostro e la Chiesa dedicata ai due Giovanni (Battista ed Evangelista).

Oggi rischia la chiusura per mancanza di frati.

PALAZZO COMUNALE

La costruzione dell’edificio fu appaltata il 30 agosto 1787 dal Gonfaloniere della Città Tiberio Del Ferro, ma la costruzione fu ultimata solo nel 1820.

Dopo il 1870, l’interno del primo piano fu adibito a stazione dei carabinieri.

Per iniziativa del sindaco Pierluigi Raponi, nel 1950 furono costruite due grandi sale: quella al primo piano adibita a Sala consiliare; l’altra, a piano terra, intestata all’illustre concittadino Cimello, a sala per conferenze e teatro.

La sala consiliare, di forma rettangolare, molto vasta, con sette finestre stile gotico ed un balcone prospiciente Piazza G. Marconi, fu decorata nel 1958 dall’artista di Veroli Adolfo Mauti a spese dell’allora sindaco dr. Luigi Mancini. Lo stile sobrio e severo la rende solenne ed austera.

Sulla parete di fondo è affrescato il trionfo di San Tommaso d’Aquino, protettore della Città, mentre ai lati risaltano gli stemmi della Repubblica Italiana e della Famiglia Mancini.

Sotto il soffitto campeggiano tre grandi stemmi nei quali, in felice sintesi, è raccolta tutta la storia della Città: il primo della Famiglia d’Avalos-d’Aquino, feudatari della Città fino al 1595; il secondo della Chiesa (le Chiavi e l’Ombrello delle Basiliche) con San Giovanni Battista; il terzo quello pontificio di Gregorio XVI che, nel 1595, riportò la Città sotto la diretta amministrazione del Papato che durò fino al 1870.

Sulla parete di fondo una grande lapide marmorea riporta il “Breve” dello stesso Papa Gregorio XVI con il quale Monte San Giovanni veniva elevato a rango di Città.

Lunghi tavoli con scanni di legno e grandi lampadari completano il severo arredamento della Sala.

Nel piano terra si può ammirare un piccolo ma preziosissimo “Museo dell’Orologio”, donato alla sua città natia dal cav. Antonio Mastromattei, nativo della Frazione Colli, ma emigrato giovanissimo negli Stati Uniti d’America.

BIBLIOTECA COMUNALE

All’ombra del Palazzo ducale, nei locali dell’ex ospedale ristrutturato nel 1921 dall’ing. Salvatore Rebecchini, futuro sindaco di Roma, da qualche anno è stata aperta la Biblioteca comunale.

Nel 2007 essa è stata notevolmente impreziosita con l’acquisto di trenta stampe (Suffragia) raffiguranti episodi della vita di San Tommaso d’Aquino (“Vita Divi Thomae Aquinatis”), realizzate nel 1610 nella città belga di Anversa dall’incisore fiammingo Otto Van Veen o Vaenius, maestro di Rubens.

DESCRIZIONE DI ALCUNI AVVENIMENTI STORICI

LA TENTAZIONE DI SAN TOMMASO D’AQUINO

Il Doctor Angelicus fu tenuto prigioniero dai suoi familiari nel Castello della Città per due anni, dal 1244 al 1245, allo scopo di distoglierlo dalla vocazione religiosa.

Durante la prigionia, i suoi fratelli, prima di darsi per vinti, tentarono una via ritenuta infallibile: di notte, introdussero nella sua stanza una giovane donna saracena discinta e provocante, pensando che Tommaso non avrebbe resistito alla seduzione. Il giovane, però, riaffermando la sua ferma volontà di dedicarsi alla vita monastica, la scacciò con un tizzone ardente.

Superata la terribile prova, il Santo cadde in un sonno profondo, durante il quale due angeli lo cinsero con il cordone della castità. Lo liberarono, così, per sempre dagli istinti sessuali affinché potesse dedicarsi completamente agli studi teologici.

Nella parte del Castello sovrastante la Chiesa di Santa Margherita, si può ancora osservare la finestra dalla quale, secondo la tradizione, San Tommaso, aiutato dalle sorelle, si calò con una corda per sfuggire alla prigionia e raggiungere i suoi confratelli domenicani a Napoli.

SACCHEGGIO OPERATO DA CARLO VIII

Nel 1495, scese in Italia Carlo VIII, Re di Francia, alla conquista del Regno di Napoli, senza trovare ostacoli in tutta la Penisola. Solo a Firenze si ebbe l’episodio di Pier Capponi.

In febbraio, giunto nei pressi del Castello di Monte San Giovanni, incontrò, invece, una fiera resistenza, piegata solamente dalle nuove artiglierie poste sulla collina di fronte ed usate per la prima volta in operazioni di guerra. Occupato il Castello, le truppe di Carlo VIII si abbandonarono al saccheggio, distruggendo l’intera Città e massacrando difensori, donne e bambini. I morti furono oltre settecento.

La distruzione del Borgo da parte dell’esercito di Carlo VIII nel 1495 è ricordata da Francesco Guicciardini nella sua “Storia d’Italia”.

“Andò di poi l’esercito al Monte San Giovanni, terra del Marchese di Pescara, posta in su i confini del regno nella medesima Campagna, la quale, forte di sito e di munizioni, non era meno munita di difensori perché vi erano dentro trecento fanti forestieri e cinquecento abitanti dispostissimi a ogni pericolo, in modo si giudicava non si dovesse espugnare se non in ispazio di molti dì. Ma i Franzesi, presente il Re, avendolo battuto con l’artiglieria, poche ore gli dettero con tanta ferocia la battaglia che, superate tutte le difficoltà, l’espugnarono per forza il dì medesimo; dove per il furore loro naturale e per indurre con questo esempio gli altri a non ardire di resistere, commessoro grandissima uccisione. E dopo aver esercitato ogn’altra specie di barbara ferità, incrudirono con gli edifici col fuoco. Il qual modo di guerreggiare, non usato per molti secoli in Italia, empiè tutto il Regno di grandissimo terrore”.

EPISODIO DELLA CASINA VALENTINI

Durante la breve campagna garibaldina del 1867 per risolvere direttamente la questione romana, conclusasi tragicamente a Mentana il 26 ottobre, una compagnia di garibaldini comandata dal maggiore Raffaele De Benedetto, palermitano, marciava verso Monte San Giovanni senza alcuna precauzione. Era convinta che il Centro storico fosse completamente libero dalle forse papaline.

Improvvisamente, però, una nutrita scarica di fucileria colse alla sprovvista i volontari causando alcuni morti. Contemporaneamente, subivano l’assalto di altri numerosi soldati papalini, meglio conosciuti come “zampitti”.

Il comandante ordinò ai suoi ventinove uomini rimasti di raggiungere una vicina costruzione, la Casina Valentini, con la speranza di una migliore difesa e dell’arrivo dei rinforzi. I pontifici, in numero di quattrocento, circondarono la Casina dando inizio ad una intensa sparatoria, ma la resistenza dei garibaldini non accennava a diminuire. Con l’aiuto delle tenebre, gli assedianti si avvicinarono alla casa dando fuoco a paglia e rami secchi. Il fumo costrinse i garibaldini ad uscire e ventitré di essi furono uccisi, a cominciare dal maggiore De Benedetto ed al capitano Bernardi.

I prigionieri furono portati in piazza per essere fucilati, ma tutti i cittadini chiesero la grazia per quegli eroici combattenti che, perciò furono risparmiati.

I garibaldini morti, ritenuti scomunicati, non furono sepolti all’interno della Chiesa di San Pietro Fuori le Mura, come si usava allora, ma nelle sue immediate vicinanze. Solo dopo il 1870 furono traslate nella fossa comune all’interno della Chiesa, mentre le salme del maggiore De Benedetto e del capitano Bernardi furono rilevate dai congiunti.

Il Comando Generale della Legione Garibaldina così definisce lo scontro:

Uno dei più gloriosi episodi della campagna garibaldina del 1867, non inferiore a quello di Villa Glori”.

CAPOLUOGO DI MONTE SAN GIOVANNI CAMPANO

- UNO DEI 130 BORGHI PIÙ BELLI D’ITALIA –

In data 16 luglio 2007, per esclusiva mia iniziativa, il Presidente del Club “I Borghi più belli d’Italia” - Dott. Fiorello Primi - comunicò al Sindaco di Monte San Giovanni Campano - Avv. Antonio Cinelli - che, a seguito della perizia effettuata, il Consiglio Direttivo del Club, nella seduta del 22 giugno 2007, aveva ritenuto Monte San Giovanni Campano idoneo a far parte del Club da lui presieduto.

Questo il testo della lettera (prot. Num. 102/07):

“Egregio Signor Sindaco,

ho il piacere di comunicarLe che, a seguito della perizia effettuata, il Consiglio Direttivo del Club, nella seduta del 22 giugno u.s., ha ritenuto il Suo Comune idoneo a far parte del Club de “I borghi più belli d’Italia”.

La perizia effettuata ha messo in evidenza alcuni fattori di detrazione del Borgo che di seguito Le elenco e per i quali va pianificata una graduale eliminazione:

- rifacimento e potenziamento della segnaletica stradale;

- insegne pubblicitarie nel centro storico: attuare al più presto il progetto di rimozione e di rifacimento di quelle in plastica ed a bandiera;

- rimuovere i camini in latta e acciaio e sostituirli con quelli in mattone;

- programmare la sostituzione di serrande e saracinesche in ferro dei negozi;

- proporre, con adeguate misure, la sostituzione degli infissi in alluminio;

- ottenere un accordo con l’ENEL e TELECOM per la eliminazione dei fili elettrici e telefonici aerei;

- sostituire le tegole rosse sul tetto del municipio e di alcune altre case con coppi antichi;

- regolamentare l’installazione delle antenne TV e delle parabole;

- preparare un piano tinteggiatura delle case;

- installare una nuova cartellonistica.

Appena possibile Le invieremo il logo ufficiale del Club che dovrà essere inserito sia sulla carta intestata del Comune, sia sulla homepage del sito Internet del Comune.

Le suggerisco di dare la massima diffusione, anche attraverso iniziative e comunicati stampa, alla notizia dell’entrata del Suo Comune del Club.

Cordiale saluti

Fiorello Primi”

LE FRAZIONI

ANITRELLA: Sulla sponda destra del “Verde Liri”, antico confine fra lo Stato Pontificio ed il Regno di Napoli, nel 1831 sorgeva Anitrella, la più giovane frazione di Monte San Giovanni, che trae il suo nome dall’Anitra impressa sulla carta filigranata prodotta dalla Cartiera Lucernari. In quell’anno, la famiglia dei Lucernari rilevò dalla Camera Apostolica un comprensorio molto vasto che iniziava dalla Contrada Mentrella per terminare ai confini con Ceprano, nella piana di Campolarino. I Lucernari stabilirono la loro residenza sulla sponda del Liri dove c’è il massimo restringimento del fiume, il cosiddetto Raio, che termina nel laghetto Vitarello; qui sorse la cartiera attorno alla quale iniziò la crescita del primo nucleo abitato.

Grazie alla presenza della cartiera, delle altre attività artigiane collaterali ed alla realizzazione di nuove vie di comunicazione (importantissimo il ponte sul fiume Liri che congiungeva la Provincia di Roma con quella di Caserta, fatto costruire nel 1873 dai Lucernari), Anitrella ha avuto modo di crescere ed inserirsi in un contesto socio-economico più vasto, estendendo il centro abitato senza deturpare il paesaggio affascinante per una rigogliosa vegetazione.

Il 26 luglio, nella frazione, si festeggia la Festa di Sant’Anna che per la sua grandiosità richiama molti fedeli.

CHIAIAMARI: È situata ad est del Capoluogo, lambita dal fiume Liri, sulla direttrice Monte San Giovanni-Anitrella. Una ininterrotta tradizione vuole che il nome della Frazione sia derivato dal fatto che qui avrebbe avuto i natali Caio Mario, sette volte Console romano. Il territorio è prevalentemente agricolo, abitato da famiglie agiate e laboriose, emigrate dal centro urbano nella seconda metà del XVIII secolo.

Grande influsso sull’economia di Chiaiamari ha esercitato la strada che collega Anitrella alle Colonnette fatta costruire nel 1872 dal Conte Valentino Lucernari.

Agli inizi del 1985, con la demolizione di un vecchio edificio sul fianco sinistro della Chiesa, veniva realizzato un largario che è diventato il centro nevralgico della vita sociale degli abitanti.

La Chiesa parrocchiale è dedicata alla “Madonna del Pianto Amaro”, la cui festa annuale si celebra nell’ultima domenica di agosto.

Due eroici figli di Chiaiamari furono decorati di Medaglia d’argento al Valore Militare: il Caporale Achille Giona e il Rev. Don Pasquale Buttarazzi.

Altri due, invece, hanno rivestito la prestigiosa carica di Abate di Casamari: Dom. Nivardo Buttarazzi e Dom. Silvestro Buttarazzi.

 L’esposizione ad est (verso Gerusalemme), la toponomastica dei luoghi (Sione, Giona, Sant’Elia, Monte Rendola, la stessa denominazione del quartiere ebraico del Capoluogo), i cognomi più diffusi e tanti altri particolari che in questa sede è inutile specificare, fanno avanzare una ipotesi veramente originale sulla storia e sullo sviluppo della Frazione e cioè, che ci sia stata, come nel Capoluogo, una importante presenza ebraica. Su tale ipotesi ho scritto un opuscolo veramente interessante..

COLLI: È la più antica Frazione di Monte San Giovanni. “Adagiata sul crinale di una collina, declina, sul lato sinistro verso il Liri, già confine dello Stato Pontificio con il Regno di Napoli, e sul lato destro verso il torrente Amareno” (Mons. Giovanni Battista Proia). La storia di Colli è legata a quella di Canneto, città antichissima, oggi scomparsa e che fa parte del suo comprensorio. Il territorio di Canneto sarebbe stato adibito a necropoli e ad area sacra di Satrico, fiorente città smembrata dai Romani nel 219 A.C. perché alleata con i Sanniti. “Gli antenati dè Colli, in numero di quindici famiglie scampate dalla rovina dell’antica città di Canneto, loro patria, si ricoverarono nelle grotte ridotte ad abituri” (Arciprete Marra – documento del 1863). In seguito cominciarono le prime ricostruzioni di case sulle collinette sovrastanti la piana di Canneto, formando così, con il trascorrere del tempo, quel lungo agglomerato di edifici che prese il nome di Colli.

La Chiesa di Canneto viene menzionata per la prima volta nella Bolla del Papa Gregorio VII nel 1081; accanto ad Essa, il 16 maggio 1982, veniva inaugurato il “Monumento alla Vita”, in bronzo, dello scultore di Colli Elio Marra, raffigurante una madre con il bimbo in braccio. La Chiesa principale di Colli, eretta a Parrocchia nel 1606, è dedicata a San Lorenzo, la cui festa cade il 10 agosto. Per 55 anni, fino al 3 febbraio 2004, giorno della sua morte, il Parroco è stato Don Mario Bruni; il suo successore è il giovane sacerdote francese Don Dominique Roux de Lorcay.

Un benemerito figlio di Colli, Mons. Giovanni Battista Proia, Canonico della Basilica di San Giovanni in Laterano di Roma, ha donato alla sua frazione una Biblioteca ed un Museo ed ha fondato un’Associazione Culturale.

LA LUCCA: È situata a sud del Capoluogo. In epoca romana esisteva nella zona la città di “Luca dei Volsci” alla quale appartenevano l’Ararsa, Monte di Fico e Sasso in territorio di Boville. Il centro urbano sarebbe stato situato a Monte di Fico, mentre l’Ararsa era la necropoli, come risulta dagli avanzi fittili (di argilla) sparsi nella zona.

Tito Livio, nelle sue “Storie” racconta che nel 300 A.C. “ambasciatori di Falvaterra e di Luca dei Volsci furono mandati a Roma per essere accolti sotto la sua protezione: se i Romani si fossero impegnati a difendere le due città dai Sanniti, esse sarebbero rimaste fedeli e obbedienti sotto il dominio del popolo romano”.

La fine di Luca potrebbe essere avvenuta nel II secolo A.C. e le ipotesi della sua distruzione possono ricercarsi nel saccheggio operato da Annibale oltre il Liri.

La Frazione, eminentemente agricola, è ripartita in numerosi agglomerati; con l’apertura della strada che dal Capoluogo conduce a Strangolagalli e che attraversa tutto il comprensorio e con le numerose altre vie aperte in seguito, la Frazione ha subito una radicale trasformazione, facendo registrare un non indifferente progresso sociale ed economico.

La Chiesa, eretta a Parrocchia nel 1965, è dedicata alla Vergine Maria SS. Immacolata, la cui festa viene celebrata nella seconda domenica di agosto.

PORRINO: La Frazione, situata a nord del Capoluogo, sulla via Mària, sino al 1870 era l’ultimo lembo del territorio dello Stato Pontificio. Il confine era delimitato da numerosi cippi messi in opera nel 1847 e tuttora visibili, con le Chiavi di San Pietro incise sulla parte rivolta verso lo Stato Pontificio e con il Giglio borbonico su quella che guardava verso il Regno di Napoli. L’indicazione dei confini, purtroppo, finiva per agevolare briganti e contrabbandieri che, nelle loro illecite attività, passando la linea di demarcazione, si mettevano al sicuro dalle polizie dei due Stati; molti gravi episodi dell’infame attività dei fuorilegge procuravano danni e morti alla inerte e laboriosa popolazione di Porrino. La popolazione è dedita prevalentemente all’agricoltura ed al commercio (notevole quello delle carni suine lavorate).

La Chiesa principale è dedicata alla Madonna del Buonaiuto, sotto la cui invocazione, nel 1883, veniva fondata una Confraternita molto numerosa ed attiva e la cui Festa viene celebrata nella seconda domenica di settembre. E’ sotto la giurisdizione parrocchiale di Casamari. Un edificio prospiciente il bivio per i Capoluogo è oggi abitato dalle Suore Salvatoriane che svolgono la loro preziosa attività a favore dei bimbi e delle giovani locali. Sul confine fra Monte San Giovanni e Veroli, quasi ai margini della Mària, si trova la Chiesetta dedicata alla Madonna del Reggimento, la cui costruzione risale alla fondazione del Monastero di Casamari, verso la quale si nutre una particolare devozione.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

  • L'antica "Chiesa di S. Pietro" nel Capoluogo
  • La Chiesa Collegiata - Capoluogo -
  • L'antica Chiesa di Canneto.
  • La chiesa di San Lorenzo.
  • La chiesa di Sant'Antonio

Architetture militari[modifica | modifica wikitesto]

  • Castello di Monte San Giovanni Campano. Il castello, risalente alla fine del X secolo appartenne ai conti d'Aquino e tra il 1244 e il 1245 vi fu rinchiuso san Tommaso d'Aquino. Per la sua posizione strategica, ha svolto, per secoli la funzione di difesa dei confini meridionali dello Stato Pontificio. Fu distrutto dalle truppe di Carlo VIII nel 1495 e subì gravi danni nei terremoti del 1703 e del 1915, che costrinsero a demolire i tre piani superiori. Di proprietà privata, è stato restaurato a partire dal 1990. Comprende il palazzo ducale con le carceri sotterranee e con le stanze dove venne tenuto prigioniero san Tommaso, una delle quali trasformata in cappella, una torre maschia a pianta quadrata del XII secolo e una torre pentagonale del XIII secolo. Al castello vero e proprio fu aggiunto un palazzo rinascimentale, che costituisce un edificio separato, con fontana davanti all'ingresso.

Siti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

  • Sito archeologico di Pozzo Faito.
  • Sito archeologico di Canneto.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[4]

Religione[modifica | modifica wikitesto]

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

  • Festa patronale, festeggiata il 7 marzo.
  • "Festa della Madonna del Suffragio" festeggiata la domenica in Albis. Caratterizzata da una grandiosa processione e dalla imponente fiera di merci e bestiame. Termina dopo 7 giorni di festeggiamento "Mariano" il giorno denominato dell'Ottavario con la risalita dell'effigie nella sua nicchia. Si conclude con un tripudio di fuochi pirotecnici.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Musei[modifica | modifica wikitesto]

  • Museo Ex Ospedale SS. Crocifisso, che espone opere di Luigi Centra.
  • Museo dell'Associazione Culturale Colli.

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

  • Sagne e fagioli
  • Fedelini, sottilissime fettuccine, condite con sugo di ragù

Persone legate a Monte San Giovanni Campano[modifica | modifica wikitesto]

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Industria[modifica | modifica wikitesto]

Fa parte del Distretto tessile della Valle del Liri, un distretto industriale specializzato nell'industria tessile.

Turismo[modifica | modifica wikitesto]

Fa parte dei borghi più belli d'Italia.

Artigianato[modifica | modifica wikitesto]

Tra le attività artigianali più tradizionali, diffuse e rinomate vi sono l'arte del ricamo e del merletto.[5]

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Strade[modifica | modifica wikitesto]

Tramite la strada regionale 214 Maria e Isola Casamari (SR 214), già strada statale, è collegato a Frosinone ed ai centri della valle del Liri.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Nella riorganizzazione amministrativa che seguì l'annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia,[6], Monte San Giovanni costituì un mandamento del circondario di Frosinone.

Per distinguerlo da Monte San Giovanni in Sabina nel 1872 fu aggiunto al nome della città l'aggettivo "Campano" in ricordo dell'appartenenza della città alla provincia di Campagna e Marittima dello Stato Pontificio[7].

Nel 1927 Monte San Giovanni passò dalla provincia di Roma alla provincia di Frosinone.

Il 13 giugno 2004 ebbe luogo, con esito negativo, un referendum popolare per il ritorno al nome di "Monte San Giovanni" con l'abolizione dell'appellativo "Campano"[8].

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Discipline[modifica | modifica wikitesto]

  • A.S.D. Città di Monte S.Giovanni Campano, la locale squadra di calcio, attualmente militante nel campionato di Eccellenza.
  • " A.S.D Colli La Lucca " , la squadra di calcio della frazione più grande di Monte San Giovanni Campano, Colli ,che milita attualmente in Terza Categoria
  • " Associazione Sportiva Stella Azzurra di Porrino
  • A.S.D. VIS M.S.G.C. scuola calcio e pallavolo per i ragazzi

Impianti sportivi[modifica | modifica wikitesto]

  • Stadio San Marco, utilizzato per le partite di calcio dell'A.S.D. Monte S.Giovanni Campano.
  • Stadio Liri, utilizzato per le partite di calcio dell'Anitrella.
  • Stadio Margherito a Colli
  • "Piscina Comunale"

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2014.
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ Geoportale Nazionale
  4. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  5. ^ Atlante cartografico dell'artigianato, vol. 2, Roma, A.C.I., 1985, p. 19.
  6. ^ Decreto reale n.5903 del 9 ottobre 1870, entrato in vigore il 5 novembre.
  7. ^ Delibera del consiglio comunale del 17 luglio 1872 e autorizzazione con decreto reale n.1050 del 5 ottobre 1872.
  8. ^ Le variazioni della denominazione di alcuni comuni dell’alta Terra di Lavoro, www.cassino2000.org. URL consultato il 18-11-2009.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Monte San Giovanni dal 2001, di Pio Valeriani, 2001.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN266023881