Caduta della Repubblica di Venezia

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I territori della repubblica di Venezia alla vigilia della caduta, nel 1796.

La caduta della repubblica di Venezia è l'evento storico che, nel 1797, pose fine alla storia della serenissima repubblica.

Quadro storico e antefatto[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione francese, Età napoleonica e Prima coalizione.

L'episodio si inquadra nell'ambito degli sconvolgimenti politici prodotti dalla Rivoluzione francese (presa della Bastiglia del 14 luglio 1789) e dalle guerre rivoluzionarie francesi, scoppiate con l'entrata in guerra dell'Austria il 20 aprile 1792.

La decapitazione del re di Francia Luigi XVI, il 21 gennaio 1793, spinse numerosi stati europei a riunirsi nella Prima coalizione, con l'intento di reprimere il fenomeno rivoluzionario.

Il pretendente al trono di Francia, il conte di Lilla Louis Stanislas Xavier, riparò per un periodo, nel 1794, a Verona, ospite della repubblica di Venezia. Il fatto provocò le vive proteste dei rappresentanti francesi, tanto che il diritto d'asilo venne revocato e, il 21 aprile, Louis lasciò Verona, chiedendo, per protesta, che il suo nome fosse cancellato dal libro d'oro della nobiltà veneziana e che gli fosse restituita l'armatura di Enrico IV, conservata a Venezia[1]. L'allontanamento di Luigi spinse inoltre molte corti europee a manifestare il proprio disappunto al governo veneziano.

Nel 1795, con la Costituzione dell'anno III, la Francia pose fine all'epoca del Terrore e instaurò il governo di un Direttorio, che pianificò una grande offensiva a tenaglia contro le forze della coalizione nemica: un attacco principale avrebbe investito da ovest gli Stati del Sacro Romano Impero che attraversano il Reno, mentre una spedizione di disturbo avrebbe colpito gli austriaci e i loro alleati da sud, attraverso il Norditalia[2].

La conduzione della campagna italiana venne affidata al giovane e promettente generale Napoleone Bonaparte (aveva allora ventisette anni). Questi nell'aprile 1796 attraversò con quarantacinquemila uomini le Alpi per scontrarsi con le forze austro-piemontesi[2].

La vittoriosa campagna travolse il Regno di Sardegna e il Ducato di Milano, controllato dagli Imperiali. Il 9 maggio l'arciduca Ferdinando, governatore di Milano, riparò con la famiglia a Bergamo, in terra veneziana. Sei giorni dopo, il 15 maggio, Napoleone entrò a Milano, costringendo Vittorio Amedeo III di Savoia a firmare l'umiliante pace di Parigi, mentre gli asburgici ripiegavano nella difesa del principato vescovile di Trento. Il 17 maggio anche il Ducato di Modena dovette accettare la firma di un armistizio.

Il giovane generale francese Napoleone Bonaparte.

Nel corso del conflitto la repubblica di Venezia aveva mantenuto l'ormai tradizionale posizione di neutralità, ma i suoi territori si trovavano a questo punto nel pieno della direttrice d'avanzata dell'esercito francese in direzione di Vienna, dopo che la Francia, il 20 maggio, aveva denunciato l'accordo armistiziale riprendendo le ostilità[2].

L'occupazione della terraferma[modifica | modifica wikitesto]

L'arrivo dei francesi nella Lombardia veneziana[modifica | modifica wikitesto]

All'avvicinarsi dell'esercito francese, già il 12 maggio 1796 il Senato della serenissima aveva istituito un provveditore generale per la Terraferma, con l'incarico di sovrintendere a tutti i magistrati delle province (i reggimenti). Ma lo stato delle difese era disastroso: scarsi gli armamenti, cattiva la manutenzione delle fortificazioni. Le terre della Lombardia veneziana vennero presto invase dalle masse di profughi in fuga dalla guerra, dalle truppe austriache sbandate o in fuga, cui si aggiunsero in breve le prime infiltrazioni di contingenti francesi. A stento le autorità veneziane riuscirono a distogliere prima gli austriaci del generale Kerpen, poi i francesi di Berthier al loro inseguimento, dall'attraversare Crema. Giunse infine in città lo stesso Napoleone, portando una proposta di alleanza tra la Francia e Venezia, cui però non venne data risposta.

Sia il governo sia le autorità di terraferma, in considerazione del cattivo stato delle difese, opposero una blanda resistenza all'attraversamento del territorio veneto da parte degli austriaci in fuga. Venezia oppose però un fermo diniego alle richieste dell'ambasciatore imperiale di fornire, seppur segretamente, viveri e magazzini alle forze asburgiche. In breve, comunque, la situazione si fece critica per la repubblica: non solo la Lombardia, ma lo stesso Veneto erano minacciati. Prima il comandante in capo austriaco, generale Beaulieau, si impadronì con l'inganno di Peschiera, poi, il 29 maggio, la divisione francese del generale Augereau entrò a Desenzano[2].

La notte tra il 29 e il 30 maggio Napoleone attraversò in forze il Mincio, mettendo in fuga il nemico verso il Tirolo: alle lagnanze della serenissima, che per bocca del provveditore generale Foscarini lamentava i danni portati dalle truppe francesi al loro passaggio, Bonaparte rispose minacciando di mettere a ferro e fuoco Verona e di marciare su Venezia, accusando la repubblica di aver favorito l'Imperatore, non dichiarando guerra dopo il fatto di Peschiera e avendo concesso ospitalità al pretendente francese Luigi[3].

L'apertura dei territori veneti alle truppe di Napoleone[modifica | modifica wikitesto]

La Porta Nuova di Verona, città in cui il 1º giugno 1796 fu concesso l'ingresso alle truppe di Napoleone.
Il castello di Brescia, occupato dai francesi il 31 luglio 1796.

Il 1º giugno il provveditore Foscarini, desideroso di non provocare ulteriormente Napoleone, acconsentì all'ingresso dei soldati francesi in Verona[3]: le terre di Venezia divennero così campo di battaglia tra gli opposti schieramenti, mentre in molte città si venne progressivamente a creare una difficile condizione di convivenza tra le truppe veneziane, gli occupanti francesi e la popolazione locale.

Di fronte all'impellente minaccia, il Senato impose contribuzioni, ordinò il richiamo della flotta, la coscrizione delle cernide dell'Istria e istituì l'ufficio Provveditore generale alle Lagune e ai Lidi allo scopo di coordinare le misure difensive necessarie ed assicurare la sicurezza della capitale nella persona dell'Ammiraglio Giacomo Nani, coadivuato da Tommaso Condulmer[3].

Fu, infine, deciso di inoltrare una nota di protesta al Direttorio per la violazione della neutralità e di inviare due Savi del Consiglio presso per incontrare Napoleone e rassicurarlo sulle buone intenzioni della Repubblica: Bonaparte informò gli incaricati della possibilità di offrire l'indipendenza a Milano, dichiarò di considerare chiuso l'incidente di Peschiera e richiese a Venezia la consegna di 20.000 fucili[3].

Più fosche furono le relazioni degli Inquisitori di Stato i quali informarono il Senato della certa volontà del Bonaparte di impadronirsi della fortezza di Legnago per controllare la navigazione del fiume Adige e la piazzaforte di Mantova, ancora sotto il controllo austriaco[3].

Il 5 giugno, a Brescia, i rappresentanti del re di Napoli, Ferdinando, firmarono l'armistizio con Napoleone. Il 10 giugno giunse in fuga a Venezia il Duca di Parma Ludovico di Borbone. Il 12 giugno Napoleone invase anche la Romagna, appartenente allo Stato Pontificio, che il 23 giugno dovette accettare l'occupazione delle legazioni settentrionali. I francesi acquisirono così il controllo del porto di Ancona.

A quel punto, la comparsa di legni armati francesi nell'Adriatico spinse Venezia a rinnovare l'antichissimo decreto che proibiva l'ingresso di navi straniere armate nella laguna di Venezia, provvedendo a informarne rapidamente Parigi. Vennero poi allestite flottiglie e fortificazioni lungo tutta la gronda lagunare e i canali, per bloccare qualsiasi accesso dalla terra e dal mare. Scriveva in proposito il 5 luglio il Provveditore alle Lagune, ricordando la vittoriosa guerra di Morea contro i Turchi:

«Mortifica il mio animo il vedere che un secolo solo dopo quell'importante epoca, siano VV.EE. ridotte a pensare alla difesa del solo estuario, senza pensare di rivolgere il pensiero neppur una linea fuori dal medesimo.»

(Giacomo Nani, Provveditore generale alle Lagune e ai Lidi.)

Venezia sembrava infatti ormai dare per perduta, come all'epoca della lega di Cambrai, la terraferma. Senza però risolversi a smobilitarla definitivamente per raccogliere le forze. Anzi, sotto l'incitamento dello stesso provveditore alle lagune, il governo fu sul punto di ordinare la mobilitazione e di affidare il comando delle forze di terra al duca Guglielmo di Nassau, ma, vi rinunciò per effetto delle congiunte opposizioni austriache e francesi.

Verso la metà di luglio le truppe francesi vennero acquartierate nelle città di Crema, Brescia e Bergamo, per consentire la separazione tra francesi e Imperiali, giunti a una tregua. Al contempo trattative diplomatiche cercavano di spingere Venezia ad accettare un'alleanza congiunta con la Francia e l'Impero ottomano contro la Russia, rompendo la neutralità[4]. La proposta fu presa in considerazione dai Savi ma respinta ufficialmente il 22 luglio per timore della reazione contraria delle popolazioni greche e dalmate - ostili ai turchi - e a causa delle notizie dei preparativi del generale von Wurmser, in vista di una controffensiva austriaca dal Tirolo[4]. Nel frattempo, il Senato inviò Francesco Battagia ad affiancare e, e in pratica sostituire, il provveditore generale Foscarini. accusato di irresolutezza e incapacità nelle sue trattative con Bonaparte[3].

L'invio del nuovo provveditore coincise con il provvedimento che istituiva a Venezia pattuglie notturne, composte da bottegai e garzoni e comandate da due cittadini e due patrizi con la finalità di garantire il mantenimento dell'ordine pubblico e con l'istituzione di una milizia cittadina reclutata - alla chetichella ed in ordine nelle valli bergamasche - con la finalità di controllare il "fervore del popolo, senza avvilirlo", per usare le parole degli Inquisitori di Stato. Le due iniziative non scossero minimamente Napoleone, che fece occupare il castello di Brescia il 31 luglio.

Il fallimento delle offensive austriache[modifica | modifica wikitesto]

Il generale von Wurmser, comandante imperiale.

Il 29 luglio il generale von Wurmser incominciò la controffensiva austriaca, scendendo dal Trentino in una manovra a tenaglia lungo le rive del lago di Garda e il corso del Brenta, tra il territorio veneto e quello mantovano. Le due colonne austriache vennero però fermate rispettivamente a Lonato del Garda (3 agosto) e a Castiglione delle Stiviere, dove, nella battaglia combattuta il 5 agosto Würmser venne sconfitto e costretto a ripiegare su Trento[5].

Riorganizzatosi, Würmser ritentò l'assalto marciando questa volta lungo il corso dell'Adige, ma l'8 settembre gli Imperiali vennero nuovamente e duramente sconfitti nella battaglia di Bassano: costretti a una precipitosa ritirata su Mantova, abbandonarono artiglierie e carriaggi[5].

Nel corso dell'autunno e dell'inverno la presenza francese nella penisola italiana si andò rapidamente consolidando, tanto che il 15 e 16 ottobre vennero costituite la Repubblica Cispadana e la Repubblica Transpadana, principalmente con la necessità di garantire a Bonaparte un esecutivo locale che gli fosse leale[5].


Il 29 ottobre gli austriaci, raccoltisi nel Friuli veneto, tentarono una nuova offensiva: al comando del generale Alvinzi von Berberek attraversarono il Tagliamento, superarono il Piave ed il Brenta, sconfissero i francesi nella battaglia di Bassano (6 novembre) ed entrarono a Vicenza, ignorando totalmente la neutralità della Serenissima[6].

I successi austriaci furono, tuttavia, di breve durata: la battaglia del 12 novembre a Caldiero e la battaglia del ponte di Arcole (17 novembre) bloccarono l'avanzata austriaca mentre la battaglia di Rivoli Veronese - avvenuta il 14 gennaio 1797 - ristabilì la situazione a favore di Napoleone[5].

Le rivolte di Bergamo e Brescia[modifica | modifica wikitesto]

La Rocca di Bergamo, città ribellatasi il 13 marzo 1797.
Il generale Junot, comandante francese nel Veneto occupato.

Conquistata Mantova il 2 marzo 1797, i francesi si liberarono dell'ultima importante sacca di resistenza asburgica. In tale posizione, gli occupanti finirono per forzare apertamente la democratizzazione di Bergamo, che, su pressione del generale d'Hilliers, si ribellò il 13 marzo all'autorità veneziana[7]. Il 16 marzo, Napoleone, battuto sul Tagliamento l'arciduca d'Austria Carlo, vide finalmente spianata la strada dell'Austria.

Due giorni dopo iniziò la rivolta di Brescia: dopo duri combattimenti tra le strade tra i sostenitori di Venezia ed i gruppi favorevoli ai francesi, prevalsero questi ultimi; il Podestà della città, Giovanni Alvise Mocenigo, fuggì a Venezia travestito da contadino mentre il Procuratore Battagia fu incarcerato ed, infine, consegnato ai francesi[7].

Il 19 marzo i Tre Inquisitori di Stato riferirono allo stesso Senato lo stato generale dei reggimenti veneti: tagliati i collegamenti con Bergamo, Brescia ancora tranquilla (a Venezia non erano ancora giunte le notizie dei sollevamenti) ed anche Crema, per la quale si richiedeva però un rafforzamento del presidio militare; al contrario, a Verona cresceva lo scontento verso i francesi mentre Padova era stata posta in osservazione per timore di fermenti connessi agli studenti dello Studium.

«Bergamo: i capi sollevati sostenuti da francesi, e si tenta di screditare la repubblica, interrotte le comunicazioni, si attendono notizie dalle valli e luoghi e castelli della Provincia.
Brescia mediante le prudenti direzioni del provveditore straordinario è tuttora ferma (...).
Crema (...) reclama un qualche presidio militare.
Verona (...), il di cui popolo disse sembrargli non inclinato ai francesi, (...) che (...) non lasciano di essere e armati e pericolosi. (...)
Padova oltre non esser pur troppo immune dal veleno in alcuni della città e dello Studio (...) ha numero di scolari delle città oltre il Mincio (...).
Treviso non offre peculiari osservazioni.
»

(Relazione dei Tre Inquisitori di Stato del 19 marzo 1797 sullo stato delle provincie venete[8])

Il 22 marzo il Senato dispose l'invio di Francesco Pesaro e Giovanni Battista Corner quali nuovi negoziatori presso Napoleone ed, in particolare, per perorare la restituzione di Bergamo e Brescia; Napoleone, in ogni caso, respinse le richieste, aggiungendo che avrebbe potuto offrire la possibilità di stringere un'alleanza con la Repubblica e l'intervento dell'esercito francese per reprimere le sollevazioni popolari, dietro la consegna di sei milioni di franchi d'oro in sei mesi[7]. Le proposte di Napoleone, tuttavia, furono declinate tanto dagli ambasciatori quanto dal Senato[7].

Il giorno successivo, dal canto suo, il Senato provvide a inviare attestati di gratitudine sovrana alle città e castelli mantenutisi fedeli, insieme ai primi provvedimenti difensivi: si decretò lo sbarramento delle lagune, l'istituzione di ronde armate nelle città del Dogado, il richiamo delle unità navali di stanza in Istria, l'incremento delle attività dell'Arsenale ed infine l'invio di rinforzi di truppe oltremarine in Terraferma.

Il 24 marzo, comunque, giunsero i rinnovi di fedeltà da parte delle cittadinanze di Vicenza e Padova, in breve seguite da Verona, Bassano, Rovigo e, di lì a poco, da tutti gli altri centri. Numerose deputazioni giunsero persino dalle valli bergamasche, pronte a sollevarsi contro i francesi.

Il 25 marzo, però, i rivoluzionari lombardi occuparono Salò, seguita, il 27 marzo, da Crema, dove il giorno successivo venne proclamata la Repubblica Cremasca. Anche i napoleonici si facevano sempre più spavaldi, intervenendo prima con un corpo di cavalleria nella repressione della resistenza cremasca e poi, il 31 marzo, colpendo con fuoco d'artiglieria Salò, ribellatasi ai giacobini. Questa però resistette, riconsegnandosi a Venezia.

La controffensiva anti-giacobina di Venezia[modifica | modifica wikitesto]

La notizia delle insurrezioni di Brescia e Bergamo, unite ai provvedimenti militari difensivi di Venezia ed alla pubblicazione di un proclama antifrancese attribuito all'ex provveditore Francesco Battagia - ma nella realtà un falso - indussero Napoleone, preoccupato della sicurezza delle retrovie, di inviare una lettera al Generale Lallement in cui intimava al Senato l'immediata liberazione dei detenuti nelle carceri veneziane, la riduzione dei presidi militari ed il disarmo delle milizie[9].

La lettera di Bonaparte fu recapitata al Senato dai generali Junot e Lallement. Dopo un dibattito fiacco, i Savi acconsentirono all'invio di una deputazione incaricata di chiedere l'appoggio di Napoleone per restaurare l'ordine nei territori di terraferma mentre fu respinta la proposta di sospendere i reclutamenti militari per evitare di fornire nuovi pretesti di intervento ai francesi[9]. Nel frattempo, l'ambasciatore veneziano a Parigi, Alvise Querini, tentò di intavolare negoziati con il Direttorio promettendo a Barras di garantire una somma di 700.000 lire, in cambio della garanzia dell'indipendenza della Repubblica; parimenti, anche l'ambasciatore a Vienna tentava di ottenere l'appoggio imperiale ma invano[9].

Il 15 aprile, infine, l'ambasciatore di Napoleone a Venezia informò la Signoria dell'intenzione francese di sostenere e promuovere le rivolte contro il tirannico governo della Repubblica. Questa rispose emanando un bando per imporre a tutti i sudditi la calma e il rispetto della neutralità.

Il Preliminare di Leoben e le Pasque Veronesi[modifica | modifica wikitesto]

L'assalto di Castel Vecchio durante le Pasque Veronesi.
Il Forte di Sant'Andrea, da cui vennero sparate le salve d'artiglieria che affondarono Le Libérateur d'Italie.
Un'udienza ducale in un dipinto di Francesco Guardi, realizzato tra il 1770 e il 1775.
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Trattato di Leoben, Pasque Veronesi e Le Libérateur d'Italie.

Il 17 aprile 1797 Napoleone firmò a Leoben, in Stiria, un preliminare di pace con i rappresentanti dell'imperatore Francesco II mediante il quale disponeva la cessione dei Domini di Terraferma all'Impero, in cambio dello sgombero dei Paesi Bassi da parte di quest'ultimo[10].

Nello stesso giorno scoppiarono le Pasque veronesi: a seguito di alcuni scontri tra le truppe venete acquartierate (principalmente milizie e schiavoni) e drappelli francesi, infatti, anche una parte della popolazione, stanca dell'arroganza dei francesi, scese nelle strade in rivolta, iniziando a catturare, disarmare e massacrare tutti i francesi in cui si era imbattuta[11]. La guarnigione francese, ritiratasi nella fortezza, fece ricorso all'artiglieria mentre i funzionari della Serenissima, dopo un tentativo di tregua, avevano schierato l'esercito regolare[11]. Ricevuta la notizia dell'insurrezione, il Senato dispose l'invio di nuove truppe. L'iniziativa del Senato, però, non riuscì a prevenire l'arrivo in città di unità francesi guidate dal Generale Victor, le quali repressero nel sangue ogni moto ed imposero una nuova municipalità[11].

Il 20 aprile scoppiò un nuovo incidente, questa volta all'imboccatura della Laguna: la fregata francese Le Libérateur d'Italie tentò di forzare il porto del Lido, nel tentativo di saggiarne le difese; dopo aver comandato il ritiro, il comandante veneziano del forte di Sant'Andrea fece fuoco con le artiglierie e prese possesso della nave francese, dopo aver ucciso il comandante[11].

Il 25 aprile, festa di San Marco, si svolse l'incontro a Graz tra la deputazione della Serenissima e Napoleone il quale, di fronte agli sbigottiti emissari, rinfacciò alla Repubblica di avere rifiutato la sua generosa proposta di alleanza, asserì di possedere ottantamila uomini in armi e venti cannoniere pronte a rovesciare Venezia, lanciò una tremenda minaccia:

«Io non voglio più Inquisizione, non voglio Senato, sarò un Attila per lo stato veneto.»

(Napoleone Bonaparte[11].)

Il 28 aprile, al rientro degli ambasciatori in città, i Savi disposero di non convocare più il Senato, delegando ogni deliberazione ulteriore alle consulte, organi illegali e non previste dall'Ordinamento della Repubblica, mentre Vicenza e Padova venivano occupate dai francesi, che si attestavano all'imboccatura della Laguna[11].

Il 30, una lettera di Napoleone, ormai attestatosi a Palmanova, informò la Signoria dell'intenzione da parte del generale di modificare la forma di governo della Repubblica e lanciava un ultimatum di quattro giorni[12].

Il 1º maggio il Doge Manin convocò il Maggior Consiglio con la finalità di relazionare sugli eventi accaduti e discutere delle proposte di modifica alle istituzioni della Serenissima, in modo da conformarsi alle pretese di Napoleone: veniva, infine, autorizzato l'invio di un'altra ambasciata allo scopo di trattare con il Generale[12]. Lo stesso giorno, tuttavia, Bonaparte pubblicò a Palmanova un manifesto che si concludeva con l'ingiunzione all'ambasciatore Lallement di lasciare Venezia e con una formale dichiarazione di guerra nei confronti della Repubblica[12].

Al contrario, il 3 maggio, Venezia revocò l'ordine generale di reclutamento per le cernide della Dalmazia. Poi, nell'ennesimo tentativo di placare Napoleone il 4 maggio, con 704 voti favorevoli, 12 contrari e 26 astenuti, il Maggior Consiglio deliberò l'accettazione delle richieste francesi, accondiscendendo all'arresto del castellano di Sant'Andrea di Lio, responsabile dell'affondamento del Le Libérateur d'Italie, e dei Tre Inquisitori di Stato, magistratura particolarmente invisa ai rivoluzionari in quanto suprema garanzia del sistema oligarchico veneziano[12].

L'8 maggio il Doge si dichiarò pronto a deporre le insegne nelle mani dei capi giacobini, invitando nel contempo tutte le magistrature allo stesso passo. Tutto questo nonostante il consigliere ducale Francesco Pesaro lo spronasse a fuggire a Zara, possedimento ancora sicuro. Venezia d'altra parte disponeva ancora della propria potente flotta e dei fedeli possedimenti istriani e dalmati, oltre che delle intatte difese della città e della laguna. Nel corpo della nobiltà serpeggiava però il terrore di una possibile rivolta popolare. L'ordine diramato fu quindi quello di smobilitare le fedeli truppe di Schiavoni presenti in città. Lo stesso Pesaro sfuggì all'arresto, ordinato per ingraziarsi Napoleone, lasciando Venezia.

La sera dell'11 maggio, l'ultima prima della convocazione del Maggior Consiglio e sotto la minaccia dell'invasione, l'anziano doge esclamò:

(VEC)

«Stanote no semo seguri gnanca nel nostro leto.»

(IT)

«Stanotte non siamo sicuri neanche nel nostro letto.»

(Ludovico Manin)

Il 12 maggio 1797: la caduta della repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Il balcone di Palazzo Ducale da cui il 12 maggio 1797 fu annunciata al Popolo l'abdicazione del Maggior Consiglio e la fine della serenissima repubblica.
Il vessillo con il Leone di San Marco, innalzato sulle antenne di piazza san Marco dalla popolazione insorta in favore della decaduta repubblica.

La mattina del 12 maggio, tra voci di congiure e dell'imminente attacco francese, il Maggior Consiglio della repubblica si riunì per l'ultima volta. Nonostante alla seduta fossero presenti solo 537 dei mille e duecento patrizi aventi diritto e mancasse quindi il numero legale, il doge, Ludovico Manin, aprì la seduta con le seguenti parole:

(VEC)

«Quantunque siemo con l'animo molto afflitto e conturbà, pure dopo prese con una quasi unanimità le due Parti anteriori, e dichiarata così solennemente la pubblica volontà, anche Nu semo rassegnadi alle divine disposizion.
(...)
La parte che se ghe presenta no xe che una conseguenza de quanto Le ha già accordà con le precedenti (...); ma due articoli ne reca sommo conforto, vedendone assicurada con uno la nostra Santa Religion, e con l'altro li mezzi di sussistenza per li nostri concittadini (...).
(...)
Mentre ne vien minacià sempre el ferro e el fogo se non se aderisce alle loro ricerche; e in adesso semo circodadi da 60/m uomini caladi dalla Germania, vittoriosi ed in conseguenza liberadi dal timor dele Armi austriache.
(...)
Chiuderemo dunque, come ben se deve, col racomandarghe de rivolgerse sempre a Dio Signor ed alla Madre sua santissima, onde i se degni dopo tanti flagelli, che meritamente per le nostre colpe i n'ha fatto provar, i vogia riguardarne con gli occhi della loro misericordia, e sollevarne almeno in qualche parte da tante angustie che ne opprime.
»

(IT)

«Per quanto siamo con l'animo molto afflitto e turbato, pur dopo aver preso con una quasi unanimità le due precedenti decisioni, e avendo dichiarato così solennemente la pubblica volontà, anche Noi siamo rassegnati alle divine decisioni.
(...)
La decisione che Vi si presenta non è che una conseguenza di quanto già accordato con quelle precedenti (...); ma due articoli ci danno sommo conforto, vedendoci assicurata con uno la nostra Santa Religione, e con l'altro i mezzi di sussistenza per i nostri concittadini (...).
(...)
Mentre ci viene minacciato sempre il ferro e il fuoco se non si aderisce alle loro richieste; e in questo momento siamo circondati da sessantamila uomini calati dalla Germania, vittoriosi e quindi liberati dal timore delle armi austriache.
(...)
Chiuderemo dunque, come ben si deve, col raccomandarVi di rivolgersi sempre a Dio Signore e alla sua Madre santissima, affinché si degnino dopo tanti flagelli, che meritatamente ci hanno fatto provare per le nostre colpe, e vogliano guardarci di nuovo con gli occhi della loro misericordia, e sollevarci almeno in parte dalle tante angustie che ci opprimono.»

(Ludovico Manin, discorso all'ultima seduta del Maggior Consiglio.)

Si procedette quindi a esporre le richieste francesi, portate da alcuni esponenti giacobini veneziani, che prevedevano l'abdicazione del governo in favore di una Municipalità Provvisoria, l'innalzamento in piazza san Marco dell'albero della libertà, lo sbarco di un contingente di 4000 soldati francesi e la consegna di alcuni magistrati che più avevano sostenuto l'ipotesi di resistenza. Il suono, proveniente dalla piazza, delle salve di moschetto degli Schiavoni intenti a salutare il vessillo di san Marco prima di imbarcarsi, provocò nell'assemblea il terrore che fosse scoppiata una rivolta. Così si procedette immediatamente alla votazione e, con 512 voti favorevoli, 5 astenuti e 20 contrari, la repubblica fu dichiarata decaduta. Mentre il consiglio si scioglieva frettolosamente, il Doge e i magistrati deposero le insegne e si presentarono quindi al balcone di Palazzo Ducale per fare l'annuncio alla folla radunatasi nella sottostante piazzetta. Al termine della lettura del decreto di scioglimento del Governo, il popolo si sollevò.

Anziché inneggiare alla rivoluzione, però, com'era stato nei peggiori timori del patriziato veneziano, il popolo, al grido di viva san Marco! e viva la repubblica, issò il gonfalone marciano sulle tre antenne della piazza, tentando di reinsediare il Doge e attaccarono le case e i beni dei giacobini veneziani. I magistrati tentarono di riportare l'ordine, temendo di dover rispondere ai francesi dei tumulti, e verso sera le ronde di arsenalotti e i colpi di artiglieria sparati a Rialto riportarono l'ordine in città.

Gli ultimi atti del doge[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 13 maggio, ancora nel nome del serenissimo principe e con l'usuale stemma marciano, furono emanati tre proclami, coi quali si minacciava di morte chiunque avesse osato sollevarsi, si ordinava la restituzione presso le Procuratie dei frutti del saccheggio e infine si riconoscevano i capi giacobini come benemeriti della patria. Poiché il giorno successivo scadeva il termine ultimo dell'armistizio concesso da Napoleone, dopo il quale i francesi avrebbero forzato l'entrata in città, si accondiscese infine a inviare loro le imbarcazioni necessarie a trasportare quattromila uomini, dei quali milleduecento destinati a Venezia e i restanti alle isole e alle fortezze che la circondavano.

Il 15 maggio il doge lasciò per sempre il Palazzo Ducale per ritirarsi nella residenza della sua famiglia, annunciando nell'ultimo decreto dell'antico governo la nascita della municipalità provvisoria che prese possesso del potere il giorno dopo, 16 maggio 1797.

L'occupazione francese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Trattato di Milano.
Municipalità Provvisoria di Venezia
Flag of France (1794–1815, 1830–1958).svg
Informazioni generali
Nome completo Veneto
Capoluogo Venezia
Dipendente da Flag of France (1794–1815, 1830–1958).svg Repubblica Francese
Amministrazione
Forma amministrativa Occupazione militare
Evoluzione storica
Inizio 16 maggio 1797
Causa Campagna d'Italia
Fine 28 dicembre 1797 (giunta militare francese)
18 gennaio 1798 (annessione austriaca)
Causa Trattato di Campoformio
Preceduto da Succeduto da
bandiera Repubblica di Venezia Flag of Austria.svg Provincia Veneta

L'istituzione della municipalità provvisoria[modifica | modifica wikitesto]

La municipalità provvisoria si insediò in Palazzo ducale, nella sala che era stata del Maggior Consiglio, emanando il 16 maggio un proclama per annunciare il nuovo ordine:

«Il veneto governo desiderando di dare un ultimo grado di perfezione al sistema repubblicano che forma da più secoli la gloria di questo paese, e di far godere sempre più ai cittadini di questa capitale d'una libertà che assicuri ad un tratto la religione, gl'individui e le proprietà, ed anelando di richiamare alla madre patria gli abitanti della Terraferma che se ne distaccarono, e che non di meno conservano per i loro fratelli della capitale l'antico loro attaccamento, persuaso d'altronde che l'intenzione del governo francese sia di accrescere la potenza e la felicità del veneto popolo, associando la sua sorte a quella dei popoli liberi d'Italia, annuncia solennemente all'Europa intera, e particolarmente al popolo veneto, la riforma libera e franca ch'egli ha creduto necessaria alla costituzione della repubblica. I soli nobili erano ammessi per diritto di nascita all'amministrazione dello stato, questi nobili stessi rinunziano oggidì volontariamente a questo diritto, affinché i più meritevoli fra la nazione intera siano per l'avvenire ammessi ai pubblici impieghi. [...] L'ultimo voto dei nobili veneti, facendo il glorioso sagrifizio dei loro titoli, è di vedere i figli tutti della patria una volta eguali e liberi, godere, nel seno della fratellanza, i benefizii della democrazia e onorare del rispetto delle leggi il titolo più sacro ch'eglino acquistarono di Cittadini»

(Proclama della Municipalità Provvisoria di Venezia del 16 maggio 1797.)

Lo stesso giorno fu firmata a Milano una pace umiliante e, su richiesta della municipalità, conformemente agli articoli del trattato, i francesi entrarono in città: erano le prime truppe straniere a mettervi mai piede dalla nascita di Venezia.

Al contempo le province presero a ribellarsi all'autorità della municipalità di Venezia, cercando di istituire propri governi, mentre l'impennarsi del debito pubblico, non più sostenuto dalle entrate dei domini, la sospensione dei pagamenti del banco giro e gli altri provvedimenti fiscali, spingevano a sempre più manifeste forme di insofferenza da parte della popolazione.

Il 4 giugno, in piazza san Marco venne innalzato il fatidico Albero della Libertà: durante la cerimonia fu fatto a pezzi il gonfalone della repubblica e arso il libro d'oro della nobiltà, mentre veniva presentato il nuovo simbolo del leone alato recante la scritta DIRITTI DELL'UOMO E DEL CITTADINO. Il 29 giugno Bergamo e Crema furono definitivamente annesse alla nascente Repubblica Cisalpina.

Un mese più tardi (11 luglio) venne soppresso il Ghetto di Venezia e fu concessa libertà di circolazione agli Ebrei.

La perdita dello stato da mar[modifica | modifica wikitesto]

La cattedrale di Zara, città consegnatasi il 1º aprile 1797 all'Austria.
Una chiesa di Perasto, città dove il gonfalone di Venezia venne sepolto sotto l'altare maggiore del Duomo.

I francesi, il 13 giugno, temendo che la Municipalità non riuscisse a mantenere il controllo di Corfù, salparono da Venezia con una flotta, intenzionati a deporre il Provveditore generale da Mar, che ancora reggeva le province oltremarine, e stabilire il governo democratico. Il 27 giugno venne così creata una Municipalità provvisoria delle isole Ionie.

Intanto, in Istria e Dalmazia, magistrati e nobili si rifiutavano di riconoscere il nuovo governo. La flotta che aveva riportato in patria le truppe schiavone allontanate da Venezia rimaneva all'ancora senza mostrare l'intenzione né di rientrare in laguna, né di imporre il controllo municipale. A Traù i beni dei filo-rivoluzionari furono saccheggiati, mentre a Sebenico lo stesso console francese venne assassinato. Il diffondersi della notizia dei patti stipulati a Leobén, poi, spinse la popolazione a invocare una rapida occupazione da parte austriaca. Il 1º luglio gli Imperiali entrarono a Zara, accolti da campane a festa e salve di saluto. Le insegne marciane, ammainate quello stesso giorno, vennero condotte in processione nella cattedrale per ricevere l'omaggio della popolazione. A Perasto, città che vantava il titolo di fedelissima gonfaloniera, il vessillo venne persino simbolicamente sepolto sotto l'altare maggiore, accompagnato dalle seguenti parole del capitano della guardia:

(VEC)

«In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al veneto serenisimo dominio, al gonfalon de la serenisima republica, ne sia de conforto, o citadini, che la nostra condota pasada, che quela de sti ultimi tenpi rende più zusto sto ato fatal, ma virtuoso, ma doveroso par nu. Savarà da nu i nostri fioli, e la storia del zorno farà saver a tuta l'Europa, che Perasto ga degnamente sostenudo fin a l'ultimo l'onor del veneto gonfalon, onorandolo co sto ato solene, e deponendolo bagnà del nostro universal amarisimo pianto. [...] Ma za che altro no resta da far par ti, el nostro cuor sia l'onoradissima to tonba, e el più puro e el più grande to elogio le nostre lagrime.»

(IT)

«In questo amaro momento, in quest'ultimo sfogo d'amore, di fede al serenissimo dominio veneto, al gonfalone della serenissima repubblica, ci sia di conforto, o cittadini, che la nostra passata condotta e quella di questi ultimi tempi rendono più giusto quest'atto fatale, ma virtuoso e doveroso per noi. Sapranno da noi i nostri figli, e la storia del giorno lo farà sapere a tutta l'Europa, che Perasto ha sostenuto degnamente e fino all'ultimo l'onore del gonfalone veneto, onorandolo con quest'atto solenne e deponendolo bagnato del nostro universale e amarissimo pianto. [...] Ma già che non resta altro da fare per te, il nostro cuore sia la tua onoratissima tomba e le nostre lacrime l'elogio più grande e più puro.»

(Discorso alla sepoltura del Gonfalone di san Marco a Perasto.)

In breve l'intera costa istriano-dalmata passò all'Arciducato d'Austria, suscitando le inutili proteste della Municipalità Provvisoria di Venezia.

Il Terrore a Venezia[modifica | modifica wikitesto]

Il 22 luglio il Comitato di Salute Pubblica, organo della Municipalità di Venezia, lamentando la pesante situazione politica della città, istituì una Giunta Criminale per avviare la repressione del dissenso e decretò la pena di morte per chiunque avesse pronunciato l'antico motto viva san Marco!. La circolazione in mancanza di lasciapassare venne proibita. Il 12 ottobre venne denunciata dalla Municipalità la scoperta di una congiura contro il governo. Il fatto spinse il generale Balland, comandante militare francese della città, a decretare lo stato d'assedio, procedendo ad arresti e richiedendo la consegna di ostaggi.

Il trattato di Campoformio e la fine dell'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

I cavalli di bronzo della Basilica di San Marco, portati a Parigi dai francesi e restituiti solo nel 1815.

La stipula del trattato austro-francese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Trattato di Campoformio.

Dopo il Colpo di Stato del 18 fruttidoro (4 settembre), l'ala dura prese il controllo della Francia, premendo per la ripresa delle ostilità con l'Austria. Il 29 settembre venne recapitato a Napoleone un ordine del Direttorio che gli intimava di annullare gli accordi di Leoben, lanciando un ultimatum all'Impero, per non lasciare a questo la possibilità di riprendere il controllo della penisola. Il generale, però, disattendendo le direttive di Parigi, proseguì le trattative di pace con gli Asburgo d'Austria.

Intanto, di fronte al precipitare ovunque della situazione politica generale e al rischi che fossero attuate le disposizioni di Leoben, le città della Terraferma accettarono di partecipare a una conferenza a Venezia per decidere della sorte comune degli ex-territori della serenissima. Fu decisa l'unione con la Repubblica Cisalpina, ma i francesi non diedero seguito alla scelta delle popolazioni.

L'ultimo incontro tra francesi e austriaci si tenne il 16 ottobre nella villa di Passariano di Codroipo che era stata di proprietà del doge Ludovico. Poi, il 17 ottobre 1797, venne firmato il trattato di Campoformio. Così, in conformità alle clausole segrete di Leoben, i territori della repubblica di Venezia, ancora formalmente esistente sotto il governo della Municipalità Provvisoria, furono consegnati all'Arciducato d'Austria. Le Municipalità Provvisorie di giacobini costituite dai francesi a Venezia e nelle altre terre della repubblica stavano quindi per cessare di esistere.

Il 28 ottobre a Venezia il popolo venne radunato per parrocchie per esprimersi tra l'accettazione delle decisioni francesi e la resistenza: su 23.568 votanti, ben 10.843 non scelsero per libertà[ossia?]. Mentre i capi della Municipalità si affannavano per resistere, inviando ambasciatori a Parigi, l'azione degli agenti austriaci e del patriziato deposto già preparavano la strada all'Austria. Gli ambasciatori vennero invece arrestati a Milano e rispediti in patria.

Il saccheggio e la consegna all'Austria[modifica | modifica wikitesto]

Modello del Bucintoro, la nave di Stato distrutta dai francesi durante l'occupazione per saccheggiarne le decorazioni d'oro.

Il 21 novembre, durante la tradizionale festa della Salute i rappresentanti della Municipalità vennero pubblicamente scherniti dal popolo e abbandonarono il potere. Tutto questo mentre gli occupanti si davano al saccheggio più sfrenato.[senza fonte] Delle 184 navi presenti nell'Arsenale, quelle già armate furono inviate a Tolone, le altre affondate, ponendo fine alla marina da guerra. I magazzini della flotta vennero depredati. Per non lasciare nulla all'Austria di cui trarre vantaggio, i duemila arsenalotti vennero licenziati e l'immenso cantiere dato alle fiamme.

Chiese, conventi e palazzi vennero razziati di preziosi e opere d'arte. La Zecca e il tesoro della basilica di San Marco vennero depredati e il Bucintoro, la nave ducale, fatta a pezzi assieme a tutte le sculture, che furono arse nell'isola di San Giorgio Maggiore per fondere la foglia d'oro che le ricopriva. Anche i cavalli di bronzo della basilica di San Marco furono condotti a Parigi. Alcuni privati furono incarcerati e costretti a versare le loro ricchezze in cambio della libertà. Il tesoro della basilica di San Marco fu liquefatto in oro per pagare i soldati francesi. Furono abbattute e depredate 70 chiese e furono chiusi gli ordini religiosi. Sparirono circa 30.000 opere d'arte.[13]

Le Nozze di Cana del Veronese un tempo presso il refettorio benedettino dell'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia a vennero tagliate in due e spedite al Louvre, dove si trovano ancora. Opere di Tintoretto, Giovanni Bellini, Giambattista Tiepolo e molte altre non furono mai restituite, centinaia di leoni alati e sculture raffiguranti la Repubblica di Venezia vennero distrutti. Si parla di una colonna di 20 chilometri di opere d'arte trafugate.[14]

Allo spoglio sistematico, fucilazioni ed alle distruzioni delle opere d'arte il popolo reagiva con manifestazioni, insulti pubblici e zuffe con i militari e sventolio di bandiere austriache.

Il 28 dicembre il potere venne preso dal governo militare francese e da una giunta di polizia. Il 18 gennaio 1798 entrarono a Venezia le truppe austriache che restarono fino al 1805.

Nel 1805 Napoleone crea il Regno d'Italia, ma la capitale rimane Milano.[15] Il Carnevale di Venezia fu abrogato.

Nel 1807 Napoleone fece abbattere in Piazza San Marco la Chiesa di San Geminiano per edificare l'attuale ala Napoleonica, dove voleva che avesse luogo la propria sala da ballo.

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Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Regno d'Italia (1805-1814), Province illiriche e Regno lombardo-veneto.

Il governo austriaco durò sette anni. Nel 18 marzo 1805 il trattato di Presburgo cedette la provincia veneta austriaca alla Francia: il 26 maggio Napoleone, da poco divenuto Imperatore dei francesi, si incoronò Re d'Italia a Milano, cingendo la Corona Ferrea. Venezia tornò così sotto il controllo francese. Napoleone soppresse gli ordini religiosi e avviò grandi opere pubbliche in quella che doveva divenire una delle capitali del suo Impero. In piazza San Marco venne costruita una nuova ala di quello che doveva essere il suo palazzo reale: l'Ala Napoleonica o Procuratie Nuovissime, mentre veniva aperta una nuova strada in città: la via Eugenia (nel 1866 rinominata via Garibaldi), intitolata al viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais, figlio dell'imperatrice Giuseppina.

In questo periodo venne soppressa la carica episcopale di Primicerio della Basilica di San Marco, di antica pertinenza ducale, e la Basilica divenne nuova cattedrale del Patriarcato di Venezia.

Nel 1808 anche la Dalmazia venne annessa al Regno d'Italia napoleonico, venendo retta da un Provveditore generale di Dalmazia fino al 1809, quando, a seguito del Trattato di Schönbrunn, entrò a far parte delle Province Illiriche dell'Impero francese.

Il secondo dominio francese durò fino alla caduta di Napoleone. Il 20 aprile 1814 Venezia venne restituita agli asburgici e con la caduta del Regno, quello stesso mese, la città e l'intero Veneto tornarono all'Impero d'Austria, che incorporò i territori nel Regno lombardo-veneto (1815).

Il passaggio alla dominazione francese e a quella austriaca consolidarono nel XIX secolo il definitivo abbandono dei materiali e delle tecniche costruttive tradizionali, visibile nelle finitura interna degli edifici con la sostituzione dei marmorini a favore di tecniche diffuse nel "Lombardo-Veneto", come i più economici e spessi rivestimenti multistrato battuti e lisciati con frattazzo e imbiancati con latte di calce levigata a tre mani.[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Zorzi, 2019, pp. 489-490.
  2. ^ a b c d Zorzi, 2019, pp. 491-492.
  3. ^ a b c d e f Zorzi, 2019, pp. 493-494.
  4. ^ a b Zorzi, 2019, pp. 498.
  5. ^ a b c d Zorzi, 2019, pp. 499-501.
  6. ^ Zorzi, 2019, pp. 501-504.
  7. ^ a b c d Zorzi, 2019, pp. 504-507.
  8. ^ da Samuele Romanin, Storia Documentata di Venezia, Tomo X.
  9. ^ a b c Zorzi, 2019, pp. 508-511.
  10. ^ Zorzi, 2019, pp. 511-512.
  11. ^ a b c d e f Zorzi, 2019, pp. 512-514.
  12. ^ a b c d Zorzi, 2019, pp. 514-518.
  13. ^ http://www.blog.icmorosini.gov.it/wp-content/uploads/2018/03/Chiese-scomparse-per-blog.pdf
  14. ^ La Repubblica mai nata. Loris Palmerini
  15. ^ Storia di Venezia 1797-1997 G Distefano-G Paladini vol 2 pagg 106-112
  16. ^ Emanuele Armani, Materiali e tecniche di esecuzione dell'architettura veneziana (PDF), in Bollettino d'arte, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, 69,71 (archiviato il 3 ottobre 2019).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. Storia di Venezia, Treccani, 12 Voll., 1990-2002
  • Da Mosto, Andrea: L'Archivio di Stato di Venezia, indice generale, storico, descrittivo ed analitico, Biblioteca d'Arte editrice, Roma, 1937.
  • Dandolo, Girolamo: La caduta della Repubblica di Venezia ed i suoi ultimi cinquant'anni, Pietro Naratovich tipografo editore, Venezia, 1855.
  • Diehl, Charles: La Repubblica di Venezia, Newton & Compton editori, Roma, 2004. ISBN 88-541-0022-6
  • Frasca, Francesco: Bonaparte dopo Capoformio. Lo smembramento della Repubblica di Venezia e i progetti francesi d'espansione nel Mediterraneo, in "Rivista Marittima", Ministero della Difesa, Roma, marzo 2007, pp. 97–103.
  • Romanin, Samuele: Storia documentata di Venezia, Pietro Naratovich tipografo editore, Venezia, 1853.
  • Distefano-Paladini: Storia di Venezia 1797-1997 . Supernova editori
  • Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Vignate, Bompiani, 2019.
  • A Zorzi Venezia scomparsa. Electa editori

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