Piave

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Piave
I-TV-Piave1.JPG
Il Piave nei pressi di Ponte della Priula.
StatoItalia Italia
RegioniVeneto Veneto
Friuli-Venezia Giulia Friuli-Venezia Giulia
Lunghezza231,25 km[1]
Portata mediapresso Nervesa della Battaglia 137,0 m³/s
Bacino idrografico4 126,84 km²
Altitudine sorgente2 037 m s.l.m.
NasceMonte Peralba
Affluenti
SfociaMare Adriatico presso Cortellazzo
45°31′46.28″N 12°43′39.99″E / 45.529523°N 12.727775°E45.529523; 12.727775Coordinate: 45°31′46.28″N 12°43′39.99″E / 45.529523°N 12.727775°E45.529523; 12.727775
Mappa del fiume

Il Piave[2] è un fiume italiano, che nasce dalle Alpi Carniche (monte Peralba), compiendo i primi chilometri in Friuli-Venezia Giulia, per poi attraversare interamente il Veneto da nord a sud (bellunese (Cadore e Valbelluna) e la pianura veneta del Veneto orientale): è anche noto come "Fiume sacro alla Patria", in virtù degli avvenimenti storici avvenuti sulle sue sponde durante la prima guerra mondiale.

Geografia[modifica | modifica wikitesto]

Il Piave nella Val Visdende.

È il quinto fiume italiano per lunghezza fra quelli direttamente sfocianti in mare. Il fiume attraversa Sappada, il Comelico, il Centro Cadore e la Valbelluna, e la pianura veneta nelle province di Treviso e di Venezia.

Già pochi chilometri dopo la sorgente il Piave assume una notevole portata dovuta all'afflusso di numerosi torrenti. Dopo aver percorso i primi chilometri in direzione sud, all'altezza di Cima Sappada il fiume piega a ovest, attraversando Sappada e successivamente ricevendo l'apporto di importanti torrenti come il Piave di Visdende, ma scende lungo la Val Visdende. Passata Sappada si inoltra in una profonda forra (l'orrido di Acquatona) e continua la sua corsa passando per Presenaio, e Campolongo, dove affuisce il torrente Frison. A valle di Santo Stefano di Cadore, si incontra col torrente Padola. Poco prima della località di Cima Gogna, dove riceve l'Ansiei, è bloccato dalla diga del Comelico, creando un serbatoio artificiale.

In questo lungo tratto il fiume attraversa i territori dei comuni del Centro Cadore, Vigo, Lozzo, Domegge, Calalzo e Pieve di Cadore formando il grande lago omonimo creato dalla seconda diga in località Sottocastello. A valle della diga di Pieve, a Perarolo di Cadore, riceve le acque del Boite. Il fiume rimane in una valle stretta percorsa dalla ferrovia Padova-Calalzo e dalla strada statale di Alemagna. Riceve le acque del torrente Valmontina, e tocca gli abitati di Macchietto, Rucorvo, Rivalgo, Ospitale di Cadore, Davestra, Termine di Cadore.

All'altezza di Castellavazzo esce dalla stretta montana e subito dopo, a Longarone, riceve da sinistra il Vajont e da destra il Maè che scende dalla valle di Zoldo. All'altezza di Fortogna, riceve il torrente Desendan, mentre a Soverzene dove si trova una delle centrali idroelettriche più importanti d'Europa, viene sbarrato dalla prima traversa, per alimentare con parte della sua portata il lago di Santa Croce, e le centrali idroelettriche della Val Lapisina, così le acque vengono deviate nel bacino del Livenza.

Dopo circa 3 km, riceve il torrente Rai, emissario del Lago di Santa Croce, e nei pressi di Cadola, e di Ponte nelle Alpi con dei meandri piega in direzione sud-ovest, immettendosi nella ampia Valbelluna. A Belluno riceve il torrente Ardo, e attraversa la città a Borgo Piave. Tra Belluno e Bribano, numerosi gli affluenti torrentizi: il Cicogna, Refos, Limana, Tuora, Ardo, Gresàl. A nord di Mel riceve le copiose acque del Cordevole, proveniente dall'Agordino.

Ricevendo sempre con numerosi affluenti, come il Vesès, Rimonta, e Salmènega prosegue la sua corsa, verso Busche, dove viene sbarrato dalla seconda traversa fluviale, nei pressi di Cesana formando il lago omonimo, e le sue acque vengono deviate alla centrale di Quero. Più a valle riceve le acque del Caorame. Qui esce dalla Valbelluna piega a sud-est, e si immette in una valle più stretta, lungo la quale riceve il torrente Sonna, che attraversa Feltre.

Bagna i paesi Marziai, Caorera, Sanzàn, Carpèn Santa Maria, Quero -Vas, mentre scorre in nuova stretta scavata tra le prealpi Bellunesi (la cosiddetta "stretta di Quero") con alla destra, il massiccio del Grappa e, alla sinistra, il monte Cesen. A Segusino, esce dalla stretta, e nei pressi di Fener, viene sbarrato dalla terza traversa, a scopi irrigui e alimentare il canale Brentella.

Tra Segusino e Pederobba esce dalla zona compresa tra le Alpi e le Prealpi, entrando nella zona del Quartier del Piave, costeggia il Montello, a Falzè di Piave riceve l'ultimo emissario il fiume Soligo, proveniente dai laghi di Revine, ed a Nervesa della battaglia viene sbarrato per l'ultima traversa, per alimentare il Canale della Vittoria, e riceve le acque dello sbocco del canale Castelletto-Nervesa provenienti da Soverzene. Finalmente entra nella pianura veneta. Nel tratto pianeggiante il Piave, avendo perso molta della sua acqua, a causa dei prelievi idrici che avvengono a monte, rimane spesso nei mesi estivi asciutto, o ridotto ad una maglia di rigagnoli riprendendo un aspetto fluviale solo a sud di Maserada.

Il Piave all'altezza di Ponte della Priula, in primo piano la Ferrovia Venezia-Udine.
Il Piave nei pressi di San Donà.

Superato Ponte della Priula, all'altezza di Lovadina, dove raggiunge il suo letto raggiunge la massima larghezza (circa 800 m) il Piave si dirama due rami formando le Grave di Papadopoli. A nord di Ponte di Piave i due rami si congiungono, e subito dopo nei pressi di Salgareda, termina il suo alveo ghiaioso, per assumere una fisionomia con meandri. Da Zenson, confinato in alti argini artificiali, è considerato navigabile. Bagna i paesi di Noventa, Fossalta, la città di San donà, e il paese di Musile, dove l'alveo meandriforme, si innesta nel taglio rettilineo, di circa 9 km fino ad Eraclea, eseguito nel tardo Seicento allo scopo di contenere l'apporto di detriti in laguna e l'interramento della principale bocca di porto, spostando a est la foce.

Il vecchio letto detto di "Piave Vecchia" rimane attivo dalle "porte del taglio" a Musile, dove a Caposile, i veneziani deviarono il Sile nell'antico alveo del Piave portandolo a sfociare nell'Adriatico tra Jesolo e Cavallino. Da Eraclea scorre tra alti argini, per poi sfociare nel mare adriatico a Cortellazzo.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

La sorgente del Piave al rifugio "Sorgenti del Piave" in Val Seis.

Il Piave trova origine da un ruscello che nasce dalle falde meridionali del monte Peralba che eleva la sua vetta a quota 2 693 sul livello del mare, da altri si vuole che l'asta iniziale del fiume sia costituita dal rivo formato dall'unione di due corsi d'acqua scendenti dal tratto della catena principale delle Alpi Carniche compreso fra il Passo Palombino e il Passo dell'Oregone. Tale corso d'acqua si forma nella valle Visdende da dove esce attraverso alla forra del « Cianà » o di Cima Canale; il suo antico nome è quello di Silvella (dal dialetto La Salvela) ma è più comunemente denominato Cordevole di Visdende per distinguerlo dal Cordevole di Agordo, che è il maggiore affluente del Piave.

Il Piave nella Val Seis poco più a valle del rifugio "Sorgenti del Piave".

Il ramo scendente dal monte Peralba ed il Silvella si uniscono presso la località Argentiera e costituiscono il fiume che è il Piave. Il geografo Giovanni Marinelli, in merito alla disputa che le popolazioni di Sappada e del Comelico si contendono sulle origini del fiume, ha risolto la questione con un giudizio che si potrebbe dire salomonico, chiamando Piave di Sesis o Piave proprio il ramo che scende dal monte Peralba, e Piave di Visdende quello che scende dalla valle omonima, ma il giudizio non accontentò nessuno dei due comuni contendenti. I bacini tributari del Piave di Sesis e del Cordevole di val Visdende, chiusi alla confluenza di quest'ultimo, hanno le rispettive superfici di 63 e 71,5 km². Le lunghezze reali delle aste dei due corsi, dalle sorgenti alla confluenza, sono rispettivamente di 15 ed 11 km. I due corsi hanno un regime fortemente torrentizio con piene rapide ed impetuose ed apporti idrici uguali.

Le valli incise dai due torrenti, appare con evidenza che quella di Sappada è più antica della valle Visdende e costituisce la continuità dell'alta valle del Piave la quale è longitudinale da Sappada in giù. Tenuto presente questo importante fattore, e considerato che le documentazioni storiche e cartografiche dimostrano che il ramo scendente dalla val Visdende non ebbe mai il nome di Piave, mentre lo conservò per secoli il corso di Sappada, la denominazione di fiume principale o asta dorsale spetta al ramo iniziale che nasce dalle falde meridionali del monte Peralba. La sorgente visibile al rifugio Sorgenti del Piave, in Val Seis si tratta di una sistemazione dei primi anni sessanta. I prati attorno al rifugio sono ricchi polle sorgive. Alcune di esse sono state incanalate, fino a formare la pozza, sotto al cippo in pietra recante la scritta QUI NASCE IL PIAVE.

Principali affluenti[modifica | modifica wikitesto]

La “cascata del Pissandolo” del torrente Padola, poco prima del Passo di Monte Croce Comelico
Rio Storto, uno degli affluenti del Piave

Nella tabella seguente vengono indicati i principali affluenti del Piave, nell'ordine in cui confluiscono nel fiume.

Affluente Destra/Sinistra Lunghezza (km)a Bacino (km2)b Portata (m3/s)c Località confluenza
Padola D circa 20d 133,6 3,71 Santo Stefano di Cadore
Ansiei D 37,36 240,7 8,25 Cima Gogna
Boite D 45,07 395,9 12,71 Perarolo di Cadore
Vajont S 34,60 63,70 2,30 Longarone
Maè D 33,39 232,0 8,00 Longarone
Rai S 6,36 179,7 6,22 Cadola (Ponte nelle Alpi)
Cordevole D 78,92 866,8 31,99 Borgo Valbelluna
Caorame D 20,80 97,1 4,31 Nemeggio (Feltre)
Sonna D 7,56 136,9 4,91 Caorera (Quero Vas)
Soligo S 24,01 125,7 4,08 Falzè di Piave

a Piano straordinario triennale interventi di difesa idrogeologica - Elenco corsi d'acqua della rete idrografica regionale a cura della Regione Veneto.
b c Relazione Risorse idriche a cura dell'ADBVE.
d L'approssimazione è dovuta al fatto che il torrente Padola, a differenza degli altri affluenti riportati, non scorre esclusivamente all'interno del Veneto, ma percorre anche un breve tratto in provincia di Bolzano.

Una lista più completa che include anche alcuni degli affluenti minori viene riportata di seguito.

da sinistra:

da destra:

Laghi del bacino idrografico[modifica | modifica wikitesto]

Il lago del Comelico.
Il lago di Vodo di Cadore, formato dalla diga sul torrente Boite

Lungo l'asta del fiume e dei suoi principali tributari vi sono numerose dighe che danno origine a laghi artificiali (le cui acque vengono utilizzate per scopi idroelettrici) tra i quali:

(lungo il Cordevole e il Mis)

(lungo l'Ansiei)

(lungo il Piave)

(lungo il Boite)

(lungo il Maè)

(lungo il Caorame)

(lungo il Soligo)

A Busche (comune di Cesiomaggiore) uno sbarramento crea un lago artificiale il quale permette il prelievo che alimenta le centrali elettriche di Quero e di Pederobba e l'irrigazione di aree agricole.

Regime idrologico[modifica | modifica wikitesto]

Il Piave presenta un regime idrologico fortemente influenzato dai prelievi (sia a fini agricoli sia energetici) che vengono effettuati all'altezza degli sbarramenti di Soverzene, Busche, Fener e Nervesa. Il regime "naturale" presenta un massimo primaverile, dove all'apporto delle piogge si aggiunge quello derivante dallo scioglimento delle nevi, e uno secondario autunnale. In corrispondenza della sezione di Nervesa della Battaglia, considerata sezione di chiusura del bacino montano, in occasione della piena del novembre 1966 si calcola vi fu una portata di circa 5000 m³/s.[3]

Portate mensili[modifica | modifica wikitesto]

Portata media mensile (in m3/s)
Stazione idrometrica: Nervesa della Battaglia (1926 - 1962)
Fonte: ADBVE, Piano di bacino del fiume Piave - Piano Stralcio per la gestione delle risorse idriche (PDF), su adbve.it. URL consultato l'8 novembre 2012.
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Opere idrauliche della laguna di Venezia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il Piave o la Piave? L'onomastica[modifica | modifica wikitesto]

Il nome «Plavens» o «Plabem», apparso nell'antica letteratura storico-geografica solo alla fine del sesto secolo, fu da allora sempre di genere femminile. Difatti «Alla Piave» fanno costante riferimento gli originali atti e documenti della Serenissima Repubblica, e le Terminazioni e Sentenze dell'antico Magistrato alle Acque, mentre nelle opere degli scrittori di idraulica veneta dei secoli scorsi, come nel dolce ed incontaminato dialetto della popolazione del Cadore, della Val Belluna, della Marca Trevigiana e di Venezia, sino a metà degli anni venti, ha pure risuonato «la Piave, alla Piave, della Piave». Fu Carducci, sembra, il primo ad assegnare al fiume nella sua «Ode al Cadore» il genere maschile, ciò che fu confutato dal geografo Ettore De Toni, ma esso riapparve invece nel 1918 da Gabriele D'Annunzio che scrisse: "O Libertà, gli Italiani li danno oggi, Il Piave flessibile per tua collana".

Per troncare ogni disputa, Bino Sanminiatelli promosse una inchiesta. Numerosi furono gli interpellati: da Paolo Boselli a Francesco d'Ovidio, da Ferdinando Martini a Guido Mazzoni, da Francesco Torraca a Renato Fucini, appoggiarono per il genere femminile. Ma la nobile fatica di coloro che, volevano difendere più che altro la tradizione, fu tardiva perché, già nel 1918, le centinaia di migliaia di ufficiali e soldati che si avvicendarono a presidiare il Fiume Sacro gli avevano assegnato il genere maschile abituando gli Italiani a considerarlo tale. Fu quindi durante la prima guerra mondiale del nostro secolo che il Piave venne «promosso maschio per merito di guerra» e tale rimane ormai per l'Italia e per il mondo. Oggigiorno la forma utilizzata anche colloquialmente è al maschile; tuttavia si può riscontrare l'uso del genere femminile da parte degli anziani molto legati a questa terra e alle sue tradizioni,[4] così come nell'antico tratto terminale del fiume, ora corrispondente al corso del Sile in prossimità della sua foce, denominato appunto "Piave Vecchia".

Le principali piene avvenute nei secoli scorsi[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie sulle esondazioni del Piave sono riportate dallo storico Giambattista Verci il quale narra che nel 1314 in seguito a dirotte piogge il fiume uscito dal suo letto si riversò nel territorio Trevigiano. In quell'epoca secondo altri storici, il fiume avrebbe deviato il suo corso anche a Lovadina distruggendo numerosi abitati e la chiesa di Santa Maria di Saletto. Secondo il cronista Daniello Tomitano, studioso e umanista appassionato di arte e storia vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, altra e più grave piena si ripeté nel 1330 sia nel Piave che nei suoi affluenti; i villaggi di Nemeggio, Villapaiera e Celarda furono distrutti e le contrade di Feltre e Pedavena gravemente danneggiate; scrisse il Tomitano che lungo il Piave tutti i ponti furono travolti e gli opifici esistenti lungo il fiume (magli, molini e segherie) vennero divelti dalle basi e restarono sepolti dalle ghiaie. Nel 1368 in seguito ad elevate piene, il Piave si aperse un nuovo letto attraverso all'abitato di Lovadina. Questo diversivo rimase attivo durante le intumescenze del fiume sino al 1407 quando per ordine della Serenissima Repubblica venne intercluso. Nel quindicesimo secolo sei gravi piene furono registrate negli anni 1409- 1419-1420- 1450- 1467 e 1470.

Le notizie sui danni arrecati dalle esondazioni sono però scarse ed incerte. Dalle antiche cronache emerge però che ad ogni piena avvenivano irruzioni di acque del Piave nella Marca Trevigiana. Nel 1467 si ebbe la disalveazione a Cimadolmo e nel 1470 una grave rotta e conseguente esondazione a Romanziol. Nel sedicesimo secolo si ebbero dieci piene elevatissime negli anni 1512-1524-1531-1533-1554-1558-1564-1567-1572-1578. La piena più rovinosa fu quella del 1512 quando il Piave ha straripato a Nervesa ed incanalandosi nel Piavesella e nel Bottenigo e seguendo le depressioni del terreno ha inondato un vastissimo territorio e la città di Treviso apportandovi gravi danni. La piena del 1533 è rimasta famosa per i danni cagionati dalle rotte del Piave ai bacini lagunari di Torcello, Mazzorbo e Burano.

Quella del 1578 fu memorabile per il crollo del ponte che congiungeva le due sponde a Belluno e per nuovi disalveamenti del fiume a Cimadolmo ed a Ponte di Piave. L'aumentata frequenza dei disastri, provocati dalle piene del Piave nella seconda metà del sedicesimo secolo, non mancò di preoccupare la Repubblica Veneta i cui tecnici attribuirono lo aggravarsi dei disordini idraulici all'eccessivo disboscamento che veniva operato nelle montagne. Pure nel diciassettesimo secolo vennero registrate dieci elevate piene, le quali si verificarono negli anni 1601-1642-1664-1665-1667-1678-1681-1682-1693 e 1694. Fu questo il secolo in cui la Repubblica Veneta affrontò e risolse i più gravi problemi idraulici per la sistemazione dei fiumi in pianura e per la loro espulsione dalla laguna di Venezia, opera opportunamente accompagnata dall'incremento e dalla conservazione del patrimonio forestale.

Gravi furono i danni provocati dalle ricordate piene: nel 1642, fu distrutto il paese di Noventa da una rotta del fiume; nel 1664 vennero distrutti la chiesa e parecchi fabbricati del paese di Musile. Durante le piene del 1678 e 1681 si apersero ben 48 rotte negli argini costruiti per guidare il Piave a sfociare a Santa Margherita. La piena del 1683 è famosa per la rotta della Landrona attraverso alla quale e con nuovo letto, il Piave si diresse nell'attuale foce di Cortellazzo abbandonando l'alveo artificiale escavato per espellere il fiume dalla laguna di Venezia.

Solo sei piene elevate si elencano nel diciottesimo secolo. La prima avvenuta nel 1708 riguardò principalmente il Boite che, ingrossato a dismisura, investì il paese di Perarolo provocando la rovina di molte case e la morte di parecchie persone. Nel 1748 si ebbero solo esondazioni e danni alle campagne. Due piene si ripeterono a breve distanza di tempo nell'estate del 1757 (giugno ed agosto). Ad agosto, si ebbero molte rotte da Nervesa a Ponte di Piave. Nel 1774 e 1782 le piene non provocarono rilevanti danni, se si eccettua l'abbattimento di alcune case e della chiesa di Salettuol. La cronologia dei disastrosi eventi trova il suo apice nel 1800, durante il quale si ebbero ben quindici piene elevatissime e si verificò la massima piena conosciuta (1882). Dal 1851 al 1877, il Piave superò il segno di guardia ed entrò in piena a Zenson ben trentotto volte. Le date in cui si verificarono nel diciannovesimo secolo le quindici maggiori piene sono le seguenti: ottobre 1811, maggio 1816, ottobre 1823, dicembre 1825, ottobre 1841, novembre 1851, maggio 1858, ottobre 1863, marzo 1872, novembre 1877, settembre/ottobre 1882, ottobre 1885, ottobre 1886, ottobre 1889. Da tale elenco appare che le piene si manifestarono prevalentemente in autunno.

Delle quindici piene, difatti dodici furono autunnali e di queste otto si verificarono nel mese di ottobre. La piena del 1823, fu memorabile per la completa distruzione avvenuta del paese di Perarolo. Il 12 ottobre di quell'anno mentre il Boite ed il Piave erano considerevolmente ingrossati una frana si scaricò nel Boite, presso alla sua confluenza bloccandone il corso. Il giorno seguente il forte carico delle acque, provocò la rottura dello sbarramento costituito dalla frana e le acque precipitarono come una valanga su Perarolo che scomparve nei gorghi e divenne un cumulo di rovine coperte di ghiaia e fango.

Nello stesso periodo si ebbero nei tronchi di pianura più rotte fra cui quelle di Sant'Andrea di Barbarana e di Mussetta. Più elevata, specie per i tronchi superiori, fu la piena del 1825, che durò quattro giorni, danneggiò le opere idrauliche e di presidio lungo l'asta fluviale e determinò dodici rotte fra Sant'Andrea di Barbarana e San Donà di Piave. Eccezionale per la rapidissima crescita fu la piena del 1851 durante la quale si ebbe, per cinque ore, un incremento idrometrico orario di 1,36 m a Zenson, dove il colmo raggiunse la quota 10,6 m, nonostante il Piave attraverso a nove rotte arginali, avesse invaso le campagne tanto a monte che a valle di quella località. La piena durò cinque giorni e le principali rotte si ebbero a Fossalta, Croce di Piave, Fornera e Grisolera. L'anno 1882 rappresenta il triste caposaldo delle più funeste vicende idrauliche dei fiumi veneti. Per quanto il bacino plavense non sia rimasto in quell'evento indenne dalle conseguenze della disastrosa alluvione che si abbatté in tutta l'Alta Italia, di fronte ai disastri provocati dalla rotta dell'Adige avvenuta a Legnago, la piena del Piave passò quasi inosservata.

Le piogge cominciarono ai primi di settembre ed alla metà del mese si registrarono le più elevate altezze idrometriche che culminarono nei tronchi di pianura nel pomeriggio del 16 settembre. A Zenson venne raggiunta l'altezza di 10,80 m e superata di 0,74 m la massima conosciuta. Nel corso della piena si ebbero quindici rotte in destra e sinistra da Ponte di Piave a Cava Zuccherina causate tutte da tracimazioni per l'estesa complessiva di un chilometro. La piena durò sette giorni impiegando solamente sedici ore, per raggiungere il colmo e oltre 6 giorni, per discendere al segno di guardia. Oltre alle rotte, si ebbero sormonti delle sommità arginali e conseguenti tracimazioni a valle di Nervesa per la estesa di ben trenta chilometri. Il triste bilancio dei danni arrecati dalla alluvione si può riassumere in queste cifre: danneggiati venticinque comuni con una popolazione di circa 40 000 abitanti, superficie allagata 56 000 ettari; altezza media delle acque in campagna 3,05 m durata media dell'allagamento dieci giorni, ma in alcune località l'acqua rimase nei terreni per oltre un mese. Distrutti tre ponti: a Quero, Vidor e San Donà e nove ponti sugli affluenti del fiume, crollati centotrenta fabbricati. Nel 1885 si ebbero tre piene di cui una abbastanza elevata avvenuta il 16 ottobre. Nel successivo 1886 si ebbero ancora tre piene che si esaurirono senza gravi danni. L'anno 1889 registrò pure tre piene la più elevata delle quali avvenne l'undici ottobre e provocò dapprima lo squarciamento dell'argine destro compreso fra il ponte ferroviario e il ponte della provinciale presso Musile, e quindi quello di un tratto del rilevato ferroviario Mestre-Portogruaro e del vecchio argine San Marco.

L'inondazione si estese così al comprensorio del Consorzio idraulico Croce dove l'acqua raggiunse l'altezza di quattro metri, e all'abitato di Musile dove crollarono dodici case e vi furono varie vittime e danni. Infine nell'ottobre del 1896 si verificò l'ultima grave piena del secolo diciannovesimo la quale, pur superando di poco come altezze idrometriche quella del 1885, fu brevissima nella durata (due giorni) e rimase contenuta nell'alveo in conseguenza dei lavori di sistemazione arginale eseguiti dopo i disastri del 1885. Lavori che all'inizio del secolo vennero ripresi ed estesi e soprattutto integrati con opere idraulico-forestali di sistemazione del bacino montano, orientando così le provvidenze tecniche ai moderni criteri secondo i quali ogni cura dovrebbe essere rivolta alle origini del male ossia alla montagna ed agli affluenti superiori.

In questa prima metà del nostro secolo il Piave fu soggetto a nove elevate piene verificatesi negli anni 1903- 1905-1906-1907-1914-1916-1926 (in maggio e novembre) e nel 1928. Di tali eventi è da considerarsi veramente notevole quello verificatosi nel 1903. In tale circostanza, la piena raggiunse il colmo a Perarolo il 30 ottobre e si propagò rapidamente, tanto che dopo tredici ore si ebbe il colmo a Zenson con 11,58 m, quota superiore di ben 0,74 m alla massima registrata nel 1882. In questa località le acque cominciarono a tracimare nel mattino del 31 ottobre, e quindi aumentarono e si estesero a Campolongo, Volta Croce, Musile, Passarella, San Donà e Grisolera.

La estesa complessiva delle tracimazioni fu di circa 4 km, fra sponda destra e sinistra con altezze di lame che in alcuni punti giungevano da 1,15 1,20 m.[non chiaro] Il lavoro febbrile compiuto da centinaia di operai che in ogni tronco minacciato costruirono coronelle in sommità, banchine di sacchi a terra in schiena d'argine, chiusura di gorghi e gettate di sasso a fiume, valse a scongiurare i gravi disastri che si profilavano a Ponte di Piave, a Zenson, nel tronco di San Donà ed alla Gaggiola. La battaglia sembrava vinta poiché si era iniziata la decrescita dei livelli idrometrici, quando l'improvviso sbocco di un sifone apertosi all'unghia dell'argine sinistro in località Intestadura a valle di San Donà di Piave, diede luogo in brevissimo tempo ad una rotta disastrosa. La gravità del pericolo corso da tutto il territorio attraversato dal Piave, da Nervesa al mare, impose la esecuzione di nuovi poderosi lavori di rialzo, ringrosso ed imbancamento di tutte le arginature da Ponte di Piave alla foce. Tutte le piene successive furono contenute sia per effetto di tali lavori sia perché nei tronchi di pianura le massime altezze idrometriche furono di molto inferiori a quelle verificatesi nel 1903. La piena del 1928 fu caratterizzata da notevoli altezze idrometriche registrate nei tronchi montani e dal manifestarsi di tre ondate successive (il 22 ed il 29 ottobre e il 1º novembre) le quali non si sovrapposero e consentirono l'innocuo esaurimento della piena.

Le principali opere di difesa e sistemazione idraulica seguite nei secoli scorsi[modifica | modifica wikitesto]

Com'è noto dal 1420 al 1727 tutto il bacino del Piave fu compreso nei domini della Repubblica di Venezia la quale non mancò di dedicare ogni possibile ed amorevole cura alla difesa dei territori minacciati dalle frequenti piene del Piave. Giova Il problema che assillava la mente dei reggitori della Repubblica era quello di proteggere il litorale separante la laguna dal mare, di mantenere le « fuose » ossia le bocche aperte nel litorale stesso per l'alimentazione della laguna e di impedire l'interrimento di quest'ultima, provocato dallo sfocio dei fiumi che avveniva nell'ambito lagunare.

La continua espansione delle barene, determinata dalla sedimentazione di torbide fluviali, l'apparire ed il propagarsi di canneti per il prevalere delle acque dolci su quelle salse, allarmarono i veneziani in modo tale che venne coraggiosamente affrontato dalla Repubblica il titanico problema della espulsione dei fiumi dalla laguna di Venezia. Furono necessari circa quattro secoli (dal 1300 al 1700) per condurre a termine la gigantesca impresa la quale fu compiuta con la diversione del Piave all'attuale sua foce di Cortellazzo. Ne deriva che le principali opere di sistemazione idraulica del Piave compiute dalla Repubblica Veneta furono intese a difendere la bassa pianura dalla minaccia di esondazioni ed a deviare il tronco terminale del fiume per portarlo a sfociare in località sempre più discoste dal lembo lagunare orientale.

Nel tronco montano ed in quello medio invece nessuna attività venne svolta dal Governo della Serenissima, il quale però intervenne sempre per stimolare iniziative e per guidare, con la proverbiale saggezza dei suoi proti ed ingegneri, l'opera delle Comunità sia per la difesa del territorio come per la utilizzazione del corso d'acqua. Il tronco più vulnerabile del Piave fu quello compreso fra Nervesa e Spresiano ed è proprio in questo tronco che furono costruite le prime difese arginali. Da citazioni frammentarie che affiorano da antichi documenti riprodotti dagli scrittori di idraulica veneta dei secoli scorsi appare che, dal 1317 al 1370, si lavorò per la costruzione dei muraglioni o «murazzi» di Nervesa più volte abbattuti dalle piene del Piave nel corso dei secoli.

Nel 1509 la Repubblica Veneta avuta la percezione che i muraglioni dì Nervesa venivano ricostruiti con struttura a sacco e cioè con paramenti di pietrame ed imbottitura di ghiaia e ciottoli, inviò sul posto il celebre Fra' Giocondo con l'incarico di dettare severe e categoriche norme per la razionale esecuzione dei lavori. I muraglioni di Nervesa furono così ricostruiti con l'ordine di struttura che tutt'oggi conservano. Ma le aggressioni del Piave continuarono e da nuove brecce il fiume disalveò ancora ponendo in pericolo la città di Treviso.

Per tre secoli dal 1400 al 1700 la Repubblica Veneta, a mezzo di appositi Provveditori, continuò ad elevare difese e ripari arginali lungo l'asta fluviale compresa fra Nervesa e Zenson; ma tale attività fu saltuaria e frammentaria ed i lavori eseguiti per fronteggiare le aggressioni del fiume non furono mai coordinati in programmi tecnici per una razionale sistemazione idraulica del fiume. Più importanti furono invece le opere studiate ed attuate per la difesa della bassa pianura e per allontanare lo sfocio del Piave da Jesolo a Cortellazzo, allo scopo di evitare il trasporto di torbide nei lembi lagunari. Nel 1533, durante una piena, il Piave debordò in più punti nel suo tronco inferiore e le sue acque torbidissime invasero il Sile che si scaricava in laguna, provocando forti interrimenti nei bacini lagunari di Torcello e Mazzorbo. L'inconveniente si era già manifestato prima di allora ma in quella evenienza era apparso tanto grave che il Magistrato alle Acque deliberò che da Ponte di Piave alla Cava del Caligo venisse costruito un argine: «sia facto di passi sei trevisani (11 m) in fondo e di sopra passi due e mezzo (4,50 m) e tanto alto che el superi l'arzere davanti de la Piave almeno de pié quattro (1,40 m), il quale sia per muraglia e segurtà de questa banda de Venetia acciò in caso se rompesse el primo arzere questo sia per seguitò de le lagune nostre».

I Savi del Magistrato idearono in sostanza un secondo argine in ritiro il quale svolgendosi lungo il lembo occidentale della laguna superiore la isolava completamente dal Piave. L'argine detto di San Marco venne compiuto nel 1543 e dichiarato inalienabile. Esso è tuttora efficiente ed ha salvato più volte dalla inondazione il territorio situato in destra del fiume. Oltre a tale provvedimento il Magistrato alle Acque aveva decretato che sulla sinistra del Piave in località Rotta Vecchia venisse aperto un diversivo convogliante le acque di piena in uno dei porti di Livenzuola, Portesino o Cortellazzo.

Il celebre idraulico Cristoforo Sabbadino con più larga visione del problema idraulico integrò il concetto espresso dal Collegio dei Savi alle acque, e presentò nel 1552 un progetto per deviare completamente il Piave portandolo a sfociare a Cortellazzo. Per quanto approvata dal Governo Veneto, l'idea del Sabbadino non trovò unità di consenso e non ebbe immediata e completa fortuna. Innumerevoli proposte, polemiche e discussioni si accesero e, mentre si lavorava alla escavazione del diversivo voluto dal Magistrato alle Acque denominato Taglio di Re, il Piave continuava ad allagare ed a impaludare la pianura litoranea apportando torbide alla laguna. Dopo oltre un secolo di tentativi per mantenere efficienti come diversivi per lo scarico delle piene del Piave, il Taglio di Re ed il Canale Cavazuccherina, i Savi alle acque riconobbero che « l'unico mezzo di mantenere eterne le lagune» a era quello di deviare completamente il corso del fiume portandolo a sfociare a Santa Margherita di Caorle, ciò che rendeva necessaria la interclusione di uno dei rami del Livenza che là sfociava.

I lavori furono iniziati nel 1642 ma procedettero lentamente e richiesero ventidue anni di tempo per il compimento. Nel 1664 il Taglio della Piave fu compiuto ed il fiume fu condotto a sboccare nel porto di Santa Margherita. Prima di giungere alla nuova foce le acque del Piave invadevano le grandi paludi di Ribaga, Cortellazzo e Livenzuola le quali erano conterminate da modesti argini circondariali (o «arzerini») e poiché per sfociare a Santa Margherita le acque durante le piene o le fasi di alta marea dovevano sopraelevarsi, ne avvenne che in tali frequenti circostanze si ebbe la tracimazione o la rovina degli arzerini e la inondazione dei territori circostanti. Le diverse paludi nelle quali esondavano le acque del fiume divennero intercomunicanti e si formò un grande stagno che venne chiamato il Lago della Piave.

La situazione idraulica andò aggravandosi col susseguirsi delle piene che, come abbiamo segnalato, si ripeterono nel 1664-1665-1667-1678- 1681. Venne quindi ventilata l'idea di aprire un nuovo sfogo alle acque invasate nel Lago della Piave portandole al mare attraverso al porticciuolo di Valle Altanea. Ma, mentre fervevano discussioni e proposte, nel 1683, durante una piena abbastanza elevata, il Piave rotti gli argini a Landrona di fronte a Cortellazzo si scaricò in mare in quel porto che, per la pendenza dei terreni, costituiva il naturale sfocio del fiume. I fatti dettero ragione al Sabbadino che centocinquanta anni prima aveva intuita la soluzione del problema idraulico, ed il Piave fu lasciato nell'alveo da esso prescelto e continuò da allora a sfociare a Cortellazzo. Il 5 ottobre 1935 una nuova alluvione avrebbe portato il fiume nell'attuale foce, mentre il vecchio estuario andò a formare la Laguna del Mort[5].

Il Piave nella grande guerra[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Prima battaglia del Piave, Battaglia del solstizio e Battaglia di Vittorio Veneto.

Il Piave, costituì il fronte più arretrato di difesa dell'esercito italiano dopo la sconfitta subita nella Battaglia di Caporetto durante la Prima guerra mondiale. Oltre all'importanza strategica, il mantenimento della linea del Piave fu importante anche per tenere alto il morale dell'esercito dopo la ritirata dalla linea dell'Isonzo; per questo, il fiume Piave venne presto caricato di retorica patriottica (si veda ad esempio La canzone del Piave). La linea fu mantenuta nella Prima Battaglia del Piave e nella Battaglia del Solstizio. L'esercito italiano oltrepassò poi il fiume il 24 ottobre 1918 (esattamente un anno dopo la sconfitta di Caporetto), cominciando così la decisiva Battaglia di Vittorio Veneto.Nel corso del primo conflitto mondiale la parte meridionale del corso del Piave divenne una linea strategica importante a partire dal novembre 1917 in corrispondenza della ritirata avvenuta in seguito a Caporetto.

Dopo il passaggio sulla riva destra delle armate italiane e la distruzione dei ponti, il fiume divenne la linea di difesa contro le truppe austro-ungariche e tedesche che, nonostante svariati tentativi, non riuscirono mai ad attestarsi stabilmente oltre la sponda destra del fiume, pur riuscendo a varcarla in più punti, penetrando in profondità in territorio "destra Piave" in particolare presso Meolo. La linea di difesa italiana resistette fino all'ottobre 1918 quando, in seguito alla battaglia di Vittorio Veneto, gli avversari furono sconfitti e si giunse all'armistizio.

Dopo l'armistizio del 4 novembre 1918, il generale Lorenzo Barco si occupò del problema della riparazione e del ripristino degli argini del Piave e di altri fiumi veneti e friulani (Monticano, Livenza, Tagliamento), danneggiati in seguito alle vicende belliche. L'opera di ricostruzione, che si mantiene ancora ai giorni nostri, fu terminata in tempo per proteggere le popolazioni dalle possibili inondazioni a seguito delle piene invernali e primaverili. Furono impiegati circa 9 500 uomini e 330 ufficiali.

Le sorgenti del Piave e il passaggio di Sappada dal Veneto al Friuli Venezia Giulia[modifica | modifica wikitesto]

Mercoledì 22 novembre 2017 la Camera dei deputati approvava la proposta di legge che sanciva il via libera definitivo al passaggio del Comune di Sappada dalla Regione Veneto alla Regione Friuli Venezia Giulia. Si concludeva così una procedura durata più di dieci anni. Si accendeva un nuovo dibattito, sulla paternità delle sorgenti. Si riteveva infatti che fossero passate al Friuli, vista l’acquisizione di tutta la documentazione amministrativa e catastale avvenuta l'11 luglio 2019 a Belluno, viene dato avvio al trasferimento definitivo al demanio idrico regionale dei beni di proprietà statale ubicati in Comune di Sappada.

Su richiesta del presidente della Regione Veneto Luca Zaia, una commissione di esperti, presieduta dal professor Luigi D'Alpaos, docente emerito di ingegneria idraulica all'università di Padova, ha concluso che il Veneto ha diritto a tenersi la sorgente.[6]

Luca Zaia, presidente della Regione Veneto: «Le sorgenti del Piave sono ancora in territorio veneto». «Non posso che rallegrarmene per quello che ha sempre rappresentato il nostro fiume per la nostra regione e tutti i veneti. La commissione presieduta dal professor Luigi D'Alpaos, quella che lo ha confermato, l'ho richiesta io più di un anno fa proprio perché ci fosse un giudizio terzo da parte di luminari di riconosciuto valore ed evitare dispute campanilistiche e antistoriche».[7]

Gianpaolo Bottacin assessore bellunese all'ambiente della Regione Veneto: «Chi sostiene che il Piave ora nasce in Friuli e non più nel Veneto - sottolinea - dice per convenzione una cosa non sbagliata ma sostiene un falso storico. La commissione, di cui fa parte anche il professor Vladimiro Achilli, docente di Topografia e Cartografia all'università di Padova, ed altri esperti tra cui una storica, sta confermando che dal punto di vista idrologico e idraulico va considerata come sorgente quella del bacino più ampio, che in questo caso è proprio il ramo della Val Visdende».[7]

Problematiche ambientali[modifica | modifica wikitesto]

«Fiume simbolo del coraggio, dell'eroismo, del patriottismo degli italiani. Fiume simbolo, oggi, della loro cecità»

(Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 11 agosto 2003[8])

Il forte sfruttamento idrico e il conseguente parziale abbandono del letto naturale del fiume fanno del Piave uno dei corsi d'acqua più artificializzati d'Europa. Così, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, ha cominciato a sorgere una questione ambientale legata al Piave, che ha portato alla richiesta, rivolta in particolare all'ENEL, di assicurare il minimo deflusso vitale del fiume.

Il "caso Piave" è stato sollevato e promosso, tra l'altro, dall'amministrazione della provincia di Belluno, dal suo presidente Sergio Reolon e dal Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua di Mogliano Veneto (in particolar modo dallo scrittore e giornalista Renzo Franzin, cofondatore del Centro). Nel 2007, inoltre, è a Belluno che, con il supporto delle azioni Marie Curie della Commissione europea, si è tenuto un convegno di ricerca sul tema dell'artificializzazione del fiume Piave e dello sfruttamento sostenibile dell'acqua[9].

Garantire un flusso di acqua costante per tutto l'anno e realizzare impianti di risalita lungo gli sbarramenti, sarebbe importante per la sopravvivenza di specie di fauna ittica autoctona.

Feste e leggende[modifica | modifica wikitesto]

Il patto d'amistà[modifica | modifica wikitesto]

Lungo il basso corso del fiume, a circa 30 km da Venezia, si trovano due Comuni divisi dal Piave: San Donà di Piave e Musile di Piave. San Donà (il toponimo significa San Donato) e Musile (il toponimo di diga, argine) durante il Medioevo erano due piccole comunità di una zona paludosa, aggregate attorno alle loro rispettive chiese e santi patroni.

Secondo la leggenda, "il patto d'amistà" (il patto d'amicizia) tra le due comunità risale a quegli anni, quando una disastrosa alluvione deviò il corso del fiume Piave (nel 1258 per lo storico Teodegisillo Plateo, nel 1383 secondo altri studiosi). Fu un fatto così straordinario che dovettero essere ridefiniti i confini territoriali. La piccola chiesa di San Donato segnava il confine tra due diocesi: il patriarcato di Aquileia da un lato e la diocesi di Torcello dall'altro. La chiesetta, già in Sinistra Piave (lato sandonatese), si ritrovò sulla destra del fiume, in territorio di Musile. La comunità San Donà si ritrovava così privata della propria identità perché la chiesa, dedicata al suo patrono, si ritrovava dall'altra parte del Piave. Da qui il compromesso: lasciare il nome di San Donato all'attuale centro urbano di San Donà, con il diritto di festeggiare il santo a Musile. A compenso un patto solenne: che la "bagauda", ovvero la comunità di San Donà dovesse offrire agli abitanti di Musile per sempre, il 7 agosto di ogni anno, due capponi ("gallos eviratos duos") vivi, pingui e ottimi.

La manifestazione è stata ripristinata a partire dal 1957 e si svolge ogni anno con il patrocinio dei due comuni e della Regione Veneto.

La canzone del Piave[modifica | modifica wikitesto]

La canzone probabilmente più famosa della prima guerra mondiale fu La canzone del Piave di Giovanni Gaeta, autore famoso di canzoni napoletane, meglio noto con lo pseudonimo di E.A. Mario. Fu composta nel giugno 1918[10] subito dopo la battaglia del solstizio. Ben presto venne fatta conoscere ai soldati dal cantante Enrico Demma.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Elenco corsi d'acqua della rete idrografica regionale (PDF), su Piano straordinario triennale interventi di difesa idrogeologica, Regione Veneto. URL consultato il 15 dicembre 2014.
  2. ^ Anticamente, e tuttora in veneto, l'idronimo è femminile: la Piai, la Piave, ecc. Vedi Ulderico Bernardi, Cara Piave, Editrice Santi Quaranta, 2011. Vedi anche Nomi geografici, un genere difficile | Treccani, il portale del sapere
  3. ^ Bacino del Fiume Piave - Piano stralcio per la sicurezza idraulica del medio e basso corso a cura dell'ADBVE.
  4. ^ Vedi nota 2.
  5. ^ Foce del Piave[collegamento interrotto], Provincia di Venezia - Acque Antiche. URL consultato il 29 marzo 2013.
  6. ^ A3 NEWS Treviso 13/07/2019, «Le sorgenti del Piave restano in Veneto», su youtube.com.
  7. ^ a b Sorgenti del Piave. Zaia, "La commissione di esperti le conferma in Veneto, non posso che compiacermi. È il fiume simbolo della nostra regione e della nostra gente", su s01-stagingportale.regione.veneto.it.
  8. ^ L'articolo di Stella nel sito del Corriere
  9. ^ articolo Archiviato il 5 marzo 2016 in Internet Archive. apparso sul Corriere delle Alpi
  10. ^ Andrea Castellano, La «leggenda Del Piave», Associazione Nazionale Carabinieri. URL consultato il 01-10-2009 (archiviato dall'url originale il 13 giugno 2009).

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