Feudi imperiali

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I Feudi Imperiali a nord di Genova (dalla carta del Borgonio, secolo XVII)

Con il termine Feudi Imperiali venivano convenzionalmente indicati tutti i singoli territori soggetti - fino all'invasione napoleonica - al Sacro Romano Impero. I Feudi che facevano parte dell'impero erano distinti in immediati o sovrani - dipendenti direttamente dall'imperatore - o mediati, cioè sottoposti alla sovranità di un principe o signore, vassallo intermediario dell'imperatore.

I Feudi immediati erano di fatto gli Stati sovrani che costituivano la confederazione imperiale. Venivano definiti "Stati Imperiali" ('Reichsstände, Unmittelstände'), erano circa trecento e partecipavano con il proprio diritto di voto ai lavori del Reichstag, distribuiti in 10 Circoli Imperiali e distinti in elettorati, principati, contee, signorie, città imperiali. A questi si aggiungevano un certo numero di sovranità di fatto che non appartenevano ai circoli: i Feudi equestri dei Cavalieri del Sacro Romano Impero e i feudi italiani e francesi, exclaves in territorio (alsaziano) o Feudi mediati sottoposti al protettorato di Parigi.[1]

In senso stretto, in Italia, il termine è utilizzato per definire storicamente una serie di minuscoli Stati, residui di antiche signorie feudali, che sopravvissero fino al XVIII secolo, disseminati lungo i confini di Liguria, Piemonte, Lombardia e Toscana.

Origine[modifica | modifica wikitesto]

Il regno d'Italia carolingio aveva gettato le basi del feudalesimo germanico, anche nella penisola italiana e in particolar modo nelle regioni settentrionali, mentre l'autorità papale dopo la caduta degli Hohenstaufen era riuscita ad affrancare l'Italia meridionale e gran parte dei territori pontifici che dalle Marche raggiungevano la Romagna. L'autorità imperiale si era in seguito indebolita per l'avvento dei Liberi Comuni, prima, e delle signorie poi. Molti Stati italiani continuavano tuttavia a mantenere un rapporto di vassallaggio con l'impero, da cui erano esclusi la repubblica di Venezia, gli Stati papali e i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna. Vasti feudi imperiali, formalmente dipendenti dall'imperatore, furono infeudati a numerose famiglie italiane (Adorno, Spinola, Doria, Fieschi, Medici, Malaspina, ecc.) e si conservarono fino alle abolizioni feudali napoleoniche del luglio 1797.[2]

Dislocazione[modifica | modifica wikitesto]

Carta del Ducato di Mantova nel 1600.

Tutta l'Italia settentrionale a nord dello Stato Pontificio, tranne la Repubblica di Venezia, faceva parte del Sacro Romano Impero, e i vari signori che nel Medioevo se ne dividevano il territorio esercitavano il potere, almeno formalmente, per delega e investitura dell'imperatore, quali suoi feudatari. Lo stesso strumento dell'investitura imperiale, ogni volta che vi succedeva un regnante, fu utilizzato per legalizzare le signorie cittadine e i successivi principati rinascimentali, rimarcando così il formale e diretto legame con l'imperatore.[3]

Anche i maggiori Stati italiani, nominalmente sudditi dell'Impero, fino al XVIII secolo furono convenzionalmente feudi imperiali o aggregati di essi: dal maggiore - il granducato di Toscana - ai feudi che formavano lo Stato di Milano (il ducato di Milano, il principato di Pavia, il contado di Cremona, ecc.), lo Stato sabaudo (il ducato di Savoia, il ducato d'Aosta, il principato del Piemonte, il contado di Asti ecc.), il Monferrato, i ducati di Modena e Reggio, quelli di Mantova, Massa, Sabbioneta, Bozzolo, lo Stato parmense (i ducati di Parma e Piacenza, lo Stato Pallavicino, lo Stato Landi, il marchesato di Zibello) fino ai piccoli principati padani (il ducato di Guastalla, il principato di Correggio, ecc.), tutti via via assorbiti dagli Stati più grandi.[4]

Esisteva poi, specie sui monti liguri e nei colli del Basso Piemonte, un consistente gruppo di antichi feudi, nati dalla disgregazione degli storici marchesati degli Aleramici e degli Obertenghi, che, anche grazie alla posizione geografica isolata, riuscirono a sopravvivere più a lungo, ben oltre la fine del Medioevo (il periodo tipico di queste istituzioni), finché durò almeno nominalmente il potere imperiale. Per questi Stati l'investitura era ben più di una questione formale, poiché solo la protezione imperiale poteva garantire l'autonomia a entità politiche tanto deboli.

Quando si costituirono i principati rinascimentali molti di essi soccombettero nell'età moderna, ma altri, posti sotto la tutela degli Asburgo, che detenevano la corona imperiale, dalla Spagna prima e poi dall'Austria che dominavano l'Italia, riuscirono a sopravvivere e anche a conoscere una sorta di revival nel XVIII secolo, quando la casa imperiale ebbe il diretto dominio su Milano e, tramite i suoi vassalli dei feudi imperiali, poteva avere un più ampio controllo della zona appenninica.[5]

La situazione settecentesca[modifica | modifica wikitesto]

Dall'ultimo decennio del XVII secolo, la corte di Vienna aveva attuato una politica di rilancio del potere imperiale in Italia. Le ragioni erano dettate da un programma asburgico di natura politica, strategica e non per ultimo economica: le regioni lombarde, piemontesi, toscane erano tra le più ricche dell'intero territorio imperiale ed economicamente ben predisposte e per questo appetibili dai sovrani.

In alcune zone la figura dei vicari imperiali, almeno apparentemente, non era mai venuta meno. In Toscana, dopo le conquiste di Firenze del XIV secolo, l'ufficio del vicario fu trasferito dalla sede di San Miniato al Tedesco (in ricordo appunto di tale funzione) ai marchesi Malaspina di Fosdinovo che ne assunsero la carica ereditaria fino alla fine dell'Ancien Régime.[6]

L'imperatore Leopoldo I d'Asburgo perseguì così una politica di recupero delle terre italiane per contrastare politicamente ed economicamente l'espansionismo aggressivo francese di quegli anni e molti signorotti locali, anche a seguito di espresso editto imperiale, si affrettarono a farsi riconoscere i propri possessi come feudi dell'impero, per una maggiore tutela politica e di indipendenza verso gli stati maggiori limitrofi. Di conseguenza si riacuirono, proprio in questi anni, le tensioni diplomatiche tra Vienna e la Santa Sede anche per la contestata natura giuridica feudale di Comacchio e di Carpegna, di fatto integrati negli Stati della Chiesa.[7]

I feudi imperiali superstiti in Italia possono così suddividersi indicativamente in due categorie:

  • i feudi sovrani che godevano di autonomia politica e avevano un rapporto formale diretto con l'imperatore (feudi immediati), con la connotazione di veri stati sovrani;
  • i feudi, posti sotto il protettorato di altri Stati, semisovrani e feudi mediati che erano o soggetti alla potestà diretta di un sovrano di cui sono vassalli (principe intermediario tra il feudatario e l'imperatore) o avevano una limitata autonomia politica.

Facevano parte del primo gruppo i ducati di Savoia ed Aosta i cui sovrani, i duchi di Savoia, poi re dal 1713, continuavano ad essere formalmente vassalli dell'impero con diritto di seggio e di voto alla Dieta generale imperiale di Ratisbona. Nonostante, a più riprese, i duchi avessero ricevuto dall'imperatore molti feudi imperiali (Monferrato, Novara, il Vigevanasco, la Lomellina, Voghera, le Langhe e Tortona), non riconoscevano più il rapporto di sottomissione all'impero, mancando di inviare i propri deputati alla Dieta, né versando la tassa della matricola all'erario imperiale. Tale affermazione delle proprie autonomie e sovranità venne sin dal 1738 ripetutamente e decisamente sostenuta con una serie di provvedimenti e decreti legislativo-amministrativi tesi a garantire la potestà reale contro le resistenze più o meno occulte da parte del senato milanese alla cui giurisdizione e fisco fino ad allora erano sottoposti i feudi delle Langhe prima della loro cessione ai Savoia.[8]

Casi particolari furono poi la Toscana e lo stesso Stato di Milano (Milano, Pavia, Cremona, Mantova, Sabbioneta, ecc.). Tali Stati, infatti, oltre ad essere feudi imperiali, erano anche in unione personale con l'imperatore (beni allodiali della casa imperiale d'Asburgo) e l'Austria e, come tali, governati da rappresentanti diretti del sovrano (governatori generali per Milano e presidenti del consiglio di reggenza per la Toscana dal 1737 al 1765). Lo Stato milanese con le sue dipendenze era andato sensibilmente riducendosi nell'estensione territoriale con le cessioni delle vaste province ad ovest del Ticino. E con l'annessione alla Repubblica di Venezia di Bergamo, Brescia e Crema. [9]

Il ducato di Mantova era stato avocato all'imperatore dopo che l'ultimo duca sovrano della linea di Gonzaga-Nevers ne era stato spogliato per fellonia. Con la sua annessione si era completato l'accerchiamento austriaco nei confronti della repubblica di Venezia, in secolare antagonismo per il predominio della regione. La corte di Vienna era determinata nel mantenere forte la propria presenza nell'Italia settentrionale: dall'ultimo decennio del XVII secolo il piccolo principato di Castiglione delle Stiviere era stato occupato dalle truppe austriache, nonostante le proteste degli spodestati duchi della linea cadetta dei Gonzaga.[10]

Un caso a parte era, inoltre, la repubblica di Genova che, pur gravitando nell'orbita francese, era ancora legata da un formale rapporto feudale con l'impero, sia per lo Stato genovese che per il marchesato di Finale, acquisito nel 1713 e amministrato autonomamente dal resto della repubblica.

Il ducato di Massa e Carrara, a seguito del matrimonio dell'ultima duchessa con il principe ereditario di Modena, venne indissolubilmente legato politicamente ed economicamente a questo ducato e, a sua volta, strettamente alleato alla politica imperiale e austriaca, che vedeva così realizzato il sogno di avere uno sbocco sul mar Tirreno con il porto di Avenza.

Lucca, repubblica oligarchica, continuava a vivere dei pochi proventi che ormai residuavano dalle antiche ricchezze commerciali e, se manteneva ancora la propria indipendenza nei confronti della Toscana, era grazie al suo status di feudo imperiale, in contrapposizione con la Toscana, fino ad allora filospagnola.[11]

Infine la Toscana: il granducato con l'estinzione della dinastia dei Medici, tornava nel 1737 ad essere feudo diretto dell'impero e bene allodiale dell'imperatore Carlo VI d'Asburgo, a compensazione della perdita del ducato di Lorena, quando la figlia Maria Teresa d'Asburgo si era unita in matrimonio con l'ultimo duca Francesco Stefano di Lorena. La Toscana, tuttavia, non avrà un proprio sovrano effettivo, fino al 1765, essendo divenuto il granduca titolare, Francesco Stefano, imperatore del Sacro Romano Impero, finché non la governerà il figlio, effettivo granduca, Pietro Leopoldo che, svincolatosi dalle pesanti ingerenze della madre Maria Teresa e dalle direttive della corte imperiale, libererà la Toscana dal rapporto formalmente feudale con l'impero.[12]

Nel XVI secolo con la ripartizione dell'eredità dell'imperatore Carlo V, tutto il sud Italia, con il regno di Napoli in testa, aveva cessato il proprio rapporto di sudditanza con l'impero, ricadendo nella sfera dei Borbone di Spagna.[13]

Accanto a feudi storicamente documentabili come imperiali si verificarono ingerenze arbitrarie e di dubbia legittimità: fu il caso del ducato di Parma e Piacenza la cui costituzione era di chiara origine papale, essendo stato creato appositamente per i Farnese da Paolo III per il figlio Pier Luigi.[14]

Appartengono al secondo gruppo una moltitudine di Staterelli minori che, nella loro relativa indipendenza, erano legati politicamente, anche in forma di protettorato, agli Stati più potenti e sopravvissero ancora per pochi decenni grazie alla protezione dell'imperatore. Vanno ricordati i numerosi marchesati dei Malaspina, ultimo residuo del grande patrimonio territoriale di tale antichissima famiglia che si estendeva per tutto l'arco appenninico dalle Alpi Apuane fino alle Langhe piemontesi. Tra questi si ricordano, tra gli altri, i marchesati lunigianesi di Fosdinovo e di Tresana, i cui sovrani continuavano a detenere il titolo di vicari imperiali in Italia e quello di Mulazzo, che nel basso Medioevo fu caratterizzato dal mecenatismo dei suoi signori, ospitando artisti e poeti come l'esule Dante Alighieri. Per gli altri la sopravvivenza era legata ai vincoli politici che avevano con la Toscana, Modena o Genova. A Genova si erano nei secoli costituiti due tipologie di feudi: quelli cosiddetti "della Repubblica", cioè acquisiti in epoca medievale, per i quali a seguito di convenzioni specifiche continuavano ad essere governati dagli eredi degli antichi feudatari e per i quali la Superba si sforzava di acquisire maggiori quote di proprietà su tali domini per eliminare la presenza scomoda di questi signori locali. I feudi imperiali veri e propri, cioè acquistati anche a costo di pesanti esborsi a favore della corte viennese, approfittando delle sue costanti necessità finanziarie, dipendevano dal dominio diretto della repubblica, in virtù dell'investitura imperiale, che li amministrava con propri funzionari statali, riscuotendo direttamente i proventi di spettanza signorile, tali da renderli veri e propri beni fruttiferi in base alla loro rendita annuale.[15] Tale politica a partire dal Cinquecento fu in parte seguita anche dagli altri Stati regionali italiani come la repubblica di Venezia, il ducato di Milano ed il granducato di Toscana che, tuttavia a differenza di Genova, spesso preferirono effettuare nuove infeudazioni a famiglie vicine allo Stato ed ai suoi regnanti.[16]

Un altro insieme di Stati che ancora deteneva la qualifica di feudi imperiali era poi costituito dalla contea di Vernio, acquistata dai conti Bardi, e dai marchesati del Monte Santa Maria, di Sorbello e di Petrella.[17] Particolare rilievo politico assunsero poi le due contee di Carpegna, a causa della loro posizione strategica: poste nel Montefeltro ai confini della Toscana e degli Stati papali, la contea di Carpegna e il principato di Scavolino erano il prodotto ereditario dell'estinzione dei conti carpegnoli, dichiaratisi alla fine del XVII secolo vassalli dell'impero ed elevati a principi di Bascio. Tale situazione legittimò l'imperatore a contestarne gli eredi senza il suo preventivo assenso di accettazione e riconoscimento alla successione e al suo intervento militare con conseguente occupazione in veste di imperatore e di granduca (essendo stata, a seguito di preciso accordo, la repubblica fiorentina erede de jure in caso di estinzione del casato dei Carpegna) con le logiche contestazioni della corte di Roma e dei Borbone di Parma.[18]

Tra gli altri Stati non completamente indipendenti si ricordano: la contea di Desana (venduta dai Tizzoni ai Savoia nel 1693), il principato di Castiglione delle Stiviere, occupato dall'Austria dalla fine del XVII secolo, nonostante la locale linea sovrana dei Gonzaga ne rivendicasse i diritti fino alla loro definitiva cessione nel 1773, il principato di Soragna, di fatto sotto il protettorato dei duchi di Parma e Piacenza, il marchesato di Montemarzino ceduto dagli Spinola de los Balbassos ai Savoia nel 1753, quelli di Oramala, Piumesana, Valverde e Santa Margherita dei Malaspina, la contea di Bobbio e Zavattarello dei dal Verme (le cosiddette "giurisdizioni separate"), le signorie di Cecima e San Ponzo, di Bagnaria, tutti sotto il protettorato con autonomia più o meno ampia concessa dai Savoia, le signorie imperiali di Balestrino dei marchesi del Carretto sotto protettorato genovese e di Maccagno inferiore dei conti Borromeo sotto il patronato austriaco.[19]

Piemonte[modifica | modifica wikitesto]

Molti feudi piemontesi furono soppressi nel 1736 dai patti preliminari al trattato di Vienna, e ceduti ai Savoia (Tortona, Voghera, Castelnuovo Bormida, Castelnuovo Scrivia, Capriata d'Orba, Francavilla Bisio, Montaldeo, Mornese, Arquata Scrivia, Isola del Cantone, contea di Tassarolo, Ronco Scrivia fino ad arrivare al Po e verso occidente a Carcare, Millesimo, marchesato di Spigno e Ceva).

Una posizione di parziale autonomia continuarono a godere le cosiddette "giurisdizioni separate dell'Oltrepò", entrate a far parte delle province sabaude di Voghera e di Bobbio nel 1748; erano costituite dalla contea di Bobbio, Zavattarello, dei conti dal Verme, e da diversi marchesati malaspiniani:

Nel Piemonte sudorientale (attuali province di Savona, Cuneo e Alessandria), gli ultimi feudi furono assorbiti dal regno sabaudo e spesso riconcessi a nobili famiglie del luogo (Millesimo, Novello, Gorzegno, Giusvalla, Mioglia, Malvicino, Ponzone, Prunetto, ecc).

Lombardia[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni feudi imperiali sopravvissero sotto la dominazione austriaca, venendo anzi riconfermati con i loro privilegi e autonomie, mentre altri furono soppressi e annessi allo stato milanese (Castiglione delle Stiviere, Solferino, Medole, Sabbioneta, Bozzolo, Gonzaga e la stessa Mantova):

  • contea di Maccagno inferiore (detto imperiale): ai conti Mandelli (dal 1536, come feudo, che possedevano già dal 962, ma non documentato; poi come contea dal 1613, con il titolo del S. R. I. dal 1621, Vicariato del S. R. I. con diritto di zecca d'oro, argento e rame, dal 1622, e giurisdizione su parte del Lago Maggiore, dal 1659) dai quali fu venduto al conte Carlo Borromeo Arese nel 1692, il quale verrà investito nel 1718
  • signoria di Castellaro: possesso dei principi-vescovi di Trento dal 1082 e riconfermato fino al 1797
  • marchesato di Gazzuolo e Dosolo: concesso fino al 1778 agli Ippoliti di Gazzuolo
  • signoria di San Martino Gusnago e Soave: concessa ai conti Giannini fino al 1776
  • feudo di Limonta con Campione e Civenna: agli abati di Sant'Ambrogio a Milano dal 835, con facoltà di alzare l'aquila imperiale (dal 1697) fino al 1797; in alcuni atti l'abate è chiamato conte, pur non sussistendo una speciale concessione al riguardo
  • feudo della Valsolda: agli arcivescovi di Milano fino al 1784
  • baronia di Retegno con Bettola: feudo antichissimo dei Trivulzio, fu elevato a Baronia del S. R. I. nel 1654, con diritto di zecca; estinta la famiglia nel 1767, nel 1768 fu venduta, con le regalie e beni, all'Imperatrice Maria Teresa; nel 1778 fu accordato alla baronia totale immunità fiscale, salvo il pagamento annuo di un tributo di una doppia di Milano, a titolo di ricognizioni di dominio

Emilia[modifica | modifica wikitesto]

Un piccolo gruppo di staterelli viene assorbito a partire dal XVI secolo dalle due maggiori signorie della regione (i duchi di Parma e i duchi di Modena). Nel volgere di due secoli andranno progressivamente a scomparire i piccoli ducati e principati della Bassa Parmense (lo Stato Pallavicino, il marchesato di Zibello, lo Stato Landi, il principato di Soragna, la Contea di San Secondo) e del Modenese (il ducato della Mirandola, i principati di Carpi, Correggio, San Martino in Rio, la contea di Novellara, la contea di Rolo).[20]

Liguria[modifica | modifica wikitesto]

Genovesato[modifica | modifica wikitesto]

Anche Genova, pur essendo libera da gravami feudali, era considerata direttamente dipendente dall'impero come le città anseatiche. Solo con il pagamento di trecentomila fiorini e laboriose trattative Genova ottenne verso il 1640 di non essere più chiamata "civitas et camera nostra imperialis" nei documenti di investitura di alcuni feudi liguri.

Nel periodo di maggior debolezza imperiale, dopo la caduta degli Svevi, Genova aveva incorporato senza problemi nel suo dominio ampi territori dei Marchesati Aleramici e Obertenghi. Il riconoscimento esplicito della dipendenza feudale dall'impero si mantenne solo per un certo numero di feudi annessi a partire dal 1343, fra i quali: Arenzano, Cogoleto, Masone, Lavagna, Voltaggio e per ultimo Busalla ceduto dagli Spinola nel 1728.[21]

Resistettero, come enclaves nelle vicinanze di Genova, il Marchesato poi Principato (1760) di Torriglia dei Doria, quelli di Campofreddo, Savignone, Crocefieschi.

Entroterra genovese[modifica | modifica wikitesto]

A nord di Genova (nell'Oltregiogo) si trovava il gruppo più vasto e compatto di Feudi Imperiali, anch'essi in gran parte di origine malaspiniana, ma passati per lo più in mano alle maggiori casate genovesi, quali i Fieschi, i Doria e gli Spinola.

Comprendevano la parte del versante padano dell'attuale Provincia di Genova che non era direttamente governata dalla Repubblica di Genova (e quindi, ad esempio, l'enclave di Campofreddo), ed alcuni territori dell'Oltregiogo ricadenti nelle attuali adiacenti Province di Alessandria (ad esempio: Arquata Scrivia, Grondona, Vargo, Cecima e San Ponzio, Bagnaria, Fabbrica Curone, Carrosio, Garbagna e l'alta val Borbera), e Piacenza (Ottone, Zerba e Cerignale) di forte influenza culturale e politica genovese ma formalmente indipendenti.

Questi territori, infeudati a famiglie genovesi e controllati quindi da Genova solo indirettamente, erano i Feudi Imperiali per antonomasia: con l'arrivo di Napoleone I furono aggregati in blocco alla Repubblica Ligure. Con la Restaurazione ed il successivo passaggio al Regno di Sardegna, furono suddivisi tra le province di Bobbio e di Novi Ligure all'interno della Divisione di Genova.[22]

Ponente ligure[modifica | modifica wikitesto]

Più disuniti erano i Feudi Imperiali dell'entroterra della Riviera Ligure di Ponente e dei colli del Basso Piemonte, dove sopravvissero brandelli dell'antica Marca Aleramica, ereditati generalmente da altre famiglie. La più duratura delle Casate Aleramiche fu quella dei Del Carretto, suddivisa in moltissimi rami con feudi nel basso Piemonte e in Liguria (Balestrino, Arnasco, Zuccarello, Garlenda, Stellanello, Paravenna), gradualmente assorbiti da Genova; e dai Savoia; tra la prima e la seconda metà del XVIII secolo.

Fra di esse il Marchese di Finale esercitò sino al termine del XVI secolo il ruolo di Vicario Imperiale. Dopo l'estinzione dei Del Carretto di Finale (1602), il Marchesato fu acquistato prima dalla corona spagnola e, poi, dopo lunghe contese con i Savoia, nel 1713 dalla Repubblica aristocratica di Genova (riconfermato nel 1748 con i feudi di Calizzano, Osiglia, Bormida, Pallare e Carcare), ma senza perdere il carattere di Feudo Imperiale né i propri statuti medievali: compare infatti come unità geografica autonoma fino alla definitiva scomparsa con la Repubblica Ligure nel 1797.[23]

In Liguria vi erano inoltre il Marchesato di Dolceacqua (sotto protettorato sabaudo), di Balestrino (fino al 1757; poi ai Savoia) e la Contea di Loano dei principi Doria poi protettorato dei Savoia (dal 1735), il Marchesato di Torriglia e infine la Repubblica di Noli, strettamente aggregata alla Repubblica di Genova, ne condivideva il carattere di città libera.

Lunigiana[modifica | modifica wikitesto]

Il gruppo più orientale dei Feudi Imperiali appenninici era quello della Lunigiana, in cui ancora sopravvivevano i residui del Marchesato dei Malaspina, per lo più in mano ai numerosi rami della antica famiglia feudale. Molti di essi col tempo erano stati assorbiti dal Granducato di Toscana (Rocchetta di Vara, Calice al Cornoviglio, Fivizzano, Treschietto, Bagnone e Terziere, Pontremoli, ecc.); quelli superstiti fino al XVIII secolo furono poi uniti al Ducato di Massa e Carrara.

I Feudi sopravvissuti per tutto il XVIII secolo erano i Marchesati dei vari rami dei Malaspina di: Fosdinovo (Vicari Imperiali), Mulazzo, Castagnetoli, Olivola, Aulla e Podenzana, Licciana Nardi, Villafranca, Castevoli, Oramala e Malgrate, Bastia, Suvero, Ponte Bosio. I rimanenti marchesati erano nel frattempo passati nelle mani di altre famiglie: Groppoli ai Brìgnole-Sale, Tresana ai principi Corsini, sottoposti al protettorato toscano.[24]

Granducato di Toscana[modifica | modifica wikitesto]

La Toscana, feudo imperiale dal Medioevo, con sede dei vicari imperiali a San Miniato al Tedesco - fu elevata nel 1532 a ducato, riconfermando così la suprema potestà dell'imperatore e Granducato di Toscana a favore dei Medici nel 1569. Il nuovo Stato, costituito dal ducato di Firenze, dalla repubblica di Siena e dalla provincia pisana, aveva annesso progressivamente altri importanti feudi imperiali che si trovavano soprattutto al confine tra questo e lo Stato Pontificio: erano le contee di Chitignano, Montauto, Elci nell'alta Valdicecina, contea di Santa Fiora (dal 1601), contea di Pitigliano, contea degli Ottieri presso il Monte Amiata. Sopravvissero, come exclaves imperiali toscane, Lucca, Piombino (fino al 1735, perdendo poi il rango di feudo imperiale), Monte Santa Maria, Sorbello, Petrella, in Valtiberina; contea di Carpegna e principato di Scavolino nel Montefeltro; le contee di Vernio e di Castiglion dei Pepoli sull'Appennino bolognese.[25]

Elenco dei feudi imperiali sovrani (immediati) in Italia nel XVIII secolo[modifica | modifica wikitesto]

Germania[modifica | modifica wikitesto]

Diretta espressione del potere imperiale, i feudi imperiali prolificarono nelle regioni tedesche dell'impero. Essendo strettamente legati alle famiglie che ne detenevano il titolo, ne seguirono le sorti in caso di divisioni ereditarie, annessioni, unioni, ipoteche. Nei secoli, specialmente per motivi ereditari, numerosi feudi si frazionarono tra i vari rami eredi, costituendo così in seno all'impero oltre un migliaio di feudi con autonomie più o meno riconosciute. Molti feudi tedeschi, differentemente da quelli italiani, partecipavano alla vita attiva dell'impero, vedendosi concesso dall'imperatore il diritto di seggio e di voto alla Dieta permanente generale di Ratisbona. Si distinsero così in feudi che facevano parte dei circoli imperiali con diritto di voto e pertanto riconosciuti come stati sovrani a tutti gli effetti, sia pure sotto l'autorità suprema imperiale (feudi immediati; Reichsstände) e feudi, invece, che anche se, talvolta, avevano di fatto poteri sovrani non gli era riconosciuto il diritto di voto (feudi equestri governati da baroni e conti imperiali che potevano far parte dei circoli imperiali e quindi avere diritto di voto nelle diete regionali od altri esclusi da ogni circolo, come accadeva per molte signorie equestri, prevosture principesche, contee, abbazie principesche, che potevano avere solo il diritto di voto nelle Diete regionali di singoli circoli, nelle diete dei vari cantoni equestri, o addirittura privi di ogni voto.[26] Sinteticamente i feudi sovrani in Germania erano distinti in:

  • Feudi immediati appartenenti ai 10 circoli imperiali
    • principati elettorali (ecclesiastici e laici);
    • principati ecclesiastici (arcivescovati, vescovati, prevostati, prelati del Reno e di Svevia rappresentati da principi-abati);
    • principati secolari (ducati, margraviati, langraviati, principati, burgraviati);
    • contee e signorie sovrane (contee principesche, burgraviati, contee, signorie sovrane) rappresentate nei 4 collegi dei conti di Svevia, Wetterau, Franconia e Westfalia;
    • città imperiali (del Reno e della Svevia);
    • signorie equestri distribuite in 3 specifici circoli nobiliari (Reno, Franconia, Svevia) e suddivisi in 14 cantoni nobiliari.
  • feudi imperiali mediati (sottoposti all'autorità di un principe sovrano)

Tutti i feudi imperiali persero progressivamente la propria sovranità (quelli francesi dal 1790, quelli italiani nel 1797, quelli tedeschi dal 1801 al 1806).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sisto, p. 5
  2. ^ Zanini, p. 5
  3. ^ Zanini, p. 6
  4. ^ Cremonini, p. 22
  5. ^ Sisto, p. 35
  6. ^ Cremonini, p, 39
  7. ^ Zanini, p. 7
  8. ^ Cremonini, p. 102
  9. ^ Sisto, p. 31
  10. ^ Zanini, p. 8
  11. ^ Sisto, p. 120
  12. ^ Cremonini, p.143
  13. ^ Cremonini, p. 144
  14. ^ Zanini, p. 9
  15. ^ Cremonini, pp. 150-152
  16. ^ Caciagli, p. 43
  17. ^ Caciagli, p. 45
  18. ^ Caciagli, p. 52
  19. ^ Cremonini, p. 168
  20. ^ Cremonini, p. 200
  21. ^ Cremonini, p. 203
  22. ^ Sisto, p. 130
  23. ^ Sisto, p. 207
  24. ^ Cremonini, p. 231
  25. ^ Cremonini, pp. 222-224
  26. ^ Sisto, pp. 130-132

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Caciagli, I feudi medicei, Pacini, Pisa 1980.
  • Cinzia Cremonini-Riccardo Musso,(a cura di) "I feudi imperiali in Italia tra XV e XVIII secolo", Bulzoni, Roma 2010.
  • Alessandra Sisto, I feudi imperiali del tortonese, Università di Torino, Torino 1956.
  • Andrea Zanini, "Strategie politiche ed economia feudale ai confini della Repubblica di Genova", in Quaderni del Centro di Studi e Documentazione di Storia Economica Archivio Doria, Genova, 2005.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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