Ludovico il Moro

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Ludovico Maria Sforza
Pala Sforzesca - detail 01.jpg
Maestro della Pala Sforzesca, Ludovico il Moro, particolare dalla Pala Sforzesca, 1494-1495, Pinacoteca di Brera, Milano
Duca di Milano
Stemma
In carica 14801494 de facto; 14941499 de jure
Incoronazione 1480
Predecessore Gian Galeazzo Sforza
Successore Ducato passato a Luigi XII di Francia
Duca di Bari
In carica 14791500
Predecessore Sforza Maria Sforza
Successore Isabella d'Aragona
Nome completo Ludovico Maria Sforza
Altri titoli Signore di Milano
Nascita Milano, Ducato di Milano, 3 agosto 1452
Morte Loches, Regno di Francia, 27 maggio 1508
Dinastia Sforza
Padre Francesco Sforza
Madre Bianca Maria Visconti
Consorte Beatrice d'Este
Figli da Beatrice d'Este

da Bernardina de Corradis

da Cecilia Gallerani

da Lucrezia Crivelli

da Romana[1]

  • Leone
Religione Cattolicesimo
Firma Unterschrift Ludovico Sforza.jpg

Ludovico Maria Sforza detto il Moro (Milano, 3 agosto 1452Loches, 27 maggio 1508) è stato duca di Bari dal 1479, reggente del Ducato di Milano dal 1480 al 1494 affiancando il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza e infine duca egli stesso dal 1494 al 1499. Durante il suo governo, Milano conobbe il pieno rinascimento e la sua corte divenne una delle più splendide del nord Italia. Patrono di Leonardo da Vinci e di altri artisti di rilievo della sua epoca, è noto soprattutto per aver commissionato l'Ultima Cena a Leonardo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico Maria Sforza nacque il 3 agosto 1452 a Milano, presso il palazzo dell'Arengario[2], quarto figlio maschio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti.

Riguardo al soprannome di "Moro" che si guadagnò da subito, esistono differenti interpretazioni:

  • secondo Alessandro Visconti, nella sua Storia di Milano, ebbe questo soprannome dall'introduzione a sua opera nelle campagne lombarde del gelso, pianta che viene chiamata localmente moròn, termine dialettale derivato direttamente dal latino morus[3] (teoria oggi ritenuta la più plausibile).
  • forse a causa della carnagione scura e dei capelli neri, come visibile in molti suoi ritratti.[4]
  • secondo alcuni si sarebbe chiamato Ludovico Mauro Sforza.[5]
  • secondo Benedetto Varchi, come sostenuto nella sua "Storia Fiorentina", il soprannome deriverebbe dalla sua impresa privata, raffigurante un moro che spazzola la veste d'una nobildonna, con il motto "Per Italia nettar d'ogni bruttura".

Pur essendo stato gravemente malato sui cinque anni, Ludovico si riprese e crebbe senza ulteriori problemi di salute. Pur nella condizione di figlio ultrogenito (senza quindi la speranza immediata di ereditare il trono paterno), la madre Bianca lo destinò a istruirsi di una vasta cultura all'insegna dello spirito rinascimentale, soprattutto nel campo delle lettere classiche. Sotto la tutela dell'umanista Francesco Filelfo, Ludovico ricevette pertanto lezioni di pittura, scultura e lettere, oltre che venire istruito nelle questioni di governo e amministrazione. A soli sette anni, a Mantova, accolse con la madre e i fratelli papa Pio II in visita alla città, facendo la propria prima uscita pubblica in un'occasione ufficiale.

Versato anche nelle materie militari, il 2 giugno 1464 ricevette dal padre Francesco il comando di un corpo composto di 1000 fanti e 2000 cavalieri. Era molto appassionato anche di caccia.

Il governo di Galeazzo Maria Sforza[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Ambrogio de Predis, Ludovico il Moro in armatura, miniatura dalla Grammatica Latina di Elio Donato, fine XV sec., Biblioteca Trivulziana, Milano.

Quando il padre Francesco morì, nel 1466, il primogenito Galeazzo Maria, fratello maggiore di Ludovico, divenne duca. Dopo dieci giorni, Ludovico era già a Cremona per mantenere unite le terre del ducato e incoraggiare gli abitanti della città a tributare omaggi di fedeltà al nuovo duca. Nel settembre di quello stesso anno, a ogni modo, cadde malato di "febbre terzana", dalla quale venne prontamente curato grazie all'intervento del medico di corte, Guido Perati, assistito da Giacomo da Gallarate e Filippo da Novara.

Continuò a occuparsi di missive diplomatiche rimanendo a Cremona sino all'anno successivo, quando si recò a Genova per accogliere Ippolita Maria Sforza, moglie di Alfonso d'Aragona, ricevendo quello stesso anno il titolo di conte di Mortara. Il 6 giugno 1468 Ludovico fu di nuovo a Genova per accogliere Bona di Savoia, che ivi giunse il giorno 26 giugno, e la scortò sino a Milano dove, il 7 luglio, ebbero luogo le nozze col duca Galeazzo Maria. Fu ancora ambasciatore poi presso il re di Francia e poi a Bologna. Nel 1471 fu a Venezia, passando nell'agosto dello stesso anno a Roma per l'incoronazione di papa Sisto IV e poi nel settembre di quello stesso anno alla corte di Torino.

Nel 1476 venne inviato in Francia dove, il giorno di Natale, venne ricevuto dal sovrano locale.

L'ascesa al potere[modifica | modifica wikitesto]

Il potente consigliere ducale Cicco Simonetta che il Moro fece decapitare per "liberare" la cognata e il governo di Milano

Dopo l'assassinio del duca suo fratello a Milano, il 26 dicembre 1476, sul trono del ducato gli succedette il figlio Gian Galeazzo Maria Sforza, allora di soli sette anni. Ludovico ritornò frettolosamente dalla Francia non appena ricevuta conferma della notizia e, con l'aiuto del fratello Sforza Maria, tentò di opporsi alla reggenza di Bona di Savoia, madre di Gian Galeazzo Maria, non tanto perché egli fosse opposto alla condotta della donna, quanto perché il ducato era in quegli anni nelle mani del consigliere ducale Cicco Simonetta, fiduciario di Bona. Ludovico e il fratello cercarono di sconfiggerlo con una congiura ai danni del governo milanese, ma il loro tentativo fallì.

Nel febbraio del 1479 il Moro e il fratello Sforza Maria, indotti da Ferdinando I di Napoli, entrarono con un esercito nella Repubblica di Genova dove si unirono a Roberto Sanseverino e Ibletto Fieschi. Bona di Savoia e Cicco Simonetta convinsero Federico Gonzaga ed Ercole d'Este a radunare un esercito e venire in soccorso del Ducato dietro il pagamento di un ingente somma di denaro mentre un secondo esercito alla guida di Roberto Malatesta e Costanzo Sforza avrebbe fronteggiato le truppe del pontefice. Il 1º marzo il Moro e il fratello vennero dichiarati ribelli e nemici del Ducato e vennero loro revocate le entrate che percepivano in virtù della dote materna. Dopo aver compiuto saccheggi nel pisano, i due tornarono in Liguria. Il 29 luglio Sforza Maria Sforza morì in un accampamento presso Varese Ligure, forse avvelenato o di morte naturale. Ferdinando I di Napoli nominò il Moro quale nuovo duca di Bari. Il 20 agosto Ludovico riprese la marcia alla volta di Milano alla testa di un esercito di 8.000 uomini attraversando il Passo di Centocroci e risalendo la Valle Sturla. Il 23 agosto prese la cittadella di Tortona dopo aver corrotto il castellano Rafagnino Donati. Risalì poi per Sale, Castelnuovo Scrivia, Bassignana e Valenza. Dopo questi successi il Simonetta inviò Ercole d'Este a fermare il Moro con le armi tuttavia molti nobili vicini al duca spingevano per una riconciliazione così il 7 settembre, grazie all'intercessione di Antonio Tassino, favorito e probabilmente amante della duchessa, il Moro fece ingresso a Milano e fu ospitato nella corte del castello. Il Simonetta, conoscendo la scaltrezza del Moro, si oppose fermamente alla riconciliazione e profetizzò a Bona che così facendo: "io perderò la testa, e voi in processo di tempo perderete lo stato". La permanenza del Moro a Milano permise di evitare lo scontro armato tra il suo esercito e quello del duca di Ferrara. La nobiltà ghibellina milanese, che aveva quale riferimento Pietro Pusterla, sfruttò però la sua venuta per cercare di convincerlo a liberarsi del Simonetta che ormai era di fatto alla guida del Ducato mentre quest'ultimo per convenienza politica cercava di recuperarne il favore. Inizialmente non vi riuscì, pertanto fece imprigionare Orfeo Aricca e cercò appoggio nei marchesi di Mantova e del Monferrato nonché in Giovanni Bentivoglio e Alberto Visconti, progettando una rivolta armata contro il segretario ducale. Il Moro, venutolo a sapere, fu costretto a farlo imprigionare insieme ai suoi famigliari e presto le proprietà milanesi del segretario ducale furono saccheggiate. Qualche giorno dopo Cicco e il fratello Giovanni furono trasferiti su un carro nelle prigioni del castello di Pavia sotto la sorveglianza del prefetto Giovanni Attendolo, Orfeo Aricca fu imprigionato nel castello di Trezzo mentre gli altri famigliari furono rilasciati. Ercole d'Este, considerando ormai il Ducato nelle mani del Moro, fuggì a Ferrara.[6]

La morte di Cicco Simonetta e l'esilio di Bona di Savoia[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Antonio Boltraffio, Ritratto di Ludovico il Moro, 1500 ca., Raccolta del Principe Trivulzio, Milano
Testone d'argento della seconda metà del Quattrocento che mostra sul diritto (a sinistra) il ritratto del duca Gian Galeazzo Maria Sforza e sul rovescio (a destra) quello dello zio Ludovico il Moro, suo tutore

Ottenuto il potere, il Moro richiamò a Milano il fratello Ascanio Sforza e Roberto Sanseverino poi inviò oratori per stringere o risaldare alleanze con Lorenzo de' Medici e Ferdinando I di Napoli nonché con papa Sisto IV e prevenne un'alleanza tra gli svizzeri e la Repubblica di Venezia ai suoi danni. La pace tra Milano, Firenze, Roma e Napoli, conclusa a dicembre, fu possibile grazie all'abilità politica dimostrata da Lorenzo nel suo viaggio a Napoli (suggerito dal Moro) e all'intermediazione Ippolita Maria Sforza che fece in modo da una parte di mantenere l'alleanza tra Milano e Firenze e dall'altra di evitare la caduta di Lorenzo, trattenuto per tre mesi dal re di Napoli. Alla fine di febbraio del 1480 giunsero a Milano gli ambasciatori di Sigismondo d'Austria per chiedere la liberazione del Simonetta ma non poterono essere accontentati. Nel frattempo la nobiltà ghibellina, pur avendo aiutato il Moro nella sua scalata al potere, gli era divenuta sempre più invisa e aveva trovato in Ascanio Sforza il difensore dei suoi interessi. Il Moro, persuaso dal Sanseverino, ordinò l'arresto del fratello e il suo esilio a Ferrara. Furono esiliati anche Pietro Pusterla, Giovanni Borromeo, Antonio Marliani e molti altri illustri esponenti della fazione ghibellina. In aprile si ruppe l'alleanza stipulata pochi mesi prima dal momento che Sisto IV si alleò con i veneziani attaccando Costanzo Sforza a Pesaro; il Moro inviò Roberto Sanseverino in aiuto dei fiorentini mentre Ferdinando di Napoli inviò truppe a supporto di Costanzo e il figlio Alfonso, duca di Calabria, riuscì a catturare Siena con l'aiuto dei ghibellini senesi scacciando i guelfi ma fu poi richiamato in patria a causa della brutale conquista di Otranto da parte dell'Impero Ottomano. La minaccia turca pose fine alle ostilità in Toscana e il 1º ottobre il Sanseverino tornò a Milano. Il Moro richiamò il fratello e i nobili milanesi esiliati pochi mesi prima che lo convinsero a giustiziare il Simonetta. Il Moro affidò l'istituzione del processo a Giovanni Antonio Aliprandi, che in passato era stato torturato dal Simonetta, nonché il capitano di giustizia Borrino Colla, il giureconsulto Teodoro Piatti e l'avvocato Francesco Bolla, tutti notoriamente avversi all'ex-segretario ducale, in modo da assicurarsene la colpevolezza. Al Simonetta fu chiesto di pagare 50.000 ducati per sottrarsi alla condanna a morte ma questi rifiutò adducendo di averle accumulate nel tempo per garantire un futuro ai figli. Dopo essere stato torturato, il 29 ottobre il Simonetta fu processato, dichiarato colpevole e il giorno successivo decapitato presso il rivellino del castello di Pavia prospiciente il Parco Visconteo. Fu poi onorevolmente tumulato nel chiostro della chiesa di Sant'Apollinare, andata distrutta nel 1525 durante la battaglia di Pavia. Il fratello Giovanni fu trasferito in una cella a Vercelli. La morte del Simonetta tolse di mezzo il principale avversario di Antonio Tassino che divenne sempre più arrogante. Il Corio racconta che quando il Moro o altri nobili milanesi andavano a fargli visita era solito farli aspettare a lungo fuori dalla porta finché non aveva finito di pettinarsi. Il Tassino riuscì a convincere Bona, ormai succube dell'uomo, a sostituire Filippo Eustachi, prefetto del castello di Porta Giovia con suo padre Gabriello ricorrendo all'intermediazione di Giovanni Botta. Il prefetto non si fece corrompere e mantenne il giuramento fatto al defunto duca Galeazzo Maria Sforza di mantenere il castello fino al raggiungimento dell'età di 24 anni da parte del figlio Gian Galeazzo Maria. Il Tassino fu fatto arrestare dal Moro per mano di Ermes Sforza ed esiliato a Venezia in cambio di una grossa somma di denaro. Quando Bona di Savoia fu informata dell'esilio del favorito andò su tutte le furie e cercò di fuggire in Francia ma il Moro la costrinse ad una prigionia dorata nel castello di Abbiategrasso. Il 3 novembre 1480 Ludovico il Moro fu nominato reggente del ducato nonché tutore del giovane duca Gian Galeazzo Maria dai giuristi Francesco Bolla e Candido Porro.[7] Nel settembre del 1480 Ludovico aveva avviato una trattativa con Ercole d'Este per ottenere la mano della figlia primogenita Isabella. Il fidanzamento non fu possibile perché pochi mesi prima il padre l'aveva già promessa in sposa, all'età di soli cinque anni, a Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Al Moro fu dunque proposta Beatrice ed egli non esitò ad accettarla.

Guerra dei Rossi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra dei Rossi.

Alla fine di ottobre Roberto Sanseverino, sdegnato e geloso della vicinanza di Filippo Eustachi e Pallavicino Pallavicini al Moro, pretese un aumento di stipendio per continuare a svolgere il ruolo di capitano generale dell'esercito milanese e ottenuto un rifiuto si ritirò nel suo feudo di Castelnuovo Scrivia e iniziò a complottare contro i due con l'aiuto di Pietro Dal Verme, signore di Voghera e di Pier Maria II de' Rossi, signore di San Secondo e appartenente da una famiglia, i Rossi di Parma, storicamente ostile ai Pallavicini. I fiorentini e i napoletani esortarono il Sanseverino a tornare al servizio del duca il quale a sua volta gli chiese di comparire al suo cospetto entro tre giorni ma questi si rifiutò. Nel gennaio del 1481 Sanseverino venne dichiarato ribelle e il Moro gli inviò contro un esercito di 2.000 fanti e 4.000 cavalieri al comando di Costanzo Sforza. Iblietto Fieschi giunse dal genovese con un esercito in supporto del Sanseverino ma fu pesantemente sconfitto da Costanzo Sforza. Presto il Sanseverino fu abbandonato da Pietro dal Verme e dagli altri suoi sostenitori e trovandosi ormai isolato fu costretto a fuggire a Venezia. Il figlio Gaspare Sanseverino, detto Fracassa, fuggì in Francia ma le moglie di entrambe e il figlio Alessandro furono condotti prigionieri a Milano. Nel 1482 i Rossi furono estromessi dal consiglio degli anziani di Parma e dopo aver stipulato un'alleanza con i veneziani, che si impegnavano a supportarli economicamente, si ribellarono all'autorità ducale. Costanzo Sforza allora fu inviato nei pressi di San Secondo e vi pose l'assedio ma fu presto sollevato dal comando dal Pallavicino, che non vedeva di buon occhio le sue buone relazioni con Pier Maria de' Rossi, al suo posto furono nominati Sforza Secondo Sforza, Giampietro Bergamino e Gian Giacomo Trivulzio. Il 2 settembre 1482 morì Pier Maria II de' Rossi e gli subentrò il figlio Guido de' Rossi. Nel maggio del 1483 l'esercito sforzesco guidato dal Moro entrò di nuovo nel parmigiano e Guido de' Rossi non potendo sconfiggerlo si rifugiò in Liguria con 600 uomini. I milanesi grazie alle numerose bombarde catturarono rapidamente molte cittadine e castelli tra cui Felino, Torricella e Roccabianca. La rocca di San Secondo si arrese definitivamente solo il 21 giugno 1483. La vittoria milanese in questa guerra rappresentò la fine dell'egemonia dei Rossi nel parmigiano.[8]

Guerra di Ferrara[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Ferrara (1482-1484).

Nel maggio del 1482 la Repubblica di Venezia sfruttò la Guerra dei Rossi in cui era impegnato il Ducato di Milano per aprire un nuovo fronte contro il Ducato di Ferrara, supportata dai pontifici e dai genovesi. Qualche mese prima infatti i ferraresi, su pressione del Moro, avevano impedito l'attraversamento delle loro terre da parte dell'esercito veneziano che si stava recando in soccorso dei Rossi. Questo miglioramento nei rapporti tra milanesi e ferraresi era dovuto al fidanzamento tra il Moro e Beatrice, secondogenita di Ercole d'Este, raggiunto nella primavera del 1480 dopo che un precedentemente fidanzamento con la primogenita Isabella fallì essendo già stata promessa in sposa a Francesco Gonzaga. I veneziani infatti miravano, oltre ad espandere il proprio territorio sulla terraferma, ad assumere il controllo delle saline di Comacchio che rappresentavano una delle entrate principali degli Este. Radunato un esercito di 12.000 fanti e 5.000 cavalieri nominarono comandante Roberto Sanseverino che presto assediò Rovigo con la costruzione di due bastìe. Il Moro si incontrò a Cremona con Federico da Montefeltro, nominandolo capitano dell'esercito che inviò contro i veneziani, le truppe fiorentine guidate da Costanzo Sforza attaccarono e presero Città di Castello mentre Ferdinando I di Napoli inviò Alfonso di Calabria contro il papa con un esercito di 6.000 fanti e 6.000 cavalieri che si accampò a sole cinque miglia da Roma. Si aprì poi un quarto fronte nel parmigiano che vide contrapposti i mantovani guidati da Federico Gonzaga e i genovesi da Giovanni Bentivoglio. Il 29 giugno, dopo un mese di assedio, i veneziani riuscirono a catturare Ficarolo, poi Argenta quindi risalirono il Po con l'esercito e con la flotta puntando su Ferrara. Il 21 agosto 1482 le truppe napoletane furono pesantemente sconfitte dai pontifici nella battaglia di Campomorto. Il 10 settembre morì Federico da Montefeltro perciò il Moro, conclusa la guerra dei Rossi, inviò le truppe ivi impegnate nel ferrarese alla guida di Sforza Secondo Sforza che però fu sconfitto nella battaglia di Argenta con tanto di cattura di molti dei comandanti. Il 2 novembre 1482 Roberto Sanseverino e il figlio Gaspare devastarono il parco che Ercole d'Este aveva poco fuori città e si accamparono a quattro miglia dalle mura di Ferrara. Ercole si ammalò gravemente tanto che molti lo credettero morto e la moglie Eleonora d'Aragona assunse il governo dello stato preparando la difesa della città. Nel frattempo Sforza Secondo riuscì a sconfiggere i veneziani sul Po catturando circa trenta galee. Consapevole che molti ormai credevano che il duca fosse morto, Eleonora fece affacciare il marito da un balcone del castello, il che contribuì a infondere coraggio nei cittadini e ben presto 25.000 ferraresi si dedicarono alla difesa della città, riuscendo infine a respingere i veneziani che furono costretti a ritirarsi a Ficarolo. Il 6 gennaio 1483 Sisto IV abbandonò l'alleanza con i veneziani passando dalla parte di Milano, Ferrara, Firenze e Napoli e la nuova lega si trovò a Mantova per discutere di una nuova guerra contro i veneziani. Nel marzo l'esercito della lega guidato da Alfonso di Calabria sconfisse i veneziani a Massafiscaglia. Non potendo fronteggiare da soli le forze della lega, i veneziani chiesero aiuto al duca di Lorena nominandolo generale di uno dei due eserciti, essendo l'altro guidato da Roberto Sanseverino. Il primo fu inviato di nuovo nel ferrarese, il secondo nel bresciano. Alfonso d'Aragona riuscì a sconfiggere i veneziani a Bondeno. In seguito alla sconfitta Galeazzo Sanseverino, figlio di Roberto, si mise al servizio dei milanesi, il primogenito Giovanni Francesco degli aragonesi e Sisto IV emise un interdetto contro i veneziani. Questi per mezzo di Costanzo Sforza, che era passato al loro soldo, escogitarono un piano per fare in modo che la nobiltà milanese convincesse il duca ad abbandonare la lega. Per fare ciò contattarono Luigi Becchetto, nobile milanese ed ex-segretario di Bona di Savoia che a sua volta informò Vercellino Visconti, prefetto del castello di Trezzo, di non opporre resistenza al passaggio delle truppe di Roberto Sanseverino. Il 15 luglio il Sanseverino attraversò l'Adda su un ponte di barche e fece fortificare il ponte con due bastìe. Malgrado il successo non ci furono rivolte, al contrario il Moro si incontrò a Cremona con Alfonso d'Aragona e altri rappresentanti della lega e deliberarono di contrattaccare subito i veneziani. Il 22 luglio Alfonso radunò a Monza l'esercito della lega, forte di 5.000 fanti e 6.000 cavalieri e il Sanseverino, rendendosi conto che l'operazione era ormai fallita, il giorno successivo si ritirò nella bergamasca. Il 27 luglio Alfonso attraversò l'Adda a Cassano quindi passò il Fosso Bergamasco invadendo il territorio veneziano e catturando in pochi giorni diversi castelli alla cui difesa fu lasciato Alberto Visconti con 300 fanti e 400 cavalieri. Il 28 luglio i brianzoli guidati da Gabriele Calco assaltarono vittoriosamente le bastìe assumendo il controllo sul ponte di Trezzo per poi saccheggiare la Valle San Martino. L'8 agosto Alfonso d'Aragona passò l'Oglio entrando nel bresciano e incontrandosi con Girolamo Riario e il cardinale di Mantova. Il 10 agosto il Moro e il fratello Ascanio marciarono alla testa di un esercito di 2.000 fanti e 4.000 cavalieri nella bergamasca costringendo alla resa molti castelli e minacciando la stessa Bergamo per poi catturare Romano dopo tre giorni d'assedio. Nel frattempo Ercole d'Este, sfruttando la debolezza dei veneziani, riuscì a catturare parte dei territori che gli erano stati sottratti nel ferrarese. All'inizio di settembre Alfonso d'Aragona passò il Mincio con 12.000 cavalieri, 5.000 fanti e 400 balestrieri e saccheggiò le campagne veronesi poi il 26 settembre assediò Asola che cadde dopo otto giorni e venne ceduta a Federico Gonzaga. I veneziani nel frattempo erano molestati nell'Adriatico da una flotta di galee pontificie e aragonesi e subirono la defezione dei genovesi e del duca di Lorena. Per cercare di contenere l'avanzata dell'esercito della lega inviarono 4.000 cavalieri e 2.000 fanti al comando di Roberto Sanseverino. Malgrado i ripetuti successi, nessuno degli eserciti della lega sfruttò la debolezza veneziana per infliggere un colpo decisivo infatti il Moro dopo aver catturato Romano tornò a Milano mentre Alfonso d'Aragona dopo aver catturato Asola si diresse verso Ferrara e poi in novembre a Cremona.[9] Il 24 aprile 1484 un consiglio di guerra dei principali esponenti della lega anti-veneziana riunitosi nel castello di Porta Giovia deliberò di proseguire la guerra contro la Repubblica di Venezia. Il giorno successivo Alfonso d'Aragona marciò verso Cremona seguito dieci giorni dopo dal Moro. In giugno le truppe milanesi e aragonesi si unirono a quelle mantovane e ferraresi formando un esercito di 6.600 fanti e 13.400 cavalieri che invase il bresciano mentre i brianzoli invadevano e saccheggiavano ancora una volta la Valle San Martino. I veneziani opposero alla lega un esercito di 5.000 fanti e 6.000 cavalieri al comando di Roberto Sanseverino. Il 15 luglio morì Federico I Gonzaga e il marchesato di Mantova passò a Francesco II Gonzaga. La morte del Gonzaga creò dissidi tra Alfonso d'Aragona che voleva che il mantovano passasse al genero e il Moro che agognava al possesso di Mantova, riteneva ingiusto che nell'eventualità della caduta di Verona questa passasse al Gonzaga e a cui la guerra in favore di Ercole d'Este era costata una gran somma di denaro. I veneziani sfruttarono le divisioni convincendo il Moro a porre fine alle ostilità in cambio di una certa somma di denaro e patto che il Polesine restasse in mano loro. Il 7 agosto a Bagnolo fu stipulata la pace tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia per lo sdegno degli altri membri della lega.[10]

La congiura di Luigi Vimercati[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 1483 un gruppo di congiurati composto da Luigi Vimercati, Pietro Pasino Eustachi e Guido Eustachi (fratello di Filippo, prefetto del castello di Porta Giovia), tutti fedeli alla duchessa Bona di Savoia, congiurarono per uccidere il Moro dal momento che questi aveva ingiuriato un certo Sant'Angelo, stipendiato del castello, e poiché ritenevano che volesse soppiantare il legittimo duca. Il 7 dicembre 1483, festa di Sant'Ambrogio, i congiurati si appostarono presso il portone principale della basilica dedicata al patrono della città. Il corteo di Ludovico però, avvedendosi della grande folla di persone che si era assiepata davanti all'entrata principale preferì farlo entrare da una porta secondaria. Dopo il fallimento di questo primo tentativo, Luigi Vimercati si appostò presso una delle porte del castello attendendo l'uscita del Moro che era solito attraversarla ogni mattina per far visita a Filippo Eustachi e al Pallavicino. Un giorno il Moro chiese dell'Eustachi ma gli fu risposto che stava pranzando, pertanto tornò indietro dirigendosi alle sue stanze, tallonato dal Vimercati. Giunto in un salone, i famigliari del Moro si accorsero della lama del Vimercati a causa del riflesso provocato dalla luce di un camino e lo avvertirono. Presto il Vimercati fu catturato e imprigionato. Il 27 febbraio 1484 venne decapitato su di un patibolo eretto davanti al castello poi fu squartato con e le quattro parti furono appese ad altrettante porte della città. Pasino fu frustato e incarcerato a vita a Sartirana; per volontà del Moro ad ogni successiva festa di Sant'Ambrogio avrebbe ricevuto due frustate per ricordargli il tradimento. Guido Eustachi fu licenziato.[11]

La battaglia di Crevola[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Crevola.

Nel 1484 gli svizzeri del Vallese al comando Jost von Silenen, vescovo di Sion invasero la Val d'Ossola saccheggiandola sino a Domodossola nel contesto di alcune dispute di confine con i paesi del novarese. In seguito a questa offensiva gli altri cantoni svizzeri condannarono il vescovo al pagamento di una somma di denaro dal momento che i novaresi lo accusavano di essersi spinto a rapinare arredi sacri dalle chiese ossolane. Nel febbraio del 1487 gli svizzeri attaccarono la Valtellina occupando Bormio ed effettuarono operazione di rapina in tutta la valle finché non furono cacciati dall'esercito sforzesco e costretti a stipulare una pace alla quale però non aderì il Vallese. Nell'aprile dello stesso anno Jost von Silenen invase ancora una volta la Val d'Ossola con un esercito di 4.500-5.000 uomini e assediò il castello che si trovava sul colle Mattarella a protezione della città. La guarnigione comandanta da Zenone da Lavello riuscì a contenere il nemico ed inviare una richiesta d'aiuto a Milano. Il Moro inviò in soccorso un esercito di 3.000 fanti, 1.500 cavalieri e 100 balestrieri a cavallo al comando di Renato Trivulzio e Giberto Borromeo. L'esercito sforzesco riuscì a sconfiggere i presidi lasciati dagli svizzeri a difesa dei guadi sul fiume Toce, a sollevare l'assedio del colle Mattarella costringendo il nemico a ritirarsi verso Crevola e ad entrare a Domodossola per poi coordinare le successive mosse con la guarnigione ivi presente. Nel frattempo i milanesi furono informati del fatto che un contingente di circa 1.000 svizzeri, dopo aver depredato la Val Vigezzo, stava cercando di riunirsi al grosso dell'esercito. Subito furono inviati i cavalleggeri e i balestrieri a cavallo al fine di rallentarli in attesa dell'arrivo della fanteria. Gli svizzeri assunsero la tipica formazione difensiva a quadrato ma essendo tormentati dai balestrieri milanesi, ruppero le righe cercando di inseguirli. Quando la fanteria milanese giunse sul posto riuscì a circondare gli svizzeri che, non più in formazione, furono annientati. Sorte peggiore ebbero i superstiti che vennero fatti a pezzi dai valligiani o morirono di fame dispersi tra i monti. Eliminato questo secondo contingente, gli sforzeschi assaltarono il ponte di Crevola dove gli svizzeri opposero una strenua resistenza finché alcuni gruppi di fanti e cavalleggeri milanesi, una volta guadato il fiume più a monte, li sorpresero alle spalle costringendoli alla fuga. Al termine della battaglia gli svizzeri ebbero 1.000 morti e almeno altrettanti feriti, pari a circa un terzo delle loro forze. Dopo la battaglia di Arbedo del 1422, quella di Crevola fu la peggiore nonché l'unica sconfitta subita dagli svizzeri dalla nascita della Vecchia Confederazione. Il 23 luglio 1487 la Vecchia Confederazione stipulò un nuovo trattato di pace con il Ducato di Milano.[12]

Alleanze e matrimoni[modifica | modifica wikitesto]

Temendo soprattutto la potenza della confinante Venezia, il Moro mantenne alleanze proficue con la Firenze di Lorenzo il Magnifico, con Ferdinando I re di Napoli e con papa Alessandro VI. La nipote di Ferdinando, Isabella d'Aragona, andò sposa a Gian Galeazzo Maria Sforza, mentre il fratello di Ludovico, Ascanio, venne creato cardinale. Nel 1486 Ludovico diede il proprio sostegno a Ferdinando I di Napoli per contrastare la congiura dei baroni e ne ricevette in cambio il collare dell'Ordine dell'Ermellino. Nel 1487 giunse a Milano il legato di Mattia Corvino, re d'Ungheria, per effettuare il contratto di matrimonio tra Giovanni, figlio naturale del re e Bianca Maria Sforza, figlia del defunto duca Galeazzo. Il matrimonio non fu mai celebrato dal momento che Mattia morì nel 1490 e divenne re Ladislao II di Boemia. Il 24 novembre 1488 il Moro inviò Ermes Sforza accompagnato da un gran seguito di nobili milanesi a Napoli per prelevare Isabella d'Aragona in vista del suo matrimonio con il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano. Isabella giunse via nave a Genova il 17 gennaio 1489 dove restò per una settimana, poi partì alla volta di Vigevano, fece tappa ad Abbiategrasso dove si ricongiunse con la quindi percorse il Naviglio Grande su di una galea giungendo a Milano il 1º febbraio. La coppia si sposò il giorno successivo nel Duomo di Milano. Il 31 dicembre 1489 Galeazzo Sanseverino si sposò con Bianca Giovanna Sforza, figlia naturale e prediletta del Moro avuta dall'amante Bernardina de' Corradis. [13]

La dedizione di Genova[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1487 il doge Paolo Fregoso indisse un consiglio generale esortando i genovesi a mettersi ancora una volta sotto la protezione del Ducato di Milano per cercare di porre fine a nove anni di lotte intestine alla città e potersi difendere dagli attacchi dei fiorentini. Furono dunque inviati oratori a Milano che vennero ricevuti dal Moro e giurarono fedeltà al duca Gian Galeazzo Maria. In seguito alla dedizione i fiorentini terminarono le ostilità contro i genovesi. La Repubblica di Genova sarebbe rimasta sotto la signoria sforzesca sino al 1499. Il 23 agosto i genovesi inviarono dodici ambasciatori a Milano per la conferma dei loro capitoli ma il Moro non poté riceverli essendo gravemente malato. Il vuoto di potere creato dalla sua infermità portò ai primi disordini tra guelfi e ghibellini che furono però contenuti dalla diplomazia di Ascanio Sforza, giunto da Roma per far visita al fratello e in seguito dal ritorno in salute del Moro. Nell'agosto del 1488 Ibletto Fieschi e Battistino Fregoso entrarono a Genova e costrinsero Paolo Fregoso a ritirarsi nel Castelletto e a difendersi dagli aggressori a colpi di bombarda. Il Moro per sedare la rivolta inviò un esercito al comando Gianfrancesco Sanseverino che costrinse i rivoltosi ad abbandonare le armi. Il 31 ottobre sedici oratori genovesi riconfermarono la dedizione giurando fedeltà al duca di Milano e presentandogli il vessillo di San Giorgio, lo scettro e le chiavi della città. Agostino Adorno fu nominato quale nuovo governatore di Genova in luogo di Paolo Fregoso. Il Moro riuscì ad ottenere dai Fregoso anche Savona sotto il pagamento di 4.000 ducati all'anno e con la promessa di matrimonio tra Chiara Sforza, figlia di Galeazzo e Fregosino Fregoso, figlio di Paolo, il quale sarebbe dovuto diventare doge dopo di lui per conto del Ducato. Quale governatore di Savona fu nominato Zenone da Lavello che si era distinto l'anno prima nella battaglia di Crevola difendendo Domodossola.[14]

La Congiura degli Orsi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Congiura degli Orsi.

Il 14 aprile 1488 gli Orsi, nobili forlivesi, dopo aver congiurato a lungo contro Girolamo Riario, nipote di Alessandro VI e signore di Forlì, riuscirono ad intrufolarsi nel Palazzo Comunale della città e ucciderlo a coltellate per poi gettarlo da una finestra e lasciare che il popolo facesse scempio del suo cadavere. Caterina Sforza, moglie del Riario e figlia naturale di Galeazzo Maria, fu catturata e imprigionata nella rocchetta di Porta Nuova insieme ai figli. Gli Orsi tuttavia non riuscirono a convincere Tommaso Feo a cedere la rocca di Ravaldino. Caterina riuscì a persuadere gli Orsi a lasciarla entrare nella rocca per indurre il Feo alla resa ma una volta dentro le mura si rifiutò di uscire malgrado gli Orsi minacciarono di ucciderle i figli. Quando il Moro seppe della congiura, inviò un esercito a Bologna alla guida di Galeazzo Sanseverino che unendosi alle truppe di Giovanni Bentivoglio ammontava a 3.000 fanti e altrettanti cavalieri. Gli sforzeschi circondarono la città minacciando di saccheggiarla e fare strage dei congiurati che il giorno successivo si arresero e si diedero alla fuga. Ottaviano, figlio di Caterina, divenne nuovo signore di Forlì sotto tutela della madre che di fatto continuò a governare la città facendo giustiziare quasi tutti coloro che avevano preso parte alla congiura. Al suo ritorno a Milano, Galeazzo Sanseverino fu nominato capitano generale dell'esercito sforzesco.[15]

Il matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 gennaio 1491 Ludovico Sforza sposò Beatrice d'Este nella Cappella Ducale del castello di Pavia. Pare che Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, fosse presente al matrimonio sotto travestimento e all'insaputa di Isabella. Ludovico volle che il matrimonio si celebrasse a Pavia e non a Milano per non dare l'impressione di voler prevaricare Gian Galeazzo Maria, legittimo duca di Milano, che aveva sposato Isabella d'Aragona in Duomo alcuni mesi prima. Già il mattino dopo Ludovico partì alla volta di Milano per terminare i preparativi per la festa nuziale mentre il corteo di Beatrice lasciò Pavia tre giorni dopo trascorrendo la notte del 21 gennaio nel castello di Binasco. Il giorno dopo il corteo fu accolto dal duca e dalla duchessa di Milano poche miglia a sud della città ed accompagnato per una colazione presso il refettorio della basilica di Sant'Eustorgio. In tarda mattinata il corteo entrò in città da Porta Ticinese dove fu accolto da Ludovico, dai più insigni nobili, dal clero, dagli ambasciatori degli stati italiani nonché da medici e giureconsulti. Il 23 gennaio si celebrarono le nozze tra Alfonso d'Este e Anna Sforza, cementando ancora di più l'alleanza tra le due casate. Il 28 gennaio nell'ambito dei festeggiamenti si svolse una giostra che vide quale vincitore Galeazzo Sanseverino e a cui Francesco Gonzaga fu invitato a partecipare da Ludovico dopo aver rivelato la sua identità.[16]

Duca di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Ludovico il Moro, duca di Milano, portale d'ingresso della basilica di Sant'Ambrogio, Milano
Busto di Beatrice d'Este, duchessa di Milano, portale d'ingresso della basilica di Sant'Ambrogio, Milano

Gian Galeazzo, che era formalmente il duca, e la moglie Isabella, dopo il fastoso matrimonio avevano lasciato Milano per creare una loro corte a Pavia. Il giovane Gian Galeazzo non sembrava del resto avere desiderio di governare al posto dello zio Ludovico, ma fu sua moglie Isabella a richiedere l'intervento del nonno (il re di Napoli) affinché al marito venisse affidato il controllo effettivo del ducato.[17] Temendo le insistenze che ne sarebbero derivate dall'alleato napoletano e per rispondere a questa manovra, Ludovico si alleò allora con l'imperatore Massimiliano e con il re di Francia Carlo VIII.

Massimiliano promise a Ludovico il Moro di riconoscere pubblicamente la sua successione al ducato e di difendere i suoi diritti, legittimando così l'usurpazione che molti adducevano allo Sforza, e per suggellare questa promessa sposò Bianca Maria Sforza, sorella del giovane Gian Galeazzo, la quale gli portò in dote la strabiliante somma di 500.000 ducati e molti doni predisposti accuratamente dallo stesso Moro per compiacere l'imperatore e ringraziarlo della preziosa presa di posizione in suo favore. L'11 settembre 1494 Carlo VIII arrivò ad Asti, ricevuto con grandi onori da Ludovico.

Il 22 ottobre 1494 il duca Gian Galeazzo morì in circostanze rimaste misteriose: formalmente venne dichiarato morto per non aver seguito le cure prescrittegli dai suoi medici personali per un male che si trascinava da tempo e per la vita smodata che conduceva, ma a parere di molti contemporanei di rilievo, come il Machiavelli o il Guicciardini[18], il responsabile di tale morte fu lo zio Ludovico, per avvelenamento; il Moro, non a caso, gli succedette immediatamente a discapito dei legittimi eredi, toccando così l'apice del potere politico. Già il giorno successivo alla morte del duca, Ludovico il Moro era riuscito a ottenere il titolo di dux e a nominare suo legittimo erede il figlio primogenito Massimiliano.[19] Data la sua nuova posizione, da molti comunque malvista anche per la misteriosa, improvvisa e quantomai provvidenziale morte del nipote duca, Ludovico cercò di rendersi popolare con atti di benevolenza, permettendo il libero taglio dei boschi nelle sue riserve di caccia e abolendo il dazio sulle biade per gli animali.

Carlo VIII, ora che il trono di Milano era nelle mani del Moro, conscio del suo desiderio di espandere la potenza del milanese, decise di dare un segnale forte allo Sforza, pur senza compromettere i rapporti diplomatici tra i due stati: il re di Francia giunse facilmente sino a Napoli e la conquistò in breve tempo. Ludovico, a questo punto, iniziò seriamente a preoccuparsi dell'eccessiva ingerenza dei francesi negli affari anche del suo stato e pertanto decise ancora una volta di rovesciare le alleanze, passando a schierarsi con Venezia e riuscendo a ricacciare Carlo in Francia grazie alla vittoria nella battaglia di Fornovo del 1495 (ricavando d'urgenza dei cannoni da un cumulo di 70 tonnellate di bronzo originariamente predisposte per una statua equestre progettata da Leonardo da Vinci).

Durante la calata di Carlo VIII in Italia la città di Pisa, che era soggetta alla Repubblica di Firenze, si era inoltre ribellata e, poiché i fiorentini avevano rifiutato di aderire alla lega antifrancese che avrebbe affrontato Carlo VIII a Fornovo, sia la Repubblica di Venezia sia Ludovico il Moro inviarono truppe a sostegno di Pisa contro Firenze, entrambi con l'obbiettivo di impadronirsi del controllo della città.

Intanto il Moro conobbe Lucrezia Crivelli, prima dama di Beatrice d'Este e poi amante di Ludovico. Probabilmente fu lei la bella donna ritratta da Leonardo Da Vinci nel famoso quadro Belle Ferronnière. Beatrice d'Este morì di parto nel 1497 dopo una grande festa a Milano.

La caduta[modifica | modifica wikitesto]

Cristoforo Solari, cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, 1497, Certosa di Pavia

Carlo VIII morì nel 1498. Il suo successore Luigi XII di Francia, essendo nipote di Valentina Visconti, era quindi pretendente al ducato di Milano e si diede infatti a preparare una spedizione contro il Duca. Visto che i pisani preferivano mettersi sotto la tutela di Venezia (la città era già stata soggetta al Signore di Milano sotto i Visconti), Ludovico ritirò le truppe da Pisa, avendo perso ogni speranza di potersi insignorire della città toscana. Rovesciò quindi l'alleanza con Venezia, aiutando militarmente Firenze per la riconquista di Pisa, sperando che la Repubblica fiorentina lo aiutasse almeno con la diplomazia contro l'arrivo del re Luigi XII.

Ma la mossa si rivelò sbagliata e anzi lo privò di un prezioso alleato, Venezia, che lo aveva aiutato concretamente sin dalla battaglia di Fornovo e non rendendogli certo l'aiuto di Firenze, di cui il Ducato di Milano era sempre stato fiero avversario fin dal XV secolo. Tutto ciò fu evidente alla seconda discesa in Italia del re di Francia: Luigi XII, alleatosi con Venezia, che a questo punto era desiderosa di vendicarsi del voltafaccia di Ludovico a Pisa, passò in Italia e, grazie anche alla rivolta del popolo milanese oppresso dalle tasse, conquistò il Ducato in breve tempo, occupandolo con le truppe francesi (settembre 1499). Di questa tragica discesa in Italia dei francesi, che inaugurò un periodo di guerra ed invasioni straniere sulla penisola, Machiavelli incolpò direttamente Ludovico il Moro e la politica da lui portata avanti, un giudizio storico con cui furono concordi molti storici nei secoli, ma che oggi molti tendono a rivedere.[20]

Ludovico si rifugiò a Innsbruck presso l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo e nel 1500 tentò di riappropriarsi di Milano; le truppe svizzere sue alleate si rifiutarono però di entrare in battaglia e Ludovico fu catturato dai francesi il 10 aprile presso il castello di Novara, tradito da un soldato mercenario svizzero, mentre mischiato alle sue truppe stava cercando di ripiegare verso Bellinzona, nelle cui fortezze si erano asserragliati i suoi fedelissimi che, a seguito di una rivolta, avevano scacciato i francesi.[21]

Con l'arrivo dei francesi, Milano perse l'indipendenza e rimase sotto dominio straniero per 360 anni. Tra il bottino di guerra preso dai francesi vi fu anche la grande Biblioteca visconteo-sforzesca che si trovava (insieme ad una parte dell'archivio ducale) nel castello di Pavia ed era costituita da oltre 900 manoscritti, tra cui alcuni appartenuti a Francesco Petrarca. Dei codici della biblioteca dei duchi di Milano, 400 sono ancor oggi conservati presso la Bibliothèque nationale de France, mentre altri finirono in biblioteche italiane, europee o statunitensi[22][23].

La prigionia e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Castello di Loches: il torrione dove fu imprigionato il Moro

Ludovico venne portato prigioniero in Francia, passando per Asti, Susa e Lione dove giunse il 2 maggio. Luigi XII di Francia, malgrado le insistenze dell'imperatore Massimiliano per liberare Ludovico, si rifiutò di accondiscendere a queste richieste e anzi umiliò l'ex duca, rifiutandosi di riceverlo ufficialmente, pur seguitando a trattarlo come un prigioniero speciale, permettendogli di andare a pesca e di ricevere degli amici. Nell'inverno successivo, quando il Moro si ammalò, il re di Francia inviò il suo medico personale per curarlo, assieme ad un nano di corte per allietarlo.[24]

Dapprima venne detenuto al castello di Pierre-Scize, venendo poi spostato a quello di Lys-Saint-Georges presso Bourges[25], ed infine trasferito nel castello di Loches nel 1504, dove ebbe ancora ulteriore libertà sino al suo tentativo di fuga nel 1508, quando il re di Francia, sentendosi offeso da questa mancanza di fiducia del suo sorvegliato speciale, dispose che fosse rinchiuso nel torrione del castello e privato di tutti i suoi privilegi. Qui Ludovico il Moro morì il 27 maggio 1508, assistito dai conforti religiosi.[26] La sua salma non venne mai rimpatriata e venne sepolta a Tarascona, nella locale chiesa dei padri domenicani. Nel 2019, durante alcuni scavi nella collegiata di Sant'Orso a Loches, sono venute alla luce alcune tombe, una delle quali potrebbe essere riferita al duca di Milano.[27][28]

Dopo la morte di Ludovico il Moro, l'imperatore Massimiliano con i lanzichenecchi riuscì a restaurare il ducato di Milano al primo dei figli di Ludovico, Massimiliano Sforza, che regnò per breve tempo come duca, lasciando poi il trono a suo fratello Francesco II Sforza, che regnò anch'egli per un breve periodo. Alla morte di Francesco II nel 1535, e con lo scoppio delle guerre italiane, Milano passò con Carlo V definitivamente sotto il dominio dell'Impero spagnolo, alle cui sorti rimase legato nei secoli successivi.

Matrimonio e figli[modifica | modifica wikitesto]

Da Beatrice d'Este, figlia di Ercole I d'Este, ebbe i seguenti figli:

Il Moro ebbe inoltre una serie di figli naturali, tutti legittimati, che nel corso degli anni allargarono notevolmente la famiglia ducale e consentirono allo stesso Sforza di cementare alcune alleanze:

Dall'amante Bernardina de Corradis ebbe:

Dall'amante Cecilia Gallerani ebbe un figlio:

Dall'amante Lucrezia Crivelli ebbe due figli:

Dall'amante Romana ebbe:

  • Leone (1476 - Milano 1496), spesso confuso con l'omonimo zio, abate di San Vittore a Vigevano dal 1495[30].

Da amanti oscure ebbe:

  • Galeazzo Sforza Visconti, primogenito, nato prima del 1476 e morto bambino[31].
  • Maddalena, (1478 - Milano, 1520), sposò Matteo Litta, patrizio milanese;
  • Sforza (1484/1485 - 1487)[32].

La Milano di Ludovico il Moro[modifica | modifica wikitesto]

Durante tutto il periodo della reggenza del Moro (e solo in minima parte durante il suo governo diretto del ducato), Milano conobbe un vero e proprio periodo d'oro, con la presenza a corte di artisti come Leonardo e Bramante e Giovanni Ambrogio de Predis, oltre che di letterati come Bernardo Bellincioni, Antonio Cammelli (detto il Pistoia), Gaspare Ambrogio Visconti, Francesco Tanzi, Serafino Aquilano, Lancino Curti, Piattino Piatti. Nella prestigiosa Università di Pavia, che fu largamente patrocinata dal Moro, insegnavano professori come Demetrio Calcondila, Giorgio Merula, Luca Pacioli e Franchino Gaffurio. Promosse l'operato di storici come Bernardino Corio, che dal 1485 venne stipendiato fisso dalla corte per redigere la sua Storia di Milano che, oltre a ricostruire la narrazione degli eventi della città e del ducato dalle origini a quei giorni, si impegnò a celebrare la figura di Francesco Sforza, padre di Ludovico, legittimandone la successione al ducato di Milano e nel contempo legittimando la propria figura dopo la morte del nipote e la sua successione. Tale opera fu svolta anche da Giovanni Simonetta, fratello dello sfortunato Cicco, che nel 1490, con il patrocinio del Moro, pubblicò le Rerum Gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium Ducis, dedicate appunto alla memoria del primo duca milanese della dinastia degli Sforza.

Leonardo da Vinci, Dama con l'ermellino, vi si riconosce la figura di Cecilia Gallerani, una delle amanti più note di Ludovico il Moro, 1488-1490, Museo Nazionale di Cracovia, Cracovia

Nel Ducato il Moro lasciò opere di sua commissione che ancora oggi appaiono di straordinaria bellezza: a Milano proseguì la fabbrica del Duomo e quella del castello (dove fece realizzare la famosa Ponticella, che ancora oggi da lui prende il nome), incrementandone la già ragguardevole e preziosa biblioteca, oltre a costruirvi il lazzaretto; a Pavia fece cospicue donazioni alla Certosa (dove contava di essere un giorno sepolto con la moglie) ed a Vigevano potenziò la residenza ducale, ingentilendo il borgo con la creazione della grandiosa piazza rettangolare ancora oggi simbolo distintivo della città, oltre a far realizzare la cascina Sforzesca, una fattoria completa alle sue dipendenze, all'avanguardia nelle ultime tecniche di coltivazione.

Un'amante di Ludovico, Cecilia Gallerani, venne ritratta da Leonardo nel famosissimo dipinto della Dama con l'ermellino, ora a Cracovia, e un'altra, forse Lucrezia Crivelli, nella Belle Ferronnière, ora al Louvre. Su iniziativa di Ludovico, la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano venne interamente ricostruita ed abbellita dal Bramante, che ne fece una delle più belle espressioni del rinascimento italiano e, nel suo refettorio, Leonardo dipinse il celeberrimo Cenacolo. Leonardo, che con Milano ebbe un rapporto privilegiato durato oltre vent'anni, tanta fu la sua permanenza nella capitale lombarda, sempre su sprone di Ludovico decorò il soffitto della Sala delle Asse del Castello Sforzesco e realizzò per la Confraternita dell'Immacolata Concezione la Vergine delle Rocce, nella versione oggi conservata al Louvre di Parigi. Per il matrimonio tra Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d'Aragona, Leonardo progettò e mise in scena su commissione del Moro la cosiddetta Festa del Paradiso, un grandioso spettacolo celebrativo dell'intera dinastia degli Sforza di Milano.

Nello stesso periodo, su iniziativa di Ludovico il Moro, vennero realizzate anche molte opere d'ingegneria civile e militare, come la costruzione di canali e fortificazioni in tutta la Lombardia, oltre alla coltivazione del riso e del gelso, quest'ultimo in particolare legato all'allevamento del baco per la produzione di tessuti di seta, elemento che divenne fondamentale nell'economia lombarda. Nel 1498 istituì il Monte di Pietà.

Ludovico il Moro nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Nella miniserie RAI del 1971 La vita di Leonardo da Vinci, Ludovico Sforza è impersonato dall'attore italiano Giampiero Albertini.

Nella serie televisiva del 2011 I Borgia, Ludovico Sforza è impersonato dall'attore inglese Ivan Kaye.

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico Sforza Padre:
Francesco I Sforza
Nonno paterno:
Muzio Attendolo
Bisnonno paterno:
Giovanni Sforza
Trisnonno paterno:
Giacomo Attendolo
Trisnonna paterna:
?
Bisnonna paterna:
Elisa Petraccini
Trisnonno paterno:
Ugolino Petraccini
Trisnonna paterna:
?
Nonna paterna:
Lucia Terzani
Bisnonno paterno:
?
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Bisnonna paterna:
?
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Madre:
Bianca Maria Visconti
Nonno materno:
Filippo Maria Visconti
Bisnonno materno:
Gian Galeazzo Visconti
Trisnonno materno:
Galeazzo II Visconti
Trisnonna materna:
Bianca di Savoia
Bisnonna materna:
Caterina Visconti
Trisnonno materno:
Bernabò Visconti
Trisnonna materna:
Regina della Scala
Nonna materna:
Agnese del Maino
Bisnonno materno:
Ambrogio del Maino
Trisnonno materno:
Andreotto del Maino
Trisnonna materna:
?
Bisnonna materna:
Ne de Negri
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

immagine del nastrino non ancora presente Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La Corte di Lodovico il Moro - la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, 1913, p.498.
  2. ^ Altre fonti storiche come Bernardino Corio riportano il luogo di nascita del Moro a Vigevano e la data del 27 luglio 1451.
  3. ^ Alessandro Visconti, Storia di Milano, Milano 1945, p. 399.
  4. ^ Cfr. Francesco Guicciardini in John E. Morby, The Sobriquets of Medieval European Princes, Canadian Journal of History, 13:1 (1978), p. 13.
  5. ^ John E. Morby, The Sobriquets of Medieval European Princes, Canadian Journal of History, 13:1 (1978), p. 13.
  6. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 346-351
  7. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 351-355
  8. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 357-359
  9. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 357, 359-382
  10. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 405-407
  11. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 404-405
  12. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 414-419
  13. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 423, 426-429
  14. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, pp. 421-423 e 426
  15. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, p. 424
  16. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, p. 429-430
  17. ^ Pare che a fomentare la difficile situazione tra le due parti si fosse inserito anche il nobile Gian Galeazzo Trivulzio, da sempre inviso al Moro
  18. ^ Di tale parere fu anche l'annalista veneto Domenico Malipiero ed il filologo Giorgio Valla, anche se ad oggi non esistono prove certe di tale presunto avvelenamento.
  19. ^ A tal proposito, il poeta francese Filippo de Commynes commentò "si è "eletto da solo mettendo tutti nel sacco", mentre il poeta di corte Bernardo Bellincioni commentò il duca come dotato di "astuzia di volpe, energia di leone, rapacità di falco"
  20. ^ Ludovico Sforza in Encyclopaedia Britannica, URL consultata il 5 luglio 2016
  21. ^ Dizionario storico svizzero- Ludovico Maria Sforza detto il Moro, su beta.hls-dhs-dss.ch. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato dall'url originale il 24 aprile 2019).
  22. ^ La Biblioteca Visconteo Sforzesca, su collezioni.museicivici.pavia.it. URL consultato il 6 marzo 2019.
  23. ^ (EN) Maria Grazia Albertini, NOTE SULLA BIBLIOTECA DEI VISCONTI E DEGLI SFORZA NEL CASTELLO DI PAVIA. URL consultato il 6 marzo 2019.
  24. ^ Di questa vicenda fa un breve accenno anche Niccolò Machiavelli nel cap. III del suo trattato Il Principe
  25. ^ Personaggi famosi di Lys-Saint-Georges: Ludovico Sforza http://lys-saint-georges.fr/personnages.html
  26. ^ William Durant, The Renaissance in The Story of Civilization 5, Simon and Schuster ed. , New York, 1953, p. 191.
  27. ^ Ludovico il Moro e i suoi misteri. Forse ritrovata la tomba in Francia.
  28. ^ (FR) Mais où est passé Sforza?
  29. ^ Malaguzzi Valeri, Francesco, La corte di Lodovico il Moro, la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del quattrocento.
  30. ^ Beatrice d'Este 1475-1497.
  31. ^ La corte di Lodovico il Moro, la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del quattrocento..
  32. ^ Luisa Giordani, Beatrice d'Este 1475-1497.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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