Ludovico il Moro

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Ludovico Maria Sforza
Pala Sforzesca - detail 01.jpg
Maestro della Pala Sforzesca, Ludovico il Moro, particolare dalla Pala Sforzesca, 1494-1495, Pinacoteca di Brera, Milano
Duca di Milano
Stemma
In carica 21 ottobre 1494 –
10 aprile 1500
Predecessore Gian Galeazzo
Successore Luigi XII di Francia
Reggente del Ducato di Milano
In carica 7 ottobre 1480 –
21 ottobre 1494
(per il nipote Gian Galeazzo)
Predecessore Bona di Savoia
Signore di Genova
In carica 21 ottobre 1494 –
26 ottobre 1499
Duca di Bari
In carica 28 luglio 1479 –
10 aprile 1500
Predecessore Sforza Maria Sforza
Successore Isabella d'Aragona
Nome completo Ludovico Maria Sforza
Nascita Vigevano, Ducato di Milano, 27 luglio 1452
Morte Loches, Regno di Francia, 27 maggio 1508
Casa reale Sforza
Visconti
Padre Francesco Sforza
Madre Bianca Maria Visconti
Consorte Beatrice d'Este
Figli legittimi:
Ercole Massimiliano
Francesco
illegittimi: vedi sezione
Religione Cattolicesimo
Motto merito et tempore
Firma Unterschrift Ludovico Sforza.jpg

Ludovico Maria Sforza detto il Moro (Vigevano, 27 luglio 1452Loches, 27 maggio 1508). "Arbitro di Italia", secondo l'espressione usata dal Guicciardini,[1] fu duca di Bari dal 1479, reggente del Ducato di Milano dal 1480 al 1494, infine duca egli stesso dal 1494 al 1499, essendo al contempo signore di Genova.[2]

Dotato di raro intelletto e ambiziosissimo, riuscì, benché quartogenito, ad acquistarsi il dominio su Milano, dapprima sottraendo la reggenza alla sprovveduta cognata Bona, dappoi subentrando al defunto nipote Gian Galeazzo, che si disse da lui avvelenato. Principe illuminato, generoso e pacifico, si fece patrono di artisti e letterati: durante il suo governo Milano conobbe il pieno Rinascimento e la sua corte divenne una delle più splendide d'Europa.[3] Fu però di natura paurosa e incostante: per far fronte alle minacce del re Alfonso di Napoli, chiamò in Italia i francesi; minacciato anche dai francesi, non seppe fronteggiare il pericolo, e vi scampò solo grazie all'intervento della moglie Beatrice.[4] Morta Beatrice, entrò in depressione,[5] la sua corte si trasformò "di lieto paradiso in tenebroso inferno",[6] ed egli soccombette infine al re di Francia Luigi XII, che lo condusse prigioniero in Francia, ove terminò miseramente i suoi giorni.[7]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque verosimilmente il 3 agosto 1452 a Milano, presso il palazzo del Broletto Vecchio, quarto figlio maschio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti. Il luogo e la data di nascita non sono certi: Bernardino Corio li pone a Vigevano il 27 luglio 1451, mentre un codice quattrocentesco l'8 agosto 1451[8]. In una prima lettera autografa, scritta all'età di 11 anni[9], il Moro la fissa al 27 luglio 1452 e in una seconda, redatta all'età di 15 anni[10] e più precisa della precedente, al 3 agosto 1452.

"Il più sozo di tutti gli altri"
Lettera con cui Bianca Maria informa il marito della nascita di Ludovico.
Dopo averlo partorito, la madre Bianca Maria scrisse una spiritosa lettera al marito, pregandolo di trovare al neonato un bel nome, affinché compensasse in parte "alla figura del puto, che mi è il più sozo di tutti gli altri", intendendo dire ch'era particolarmente brutto, e forse anche di carnagione scura. Subito precisa: "sono però certa che quando il vedriti non vi parrà tropo diforme, anzi spero vi piacerà forsi tanto quanto veruno del altri".[11][12]

Nel 1464 il padre affidò a Ludovico, accompagnato dal ben più maturo figliastro Tristano, il comando di un corpo di duemila cavalieri e mille fanti che nelle intenzioni di Pio II avrebbe dovuto sbarcare in Albania partecipare ad una crociata contro i turchi. Il 2 agosto di quell'anno, presso la corte dell'Arengo, si tenne una cerimonia in cui Ludovico fu armato cavaliere dal fratello Galeazzo, ma il 14 agosto il pontefice morì e la spedizione non ebbe mai luogo.[13]

Educazione[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico quindicenne intento ai suoi studi, miniatura dal Codice Sforza della Biblioteca Reale di Torino.

Pur essendo figlio quartogenito e dunque senza grandi speranze di ascendere alla dignità ducale, la madre Bianca volle che ricevesse una vasta cultura, soprattutto nel campo delle lettere classiche. Sotto la tutela di molti precettori, tra i quali l'umanista Francesco Filelfo e il poeta Giorgio Valagussa, Ludovico ricevette lezioni di greco, latino, teologia, pittura, scultura, oltre a essere istruito nelle questioni di governo e amministrazione dello stato. Agli studi umanistici alternava l'esercizio fisico sotto forma della scrima, della caccia, della lotta, dell'equitazione, del salto, della danza e del gioco della pallacorda.[14]

Cicco Simonetta lo descrive come il più versato e rapido nell'apprendimento tra i figli di Francesco Sforza che, come pure la madre Bianca, mostrava per lui una particolare attenzione, testimoniata dall'ampia corrispondenza. A soli sette anni, a Mantova, insieme alla madre e ai fratelli accolse papa Pio II in visita alla città, facendo la prima uscita pubblica in un'occasione ufficiale. A undici anni dedicò un'orazione in latino a suo padre[10].

"Moro": origine del soprannome
Miniatura di Ludovico dalla Sforziade
Ludovico si guadagnò sin da bambino il soprannome di "Moro": così lo acclamava la folla quando sfilava in corteo nelle città del Ducato. "Mori" erano chiamati all'epoca gli africani e i saraceni,[15] perciò l'interpretazione più ovvia di tale soprannome è che fosse dovuto alla sua carnagione bronzea, capelli corvini e occhi neri, come visibile da molti suoi ritratti[16] e come confermato dallo stesso cronista coevo Gian Andrea Prato:[17]

«Fu questo signor Ludovico Sforza da la negrezza del colore cognominato Moro; così appellato primieramente dal patre Francesco et Bianca matre, Duchi de Milano, ne li primi anni, mentre con lui ancora fanciullo blandamente ragionando scherzavano»

(Giovanni Andrea Prato, Cronaca milanese)

Sotto il governo di Galeazzo Maria[modifica | modifica wikitesto]

Quando nel 1466 il padre Francesco morì, il primogenito Galeazzo Maria divenne duca e concesse una corte personale e duemila ducati di rendita a ciascuno dei fratelli, oltre a molti feudi. Ludovico divenne conte di Mortara e Brescello e signore di Pandino, Villanova, Scurano, Bassano Bresciano, Meletole, Oleta e delle Valli di Compigino. Dopo dieci giorni Ludovico era già a Cremona per mantenere unite le terre del ducato. Si occupò di missive diplomatiche sino all'anno successivo, quando si recò a Genova per accogliere la sorella Ippolita, ricevendo quello stesso anno il titolo di conte di Mortara.

Il 6 giugno 1468 fu di nuovo a Genova per accogliere Bona di Savoia e la scortò insieme al fratello Tristano sino a Milano dove, il 7 luglio, ebbero luogo le nozze col duca Galeazzo Maria. Fu ancora ambasciatore presso il re di Francia e a Bologna. Nel gennaio del 1471 si recò a Venezia, per conto del duca, con un ricco corteo e vi pronunciò un discorso molto ben accolto dal doge che contribuì a migliorare le reazioni diplomatiche tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Nel marzo 1471 accompagnò Galeazzo Maria nel suo fastoso viaggio a Firenze, passò nell'agosto a Roma per l'incoronazione di papa Sisto IV e in settembre alla corte di Torino.

Galeazzo Maria sembrava avere una predilezione particolare per lui: nel 1471 aveva stabilito nel testamento che, morendo senza nipoti, il ducato di Milano passasse a Ludovico ancor prima che agli altri fratelli. Quest'ultimo copriva la sua nota relazione con Lucia Marliani, firmando gli atti di donazione per la contessa. Un netto cambiamento si ha nel 1476, quando egli venne inviato in Francia insieme al fratello Sforza Maria, in una sorta di camuffato esilio. Bona accusò in seguito i due cognati di aver tramato per assassinare il duca, salvo poi smentire l'accusa una volta riappacificatasi con Ludovico, dimodoché non è possibile stabilire le ragioni di quell'esilio. Secondo la versione ufficiale di Galeazzo Maria, erano stati i suoi stessi fratelli a chiedergli il permesso di "andare ad vedere del mondo".[18]

Ascesa al potere[modifica | modifica wikitesto]

L'assassinio del duca Galeazzo Maria avvenne poi il 26 dicembre 1476, per mano di ben altri autori. Gli succedette il figlio Gian Galeazzo Maria, di soli sette anni. Appresa la notizia, Ludovico e Sforza ritornarono frettolosamente dalla Francia e insieme agli fratelli Ascanio e Ottaviano, nonché ai condottieri Roberto Sanseverino, Donato del Conte e Ibletto Fieschi, tentarono di opporsi alla reggenza della cognata Bona, poiché il ducato era di fatto nelle mani del consigliere ducale Cicco Simonetta.

Giovanni Ambrogio de Predis, Ludovico il Moro in armatura, miniatura dalla Grammatica Latina di Elio Donato, 1496, Biblioteca Trivulziana, Milano

Il tentativo fallì: Ludovico fu esiliato a Pisa, Sforza Maria a Bari, Ascanio a Perugia. Ottaviano tentò invece di guadare l'Adda in piena e vi morì annegato. Roberto Sanseverino fuggì in Francia, Donato del Conte fu imprigionato nei "forni" di Monza[19] e Ibletto Fieschi nel Castello Sforzesco.

Nel febbraio del 1479 il Moro e Sforza Maria, indotti da Ferrante d'Aragona, entrarono con un esercito nella Repubblica di Genova, dove si unirono a Roberto Sanseverino e Ibletto Fieschi. La duchessa Bona di Savoia e Cicco Simonetta convinsero Federico Gonzaga ed Ercole d'Este a radunare un esercito e venire in soccorso loro dietro il pagamento di una ingente somma di denaro. Un secondo esercito alla guida di Roberto Malatesta e Costanzo I Sforza, appoggiando i fiorentini, avrebbe fronteggiato le truppe del pontefice e quelle napoletane.

Il Moro e il fratello vennero dichiarati ribelli e nemici del Ducato e vennero loro revocate le entrate che percepivano in virtù della dote materna. Dopo aver compiuto saccheggi nel pisano, i due tornarono a La Spezia. Tuttavia già a metà maggio si stabilirono trattative di pace tra le due parti.

Il 29 luglio Sforza Maria morì presso Varese Ligure, secondo molti avvelenato su commissione di Cicco Simonetta, e Ferrante nominò il Moro duca di Bari. Seguendo Roberto Sanseverino, il 20 agosto Ludovico riprese la marcia alla volta di Milano alla testa di un esercito di 8000 uomini, attraversando il Passo di Centocroci e risalendo la Valle Sturla. Il 23 agosto prese la cittadella di Tortona.

Il potente consigliere ducale Cicco Simonetta, che il Moro fece decapitare per "liberare" la cognata e il governo di Milano

Dopo questi successi, il Simonetta inviò Ercole d'Este a fermare i ribelli con le armi, tuttavia molti nobili vicini alla duchessa spingevano per una riconciliazione. Bona si lasciò infine persuadere dal proprio amante, Antonio Tassino, probabilmente in combutta col Moro, a perdonare il cognato, e così il 7 settembre Ludovico fece ingresso nel castello di Milano. Cicco, conoscendo la sua scaltrezza, profetizzò alla duchessa Bona: "io perderò la testa e voi in processo di tempo perderete lo stato".[20]

La nobiltà ghibellina milanese, che aveva quale riferimento Pietro Pusterla, sfruttò la presenza di Ludovico a Milano per cercare di convincerlo a liberarsi di Cicco, rammentandogli tutte le sofferenze ch'egli e i suoi fratelli avevano dovuto patire per causa sua: l'esilio, la guerra, la morte di Ottaviano e di Donato del Conte e in ultimo l'avvelenamento di Sforza Maria,[21] cui Ludovico era stato legatissimo. Egli però non ritenne Cicco un pericolo e giudicava non necessario condannare a morte un uomo ormai parecchio anziano e per di più malato di gotta.[21] Pertanto Pietro Pusterla suscitò una rivolta armata contro il segretario ducale, cercando l'appoggio del marchese di Mantova e del Monferrato nonché di Giovanni II Bentivoglio.

Il Moro, temendo una sollevazione popolare, fu costretto a imprigionare Cicco e il fratello Giovanni, che furono trasferiti nelle prigioni del castello di Pavia, mentre gli altri familiari furono rilasciati.[22]

Morte di Cicco Simonetta ed esilio della duchessa Bona[modifica | modifica wikitesto]

Testone d'argento della seconda metà del Quattrocento che mostra sul diritto (a sinistra) il ritratto del duca Gian Galeazzo Maria Sforza e sul rovescio (a destra) quello dello zio Ludovico il Moro, suo tutore

Ottenuto il potere, il Moro richiamò a Milano il fratello Ascanio e Roberto Sanseverino; dopodiché inviò oratori per stringere o risaldare alleanze con Lorenzo de' Medici, re Ferrante e papa Sisto IV, e scongiurò un'alleanza ai suoi danni tra gli svizzeri e la Repubblica di Venezia

Nel frattempo la nobiltà ghibellina, che l'aveva aiutato nella sua scalata al potere, gli era divenuta invisa e aveva trovato in Ascanio Sforza il difensore dei suoi interessi. Il Moro, persuaso dal Sanseverino, ordinò l'arresto del fratello e il suo esilio a Ferrara. Furono esiliati anche Pietro Pusterla, Giovanni Borromeo, Antonio Marliani e molti altri illustri esponenti della fazione ghibellina.

L'arresto di Cicco tolse di mezzo il principale avversario di Antonio Tassino, che divenne sempre più arrogante. Il Corio racconta che, quando il Moro o altri nobili milanesi andavano a fargli visita, era solito farli aspettare a lungo fuori dalla porta finché non aveva finito di pettinarsi. Il Tassino riuscì a convincere la duchessa Bona, ormai succube, a sostituire Filippo Eustachi, prefetto del castello di Porta Giovia, con suo padre Gabriello. Il prefetto non si fece corrompere e mantenne il giuramento fatto al defunto duca Galeazzo Maria di mantenere il castello fino alla maggiore età di Gian Galeazzo. Ludovico escogitò allora l'espediente di condurre segretamente i nipoti Gian Galeazzo ed Ermes nella Rocca del castello, col pretesto di proteggerli dall'ambizione del Tassino, e ivi convocò il consiglio.

Bona fu costretta a firmare la condanna all'esilio per Antonio e i suoi familiari ma, a causa della forzata separazione dall'amante, dette segni di isteria: pretese di lasciare il ducato e minacciò il suicidio se le fosse stato impedito, cosicché Ludovico e Roberto Sanseverino si persuasero a lasciarla partire per la Francia. Il 30 ottobre 1480 Cicco Simonetta fu decapitato presso il rivellino del castello di Pavia e il 3 novembre Bona cedette la reggenza al cognato, che fu nominato tutore del giovane duca Gian Galeazzo,[23] tuttavia, su insistenza del figlio, si fermò a risiedere ad Abbiategrasso.[2]

«La Bona per la partita di costui entrò in tanta furia, che dimenticato ogni suo honore, et dignità, ancor lei deliberò partirsi, et passare oltra i monti, et da questo pessimo proposito mai non si poté rivocare; ma, scordandosi ogni filiale amore, in mano di Lodovico Sforza rinonciò la tutela dei figliuoli et dello stato.»

(Bernardino Corio, Historia di Milano.)
Giovanni Antonio Boltraffio, ritratto di Ludovico il Moro, 1500 circa, raccolta del principe Trivulzio, Milano

Nel 1481, forse per mandato di Bona, ci fu un tentativo di avvelenamento nei confronti di Ludovico e Roberto Sanseverino perpetrato da Cristoforo Moschioni, a sua volta istigato dal segretario della duchessa Luigi Becchetti e dal medico Ambrogio Grifi. Il Moschioni fu giudicato innocente. Lo stesso anno ci fu una seconda congiura progettata dalla duchessa ai danni di Ludovico, ma ancora una volta fallì. L'intercessione del Regno di Francia e del Ducato di Savoia evitarono a Bona lo scandalo del processo.

Alla reggenza del ducato (1480-1494)[modifica | modifica wikitesto]

Fidanzamento con Beatrice d'Este[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico progettava inizialmente di farsi duca di Milano sposando la cognata Bona, ma quest'ultima, innamorata del Tassino, pensò di liberarsene dandogli moglie.[24] Così, nel settembre 1480, domandò a suo nome ad Ercole d'Este la mano della figlia primogenita Isabella. Ciò non fu possibile poiché pochi giorni prima era già stata promessa ufficialmente a Francesco Gonzaga. Al Moro fu dunque proposta la secondogenita Beatrice, di cinque anni.[25] Ludovico, consultato dalla cognata solo a trattative già in atto, non poté che mostrarsene contento.[24] Il fidanzamento si prospettava anzi conveniente, in quanto Beatrice viveva a Napoli, cresciuta come una figlia da re Ferrante,[26] e ciò significava per Ludovico un'alleanza anche col re di Napoli oltre che col duca di Ferrara. Ferrante acconsentì al fidanzamento e il 30 aprile di quell'anno si tennero gli sponsali fra i due.[27]

Guerra dei Rossi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra dei Rossi.
Calcografia in Iconografia italiana degli uomini e delle donne celebri: Ludovico il Moro, di Antonio Locatelli, 1837.

Alla fine di ottobre Roberto Sanseverino, geloso e sdegnato della vicinanza di Filippo Eustachi e Pallavicino Pallavicini al Moro, pretese un aumento di stipendio. Incassato il rifiuto si ritirò nel suo feudo di Castelnuovo Scrivia e iniziò a complottare contro i due con l'aiuto di Pietro Dal Verme, signore di Voghera, e di Pier Maria II de' Rossi, signore di San Secondo, appartenente a una famiglia, i Rossi di Parma, storicamente ostile ai Pallavicini. Roberto venne dichiarato ribelle e il Moro gli inviò contro un esercito al comando di Costanzo Sforza. Iblietto Fieschi giunse dal genovese in supporto del Sanseverino, ma fu pesantemente sconfitto da Costanzo. Presto Roberto fu abbandonato da Pietro dal Verme e dagli altri suoi sostenitori e, trovandosi ormai isolato, fu costretto a fuggire a Venezia.

Nel 1482 i Rossi, dopo aver stipulato un'alleanza con i veneziani, si ribellarono all'autorità ducale. Costanzo Sforza pose l'assedio nei pressi di San Secondo, ma fu presto sollevato dal comando dal Pallavicino, che non vedeva di buon occhio le sue buone relazioni con Pier Maria II de' Rossi; al suo posto furono nominati Sforza Secondo, Giampietro Bergamino e Gian Giacomo Trivulzio. Il 2 settembre 1482 morì Pier Maria II e gli subentrò il figlio Guido. Nel maggio del 1483 l'esercito sforzesco, guidato dal Moro, entrò di nuovo nel parmigiano e Guido de' Rossi, non potendo sconfiggerlo, si rifugiò in Liguria. I milanesi, grazie alle numerose bombarde, catturarono rapidamente molte cittadine e castelli. La rocca di San Secondo si arrese definitivamente solo il 21 giugno 1483. La vittoria milanese in questa guerra rappresentò la fine dell'egemonia dei Rossi nel parmigiano.[28]

Guerra di Ferrara[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Ferrara (1482-1484).
Busto di Ludovico il Moro sul Portale della Canonica di Sant'Ambrogio a Milano, accanto all'effige della moglie, 1492 ca.

Nel maggio del 1482 la Repubblica di Venezia dichiarò guerra al duca di Ferrara, supportata dai pontifici e dai genovesi, e affidò il comando dell'esercito a Roberto Sanseverino.

Ludovico entrò in guerra in favore del suocero, Ercole d'Este, e inviò dapprima Federico da Montefeltro, quindi il fratellastro Sforza Secondo. Il 6 gennaio 1483 Sisto IV abbandonò l'alleanza con i veneziani passando dalla parte di Ferrara. I veneziani per mezzo di Costanzo Sforza, che era passato al loro soldo, escogitarono un piano per fare in modo che Ludovico abbandonasse la lega: il 15 luglio Roberto attraversò l'Adda e fortificò il ponte; malgrado il successo, non ci furono rivolte; Il Moro si incontrò a Cremona con Alfonso d'Aragona e altri rappresentanti della lega e deliberarono di contrattaccare subito i veneziani. Il 22 luglio Alfonso radunò a Monza l'esercito della lega, e il giorno successivo Roberto, rendendosi conto che l'operazione era ormai fallita, si ritirò nella bergamasca.

Nell'estate del 1483 Gian Francesco e Galeazzo Sanseverino, figli di Roberto, defezionarono dal campo veneziano per passare rispettivamente al servizio di Alfonso d'Aragona e del Moro. Ne nacque un'amicizia, quella tra Ludovico e Galeazzo, destinata a durare tutta la vita. Il 10 agosto il Moro e il fratello Ascanio marciarono alla testa del loro esercito nella bergamasca, costringendo alla resa molti castelli e minacciando la stessa Bergamo.

Malgrado i ripetuti successi, nessuno degli eserciti della lega sfruttò la debolezza veneziana per infliggere un colpo decisivo; infatti il Moro, dopo aver catturato Romano, tornò a Milano.[29] Il 24 aprile 1484 un consiglio di guerra dei principali esponenti della lega anti-veneziana, riunitosi nel castello di Porta Giovia, deliberò di proseguire la guerra contro la Repubblica di Venezia. Tuttavia si crearono ben presto dissidi tra Ludovico e Alfonso d'Aragona, il quale aveva compreso la pericolosità del Moro e temeva volesse soggiogare il nipote Gian Galeazzo che, essendo promesso sposo a Isabella d'Aragona, era suo genero. I veneziani, sapendo che Ludovico aveva sostenuto spese eccessive in favore del suocero, gli proposero la pace in cambio di una certa somma di denaro, a patto che il Polesine restasse in mano loro. Ludovico accettò, nonostante la pace, firmata il 7 agosto a Bagnolo, andasse a sfavore di Ercole d'Este, che andò su tutte le furie.[30]

Congiura di Luigi Vimercati[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 1483 Luigi Vimercati, Pietro Pasino Eustachi e Guido Eustachi (fratello di Filippo, prefetto di Porta Giovia), tutti fedeli alla duchessa Bona di Savoia, congiurarono per uccidere il Moro. Il 7 dicembre 1483, festa di Sant'Ambrogio, si appostarono presso il portone principale della basilica dedicata al patrono della città. Ludovico, però, a causa della grande folla di persone davanti all'ingresso principale, preferì entrare da una porta secondaria. Dopo il fallimento di questo primo tentativo, Luigi Vimercati si appostò presso una delle porte del castello, attendendo l'uscita del Moro che era solito attraversarla ogni mattina per far visita a Filippo Eustachi e al Pallavicino. Il Moro chiese di Filippo, ma gli fu risposto che stava pranzando; pertanto tornò indietro dirigendosi alle sue stanze, tallonato dal Vimercati, il quale lo seguì con la scusa di dovergli parlare di alcune questioni importanti. Giunto in un salone, i famigli del Moro si accorsero della lama del Vimercati a causa del riflesso provocato dalla luce di un camino e lo avvertirono. Presto il Vimercati fu catturato e imprigionato. Il 27 febbraio 1484 venne decapitato su un patibolo eretto davanti al castello; fu poi squartato e le quattro parti furono appese ad altrettante porte della città. Pasino fu frustato e incarcerato a vita a Sartirana; per volontà del Moro a ogni successiva festa di Sant'Ambrogio avrebbe ricevuto due frustate a monito del tradimento. Guido Eustachi fu licenziato.[31]

Alleanze e matrimoni[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico duca di Bari, primi anni '90. Bassorilievo in marmo di Benedetto Briosco.

Temendo soprattutto la potenza della confinante Venezia, il Moro mantenne alleanze proficue con la Firenze di Lorenzo il Magnifico, con Ferrante re di Napoli e con papa Alessandro VI. Nel 1486 Ludovico diede il proprio sostegno a Ferrante per contrastare la congiura dei baroni e ne ricevette in cambio il collare dell'Ordine dell'Ermellino. Nel 1487 giunse a Milano il legato di Mattia Corvino, re d'Ungheria, per effettuare il contratto di matrimonio tra Giovanni, figlio naturale del re, e la nipote Bianca Maria Sforza. Il matrimonio non fu mai celebrato, dal momento che Mattia morì nel 1490.

Il 24 novembre 1488 il Moro inviò a Napoli Ermes Sforza per prelevare Isabella d'Aragona in vista del suo matrimonio con il nipote Gian Galeazzo Maria. La coppia si sposò nel febbraio 1489 nel duomo di Milano, ma dette scandalo in tutta Italia per via del fatto che per oltre un anno Gian Galeazzo rifiutò di consumare il matrimonio.[32]

Dedizione di Genova[modifica | modifica wikitesto]

Ex voto alla Madonna di Ludovico reduce dalla malattia.

Nel 1487 il doge Paolo Fregoso indisse un consiglio generale, esortando i genovesi a mettersi sotto la protezione del Ducato di Milano per cercare di porre fine a nove anni di lotte intestine e potersi difendere dagli attacchi dei fiorentini. Furono dunque inviati oratori a Milano, che vennero ricevuti dal Moro e giurarono fedeltà al duca Gian Galeazzo Maria. In seguito alla dedizione i fiorentini terminarono le ostilità contro i genovesi.

La Repubblica di Genova sarebbe rimasta sotto la signoria sforzesca sino al 1499. Il 23 agosto i genovesi inviarono dodici ambasciatori a Milano per la conferma dei capitoli, ma il Moro non poté riceverli essendo gravemente malato. Il vuoto di potere creato dalla sua infermità portò ai primi disordini tra guelfi e ghibellini, che furono però contenuti dalla diplomazia di Galeazzo Sanseverino e Ascanio Sforza, giunto da Roma per soccorrere il fratello.

Nell'agosto del 1488 Ibletto Fieschi e Battistino Fregoso entrarono a Genova e costrinsero Paolo Fregoso a ritirarsi nel Castelletto e a difendersi dagli aggressori a colpi di bombarda. Il Moro, per sedare la rivolta, inviò un esercito al comando di Gianfrancesco Sanseverino che costrinse i rivoltosi ad abbandonare le armi. Il 31 ottobre sedici oratori genovesi riconfermarono la dedizione, giurando fedeltà al duca di Milano. Agostino Adorno fu nominato nuovo governatore di Genova in luogo di Paolo Fregoso. Il Moro riuscì a ottenere dai Fregoso anche Savona sotto il pagamento di 4 000 ducati all'anno e con la promessa di matrimonio tra Chiara Sforza, figlia di Galeazzo, e il figlio di Paolo, Fregosino Fregoso, il quale sarebbe dovuto diventare doge dopo il padre. Quale governatore di Savona fu nominato Zenone da Lavello, che si era distinto l'anno prima nella battaglia di Crevola difendendo Domodossola.[33]

Matrimonio[modifica | modifica wikitesto]

La Pala Sforzesca, 1494 ca., di autore ignoto: a sinistra, Ludovico col figlio Cesare; a destra, Beatrice col figlio Ercole Massimiliano.

Nel frattempo la fidanzata Beatrice aveva raggiunto un'età consona alle nozze e il padre premeva già dal 1488 affinché si fissasse una data. Ludovico tuttavia, come informa l'onnipresente ambasciatore estense Giacomo Trotti, aveva preso presso di sé la bella Cecilia Gallerani.[34] Forse per questo motivo egli rimandò il matrimonio per tre volte, sconcertando i futuri suoceri, i quale credettero che non intendesse più sposare loro figlia.[35] Ercole già da anni esortava il Moro a sostituirsi al nipote nel possesso effettivo del ducato di Milano,[36] a questo scopo Beatrice avrebbe dovuto procreargli al più presto un legittimo erede. Nel 1490, tuttavia, dopo tredici mesi di totale inadempienza, Gian Galeazzo aveva consumato le nozze con la moglie Isabella d'Aragona, la quale nel giro di pochi giorni si trovò gravida.[37] Questo evento causò da un lato l'irritazione di Ercole, dall'altro dovette convincere il Moro della necessità di prendere moglie.[38]

Le nozze furono fissate per il gennaio successivo e il 29 dicembre 1490, nel corso d'un inverno che si rivelò rigidissimo tanto da costringere all'uso delle slitte, il corteo nuziale lasciò Ferrara per condurre a Milano la promessa sposa.[39] Il fratello Alfonso e il cugino Ercole avrebbero nella stessa occasione sposato due principesse di casa Sforza: il primo Anna Maria, nipote di Ludovico, il secondo Angela, figlia di Carlo Sforza.[40]

Il 18 gennaio 1491, con poco fasto, Ludovico sposò Beatrice nel castello di Pavia. Egli aveva voluto che il matrimonio si celebrasse a Pavia e non a Milano proprio per non dare l'impressione di voler prevaricare Gian Galeazzo, legittimo duca di Milano, che aveva sposato Isabella d'Aragona in Duomo alcuni mesi prima.[39]

Il matrimonio fu dichiarato subito consumato e già il mattino dopo Ludovico partì alla volta di Milano per terminare i preparativi per la festa nuziale, in verità rimase segretamente in bianco per oltre un mese, in quanto gli sposi avevano avuto modo di conoscersi solamente il giorno prima e Ludovico, che all'epoca aveva trentotto anni, ebbe rispetto dell'innocenza della propria sposa, allora quindicenne, e non volle forzarla.[41] Attese dunque con pazienza che Beatrice gli si concedesse spontaneamente, cosa che richiese parecchio impegno da parte sua[42] e che destò nuove preoccupazioni nel suocero Ercole, il quale premeva per tramite dell'ambasciatore Trotti affinché il matrimonio fosse consumato subito.[43]

Legame coniugale[modifica | modifica wikitesto]

Miniature dei due sposi: a sinistra, Ludovico all'età di 41 anni; a destra, Beatrice all'età di 18. Opera del Birago. Contenute nel diploma di donazione datato 28 gennaio 1494 col quale Ludovico infeuda la moglie di numerosi possedimenti. Conservato oggi alla British Library di Londra.

Il rapporto fra i due sposi divenne ben presto idilliaco: «Il S.r Ludovico non leva quasi mai li occhi da dosso a la Duchessa de Bari» scriveva nell'agosto 1492 Tebaldo Tebaldi;[44] e già poco tempo dopo le nozze Galeazzo Visconti dichiarava: «è uno tanto amore fra loro duy che non credo che doe persone più se posano amare».[45] Ludovico era visto dedicare alla moglie baci e carezze continuate, le stava accanto "sopra el lecto" per gran parte del giorno quand'era ammalata e in una lettera scrive di lei: «essa mi è più cara che il lume del sole».[46] Non è certo che la moglie lo ricambiasse col medesimo trasporto, ma alcuni indizi inducono a credere di sì.[47] D'altronde gli stessi contemporanei notavano, non senza stupore, che Beatrice lo seguiva dovunque, anche nel corso delle proprie gravidanze,[48] talvolta mettendo a repentaglio la vita,[49] al contrario della consuetudine delle donne che era, durante le assenze dei mariti, di rimanere a governare la casa. Essi costituirono, nei brevi anni che vissero insieme, un modello di coppia ideale, unita da un amore che va ben oltre la morte.[50]

«[...] andò all'esercito Lodovico Sforza, e con lui Beatrice sua moglie, che gli era assiduamente compagna non manco alle cose gravi che alle dilettevoli.»

(Francesco Guicciardini, Storia d'Italia.[51])
Dal giorno delle nozze adottarono come impresa di coppia il Caduceo col motto ut iungor (che io sia unito).[52]

L'epistolario conserva momenti di grande tenerezza, come una lettera scritta alla suocera pochi mesi dopo la nascita del primogenito Ercole Massimiliano, in cui Ludovico le racconta del benestare del neonato e di come "la mia consorte et io così nudino nudino se lo facemo portare qualche volta et lo tenemo in mezo a noi doi".[53] Colpisce la premura di soddisfare la moglie in ogni suo capriccio e la preoccupazione, palesata ai suoceri, di non farle scoprire le volte in cui le mentiva, nel timore che "non me ne voria bene",[53] nonché la massima delicatezza nel parteciparla di avvenimenti luttuosi: nel 1493 si scusava col suocero del ritardo dei lutti a Milano, in quanto attendeva un momento migliore per comunicare a Beatrice la morte della madre, e di non avergli scritto di propria mano, "perché dubitava non sopragiongesse la mia Ill.ma consorte" proprio mentre stava scrivendo la lettera.[53]

«Bramosa di potere e pronta, pur di appropriarselo, a correre e far correre tutte le avventure, dalla discesa in Italia del re di Francia alla caduta rovinosa di casa d'Aragona [...] [Beatrice] aveva rivelato un carattere insospettato, una vigorosità [...] indice sicuro di volontà tenacissima e di propositi fermi. E il Moro finì per amarla più di quanto si potesse prevedere.»

(Luciano Chiappini, Gli Estensi[54])

Duca di Milano (1494-1500)[modifica | modifica wikitesto]

L'investitura ducale del Moro: nel tribunale in alto, sulla sinistra, Ludovico stesso; davanti a lui, al centro della scena, Galeazzo Sanseverino, che ha appena ricevuto dal suocero lo stendardo grande d'oro con l'aquila nera; alle spalle di quest'ultimo si riconosce il biondo contino di Melzo, che tiene poggiata sulla spalla la spada ricevuta poco prima dallo zio; in basso, sulla destra, sta infine la schiera delle donne, con in testa la duchessa Beatrice.[55] Pagina miniata dal Messale Arcimboldi, Biblioteca capitolare del Duomo di Milano.

Prima calata dei francesi (1494-1495)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Discesa di Carlo VIII in Italia.

Gian Galeazzo e la moglie Isabella, dopo il fastoso matrimonio lasciarono Milano per creare una loro corte a Pavia. Il giovane Gian Galeazzo non sembrava desiderare di governare al posto dello zio Ludovico, ma sua moglie Isabella entrò in contrasto con la cugina Beatrice, in quanto quest'ultima risultò perfino più ambiziosa del proprio consorte e, dopo aver partorito il 25 gennaio 1493 il primo figlio maschio, Ercole Massimiliano, desiderò che questi, e non il figlio di Isabella, fosse nominato conte di Pavia (titolo riservato all'erede al ducato di Milano).[56]

Isabella richiese allora l'intervento del nonno Ferrante, re di Napoli, affinché al marito, ormai maggiorenne, venisse affidato il controllo effettivo del ducato. Ferrante tuttavia non aveva alcuna intenzione di scatenare una guerra, anzi dichiarava di amare entrambe le nipoti alla stessa maniera e le invitava alla prudenza, cosicché la situazione rimase stabile sino a che il re fu in vita.[57] Morto Ferrante, il suo successore Alfonso non esitò, in difesa della figlia Isabella, a occupare la città di Bari come primo atto di ostilità nei confronti del Moro.[58]

Per rispondere a questa manovra, Ludovico si alleò allora con l'imperatore Massimiliano e con il re di Francia Carlo VIII, cui lasciò via libera di scendere in Italia alla conquista del regno di Napoli, che Carlo riteneva suo possesso legittimo in quanto sottratto dagli Aragonesi agli Angioini.[58] Massimiliano promise a Ludovico il Moro di riconoscere pubblicamente la sua successione al ducato e per suggellare questa promessa sposò Bianca Maria Sforza, sorella del giovane Gian Galeazzo, la quale gli portò in dote la strabiliante somma di 400 000 ducati più altri 100 000 per l'investitura, nonché molti doni.

L'11 settembre 1494 Carlo VIII arrivò ad Asti, ricevuto con grandi onori da Ludovico e Beatrice.[59] Con lui era venuto pure il cugino Luigi d'Orléans, il quale si intitolava duca di Milano iure ereditario e mirava alla conquista di quel ducato, essendo discendente di Valentina Visconti. Malgrado le latenti ostilità, i primi mesi passarono sotto il segno dell'amicizia e il Moro si servì del fascino della moglie per blandire i francesi e così distrarli.[60] Tuttavia le gelosie suscitate dal bel barone di Beauvau lo convinsero, pare, ad allontanare Beatrice da Asti.[61]

L'investitura ducale[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, con al fianco la moglie, Bianca Maria Sforza, investe ufficialmente Ludovico Duca di Milano (Innsbruck, rilievi del cenotafio di Massimiliano I d'Asburgo)

Il 22 ottobre 1494 il duca Gian Galeazzo morì in circostanze misteriose: formalmente per un male che si trascinava da tempo e per la vita smodata che conduceva; a parere di molti contemporanei di rilievo, come il Machiavelli o il Guicciardini, per avvelenamento perpetrato dallo stesso zio Ludovico; Malaguzzi Valeri dissente fortemente da questa opinione, facendo notare come Ludovico si interessasse realmente del benestare del nipote, gli mandasse spesso regali e si facesse tenere costantemente informato delle cure somministrategli; ricorda inoltre che Gian Galeazzo aveva cominciato a manifestare i primi disturbi di stomaco già all'età di 13 anni e che in effetti disobbediva continuamente alle prescrizioni dei medici, continuando a tracannare vino fuor di misura e ad affaticarsi in continue battute di caccia e in una vita sessuale disordinata.[62]

Il Moro gli succedette immediatamente per volontà dei nobili milanesi, a discapito dei legittimi eredi, toccando così l'apice del potere politico.[63] L'investitura ufficiale da parte dell'imperatore arrivò però soltanto il 26 maggio 1495.[64]

Carlo VIII intanto giungeva facilmente a Napoli, tuttavia né Ludovico né la moglie avevano mai voluto realmente favorirlo nella conquista, quanto piuttosto spaventare re Alfonso II e tenerlo impegnato su di un altro fronte, così da distoglierlo da Milano. Ludovico aveva contato sul fatto che i signori d'Italia, e soprattutto Firenze, non avrebbero lasciato passare Carlo, cosa che invece avvenne, in quanto Piero il Fatuo, che fino ad allora era stato il più forte alleato del re di Napoli, spaventato finì per gettarsi ai piedi del re di Francia, concedendogli non solo il libero passaggio per la Toscana ma perfino Pisa e Livorno, più la somma di 120.000 fiorini.[65] Ludovico iniziò seriamente a preoccuparsi dell'eccessiva ingerenza dei francesi e delle palesi minacce del duca d'Orléans, pertanto decise ancora una volta di rovesciare le alleanze, schierandosi con la Lega Santa.

L'Italia all'alba della calata di Carlo VIII (1494).

L'assedio di Novara[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Novara (1495).

Per rispondere alle palesi minacce del duca d'Orléans, Ludovico pensò di attaccare il suo feudo d'Asti, ma la mossa sortì l'effetto contrario: Luigi d'Orléans l'anticipò sul fatto occupando con le proprie truppe, l'11 giugno, la città di Novara e spingendosi sino a Vigevano.[66]

Ludovico s'affrettò a chiudersi con la moglie e i figli nella Rocca del Castello di Milano ma, non sentendosi ugualmente al sicuro, combinò con l'ambasciatore spagnolo di lasciare il ducato per rifugiarsi in Spagna. Come scrive Bernardino Corio, la cosa non ebbe seguito solo per la ferrea opposizione della moglie Beatrice e di alcuni membri del consiglio, che lo convinsero a desistere.[66] La situazione tuttavia rimaneva critica: a causa delle elevatissime spese sostenute per l'investitura e per la dote di Bianca Maria, lo stato era sull'orlo del tracollo finanziario, non v'erano soldi per mantenere l'esercito e si temeva una rivolta popolare. Scrive il Comines che, se il duca d'Orleans avesse avanzato solo di cento passi, l'esercito milanese avrebbe ripassato il Ticino, ed egli sarebbe riuscito ad entrare a Milano, poiché alcuni nobili cittadini si erano offerti di introdurvelo.[67] Ludovico non resse alla tensione e fu colpito - secondo le ipotesi di alcuni storici - da un ictus, poiché aveva una mano paralizzata, non usciva mai dalla camera da letto e si faceva vedere rare volte. "El Duca de Milan ha perso i sentimenti" scrive Malipiero "se abandona sé medesmo". A peggiorare la situazione contribuiva l'ambiguità del suocero Ercole d'Este, il quale si diceva insieme ai fiorentini sovvenisse in segreto l'Orleans, e degli stessi condottieri del Moro.[68]

Il disastro fu scongiurato dalla moglie Beatrice che, nominata per l'occasione governatrice di Milano,[69] si assicurò la fedeltà dei nobili, provvide alla difesa e abolì alcune tasse in odio al popolo, quindi si recò di persona all'accampamento militare di Vigevano per supervisionarne l'ordine e animare i capitani a muovere contro il duca d'Orleans. L'opinione del Guicciardini è che se quest'ultimo avesse tentato l'assalto in quel momento, avrebbe preso Milano, poiché la difesa risiedeva nel solo Galeazzo Sanseverino,[70] ma la dimostrazione di forza di Beatrice valse a confonderlo nel fargli credere le difese superiori a quel che erano, cosicché egli non osò tentare la sorte e si ritirò dentro Novara. L'esitazione gli fu fatale, poiché permise a Galeazzo di riorganizzare le truppe e di circondarlo, costringendolo così a un lungo e logorante assedio.[71]

(FR)

«Loys duc d'Orleans [...] en peu de jours mist en point une assez belle armée, avecques la quelle il entra dedans Noarre et icelle print, et en peu de jours pareillement eut le chasteau, laquelle chose donna grant peur à Ludovic Sforce et peu près que desespoir à son affaire, s'il n'eust esté reconforté par Beatrix sa femme [...] O peu de gloire d'un prince, à qui la vertuz d'une femme convient luy donner couraige et faire guerre, à la salvacion de dominer!»

(IT)

«Luigi duca d'Orleans [...] in pochi giorni preparò un abbastanza bell'esercito, con il quale entrò a Novara e quella prese, e in pochi giorni parimenti ebbe il castello, la quale cosa arrecò grande paura a Ludovico Sforza e fu poco presso alla disperazione per la sua sorte, se non fosse stato riconfortato da Beatrice sua moglie [...] O poca gloria di un principe, al quale bisogna che la virtù di una donna gli doni il coraggio e gli faccia la guerra, per la salvezza del dominio!»

(Cronaca di Genova scritta in francese da Alessandro Salvago[72])
Riproduzione in argento (1989) del testone che Ludovico fece coniare nel 1497 con l'effige propria da un lato e della moglie Beatrice dall'altro, subito dopo la di lei scomparsa; uno dei primi esempi di monetazione di questo tipo, testimonianza di grande amore e ammirazione nei confronti della consorte.[73]

Il 6 luglio 1495 avvenne la famosa battaglia di Fornovo, con la quale si ricacciò indietro l'esercito invasore. Ai primi di agosto anche Ludovico, finalmente guarito, tornò ad occuparsi della guerra, e insieme alla moglie andò a risiedere all'accampamento di Novara. In occasione della loro visita si tenne, per il piacere della duchessa che molto apprezzava i fatti d'arme, una memorabile rivista dell'esercito al completo.

Il 24 settembre scoppiò una violentissima rissa per cause poco chiare, in seguito alla quale Francesco Gonzaga invitò il Moro a rinchiudere la moglie «ne li forzieri».[74][75]

«A hore due di notte, li elemani ducheschi si levò a romor con li italiani; unde tutto el campo si messe in arme, et maxime el nostro. Fo per un'hora gran tumulto, morti de tutte do parti [...] et el Marchexe de Mantoa, nostro capetanio, volendo reparar a questi se amazavano, disse al Ducha: "Signor, venite a remediar". Il Ducha rispose: "Ma, mia moier..." Et il Marchexe rispose: "Mettetila ne li forzieri!" etc. Et dicitur fo tanti morti in questa baruffa, che fo cargi 7 carri de corpi, et mandati a sepelir.»

(Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia[74])

Poiché i tedeschi volevano fare "crudelissima vendetta" contro gli italiani, Ludovico supplicò Francesco di salvare Beatrice, temendo che fosse violentata o uccisa. Il marchese "cum animo intrepido" cavalcò fra i tedeschi e non senza grande fatica riuscì a mediare la pace. "El che quando Ludovico l'intese restò il più contento homo dil mondo, parendoli havere reaquistato il Stato et la vita, insieme cum l'honore la mogliere; de la qual sola più che de tutto il resto temeva".[49]

Nel frattempo si attendeva la capitolazione del nemico, poiché la guarnigione novarese era decimata dalla carestia e dalle epidemie; lo stesso Luigi d'Orleans era ammalato di febbri malariche, ma pur di non arrendersi ogni giorno incitava i propri uomini a resistere con la falsa promessa che il re sarebbe presto giunto in loro soccorso. Ciò non avvenne ed egli dovette infine dichiararsi sconfitto, accettando il salvacondotto per raggiungere il campo di re Carlo.[76]

«Beatrice d'Este riusciva a cacciare da Novara il duca di Orleans, che se n'era impadronito, minacciando direttamente Milano su cui vantava diritti di possesso. La pace fu sottoscritta, e Carlo ritornò in Francia, senza aver tratto alcun serio frutto dalla sua impresa. Lodovico Sforza gioiva di tale risultato. Ma fu breve tripudio il suo»

(Francesco Giarelli, Storia di Piacenza dalle origini ai nostri giorni[77])

Morte di Beatrice[modifica | modifica wikitesto]

Cristoforo Solari, cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, 1497, Certosa di Pavia

Pressappoco in questo periodo, Ludovico prese per amante Lucrezia Crivelli, dama di compagnia della moglie. Beatrice, che fino a quel momento non si era mostrata gelosa dei frequenti tradimenti del marito, ritenendoli distrazioni di poco conto[78], tentò di opporsi alla relazione, ma non vi fu modo di distoglierne Ludovico, il quale per tutto il 1496 continuò a frequentare più o meno segretamente la Crivelli, in un regime di sostanziale bigamia, tanto da ingravidare sia la moglie sia l'amante nel giro d'un paio di mesi. Beatrice reagì rifiutandogli il proprio letto e i rapporti fra i due sposi giunsero a un punto di rottura.[79][80] Infine, profondamente umiliata, delusa, amareggiata, soprattutto addolorata per la prematura quanto tragica morte della giovanissima Bianca Giovanna, sua amica carissima, Beatrice morì di parto nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1497.[81]

Il dolore del Moro[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Morte di Beatrice d'Este.

Ludovico, che pure l'aveva tradita, impazzì dal dolore,[82] né mai più si riprese dalla morte della moglie, la quale era stata sino ad allora la sua forza e il suo sostegno nel governo dello stato.[83][4] Egli era sempre stato convinto che sarebbe morto prima di lei e nelle sue capacità aveva riposto tutte le proprie speranze per il mantenimento dello stato durante la minorità dei figli.[84]

«E di vero la morte di Beatrice, la superba ed intelligente ferrarese, fu una grave sciagura per Ludovico il Moro. Essa era l'anima d'ogni sua impresa, era la vera regina del suo cuore e della sua corte [...]. Se il duca di Bari [...] riuscì a rappresentare sul teatro d'Europa una scena d'assai superiore, come fu osservato, alla condizione sua, lo si deve in gran parte a questa donna, vana femminilmente, se si vuole, e crudele, specie con la duchessa Isabella, ma di carattere risoluto e tenace, d'ingegno pronto, d'animo aperto a tutte le seduzioni del lusso e a tutte le attrattive dell'arte. Quando essa [...] venne meno [...] fu come una grande bufera che venne a sconvolgere l'animo di Ludovico. Né da essa ei si rimise più mai; quella morte fu il principio delle sue sciagure. Tetri presentimenti gli traversavano la mente; parevagli d'essere rimasto solo in un gran mare in tempesta e inclinava, pauroso, all'ascetismo. [...] il fantasma della sua bella e povera morta gli stava sempre dinanzi allo spirito.»

(Rodolfo Renier, Gaspare Visconti[85])

Per due settimane rimase rinchiuso al buio nei propri appartamenti, dopodiché si lasciò crescere la barba[86] indossando da quel momento in poi solamente abiti neri con un mantello stracciato da mendicante. Sua preoccupazione primaria divenne l'abbellimento del mausoleo di famiglia e lo stato, trascurato, andò in rovina,[66] proprio in un momento in cui il duca d'Orléans, spinto da un odio feroce, minacciava una seconda spedizione contro Milano.[87]

Il lutto del Moro: a sinistra, miniatura raffigurante l'atto di donazione di Ludovico al convento di S. Maria delle Grazie della Sforzesca, un tempo appartenuta a Beatrice (1497); a destra, Fra' Luca Pacioli presenta il De Divina Proportione al duca (1498). L'uomo accanto a Ludovico, anch'esso abbrunato a lutto, è forse il genero Galeazzo, riconoscibile da quella che sembra la collana dell'ordine di San Michele. Entrambi pare mantenessero il lutto anche dopo la scadenza dell'anno canonico.

Con queste poche parole, in quella medesima notte, annunciava la dipartita della consorte al marchese Francesco Gonzaga, marito della cognata Isabella:[88]

«La Ill.ma nostra consorte, essendoli questa nocte alle due hore venuto le dolie, alle cinque hore parturite uno fiolo maschio morto, et alle sei et meza rese el spirito a Dio, del quale acerbo et immaturo caso se trovamo in tanta amaritudine et cordolio quanta sij possibile sentire, et tanta che più grato ce saria stato morire noi prima et non vederne manchare quella che era la più cara cossa havessimo a questo mundo;»

(Mediolani, 3 Januarii 1497 hora undecima. Ludovicus M. Sfortia Anglus Dux Mediolani)

All'ambasciatore ferrarese Antonio Costabili disse che «non credeva potere mai tollerare cussì acerba piaga», e che l'aveva fatto chiamare perché riferisse al duca Ercole che se «non haveva facto quella bona compagnia a Vostra Fiola che la meritava, et anche se in cosa alcuna l'haveva mai offesa», come sapeva di avere fatto, «ne dimandava perdonanza al Ex.tia vostra et a lei, trovandosene malcontento sino al anima», poiché «in ogni sua oratione sempre haveva pregato Nostro Signore Dio che la lassasse doppo di lui, come quella in cui l'haveva persuposto ogni suo riposo, et poi che a Dio non era piaciuto, lo pregava et pregaria sempre continuamente, che se possibile è che mai uno vivo possa vedere uno morto, li conceda la gratia ch'el la possa vedere et parlarli una volta, como quella che l'amava più che se stesso».[89]

Numerosi sono gli storici e i cronisti che, commossi e sbigottiti, annotano le manifestazioni di incredibile dolore che il Moro fece per questa disgrazia. Fra gli altri, il Sanudo scrive che "la qual morte el ducha non poteva tolerar per il grande amor li portava, et diceva non si voller più curar né de figlioli, né di stato, né di cossa mondana, et apena voleva viver [...] Et d’indi esso ducha comenzoe [cominciò] a sentir de gran affanni, che prima sempre era vixo [vissuto] felice".[87] L'anonimo ferrarese riferisce addirittura che Ludovico, durante il funerale, volle risposare la defunta come se fosse viva, a conferma delle promesse nuziali, atto che, se vero, sarebbe forse senza precedenti.[90]

Della moglie morta creò quasi un culto: oltre a far coniare una moneta con l'effige di lei sul verso,[91] adottò sempre più spesso lo stemma bipartito con le armi estensi e sforzesche (ch'era quello usato da Beatrice) e fece riprodurre l'effige di lei sulla corniola dell'anello col sigillo che portava al dito, in sostituzione d'una precedente testa d'imperatore romano.[92] Alla sua memoria dedicò la Pusterla Beatrice, che abbellì in stile rinascimentale,[93] mentre a Cristoforo Solari commissionò un magnifico monumento funebre con le loro due figure giacenti scolpite nel marmo, dichiarando che «piacendo a Dio avrebbe un giorno riposato accanto a sua moglie fino alla fine del mondo».[94]

La cosiddetta Ponticella di Ludovico il Moro nel Castello Sforzesco, ov'era situata la Saletta Negra. Delle decorazioni commissionate a Leonardo da Vinci non rimane che una lastra di marmo nero con una scritta in latino: "Triste diventa in fine ogni cosa che fu giudicata dai mortali felice".[95]

Per un anno intero fece voto di mangiare in piedi, su un vassoio sorretto da un servitore, e impose il digiuno a corte ogni martedì, giorno della morte della moglie.[66] In castello si fece preparare una sala tutta addobbata di nero, che fu poi nota come Saletta Negra, dove si ritirava a piangere la moglie in solitudine,[96] e dovunque si recasse voleva che i suoi alloggiamenti fossero parati di nero.[97] Ogni giorno si recava almeno due volte in visita alla sua tomba, senza mai mancare,[98] cosicché gli ambasciatori che volevano parlare con lui lo trovavano più spesso in Santa Maria delle Grazie che non in castello.[99] Anche negli istanti più critici, ovvero nel giorno della fuga da Milano, il suo ultimo pensiero - come riferisce il Corio - fu di recarsi in visita alla tomba della moglie prima di partire.[66][100]

La caduta[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Italia del 1499-1504 e Assedio di Novara.

Fin da quello stesso gennaio 1497 Ludovico iniziò a temere di perdere lo stato,[101] ma la situazione precipitò quando, nel 1498, Carlo VIII morì senza figli e il duca d'Orleans gli succedette come Luigi XII di Francia. Egli decise allora di vendicarsi dell'umiliazione subita intraprendendo una seconda spedizione contro il ducato di Milano. Privo stavolta del valido aiuto della consorte, Ludovico non si rivelò in grado di fronteggiare il nemico.[102]

«Lodovico, che soleva attingere ogni vigoria d'animo dai provvidi e forti consigli della sua sposa Beatrice d'Este, essendogli stata questa rapita dalla morte qualche anno prima, trovossi come isolato e scevro di ardire e di coraggio a tal punto, che non vide altro scampo contro la fiera procella che il minacciava se non nel fuggire. E così fece.»

(Raffaele Altavilla, Breve compendio di storia Lombarda[103])

Luigi XII affidò la conduzione dell'esercito per la conquista di Milano al famoso condottiero Gian Giacomo Trivulzio, nemico personale del Moro, contro al quale meditava propositi di vendetta.[104]

L'assedio di Novara. Ludovico viene catturato dai francesi a causa del tradimento di un mercenario svizzero. Illustrazione tratta dalla Cronaca di Lucerna (1513).

Durante la guerra di Pisa del 1498, poiché i pisani preferirono la tutela di Venezia, Ludovico ritirò le truppe, avendo perduto ogni speranza di potersi insignorire della città toscana. Rovesciò quindi l'alleanza con Venezia, aiutando militarmente Firenze per la riconquista di Pisa, sperando che la Repubblica fiorentina lo aiutasse almeno con la diplomazia contro l'arrivo del re Luigi XII.La mossa si rivelò sbagliata , anzi lo privò di un prezioso alleato, Venezia, che lo aveva aiutato concretamente sin dall'assedio di Novara, non rendendogli certo l'aiuto di Firenze, di cui il Ducato di Milano era sempre stato fiero avversario, prima che Sforza e Medici intavolassero un’amicizia personale. Tutto ciò fu evidente alla seconda discesa dei francesi in Italia: Luigi XII si alleò con Venezia, che a questo punto era desiderosa di vendicarsi del voltafaccia di Ludovico a Pisa, e Gian Giacomo Trivulzio passò con l'esercitò in Italia.

Ludovico preferì la fuga e insieme ai figlioletti e al fratello Ascanio si rifugiò a Innsbruck presso l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, lasciando Milano il 1º settembre 1499. Dei fratelli Sanseverino, Galeazzo, Fracasso e Antonio Maria lo avevano seguito, Gian Francesco era invece con un plateale voltafaccia passato al servizio del re di Francia. Subito dopo la partenza del duca, anche grazie alla rivolta del popolo milanese oppresso dalle tasse, il Trivulzio entrò trionfante a Milano. Di questo tragico avvenimento, che inaugurò un periodo di guerre e invasioni straniere sulla penisola, Machiavelli incolpò direttamente Ludovico il Moro e la politica da lui portata avanti, un giudizio storico con cui furono concordi molti storici nei secoli, ma che oggi molti tendono a rivedere.[105]

Grida per i Milanesi fuggitivi dopo la sconfitta di Ludovico il Moro, 1500

A Venezia girava voce che Ludovico, in Germania, fosse impazzito: che si fosse convertito all'islam, avesse ucciso a coltellate il genero Galeazzo e ferito il fratello Ascanio, quindi fosse stato incatenato, ma si trattava di voci false.[106] Avendo saputo che la popolazione aveva ormai in odio l'oppressione straniera, a causa dei soprusi dei francesi, Ludovico assoldò un esercito mercenario di svizzeri e sul principio del 1500, coadiuvato dal fratello Ascanio e dai Sanseverino, si riappropriò di Milano. Qui, quasi redento, dichiarò dinanzi al popolo che adesso molto lo dilettava il "mester d'arme", e che "li piaceva più el nome di capitanio che de signore", quindi rivolto ad Ascanio disse: "io me fazo chosì valente homo che non me porete tener più qui!"[107]

La situazione gli si ritorse però contro durante l'assedio di Novara, quando gli svizzeri si rifiutarono di partecipare alla battaglia. Il 10 aprile, mentre nascosto tra le sue truppe stava cercando di ripiegare verso Bellinzona, fu tradito da un mercenario svizzero e consegnato ai francesi insieme ai fratelli Sanseverino. Pochi giorni dopo fu catturato anche Ascanio, che aveva tentato la fuga in Germania.[108]

Commenta a tal proposito Girolamo Priuli: "Il Trivulzio vedendo questi prigionieri, e massime il signor Lodovico, pensa, o lettore, che allegrezza!"[104] Subito, fatto condurre il duca alla propria presenza, Gian Giacomo gli rivolse - a detta di Andrea Prato - queste sprezzanti parole:[104]

«Or sei tu qui, Ludovico Sforza, il quale per amor d'un forastiero Galeazzo Sanseverino hai scacciato me tuo cittadino, né d'una sol volta d'avermi cacciato bastandoti, hai novamente sollicitato li animi de' Milanesi a rebellarsi alla regia Maestà?
A che bassamente rispondendo, il principe disse, che a conoscer la causa perché l'animo si inchini ad amar uno et odia l'altro è difficil cosa [...]»

(Cronaca di Giovan Andrea Prato)

Con l'arrivo dei francesi, Milano perse l'indipendenza e rimase sotto dominazione straniera per 360 anni. Tra il bottino di guerra preso dai francesi vi fu anche la grande Biblioteca visconteo-sforzesca[109], che si trovava (insieme con una parte dell'archivio ducale) nel castello di Pavia ed era costituita da oltre 900 manoscritti, tra cui alcuni appartenuti a Francesco Petrarca. Dei codici della biblioteca dei duchi di Milano, 400 sono ancor oggi conservati presso la Bibliothèque nationale de France, mentre altri finirono in biblioteche italiane, europee o statunitensi.[2]

Prigionia e morte[modifica | modifica wikitesto]

Castello di Loches: il torrione dove fu imprigionato il Moro

Ludovico venne portato prigioniero in Francia, passando per Asti, Susa e Lione, dove giunse il 2 maggio. Luigi XII di Francia, malgrado le insistenze dell'imperatore Massimiliano per liberare Ludovico, si rifiutò di accondiscendere alle richieste, anzi umiliò l'ex duca, rifiutandosi anche solo d'incontrarlo, pur seguitando a trattarlo come un prigioniero speciale, permettendogli cioè di andare a pesca e di ricevere degli amici. A Venezia già nel 1501 giungeva notizia che "vazilava molto del zervello" e fosse divenuto pazzo, secondo alcuni a causa della "melanchonia", secondo altri per finzione, onde ottenere maggior libertà.[110] Il re inviò pertanto il suo medico personale a curarlo, assieme a un nano di corte per allietarlo.[111]

Fu dapprima detenuto al castello di Pierre-Scize, quindi a Lys-Saint-Georges presso Bourges, infine trasferito nel castello di Loches nel 1504, dove ebbe ulteriori libertà sino al suo fallimentare tentativo di fuga del 1508, quando il re di Francia, ritenendosi offeso da questa iniziativa, dispose che fosse rinchiuso nel torrione del castello e privato di tutti i privilegi. Qui Ludovico morì il 27 maggio 1508, assistito dai conforti religiosi.[112]

La sua salma non venne mai rimpatriata e venne sepolta a Tarascona, nella locale chiesa dei padri domenicani. Nel 2019, durante alcuni scavi nella collegiata di Sant'Orso a Loches, sono venute alla luce alcune tombe, una delle quali potrebbe essere riferita al duca di Milano.[113][114]

Dopo la morte di Ludovico, l'imperatore Massimiliano con i lanzichenecchi riuscì a restituire il ducato di Milano al primo dei suoi figli, Ercole Massimiliano, che regnò per breve tempo come duca. Gli succedette, anch'egli per pochi anni, il fratello Francesco II, alla cui morte nel 1535 Milano passò con Carlo V definitivamente sotto il dominio dell'Impero spagnolo.

«Son quel duca de Milano
che con pianto sto in dolore,
son sugiato, che era signore
hora son fato alemano.
Io dicevo che un sol Dio
era in ciel e un Moro in terra,
e sicondo il mio disio
io facevo e pace e guerra;
in Italia me par che erra
el mio dir, ch'io son scaciato,
da ciascuno abandonato;
il pensier è gito invano.
Son quel duca de Milano...

[...] Mi lamento di fortuna
che m'ha fatto abandonare
le mie terre ad una ad una,
senza sol un batagliare:
come questo Idio po' fare,
che un potente gran ducato
habi avuto scaco mato
senza sangue, sì tostano?
Son quel duca de Milano...

[...] Io non son più Lodovico,
Io non son più el Mor felice,
sono un povero mendico
che per piani e per pendice
son scacciato da infelice;
da che mi mostrava amore
poi m'a facto poco honore,
mai pegiore non fu Gano.
Son quel duca de Milano [...]»

(Lamento di Ludovico il Moro, composto da un suo "fidele cangilero" al tempo della sua caduta.)

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico "il tiranno"[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico il Moro. Tondo dal fregio rinascimentale strappato al castello visconteo di Invorio Inferiore. Museo del Paesaggio a Verbania-Pallanza.

Duca eccellentissimo in tempi di pace, pessimo in tempi di guerra, Ludovico non fu mai portato né per le armi né per gli esercizi del corpo; fu anzi uomo dal carattere mite, conciliante, detestò ogni forma di violenza e di crudeltà, e difatti quanto più poté tenersi lontano dai campi di battaglia, si tenne, e quanto più poté astenersi dall'infliggere dure punizioni ai colpevoli, si astenne.[3][115]

«Nella vita pubblica come nella privata, la figura di Lodovico appare indubbiamente simpatica, anche se non può dirsi una grande figura. Bonario, amante della pace, alieno fin che poté da quei pericolosi ardimenti che pur avevano fatto forte il suo ducato mercé l'iniziativa di alcuni de' suoi antenati, e potente e temuta la sua famiglia, egli per vent'anni rivolse quasi esclusivamente la sua attività in favor dei cittadini e de' suoi. Elegante, prestante di figura (i poeti ne lodavano la formosita), colto, buon scrittore in volgare e in latino, arguto, incoraggiatore delle lettere [...] oratore piacevole, amante dei lieti conversari e della musica certo più che non fosse della pittura, [..]; agricoltore appassionato e introduttore da noi di nuove coltivazioni e industrie agricole, moderno di idee nel voler leggi provvide e liberali – il suo gridario sta a provarlo – Lodovico il Moro [...] è, a nostro modo di vedere, la più attraente, la più completa figura di gentiluomo della Rinascenza italiana.»

(Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Ludovico il Moro etc.)

Egli non merita dunque la fama di "tiranno" che talvolta gli si attribuisce, la quale semmai appartenne al fratello Galeazzo Maria, il quale era solito tormentare i sudditi e perfino gli amici con indicibili torture e crudeltà, e sottrarre per proprio diletto le donne d'altri, a tal punto che proprio ciò fu causa della sua uccisione per mano di nobili congiurati nel 1476.[116]

Forse proprio prendendo a monito l'esempio fraterno, Ludovico si astenne sempre da ogni eccesso. Si può dire che fosse perfino incapace di portare odio, se negli ultimi anni della propria vita, rinchiuso ormai nel carcere di Loches da re Luigi XII, che lo aveva privato dello stato, del titolo, delle ricchezze e dei figli, Ludovico non trovò di meglio da fare che scrivere un memoriale "de le cosse de Italia" per lo stesso Luigi XII, nel quale spiegava al sovrano quale fosse la maniera migliore per governare la Lombardia e gli raccomanda di accarezzare i fiorentini, di non inimicarsi il Papa e di non fidarsi mai dei veneziani, "li quali sono troppo possenti et non moreno mai [...] né per niuno tempo sua Maestà se ne debe fidare, perché pò ben pigliare exemplo da mi, che ero suo colligato, come mi hano tradito".[115]

Aspetto fisico[modifica | modifica wikitesto]

Cammeo di Ludovico, Domenico de´ Cammei, 1495 ca.

Fu parecchio alto per i tempi, pressappoco fra il metro e ottanta e il metro e novanta, ma non altrettanto dotato fisicamente,[117] difatti apprezzava assai la buona tavola e soprattutto andava ghiotto per certi cefali sottolio che gli spediva talvolta il suocero Ercole.[118] Aliprando Caprioli ne dice: "era di corpo non ben disposto, ma bello di volto; e di generosa presenza".[117]

Con l'andare degli anni, senza i dovuti allenamenti fisici, ingrassò sempre di più, dimagrendo solo a seguito della morte della moglie (per via dei continui digiuni) e della cattura, per poi tornare a essere "più grasso che mai",[7] come lo descrive l'ambasciatore Domenico Trevisan, dopo essersi ormai assuefatto alla prigionia. Aveva però spalle larghe che metteva in risalto con catene d'oro massiccio, come si può vedere nella cosiddetta Pala Sforzesca. Fin da piccolo ebbe occhi, capelli e carnagione scura. Anche il cronista ferrarese Girolamo Ferrarini, che lo conobbe venticinquenne nel 1477, lo descrive "di aspecto signorille et bello, licet sia bruno in volto".[119] Ancora nel 1492 gli ambasciatori veneziani lo definivano un "bellissimo huomo".[120] Dopo la mezza età soffrì di diverse malattie, quali la gotta e l'asma.[38]

Ludovico e Beatrice nel Canzoniere Queriniano di Antonio Grifo.[121]

Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico fu prodigo con gli amici, liberale, accondiscendente, riflessivo e umano, tuttavia si rivelò uomo assai poco energico, se non spronato, e con l'andare del tempo divenne sempre più contraddittorio e instabile.[17] Esemplare è a tal proposito il giudizio che ne diede Camillo Porzio:[122]

«Ludovico Sforza, che ne' consigli volle esser sopraumano, e nell'operare apparve poco più di femmina [...]»

(Camillo Porzio, La congiura de' baroni del Regno di Napoli etc.)

Paolo Giovio così lo descrive:[99]

«Humanissimo et molto facile a dare udienza et l' animo suo non è vinto mai dalla collera. Moderatamente et con patienza grande rendeva ragione, et con singolar liberalità favoriva gli ingegni chiari o nelle lettere o nell'arti nobili. Et finalmente quando ne veniva la carestia o la peste, della vettovaglia et della sanità grandissima cura teneva; et tolti via i rubbamenti, et drizzati a filo gli ediflici goffi della città, arrecò tanto splendore et ricchezza alla Lombardia, che da tutti era chiamato edificatore della pace aurea, della pubblica sicurezza et della leggiadria»

(Paolo Giovio, Istoria del suo tempo)
Bassorilievo di Ludovico il Moro rappresentato a mezzo busto

Talvolta sapeva essere vanaglorioso, come quando nel 1496 si vantava che Papa Alessandro fosse il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano il suo condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di Francia il suo corriere che doveva andare e venire per l'Italia a suo piacimento.[123] Il Guicciardini lo dice "principe vigilantissimo e d'ingegno molto acuto", e altrove: "non manco timido nell'avversità, che immoderato nelle prosperità, come quasi sempre è congiunta in un medesimo soggetto l'insolenza con la timidità, dimostrava con inutili lagrime la sua viltà".[70]

Il Trotti, adirato per la pace di Bagnolo, lo chiama uomo che "non vuole bene a persona se non per paura o per bisogno" e dice: "l'è mendace, l'è vindicativo, avarissimo, senza vergogna, alieni appetens[124] [...], in superlativo pusillanime, da non fidarsene proprio [...] è ambizioso e non dice mai bene di nessuno". Aggiunge che appartiene al genere di coloro che prima dicono una cosa, poi ne fanno un'altra; che non ha amore per nessuno e nessuno lo ama, e che è convinto di poter sottostimare gli altri potenti d'Italia, e per tale motivo perde l'amicizia di tutti.[125]

Andrea Prato, che gli rimprovera aspramente d'aver preferito Galeazzo Sanseverino a Gian Giacomo Trivulzio, ne dipinge un quadro impietoso, dicendo ch'era sì d'intelletto raro e prudente, ma pauroso, a tal punto che sembrava aborrisse non solo le battaglie, ma perfino di sentir nominare cose atroci e crudeli, ragion per cui non era amato dai soldati, che vogliono un signore animoso che stia al loro fianco e con loro si esponga al pericolo:[17]

«Fu ultra li altri fratelli dedito alli studii; et per il bono ingengo suo facilmente capiva li sensi de li autori, di modo che, fra tutti li altri dominarono mai Milano, fu il più litterato. Et con questo suo ingegno accompagnato da la prudenzia, pervenendo alli anni più maturi et al governo dil stato, fu reputato pusillanimo: dil che non è maraviglia; perocché, fidandosi troppo de la accortezza sua et di saper prendere l'atto a tutte le occorenzie con ignegno solo et experienzia, senza forza d'arme, in tanta viltà de animo trascorse, che parea paventasse non che alla presenza dove si avesse a maneggiar arme, ma dove si nominassero cose atroci et crudele. Per la qual cosa, non comprendendosi molto grato alli populari, quali naturalmente amano signori che, ultra la liberalità, siano animosi, et che con loro et soldati, dove sia al bisogno, si mettano in pericolo; favoreggiò molto più li forastieri che li suoi; et de quelli alcuni ne amò con tanto fervore che, in breve tempo, de men che mediocri li fece ricchissimi [...]»

(Giovanni Andrea Prato, Cronaca milanese)
Busto di Ludovico (1670), chiostro di Santa Maria delle Grazie.

Nella moglie, donna dal carattere forte e amante della guerra, dunque in grado di supplire alle mancanze del marito, egli trovò la sua più fedele e valida collaboratrice.[4] Di Beatrice si fidò ciecamente, le concesse grande libertà e le affidò incarichi d'importanza, rendendola sempre partecipe dei consigli e delle trattative. Come marito fu dunque quasi impeccabile e, se non fosse stato per i continui tradimenti, niente gli si sarebbe potuto rimproverare a tal proposito. Alcuni storici, errando, sostennero ch'egli picchiasse la moglie,[126] ma la confusione nasce da una lettera del 1492, nella quale è scritto che il duca di Milano aveva "battuto" sua moglie: duca di Milano era allora chiamato Gian Galeazzo, il quale era in effetti solito maltrattare la moglie Isabella,[38] né dunque Ludovico si permise mai di compiere un tale gesto nei confronti di quella donna che "amava più che se stesso".[127][89]

Anche in qualità di padre egli fu attento, amorevole e presente; grande fu l'amore che nutrì soprattutto verso la figlia Bianca Giovanna, e insopportabile il dolore per la sua prematura inopinata morte.[97]

«La maniera con cui seppe impadronirsi del Ducato, destreggiandosi tra le potenze vicine, che tutte lo tenevano d'occhio, é una specie di capolavoro della politica personale del rinascimento. Levato così in alto per via di accortezza, non seppe mantenervisi. Ad esser completo gli mancava il coraggio. Pusillanime lo dice il Commines, che lo trattò; pusillanime e doppio. Della parola data non teneva alcun conto; mentre stringeva un patto, pensava al modo di mancarvi, se gli fosse tornato comodo. Tale doppiezza avrebbe potuto valergli; ma congiunta con la paura fu la sua rovina. Sospettoso ora di Napoli, ora di Venezia, chiama i Francesi ed è il primo a temerne e si fa alleato l' Imperatore. La sua politica continuamente vacillante gli fa nemici tutti, onde è costretto a finire nella miseria della cattività di Loches. Ma è male il giudicarlo tutto sinistramente, come vollero molti storici. Nella sua figura v'è della grandezza. [...] Quando non erano in giuoco i suoi interessi politici, era umano e gentile con tutti, mite, largo, benefico.»

(Alessandro Luzio e Rodolfo Renier, Delle relazioni di Isabella d'Este Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, pp. 22-23.)

L'amore per la terra[modifica | modifica wikitesto]

Cappella di San Giovanni Battista, Pala di Marco d’Oggiono. Forse un ritratto dello stesso Ludovico durante il lutto.

Grande passione del Moro fu l'agricoltura: a Ludovico piaceva ricordare come il nonno, Muzio Attendolo, prima di farsi condottiero fosse nato contadino, ed egli stesso fu esperto coltivatore di viti e di gelsi, i famosi moròn, con i quali si nutrivano i bachi da seta che resero l'industria milanese famosa. Diede vita a una propria azienda agricola nei pressi di Vigevano, la cosiddetta Sforzesca, con adiacente la Pecorara ove si allevavano varie specie di bovini, ovini e altri animali, che Ludovico amò tantissimo e dove si recò spesso in visita con la moglie Beatrice, come lui amante della natura.[128] Non fu un caso se impiegò Leonardo da Vinci quasi più come ingegnere che come artista, sfruttando le sue conoscenze per costruire una serie di acquedotti utili a irrigare quelle terre per natura aride. Alla fine decise, con atto ufficiale del 28 gennaio 1494, di donare la Sforzesca, insieme a molte altre terre, all'amata Beatrice, e ciò appare significativo ancor più se si pensa che da quella sola azienda Ludovico percepiva annualmente ricchissime rendite.[129]

L'astrologia[modifica | modifica wikitesto]

Forse proprio a causa delle proprie insicurezze, egli fu ossessionato dall'astrologia, tanto che i cortigiani ferraresi notavano che a Milano nulla si faceva senza che Ambrogio da Rosate, astrologo e medico personale del Moro, avesse prima consultato gli astri.[130]

La cultura[modifica | modifica wikitesto]

Fu uomo colto, conosceva il latino e il francese, e ogni qual volta poteva si fermava ad ascoltare la lettura e il commento quotidiani della Divina Commedia che l'umanista Antonio Grifo teneva per volontà della duchessa Beatrice, la quale ne era appassionatissima.[131] Dopo la morte di lei e la propria cattura, Ludovico chiese come ultima volontà di poter tenere con sé un libro dell'opera di Dante che lesse continuamente durante la prigionia, le cui terzine si dilettava di scrivere, tradotte in francese, sulle pareti della propria cella, insieme a qualche altro suo pensiero nostalgico intriso di saggezza.[115]

«[...] Quanti diversi giudizi intorno al Moro! Chi non vede in lui che il traditore, chi lo dice un tiranno feroce, chi il miglior principe dei suoi tempi, chi lo chiama vile, chi per certi rispetti un eroe, chi lo proclama il Cavour del suo secolo, chi il Pericle della Lombardia, chi il Machbet italiano, chi lo presenta come un essere smorto «la negazione di ciò che si chiama carattere», chi ne fa «la più perfetta figura principesca d'allora». Veramente, a nessuno forse dei suoi contemporanei si può applicare così bene come a lui quella frase del Macaulay sull'uomo nel Machiavelli «che non sembra (a prima vista) altro che un enigma, un insieme grottesco di qualità incongrue.» Egli aveva molto ingegno: era sagace, destro, coltissimo, di fantasia lucida, minuziosa; al Burkardt pare «un uomo superiore.» Eppure, benché per lo più «modesto nel parlare», era vanaglorioso, qualità delle menti piccine. - La prudenza, di cui faceva il suo massimo vanto, non impediva che fosse pieno di disegni strani e temerari. – Mente raffinata, calcolatrice, animo corrotto, ci stupisce l'ingenuità della sua passione e della sua fede nelle sue arti di governo. Per alcuni rispetti ci appare costante, tenace, per altri mutabilissimo. Per lo più era padrone di sé stesso, «mai non lo superava la collera», «merito et tempore» si leggeva sul suo scudo, pure talvolta appariva schizzinoso, permaloso, tal'altra, davanti a difficoltà impensate, il troppo calcolare lo rendeva incerto e sgomento, onde l'accusa di pusillanimità, di viltà, di timidità; la quale non toglie che il Michelet, non senza ogni ragione, lo ponesse fra gli eroi dell'astuzia e della pazienza. – In politica era l'uomo più spregiudicato del mondo, in religione superstizioso, soggetto a impeti di devozione paurosa, obbediva agli astrologhi. — «Mitissime principes» lo chiamavano i suoi poeti, era pieno d'affabilità, il suo affetto per la moglie ci commuove ancora, eppure lo strazio che fece di Galeazzo e d'Isabella mise orrore al suo secolo sanguinario. Non mancano nella sua vita, fra i tanti tradimenti, i tratti di generosità, eppure il suo egoismo causò la rovina d'Italia. Come mai qualità così diverse potevano star unite in un sol uomo? [...] Galeazzo ebbe dal padre l'ardore del sangue, la forza di Francesco tra boccò in lui in violenza, la sensualità in sfrenata libidine. Ludovico ereditò, senza il contrappeso dell'energia nell'azione, l'astuzia , la pazienza, a cui aggiunse un che di femminile e delicato l'influenza della madre. Un'indole mansueta, pieghevolezza, diligenza, attività, sottigliezza d'ingegno [...] tutte le miserabili guerre di quegli anni furono di natura da persuaderlo sin d'allora di quello ch' egli ripeteva poi sovente, che spesso nel maneggiar le guerre ha più forza una penna da scrivere che una spada. [...] Il nero tradimento contro il nipote, eseguito con tanta raffinatezza e tenacia fa vedere a che punto, colla sua indole mite, paziente, ingegnosa, egli potesse pervertirsi nel male e farne quasi un'opera d'arte, punto dallo sprone dell'egoismo e d’un partito scelto dalla fredda ragione.»

(Achille Dina, Ludovico il Moro prima della sua venuta al governo, in Archivio storico lombardo, 1886, pp. 770-775.)

Gli amori[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico "il seduttore"[modifica | modifica wikitesto]

Cammeo di Ludovico, XV sec.

Dotato, negli anni migliori, di grande fascino e carisma, Ludovico acquisì fama di seduttore. Si deve al Guicciardini la notizia - probabilmente infondata - di un suo innamoramento per la nipote Isabella d'Aragona, che lo avrebbe portato ad affatturare il nipote dimodoché non potesse consumare il matrimonio. Arrivò a vantarsi perfino, nel 1498, che fosse per gelosia della moglie che il marchese Francesco Gonzaga facesse il doppiogioco fra lui e la Signoria di Venezia, insinuando cioè una sua relazione con la cognata Isabella d'Este. Queste voci, diffuse fino a Venezia, sdegnarono tanto il marchese quanto il suocero Ercole, che si affrettò a smentirle.[132] Isabella certamente ebbe sempre un debole per Ludovico, e invidiò la sorella per il fortunato matrimonio, per le ricchezze e per i figli, ma non è provato che fosse stata effettivamente sua amante.[132]

Le amanti[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante il vivo amore nutrito per la moglie (vedi sezione), Ludovico ebbe amanti sia prima, che durante, che dopo il matrimonio, come del resto ogni altro signore dell'epoca. Le prime due di cui si ha notizia, tale Romana e Bernardina de' Corradis, erano probabilmente di bassa estrazione sociale. Nel luglio 1485 Ludovico parla in una lettera "del piacere ch'io prehendo già alchuni dì fa cum una giovane milanese, notabile de sangue, honestissima et formossa quanto più havesse possuto desiderare", sorella di un Galeazzo Gallerani, e identificata perciò da Léon-Gabriel Pélissier con una Isabella Gallerani, mentre per altri storici si tratterebbe già della più nota Cecilia.[133] Quest'ultima comparve però ufficialmente a corte solo nell'estate 1489, quando l'ambasciatore Giacomo Trotti attribuì la causa di un certo malessere del Moro al "troppo coito di una sua puta che prese presso di sé, molto bella, parecchi dì fa, la quale gli va dietro dappertutto, e le vuole tutto il suo ben e gliene fa ogni dimostrazione".[35] Cecilia rimase a corte fino ai primi mesi del 1491, quando fu scalzata dalla nuova duchessa Beatrice, e per qualche tempo non si hanno più nomi di amanti.[134]

Come si presentava ai primi del Novecento il ritratto di Ludovico eseguito da Leonardo da Vinci nella parete opposta al Cenacolo, sulla Crocifissione di Donato Montorfano, prima di subire gli ulteriori deterioramenti che portarono alla totale caduta del volto.

Nel febbraio-marzo 1495, in concomitanza col secondo parto di Beatrice, Ludovico ebbe un'avventura con Isabella Trotti da Casate (amica di Isabella d'Este, venuta in effetti ad assistere la sorella), della quale si conserva una stucchevole lettera a lui indirizzata, in cui ne lamenta la mancanza e si firma "Quella che è ala S. V. quel che la non vole che dica", lasciando cioè intendere che Ludovico non voleva ch'ella si dicesse sua amante, forse per riguardo alla moglie, che del resto leggeva la sua corrispondenza. Poco dopo dovette intraprendere la nota relazione con Lucrezia Crivelli, peraltro già sposata, che gli causò - come parrebbe - una crisi matrimoniale, infatti dall'Anonimo Ferrarese sappiamo che nel 1496 «tuto il suo piacere era cum una sua fante, che era donzella de la moie [...] cum la quale el non dormiva già boni mesi, siché era mal voluto», [135] mentre il Muralto precisa che Beatrice "era onorata con grandissima cura da Ludovico, benché egli accogliesse come concubina Lucrezia dalla famiglia dei Crivelli; a causa della quale, per quanto la cosa rodesse le viscere della consorte, l'amore tuttavia da lei non si allontanava".[A 1] La relazione durò ufficialmente fino alla disfatta di Ludovico, malgrado una sua fase di rigoroso ascetismo seguito alla vedovanza, poiché Lucrezia non lo seguì, ma cercò piuttosto rifugio presso i marchesi di Mantova, portandosi via il figlio che insieme avevano avuto e le enormi ricchezze accumulate grazie ai propri servigi.[136]

Incerta è la natura del rapporto che ebbe invece con Graziosa Maggi, altra bellissima dama di Beatrice, chiamata "Graziosa Pia" perché moglie di Ludovico Pio di Carpi, cui Ludovico fece una dote generosa.[137] A lei nell'agosto 1498 indirizza infatti una lettera in cui ogni parola può essere spiegata onestamente, fuorché una frase: "Questo solo te ricordaremo: che da nuy sei amata unicamente, meritando così le virtù e costumi tuoi".[133] Soltanto ipotesi possono farsi sulla bella Ippolita Fioramonte, altra giovane dama di Beatrice, la quale vantò, dopo la morte della duchessa, una protezione difficilmente spiegabile da parte di Ludovico, che le fece una dote principesca.[138] Una più genuina amicizia lo legava invece a donne come Chiara Gonzaga, sorella del marchese Francesco, in relazione alla quale qualcuno arrivò a parlare perfino di matrimonio, malinteso che Ludovico si affrettò a chiarire.[139]

Discorso a sé merita il legame fortissimo che ebbe dal 1483 con Galeazzo Sanseverino, il quale ricopriva continuamente di onori e privilegi, fino al punto di dargli in moglie l'unica figlia femmina e di nominarlo proprio reggente insieme alla moglie Beatrice.[140] Galeazzo era partecipe di ogni suo segreto e acquisì tanto potere a Milano che l'ambasciatore Trotti scrisse al duca di Ferrara: ''A me pare che epso messer Galeazzo sia Duca de Milano perché el pò ciò ch'el vole et ha quello che sa dimandare et desiderare".[141] Egli servì fedelmente il suocero e, sebbene non fosse altrettanto abile in guerra quanto il fratello Fracasso, fu lui a ricoprire il ruolo di capitano generale dell'esercito sforzesco dal 1488 fino alla fine. Proprio questa prevaricazione fruttò a Ludovico l'odio, poi rivelatosi fatale, del Trivulzio.[142]

Sebbene Filippo di Comines ascrivesse il tutto a un rapporto di natura filiale,[143] questa strana amicizia stimolò le malelingue,[144] a tal punto che Francesco Gonzaga accusa apertamente Galeazzo di prostituzione[145] e Guicciardini raccoglie quelle voci che tacciano il Moro di sodomia:[146]

«Se bene e' fu signore di grande ingegno e valente uomo, e così mancassi di crudeltà e di molti vizii che sogliono avere i tiranni, e potessi per molte considerazioni essere chiamato uomo virtuoso, pure queste virtù furono oscurate e coperte da molti vizii; perché e' fu disonesto nel peccato della sodomia, e come molti dissono, ancora da vecchio non meno paziente che agente; fu avaro, vario, mutabile, e di poco animo; ma quello perché trovò meno compassione fu una ambizione infinita, la quale, per essere arbitro di Italia, lo constrinse a fare passare il re Carlo e empiere Italia di barbari»

(Francesco Guicciardini, Storia fiorentina.)

La pratica della sodomia, secondo l'antico uso greco, era del resto molto diffusa un po' dovunque a quell'epoca, e non ne furono esenti molti altri potenti e signori. Nessun fondamento ha invece l'ipotesi, avanzata da Antonio Perria, secondo cui anche il nipote Gian Galeazzo fosse "sessualmente schiavo di Ludovico".[147]

Mecenatismo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Rinascimento lombardo e Umanesimo lombardo.
Portale del lavabo, Certosa di Pavia, ritratti dei duchi di Milano: nella fascia centrale, a partire da sinistra, Galeazzo Maria speculare al figlio Gian Galeazzo; Ludovico al padre Francesco.

Durante il governo del Moro Milano conobbe un vero e proprio periodo d'oro, con la presenza a corte di artisti come Leonardo e Bramante e Giovanni Ambrogio de Predis, oltre che di letterati come Bernardo Bellincioni, Antonio Cammelli (detto il Pistoia), Gaspare Ambrogio Visconti, Francesco Tanzio Cornigero, Serafino Aquilano, Vincenzo Calmeta, Lancino Curti, Piattino Piatti. Nella prestigiosa Università di Pavia (all'epoca l'unica del ducato di Milano), che fu largamente patrocinata dal Moro, alla quale diede una stabile sede assegnandogli il palazzo di Azzone II Visconti[148], insegnavano professori come Demetrio Calcondila, Giorgio Merula, Luca Pacioli e Franchino Gaffurio. Promosse l'operato di storici come Bernardino Corio, che dal 1485 venne stipendiato fisso dalla corte per redigere la sua Storia di Milano. Tale opera fu svolta anche da Giovanni Simonetta, fratello dello sfortunato Cicco, che nel 1490 pubblicò le Rerum Gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium Ducis.

Nel Ducato il Moro lasciò opere di sua commissione che ancora oggi appaiono di straordinaria bellezza: a Milano proseguì la fabbrica del Duomo[149] e quella del castello, oltre a costruirvi il lazzaretto; a Pavia fece cospicue donazioni alla Certosa e al duomo (investendo inoltre ingenti risorse per il mantenimento del Parco Visconteo) e a Vigevano potenziò la residenza ducale, ingentilendo il borgo con la creazione della grandiosa piazza rettangolare ancora oggi simbolo distintivo della città, oltre a far realizzare la cascina Sforzesca, una fattoria completa alle sue dipendenze, all'avanguardia nelle ultime tecniche di coltivazione.

Cristoforo Foppa detto Caradosso (attr.), Ludovico il Moro recto.

Particolare attenzione alla Biblioteca Visconteo Sforzesca del castello di Pavia (nel Quattrocento reputata tra le quattro più importanti biblioteche del continente) fu riservata da Ludovico che non solo, nel 1491, incaricò Tristano Calco di riordinare la biblioteca e l'archivio ducale, ma si preoccupò anche dell'incremento delle raccolte facendo affluire nella collezione le donazioni ricevute di pezzi singoli o di interi fondi (come per i 25 titoli di medicina e astrologia appartenuti a Sforza Secondo Sforza), e anche il frutto di qualche sequestro, come nel caso dei volumi di Cicco Simonetta. Durante il governo di Ludovico il Moro giunsero nella biblioteca anche i libri greci dell'umanista Giorgio Merula e altri, tra cui un gruppo di manoscritti nei quali erano trascritti autori latini arrivati, nel 1494, dall'abbazia di Bobbio. Ma Ludovico fu anche interprete di vere e proprie operazioni culturali, nel 1499 incaricò l'ebreo Salomone, dottore in arti e medicina, di tradurre in latino le opere ebraiche presenti nella biblioteca, permettendogli di risiedere nel castello Visconteo al fine di svolgere più comodamente il suo lavoro[150].

Su iniziativa di Ludovico, la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano venne interamente ricostruita e abbellita dal Bramante, che ne fece una delle più belle espressioni del rinascimento italiano e, nel suo refettorio, Leonardo dipinse il celeberrimo Cenacolo. Leonardo, che con Milano ebbe un rapporto privilegiato durato oltre vent'anni, decorò il soffitto della Sala delle Asse del Castello Sforzesco.

Nello stesso periodo vennero realizzate anche molte opere d'ingegneria civile e militare, come la costruzione di canali e fortificazioni in tutta la Lombardia, oltre alla coltivazione del riso e del gelso, quest'ultimo in particolare legato all'allevamento del baco per la produzione di tessuti di seta, elemento fondamentale nell'economia lombarda. Nel 1498 istituì il Monte di Pietà.

Ludovico nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Influenza culturale di Ludovico il Moro.

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Influenza culturale di Ludovico il Moro.

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Ludovico ebbe numerosi figli, di cui tre legittimi e almeno sette bastardi, non tutti noti.

Prole legittima[modifica | modifica wikitesto]

Dalla moglie Beatrice ebbe:

  • Ercole Massimiliano, (1493 - 1530), conte di Pavia, duca di Milano 1513-1515;
  • Sforza Francesco, (1495 - 1535), principe di Rossano e conte di Borrello 1497-1498, conte di Pavia e duca di Milano 1521-1524.
  • Il terzogenito, anch'esso maschio, nacque morto e, non essendo stato battezzato, non poté essere riposto con la madre nel sepolcro. Ludovico, affranto, lo fece pertanto tumulare sopra la porta del chiostro di Santa Maria delle Grazie con questo epitaffio latino:[65] "O parto infelice! Perdetti la vita prima d'essere venuto alla luce, e più infelice, morendo tolsi la vita alla madre e il padre privai della sua consorte. In tanto avverso fato, questo solo mi può esser di conforto, che divi genitori, Ludovico e Beatrice duchi di Milano, mi generarono. 1497, 2 Gennaio".[152]

Prole illegittima[modifica | modifica wikitesto]

Nome Estremi cronologici Madre Titoli
Galeazzo primogenito, fu promesso sposo a Margherita Grassi - poi moglie del fratellastro Leone - nel 1480,[153] ma morì bambino,[154] probabilmente già prima del 1483, in quanto nel suo primo testamento, risalente proprio a quell'anno, Ludovico non menziona altri figli che Bianca e Leone.[155] oscura
Leone 1476 - 1496 Romana Conte di San Secondo, Felino e Torrechiara.[156]
Bianca Giovanna 1482 - 1496 Bernardina de' Corradis Contessa di Bobbio e di Voghera.
Sforza 1484/1485 - 1487[156] oscura
Cesare 1491 - 1514 Cecilia Gallerani Abate.
Giovanni Paolo 1497 – 1535 Lucrezia Crivelli Marchese di Caravaggio.
Lapide con l'unione dello stemma sforzesco ed estense, voluta da Ludovico in memoria della moglie. Conca di Viarenna, Milano, 149

Ebbe forse anche un altro figlio illegittimo a noi sconosciuto se, come riferisce il Corio, nel 1496 morirono tre dei suoi bastardi, ovvero Leone, Bianca, e un terzo che non può essere identificato con nessuno dei succitati.[152] Un ulteriore gli nacque, probabilmente, nel 1500, poiché Lucrezia Crivelli si trovava un'altra volta incinta quando trovò rifugio presso la marchesa Isabella d'Este.[136]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Giovanni Sforza Giacomo Attendolo  
 
 
Muzio Attendolo  
Elisa Petraccini Ugolino Petraccini  
 
 
Francesco I Sforza  
 
 
 
Lucia Terzani  
 
 
 
Ludovico Sforza  
Gian Galeazzo Visconti Galeazzo II Visconti  
 
Bianca di Savoia  
Filippo Maria Visconti  
Caterina Visconti Bernabò Visconti  
 
Regina della Scala  
Bianca Maria Visconti  
Ambrogio del Maino Andreotto del Maino  
 
 
Agnese del Maino  
Ne de Negri  
 
 
 

Armoriale[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Armoriale sforzesco.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

immagine del nastrino non ancora presente Cavaliere dell'Ordine dell'Ermellino

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni
  1. ^ «summopere a Ludovico colebatur licet Lucretiam ex Cribellorum familia in concubinam recepisset; qua res quamquam viscera coniugis commovisset, amor tamen ab ea non discedebat.» (Muralto, p. 54)
Fonti
  1. ^ Opere inedite di Francesco Guicciardini etc, Storia fiorentina, dai tempi di Cosimo de' Medici a quelli del gonfaloniere Soderini, 3, 1859, p. 217
  2. ^ a b c Miscellanea di storia italiana, vol. 11, p. 230.
  3. ^ a b Malaguzzi Valeri, p. 375.
  4. ^ a b c Giarelli, p. 292; Pirovano, p. 27; Préchac, p. 160; Morbio, p. 130; Il mondo illustrato, p. 395; Orlando furioso, p. 303.
  5. ^ Gaspare Visconti, Rodolfo Renier, Tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1886, pp. 6-7.
  6. ^ Calmeta, p. 25.
  7. ^ a b LUDOVICO Sforza, detto il Moro, duca di Milano, su treccani.it.
  8. ^ Biblioteca Trivulziana, Ms. 1436
  9. ^ Manuscrit Sforza, Londra, 1860
  10. ^ a b Biblioteca Nazionale di Parigi, Messale latino 7855
  11. ^ Come apprese Francesco Sforza la nascita di suo figlio Ludovico? L'Archivio di Stato di Milano mostra la lettera, su finestresullarte.info.
  12. ^ Tristano Calco e Guido Lopez, Nozze dei Príncipi Milanesi ed Estensi, p. 22.
  13. ^ Dina, Ludovico il Moro prima della sua venuta al governo, pp. 744-747
  14. ^ Pasolini, Caterina Sforza, vol. I, 1843
  15. ^ moro, in Treccani.it – Sinonimi e contrari, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  16. ^ Cfr. Francesco Guicciardini in John E. Morby, The Sobriquets of Medieval European Princes, Canadian Journal of History, 13:1 (1978), p. 13.
  17. ^ a b c Cronache milanesi, Volume 1, Gio. Pietro Vieusseux, 1842, pp. 256-257.
  18. ^ Ludovico il Moro prima della sua venuta al governo, Achille Dina, Archivio storico lombardo, 1886, pp. 763-766.
  19. ^ Le terribili prigioni sotterranee del castello di Monza, così chiamate in quanto i prigionieri vi venivano calati attraverso un buco ed erano costituite da celle a volta
  20. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino. Vita e passioni di Cecilia Gallerani nella Milano di Ludovico il Moro, Cicco Simonetta in stralcio di documento riportato dall'autrice, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli, 1998, ISBN 978-88-178-6073-4.
  21. ^ a b Bernardino Corio, L'historia di Milano volgarmente scritta dall'eccellentissimo oratore M. Bernardino Corio etc, p. 430.
  22. ^ Corio, 1856, pp. 346-351.
  23. ^ Corio, 1856, pp. 351-355.
  24. ^ a b Dina, p. 276.
  25. ^ Cartwright, p. 7.
  26. ^ Mazzi, pp. 44-50.
  27. ^ Muratori, pp. 237-238.
  28. ^ Corio, 1856, pp. 357-359.
  29. ^ Corio, 1856, pp. 359-382.
  30. ^ Corio, 1856, pp. 405-407.
  31. ^ Corio, 1856, pp. 404-405.
  32. ^ Corio, 1856, pp. 423, 426-429.
  33. ^ Corio, 1856, pp. 421-423, 426.
  34. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino., p. 83.
  35. ^ a b Cartwright, pp. 43 e 46-47.
  36. ^ Corio, p. 1028.
  37. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino..
  38. ^ a b c Julia Cartwright, Beatrice d'Este duchessa di Milano.
  39. ^ a b Cartwright, pp. 51-58.
  40. ^ Caterina Santoro, Gli Sforza.
  41. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino, p. 119.
    «Ad ammetterlo era lo stesso Ludovico, che il 13 febbraio si confidò col Trotti: "mi dixe che ancora non le haveva facto niente pur al usato perché non voleva star ferma"»
  42. ^ Malaguzzi Valeri, pp. 505- 506.
  43. ^ Mazzi, pp. 59-62.
  44. ^ Dina, p. 330.
  45. ^ Malaguzzi Valeri, pp. 42-44.
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  48. ^ Sanudo, p. 100.
  49. ^ a b Deputazione di storia patria per la Lombardia, Archivio storico lombardo, Società storica lombarda, 1874, pp. 348-349
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  52. ^ I MEDAGLIONI DELLA PIAZZA DUCALE, su barbaraontheroad.it.
  53. ^ a b c Giordano, pp. 83-85.
  54. ^ Luciano Chiappini, Gli Estensi, Dall'Oglio, p. 172.
  55. ^ Atti e memorie del Primo Congresso storico lombardo, Como, 21-22 maggio, Varese, 23 maggio 1936, Tip. A. Cordani, p. 267.
  56. ^ Corio, p. 1029.
  57. ^ Dina, p. 328.
  58. ^ a b Corio, p. 1057.
  59. ^ Malaguzzi Valeri, p. 48 e 564.
  60. ^ Maulde, 67 e 101.
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  62. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del quattrocento, pp. 50-60.
  63. ^ Corio, pp. 1070-1071.
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  70. ^ a b Delle istorie d'Italia di Francesco Guicciardini, pp. 10, 191.
  71. ^ Sanudo, pp. 438 e 441. Maulde, 221-224.
  72. ^ Cronaca di Genova scritta in francese da Alessandro Salvago e pubblicata da Cornelio Desimoni, Genova, tipografia del R. Istituto de' sordo-muti, 1879, pp. 71-72.
  73. ^ La Zecca di Milano, su piazzascala.altervista.org.
  74. ^ a b Sanudo, p. 620.
  75. ^ Dina, p. 320.
  76. ^ Corio, pp. 1095-1099.
  77. ^ Giarelli, p. 292.
  78. ^ Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino., p. 126.
    «Da una lettera dell'ambasciatore Trotti: "la duchessa de Milano [Isabella d'Aragona] dixe che a lei molto più doleva de Cecilia che non a la duchessa de Bari [Beatrice d'Este], la quale saveva e intendeva il tutto, come se niente fosse, ma che non era sì ignorante e grossa che non savesse e intendesse ogni cosa".»
  79. ^ Cartwright, pp. 270-271.
  80. ^ Anonimo ferrarese, p. 190.
  81. ^ Corio, pp. 1102-1103.
  82. ^ Luciano Chiappini, Gli Estensi, Dall'Oglio, pp. 172-173.
  83. ^ Gustavo Uzielli, Leonardo da Vinci e tre gentildonne milanesi del secolo XV.
    «Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli soddisfacevano a Lodovico le aspirazioni del cuore e dei sensi, Beatrice era sprone alla sua ambizione. Egli lo sentiva. Quindi la morte della Duchessa fu certo causa in lui di profondo e sincero pianto. Tale infausto avvenimento segnò per il Moro il principio di una serie di sventure che sembrarono realizzare i tristi presentimenti di lui e che lo accasciarono, come non avrebbe certamente fatto se esso avesse avuto a fianco la nobile e fiera Consorte.»
  84. ^ Il suo testamento inizia con queste parole: "mancandone quello fundamento, quale avevamo facto ne la virtù e prudentia de la nostra Ill,ma consorte de felice recordatione, al bono governo et redricio de nostri fioli et successione nostra, quando secondo el corso de natura fosse piaciuto a Dio de conservarlo poso noi [...]" (Testamento di Lodovico il Moro, Tipografia all'insegna di Dante, 1836, p.9).
  85. ^ Gaspare Visconti, Rodolfo Renier, Tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1886, pp. 6-7.
  86. ^ Sanudo, Diarii, p. 272.
  87. ^ a b I diarii di Marino Sanuto, vol I, p. 457.
  88. ^ Alessandro Luzio e Rodolfo Renier, Delle relazioni di Isabella d'Este Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, p. 126.
    «Tutti sentono che questa lettera non è una delle solite partecipazioni mortuarie a frasi fatte. Da ogni linea traspira un cordoglio profondo ed intenso. E infatti fu questo il più forte dolore che il Moro avesse a soffrire, perché Beatrice fu forse l'unica persona al mondo che egli amò con passione viva, disinteressata e tenace. Quella donna rapita ai vivi mentre era ancora così giovane, mentre era l'anima di tutte le imprese e i diletti del marito, madre da pochi anni di due fanciullini adorati, colpì il cuore di tutti.»
  89. ^ a b Cartwright, p. 276.
  90. ^ Anonimo ferrarese, p. 196.
  91. ^ Malaguzzi Valeri, p. 126.
  92. ^ Malaguzzi Valeri, pp. 109, 208, 392, 438.
  93. ^ Miscellanea di storia italiana, tomo XIII, Regia deputazione di storia patria, 1871, nota 1 p. 258.
  94. ^ Alberti de Mazzeri, p. 202.
  95. ^ Antonio Monti e Paolo Arrigoni, La vita nel Castello Sforzesco attraverso i tempi, Antonio Cordani S. A., 1931, p. 131.
  96. ^ Antonio Monti e Paolo Arrigoni, La vita nel Castello Sforzesco attraverso i tempi, Antonio Cordani S. A., 1931, p. 131.
  97. ^ a b Malaguzzi Valeri, Francesco, La corte di Lodovico il Moro, la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del quattrocento.
  98. ^ I diarii di Marino Sanuto, vol I, p. 746.
  99. ^ a b Malaguzzi Valeri, pp. 364-365.
  100. ^ Verri, p. 105.
  101. ^ Sanudo, Diarii, p. 494.
  102. ^ Altavilla, p. 4. Les sculpteurs italiens, pp. 155-156.
  103. ^ Altavilla, p. 4.
  104. ^ a b c Lodovico il Moro e sua cattura, pagine di storia patria, Di Antonio Rusconi, 1878, p. 73.
  105. ^ Ludovico Sforza in Encyclopaedia Britannica, URL consultata il 5 luglio 2016
  106. ^ I diarii di Marino Sanuto, Volume 3, 1880, p. 63.
  107. ^ Luzio Alessandro. Isabella d'Este e la corte sforzesca, Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1901 mar, Serie 3, Volume 15, Fascicolo 29), p. 153.
  108. ^ Dizionario storico svizzero- Ludovico Maria Sforza detto il Moro, su beta.hls-dhs-dss.ch. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato dall'url originale il 24 aprile 2019).
  109. ^ La Biblioteca Visconteo -Sforzesca, su collezioni.museicivici.pavia.it.
  110. ^ Girolamo Piruli, Diarii, in RERUM ITALICARUM SCRIPTORES RACCOLTA DEGLI STORICI ITALIANI dal cinquecento al millecinquecento ORDINATA DA L. A. MURATORI, p. 123.
  111. ^ Di questa vicenda fa un breve accenno anche Niccolò Machiavelli nel cap. III del suo trattato Il Principe
  112. ^ William Durant, The Renaissance in The Story of Civilization 5, Simon and Schuster ed. , New York, 1953, p. 191.
  113. ^ Ludovico il Moro e i suoi misteri. Forse ritrovata la tomba in Francia.
  114. ^ (FR) Mais où est passé Sforza?
  115. ^ a b c Sirio Attilio Nulli, Ludovico il Moro, p. 329.
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  117. ^ a b Aliprando Caprioli, Ritratti et elogii di capitani illustri, p. 155.
  118. ^ Malaguzzi Valeri, p. 492.
  119. ^ Girolamo Ferrarini. Memoriale estense (1476-1489).
  120. ^ Carlo Antonio Vianello. Testimonianze venete su Milano e la Lombardia degli anni 1492-1495, Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1939 dic, Serie Nuova Serie, Fascicolo 3 e 4), p. 412.
  121. ^ Enrico Guidoni, Ricerche su Giorgione e sulla pittura del Rinascimento, vol. 1, 1998, p. 220.
  122. ^ Opere di Camillo Porzio, p. 145.
  123. ^ Luzio e Renier, p. 23.
  124. ^ Avido dell'altrui
  125. ^ Moro! Moro! storie del Ducato Sforzesco, Guido Lopez, Camunia, 1992, p. 94.
  126. ^ come Gustavo Uzielli, il quale riporta: "Benché Lodovico avesse talora avuto con essa modi brutali e malgrado le sue palesi relazioni con Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli, egli le aveva sempre dimostrato grandissimo affetto. Ma più forse che vero amore per la nobile giovanetta il Moro sentiva profonda devozione per la donna di alto sentire che lo aveva sempre virilmente rinfrancato, quando il suo animo astuto e fastoso, ma non coraggioso, si abbandonava a volgarissimo sconforto".
  127. ^ Luzio e Renier, p. 130.
  128. ^ Malaguzzi Valeri, pp. 664 e seguenti.
  129. ^ Malaguzzi Valeri, p. 381.
  130. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del quattrocento, pp. 362 e seguenti.
  131. ^ Malaguzzi Valeri, pp. 35-37.
  132. ^ a b Pizzagalli, 2001, p. 137.
  133. ^ a b Annales de la Faculté des lettres de Bordeaux, Les Relations de Francois de Gonzague, marquis de Mantoue avec Ludovic Sforza et Louis XII. Notes additionnelles et documents, Di Léon-Gabriel Pélissier, 1893, pp. 77-81.
  134. ^ Mazzi, pp. 59-62.
  135. ^ Anonimo ferrarese, p. 190.
  136. ^ a b Malaguzzi Valeri, p. 517.
  137. ^ Francia, Spagna, impero a Brescia, 1509-1516, Carlo Pasero, 1958, p. 137.
  138. ^ Malaguzzi Valeri, p. 524.
  139. ^ Revue historique, Gabriel Monod , Charles Bémont , Sébastien Charléty , Pierre Renouvin , Odile Krakovitch, 1892, Librairie G. Bailleère, p. 52-53.
  140. ^ Ascanio Maria Sforza, la parabola politica di un cardinale-principe del rinascimento, volume 1, Marco Pellegrini, 2002, p. 283.
  141. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro: la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, vol. 1, Milano, Hoepli, 1913, p. 464.
  142. ^ Lodovico il Moro e sua cattura, pagine di storia patria, Di Antonio Rusconi, 1878, p. 73.
  143. ^ Filippo di Comines, Delle memorie di Filippo di Comines, caualiero & signore d'Argentone, intorno alle principali attioni di Lodouico vndicesimo e di Carlo ottauo suo figliuolo amendue re di Francia., appresso Girolamo Bordoni, 1610, p. 419.
  144. ^ Dina, p. 331.
  145. ^ Floriano Dolfo, Lettere ai Gonzaga, pp. 211-214 e 426.
  146. ^ Opere inedite di Francesco Guicciardini etc, Storia fiorentina, dai tempi di Cosimo de' Medici a quelli del gonfaloniere Soderini, 3, 1859, p. 217
  147. ^ Antonio Perria, I terribili Sforza, Longanesi et C., p. 197.
  148. ^ Pavia città della cultura, su Pavia e i monasteri imperiali. URL consultato il 19 dicembre 2021.
  149. ^ Leonardo a (e i rapporti con) Pavia: una verifica sui documenti, su academia.edu.
  150. ^ NOTE SULLA BIBLIOTECA DEI VISCONTI E DEGLI SFORZA NEL CASTELLO DI PAVIA, su academia.edu.
  151. ^ LA CORTE DI LUDOVICO IL MORO di Giuseppe Diotti (1823) - I personaggi raffigurati, su leonardoediotti.it.
  152. ^ a b «Infelix partus, amisi ante vitam quam in lucem ederer: infoelicior quod matri moriens vitam ademi et parentem consorte suo orbavi. In tam adverso fato hoc solum mihi potest iucundum esse, quod divi parentes me Lodovicus et Beatrix Mediolanenses duces genuere, MCCCCXCVII, tertio nonas januarii». (Corio, p. 1102).
  153. ^ Appunti e notizie, Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1912 set, Serie 4, Volume 18, Fascicolo 35), p. 274.
  154. ^ La corte di Lodovico il Moro, la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del quattrocento.
  155. ^ Raccòlta vinciana, Numero 8, 1913, p. 157.
  156. ^ a b Giordano, pp. 98-99.

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