Storia della colonna infame

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Storia della colonna infame
I promessi sposi-753.jpg
Immagine di Francesco Gonin per l'edizione del 1840
Autore Alessandro Manzoni
1ª ed. originale 1840
Genere saggio
Sottogenere storico
Lingua originale italiano
Ambientazione Milano durante la peste del 1630
« L’ignoranza in fisica può produrre degl'inconvenienti, ma non delle iniquità; e una cattiva istituzione non s'applica da sè »
(Alessandro Manzoni, Introduzione della Storia della colonna infame)

La Storia della colonna infame è un saggio storico scritto da Alessandro Manzoni legato al periodo storico in cui è ambientato il romanzo I promessi sposi.

Vicenda storica[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Colonna infame (Milano) e Untore.
La lapide posta in origine presso la colonna infame (Milano, Castello Sforzesco)

La vicenda narra del processo intentato a Milano, durante la terribile peste del 1630, contro due presunti untori, ritenuti responsabili del contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze, in seguito ad un'accusa - infondata - da parte di una "donnicciola" del popolo, Caterina Rosa.

Il processo, svoltosi storicamente nell'estate del 1630, decretò sia la condanna capitale di due innocenti, Guglielmo Piazza (commissario di sanità) e Gian Giacomo Mora (barbiere), giustiziati con il supplizio della ruota, sia la distruzione della casa-bottega di quest'ultimo. Come monito venne eretta sulle macerie dell'abitazione del Mora la "colonna infame", che dà il nome alla vicenda.

Solo nel 1778 la Colonna Infame, ormai divenuta una testimonianza d'infamia non più a carico dei condannati, ma dei giudici che avevano commesso un'enorme ingiustizia, fu abbattuta. Nel Castello Sforzesco di Milano se ne conserva la lapide, che reca una descrizione, in latino seicentesco, delle pene inflitte.

L'opera di Manzoni[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Manzoni realizzò la Storia della colonna infame in un arco di tempo piuttosto lungo. Originariamente legata al romanzo I promessi sposi, la vicenda avrebbe dovuto far parte del V capitolo del IV tomo dell'opera, nella sua prima edizione, resa pubblica con il nome di Fermo e Lucia. Manzoni tuttavia reputò che tale lunga digressione, che faceva séguito a un'altra sui tragici eventi della peste, avrebbe "fuorviato i suoi lettori".[1]

Caratteristica inconfondibile dell'autore è stata la perenne insoddisfazione e la conseguente rivisitazione di tutte le sue opere, atteggiamento che lo porterà a escludere la vicenda della colonna infame con l'intenzione di pubblicarla come appendice storica nella seconda edizione del romanzo. Il brano era infatti decisamente troppo lungo per essere inserito all'interno del romanzo. Manzoni lo pubblicherà in seguito, nel 1840, con il titolo noto. Il Manzoni trasse gran parte delle notizie dal De peste Mediolani quae fuit anno 1630 di Giuseppe Ripamonti, che descrive anche la vicenda della colonna infame, che ispirò anche le Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri.

Con questa tragica vicenda, Manzoni vuole affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze e convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un'analisi storica, giuridica e psicologica, l'autore cerca di sottolineare l'errore commesso dai giudici e l'abuso del loro potere, che calpestò ogni forma di buonsenso e di pietà umana, spinti da una convinzione del tutto infondata e da una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall'epidemia di peste.

Critiche all'opera[modifica | modifica wikitesto]

Benedetto Croce fu molto severo verso il Manzoni.[2] L'accusa di antistoricismo verso questa opera di Manzoni venne sviluppata dallo storico Fausto Nicolini vicino per posizioni ed ideologia al Croce. Le principali critiche mosse dal Nicolini sono:[3]

  • non aver considerato come reali le unzioni, probabilmente operate da monatti;
  • non aver considerato la realtà in cui i giudici si trovavano;
  • aver distorto alcune parti per far apparire viziato il procedimento, mentre i giudici si sarebbero attenuti alle norme dell'epoca;
  • aver presentato gli accusati come uomini onesti, tacendo crimini e colpe di molti di loro (esclusi Gian Giacomo Mora e Gaspare Migliavacca, realmente innocenti);
  • aver taciuto le torture stabilite dal cardinale Federico Borromeo per altri sospettati di essere untori.

Una difesa della Storia della colonna infame venne pubblicata da Leonardo Sciascia, che definì i giudici "burocrati del male"[4] e che propose un parallelo tra le vicende del processo e le leggi speciali contro il terrorismo volte ad assicurare l'impunità per i pentiti politici.[5]

Nel suo saggio su Manzoni Carlo Varotti suggerisce una lettura diversa da quella di ispirazione crociana, che riconosca la riflessione del nipote di Beccaria sul problema delle responsabilità di ogni individuo e sulla ammissibilità a giustificare automaticamente i costumi di un certo periodo storico invocando lo "spirito del tempo".[2]

Adattamenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Lanfranco Caretti, Introduzione a Storia della Colonna Infame, Milano, Mursia, 1973, p. 5.
  2. ^ a b C. Varotti, Manzoni. Profilo e antologia critica, B. Mondadori, 2006, pp. 197-202.
  3. ^ Fausto Nicolini, Sulla "Storia della colonna infame", in Peste e untori nei «Promessi Sposi» e nella realtà storica, Bari, 1937, pp. 297-341.
  4. ^ L. Sciascia, Storia della colonna infame, in Cruciverba, 1998, pp. 119 e ss.
  5. ^ Nota di Leonardo Sciascia, su sellerio.it.
  6. ^ V.V., La colonna infame, in Il dramma, nº 314, novembre 1962, pp. 83-84.
  7. ^ Dino Buzzati, La colonna infame, in Il dramma, nº 315, dicembre 1962, pp. 33-61.

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