Federico Borromeo

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altro cardinale discendente, vedi Federico Borromeo (1617-1673).
Federico Borromeo
cardinale di Santa Romana Chiesa
FedericoBorromeo.Cardinal.jpg
Ritratto del cardinale Borromeo di Giulio Cesare Procaccini, 1610. Oggi questo dipinto è conservato nel Museo Diocesano, Milano
DSC02997 - Duomo di Milano - Scurolo di san Carlo - Stemma dei Borromeo - Foto Giovanni Dall'Orto - 29-jan-2007.jpg
Humilitas
 
Incarichi ricoperti
 
Nato18 agosto 1564 a Milano
Ordinato presbitero7 dicembre 1593 dal cardinale Alessandro di Ottaviano de' Medici (poi Papa)
Nominato arcivescovo24 aprile 1595 da papa Clemente VIII
Consacrato arcivescovo11 giugno 1595 da papa Clemente VIII
Creato cardinale18 dicembre 1587 da papa Sisto V
Deceduto21 settembre 1631 (67 anni) a Milano
 

Federico Borromeo (Milano, 18 agosto 1564Milano, 21 settembre 1631) è stato un cardinale italiano, arcivescovo di Milano dal 1595[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Grande stemma dei Borromeo

Federico Borromeo (talvolta indicato come Francesco Federico o Federigo), nacque il 18 agosto 1564, figlio di Giulio Cesare Borromeo e di Margherita Trivulzio. Suo padre morì quando egli aveva appena tre anni ed a lungo risentì l'influenza del cugino cardinale Carlo Borromeo (1560) il quale fu sua guida spirituale e lo instradò alla carriera ecclesiastica. Egli era inoltre cugino del cardinale Guido Luca Ferrero (1565) ed era imparentato con papa Sisto V e con i cardinali Alessandro Farnese (1534) e Mark Sittich von Hohenems (1561).

Fu anche prozio del cardinale Federico Borromeo junior (1670). Altri cardinali appartenenti a questa famiglia furono Giberto Borromeo e Giberto Bartolomeo Borromeo, oltre a Vitaliano Borromeo (1766) e a Edoardo Borromeo (1868).

Educazione[modifica | modifica wikitesto]

Federico in un'illustrazione di Francesco Gonin

Federico Borromeo iniziò gli studi a Milano sotto la direzione del cugino Carlo Borromeo, che all'epoca era arcivescovo. Nella primavera del 1579 Carlo lo inviò a proseguire gli studi umanistici all'Università di Bologna. Allo Studio, Federico coltivò le materie umanistiche con Galeazzo Capra e Bruto Guarini da Fano e frequentò le pubbliche lezioni di filosofia logica e dialettica di Federico Pendasio e Flaminio Papazzoni.[2] Durante il periodo bolognese considerò l'ipotesi di aderire alla Compagnia di Gesù, ma il cugino Carlo lo dissuase da tale intento e lo indirizzò invece verso il clero diocesano, tant'è che subito dopo il suo ritorno da Bologna lo vestì dell'abito clericale.[2]

Federico fu quindi inviato all'Università di Pavia presso l'Almo Collegio Borromeo per compiervi gli studi teologici. Vi soggiornò per circa cinque anni, dall'ottobre 1580 sino al conseguimento della laurea in teologia nel maggio 1585. A Pavia fondò nel 1582 l'Accademia degli Accurati, della quale fu fatto principe.[3]

San Carlo Borromeo e San Filippo Neri (ai suoi piedi), due personaggi che influenzarono notevolmente la figura di Federico Borromeo durante gli anni dei suoi studi

Nel settembre del 1586 Federico lasciò Pavia e si trasferì a Roma, dove entrò in contatto con Filippo Neri e con il cardinale Cesare Baronio. A Roma proseguì gli studi classici interessandosi molto alle antichità romane ed entrando in contatto con numerosi eruditi, come Alfonso Chacón, Cesare Baronio e Fulvio Orsini.[2]

Nomina a cardinale[modifica | modifica wikitesto]

Grégoire Huret, Ritratto del Cardinal Federico Borromeo, New York, Metropolitan Museum of Art

Creato cardinale da papa Sisto V il 18 dicembre 1587 (a soli 23 anni), ottenne la porpora cardinalizia con il titolo diaconale di Santa Maria in Domenica (15 gennaio 1588), optando in seguito per la sede dei Santi Cosma e Damiano (9 gennaio 1589) e poi per quella di Sant'Agata in Suburra (20 marzo 1589). Partecipò al primo conclave nel 1590, dove fu eletto pontefice Urbano VII. Quindi prese parte al secondo conclave del 1590 che elesse Gregorio XIV. Optò quindi per la sede diaconale di San Nicola in Carcere dal 14 gennaio 1591, partecipando quell'anno al conclave che elesse Innocenzo IX e l'anno successivo a quello che elesse Clemente VIII.

Divenuto membro della commissione per la revisione della Vulgata e per la preparazione della «Editio Romana» degli atti dei concili ecumenici, decise solo nel 1593 di prendere gli ordini sacri, venendo consacrato il 17 settembre di quello stesso anno. Poco dopo, in corrispondenza con la sua carriera cardinalizia, gli venne affidato il titolo di Santa Maria degli Angeli (25 ottobre 1593). La sua ordinazione ufficiale avvenne però il 7 dicembre 1593 ad opera del cardinale Alessandro de' Medici, il futuro papa Leone XI, nella sua cappella privata.

Arcivescovo di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Federico Borromeo, arcivescovo di Milano

Dopo la morte dell'arcivescovo di Milano Gaspare Visconti, egli accettò la nomina a tale sede, che gli era stata suggerita da Clemente VIII per merito di Filippo Neri. Nominato quindi arcivescovo di Milano il 24 aprile 1595 a 31 anni, seguì l'esempio del predecessore e cugino san Carlo Borromeo nel disciplinare il clero, fondando chiese e collegi a proprie spese, applicando i canoni del concilio di Trento. Divenne anche commendatario dell'Abbazia di Santa Maria di Casanova, una delle più importanti del centro Italia.

La Biblioteca Ambrosiana, uno dei più insigni monumenti alla cultura milanese, fondata dal cardinale Federico Borromeo

Fin dal suo rientro nella città lombarda, Borromeo inviò emissari a raccogliere manoscritti e stampati in ogni parte d'Europa. «Dal febbraio al giugno 1607 fu Grazio Maria Grazi a recarsi in Puglia e in Calabria, e quindi a Napoli, a Roma, a Siena e forse anche a Venezia); dal marzo all'estate fu invece il prefetto Antonio Olgiati a compiere una lunga peregrinazione, puntando anzitutto a est, sino a Trieste, risalendo poi a Innsbruck e da lì passando in Germania, in Belgio e in Francia: lungo il viaggio, certamente durante il passaggio in Francia, era stato coadiuvato dal libraio ed editore milanese Pietro Martire Locarnilo; nel novembre dello stesso 1607, infine, fu il dottore Antonio Salmazia a raggiungere Corfù e a fermarsi nell'isola undici mesi, raccogliendovi molti manoscritti greci fatti venire anche dalla terraferma: nelle prime settimane in Corfù aveva condiviso la missione con Domenico Gerosolimitano, un ebreo convertito che nei mesi precedenti aveva per altro fatto acquisti di volumi a Mantova e a Venezia, poi ancora a Mantova, a Ferrara e a Bologna. Lo stesso Olgiati, del resto, si sarebbe di nuovo messo in viaggio nell'autunno del 1609, prendendo anch'egli la via per Venezia.»[4]

L'8 dicembre 1609 infine la Biblioteca Ambrosiana fu inaugurata e nel 1618 Borromeo la corredò di una raccolta di statue e di quadri, la cosiddetta Quadreria Ambrosiana che in seguito diventerà la Pinacoteca Ambrosiana. L'intento della Quadreria era quello di creare una struttura di supporto alla nascente Accademia Ambrosiana, aperta dal Borromeo nel 1621 con Giovanni Battista Crespi detto il Cerano come primo presidente.

Ultimi anni e morte[modifica | modifica wikitesto]

La tomba di Federico Borromeo nel Duomo di Milano

Fece erigere la statua di San Carlo ad Arona; abbellì inoltre il Duomo di Milano con dipinti e sculture. A Gropello ampliò l'ospedale e iniziò la splendida villa degli arcivescovi. Spinse alla vita ecclesiastica il cugino e successore Cesare Monti. Diede esempio di grande carità durante la carestia del 1628 e la peste del 1630, alle quali sopravvisse.

Morì a Milano il 21 settembre 1631 e la sua salma venne esposta in Duomo e qui sepolta di fronte all'altare della Madonna dell'Albero[5].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Gratia de' principi, 1632. Da BEIC, biblioteca digitale

La produzione letteraria di Federigo Borromeo fu in effetti abbondante, con più di un centinaio di libri, sia a stampa che manoscritti, oltre a svariate centinaia di lettere; gran parte di tale produzione è conservata alla Biblioteca Ambrosiana.

Federigo stesso censì i propri scritti nei suoi Meditamenta litteraria i quali - assieme al De sui studiis dove ripercorre la sua formazione culturale - costituiscono una sorta di autobiografia dell'uomo di lettere.

Nel Philagios sive de amore virtutis libri duodecim raccoglie numerose biografie di religiose. Tra le figure menzionate manca quella di Marianna De Leyva, suor Virginia Maria, ovvero la monaca di Monza. Il cardinale ordinò un processo canonico nei confronti di Suor Virginia, condannandola a essere "murata viva" al Ritiro di Santa Valeria, dove trascorse 21 anni imprigionata in una stanzetta. Alla sua morte Federigo lasciò tuttavia alcune annotazioni sulla vicenda, attestanti la sua volontà di inserirla in una futura edizione del Philagios.

Altre sue opere notevoli furono il De fugienda ostentatione, il De delectu ingeniorum, il De non vulgari existimatione et fama, il De gratia principum, il Cypria sacra sive de honestate et decoro ecclesiasticis moris ed il De sacris nostrorum temporum orationibus. Il suo scritto più noto è forse il De pestilentia quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit, dove narra della gravissima pestilenza che colpì Milano nel 1630, alternando l'analisi delle cause a numerosi aneddoti dei più diversi tenori che rendono il testo tra i più coinvolgenti documenti di storia Milanese dell'epoca.

Federigo non ebbe modo di portare a termine un'edizione definitiva dell'opera, morendo l'anno seguente. Nonostante l'abbondanza della produzione, gli scritti di Federigo non hanno mai avuto grande fortuna se non per l'interesse storico che rivestono. Osserva il Manzoni:

«Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d'oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch'erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per certe cose, e quando risulti dall'esame particolare de' fatti, può aver qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla cieca, come si fa d'ordinario, non significa proprio nulla.»

(A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXII)
Archiepiscopalis fori Sanctae Mediolanensis Ecclesiae taxae, 1624

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

Federigo Borromeo e I promessi sposi[modifica | modifica wikitesto]

«Fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d'una grand'opulenza, tutti i vantaggi d'una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell'esercizio del meglio»

(Alessandro Manzoni ne I promessi sposi)
Don Abbondio e il cardinale Federigo Borromeo. Illustrazione di Gonin all'edizione del 1840 dei Promessi sposi

Federico ricopre rispetto ai Promessi sposi di Alessandro Manzoni il doppio ruolo di personaggio e di fonte. Il Manzoni nel romanzo esalta la nobile figura del prelato, contraddistinguendolo per la grande conoscenza teologica, l'indole di profondo scrutatore dell'animo umano e di pastore zelante e comprensivo che aveva quale scopo di vita l'insegnamento della dottrina ai poveri e la cura dei sofferenti; il vivido ritratto biografico occupa quasi interamente il capitolo XXII.

Nel romanzo egli svolge il ruolo di auditore dei protagonisti, simboleggiando un Cristianesimo puro e ispirato. Egli è dipinto come un vero santo, pio, umile, caritatevole, altruista, disponibile e pacato. Il Manzoni poi, nei capitoli dedicati alla peste di Milano del 1630, utilizzò quale fonte anche lo stesso De pestilentia di Federigo, oltre ad altri scritti ed all'opera del Ripamonti che fornirono spunti certamente più copiosi.

Tra i numerosi aneddoti del De pestilentia, spicca un episodio dal quale l'autore de I promessi sposi trasse ispirazione per il commovente passo di Cecilia, nel capitolo XXXIV:

(LA)

«Novennis puella cum in conspectu matris occubuisset noluit mater tolli a vespillonibus eam, sed imposuit ipsa plaustro cadaver obversaque ad vespillones, vos vero hodie vespere me tolletis, inquit, regressaque in cubiculum et ex fenestra filiæ funus id contemplata paulo post extinguitur.»

(IT)

«Una bambina di nove anni morì dinanzi alla madre; questa, non sopportando che la figlia fosse toccata dai monatti, volle metterla lei sul carro. Poi voltatasi di nuovo ai monatti, “voi” disse, “questa sera, porterete via anche me”. Così detto, rientrò in casa e si affacciò alla finestra. Stette a contemplare quelle esequie, e poco dopo spirò.»

(De pestilentia, cap. VIII)

Nel ritratto manzoniano del cardinale è presente una temperata e solenne purità evangelica. Egli ha una singolare capacità di comprendere ogni passione ed ogni condizione degli uomini. Tutta la grandezza artistica di questo personaggio sta nella penetrazione psicologica e nella potenza di dominio e di conforto che gli sono state conferite dalla trascuranza del fasto, dalla "gioia continua di una speranza ineffabile", dall'"abitudine dei pensieri solenni e benevoli". In lui l'altezza della mente è pari alla nobiltà del cuore. Federigo è il personaggio de I Promessi Sposi in cui meglio si vede la serenità imperturbabile a cui conduce l'attuazione costante della concezione evangelica della vita. La sua eloquenza è fatta sapiente da una grande pazienza meditativa e la potenza della parola evangelica del cardinale, nel colloquio con don Abbondio, fa dell'anima del curato uno spettacolo religioso.[7]

La lunga digressione sulla vita ed il carattere del cardinale (capitoli XXII- XXIII) hanno i tratti dell'agiografia. L'autore scrive (cap. XXII):" Ci siamo abbattuti in un personaggio, il nome e la memoria del quale, affacciandosi, in qualunque tempo, alla mente, la ricreano con una placida commozione di riverenza". Lo stile si fa raffinato ed alto, il lessico tende al sublime, allo scopo di evidenziare il carattere eccezionale del protagonista (inizi del capitolo XXIII): "il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso [...]; l'abitudine de' pensieri solenni e benevoli, la pace interna di una lunga vita, l'amore degli uomini, la gioia continua di una speranza ineffabile...". È anche da notare che proprio nel Seicento, secolo in cui è ambientato il romanzo, il genere agiografico conobbe una particolare fortuna ad opera di alcuni gesuiti che pubblicarono gli Acta Sanctorum, collezione di vite di santi.[8]

L'attività caritatevole e catechistica del cardinale dimostra che il cattolicesimo di Manzoni si presenta innanzitutto come messaggio e presenza "sociale" di una Chiesa impegnata a testimoniare la propria missione e a predicare la fede con l'intervento diretto in difesa degli oppressi. Lo si vede anche durante la carestia, nella quotidiana attività dei frati cappuccini nel lazzaretto durante la peste.

Il cardinale ci ricorda che la concezione cristiana del potere è da intendere solo come servizio verso il prossimo.

Genealogia episcopale e successione apostolica[modifica | modifica wikitesto]

La genealogia episcopale è:

La successione apostolica è:

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Giberto Borromeo Giovanni Borromeo  
 
Maria Cleofe Pio  
Federico Borromeo  
Margherita di Brandeburgo-Ansbach Fritz di Brandeburgo-Ansbach  
 
 
Giulio Cesare Borromeo  
Galeazzo Visconti di Somma Guido Visconti  
 
Leta Manfredi  
Veronica Visconti di Somma  
Antonia Mauruzzi Niccolò Mauruzzi  
 
Lucia Castiglioni  
Federico Borromeo  
Francesco Trivulzio Ranieri Renato Trivulzio  
 
Luchina Visconti  
Renato Trivulzio  
Margherita Grassi Tommaso Grassi  
 
Elena de Rixis  
Margherita Trivulzio  
Lancillotto Borromeo Giovanni Borromeo  
 
Maria Cleofe Pio  
Isabella Borromeo  
Lucia Adorno Agostino Adorno  
 
Francesca Maddalena Lascaris  
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Federico Borromeo, in Dizionario storico della Svizzera.
  2. ^ a b c DBI.
  3. ^ Pamela M. Jones (1997), p. 18.
  4. ^ Cesare Pasini (2005), p. 464.
  5. ^ Vaccaro, Chiesi, Panzera, 2003, 40, 43, 44, 50, 59, 61, 62, 64, 69nota, 70nota, 72nota, 97, 195nota, 253, 399, 406, 410, 411nota, 445.
  6. ^ Alessandro Martini (2002), p. 209.
  7. ^ Attilio Momigliano, Alessandro Manzoni, Messina-Milano, Principato, 1948, V ed., p. 214-17.
  8. ^ Presenta analogo carattere agiografico anche la figura del Vescovo Myriel, personaggio "di una benevolenza serena", nel romanzo I Miserabili di Victor Hugo (parte prima, libro primo; XIII):" Era là solo con se stesso, raccolto, tranquillo, adorante, confrontando la serenità del suo cuore con la serenità del cielo, commosso nelle tenebre dagli splendori visibili delle costellazioni e gli splendori invisibili di Dio, con il proprio animo aperto ai pensieri che cadono dall'Ignoto.[...] Egli non studiava Dio; egli se ne abbagliava".

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (LA) Carlo Bascapè, I primi diciotto anni dell'arcivescovo di Milano Federico Borromeo, in Documenti spettanti alla storia della S. Chiesa milanese, Como, C. Pietro Ostinelli, 1839.
  • Simona Negruzzo, L’educazione intellettuale secondo Federico Borromeo, in La formazione delle élites in Europa dal Rinascimento alla Restaurazione. Atti del Convegno internazionale. Foggia 31 marzo - 1º aprile 2011, Roma, Aracne, 2012, pp. 115–132.
  • Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni di Gaetano Moroni, 1879, Venezia, Tip. Emiliana
  • Paolo Prodi, Federico Borromeo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 13, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1971. URL consultato il 1º luglio 2018.
  • Annali d'Italia, dal principio dell'era volgare sino all'anno MDCCL di Lodovico Antonio Muratori.
  • I promessi sposi di Alessandro Manzoni a cura di I. Gherarducci, E. Ghidetti (1990).
  • Pamela M. Jones, Federico Borromeo e l'Ambrosiana: arte e riforma cattolica nel XVII secolo a Milano, Vita e Pensiero, 1997, ISBN 9788834326695.
  • Luciano Vaccaro, Giuseppe Chiesi, Fabrizio Panzera, Terre del Ticino. Diocesi di Lugano, Editrice La Scuola, Brescia 2003.
  • Edgardo Franzosini Sotto il nome del Cardinale, Milano, Adelphi, 2013.
  • Barbara Agosti, Federico Borromeo, le antichità cristiane e i primitivi, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia, III, vol. 22, n. 2, 1992, pp. 481-493, JSTOR 24307845.
  • Alessandro Martini, La formazione umanistica di Federico Borromeo tra letteratura latina e volgare, in Santo Burgio e Luca Ceriotti (a cura di), Studia Borromaica, vol. 16, 2002, pp. 197-214.
  • Samuele Giombi, Federico Borromeo, vescovo e uomo di cultura, in Rivista di storia della Chiesa in Italia, vol. 59, n. 1, 2005, pp. 143-149, JSTOR 43050216.
  • Cesare Pasini, Le acquisizioni librarie del cardinale Federico Borromeo e il nascere dell’Ambrosiana, in Studia Borromaica, vol. 19, 2005, pp. 461-490.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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