Monaca di Monza

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Monaca di Monza (disambigua).
La Signora di Monza
dipinto di Giuseppe Molteni (1847), basato sul personaggio de I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino, meglio nota come la Monaca di Monza (Milano, 4 dicembre 1575Milano, 17 gennaio 1650), è stata una religiosa italiana, protagonista di un celebre scandalo che sconvolse Monza agli inizi del XVII secolo.

Figlia di un nobile, il conte di Monza Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, fu da lui costretta a entrare nell'Ordine di San Benedetto, diventando la monaca Suor Virginia. A dare scandalo fu la sua relazione con un uomo, il conte Gian Paolo Osio, dalla quale nacquero due figli. L'amante di Suor Virginia, che già in precedenza era stato condannato per omicidio, uccise tre persone per nascondere la tresca, ma fu scoperto, condannato a morte in contumacia e poi assassinato da un uomo ritenuto suo amico. L'arcivescovo Federico Borromeo, messo al corrente della vicenda, ordinò un processo canonico nei confronti di Suor Virginia: al termine del procedimento la religiosa fu condannata a essere murata viva per 13 anni al Ritiro di Santa Valeria. Sopravvissuta alla pena, rimase a Santa Valeria fino alla morte.

La sua fama attuale si deve soprattutto al romanzo I promessi sposi, nel quale Alessandro Manzoni si ispirò alla storia di questo celebre scandalo, romanzando però gli eventi, cambiando ad esempio la composizione della famiglia, la cronologia, particolari delle vicende biografiche e il nome stesso degli amanti che diverranno Suor Gertrude ed Egidio.

Famiglia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi de Leyva (famiglia).

Marianna de Leyva era figlia di Martino de Leyva e di Virginia Maria Marino; Martino era per diritto ereditario conte di Monza[1], quindi bisnipote di quell'Antonio de Leyva distintosi nella battaglia di Pavia del 1525 per i cui meriti fu investito del feudo di Monza da Carlo V[2]. Martino de Leyva era a sua volta figlio di Luis de Leyva, primo governatore spagnolo di Milano. La madre di Marianna, Virginia Maria, era figlia di Tommaso Marino[3]. Virginia Maria Marino, vedova dal 1573 del conte Ercole Pio di Savoia, signore di Sassuolo, da cui ebbe un solo figlio maschio, Marco Pio di Savoia, e quattro figlie femmine, il 22 dicembre 1574 sposò Martino de Leyva, portandogli una cospicua dote fra cui i fondi delle cascine "Mirabello" e dei "Pomi" di Monza[4].

Neanche un anno dopo aver dato alla luce la figlia Marianna, Virginia Maria Marino morì di peste a Milano nel 1576 lasciando eredi universali in parti uguali i figli avuti dai due matrimoni e l'usufrutto al marito vedovo Martino de Leyva. Da qui nacquero una serie di controversie legali e malversazioni finalizzate a espropriare la piccola Marianna dell'eredità materna e anche per questo ella fu indotta a entrare nel convento di Santa Margherita in Monza, decisione a cui non fu certo estranea l'algida e bigotta zia paterna Marianna, marchesa Stampa-Soncino, alle cui cure era stata affidata dal padre assente.

Martino de Leyva si risposò a Valencia in Spagna nel 1588 facendosi là una nuova famiglia e dimenticandosi del tutto della figlia Marianna a Monza[5]. È significativo che Marianna abbia assunto il nome materno, Virginia, per affrontare la sua nuova vita monastica.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Palazzo Marino, a Milano, dove nacque Marianna de Leyva y Marino

I de Leyva erano i feudatari di Monza: Marianna appartenne dunque alle più potenti famiglie della città. La madre, Virginia Maria Marino, sarebbe morta di peste a Milano nel 1576, forse alcuni mesi dopo la nascita della figlia, che si pone nel mese di dicembre senz'altra più precisa specificazione. Nel 1591, a sedici anni, Marianna si fece suora, probabilmente spinta o costretta dal padre per il tramite della zia paterna Marianna, marchesa Stampa-Soncino (alle cui cure, come a quelle della zia materna Clara Torniello[6], era stata affidata dal padre che si era trasferito in Spagna), in modo da usurparne l'eredità materna. Assunse il nome di suor Virginia ed entrò nel convento monzese di Santa Margherita, che oggi non esiste più (al suo posto sorge la chiesa di San Maurizio antistante la piazzetta di Santa Margherita).

Dopo alcuni anni ella intrecciò una relazione con il nobile monzese Giovan Paolo Osio - comunemente noto oggi come Gian Paolo Osio - la cui abitazione confinava con il monastero. Dalla relazione nacque una figlia[7], la cui parentela con la signora di Monza venne ufficialmente tenuta nascosta. La situazione precipitò nel 1606, quando una giovane conversa, Caterina Cassini da Meda, minacciò di rendere pubblica la relazione: Osio la uccise e la seppellì presso il convento, quindi tentò di eliminare altre due suore, Ottavia e Benedetta, che erano state precedentemente invischiate nella relazione a vario titolo[8] e poi complici[9], per assicurarsi che non parlassero: affogò l'una nel Lambro e gettò l'altra in un pozzo poco distante. Quest'ultima però sopravvisse, per poco tempo ma sufficiente per denunciare tutto alle autorità: cosicché lo scandalo esplose.

Suor Virginia, malgrado un'animata resistenza (pare che la monaca si difendesse dall'arresto brandendo una lunga spada), fu arrestata il 15 novembre 1607 a Monza. Gian Paolo Osio invece, condannato a morte in contumacia e ricercato, si rifugiò a Milano presso i nobili Taverna suoi amici, ma essi lo tradirono e lo uccisero a bastonate nei sotterranei del loro palazzo in corso Monforte, più che per incassare la taglia, che era stata offerta per la sua cattura, per opportunità politica. La sua testa mozzata fu poi gettata ai piedi del governatore spagnolo Fuentes.

Il 15 novembre del 1607, dopo l'arresto a Monza, Suor Virginia de Leyva venne trasferita a Milano nel monastero delle Benedettine di Sant'Ulderico, dette Monache del Bocchetto. Il processo a suo carico si concluse il 18 ottobre 1608 con la condanna alla reclusione a vita in una cella murata. Ella così per ordine del cardinale Federico Borromeo fu trasferita nella casa delle Convertite di Santa Valeria a Milano nei pressi della chiesa di S.Ambrogio. Tale luogo non era un convento ma un Ritiro, inospitale e abbietto in Milano, dove veniva dato ricovero alle prostitute non più attive, per punizione e per tentare di redimerle.

Il 25 settembre 1622 avvenne la sua liberazione per volere del cardinale Borromeo[10]. Dopo quasi quattordici anni trascorsi in una celletta di un metro e ottanta per tre, murata la porta e la finestra «...in modo che non vedesse se non tanto spiracolo bastante a pena per dire l'Ofitio...», suor Virginia fu esaminata dal cardinale Borromeo e trovata redenta: le fu quindi concesso il perdono, ma ella volle rimanere nello stesso malfamato ritiro di Santa Valeria dove aveva espiato così duramente la sua pena e dove visse per altri ventotto anni fino alla morte, avvenuta il 17 gennaio 1650. Ella mantenne contatti con il cardinale Borromeo, che le affidava talora monache incerte sulla propria vocazione o vacillanti[11].

La Signora di Monza tenne nei tempi precedenti agli scandali una corrispondenza con il noto uomo di scienze Bartolomeo Zucchi (1570-1630) che si vantava di avere una lontana parentela con i de Leyva[12].

La relazione con Gian Paolo Osio[modifica | modifica sorgente]

Il Convento di Santa Margherita, dove risiedeva Suor Virginia, confinava con la casa di Gian Paolo Osio. Si è certi del fatto che l'Osio prese la cattiva abitudine di osservare, dalla sua tenuta, le educande che passeggiavano e giocavano nel cortile del Convento. Un giorno ne adocchiò una e cominciò ad amoreggiare con lei. L'educanda in questione si chiamava Isabella, figlia di Giovanni Maria e di Isabella degli Hortensi, ricca famiglia di Monza. Venuta a conoscenza della relazione, Suor Virginia (signora di Monza e maestra delle educande) riprese aspramente l'educanda e non solo: fece letteralmente una scenata all'Osio.

« "Detto Gio. Paolo Osio faceva l'amore con la signorina Isabella Ortensia secolare, la quale era nel monastero in dozena et Havendo io trovato che stavano guardandosi l'uno e l'altro alla cortina delle galline, gli feci un gran rebuffo che portasse così poco rispetto al monastero, massime che detta giovane era data in mia custodia … et esso andò via bassando la testa senza dire altro" »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

La faccenda non si limitò solo ad una strapazzata: il fatto fu riportato ai genitori di Isabella e questi la portarono via dal Convento. Dopo qualche giorno in Monza viene ucciso da un colpo di archibugio un certo Molteno, agente fiscale dei de Leyva. Circolarono voci che il mandante dell'omicidio fosse l'Osio e che fosse stato il suo modo di vendicarsi del "rebuffo" subito e dell'allontanamento dell'oggetto delle sue concupiscenze, così egli restò a lungo chiuso in casa o nel proprio giardino, da lì riprendendo le osservazioni verso le finestre del monastero.

Con sfrontata spavalderia l'Osio volle quindi osare riprendere la tresca, ma stavolta con una monaca di alto lignaggio e proprio colei che l'aveva ostacolato. Tuttavia, la Signora più di una volta declinò i suoi approcci.

« "Retirato nel suo giardino quale è contiguo alla muraglia del monastero" »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

l'Osio riesce infine ad attrarre l'attenzione della Signora:

« "Ritrovandomi a caso nella camera di sor Candida Brancolina vicino alla mia quale aveva una finestra che rispondeva in detto giardino vedendomi lui a quella finestra mi salutò, et dopoi essendo io andata un'altra volta a quella finestra, tornò a salutarmi et mi accennò di volermi mandare una lettera" »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

La "signora di Monza" reagì duramente e ne chiese l'arresto:

« "Io che ero in collera con lui per l'homicidio sudetto e vedendolo così avanti agli occhi e parendomi che strapazzasse la giustizia ne feci avvisato al signor Carlo Pirovano, più volte, a finché lo mandasse a pigliare e metterlo pregione." »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

tanto che l'Osio sarebbe restato latitante da Monza per circa un anno.

Qualche tempo dopo l'Osio, impetrato il perdono della Signora grazie alla mediazione dei fratellastri di lei suoi amici, iniziò a presentarsi assiduamente alla Messa e continuò le osservazioni alla finestra, che continuavano a procurar turbamento alla Signora ma ne scalfivano le resistenze. Secondo la testimonianza di Suor Ottavia, avendo visto dalla finestra della sua camera l'Osio passeggiare nel giardino, ella avrebbe detto: "si potria mai vedere la più bella cosa..?"

In un giorno imprecisato della primavera del 1598 l'Osio e Suor Virginia iniziarono a scambiarsi delle lettere; lo scambio di tali lettere avveniva grazie alle due più care collaboratrici e confidenti di Suor Virginia, Suor Ottavia e Suor Benedetta Homati.

Queste manovre inconcludenti durarono alcuni mesi fino a quando i due s'incontrarono fuori dal parlatorio, ma nulla avvenne in quanto era presente Suor Ottavia. I due s'incontrarono una seconda volta, sempre con la presenza delle due confidenti di Suor Virginia, e nel parlatorio l'Osio, secondo la successiva confessione di lei, stuprò la monaca.

« Stando a ragionare tutti noi fra l'una porta e l'altra, ragionammo di varie cose e finalmente stando io allentata sopra il basello di detta porta esso Osio mi violentò gettandomi a terra... Subito io presi a riavermi e levata su corsi via e lo piantai lì. Né Suor Ottavia né Suor Benedetta non mi diedero nessun aiuto, non so perché... »
(La Monaca di Monza)

I due ripresero a frequentarsi solo dopo che l'Osio le inviò numerosissime lettere che attestavano il suo pentimento.

Suor Ottavia, nel suo costituto del 4 dicembre 1607, rivela che i due amanti spesso s'incontravano nel convento e esattamente nella camera della Signora; sempre secondo Suor Ottavia i due amanti avevano rapporti sessuali anche in presenza di Suor Ottavia e Suor Benedetta, in quanto le tre suore avevano la camera in comune.

La tresca intanto continuò assumendo carattere quasi consuetudinario con scambi di regali reciproci fra i due amanti. Una notte dei primi mesi del 1602 la Signora diede alla luce, assistita dalle sue confidenti, "un putto morto"; questo fatto venne confermato dalla deposizione di Suor Ottavia, la quale affermò inoltre che il figlio morto venne portato via dall'Osio. Secondo il Ripamonti due altre monache favorivano l'intrigo, coinvolte, forse non ignara la Signora, in una relazione a tre: esse infatti «soggiacquero con l'Osio».

Ciò che fece durare la loro relazione a lungo fu il forte potere persuasivo della Monaca e dei molti privilegi dei quali abusava e il fascino esercitato dall'Osio anche sulle monache.

La situazione sarebbe cambiata per l'intervento di una conversa. Suor Caterina era una donna di povere origini, diventata suora solamente per motivi economici; ella scoprì la storia fra i quattro e non mancò di mostrare il suo disappunto. Ormai era diventata un elemento scomodo in quanto continuava a ricattarli; così una sera Gian Paolo Osio la uccise con tre colpi sulla testa, usando un piede di legno, e poi con l'aiuto di Suor Virginia (secondo il suo racconto assai poco collaborativa ma una volta di più debole nel non avvertire Caterina), Suor Benedetta e Suor Ottavia la nascose nel pollaio del Monastero e fece un buco nella muraglia per dare ad intendere che fosse scappata e successivamente ne rimosse il corpo.

La relazione tra Gian Paolo Osio, Suor Virginia, Suor Benedetta e Suor Ottavia durò dieci anni e durante questi anni furono commessi molteplici omicidi nei confronti di coloro che avanzarono ipotesi sulla loro relazione o che ne scoprirono realmente l'autenticità, ragion per cui Suor Virginia e Suor Ottavia, eccetto Suor Benedetta in quanto già morta per mano dell'Osio, vennero murate vive in separate celle. Suor Virginia morì nel 1650, consumata dall'artrite reumatoide: l'Osio venne condannato dal Senato alla confisca dei beni e alla pena di morte e sarebbe stato in seguito assassinato da una famiglia presso la quale si era rifugiato, lasciando la madre a mendicare l'interesse e le sovvenzioni del governo per sé e la nipotina.

La monaca di Monza nella cultura di massa[modifica | modifica sorgente]

I promessi sposi[modifica | modifica sorgente]

La monaca di Monza in un'illustrazione di Francesco Gonin ne I promessi sposi (edizione del 1840).

Ne "I promessi sposi" Alessandro Manzoni riprende la figura della "monaca di Monza", tuttavia cambia i nomi ai personaggi (suor Virginia è chiamata nel romanzo Gertrude, il suo amante è chiamato Egidio) e oltre a cambiarne alcuni dei particolari - la monacazione è una suggestione imposta direttamente dal padre presenti e complici sia la madre che il fratello maggiore, sono modificate altre circostanze -, ne trasporta la vicenda in avanti nel tempo di alcuni anni (l'azione del romanzo si svolge tra il 1628 e il 1630, oltre vent'anni dopo i fatti reali). La storia aveva uno spazio maggiore ne Gli sposi promessi.

È la figlia del secolo (il Seicento), che obbedisce in tutto e per tutto ai precetti della religione adottata e alle cieche leggi dell'orgoglio del casato. Il principe-padre le aveva detto: "Il sangue si porta per tutto dove si va"; "comanderai a bacchetta"; "farai alto e basso" (capitolo IX). Manzoni scrive ancora nel IX capitolo: "Ma la religione, come l'avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come l'altre". È condotta fatalmente a sentire e accettare la logica dei suoi torturatori; antagonista del padre, cresce formata della stessa sostanza spirituale di lui. Non sogna l'amore, ma, come scrisse il critico Eugenio Donadoni, l'amore-pompa, l'amore-vassallaggio. In convento si sente la figlia del principe; educanda, gode di distinzioni e privilegi; monaca, è "la signora".[13] Educata alla religione dell'orgoglio di casta e di famiglia, Gertrude è una creatura debole: "per decidere della sua sorte non occorreva il suo consenso, ma solo la sua presenza" (cap. IX). Non essa agisce, ma gli altri per lei. Indice di fiacchezza morale sono sia il suo orgoglio, frutto dell'educazione familiare, sia il suo ritiro interiore dove le è piacevole ritirarsi dalle lotte che non sa affrontare per vivere le sue illusioni ed idolatrare le sue passioni.Tornare alla vita è per lei tornare in balìa degli altri. Non ha neppure la forza della malvagità, non ha coscienza del delitto, ma mancanza di coscienza. Non ha l'energia necessaria per operare la propria salvazione. Manzoni ha pietà per lei (la chiama "Gertrudina", "poveretta", "innocentina") ma come giudice è inesorabile: La sventurata rispose (cap. X).[14] Nella concisione di questa celebre frase si coglie la gravità del gesto, tanto per la trasgressione di Gertrude ai voti monacali, quanto per le conseguenze drammatiche che ne deriveranno. Ella è "sventurata" poiché non ha saputo cogliere le occasioni di ravvedimento e di espiazione.

Nella vicenda di Gertrude diventa essenziale il rapporto con il principe-padre (padre della Monaca di Monza) che con la sua autorità e volontà impone una monacazione forzata. Gertrude vive con soggezione e paura questo rapporto, incapace di reagire e subendone l'egoistica violenza, al punto di trovare un attimo di pace solo quando vede nel padre la soddisfazione per la sua scelta monacale: allora, finalmente, fu, per un istante, tutta contenta (cap. X). L'atteggiamento di timore e di sudditanza psicologica di Gertrude viene espressa soprattutto attraverso lo sguardo, per la sua incapacità a parlare (per esempio, nel capitolo X: senza alzare gli occhi in viso al padre, gli si buttò in ginocchioni davanti; alzò essa verso il padre uno sguardo tra atterrito e supplichevole; quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini invisibili.)

A causa della sua monacazione forzata e, di conseguenza, della fede che le è stata imposta, è portata a creare in sé stessa due personalità. Una che la porta a peccare, e l’altra che la fa sentire in colpa del peccato appena commesso. Possiamo riscontrare questa cosa anche nel fatto che una parte della sua personalità la spinge ad aiutare Lucia, un'altra a fare il contrario, in quanto provava invidia per Lucia, che si stava per sposare, mentre lei non avrebbe mai potuto.

La monacazione forzata nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Il racconto manzoniano è la ripresa di un topos letterario della letteratura europea dal Seicento all'Ottocento. Alcuni esempi sono i seguenti:

  • le opere autobiografiche di suor Arcangela Tarabotti (1605-1652) il cui titolo è Inferno monacale e Tirannide paterna[15][16];
  • le famose Lettere di una monaca portoghese (1669) attribuite alla suora portoghese Mariana Alcoforado, molto popolari nella sua epoca e nel Settecento;
  • La monaca (La Religieuse, 1796), opera certamente nota al Manzoni, scritta dall'intellettuale francese Denis Diderot, uno dei massimi esponenti dell'Illuminismo.

Posteriori al romanzo manzoniano sono: Storia di una capinera (1871) di Giovanni Verga e, nel Novecento italiano, Lettere di una novizia di Guido Piovene e La suora giovane (1959) di Giovanni Arpino.

I luoghi della monaca di Monza[modifica | modifica sorgente]

  • Ai de Leyva è dedicata una via centrale di Monza che congiunge via Enrico da Monza con via Lecco.
  • Via della Signora a Monza, il cui tracciato costeggia l'antico giardino del soppresso convento di S. Margherita, è la strada dedicata a Suor Maria Virginia de Leyva.
  • Molti, erroneamente, identificano lo storico collegio delle suore preziosine in via Lecco, sede di un Liceo Artistico rinomato, con il convento delle monache del romanzo manzoniano.
  • In via Marsala n.44 a Monza si trova l'ex convento dei frati cappuccini, ora in fase di riconversione residenziale, citato nel romanzo I promessi sposi, dove Agnese e Lucia furono inviati dal padre Cristoforo dovendo fuggire da Lecco.
    La lapide murata in loco recita: «Questo luogo già convento dei Cappuccini fu immortalato dall'arte dei Promessi sposi. Rifugio di deboli difesa di oppressi esaltazione di umili su prepotenze e tempi vindice la benefica fede ai trionfi avvezza.»

Adattamenti cinematografici[modifica | modifica sorgente]

Adattamenti teatrali[modifica | modifica sorgente]

Adattamenti televisivi[modifica | modifica sorgente]

Mostre[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il titolo di principe spettava solo a suo fratello maggiore Antonio de Leyva in quanto primogenito, mentre tutti gli altri discendenti di Antonio de Leyva padre potevano fregiarsi del titolo di conte. Per maggiore chiarezza: Antonio de Leyva, l'eroe di Leyva sofferente di gotta, genera Luis, figlio unico, che genera cinque figli maschi: Antonio, Martino (il padre di Marianna), Giovanni, Francesco, Filippo e una figlia femmina: Marianna andata sposa al marchese Massimiliano Soncino-Stampa. Quest'ultima, zia di Marianna de Leyva, avrà un ruolo determinante nella monacazione della giovane nipote orfana a cui era stata affidata dal padre sempre assente
  2. ^ Martino de Leyva era figlio secondogenito di Luis de Leyva, primo governatore spagnolo di Milano, figlio unico di Antonio de Leyva, divenuto conte di Monza e suo feudatario per meriti di guerra acquisiti nella battaglia di Pavia del 1525 dove era stato fatto prigioniero il re di Francia Francesco I. Luis de Leyva aveva sposato Marianna de la Cueva dei principi d'Ascoli da cui ebbe cinque figli maschi fra cui Martino e una femmina di nome Marianna, che sposerà il marchese Massimiliano Stampa-Soncino da cui avrà quattro figli maschi. Fonte: Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, Dall'Oglio editore 1962
  3. ^ I Marino erano banchieri liguri di lontane origini nobili trasferitisi a Milano nel 1520 dove Giovanni, fratello maggiore di Tommaso, accumulò una grande fortuna, che Tommaso, suo erede megalomane, dissipò facendo costruire tra l'altro l'omonimo palazzo Marino senza riuscire a portare a termine la sua costruzione, palazzo in cui nacque e visse anche Marianna fino all'età di undici anni, prima di entrare nel convento di Santa Margherita a Monza
  4. ^ Tra i beni ereditati da Tommaso Marino da suo fratello Giovanni e trasmessi per successione a Marianna de Leyva da sua madre Virginia Maria Marino, c'erano anche i fondi della cascina "Mirabello" e della cascina dei "Pomi" di Monza, su cui un secolo dopo i Durini, nuovi feudatari di Monza subentrati ai de Leyva nel 1648, faranno costruire Villa Mirabello, trasformata ancora un secolo più tardi dal cardinale Angelo Maria Durini nella sua amata villa di "delizie"
  5. ^ Dal secondo matrimonio nel 1588 di Martino de Leyva con la nobildonna valenciana Ana Vich (o Vique), figlia di Jerónimo, barone di Llaurín e Matada (o Anna Viquez de Moncada, figlia di Gerolamo Viquez Mauriques, barone di Laurin), nasceranno Antonio (1590-1611), morto in guerra, e Adriana, francescana scalza in un convento di Madrid. Fonti: sub voce Leyva, Virginia Maria de, a cura di M.C. Giannini, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani e Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza Dall'Oglio editore 1962;
  6. ^ si veda la voce Leyva, Virginia Maria de, a cura di M.C. Giannini, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani
  7. ^ Nel 1598 suor Virginia partorì un bambino (un "putto" morto, mentre l'8 agosto del 1604 nacque una bambina battezzata con il nome di Alma Francesca Margherita e riconosciuta due anni dopo dall'Osio, nella cui casa fu allevata prima di farsi a sua volta suora).
  8. ^ probabilmente sorveglianti e, prima o in seguito, amanti dello stesso Osio
  9. ^ complici attive, rispetto a Suor Virginia che era comunque a conoscenza, forse presente all'omicidio, ma non colpì la conversa
  10. ^ Fonte: Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza.
  11. ^ Lo scandalo che nella persona di suor Virginia de Leyva vide coinvolta una delle più potenti famiglie spagnole dell'epoca ebbe un riflesso immediato a livello europeo, seppur volutamente oscurato per ovvi motivi, nella pubblicistica dell'epoca che per forza di cose era religiosa con fini moraleggianti e edificanti. Nel libro Scola della Patienza pubblicato dal gesuita Geremia Dressellio (1581-1638) in Roma nel 1643 per i tipi di Hermanno Scheus, ma che per sua stessa ammissione stava ancora scrivendo nel 1630, appena otto anni dopo la liberazione di suor Virginia de Leyva, viene narrato l'episodio di tale Pecchio Cisalpino che adombra l'ultima parte della vicenda di suor Virginia de Leyva, cioè la sua liberazione, il pentimento e la redenzione dopo l'espiazione. L'episodio di Pecchio Cisalpino era stato narrato da Simon Maiol in Dies caniculari e citato anche dal gesuita Jacob Balde (1604-1668) nel Solatium Podagricorum Monachii (1661), che però mette l'accento sulla vicenda di Antonio de Leyva sofferente di podagra. Vedi: Capitolo XLIX, pagine 99-100-101
  12. ^ Giuseppe Marimonti, Memorie storiche della città di Monza, 1841, p. 277
  13. ^ Luigi Russo, Ritratti e disegni storici, seconda serie, Bari, Laterza,1946, pp. 7-13.
  14. ^ Angelandrea Zottoli, Umili e potenti nella poetica del Manzoni, Roma, Tumminelli, 1942, pp. 63-71.
  15. ^ http://fuorinorma.wordpress.com/affidarsi/
  16. ^ http://www.lib.uchicago.edu/efts/IWW/BIOS/A0048.html

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Roberto Gervaso, La monaca di Monza. Venere in convento, Bergamo, Bompiani, 1984. (ISBN non esistente)
  • Giuseppe Marimonti, Memorie storiche della città di Monza, 1841 tipografia Luca Corbetta
  • Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, Dall'Oglio editore, 1962
  • Salvator Gotta, articoli pubblicati sul Corriere d'Informazione nel 1962 per presentare il nuovo libro dello storico Mario Mazzucchelli intitolato La Monaca di Monza
  • Ettore Bonora, La monaca di Monza nella storia, in Manzoni e la via italiana al realismo, Napoli, Liguori, 1989
  • G. Farinelli ed E. Paccagnini, Vita e processo di suor Virginia Maria de Leyva, Monaca di Monza, Milano, Garzanti, 1989
  • Leyva, Virginia Maria de, voce del Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, a cura di M.C. Giannini.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]