Monaca di Monza

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Monaca di Monza
Probabile ritratto di Marianna de Leyva, contessa di Monza.jpg
Probabile ritratto di suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva
(conservato nel Centro Nazionale di Studi Manzoniani a Milano)
Contessa di Monza
Stemma
In carica 1600-1607,
con i fratelli Luigi, Antonio II e Gerolamo
(due anni per uno)[1][2]
Predecessore Martino de Leyva
Successore Antonio II e Gerolamo de Leyva
Nome completo Marianna de Leyva y Marino
Trattamento contessa
Nascita Milano, 4 dicembre 1575
Morte Milano, 17 gennaio 1650
Dinastia de Leyva
Padre Martino de Leyva
Madre Virginia Maria Marino
Religione cattolicesimo
Firma Firma della monaca di Monza.jpg
La Signora di Monza
(dipinto di fantasia di Giuseppe Molteni (1847), basato sul personaggio de I promessi sposi di Alessandro Manzoni).

Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino, meglio nota come la monaca di Monza (Milano, 4 dicembre 1575Milano, 17 gennaio 1650), è stata una religiosa italiana, protagonista di un famoso scandalo che sconvolse Monza agli inizi del XVII secolo.

Figlia primogenita di un nobile spagnolo, il conte di Monza Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, Marianna, appena tredicenne, fu costretta dal padre ad entrare come novizia nell'Ordine di San Benedetto; a sedici anni, la giovane pronunciò i voti e diventò la monaca suor Virginia Maria, dal nome della defunta madre. A fare scalpore fu la sua relazione (durata dal 1598 al 1608) con un uomo, il conte Gian Paolo Osio, dalla quale nacquero almeno due figli, un maschio nato morto o deceduto durante il parto ed una bambina, che Osio riconobbe come propria figlia, Alma Francesca Margherita (8 agosto 1604), affidata alla nonna paterna ma vista sovente dalla madre.[3] L'amante di suor Virginia, che già in precedenza era stato condannato per omicidio, uccise tre persone per nascondere la tresca, ma fu scoperto, condannato a morte in contumacia e poi assassinato da un uomo ritenuto suo amico. L'arcivescovo Federico Borromeo, messo al corrente della vicenda, ordinò un processo canonico nei confronti della "Signora": al termine del procedimento la religiosa fu condannata a essere "murata viva" nel Ritiro di Santa Valeria, dove trascorse 21 anni chiusa in una stanzetta (1,50 x 2,50) priva quasi completamente di comunicazione con l'esterno, ad eccezione di una feritoia che permetteva il ricambio di aria e la consegna dei viveri indispensabili. Sopravvissuta alla pena, rimase a Santa Valeria fino alla morte.[4]

Fu contessa di Monza (1600-1607), durante il regno di Filippo III di Spagna, e amministrava il territorio (circa 30 chilometri quadrati) dal convento, insieme ai fratelli Luigi, Antonio II e Gerolamo (due anni per uno).[5][6] Un altro fratellastro di Marianna fu il figlio di primo letto di sua madre Virginia Marino, il signore di Sassuolo Marco III Pio di Savoia (1568-1599).[7]

La sua notorietà è dovuta soprattutto al romanzo I promessi sposi, nel quale Alessandro Manzoni si ispirò alla storia di questa imbarazzante vicenda, enfatizzando però gli eventi, cambiando ad esempio la composizione della famiglia, la cronologia, particolari biografici e il nome stesso degli amanti che diverranno suor Gertrude ed Egidio.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Marianna de Leyva era figlia di Martino de Leyva e di Virginia Maria Marino; Martino era per diritto ereditario conte di Monza[8], quindi bisnipote di quell'Antonio de Leyva distintosi nella battaglia di Pavia del 1525 per i cui meriti fu investito del feudo di Monza da Carlo V[9]. Martino de Leyva era a sua volta figlio di Luigi de Leyva, primo governatore spagnolo di Milano. La madre di Marianna, Virginia Maria, era figlia di Tommaso Marino[10]. Virginia Maria Marino, vedova dal 1573 del conte Ercole Pio di Savoia, signore di Sassuolo, da cui ebbe un solo figlio maschio, Marco III Pio di Savoia, e quattro femmine, il 22 dicembre 1574 sposò Martino de Leyva, portandogli una cospicua dote fra cui i fondi delle cascine "Mirabello" e dei "Pomi" di Monza[11].

Neanche un anno dopo aver dato alla luce la figlia (nell'appartamento al pianterreno di palazzo Marino), Virginia Maria Marino morì di peste a Milano, nel 1576, lasciando eredi universali in parti uguali i figli avuti dai due matrimoni (a Marianna spettò la proprietà di palazzo Marino e metà del patrimonio da dividere con Marco Pio di Savoia) e l'usufrutto al marito vedovo Martino de Leyva. Da qui nacque una serie di controversie legali e malversazioni finalizzate a privare la piccola Marianna dell'eredità materna e anche per questo la ragazza fu indotta a entrare nel convento di Santa Margherita in Monza, decisione a cui non fu certo estranea l'algida e bigotta zia paterna Marianna, marchesa Stampa-Soncino, alle cui cure era stata affidata dal padre assente.[12]

Martino de Leyva si risposò a Valencia, in Spagna, nel 1588 facendosi una nuova famiglia e dimenticandosi del tutto della figlia Marianna a Monza[13]. È significativo che Marianna abbia assunto il nome materno, Virginia, per affrontare la sua nuova vita monastica.

Palazzo Marino, a Milano, dove nacque Marianna de Leyva y Marino
Possibili sembianze di suor Virginia Maria, su un frammento di affresco della fine del Cinquecento, rinvenuto nell'ex convento di Santa Margherita

Entrò, dunque, nel convento monzese di Santa Margherita, che oggi non esiste più in quanto bombardato dagli alleati nel 1944 (al suo posto sorge la chiesa di San Maurizio antistante la piazzetta di Santa Margherita). Suo padre l'aveva accompagnata il 15 marzo 1589 per depositare la dote alla badessa Beatrice Castiglioni: il 12 settembre 1591, compiuto il noviziato, Marianna pronunziava i voti.[14] Nella comunità la nobildonna aveva una posizione privilegiata: risiedeva in un piccolo appartamento separato, assistita da quattro suore ausiliarie e dame di compagnia, oltre ad una conversa per le mansioni di servizio. Riscuoteva i tributi e s'informava sui problemi dei monzesi. Il temperamento di suor Virginia, in quanto feudataria di Monza e appartenente ad una delle più influenti famiglie del ducato spagnolo di Milano, era altezzoso e arrogante: malmenava alcune consorelle non obbedienti e perseguitò la sospettosa priora Francesca Imbresaga, destituendola dall'incarico e assegnandole umili lavori da svolgere. La causa predominante di tale comportamento era la relazione che aveva intrecciato con il nobile monzese Gian Paolo Osio, la cui abitazione confinava con il monastero.[15]

La situazione precipitò nel 1606, quando una giovane conversa, Caterina Cassini da Meda, minacciò di rendere pubblica la relazione: Osio la uccise (colpendola violentemente alla nuca con una sedia, o con un piede di porco) e la seppellì presso il convento, quindi tentò di eliminare due suore, Ottavia e Benedetta, che erano state precedentemente coinvolte nella relazione a vario titolo (probabilmente sorveglianti e, prima o in seguito, amanti dello stesso Osio e poi complici attive), rispetto a Suor Virginia che era comunque a conoscenza, forse presente all'omicidio, ma non colpì la conversa: per assicurarsi che non parlassero l'uomo affogò l'una nel Lambro e gettò l'altra in un pozzo poco distante. La prima si salvò, l'altra sopravvisse per poco tempo ma sufficiente per denunciare tutto alle autorità.[16]

Suor Virginia, malgrado un'animata resistenza (pare che la monaca si difendesse dall'arresto brandendo una lunga spada), fu arrestata il 15 novembre 1607 a Monza. Gian Paolo Osio invece, condannato a morte in contumacia e ricercato, si rifugiò a Milano presso i nobili Taverna suoi amici, ma essi lo tradirono e lo uccisero a bastonate nei sotterranei del loro palazzo in corso Monforte, più che per incassare la taglia, che era stata offerta per la sua cattura, per opportunità politica. La sua testa mozzata fu poi gettata ai piedi del governatore spagnolo Fuentes.

Il 15 novembre del 1607, dopo l'arresto a Monza, suor Virginia de Leyva venne trasferita a Milano nel monastero delle benedettine di Sant'Ulderico, dette monache del Bocchetto. Il processo a suo carico si concluse il 18 ottobre 1608 con la condanna alla reclusione a vita in una cella murata. Ella così per ordine del cardinale Federico Borromeo fu trasferita nella casa delle Convertite di Santa Valeria a Milano nei pressi della chiesa di Sant'Ambrogio. Tale luogo non era un convento ma un ritiro, inospitale e abbietto in Milano, dove veniva dato ricovero alle prostitute non più attive, per punizione e per tentare di redimerle.[17]

Il 25 settembre 1622 avvenne la sua liberazione per volere del cardinale Borromeo[18]. Dopo quasi quattordici anni trascorsi in una celletta di 1,50 per 2,50, murata la porta e la finestra «...in modo che non vedesse se non tanto spiracolo bastante a pena per dire l'Ofitio...», suor Virginia fu esaminata dal cardinale Borromeo e trovata redenta: le fu quindi concesso il perdono, ma ella volle rimanere nello stesso malfamato ritiro di Santa Valeria dove aveva espiato così duramente la sua pena e dove visse per altri ventotto anni fino alla morte, avvenuta il 17 gennaio 1650 a settantacinque anni, un'età che all'epoca quasi nessuno arrivava a raggiungere (il luogo di sepoltura dei de Leyva era la non più esistente basilica di San Dionigi (Milano), dove fu tumulato il bisavolo Antonio, ma, dopo i gravi fatti, la suora fu "depennata" dalla casata). Ella mantenne contatti con il cardinale Borromeo (dal quale, non avendo perso la sua alterigia di feudataria, aveva preteso l'assoluzione), che le affidava talora monache incerte sulla propria vocazione o vacillanti[19]. La Signora di Monza tenne nei tempi precedenti agli scandali una corrispondenza con il noto uomo di scienze Bartolomeo Zucchi (1570-1630) che si vantava di avere una lontana parentela con i de Leyva[20].

La relazione con Gian Paolo Osio[modifica | modifica wikitesto]

Portale d'ingresso del convento di Santa Margherita
Il chiostro, demolito nel 1890, del convento di Santa Margherita

Il convento di Santa Margherita, dove risiedeva suor Virginia, confinava con la casa di Gian Paolo Osio. Si è certi del fatto che l'Osio prese la cattiva abitudine di osservare, dalla sua tenuta, le educande che passeggiavano e giocavano nel cortile del Convento. Un giorno ne adocchiò una e cominciò ad amoreggiare con lei. L'educanda in questione si chiamava Isabella, figlia di Giovanni Maria e di Isabella degli Hortensi, ricca famiglia di Monza. Venuta a conoscenza della relazione, Suor Virginia (contessa di Monza e maestra delle educande) riprese aspramente l'educanda e fece letteralmente una scenata all'Osio.[21]

« "Detto Gio. Paolo Osio faceva l'amore con la signorina Isabella Ortensia secolare, la quale era nel monastero in dozena et Havendo io trovato che stavano guardandosi l'uno e l'altro alla cortina delle galline, gli feci un gran rebuffo che portasse così poco rispetto al monastero, massime che detta giovane era data in mia custodia … et esso andò via bassando la testa senza dire altro" »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

La faccenda non si limitò solo ad una sgridata: il fatto fu riportato ai genitori di Isabella e questi la portarono via dal convento. Dopo qualche giorno in Monza venne ucciso da un colpo di archibugio un certo Molteno, agente fiscale dei de Leyva. Circolarono voci che il mandante dell'omicidio fosse l'Osio al fine di vendicarsi del rabbuffo subito e dell'allontanamento dell'oggetto delle sue concupiscenze, così egli restò a lungo chiuso in casa o nel proprio giardino, da lì riprendendo le osservazioni verso le finestre del monastero.

Con sfrontata spavalderia l'Osio volle quindi osare riprendere la tresca, ma stavolta con una monaca di alto lignaggio e proprio colei che l'aveva ostacolato. Tuttavia, la Signora più di una volta declinò i suoi approcci.[22]

« "Retirato nel suo giardino quale è contiguo alla muraglia del monastero" »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

l'Osio riesce infine ad attrarre l'attenzione della Signora:

« "Ritrovandomi a caso nella camera di sor Candida Brancolina vicino alla mia quale aveva una finestra che rispondeva in detto giardino vedendomi lui a quella finestra mi salutò, et dopoi essendo io andata un'altra volta a quella finestra, tornò a salutarmi et mi accennò di volermi mandare una lettera" »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

La feudataria di Monza, tuttavia, reagì duramente e ne chiese l'arresto:

« "Io che ero in collera con lui per l'homicidio sudetto e vedendolo così avanti agli occhi e parendomi che strapazzasse la giustizia ne feci avvisato al signor Carlo Pirovano, più volte, a finché lo mandasse a pigliare e metterlo pregione." »
(Dalla dichiarazione processuale rilasciata da suor Virginia)

tanto che l'Osio sarebbe restato latitante da Monza per circa un anno. Qualche tempo dopo il bel Gian Paolo, impetrato il perdono della Signora grazie alla mediazione dei fratellastri di lei suoi amici, iniziò a presentarsi assiduamente alla Messa e continuò le osservazioni dalla finestra, che continuavano a procurar turbamento all'autorevole suora, ma ne scalfivano le resistenze. Secondo la testimonianza di suor Ottavia, avendo visto dalla finestra della sua camera l'Osio passeggiare nel giardino, ella avrebbe detto: "si potria mai vedere la più bella cosa..?"[23]

In un giorno imprecisato della primavera del 1598 l'Osio e suor Virginia iniziarono a scambiarsi delle lettere; questo carteggio avveniva grazie alle sue due più care collaboratrici e confidenti, suor Ottavia e suor Benedetta Homati. Queste manovre inconcludenti durarono alcuni mesi fino a quando i due s'incontrarono fuori dal parlatorio, ma nulla avvenne in quanto era presente suor Ottavia. La coppia s'incontrò una seconda volta, sempre con la presenza delle amiche fidate, e nel parlatorio l'Osio, secondo la successiva confessione di lei, abusò sessualmente della monaca.[24]

« Stando a ragionare tutti noi fra l'una porta e l'altra, ragionammo di varie cose e finalmente stando io allentata sopra il basello di detta porta esso Osio mi violentò gettandomi a terra... Subito io presi a riavermi e levata su corsi via e lo piantai lì. Né Suor Ottavia né Suor Benedetta non mi diedero nessun aiuto, non so perché... »
(La Monaca di Monza, p. 69)

I due ripresero a frequentarsi solo dopo che l'Osio le inviò numerose lettere che attestavano il suo pentimento. Suor Ottavia, nella sua deposizione del 4 dicembre 1607, rivelò che i due amanti spesso s'incontravano nel convento e esattamente nella camera della Signora; sempre secondo lei la coppia aveva rapporti sessuali anche in sua presenza e di suor Benedetta, in quanto le tre monache avevano la camera in comune. La tresca intanto continuò assumendo carattere quasi consuetudinario con scambi di regali reciproci fra i due amanti.[25]

Il borgo e la contea di Monza nel Seicento: il penultimo campanile, a destra, é quello del monastero di Santa Margherita

Una notte dei primi mesi del 1602 la Signora diede alla luce, assistita dalle sue confidenti, "un putto morto"; questo fatto venne confermato dalla testimonianza di suor Ottavia, la quale affermò inoltre che il cadaverino venne portato via dall'Osio. Secondo il Ripamonti due altre monache favorivano l'intrigo, coinvolte, forse non ignara la Signora, in una relazione a tre: esse infatti «soggiacquero con l'Osio». Ciò che fece durare la loro relazione a lungo fu il forte potere persuasivo della Monaca e dei molti privilegi dei quali abusava e il fascino esercitato dall'Osio anche sulle monache.[26]

La situazione sarebbe cambiata per l'intervento di una conversa. Suor Caterina era una donna di povere origini, diventata monaca solamente per motivi economici; ella scoprì la storia fra i quattro e non mancò di mostrare il suo disappunto. Ormai era diventata un elemento scomodo in quanto continuava a ricattarli; così una sera Gian Paolo Osio la uccise con tre colpi sulla testa, usando un piede di legno, e poi, con l'aiuto di suor Virginia (di solito poco collaborativa), suor Benedetta e suor Ottavia, la nascose nel pollaio del monastero e fece un buco nella muraglia per dare ad intendere che fosse scappata e successivamente ne rimosse il corpo.[27]

La relazione tra Gian Paolo Osio, suor Virginia, suor Benedetta e suor Ottavia durò dieci anni e durante questo periodo furono commessi vari omicidi nei confronti di coloro che nutrivano sospetti sulla loro relazione o che ne scoprirono realmente l'autenticità, ragion per cui la contessa e suor Benedetta vennero murate vive in separate celle. Suor Virginia morì nel 1650, consumata dall'artrite reumatoide: l'Osio venne condannato dal Senato alla confisca dei beni e alla pena di morte in contumacia e sarebbe stato in seguito assassinato da una famiglia presso la quale si era rifugiato, lasciando la madre a mendicare l'interesse e le sovvenzioni del governo per sé e la nipotina.[28]

La monaca di Monza nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

I promessi sposi[modifica | modifica wikitesto]

La monaca di Monza in un'illustrazione di fantasia di Francesco Gonin ne I promessi sposi (edizione del 1840)

Ne "I promessi sposi" Alessandro Manzoni riprese la figura della "monaca di Monza", tuttavia cambiò i nomi ai personaggi (suor Virginia è chiamata nel romanzo Gertrude, il suo amante è chiamato Egidio), oltre a variare alcuni particolari - la monacazione era una suggestione imposta direttamente dal padre; presenti e complici sia la madre che il fratello maggiore, furono modificate altre circostanze -, ne trasportò la vicenda in avanti nel tempo di alcuni anni (l'azione del romanzo si svolgeva tra il 1628 e il 1630, oltre vent'anni dopo i fatti reali). La storia aveva uno spazio maggiore ne Gli sposi promessi.[29]

Era la figlia del secolo (il Seicento), che obbediva in tutto e per tutto ai precetti della religione adottata e alle cieche leggi dell'orgoglio del casato. Il principe-padre le aveva detto: "Il sangue si porta per tutto dove si va"; "comanderai a bacchetta"; "farai alto e basso" (capitolo IX). Manzoni scriveva ancora nel IX capitolo: "Ma la religione, come l'avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come l'altre". Era condotta fatalmente a sentire e accettare la logica dei suoi torturatori; antagonista del padre, cresceva formata della stessa sostanza spirituale di lui. Non sognava l'amore, ma, come scrisse il critico Eugenio Donadoni, l'amore-pompa, l'amore-vassallaggio. In convento si sentiva la figlia del principe; educanda, godeva di distinzioni e privilegi; monaca, era "la signora".[30]

Educata alla religione dell'orgoglio di casta e di famiglia, Gertrude era una creatura debole: "per decidere della sua sorte non occorre il suo consenso, ma solo la sua presenza" (cap. IX). La giovane non agisce, ma gli altri per lei. Indice di fiacchezza morale erano sia il suo orgoglio, frutto dell'educazione familiare, sia il suo ritiro interiore dove le era piacevole ritirarsi dalle lotte che non sapeva affrontare per vivere le sue illusioni ed idolatrare le sue passioni. Tornare alla vita era per lei rientrare in balìa degli altri. Non aveva neppure la forza della malvagità, non aveva coscienza del delitto, ma mancanza di coscienza. Non aveva l'energia necessaria per operare la propria salvazione. Manzoni provava pietà per lei (chiamandola "Gertrudina", "poveretta", "innocentina") ma come giudice era inesorabile: La sventurata rispose (cap. X).[31]

Nella concisione di questa celebre frase si coglie la gravità del gesto, tanto per la trasgressione di Gertrude ai voti monacali, quanto per le conseguenze drammatiche che ne deriveranno. Ella è "sventurata" poiché non ha saputo cogliere le occasioni di ravvedimento e di espiazione. Nella vicenda di Gertrude diventa essenziale il rapporto con il principe-padre (padre della Monaca di Monza) che con la sua autorità e volontà impone una monacazione forzata. Gertrude vive con soggezione e paura questo rapporto, incapace di reagire e subendone l'egoistica violenza, al punto di trovare un attimo di pace solo quando vede nel padre la soddisfazione per la sua scelta monacale: allora, finalmente, fu, per un istante, tutta contenta (cap. X).

L'atteggiamento di timore e di sudditanza psicologica di Gertrude viene espressa soprattutto attraverso lo sguardo, per la sua incapacità a parlare (per esempio, nel capitolo X: senza alzare gli occhi in viso al padre, gli si buttò in ginocchioni davanti; alzò essa verso il padre uno sguardo tra atterrito e supplichevole; quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini invisibili). A causa della sua monacazione forzata e, di conseguenza, della fede che le è stata imposta, è portata a creare in sé stessa due personalità. Una che la porta a peccare, e l’altra che la fa sentire in colpa del peccato appena commesso. Possiamo riscontrare questa cosa anche nel fatto che una parte della sua personalità la spinge ad aiutare Lucia, un'altra a fare il contrario, in quanto provava invidia per Lucia, che si stava per sposare, mentre lei non avrebbe mai potuto.[32]

La monacazione forzata nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Il racconto manzoniano è la ripresa di un topos letterario della letteratura europea dal Seicento all'Ottocento. Alcuni esempi sono i seguenti:

  • le opere autobiografiche di suor Arcangela Tarabotti (1605-1652) il cui titolo è Inferno monacale e Tirannide paterna[33][34];
  • le famose Lettere di una monaca portoghese (1669) attribuite alla suora portoghese Mariana Alcoforado, molto popolari nella sua epoca e nel Settecento;
  • La monaca (La Religieuse, 1796), opera certamente nota al Manzoni, scritta dall'intellettuale francese Denis Diderot, uno dei massimi esponenti dell'Illuminismo.

Posteriori al romanzo manzoniano sono: Storia di una capinera (1871) di Giovanni Verga e, nel Novecento italiano, Lettere di una novizia di Guido Piovene e La suora giovane (1959) di Giovanni Arpino.

I luoghi della monaca di Monza[modifica | modifica wikitesto]

  • Ai de Leyva è dedicata una via centrale di Monza che congiunge via Enrico da Monza con via Lecco.
  • Via della Signora a Monza, il cui tracciato costeggia l'antico giardino del soppresso convento di S. Margherita, è la strada dedicata a Suor Maria Virginia de Leyva.
  • Molti, erroneamente, identificano lo storico collegio delle suore preziosine in via Lecco, sede di un Liceo Artistico rinomato, con il convento delle monache del romanzo manzoniano.
  • In via Marsala n. 44 a Monza si trova l'ex convento dei frati cappuccini, ora in fase di riconversione residenziale, citato nel romanzo I promessi sposi, dove Agnese e Lucia furono inviate dal padre Cristoforo dovendo fuggire da Lecco.
    La lapide murata in loco recita: «Questo luogo già convento dei Cappuccini fu immortalato dall'arte dei Promessi sposi. Rifugio di deboli difesa di oppressi esaltazione di umili su prepotenze e tempi vindice la benefica fede ai trionfi avvezza.»

Adattamenti cinematografici[modifica | modifica wikitesto]

Adattamenti teatrali[modifica | modifica wikitesto]

Adattamenti televisivi[modifica | modifica wikitesto]

Mostre[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mazzucchelli, p. 28
  2. ^ Locatelli-Milesi, p. 8
  3. ^ Guarneri, p. 56
  4. ^ Guarneri, p. 99
  5. ^ Mazzucchelli, pp. 28-29
  6. ^ Localelli-Milesi, pp. 8-9
  7. ^ Locatelli-Milesi, p. 23
  8. ^ Il titolo di principe spettava solo a suo fratello maggiore Antonio de Leyva in quanto primogenito, mentre tutti gli altri discendenti di Antonio de Leyva padre potevano fregiarsi del titolo di conte. Antonio de Leyva, l'eroe di Leyva sofferente di gotta, generò Luigi, figlio unico, che ebbe cinque maschi: Antonio, Martino (il padre di Marianna), Giovanni, Francesco, Filippo e una femmina, Marianna, andata sposa al marchese Massimiliano Soncino-Stampa. Quest'ultima, zia di Marianna de Leyva, avrà un ruolo determinante nella monacazione della giovane nipote orfana a cui era stata affidata dal padre sempre assente. Mazzucchelli, p. 16
  9. ^ Martino de Leyva era figlio secondogenito di Luis de Leyva, primo governatore spagnolo di Milano, figlio unico di Antonio de Leyva, divenuto conte di Monza e suo feudatario per meriti di guerra acquisiti nella battaglia di Pavia del 1525 dove era stato fatto prigioniero il re di Francia Francesco I. Luis de Leyva aveva sposato Marianna de la Cueva dei principi d'Ascoli. Fonte: Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, dall'Oglio editore 1962, pp. 17-22
  10. ^ I Marino erano banchieri liguri di lontane origini nobili trasferitisi a Milano nel 1520 dove Giovanni, fratello maggiore di Tommaso, accumulò una grande fortuna, che Tommaso, suo erede megalomane, dissipò facendo costruire tra l'altro l'omonimo palazzo Marino senza riuscire a portare a termine la sua costruzione, residenza in cui nacque e visse anche Marianna fino all'età di undici anni, prima di entrare nel convento di Santa Margherita a Monza. Fonte: Enrico Guarneri, Monaca per sempre, p. 47
  11. ^ Tra i beni ereditati da Tommaso Marino da suo fratello Giovanni e trasmessi per successione a Marianna de Leyva da sua madre Virginia Maria Marino, c'erano anche i fondi della cascina "Mirabello" e della cascina dei "Pomi" di Monza, su cui un secolo dopo i Durini, nuovi feudatari di Monza subentrati ai de Leyva nel 1648, faranno costruire Villa Mirabello, trasformata ancora un secolo più tardi dal cardinale Angelo Maria Durini nella sua amata villa di "delizie". Fonte: Enrico Guarneri, p. 49
  12. ^ Marazza, p. 34
  13. ^ Dal secondo matrimonio nel 1588 di Martino de Leyva con la nobildonna valenciana Ana Vich (o Vique), figlia di Jerónimo, barone di Llaurín e Matada (o Anna Viquez de Moncada, figlia di Gerolamo Viquez Mauriques, barone di Laurin), nasceranno Luigi, Antonio II (1590-1611), Gerolamo e Adriana. Fonti: sub voce Leyva, Virginia Maria de, a cura di M.C. Giannini, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani e Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza dall'Oglio editore 1962, p. 41
  14. ^ Locatelli-Milesi, p. 7
  15. ^ Guarneri, pp. 48-50
  16. ^ Marazza, p. 167
  17. ^ Guarneri, p. 73
  18. ^ Fonte: Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, p. 351.
  19. ^ Lo scandalo che nella persona di suor Virginia de Leyva vide coinvolta una delle più potenti famiglie spagnole dell'epoca ebbe un riflesso immediato a livello europeo, seppur volutamente oscurato per ovvi motivi, nella pubblicistica dell'epoca che per forza di cose era religiosa con fini moraleggianti e edificanti. Nel libro Scola della Patienza pubblicato dal gesuita Geremia Dressellio (1581-1638) in Roma nel 1643 per i tipi di Hermanno Scheus, ma che per sua stessa ammissione stava ancora scrivendo nel 1630, appena otto anni dopo la liberazione di suor Virginia de Leyva, viene narrato l'episodio di tale Pecchio Cisalpino che adombra l'ultima parte della vicenda di suor Virginia de Leyva, cioè la sua liberazione, il pentimento e la redenzione dopo l'espiazione. L'episodio di Pecchio Cisalpino era stato narrato da Simon Maiol in Dies caniculari e citato anche dal gesuita Jacob Balde (1604-1668) nel Solatium Podagricorum Monachii (1661), che però mette l'accento sulla vicenda di Antonio de Leyva sofferente di podagra. Vedi: Capitolo XLIX, pagine 99-100-101
  20. ^ Giuseppe Marimonti, Memorie storiche della città di Monza, 1841, p. 277
  21. ^ Farinelli-Paccagnini, p. 58
  22. ^ Farinelli-Paccagnini, p. 62
  23. ^ Farinelli-Paccagnini, p. 68
  24. ^ Farinelli-Paccagnini, p. 75
  25. ^ Farinelli-Paccagnini, p. 152
  26. ^ Locatelli-Milesi, p. 60
  27. ^ Marazza, p. 205
  28. ^ Guarneri, p. 75
  29. ^ Russo, p. 5
  30. ^ Luigi Russo, Ritratti e disegni storici, seconda serie, Bari, Laterza,1946, pp. 7-13.
  31. ^ Angelandrea Zottoli, Umili e potenti nella poetica del Manzoni, Roma, Tumminelli, 1942, pp. 63-71.
  32. ^ russo, p. 119
  33. ^ Alcune mie ricerche: Arcangela Tarabotti, monaca e scrittrice | fuorinorma
  34. ^ http://www.lib.uchicago.edu/efts/IWW/BIOS/A0048.html

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ettore Bonora, La monaca di Monza nella storia, in <Manzoni e la via italiana al realismo>, Liguori, Napoli 1989.
  • Giuseppe Farinelli-Ermanno Paccagnini (a cura di), Vita e processo di suor Virginia Maria de Leyva, Monaca di Monza, Garzanti, Milano 1989.
  • Roberto Gervaso, La monaca di Monza. Venere in convento, Bergamo, Bompiani, 1984, ISBN non esistente.
  • Enrico Guarneri, Monaca per sempre. Marianna de Leyva tra romanzo e documento, Sellerio, Palermo 2003.
  • Leyva, Virginia Maria de, in <Dizionario Biografico degli Italiani>, Treccani, Roma 2004.
  • Achille Locatelli-Milesi, La Signora di Monza nella realtà, Treves, Milano 1924.
  • Giuseppe Marimonti, Memorie storiche della città di Monza, tipografia Luca Corbetta, Monza 1842.
  • Marina Marazza, Il segreto dela Monaca di Monza, Fabbri Editori, Milano 2014.
  • Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, dall'Oglio editore, Milano 1962.
  • Luigi Russo, I promessi sposi. Commento critico, La Nuova Italia, Venezia 1967.

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Predecessore Contessa di Monza Successore Stemma-De-Leyva.jpg
Martino de Leyva 1600 - 1607
con i fratelli Luigi, Antonio, Gerolamo
Antonio II e Gerolamo de Leyva
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