Don Ferrante (personaggio)

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Don Ferrante
UniversoI promessi sposi
AutoreAlessandro Manzoni
1ª app. inFermo e Lucia
Ultima app. inI promessi sposi
Specieumano
SessoMaschio
Etniaitaliano

« [...] uomo di studio, non gli piaceva né di comandare né d’ubbidire »

Don Ferrante è il marito di donna Prassede nel romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e riveste un ruolo secondario nello svolgimento della vicenda.

Manzoni lo ritrae con i tipici caratteri dell'erudito secentesco, immerso nello studio morboso di qualsiasi disciplina, dalla storia alla scienza, alla medicina, alla filosofia. Tuttavia, vengono ironicamente sottolineati la sua profonda passione per studiosi oggi dimenticati e i pungenti giudizi verso quelli che oggi sono considerati i grandi capostipiti della filosofia; nella descrizione della sua grande biblioteca, appare più volte il nome del Cardano, e il nobiluomo considera Aristotele semplicemente "il filosofo" e il Machiavelli un "mariolo".

È l'eroe e il martire della dottrina inutile e della logica formale; è l'uomo della biblioteca vissuto nel secolo delle biblioteche e delle accademie; e ha la dottrina grossa dell'età sua. Non ragiona, ma ritiene a memoria, è un paralitico della volontà e dell'intelligenza. Comico per la serietà con cui parla di corbellerie, è però rispettabile ed onesto per la sua fede nel sapere. Lo studio è, per lui, il riempitivo dell'ozio, la necessità di fare o di apparire qualche cosa semplicemente.[1]

Le sue principali passioni sono comunque l'astrologia e la cavalleria; per ciò che riguarda la prima disciplina, possiede soltanto nozioni generiche ma ne sa parlare a proposito: infatti, pensa che tutti gli eventi sul mondo terreno siano causati dall'influenza degli astri e, quando si scatena il contagio della peste, non vi crede, formulando strane antitesi astrologiche e soprattutto filosofiche. Alla fine, però, morirà proprio per questa causa, maledicendo le stelle "come un eroe di Metastasio".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Eugenio Donadoni, Dizionario letterario Bompiani, VIII, pp. 253-254.
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