Mino Martinazzoli

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Mino Martinazzoli
Mino Martinazzoli.jpg

Ministro di Grazia e Giustizia
Durata mandato 4 agosto 1983 –
1º agosto 1986
Presidente Bettino Craxi
Predecessore Clelio Darida
Successore Virginio Rognoni

Ministro della Difesa
Durata mandato 22 luglio 1989 –
27 luglio 1990
Presidente Giulio Andreotti
Predecessore Valerio Zanone
Successore Virginio Rognoni

Ministro per le Riforme Istituzionali
Durata mandato 12 aprile 1991 –
28 giugno 1992
Predecessore Antonio Maccanico
Successore Leopoldo Elia (dal 28/04/1993)

Presidente della Provincia di Brescia
Durata mandato 10 maggio 1970 –
22 giugno 1972
Predecessore Gian Carlo Zerla
Successore Angelo Zanotti

Sindaco di Brescia
Durata mandato 14 aprile 1994 –
9 giugno 1998
Predecessore Paolo Corsini
Successore Paolo Corsini

Segretario Nazionale della
Democrazia Cristiana
Durata mandato ottobre 1992 –
29 gennaio 1994
Predecessore Arnaldo Forlani
Successore Gianni Fontana

Segretario Nazionale del
Partito Popolare Italiano
Durata mandato gennaio 1994 –
marzo 1994
Predecessore non istituito
Successore Rocco Buttiglione

Presidente dell'UDEUR Popolari
Durata mandato maggio 2004 –
giugno 2005
Predecessore Ida Maria Dentamaro
Successore Lorenzo Acquarone

Capogruppo del gruppo della Democrazia Cristiana alla Camera dei Deputati
Durata mandato 16 febbraio 1986 –
24 settembre 1989
Predecessore Virginio Rognoni
Successore Vincenzo Scotti

Dati generali
Partito politico DC (1972-1994)
PPI (1994-2002)
UDEUR Popolari (2004-2011)
sen. Mino Martinazzoli
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Orzinuovi
Data nascita 30 novembre 1931
Luogo morte Caionvico
Data morte 4 settembre 2011[1]
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione Avvocato
Partito Democrazia Cristiana (1972-1994)
Legislatura VI, VII, VIII e XI
Gruppo Democrazia Cristiana
Coalizione Compromesso storico (1972-1979), Pentapartito (1979-1992), Patto per l'Italia (1994-1995), L'Ulivo (1996-2006), L'Unione (2006-2008)
Circoscrizione Lombardia
Pagina istituzionale
on. Mino Martinazzoli
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Data morte 4 settembre 2011[1]
Partito Democrazia Cristiana (1972-1994)
Legislatura IX e X
Gruppo Democrazia Cristiana
Coalizione Pentapartito
Collegio Brescia
Incarichi parlamentari
  • Componente della Giunta per il Regolamento - IX e X Legislatura
  • Componente della III Commissione (Esteri) - IX e X Legislatura
  • Componente della IV Commissione (Giustizia) - IX e X Legislatura
Pagina istituzionale

Fermo Mino Martinazzòli (Orzinuovi, 30 novembre 1931Brescia, 4 settembre 2011[1]) è stato un politico italiano, più volte ministro della Repubblica nelle file della Democrazia Cristiana.

Fu senatore dal 1972 al 1983 e dal 1992 al 1994, e deputato dal 1983 al 1992.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Da Brescia a Roma nella DC[modifica | modifica wikitesto]

Martinazzoli, frequentato il liceo classico Arnaldo a Brescia, si laurea in giurisprudenza come alunno dell'Almo Collegio Borromeo di Pavia, ed esercita la professione di avvocato. Comincia poi la sua attività politica nel suo paese natale, Orzinuovi, nella bassa bresciana, come assessore alla Cultura. A partire dagli anni sessanta-settanta si afferma nelle file della Democrazia Cristiana di Brescia. Entra a far parte del consiglio provinciale e diviene presidente dell'amministrazione provinciale dal 1970 al 1972.

Nel 1972 è eletto senatore, e contemporaneamente è consigliere comunale e capogruppo dello Scudo Crociato al comune di Brescia. Dopo vari anni al senato il salto di qualità avviene nel 1983, quando diventa ministro della Giustizia, incarico che ricopre per 3 anni, fino al 1986. Dal 1986 al 1989 si conferma uno tra i più importanti dirigenti democristiani, essendo eletto presidente dei deputati DC. Nel 1989-90 torna a fare il ministro, questa volta alla Difesa (sua la storica decisione di equiparare in termini di durata il servizio militare a quello civile). Si dimette però (insieme ad altri ministri della sinistra democristiana: Sergio Mattarella, Riccardo Misasi, Calogero Mannino, Carlo Fracanzani) in seguito all'approvazione della legge Mammì, che regolamentava il sistema televisivo italiano e che riteneva inadeguata.

Nel 1991-92 è invece ministro delle Riforme Istituzionali e degli Affari Regionali nel settimo governo Andreotti.

1992: segretario della DC in crisi[modifica | modifica wikitesto]

Il 12 ottobre 1992, con la Democrazia Cristiana travolta da Tangentopoli, è eletto per acclamazione dal Consiglio Nazionale segretario del partito, col compito non facile di salvare la DC e farla uscire dalla crisi. Martinazzoli è scelto col consenso di tutti, per la sua reputazione di uomo onesto e anche perché settentrionale, proveniente da una terra (il Bresciano) in cui avanza minacciosamente il fenomeno delle "leghe" e la protesta contro i partiti e la politica.

Con inevitabili difficoltà, deve fare i conti col terremoto politico degli anni 1992-94: la crisi profonda del pentapartito, i problemi gravi del risanamento finanziario del paese, l'avanzata delle leghe, l'approvazione per referendum del nuovo sistema elettorale maggioritario, l'avanzata delle sinistre alle elezioni amministrative del 1993 (con la conquista di città come Roma, Napoli, Trieste, Venezia, Genova), e soprattutto l'ingresso in politica di Silvio Berlusconi e lo "sdoganamento" della destra missina.

Lo scioglimento della DC e il nuovo PPI[modifica | modifica wikitesto]

Alle prese con un partito in crisi e sempre più diviso sulle scelte da compiere, Martinazzoli sceglie la via dello scioglimento della Democrazia Cristiana (in realtà senza mai nessuna delibera del Consiglio Nazionale del partito), considerando esaurita, nella nuova stagione politica, la forza trainante del partito di Alcide De Gasperi. Nel 1993 assume quindi i pieni poteri, lanciando la proposta di costituire, sulle ceneri della DC e in continuità ideale con essa, ma in discontinuità di classe dirigente, il nuovo Partito Popolare Italiano, che riprenderà il nome del partito che fu fondato da don Luigi Sturzo.

Nel nuovo sistema maggioritario Martinazzoli colloca il PPI in una posizione di centro, alternativo sia alla sinistra dei progressisti sia alla destra missina e alla Lega. Dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi, nel gennaio del 1994, Martinazzoli manifesta distanza e freddezza nei confronti del Cavaliere, rifiutandosi d'allearsi con lui. Questa linea di centro, equidistante dai progressisti e dall'alleanza di centrodestra che si andava profilando tra Berlusconi, Fini, Casini e Bossi, lo porta a scontrarsi, nel partito, coi fautori di un'alleanza a sinistra o a destra.

A quegli anni risale anche lo storico processo per mafia intentato dalla Procura della Repubblica di Palermo nei confronti del leader-emblema della DC Giulio Andreotti, che si sarebbe concluso solo nel 2004 con la piena, totale e incondizionata assoluzione di Andreotti da ogni accusa. Martinazzoli fu chiamato come testimone in quel processo (come pure altri esponenti politici illustri, quali Cossiga, Mancini e Mancino). Dopo l'assoluzione dell'ex Presidente del Consiglio, Martinazzoli rimproverò severamente coloro che avevano accusato Andreotti e con lui tutta la DC e forse il sistema politico italiano, pronunciando parole che ricordavano nei toni il famoso "non ci processerete!" di Aldo Moro ai tempi dello scandalo Lockheed. Martinazzoli elogiò Andreotti indicandolo quale esempio di comportamento e invitando chi l'aveva imputato a chiedergli scusa.[2]

Le elezioni del 1994[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni politiche del 1994 Martinazzoli s'impegna nella costruzione di un polo autonomo di centro con le culture riformiste, liberali e repubblicane. Trova un alleato in Mario Segni, col quale fonda la coalizione del Patto per l'Italia, che si presenta in tutti i collegi di Camera e Senato contro i candidati della sinistra (i progressisti) e della destra (il Polo delle libertà o Polo del Buon Governo). Aderiscono all'alleanza di centro anche i repubblicani di Giorgio La Malfa, i liberali di Valerio Zanone e un gruppo di ex socialisti e socialdemocratici guidati da Giuliano Amato. Martinazzoli non si candida alle elezioni e chiede a molti notabili democristiani di fare lo stesso, per favorire il rinnovamento della cultura democratico-cristiana nel nuovo Partito Popolare.

I risultati delle elezioni sono tuttavia deludenti: il Patto per l'Italia ottiene pochissimi collegi maggioritari (solo 4 alla Camera: 3 nell'Avellinese con Gianfranco Rotondi, Antonio Valiante e Mario Pepe e uno in Sardegna con Giampiero Scanu), e le liste del PPI nella parte proporzionale raccolgono un modesto 11%, un terzo dei voti della vecchia DC. I seggi ottenuti non consentono nemmeno di essere ago della bilancia in Parlamento, dove si afferma l'alleanza di centrodestra guidata da Berlusconi. Dopo le elezioni Martinazzoli si dimette da segretario e annuncia l'intenzione di abbandonare la politica attiva.

A distanza di anni lo stesso Martinazzoli, in un'intervista a Sette, rivista del Corriere della Sera, giudicava in questo modo la sua azione politica nella fase controversa in cui aveva guidato la DC allo scioglimento e alla fondazione del nuovo PPI:

« Non fummo tempestivi nel considerare che la fine del comunismo in Europa chiudeva, in Italia, una fase storica, quella della DC condannata a governare. Molti, apprendendo che non si trattava di una condanna all’ergastolo, diventarono malinconici e pretesero di replicare, artificialmente, un passato che non c’era più. Per me, io pensavo che se ci avessero assistito generosità e coraggio, avremmo potuto essere, nella nuova stagione politica, di più noi stessi, meno il nostro potere e di più il nostro progetto. Anche la scelta di evocare la sigla del Partito popolare di Sturzo, all’inizio del ‘94, si ispirava a quel proposito. Ma era ormai troppo tardi. Non fummo capaci, in un contesto sempre più reattivo, di convincere gli italiani che le nostre ragioni erano di più dei nostri torti. »

Il ritorno col centrosinistra[modifica | modifica wikitesto]

Nell'autunno successivo (del 1994), tuttavia, pressato dalle richieste di molti e preoccupato della nuova alleanza di centrodestra al potere, accetta di candidarsi a sindaco di Brescia in una coalizione di centrosinistra (col sostegno del PPI e del PDS), prefigurando quell'alleanza che, col nome di Ulivo, qualche mese dopo Romano Prodi estenderà a tutta l'Italia. Vince al ballottaggio la sfida contro Vito Gnutti. Guida il comune cidneo per l'intera consiliatura, fino al novembre del 1998, quando decide di non ripresentare la propria candidatura. Nello scontro che vede nel 1995 il PPI diviso tra un'ala favorevole alla coalizione di centrosinistra (guidata da Gerardo Bianco) e un'ala favorevole all'alleanza con Berlusconi (guidata da Rocco Buttiglione), Martinazzoli si schiera con Bianco.

Nel 2000 accetta di candidarsi alla presidenza della regione Lombardia in una sfida difficile contro il presidente uscente Roberto Formigoni, sostenuto anche dalla Lega. Il risultato è deludente: sostenuto da tutto il centrosinistra (inclusa Rifondazione Comunista, ma non i Comunisti Italiani), ottiene solo il 32% dei consensi. S'impegna comunque come consigliere regionale fino alla scadenza naturale del mandato (2005) nel gruppo "Centro-sinistra, PPI, la Margherita".

Per la difesa della cultura del popolarismo[modifica | modifica wikitesto]

In occasione delle elezioni politiche del 2001 dà il suo sostegno alle liste della Margherita, ma nel 2002 non condivide lo scioglimento del Partito Popolare Italiano e la sua confluenza nella lista rutelliana. Nel 2004 si schiera a fianco di Clemente Mastella, e è nominato presidente dell'"UDEUR Popolari", sempre con l'obiettivo di mantener viva una presenza autonoma del cristianesimo sociale e democratico nella politica italiana. Successivamente si dimette dall'incarico, preferendo una posizione più lontana dai riflettori.

Nel 2006 s'impegna attivamente nel comitato per il NO nel referendum costituzionale del 25 e 26 giugno, manifestando forti critiche verso la riforma costituzionale approvata dal centrodestra. Nel 2009, in occasione del referendum sulla legge elettorale, si schiera per l'astensione, insieme ad altri esponenti del centrosinistra bresciano[3].

Cariche ricoperte[modifica | modifica wikitesto]

  • Assessore alla Cultura del comune di Orzinuovi
  • Presidente dell'amministrazione provinciale di Brescia (1970-72)
  • Consigliere comunale e capogruppo della DC al comune di Brescia (1975-80)
  • Presidente della Commissione inquirente per i procedimenti d'accusa (1976-79)
  • Ministro della Giustizia (1983-86)
  • Ministro della Difesa (1989-90)
  • Ministro delle Riforme istituzionali e degli Affari regionali (1991-92)
  • Presidente dei deputati democristiani (1986-89)
  • Segretario della Democrazia Cristiana (1992-94)
  • Fondatore e primo segretario del Partito Popolare Italiano (1994)
  • Sindaco di Brescia (1994-98)
  • Consigliere della Regione Lombardia (2000-2005)
  • Componente della commissione consiliare Affari istituzionali e della Commissione speciale per lo statuto
  • Presidente dell'UDEUR Popolari (2004-2005)

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cancelliere e Tesoriere dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cancelliere e Tesoriere dell'Ordine militare d'Italia
— Dal 22 luglio 1989 al 27 luglio 1990

Intitolazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Brescia ha deliberato il 6 novembre 2012 di intitolare l'Aula Magna della sua sede di Palazzo Calini ai Fiumi (Via delle Battaglie, 58) a Mino Martinazzoli.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c È morto Mino Martinazzoli ASCA, 4 settembre 2011
  2. ^ Martinazzoli: chi ha processato Andreotti e la DC chieda scusa
  3. ^ Referendum, tanti big nel comitato del non voto, Brescia Oggi

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mino Martinazzoli - Annachiara Valle, Uno strano democristiano, Rizzoli, Milano 2009, 180 pp.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 79428070 · LCCN: n87806290 · GND: 119504278