Legge Mammì

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Legge Mammì
Titolo esteso legge 6 agosto 1990, n. 223
Tipo Legge
Stato Italia
Legislatura X
Proponente Oscar Mammì
Schieramento Partito Repubblicano Italiano
Date fondamentali
Promulgazione 6 agosto 1990
A firma di Oscar Mammì
Testo
Link al testo sviluppoeconomico.gov.it

La legge Mammì (legge 6 agosto 1990, n. 223) è una norma legge della Repubblica Italiana così detta dal nome del primo firmatario, l'allora Ministro delle poste e delle telecomunicazioni del Partito Repubblicano Italiano Oscar Mammì.

Fu la seconda legge organica di sistema che l'ordinamento italiano ha avuto in materia radiotelevisiva dopo la legge 14 aprile 1975, n. 103.[senza fonte]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La norma venne emanata successivamente alla precedente legge 4 febbraio 1985 n. 10 dopo la pronuncia di incostituzionalità da parte della Corte costituzionale della Repubblica Italiana in quanto permetteva alle emittenti locali, attraverso il meccanismo delle syndication, di trasmettere a livello nazionale.

Essa venne emanata in attuazione alla direttiva comunitaria n. 552 del 1989 C.E.E. dal titolo Televisione senza frontiere, la quale si preoccupa di dare una legislazione basilare a tutti i Paesi membri dell'Unione europea.

Contenuto e struttura[modifica | modifica wikitesto]

La norma è divisa in cinque titoli e quarantuno articoli.

Fondamentale è il titolo I, che fissa due princìpii di carattere generale ma che richiamano valori costituzionali.

  • Nell'articolo 1 si stabilisce che la diffusione di programmi radiofonici o televisivi, realizzata con qualsiasi mezzo tecnico, ha carattere di preminente interesse generale.
  • Nell'articolo 2 si fa esplicito riferimento al pluralismo dell'informazione, il quale è considerato il principio più importante nei mezzi di comunicazione di massa.
    • Pluralismo interno: l'espressione apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali, culturali e religiose è un richiamo a una sentenza n. 826 del 1988 della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana in cui si definisce il pluralismo come la concreta possibilità di scelta tra programmi che garantiscano l'espressione di tendenze aventi caratteri eterogenei (pluralismo dell'informazione)
    • Pluralismo esterno: corrisponde alla possibilità d'ingresso nel mercato di diversi players (dall'inglese: giocatori, intesi come partecipanti). Per la legge esso si realizza con il concorso di soggetti pubblici e privati (pluralismo degli operatori o emittenti). Il pluralismo esterno ha i suoi fondamenti costituzionali negli articoli 21 e 41 della Costituzione, ossia nella libertà di manifestazione del pensiero e nella libertà di iniziativa economica. La Corte Costituzionale, sempre nella sentenza n. 826/88, fornisce questa definizione: possibilità di ingresso, nell'ambito dell'emittenza pubblica e di quella privata, di quante più voci consentano i mezzi tecnici, con la concreta possibilità nell'emittenza privata che i soggetti portatori di opinioni diverse possano esprimersi senza il pericolo di essere emarginati a causa dei processi di concentrazione delle risorse tecniche ed economiche nelle mani di uno o pochi.

Il disegno di legge n. 4710 della X legislatura[1] è approvato alla Camera dei deputati il 1º agosto 1990.

La legge consente ad ogni canale televisivo privato di avere un proprio direttore di rete ed un telegiornale con relativo direttore responsabile. Inoltre vieta le pubblicità durante i cartoni animati e fissa i limiti massimi di interruzioni pubblicitarie durante i film.

Le reazioni[modifica | modifica wikitesto]

La legge segue un periodo nel quale si è costruito una sorta di monopolio della televisione privata, da parte della Fininvest, al di fuori della legge, dunque contro il divieto di interconnessione, che ha portato poi ad interventi dell'esecutivo, concretizzatisi nei cosiddetti decreti Berlusconi e finalizzati a contrastare potenziali interventi della magistratura che potessero impedire la diffusione su scala nazionale di programmi televisivi di emittenti private.

La legge è ritenuta da alcuni oppositori[chi?] devastante per l'ordinamento legale e civile dello Stato[senza fonte].

I cultori del diritto comunitario[chi?] rilevano una differenza consistente tra il testo della legge ed i princìpii della direttiva comunitaria Televisione senza frontiere da recepire. I commentatori attribuiscono questa discordanza all'eccessiva attenzione posta dal legislatore nazionale nel privilegiare la posizione dominante della Fininvest piuttosto che alle effettive esigenze del mondo della comunicazione televisiva[senza fonte].

Fu soprannominata sarcasticamente dai giornalisti del tempo legge fotografia e legge Polaroid in quanto si limitava a legittimare la situazione anomala preesistente, da stato di fatto a stato di diritto, ufficializzando il duopolio televisivo de facto Rai-Fininvest[2].

A seguito della fiducia posta dal VI Governo Andreotti sulle forti pressioni del PSI, il 27 luglio 1990 cinque ministri della sinistra DC si dimisero dall'incarico (Mino Martinazzoli, Sergio Mattarella, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani). La legge verrà comunque approvata con la fiducia e a voto segreto in data 1º agosto 1990.

Successivamente si avverte la necessità d'istituire un'autorità Antitrust per ridimensionare eventuali posizioni dominanti nell'ambito dei mezzi di comunicazione di massa. La Corte Costituzionale, attraverso la sentenza n. 420 del 1994[3], ha deciso di dichiarare illegittimo il comma 4 dell'articolo 15 della legge, nella parte relativa alla radiodiffusione televisiva, ove si stabilisce che le concessioni a un singolo soggetto non possono superare il venticinque per cento del numero di reti nazionali previste dal piano di assegnazione e comunque il numero di tre. L'incostituzionalità rilevata dalla Consulta risiede nel fatto che un singolo soggetto, possedendo contemporaneamente tre reti televisive, commette una grave violazione del principio pluralistico citato nell'articolo 21 della Costituzione, espresso già precedentemente dalla legge n. 416 del 1981, per il settore della stampa, che proibisce tuttora, a chiunque, di possedere più del 20% delle testate esistenti. La Corte ha constatato l'insensatezza di una maggior generosità nei confronti delle reti televisive. Il comma 4 dell'articolo 15 (e successivamente l'intero articolo) è stato comunque abrogato dalla legge n. 112 del 3 maggio 2004 (Norme di principio in materia di assetto del sistema radiotelevisivo e della RAI-Radiotelevisione italiana S.p.a., nonché delega al Governo per l'emanazione del testo unico della radiotelevisione) nota come Legge Gasparri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Camera dei deputati, X Legislatura. Disegno di legge n. 4710 (PDF), legislature.camera.it.
  2. ^ Cosa era la legge contestata da Sergio Mattarella, la Mammì, giornalettismo.com.
  3. ^ Corte Costituzionale, Sentenza n. 420 del 5–7 dicembre 1994, normattiva.it.

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