Riformismo

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In scienze politiche il riformismo è un metodo di azione politica che, contrapponendosi tanto alla rivoluzione quanto al conservatorismo, opera per nelle Istituzioni democratiche al fine di modificare gradualmente le strutture economico-sociali.

Dagli anni cinquanta del XX secolo, si definiscono riformisti i partiti socialdemocratici o socialisti che ripudiando il marxismo si propongono di correggere (con vari strumenti come le proposte di legge in parlamento e i referendum) i difetti dell'economia capitalista[1].

Storia del termine[modifica | modifica wikitesto]

Il termine riformismo nasce all'interno del movimento socialista, per distinguere coloro i quali sostenevano come strumento per la costruzione del socialismo le riforme anziché la rivoluzione (precedentemente queste posizioni erano rappresentate dal socialismo utopico e dal socialismo scientifico) propugnata dai massimalisti e poi dai comunisti. Per decenni poi il termine è stato sinonimo di socialdemocrazia o socialismo democratico, anche se solo nel corso della metà degli anni '80, si può dire che i riformisti abbiano prevalso sui rivoluzionari, nella lunga battaglia all'interno della sinistra europea. La sinistra riformista storicamente opera per la difesa dello stato sociale e per l'ampliamento dei diritto sociali.

Negli anni '90 la spinta di leader riformisti come Tony Blair e Gerhard Schröder ha dato inizio alla stagione della "terza via".

Il riformismo socialista in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia italiana della fine del XIX secolo il riformismo ha influenzato l'evoluzione del movimento socialista, di cui ha rappresentato la corrente più moderata, e i cui sostenitori ritenevano possibile una collaborazione fra i ceti proletari e la borghesia nell'ambito delle istituzioni parlamentari, allo scopo di favorire un progressivo miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, in particolare degli operai salariati. Leonida Bissolati ed Ivanoe Bonomi vennero espulsi dal Partito Socialista per l'appoggio dato al governo Giolitti in occasione della guerra italo-turca, fondando il piccolo Partito Socialista Riformista e ricoprendo in seguito cariche ministeriali nei governi liberali, cosa che invece Turati rifiutò sempre di fare.

Fra gli esponenti più significativi del riformismo italiano del novecento possono ricordarsi Filippo Turati, Claudio Treves, Giacomo Matteotti, Gaetano Salvemini, Carlo Rosselli, Giuseppe Saragat, Bettino Craxi, Claudio Martelli, Gianni De Michelis.

Dopo la seconda guerra mondiale, il Partito Socialista Italiano scelse la linea dell'unità d'azione con il Partito Comunista Italiano, provocando la fuoriuscita dell'ala riformista guidata da Giuseppe Saragat. Questi darà vita al Partito Socialista Democratico Italiano, risultando determinante per la sconfitta del Fronte Democratico Popolare e per la formazione dei governi centristi di Alcide De Gasperi. Nella seconda metà degli anni '50, dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria e la fine dell'alleanza con il PCI, lo stesso PSI progressivamente si aprì alla linea riformista della socialdemocrazia europea, dando vita ai governi di centro-sinistra insieme alla DC di Aldo Moro e Amintore Fanfani, al PSDI e al PRI. Il centro-sinistra guidò una stagione riformatrice molto profonda in molti settori economico-sociali.

Anche nel PCI, soprattutto a partire dagli anni '70, maturò una prospettiva gradualista che si esprimeva soprattutto nella corrente migliorista di Giorgio Napolitano[2].

Sotto la guida di Bettino Craxi il PSI completò la propria maturazione in senso riformista, riscoprendo la tradizione non marxista della tradizione socialista italiana e aderendo all'idea del socialismo liberale. Negli anni '80 per la prima volta un socialista assunse l'incarico di Presidente del Consiglio in Italia: fu la stagione dei governi riformisti guidati da Bettino Craxi, sostenuti in Parlamento da una coalizione di pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI).

Nel 1993-94, la crisi del sistema politico comportò la scomparsa dei partiti della prima repubblica. Scomparvero così anche il PSI e il PSDI, in riferimento ai quali soprattutto i Socialisti Democratici Italiani (poi Psi) e il Nuovo PSI raccolsero l'eredità identitaria, mentre il PCI cambiò nome in PDS e poi in DS. La gran parte dell'elettorato e dei quali dirigenti del disciolto Partito socialista si ritrovò comunque fin dal 1994 in Forza Italia (tra i maggiori esponenti Giulio Tremonti, Franco Frattini, Fabrizio Cicchitto, Renato Brunetta, Chiara Moroni e Stefania Craxi).

Oggi la tradizione riformista italiana, a lungo rappresentata dal PSDI e dal PSI, si esprime principalmente in Forza Italia e nel Partito Democratico.

Tipologie di riforme[modifica | modifica wikitesto]

Coerentemente alla definizione sopraesposta, all'interno di linee guida politiche di un governo, le riforme possono riguardare uno o più apparati statali:

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Da parte della critica marxista ortodossa, il riformismo può anche assumere la connotazione di una linea politica che si limita all'attuazione spicciola e di contenute riforme e miglioramenti settoriali nell'ambito del sistema capitalistico, senza prevederne la trasformazione in senso socialista.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ riformismo da Enciclopedie on line Treccani
  2. ^ Sull'eurocomunismo propugnato da Berlinguer, v. le posizioni espresse da Luigi Covatta e Felice Carlo Besostri in Rudi Steinke, Walter Süss, Ulf Wolter, Michel Vale, His Refrain Is Heard around the World: An Initial Assessment of the Bahro Congress, International Journal of Politics, Vol. 10, No. 2/3, Rudolf Bahro: Critical Responses (Summer - Fall, 1980), pp. 221-222.

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