Giurisprudenza

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La giurisprudenza è la scienza che studia il diritto, inteso come l'insieme delle istituzioni e delle regole che danno ordine alla società.[1]

In senso più ristretto il termine si riferisce ai criteri interpretativi seguiti dai giudici nell'applicazione delle norme, in riferimento a casi pratici dell'agire sociale. Alla giurisprudenza si affianca normalmente la dottrina, intesa quale attività di studio ed elaborazione intellettuale del diritto ad opera soprattutto di studiosi quali professori universitari, ricercatori e intellettuali.

Il termine è oggi usato in entrambe le accezioni sopra riportate.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La Iuris prudentia (dal latino: iuris: diritto; prudentes: tecnici = i tecnici del diritto) era per i romani la scienza del diritto, in origine monopolio del collegio sacerdotale dei pontefici, cui competeva la determinazione delle norme di diritto (ius): la loro opera, che si pronunciava su casi concreti, formalmente appariva ricognitiva dello ius, ma in realtà creava ius, procedendo alla sua determinazione non solo sulla base degli usi tradizionali (mores maiorum), ma anche di valutazioni in via equitativa, che portavano ad adeguare la norma di volta in volta alle esigenze. Si assisteva così a una interpretazione continuamente evolutiva per opera della giurisprudenza pontificale, che si arricchì poi man mano di nuovi istituti, mantenendosi nel solco degli istituti tradizionali. Il monopolio pontificale della giurisprudenza dura sino al III secolo a.C., lasciando luogo ad analoga attività di interpretazione da parte della giurisprudenza laica, aperta a chiunque abbia acquisito prestigio per la propria personale competenza nella materia. Si noti che, non esistendo fonti scritte di diritto, l'attività del collegio sacerdotale dava adito a gravi e probabilmente fondati dubbi di arbitrarietà, in special modo quando una vertenza vedeva contrapposti un patrizio (nobile) e un plebeo. Per tale ragione, quasi sicuramente, si è giunti alla stesura delle "Leggi delle XII tavole" e al successivo sviluppo del diritto romano classico fino alla codificazione ad opera dell'Imperatore Giustiniano mediante il Corpus iuris civilis.

La tradizione del diritto romano è dunque alla base del moderno sistema legale di civil law vigente in Europa e oggi in via di introduzione anche in Cina. L'evoluzione giuridica del vecchio continente affonda così le sue radici proprio nel contesto culturale italiano, donde la qualificazione dell'Italia come “patria del diritto”. I glossatori, quali Pepone, Irnerio e Graziano, furono i primi eruditi a lavorare sugli antichi Codici del diritto romano, guidandone la transizione durante tutto il medioevo. A Cino da Pistoia, Bartolo da Sassoferrato e Baldo degli Ubaldi si deve poi la formazione della nuova scuola di interpretazione delle fonti romane, detta dei commentatori: questi superarono il metodo della glossa per rendere lo stile più libero di confrontarsi con i testi giuridici giustinianei, non fermandosi al significato letterale delle parole ma interpretandone il senso in modo più estensivo, soprattutto al fine di adattare lo spirito delle regole romanistiche alle nuove esistenze di regolazione economica e sociale del tempo.[2]

La grande codificazione successiva al Codice giustinianeo, che supera totalmente il sistema legale medievale, fu il Codice civile napoleonico, diffuso anche in Italia in seguito alle conquiste militari di Napoleone Bonaparte. In epoca successiva, quando ormai l'unità d'Italia era compiuta, la regolazione dei rapporti privati dei cittadini nella loro vita quotidiana, del commercio, del processo civile, del processo penale, fu prevista nel ‘Codice Civile’ e nel ‘Codice di commercio’ (le cui materie vennero poi unificate nel nuovo Codice civile del 1942), nel ‘Codice di procedura civile’ e nel ‘Codice di procedura penale’ e nel ‘Codice penale’ (prima il Codice sardo del 1859, poi quello varato dal Ministro Zanardelli nel 1889 e poi quello riformato dal Ministro Rocco nel 1930).[3]

Le codificazioni dell'Italia unita certamente ereditarono gran parte del modello codicistico napoleonico, la scienza giuridica italiana riuscì tuttavia a imprimere soluzioni di schietta autonomia in zone di grande rilievo economico-sociale: ad esempio venne introdotta la disciplina delle persone giuridiche (i corpi morali di cui all'art. 2 del Codice civile), cancellate totalmente dal diritto di matrice francese ma preziosa eredità dell'opera dei commentatori medievali italiani.[4]

La tradizione giuridica italiana, erede del diritto romano, rappresenta oggi secondo molti studiosi la più antica e prestigiosa d'Europa, forte di scuole importanti collocate all'interno di Università come quelle di Napoli, Bologna, Bari, Roma. Essa manterrà il proprio primato anche nell'età dell'Illuminismo grazie a giuristi e intellettuali del calibro di Cesare Beccaria e Gaetano Filangieri nonché nei secoli successivi dell'era moderna e contemporanea: basti a tal proposito citare i nomi di Pasquale Stanislao Mancini, Gian Domenico Romagnosi, Alfredo Rocco, Giuliano Vassalli, Massimo Severo Giannini, Sabino Cassese, Paolo Grossi, Giuliano Amato, Pietro Rescigno, Cesare Massimo Bianca.

Sul piano del contributo politico al rafforzamento dell'Italia, il ruolo dei giuristi italiani "appare il nerbo e la dimensione caratteristici del nuovo Stato, con i giuristi né impassibili né estranei, ma anzi coinvolti nella comune edificazione e impegnatissimi in una adeguata cementazione della costruenda struttura"[5]. I giuristi infatti, da una parte forniscono i quadri direttivi della macchina amministrativa pubblica sia a livello centrale (Ministeri) che periferico; dall'altro pongono le basi metodologiche e intellettuali per migliorare la qualità dell'azione pubblica, mediante l'approfondimento e lo studio delle scienze amministrative e del diritto pubblico (ad opera soprattutto di giuristi del calibro di Santi Romano, Guido Zanobini, Massimo Severo Giannini e Sabino Cassese). Questo apporto sarà fondamentale nell'ottica di mettere a punto anche nuovi strumenti per costruire una più unitaria Amministrazione pubblica, per strutturare giuridicamente l'intervento dello Stato nell'economia in un'ottica di sostegno allo sviluppo economico e successivamente per progettare e implementare riforme in campo sociale quali la sanità pubblica, l'istruzione, la previdenza sociale, il sistema fiscale e in generale il sistema di welfare nelle sue varie articolazioni.

Le facoltà di Giurisprudenza[modifica | modifica wikitesto]

In Italia le facoltà universitarie deputate allo studio della scienza del diritto, delle istituzioni e delle regole dell'organizzazione sociale[6] sono ufficialmente denominate "Facoltà di Giurisprudenza" così come la laurea magistrale che esse rilasciano. Al di fuori dell'Italia si preferisce invece utilizzare la denominazione di facoltà o scuole "di Legge" (Law nei paesi anglosassoni) o "di Diritto", in entrambi i casi nel senso di diritto oggettivo.

Il corso di laurea in Italia è oggi strutturato come un ciclo unico quinquennale, indispensabile ai fini dell'accesso alle professioni legali tradizionali (avvocato, magistrato, notaio) e naturale percorso ai fini dell'accesso alle carriere direttive nelle Istituzioni pubbliche e in molti ruoli del settore economico privato.

Storicamente le facoltà di giurisprudenza, depositarie della secolare tradizione giuridica italiana in particolare nel campo civile, penale e amministrativo, rappresentano il serbatoio in cui si formavano le classi dirigenti dell'Italia, già selezionate attraverso il Liceo. Fino al 1969 infatti, costituiva la sola facoltà universitaria a cui era consentito l'accesso soltanto a coloro i quali avessero conseguito la maturità classica. Con gli studi nelle facoltà di Giurisprudenza si sono così formati non solo giuristi, gran parte degli uomini politici e la quasi totalità della dirigenza pubblica del Paese ma anche molti tra i più prestigiosi economisti italiani quali Luigi Einaudi, Paolo Sylos Labini, Carlo Azeglio Ciampi, Paolo Leòn, Romano Prodi, Domenico Siniscalco e Guido Carli, manager aziendali e imprenditori quali Alberto Pirelli, Gianni Agnelli, Antonio D'Amato, Diego Della Valle, Luca Cordero di Montezemolo e Silvio Berlusconi, banchieri come Enrico Cuccia, Giovanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti. Il più noto Ministro dell'Economia e delle Finanze dell'Italia della II Repubblica, insieme al già citato Carlo Azeglio Ciampi, è altresì stato Giulio Tremonti, avvocato tributarista e professore universitario di diritto finanziario e tributario.

Il piano di studi è ancora oggi normalmente fondato su un corpo omogeneo di materie giuridiche afferenti ai macrosettori del diritto pubblico e costituzionale, privato, commerciale, amministrativo, tributario, penale, internazionale e comunitario, a cui si aggiungono le materie processualistiche e ulteriori discipline di perfezionamento nonché gli insegnamenti dei principali settori economici quali economia politica, politica economica e scienza delle finanze al fine di fornire:

  • un'approfondita cultura giuridica di base avente ad oggetto il sistema giuridico nazionale e comunitario, comprensivo della sua evoluzione storico-politica;
  • gli strumenti necessari a comprendere i fenomeni economici nonché a interpretare il rapporto dell'economia rispetto alla società e ai suoi agenti;
  • la capacità di elaborare testi giuridici (normativi, negoziali e processuali) nonché di interpretare, qualificare giuridicamente, comprendere, rappresentare e valutare le molteplici condotte umane all'interno della società.

Il percorso formativo di coloro i quali intendono intraprendere le professioni giuridiche tradizionali, prosegue oggi secondo la legge per ulteriori due anni oltre il conseguimento della laurea magistrale quinquennale, mediante l'ammissione alle Scuole di Specializzazione (a numero chiuso e a cui si accede mediante concorso pubblico bandito dal Ministero della Giustizia d'intesa con il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca) e con un obbligatorio tirocinio professionale post laurea.

La giurisprudenza e il rapporto con la normazione[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "giurisprudenza" in senso più strettamente letterale indica il complesso delle decisioni giudiziarie che si sono avute in merito all'applicazione di una norma giuridica, mediante la sua interpretazione e la formulazione di un principio del diritto. Ancora oggi in alcuni sistemi giuridici (quelli di common law) i precedenti desumibili dalle decisioni giudiziarie sono vere e proprie fonti del diritto. Nel diritto italiano e in generale nei sistemi di civil law la sentenza del giudice produce invece effetti solo nei confronti delle parti, non cristallizzandosi nell'ordinamento come un vero e proprio precedente formalmente vincolante erga omnes.

Va comunque ricordato che, all'atto pratico, anche nei sistemi di civil law le sentenze delle corti supreme non hanno solo un valore morale, fondato sulla sapienza dei giudicanti, ma anche grande importanza pratica come argomento psicologico: si conosce infatti la tendenza naturale degli uomini di uniformarsi a decisioni precedenti o superiori, corrispondente in parte alla funzione nomofilattica della corte suprema (in Italia la Corte Suprema di Cassazione soprattutto quando si pronuncia a sezioni unite). Si deve inoltre riconoscere all'elaborazione giurisprudenziale il merito di aver favorito, in alcune fasi della storia giuridica dell'Italia, una certa evoluzione del diritto, mediante l'interpretazione del dato normativo in senso più coerente con i tempi.

La conoscenza degli orientamenti giursprudenziali, oltre che delle norme di legge, costituisce oggi per gli avvocati uno strumento indispensabile ai fini dell'esercizio della professione sia in termini di assistenza legale in giudizio sia di consulenza stragiudiziale. Discorso analogo vale per la professione di notaio e per gli stessi magistrati (in riferimento ai quali l'esistenza di precedenti, pur non formalmente vincolanti, costituisce comunque un parametro di riferimento ulteriore rispetto al mero dato normativo).

Secondo alcuni studiosi, tra i quali vasti citare Giuseppe De Rita, la funzione giurisprudenziale sarebbe divenuta nel mondo contemporaneo talmente importante da prendere "il sopravvento su quella legislativa", evidenziando "l'affievolimento delle funzioni politiche (legislativa e di governo) rispetto alla crescita della funzione giurisdizionale; e, all'interno di quest'ultima, la silenziosa prevalenza dei più alti riferimenti giurisprudenziali".[7] Ciò si spiega con la crescente richiesta di equità[8] che già da anni, negli ordinamenti di common law, aveva portato alle class action ed alle "public law litigations", con cui i cittadini agiscono in giudizio con ogni forma di contestazione delle politiche pubbliche assunte dai poteri rappresentativi.[9]

I giudici civili e amministrativi aditi, ispirati dal primato dell'interpretazione equitativa, reagiscono alle istanze delle masse[10] costruendo "sentenza dopo sentenza un corpo di norme coerenti con le attese di equità dei singoli e delle comunità in cui vivono" ed in questo modo supplendo alle carenze ed alle incertezze della classe politica. Applicando al giudice penale il nuovo ruolo assunto dalla giurisprudenza nelle società contemporanee, Mauro Calise sostiene che "complici il declino dei partiti e la crescente frammentazione del Parlamento, la magistratura si ritrova ad assolvere a un ruolo di supplenza politica. (...) nella grande maggioranza dei casi, giudici e magistrati farebbero molto volentieri a meno dei riflettori che sempre più implacabili si accendono sulle loro indagini. Ma, al tempo stesso, senza l'ipocrisia di non sapere che in alcuni casi isolati ma molto rilevanti la visibilità ha coinciso con le sorti di importanti carriere politiche". Ne deriva "l'intreccio tra magistratura e media (...) questa spirale perversa quasi mai nasce da una intenzione soggettiva, e tanto meno cospirativa. Ma riflette la diabolica sinergia tra la logica del diritto penale e quella che regola la notiziabilità mediatica".[11]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Enciclopedia Treccani
  2. ^ G. Savino Pene Vidari, Storia del diritto
  3. ^ Giuliano Vassalli, Codice Penale, Enciclopedia del diritto
  4. ^ Paolo Grossi, Il diritto nella storia dell'Italia unita
  5. ^ Paolo Grossi, Il diritto nella storia dell'Italia unita
  6. ^ Maurizio Lupi, Manuale giuridico di scienza delle finanze
  7. ^ Giuseppe De Rita, Giustizia larga; equità e diritti le sentenze al posto delle leggi, Corriere della Sera, 1 agosto 2015
  8. ^ "Se la equità è ormai un comandamento sociale primario, nessuno sa però come affermarlo in concreto: non lo sa la politica, sempre intessuta di complessità e di mediazioni; non lo sanno i legislatori, sempre troppo sicuri che basti promulgare tante norme per stabilire cosa è bene e cosa è male; non lo sanno gli amministratori pubblici, prigionieri da sempre della fredda neutralità dell'atto amministrativo" (Giuseppe De Rita, Giustizia larga; equità e diritti le sentenze al posto delle leggi, Corriere della Sera, 1 agosto 2015)
  9. ^ Marion Dumas, Taking the Law to Court: Citizen Suits and the Legislative Process, American Journal of Political Science, 11 aprile 2017 (DOI: 10.1111/ajps.12302).
  10. ^ "Di questo slittamento del potere verso chi fa o usa la giurisprudenza si è accorta per prima la cosiddetta galassia radicale che da tempo preferisce combattere le proprie battaglie non su nuove leggi e tanti referendum, ma su puntuali sollecitazioni alle diverse sedi di elaborazione giurisprudenziale, dalla Corte europea dei diritti umani alle Corti Supreme di alcuni Stati americani. Ma neppure i radicali avrebbero potuto prevedere che la loro intelligente strategia di minoranza sarebbe rapidamente diventata un comportamento di massa, mettendo in marcia una strisciante propensione a far valere le proprie ragioni richiamando sentenze o interpretazioni legislative precedenti"(Giuseppe De Rita, Giustizia larga; equità e diritti le sentenze al posto delle leggi, Corriere della Sera, 1 agosto 2015)
  11. ^ Mauro Calise, Le carriere sotto la ghigliottina del «fattore M», Il Mattino, 12 APRILE 2017, pag. 47, secondo cui "per la salute della democrazia, possiamo solo augurarci che l'etica professionale assista in misura sempre più stringente magistrati e giornalisti, e li renda sempre più consapevoli del fatto che sono ormai volenti o nolenti non più semplici operatori della giustizia o dell'informazione ma protagonisti eccellenti della nostra vita politica".

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