Aldo Moro

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Aldo Moro
Moro.jpg

Presidente del Consiglio dei ministri
della Repubblica Italiana
Durata mandato 4 dicembre 1963 –
24 giugno 1968
Capo di Stato Antonio Segni
Giuseppe Saragat
Vice presidente Pietro Nenni
Predecessore Giovanni Leone
Successore Giovanni Leone

Durata mandato 23 novembre 1974 –
29 luglio 1976
Capo di Stato Giovanni Leone
Vice presidente Ugo La Malfa
Predecessore Mariano Rumor
Successore Giulio Andreotti

Ministro degli affari esteri
Durata mandato 5 agosto 1969 –
29 luglio 1972
Presidente Mariano Rumor
Emilio Colombo
Giulio Andreotti
Predecessore Pietro Nenni
Successore Giuseppe Medici

Durata mandato 7 luglio 1973 –
23 novembre 1974
Presidente Mariano Rumor
Predecessore Giuseppe Medici
Successore Mariano Rumor

Ministro della pubblica istruzione
Durata mandato 19 maggio 1957 –
15 febbraio 1959
Presidente Adone Zoli
Amintore Fanfani
Predecessore Paolo Rossi
Successore Giuseppe Medici

Ministro della giustizia
Durata mandato 6 luglio 1955 –
19 maggio 1957
Presidente Antonio Segni
Predecessore Michele De Pietro
Successore Guido Gonella

Presidente del Consiglio Nazionale della
Democrazia Cristiana
Durata mandato 1976 –
1978
Predecessore Amintore Fanfani
Successore Flaminio Piccoli

Segretario Nazionale della
Democrazia Cristiana
Durata mandato marzo 1959 –
gennaio 1964
Predecessore Amintore Fanfani
Successore Mariano Rumor

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature AC, I, II, III, IV, V, VI, VII
Gruppo
parlamentare
Democratico Cristiano
Circoscrizione Bari
Incarichi parlamentari
  • Segretario della Commissione Speciale per l'esame del disegno di legge sulle nuove formule di giuramento dal 10 dicembre 1946 al 31 gennaio 1948
  • Commissione per la Costituzione dal 19 luglio 1946 al 31 gennaio 1948
  • 1a Sottocommissione dal 19 luglio 1946 al 31 gennaio 1948
  • Comitato di Redazione dal 19 luglio 1946 al 31 gennaio 1948
  • Commissione Parlamentare per la vigilanza sulle radiodiffusioni dal 7 luglio 1947 al 31 gennaio 1948
  • Componente della Giunta per il Regolamento dall'8 maggio 1948 al 27 maggio 1948, dal 6 agosto 1951 al 24 giugno 1953 e dal 26 giugno 1953 al 6 luglio 1955
  • Componente della 2a Commissione (Affari Esterni) dall'11 giugno 1948 al 24 giugno 1953 e dal 1º luglio 1953 al 6 luglio 1955
  • Componente della 6a Commissione (Istruzione e Belle Arti) dal 29 gennaio 1950 al 24 giugno 1953 e dal 1º luglio 1953 al 6 luglio 1955
  • Componente della Commissione Speciale per l'esame dei provvedimenti relativi alla Corte Costituzionale (n. 469 e 1292) dal 25 settembre 1952 al 18 dicembre 1952
  • Componente della Giunta per i trattati di commercio e la legislazione doganale dal 27 luglio 1951 al 1º luglio 1952
  • Componente della 1a Commissione (Affari Costituzionali) dal 1º luglio 1959 al 30 giugno 1962
  • Componente della 4a Commissione (Giustizia) dal 12 giugno 1958 al 30 giugno 1959, dal 1º luglio 1962 al 15 maggio 1963 e dal 1º luglio 1963 al 4 dicembre 1963
  • Componente della 8a Commissione (Istruzione e Belle Arti) dal 10 luglio 1968 al 24 maggio 1972
  • Componente della 3a Commissione (Affari Esteri) dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976 e dal 5 luglio 1976 al 9 maggio 1978
  • Presidente della 3a Commissione (Affari Esteri) dall'11 luglio 1972 al 7 luglio 1973
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione docente universitario
Firma Firma di Aldo Moro

Aldo Romeo Luigi Moro (Maglie, 23 settembre 1916Roma, 9 maggio 1978) è stato un politico, accademico e giurista italiano, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, segretario politico e presidente del consiglio nazionale della Democrazia Cristiana.

Tra i fondatori della Democrazia cristiana e suo rappresentante alla Costituente, ne divenne segretario (1959). Fu più volte ministro; come presidente del Consiglio guidò diversi governi di centro-sinistra (1963-68), promuovendo nel periodo 1974-76 la cosiddetta strategia dell'attenzione verso il Partito Comunista Italiano[1]. Fu rapito il 16 marzo 1978 e ucciso il 9 maggio successivo dalle Brigate Rosse[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Ambiente familiare e formazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Maglie, in provincia di Lecce. Suo padre Renato era un ispettore scolastico, originario di Galatina, la madre Fida Stinchi un'insegnante elementare di Cosenza. Conseguì la Maturità Classica al Liceo "Archita" di Taranto.

Si iscrisse presso l'Università di Bari alla Facoltà di Giurisprudenza, dove conseguì la laurea, sotto la guida del prof. Biagio Petrocelli, con una tesi su "La capacità giuridica penale". In seguito, nel 1939, pubblicò la tesi e ottenne la docenza in filosofia del diritto e di politica coloniale alla stessa università nel 1941. L'anno successivo svilupperà la sua seconda opera La subiettivazione della norma penale e otterrà così la cattedra di professore di diritto penale. Durante gli anni universitari partecipò ai Littoriali della cultura e dell'arte.

Nel 1935 entrò a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana di Bari, segnalandosi ben presto anche a livello nazionale. Nel luglio 1939 venne scelto, su consiglio di monsignor Giovanni Battista Montini, di cui, proprio in quegli anni, divenne amico, come presidente dell'Associazione, in questo periodo prende i voti nella Fraternità Laica di San Domenico.[2]

Mantenne l'incarico sino al 1942, quando fu chiamato alle armi, prima come ufficiale di fanteria, poi come commissario nell'aeronautica. Gli successe Giulio Andreotti, sino ad allora direttore della rivista Azione Fucina[3]. Dopo qualche anno di carriera accademica, fondò nel 1943 a Bari, con alcuni amici, il periodico La Rassegna che uscì fino al 1945. Nel luglio dello stesso anno prese parte ai lavori che portarono alla redazione del Codice di Camaldoli.

Nel 1945 sposò Eleonora Chiavarelli (19152010), con la quale ebbe quattro figli: Maria Fida (1946), Anna (1949), Agnese (1952) e Giovanni (1958). Nei primi anni cinquanta fu nominato professore ordinario di diritto penale presso l'Università di Bari. Nel 1963 ottenne il trasferimento all'Università di Roma, in qualità di titolare della cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze politiche.

Primi passi in politica con Dossetti[modifica | modifica wikitesto]

Aldo Moro il giorno in cui fu eletto segretario della Democrazia Cristiana (17 marzo 1959).

Tra il 1943 e il 1945 Aldo Moro cominciò a interessarsi di politica: in un primo tempo mostrò particolare attenzione alla componente socialdemocratica del partito socialista[senza fonte]; successivamente però il suo forte credo cattolico lo spinse verso il costituendo movimento democristiano. Nella DC mostrò subito la sua tendenza democratico-sociale, aderendo alla componente dossettiana, considerata comunemente la "sinistra DC". Nel 1945 divenne direttore della rivista Studium e fu eletto presidente del Movimento ecclesiale di impegno culturale, indicato con l'acronimo MEIC ed erede del "Movimento laureati di azione cattolica", che era stato fondato nel 1932 da Igino Righetti.

Nel 1946 divenne vicepresidente della Democrazia Cristiana e fu eletto all'Assemblea Costituente, dove entrò a far parte della commissione che si occupò di redigere la Carta costituzionale[4]. Eletto deputato al parlamento nelle elezioni del 1948, fu nominato sottosegretario agli esteri nel gabinetto De Gasperi (23 maggio 1948 - 27 gennaio 1950). Dopo il ritiro di Dossetti dalla scena politica (1952), Moro, insieme a Segni, Colombo, Rumor e altri, costituì la corrente democristiana Iniziativa democratica, sotto la leadership di Fanfani.

Nel 1953 fu rieletto alla Camera, ove ricoprì la carica di presidente del gruppo parlamentare democristiano. Nel 1955 fu ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni I e l'anno dopo risultò tra i primi eletti nel consiglio nazionale del partito, durante il VI congresso nazionale della DC. Ministro della Pubblica Istruzione nei due anni successivi (governi Zoli e Fanfani), introdusse lo studio dell'educazione civica nelle scuole.[5][6][7]

La fase "dorotea"[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 marzo 1959, in conseguenza delle dimissioni di Fanfani da Presidente del Consiglio e segretario del partito, fu convocato a Roma un consiglio nazionale della DC. Tuttavia, alcuni giorni prima, gli esponenti di Iniziativa Democratica si riunirono nel convento delle suore di Santa Dorotea e in quella sede, la maggioranza della corrente (Rumor, Taviani, Colombo e, sia pure in una posizione più autonoma, Aldo Moro) scelse di accantonare linea politica fanfaniana di apertura a sinistra costituendo la corrente dei "dorotei". Al Consiglio Nazionale, su indicazione dei dorotei, Aldo Moro fu nominato segretario.[8] Guidò il VII congresso nazionale, svoltosi a Firenze dal 23 al 28 ottobre 1959, che lo rielesse per pochi voti, respingendo nuovamente la piattaforma politica "fanfaniana" che affermava la necessità di una collaborazione con il PSI. Fu l'ultima volta che i due "cavalli di razza" della DC (Moro e Fanfani) si trovarono su posizioni opposte.

Moro e il centrosinistra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la parentesi del governo Tambroni (1960), appoggiato dai voti determinanti del MSI, la convergente iniziativa di Moro alla segreteria e di Fanfani nuovamente al governo, guidò il successivo Congresso nazionale, svoltosi a Napoli nel 1962 ad approvare con ampia maggioranza una linea di collaborazione della DC con il Partito Socialista Italiano. L'esperienza delle maggioranze di centrosinistra prese forma con il quarto governo Fanfani (1962) di coalizione DC-PSDI-PRI e con l'appoggio esterno del PSI.

Moro presenta alla Camera il primo governo di centro-sinistra (1963)

Il 28 aprile 1963 si votò per le elezioni politiche. Nel dicembre 1963 (IV legislatura, 1963 - 1968) Moro, a 47 anni, divenne presidente del Consiglio, formando per la prima volta, dal 1947, un governo con la presenza di esponenti socialisti. La coalizione resse fino alle elezioni del 1968 ma trovò, inizialmente, la contrarietà del Presidente della Repubblica Antonio Segni (1962-1964). Quando il primo governo Moro fu battuto sulla discussione del bilancio del Ministero della pubblica istruzione (25 giugno 1964), il Presidente del Consiglio rassegnò le dimissioni. Segni, durante le consultazioni per il conferimento del nuovo incarico, esercitò pressioni sul leader socialista Pietro Nenni per indurre il PSI a uscire dalla maggioranza governativa[9].

Il 16 luglio, Segni inviò il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo a una riunione dei rappresentanti della DC, per recapitare un suo messaggio che, secondo alcuni storici, si ritiene che si riferisse alla disponibilità del presidente, qualora le trattative per la formazione di un nuovo governo di centrosinistra fossero fallite, a conferire un successivo incarico al Presidente del Senato Cesare Merzagora, per la formazione di un "governo del presidente"[10][11]. Moro, invece, riuscì a ricomporre una maggioranza di centrosinistra e, il 17 luglio, si recò al Quirinale, con l'accettazione dell'incarico e la lista dei ministri del suo secondo governo[10]. Durante le trattative, Nenni aveva accettato il ridimensionamento dei suoi programmi riformatori.

Il 7 agosto 1964, durante un concitato colloquio con Moro e l'esponente socialdemocratico Giuseppe Saragat, Segni fu colpito da trombosi cerebrale. Nessuno dei presenti ha mai fatto dichiarazioni sul contenuto del colloquio. Ne seguì l'accertamento della condizione d'impedimento temporaneo, avvenuto con atto congiuntamente firmato dai Presidenti delle due Camere e dal Presidente del Consiglio. Nel dicembre 1964, nella carica di Presidente della Repubblica, a Segni successe Giuseppe Saragat e non vi furono altri ostacoli al prosieguo della formula di centrosinistra.

Il governo Moro III (23 febbraio 1966 - 5 giugno 1968) batté il record di durata (833 giorni) e rimase uno dei più longevi della Repubblica. Dopo le elezioni venne costituito un governo balneare in attesa del congresso DC, previsto per l'autunno. Al congresso, Moro uscì dalla corrente dei "dorotei" e passò all'opposizione interna al partito.

Moro ministro degli affari esteri[modifica | modifica wikitesto]

Nei governi della seconda fase del centrosinistra (1968-1972), Moro mantenne a lungo l'incarico di ministro degli affari esteri (nel secondo e nel terzo governo Rumor, nel governo Colombo e nel primo governo Andreotti), durante il quale proseguì la politica filo-araba del suo predecessore Fanfani. In tale veste, riuscì a strappare a Yasser Arafat l'impegno a non porre in atto condotte di terrorismo in territorio italiano, con un impegno che fu battezzato patto Moro o lodo Moro[12][13][14].

Aldo Moro con Francesco Cossiga

L'esistenza di tale patto e la sua validità per oltre un decennio, fu confermata da Bassam Abu Sharif, leader "storico" del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Intervistato dal giornalista del Corriere della Sera Davide Frattini su quanto dichiarato dal senatore Francesco Cossiga in merito all'esistenza di un lodo Moro con l'Italia, ovvero di «un'intesa con il Fronte Popolare» per cui appartenenti a quest'ultimo potevano «trasportare armi e esplosivi, garantendo in cambio immunità dagli attacchi», Abu Sharif dichiarava: «Ho seguito personalmente le trattative per l'accordo. Aldo Moro era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare all'Italia qualche mal di testa. Non l'ho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut). Incontri a Roma e in Libano. L'intesa venne definita e da allora l'abbiamo sempre rispettata. [...] Ci veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza coinvolgere italiani. Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi. Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano», specificando che ad essere informati fossero i servizi segreti italiani[15].

Lo stesso senatore Francesco Cossiga, in una lettera al direttore del Corriere della Sera ha dichiarato: «Ho sempre saputo non da carte o informazioni ufficiali - che mi sono state sempre tenute segrete - dell'esistenza di un "patto di non belligeranza" segreto tra lo Stato italiano e le organizzazioni della resistenza palestinese, comprese quelle terroristiche quali la Fplp, che si è fatta viva nuovamente in questi giorni. Questo patto fu ideato e concluso da Aldo Moro [...]. Le clausole di questo patto prevedevano che le organizzazioni palestinesi potessero avere basi anche di armamento nel Paese, che avessero libertà di entrata e uscita e di circolazione senza essere assoggettati ai normali controlli di polizia perché "gestiti" dai servizi segreti [...]»[16].

Declino della formula di centrosinistra[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni per la presidenza della Repubblica del dicembre 1971, dopo il ritiro della candidatura Fanfani, Moro fu proposto all'assemblea degli elettori DC come candidato simbolo della continuità della politica governativa dell'ultimo decennio, in contrapposizione al conservatore-moderato Giovanni Leone, che prevalse di stretta misura[17].

La sconfitta della candidatura Moro alla presidenza della Repubblica preluse la formazione di una maggioranza alternativa a quella di centro-sinistra che sorreggeva il governo di Emilio Colombo e il temporaneo ritorno al centrismo (Governo Andreotti II). Moro uscì dalla compagine governativa, per rientrarvi, nuovamente agli esteri, nel quarto e quinto governo Rumor (1973-1974), ancora di centrosinistra.

Dopo la caduta del V governo Rumor[18], Moro riprese la guida di palazzo Chigi, riuscendo a formare due governi a maggioranza di centrosinistra ma senza la partecipazione di tutti i partiti della coalizione. Il quarto governo Moro, con La Malfa vicepresidente, avviò un primo dialogo col PCI di Enrico Berlinguer nella visione di una necessaria nuova fase finalizzata al compimento del percorso avviato con la costruzione del sistema democratico italiano. Nel 1975 il suo governo concluse il Trattato di Osimo, con cui si sanciva l'appartenenza della Zona B del Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia.

Nel 1976 il segretario socialista Francesco De Martino ritirò l'appoggio esterno del PSI al quinto governo Moro determinandone la caduta. Alle successive elezioni politiche anticipate, la Democrazia Cristiana mantenne la maggioranza relativa, in Parlamento, nonostante una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer. Andreotti riuscì a comporre il cosiddetto "governo della non sfiducia" e Moro fu eletto presidente del Consiglio Nazionale della DC. Nel gennaio 1978, ricevette nel suo studio di via Savoia a Roma Piersanti Mattarella, Michele Reina e Rino Nicolosi per parlare della costituenda Giunta regionale della Sicilia.[19]

Moro contro i processi di piazza[modifica | modifica wikitesto]

Il 7 marzo 1977 cominciò in Parlamento il dibattito sullo scandalo Lockheed. Il deputato radicale Marco Pannella, tra i primi a parlare, sostenne la tesi che il responsabile delle tangenti non fosse il governo, ma il Presidente della Repubblica in persona, Giovanni Leone. Ugo La Malfa (Partito repubblicano) si schierò dalla sua parte chiedendo le dimissioni del Presidente. Moro intervenne il 9 marzo e difese il suo partito dall'accusa di aver posto in essere un «regime»; difese inoltre i ministri Luigi Gui (DC) e Mario Tanassi (PSDI), che erano al centro dell'inchiesta. Poi replicò all'intervento di Domenico Pinto, deputato di Democrazia Proletaria, che aveva detto che la corruzione della DC era provata dallo scandalo Lockheed; per questo i democristiani sarebbero stati processati nelle piazze: «Nel Paese vi sono molte opposizioni (...); e quell'opposizione, colleghi della Democrazia Cristiana, sarà molto più intransigente, sarà molto più radicale quando i processi non si faranno più in un'aula come questa, ma si faranno nelle piazze, e nelle piazze vi saranno le condanne»[20].

Moro replicò: «Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare»[21].

In seguito la frase si prestò a diverse interpretazioni politiche. La sua difesa di Rumor nella discussione parlamentare sullo scandalo Lockheed fu da taluni spiegata con un suo personale coinvolgimento nel sistema di tangenti versate dall'impresa aerospaziale americana Lockheed in cambio dell'acquisto di aerei da trasporto militari C-130. Secondo alcuni giornali dell'epoca Moro era il fantomatico Antelope Cobbler, destinatario delle bustarelle. L'accusa, che avrebbe avuto lo scopo di fare fuori politicamente Moro e far naufragare i suoi progetti politici, venne ridimensionata con l'archiviazione della posizione di Moro, il 3 marzo 1978, tredici giorni prima dell'agguato in via Fani[22].

La vicenda giudiziaria si concluse nel 1979 con l'assoluzione di Gui e la condanna di Tanassi.

Verso la solidarietà nazionale[modifica | modifica wikitesto]

« Per quanto si sia turbati, bisogna guardare al nucleo essenziale di verità, al modo di essere della nostra società, che preannuncia soprattutto una nuova persona più ricca di vita e più consapevole dei propri diritti. Governare significa fare tante singole cose importanti ed attese, ma nel profondo vuol dire promuovere una nuova condizione umana. »

(Aldo Moro, Relazione al XII Congresso della Democrazia Cristiana, Roma, 9 giugno 1973[23])
Aldo Moro con Giulio Andreotti

La sopravvivenza del sistema politico aveva bisogno sia di regole precise, sia di scendere continuamente a compromessi alla ricerca di una forma di tolleranza civile. Sandro Fontana così riepiloga i dilemmi di Moro: «Come conciliare l'estrema mobilità delle trasformazioni sociali con la continuità delle strutture rappresentative? Come integrare nello Stato masse sempre più estese di cittadini senza cedere a seduzioni autoritarie? Come crescere senza morire?»[24]

Nell'opinione di Moro la soluzione a tali quesiti non poteva non essere raggiunta che con un compromesso politico, ampliando l'esperienza dell“'apertura a sinistra” della DC nei confronti del PSI di Pietro Nenni, avvenuta all'inizio degli anni sessanta[25]. Ma la situazione era diversa: fin dal 1956 (rivoluzione ungherese) il PSI si era dichiaratamente staccato dal PCI intraprendendo una strada autonoma. Negli anni settanta e soprattutto dopo le elezioni del 1976, Moro concepì l'esigenza di dar vita a governi di "solidarietà nazionale", con una base parlamentare più ampia comprendente anche il PCI. Ciò rese Moro oggetto di aspre contestazioni: i critici lo accusarono di volersi rendere artefice di un secondo “compromesso storico”, più clamoroso di quello con Nenni, in quanto prevedeva una collaborazione di governo con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer, che ancora faceva parte della sfera d'influenza sovietica, cosa confutata da recenti studi di filosofia politica, in particolare quelli di Danilo Campanella, esperto di filosofia politica morotea[26], secondo cui la strategia di Moro era quella di un "logoramento" del partito comunista per arrivare all'unità nazionale[27].

Berlinguer anticipò le eventuali preclusioni ai suoi danni prendendo pubblicamente le distanze da Mosca e rivendicando la capacità del PCI di muoversi autonomamente sullo scacchiere politico italiano[28]. Aldo Moro fu uno dei leader politici che maggiormente prestarono attenzione alle affermazioni di Berlinguer, che con lo «strappo da Mosca» si sarebbe reso accettabile a una parte degli elettori della Democrazia Cristiana. Il segretario nazionale del Partito Comunista Italiano aveva proposto un accordo di solidarietà politica fra i comunisti e cattolici, in un momento di profonda crisi sociale e politica in Italia: la conseguenza fu un intenso confronto parlamentare tra i due schieramenti, che fece parlare di "centralità del Parlamento"[29].

All'inizio del 1978 Moro, allora presidente della Democrazia Cristiana, fu l'esponente politico più importante che ritenne possibile un governo di "solidarietà nazionale", che includesse anche il PCI nella maggioranza, sia pure senza una presenza di ministri comunisti nel governo, in una prima fase. Tale soluzione presentava rischi sul piano della politica internazionale, in quanto non trovava il consenso delle grandi superpotenze mondiali[30]:

  • Disaccordo degli Stati Uniti: l'ingresso al governo di persone che avevano stretti contatti con il partito comunista sovietico avrebbe consentito loro di venire a conoscenza, in piena guerra fredda, di piani militari e di postazioni strategiche supersegrete della Nato. Inoltre, una partecipazione comunista in un paese d'influenza americana sarebbe stata una sconfitta culturale degli Usa nei confronti del resto del mondo, e soprattutto dell'Unione Sovietica[31];
  • Disaccordo dell'Unione Sovietica:[32] la partecipazione al governo del PCI sarebbe stata interpretabile come una forma di emancipazione del partito dal controllo sovietico e di avvicinamento autonomo agli Stati Uniti[33].

Il sequestro[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Agguato di via Fani, Cronaca del sequestro Moro e Caso Moro.
La celebre foto del presidente Moro sequestrato dalle Brigate Rosse

Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro, dalla sua abitazione nel quartiere Trionfale zona Monte Mario di Roma alla Camera dei deputati, fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse all'incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Gli uomini delle Brigate Rosse uccisero, in pochi secondi, i cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Morte e sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani

Dopo una prigionia di 55 giorni nel covo di via Camillo Montalcini[34], le Brigate Rosse decisero di concludere il sequestro uccidendo Moro: lo fecero salire dentro il portabagagli di un'automobile Renault 4 rossa – rubata il 2 marzo 1978 a un imprenditore (Filippo Bartoli) nel quartiere Prati, due settimane prima dell'eccidio di via Fani[35] – e gli dissero di coricarsi e coprirsi con una coperta dicendo che avevano intenzione di trasportarlo in un altro luogo. Dopo che Moro fu coperto, gli spararono dieci cartucce uccidendolo. Il corpo di Aldo Moro fu ritrovato nella stessa auto il 9 maggio a Roma in via Caetani, emblematicamente vicina sia a piazza del Gesù (dov'era la sede nazionale della Democrazia Cristiana), sia a via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano)[36]. Fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana dove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni.

Papa Paolo VI il successivo 13 maggio officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e suo alleato, a cui parteciparono le personalità politiche italiane e che venne trasmessa in televisione. Questa cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di stato e scegliendo di svolgere le esequie dello statista in forma privata presso la chiesa di San Tommaso di Torrita Tiberina[37].

Il pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Per una teologia della politica[modifica | modifica wikitesto]

Il pensiero filosofico politico moroteo parte dall'attuazione del ruolo laico del cristiano, all'interno della prassi politico-democratica; nei suoi studi il filosofo e politologo Danilo Campanella[38] ha illustrato come la filosofia di Aldo Moro partisse dal diritto romano mitigato dal cristianesimo, nel concetto di persona e la sua radicalizzazione nella subiettivazione, per poi estendersi alla filosofia politica[39], infine, in una forma di teologia pratica del vivere civile[40]. Campanella distingue quella di Moro come teologia della politica e, in quel "della", esprime il ruolo della religione nel vivere civile come ispirazione, e non come imposizione: per lo statista pugliese, infatti, il cristiano doveva essere uomo politico non da cristiano, come evidenziato dalla giornalista Valentina Tonolo, ma in quanto tale[41]. Questa importante riflessione è necessaria per capire, nella differenza fra democrazia partecipativa e tutorale[42], il cristiano, nell'impianto teologico-politico moroteo, è tale solo in quanto partecipante alla vita politica[43].

Le lettere di Aldo Moro[modifica | modifica wikitesto]

Corrispondenza dalla prigionia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Caso Moro § Lettere dalla prigionia.
13 maggio 1978, commemorazione funebre per Aldo Moro. In prima fila, iniziando dalla seconda persona a sinistra: Pietro Ingrao, Giovanni Leone, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti e Virginio Rognoni.

Rinchiuso dalle Brigate Rosse nella "prigione del popolo", Aldo Moro scrisse moltissime lettere, indirizzate perlopiù ai familiari e alla dirigenza della Democrazia Cristiana, più precisamente a Benigno Zaccagnini, a Francesco Cossiga, a Giulio Andreotti, a Riccardo Misasi e ad altri; oltre che al capo socialista Bettino Craxi, l'unico esponente di governo che abbia sostenuto la necessità di trattare per salvare la vita di Moro. Le lettere, che degli esami grafologici hanno attribuito come scrittura al politico, sono sicuramente di Moro, anche se ragioni tattiche (ascrivibili alla cosiddetta "linea della fermezza" e alla necessità di chiudere ogni spiraglio alla trattativa) spinsero buona parte dell'allora dirigenza politica (soprattutto DC) ad allinearsi e a metterne in dubbio l'autenticità, a sostenere che non fossero state pensate da Moro o fossero addirittura dettate dalle Brigate Rosse.

Il parere dei familiari, dei migliori studiosi e infine di chiunque abbia letto le lettere integralmente, è concorde nel riconoscere pienamente Moro in quegli scritti. Trentotto di queste lettere vennero pubblicate, con una introduzione attribuita a Bettino Craxi, nel pamphlet Lettere dal Patibolo dalla rivista Critica Sociale.[44]

Il Memoriale Moro[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Memoriale Moro.

Durante i 55 giorni di prigionia, Aldo Moro viene sottoposto a lunghi interrogatori da parte del brigatista Mario Moretti. Per ogni argomento, poi, il Presidente D.C. scriveva di proprio pugno un "verbale" sui fogli quadrettati riempiendo diversi blocchi[45]. Questi documenti, redatti personalmente da Moro e poi dattiloscritti dalle BR durante la prigionia costituirono il cosiddetto Memoriale Moro[46]. Gli interrogatori vennero registrati su un normale registratore, ma le bobine contenenti le domande di Moretti e le risposte di Moro non furono mai ritrovate[45].

Le polemiche successive[modifica | modifica wikitesto]

Il settimanale Panorama, nel numero del 19 maggio 1980 in un articolo dal titolo Perché rubano tanto?[47], aveva sollevato il caso delle fattorie del senese amministrate dal consigliere di Aldo Moro, Sereno Freato. La polemica fu poi ripresa da Giorgio Pisanò sul settimanale Candido.

Termine della secretazione dei lavori governativi di Aldo Moro[modifica | modifica wikitesto]

Ormai i termini di secretazione sono scaduti, e lentamente vengono pubblicati alcuni documenti realizzati durante la sua attività politica[48][49][50][51].

Nell'ottobre 2014 è stata costituita la commissione d'inchiesta parlamentare, alla cui presidenza si è insediato Giuseppe Fioroni.

Pensiero ed eredità intellettuale[modifica | modifica wikitesto]

Aldo Moro nel 1978

Il pensiero moroteo è stato scandagliato negli ultimi anni alla ricerca di una traccia che possa teorizzare un piano teoretico di Moro. Ricercatori, collaboratori, filosofi si sono impegnati, non soltanto in ambito storiografico, a decifrare la vasta memoria di scritti e discorsi, opere, articoli e pubblicazioni dello statista. Giovanni Galloni racconta nel suo Trent'anni con Moro[52] l'esperienza politica e personale con lo statista all'interno della DC e della politica italiana[53].

Il libro non è parco di aneddoti, teorie e considerazioni personali dell'ex ministro della Pubblica istruzione. Angelo Schillaci, nel suo lavoro Persona ed esperienza giuridica nel pensiero di Aldo Moro[54] individua le radici di una filosofia del diritto all'interno del pensiero di Moro, che afferisce ad autori quali Mounier e Maritain. In particolare Schillaci sottolinea il concetto di subiettivazione della norma penale nella teoria giuridica morotea in cui il soggetto di reato è in primis titolare di un diritto innato, appunto soggettivo, al quale il legislatore deve sottostare; ne derivano temi come la pena di morte, l'ergastolo e la rieducazione dell'ergastolano[55] in cui Aldo Moro s'impegnerà durante la sua attività politica.

La filosofia politica di Aldo Moro verrà trattata da Danilo Campanella che, dopo un'attenta ricerca del retroterra biografico e del diritto, individuerà in Aldo Moro un vero e proprio filosofo della politica.[56]

Lo statista non s'impegnò in una commistione di filosofie precedenti, né criticò teorie politiche, ma cercò di dare risposte nuove ai problemi della politica all'interno della filosofia, come illustrato durante l'Inaugurazione nazionale delle presentazioni Aldo Moro,[57] in cui il filosofo ha trattato il ruolo del cittadino nella democrazia, una nuova concezione di Stato, il ruolo della Resistenza come nuovo, vero Risorgimento, l'alternanza tra cattolicesimo e socialismo, il pluralismo, una nuova e innovativa concezione di laicità (polo pubblico e polo privato che Moro trasla dalla giurisprudenza), il pluralismo, la comunità sociale e le prospettive europee negli Stati Uniti d'Europa,[58] la politica reale e quella ideologica[59].

Moro e la DC[modifica | modifica wikitesto]

Aldo Moro «era un cattolico osservante e praticante e la sua fede in Dio si rispecchiava nella sua vita politica»[60]. Era considerato un mediatore tenace e particolarmente abile nella gestione e nel coordinamento politico delle numerose "correnti" che agivano e si suddividevano il potere all'interno della Democrazia Cristiana. All'inizio degli anni sessanta Moro fu un convinto assertore della necessità di un'alleanza tra il suo partito e il Partito Socialista Italiano, per creare un governo di centro-sinistra.

Nel congresso democristiano di Napoli del 1962 riuscì a portare su questa posizione l'intero gruppo dirigente del partito. La stessa cosa avvenne all'inizio del 1978 (poco prima del rapimento), quando riuscì a convincere la DC della necessità di un "governo di solidarietà nazionale", con la presenza del PCI nella maggioranza parlamentare. La sua intenzione dominante era di allargare la base del sistema di governo, ossia il vertice del potere esecutivo avrebbe dovuto rappresentare un numero più ampio di partiti e di elettori. Questo sarebbe stato possibile solo con un gioco di alleanze aventi come fulcro la DC, seguendo così una linea politica secondo il principio di democrazia consociativa[61].

Secondo Sandro Fontana, Moro nella sua attività politica si trovava nella difficoltà di conciliare la missione cristiana e popolare della Democrazia Cristiana con i valori di tendenza laica e liberale della società italiana. Il “miracolo economico”, che aveva portato l'Italia rurale a diventare in pochi decenni una delle grandi potenze industriali mondiali, comportò anche un cambiamento sociale, con il risveglio delle masse richiedenti una presenza attiva nella vita del paese. Moro, quando affermava che “di crescita si può anche morire”[62], esprimeva un suo giudizio sui rischi di una società in rapida crescita. Il risveglio delle masse aveva favorito nuove e più forti fasce sociali (tra cui i giovani, le donne e i lavoratori) che avevano bisogno di integrazione (anche economica con precise riforme[63]) all'interno del processo politico.

Le masse popolari, secondo alcuni[64], tendevano a esprimere in forma “emotiva e mitologica” il loro bisogno di una partecipazione diretta alla gestione del potere. Secondo altri, più semplicemente, le masse popolari italiane erano e sono – per ragioni storiche, politico-culturali e di fragilità del ceto intellettuale – propense a inclinare verso una destra autoritaria. In questo quadro variegato e in evoluzione, la missione che Moro avrebbe ascritto alla Democrazia Cristiana fu di recuperare le classi popolari dal fascismo e traghettarle nel sistema democratico[65].

Per questo motivo, Moro si sarebbe ritrovato nella situazione di dover “armonizzare” realtà apparentemente inconciliabili tra loro[66]. Questo fattore era un fondamentale presupposto per la nascita di gruppi terroristici che, visti sotto quest'ottica, sarebbero il frutto dell'estremizzazione della partecipazione attiva ed extraparlamentare alla politica del paese da parte di una piccola frazione della popolazione in cui componenti emozionali e mitologiche si mescolerebbero provocando quasi sempre “situazioni drammatiche”[67].

Riconoscimenti ufficiali[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 maggio 2007, il Parlamento ha votato e approvato una legge con il quale si istituisce il 9 maggio il "Giorno della memoria" in ricordo di Aldo Moro e di tutte le vittime del terrorismo.

Tra aprile e maggio 2007 è stata presentata presso l'Istituto San Giuseppe delle suore Orsoline a Terracina e presso la sede dell'associazione Forche Caudine a Roma[68], presente la figlia Agnese, una raccolta ragionata dei suoi scritti giornalistici, curata da Antonello Di Mario e Tullio Pironti editore.

Nella notte tra l'8 e il 9 giugno 2007, giorni della visita del presidente degli Stati Uniti d'America George W. Bush in Italia, la lapide di via Fani che ricorda il rapimento di Aldo Moro e le cinque persone della scorta uccise è stata imbrattata con la scritta "Bush uguale a Moro".

Il giorno della domenica delle Palme del 2008, 16 marzo, a trent'anni dal suo rapimento, il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro nell'omelia pasquale ha chiesto l'avvio di un processo di beatificazione per Aldo Moro: "uomo di infinita misericordia, che perdonò tutti"[69]. Il 20 settembre 2012 il presidente del tribunale diocesano di Roma dà il via libera all'inchiesta sulla beatificazione di Aldo Moro dopo il nulla osta concesso dal vicario del Papa, cardinal Agostino Vallini, che ha indicato lo statista «servo di Dio»[70]. È stato nominato postulatore per la causa di beatificazione dello statista il dottor Nicola Giampaolo di Rutigliano.

Nel giorno del 30º anniversario della sua morte, l'Università degli Studi di Bari, di cui Moro fu studente e docente, ha deliberato di intitolarsi allo statista, la decisione ha avuto il consenso e apprezzamento della figlia Agnese Moro. Ad Aldo Moro è dedicato il ponte omonimo di Taranto conosciuto anche come Ponte Punta Penna Pizzone.

Moro nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Aldo Moro e Amintore Fanfani, definiti i due "cavalli di razza" della Democrazia Cristiana.
  • È stata attribuita ad Aldo Moro, l'espressione convergenze parallele. Il termine specifico fu coniato da Eugenio Scalfari in un articolo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” in data 24 luglio 1960[71]. In realtà, pochi giorni prima, il 16 luglio 1960, Aldo Moro aveva parlato - in un comunicato ufficiale - di «convergenze democratiche». A tutt'oggi non è chiaro se e quando Moro abbia veramente pronunciato questa espressione: alcuni (tra cui Corrado Guerzoni, stretto collaboratore e biografo di Moro, e Mino Martinazzoli, ex collega di partito) considerano l'attribuzione a Moro una leggenda urbana traente, verosimilmente, origine da un discorso pronunciato nell'ambito del congresso di Firenze della Democrazia Cristiana del 1959, inerente alla politica delle alleanze. L'affermazione secondo cui "in tale direttrice diviene indispensabile progettare convergenze di lungo periodo con le sinistre, pur rifiutando il totalitarismo comunista" avrebbe dato spunto al concetto delle convergenze parallele. Si noti che la frase sopra citata si riferiva alla collaborazione con il PSI, che dal 1956 portava avanti una politica autonomista, nettamente distaccandosi dall'URSS e dal PCI, il che avvalora la tesi della leggenda metropolitana. La locuzione è comunque considerata un'epitome della carriera politica di Moro (sempre rivolta alla ricerca del compromesso), tanto da aver dato titolo a un libro a lui dedicato[72].
  • Moro e Fanfani furono definiti i due "cavalli di razza" della Democrazia Cristiana. L'espressione fu lanciata da Carlo Donat Cattin al Consiglio nazionale del 9 novembre 1969 che elesse Arnaldo Forlani, come segretario del partito. In tale occasione Donat Cattin affermò: «La DC ha due cavalli di razza, Fanfani e Moro, ma ha deciso di non farli correre». Dato il successo dell'espressione, il politico ligure la ripropose in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica del 1971, relativamente all'individuazione del candidato DC: «Non dimentichiamoci che la DC può contare solo su due cavalli di razza: Fanfani e Moro. Gli altri al più sono ottimi mezzosangue».

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Aldo Moro si occupò, assieme di politica attiva, anche di filosofia, principalmente filosofia del diritto e filosofia politica[73].

  • La capacità giuridica penale, Padova, CEDAM, 1939.
  • La subiettivazione della norma penale, Bari, Macrì, 1942.
  • Lo stato. Corso di lezioni di filosofia del diritto tenute presso l'Università di Bari nell'anno accademico 1942-43, raccolte a cura e per uso degli studenti, Padova, CEDAM, 1943.
  • Il diritto. Corso di lezioni di filosofia del diritto tenute presso la R. Università di Bari nell'anno accademico 1944-45, raccolte a cura e per uso degli studenti, Bari, L.U.C.E., 1945.
  • L'antigiuridicità penale, Palermo, Priulla, 1947.
  • Appunti sull'esperienza giuridica. Lo stato. Lezioni di filosofia del diritto tenute presso l'università di Bari nell'anno accademico 1946-1947, Bari, L.U.C.E., 1947.
  • Unità e pluralità di reati. Principi, Padova, CEDAM, 1951; 1954.
  • La parità della scuola, in Libertà e parità della scuola non statale nella Costituzione, Roma, Fidae, 1957.
  • Pensiero politico di Luigi Sturzo, Napoli, Ediz. Politica popolare, 1959.
  • Relazione al VII Congresso nazionale della Democrazia cristiana. Firenze, 23-28 ottobre 1959, Roma, DC Spes, 1960.
  • La Democrazia cristiana per il governo del paese e lo sviluppo democratico nella società italiana, Roma, Cinque lune, 1961.
  • Le funzioni sociali dello Stato, in Funzioni e ordinamento dello Stato moderno, Roma, Studium, 1961.
  • Per garantire e sviluppare la democrazia in Italia. Relazione dell'on. Moro al Consiglio nazionale della D.C., Roma, DC Spes, 1961.
  • La continuità della politica di sviluppo democratico promossa in Italia dalla Democrazia cristiana, Roma, DC Spes, 1962.
  • Discorsi elettorali. Elezioni amministrative 10 giugno 1962, Roma, Cinque lune, 1962.
  • Il discorso al Consiglio nazionale. Roma 3-4-5 luglio 1962, Roma, DC Spes, 1962.
  • La Democrazia cristiana per la donna nella famiglia e nella società, Roma, DC Spes, 1963.
  • La professione forza coesiva della società, in Cristianesimo e democrazia, Roma, Civitas, 1964.
  • Dichiarazioni programmatiche di governo. Dicembre 1963, Roma, Spes centrale, 1964.
  • La linea Moro, Livorno, Il telegrafo, 1964.
  • Luigi Sturzo: una vita per la libertà e la democrazia, in Il movimento politico dei Cattolici, Roma, Civitas, 1969.
  • Una politica per i tempi nuovi, Roma, Agenzia Progetto, 1969.
  • Per la società italiana e la comunità internazionale, Roma, Agenzia Progetto, 1971.
  • Prima e dopo il 7 maggio, Roma, Agenzia Progetto, 1972.
  • Per una iniziativa politica della Democrazia cristiana, Roma, Agenzia Progetto, 1973.
  • Il diritto. Lezioni di filosofia del diritto tenute presso l'Università di Bari: 1944-1945, Bari, Cacucci, 1978.
  • Il diritto, 1944-1945. Lezioni di filosofia del diritto tenute presso l'Università di Bari; Lo Stato, 1946-1947. Appunti sull'esperienza giuridica, Bari, Cacucci, 1978.
  • Discorsi politici, Roma, Cinque lune, 1978.
  • Nella società che cambia. Discorsi della prima seconda e terza fase, Roma, EBE, 1978.
  • L'intelligenza e gli avvenimenti. Testi 1959-1978, Milano, Garzanti, 1979.
  • Scritti e discorsi, 6 voll., Roma, Cinque lune, 1982-1990.
  • Al di là della politica e altri scritti. Studium, 1942-1952, Roma, Studium, 1982.
  • Moro. I giorni del tormento, Roma, Cinque lune, 1982.
  • Italia nell'evoluzione dei rapporti internazionali. Discorsi, interventi, dichiarazioni e articoli recuperati e interpretati da Giovanni Di Capua, Roma-Brescia, EBE-Moretto, 1986.
  • Aldo Moro. Il potere della parola (1943-1978), Roma, EBE, 1988.
  • Dichiaro aperta la fiera del Levante.... I discorsi da Presidente del Consiglio alle edizioni del 1964, 1965, 1966, 1967, 1975 della Campionaria barese, Bari, Safra, 1991.
  • Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, Roma, Coletti, 1993. ISBN 88-7826-501-2.
  • Lettere. 16 marzo-9 maggio 1978, San Bellino, Nova Cultura, 1995.
  • Lettere dal patibolo, Milano, Giornalisti editori, 1995.
  • Discorsi parlamentari. 1947-1977, 2 voll., Roma, Camera dei Deputati, 1996.
  • Il mio sangue ricadrà su di loro. Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, Milano, Kaos, 1997. ISBN 88-7953-058-5.
  • Moro: lettere dal carcere delle Brigate Rosse. 9 maggio '78 - 9 maggio '98, Roma, L'Editrice Romana, 1998.
  • Pietro Nenni, Aldo Moro. Carteggio 1960-1978, Firenze, La Nuova Italia, 1998. ISBN 88-221-3000-6.
  • Ultimi scritti. 16 marzo-9 maggio 1978, Casale Monferrato, Piemme, 1998. ISBN 88-384-3198-1.
  • La democrazia incompiuta. Attori e questioni della politica italiana, 1943-1978, Roma, Editori Riuniti, 1999. ISBN 88-359-4684-0.
  • 55 giorni di piombo. Le lettere dal carcere di Aldo Moro, i ricordi di Francesco Cossiga, Claudio Martelli, Agnese Moro, Eugenio Scalfari, Roma, Elleu Multimedia, 2000.
  • 55 giorni. Aldo Moro-voci e carte dalla prigione, Roma, Nuova iniziativa editoriale, 2003.
  • Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale. Tenute nella Facoltà di scienze politiche dell'Università degli studi di Roma, con DVD audio, Bari, Cacucci, 2005. ISBN 88-8422-404-7.
  • Lo Stato, il diritto, Bari, Cacucci, 2006. ISBN 88-8422-536-1.
  • Lettere dalla prigionia, Torino, Einaudi, 2008. ISBN 978-88-06-18585-5.
  • La democrazia incompiuta, Milano, RCS Quotidiani, 2011.
  • Libertà e giustizia sociale. Per un'autonomia della persona umana (13 marzo 1947), in I valori costituzionali del riformismo cristiano, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011. ISBN 978-88-498-3056-9.
  • L'Italia di Donat-Cattin. Gli anni caldi della prima Repubblica nel carteggio inedito con Moro... (1960-1991), Venezia, Marsilio, 2011. ISBN 978-88-317-1146-3.
  • "Siate indipendenti. Non guardate al domani ma al dopo domani". Le lettere di Aldo Moro dalla prigionia alla storia, Roma, Direzione Generale per gli Archivi-Archivio di Stato di Roma, 2013. ISBN 978-88-7125-329-9.

Opere su Aldo Moro[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

  • La canzone E Berta filava di Rino Gaetano è, per molti un riferimento ad Aldo Moro e alla sua politica di apertura verso il PCI, che era in realtà totale, seppur Moro non lo dicesse in pubblico. Alla base di ciò ci sono le parole che lo stesso Rino Gaetano disse nel 1977 nel concerto a San Cassiano, dove citò proprio Moro, dedicandogli la canzone.[senza fonte]
  • Io se fossi Dio di Giorgio Gaber (1980): la canzone, della durata di 14 minuti, esprime - tra gli altri - un giudizio negativo anche su Aldo Moro. Fu pubblicata dalla F1 Team su disco da 12 pollici inciso solo da un lato, per il rifiuto della Carosello. La canzone era stata scritta nel 1978, dopo l'uccisione di Aldo Moro, ma fu pubblicata due anni dopo perché evidentemente le case discografiche temevano ripercussioni legali.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

  • Amici e nemici[74] di Giampaolo Spinato, pubblicato nel 2004 da Fazi, è un romanzo, il primo, interamente ispirato ai 55 giorni del sequestro e all'uccisione di Aldo Moro, il cui rapimento si immagina parallelo a quello di uno dei componenti del commando brigatista di via Fani.

Studi scientifici[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberto Boscolo, Aldo Moro docente universitario, Le Monnier, Firenze 1978;
  • Corrado Pizzinelli, Aldo Moro, Longanesi, Milano 1964;
  • Danilo Campanella, Aldo Moro, filosofia, politica, pensiero, Edizioni Paoline, Milano 2014;
  • Danilo Campanella, Aldo Moro: origine filosofica ed elementi politici dell'umanesimo comunitario,in “Schegge di filosofia moderna XII”, a cura di Ivan Pozzoni, deComporre Edizioni, Gaeta 2014, p. 111;
  • Danilo Campanella, La teologia della politica di Aldo Moro e le sue radici tomiste,tesi di Laurea Magistrale in Filosofia Morale, Università di Roma Tor Vergata, Roma 2015;
  • Danilo Campanella, L' umanesimo comunitario nella filosofia politica di Aldo Moro e le sue radici personaliste,theses ad doctoratum in philosophia, Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano 2014;
  • Danilo Campanella, La filosofia politica di Aldo Moro come spinta riformatrice per l'unità europea, ,Rivista Istituto Studi Politici San Pio V,3/2012 - Anno XXIV - Luglio/Settembre;
  • Danilo Campanella, Il postmodernismo tra politica e strategia: Aldo Moro e Henry Kissinger,in rivista Geopolitica, Anno 2013;
  • Domenico Tarantini, La democrazia totalitaria ; il Moro necessario, potere e rivoluzione oggi in Italia ; Le lettere di Moro, Bertani, Verona 1979;
  • Renato Moro, La formazione giovanile di Aldo Moro, Il Mulino, Bologna 1983;
  • Renato Moro, Aldo Moro negli anni della FUCI, Studium, Roma 2008.

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Mòro, Aldo, su www.treccani.it. URL consultato il 18 marzo 2016.
  2. ^ Saggio storico sul Laicato, laicidomenicani.com.
  3. ^ Sulle vicende di Moro negli anni della FUCI si veda Renato Moro, Aldo Moro negli anni della FUCI, Studium, 2008 e Tiziano Torresi L'altra giovinezza. Gli universitari cattolici dal 1935 al 1940, Cittadella editrice 2010
  4. ^ Il suo contributo fu definito da Norberto Bobbio ispirato da "pathos religioso": cfr. N. BOBBIO, Diritto e Stato negli scritti giovanili, in Quaderni de "Il Politico", Milano, Giuffrè, 1980. Il "principio personalista" fu da lui declinato, nell'elaborazione dell'articolo 27 della Costituzione, con il rigetto della tesi secondo cui la mera dinamica giuridica bastasse a "determinare il complesso delle condizioni per cui un essere umano diventava soggetto di diritto penale" (A. MORO, Lezioni di istituzioni di diritto e procedura penale, Bari, Cacucci, a cura di F. TRITTO, 2005, p. 332).
  5. ^ Antonella De Gregorio, L’ora (mancante) di Educazione civica, Corriere della Sera, 14 marzo 2014. URL consultato il 19 aprile 2017.
  6. ^ Luigi Illiano, Ritorno a scuola, educazione civica in 33 ore, Il Sole 24 ORE, 30 agosto 2008. URL consultato il 19 aprile 2017.
  7. ^ Scuola, il Parlamento prepara il ritorno in grande stile dell'educazione civica, Adnkronos, 14 giugno 2015. URL consultato il 19 aprile 2017.
  8. ^ VII Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, storiadc.it. URL consultato il 31 maggio 2015.
  9. ^ Indro Montanelli, Storia d'Italia. Vol. 10, RCS Quotidiani, Milano, 2004, pagg. 379-380
  10. ^ a b Gianni Flamini, L'Italia dei colpi di Stato, Newton Compton Editori, Roma, pag. 82
  11. ^ Sergio Romano, Cesare Merzagora: uno statista contro i partiti, in: Corriere della Sera, 14 marzo 2005
  12. ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro (pp. 197-198), Kaos edizioni, 2003.
  13. ^ Tribunale di Venezia, procedimento penale nº204 del 1983, pagine 1161-1163.
  14. ^ Appunti trasmessi dalla Presidenza del Consiglio con missiva del 27/01/1998.
  15. ^ Corriere della Sera, 14 agosto 2008, pagina 19
  16. ^ Corriere della Sera, 15 agosto 2008, pag. 21
  17. ^ In un'intervista televisiva, Francesco Cossiga sostiene che in quella circostanza la candidatura di Leone prevalse su quella di Aldo Moro per un solo voto. Ma tale ricostruzione è smentita dalle dichiarazioni di Giulio Andreotti nel corso della stessa trasmissione e dai diari di Leone.
  18. ^ Andreotti: 'Quando Moro fu aggredito da Kissinger' - Politica - ANSA.it, su www.ansa.it. URL consultato il 24 marzo 2017.
  19. ^ Gero Grassi [prefazione] del libro di Luca Moro, Mio nonno Aldo Moro, Roma, Ponte Sisto, 2016.
  20. ^ Mino Martinazzoli, Uno strano democristiano, Rizzoli, 2009, pp. 61-66.
  21. ^ Atti parlamentari, VII legislatura, Parlamento in seduta comune, Resoconto stenografico della seduta dal 3 all'11 marzo 1977, p. 455
  22. ^ Robin Erica Wagner-Pacifici, "The Moro Morality Play. Terrorism as Social Drama", The University of Chicago Press, Chicago, 1986, pp. 30–32; Paolo Cucchiarelli - Aldo Giannuli, Lo Stato parallelo, Gamberetti Editrice, Roma, 1997, pag. 422
  23. ^ Partito della Democrazia Cristiana, XII Congresso nazionale della Democrazia cristiana, Cinque Lune. URL consultato il 18 marzo 2016.
  24. ^ Sandro Fontana: Moro e il sistema politico italiano, in: AA. VV., Cultura e politica nell'esperienza di Aldo Moro, cit., pag. 184
  25. ^ Italo Pietra, Moro fu vera gloria?, Garzanti, Milano, 1983, pp. 111–114
  26. ^ Fulvio Conti, Banana Joe nella Repubblica delle Banane, EPUB, 2016, ISBN 9788822839398.
  27. ^ Danilo Campanella, Aldo Moro. Politica, filosofia, pensiero, Edizioni Paoline, Milano, 2014.
  28. ^ Vedi «lo strappo con Mosca.
  29. ^ Raffaele Romanelli, Storia dello Stato italiano dall'Unità a oggi, Donzelli, Roma, 1995, pag. 66.
  30. ^ Marcello Veneziani, "Ma è oggi che trionfa in Italia la formula chiamata moroteismo", ne: Il Messaggero, 16/3/1998
  31. ^ Danilo Campanella, Il postmodernismo tra politica e strategia in due esempi: Aldo Moro e Henry Kissinger, in ISAG 2014;
  32. ^ Unione Sovietica.
  33. ^ Stati Uniti.
  34. ^ Per una curiosa ironia della Storia, il luogo della prigionia del teorico della "centralità del Parlamento" fu una via periferica di Roma, nel quartiere Portuense, intitolata al più famoso dei funzionari parlamentari: Camillo Montalcini che resse la Segreteria generale della Camera dei deputati dal 1900 al 1927, quando fu rimosso dal fascismo alla luce delle risultanze della Commissione di inchiesta sulle presenze massoniche nelle istituzioni parlamentari.
  35. ^ Caso Moro, Grassi mostra le foto della Renault 4
  36. ^ Erroneamente, forse a enfasi del fatto, venne riportato dalla stampa che il luogo del ritrovamento fosse esattamente a metà strada fra le sedi dei due partiti.
  37. ^ 9 maggio 1978: lo schiaffo a Paolo VI. Storia e fallimento della mediazione vaticana per la liberazione di Aldo Moro in "Cristiani d'Italia", su www.treccani.it. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  38. ^ Riccardo Narducci, La teoria del “soggetto di massa” in Danilo Campanella come diagnosi del vulnus della coscienza nel postmodernismo, in Scienze e Ricerche n. 38, 1° ottobre 2016, pp. 89-90
  39. ^ Danilo Campanella, L'umanesimo comunitario nella filosofia politica di Aldo Moro e le sue radici personaliste: theses ad doctoratum in philosophia, Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano 2014.
  40. ^ Danilo Campanella, La teologia della politica di Aldo Moro e le sue radici tomiste, tesi di Laurea Magistrale in Filosofia Morale, Università di Roma Tor Vergata, Roma 2015.
  41. ^ Danilo Campanella, Aldo Moro, filosofia, politica, pensiero, Edizioni Paoline, Milano 2014.
  42. ^ Danilo Campanella, critica liberale dicembre 2014, Democrazia partecipativa e democrazia tutorale, in n. 13, 1 dicembre 2014, ISSN 2284-4740, p. 21.
  43. ^ Aldo Moro: origine filosofica ed elementi politici dell’umanesimo comunitario, in “Schegge di filosofia moderna XII”, a cura di Ivan Pozzoni, deComporre Edizioni, Gaeta 2014, p. 111.
  44. ^ Le Lettere Dal Patibolo Di Aldo Moro - Critica Sociale
  45. ^ a b Renzo Martinelli, Piazza delle Cinque lune: il thriller del caso Moro, Gremese Editore, 1º gennaio 2003, ISBN 978-88-8440-251-6. URL consultato il 18 marzo 2016.
  46. ^ Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica: gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l'anatomia del potere italiano, Einaudi, 1º gennaio 2011, ISBN 978-88-06-20039-8. URL consultato il 18 marzo 2016.
  47. ^ Massimo Riva, già articolista economico del "Corriere" e poi di "Repubblica". afferma: " Per la sua tragica fine la vicenda di Aldo Moro ha giustamente toccato e commosso la coscienza civile di tutti gli italiani. Però mi chiedo se sia giusto dimenticare che dietro quel personaggio non c'era soltanto un disegno politico, ma esisteva un mondo di affarismo molto spinto"
  48. ^ da la Repubblica.it del 9 agosto 2008: "Aldo Moro e quella mano tesa verso la Libia di Gheddafi"
  49. ^ da la Repubblica.it: "Gli archivi segreti di Moro"
  50. ^ Aldo Moro, le carte segrete "Presidente, dica no al divorzio" - Politica - Repubblica.it
  51. ^ Le carte di Aldo Moro - Galleria - Repubblica.it
  52. ^ Giovanni Galloni, Trent'anni con Moro
  53. ^ Giovanni Galloni, Trent'anni con Moro, Editori Riuniti, 2008.
  54. ^ Angelo Schillaci, persona ed esperienza giuridica
  55. ^ Angelo Schillaci, persona ed esperienza giuridica in Aldo Moro, Videtur Quod: anuario del pensamiento critico,, 2009.
  56. ^ Danilo Campanella, Aldo Moro politica filosofia pensiero
  57. ^ Inaugurazione nazionale delle presentazioni Aldo Moro
  58. ^ Danilo Campanella, La filosofia politica di Aldo Moro come spinta riformatrice per l'unità europea
  59. ^ Danilo Campanella, Aldo Moro, politica, filosofia, pensiero, Milano, Paoline, 2014.
  60. ^ Aniello Coppola, Moro, Feltrinelli, Milano, 1976, pag. 13
  61. ^ Questa idea di Moro non va confusa con la strategia, enunciata dal segretario del PCI Enrico Berlinguer, del “compromesso storico”, che prevedeva l'entrata al governo del Pci.
  62. ^ Sandro Fontana: Moro e il sistema politico italiano, in: AA. VV., Cultura e politica nell'esperienza di Aldo Moro, Giuffrè, Milano, 1982, pag. 183
  63. ^ Danilo Campanella, Aldo Moro voleva tornare alla moneta di Stato, in Nocensura, Dicembre 2012;
  64. ^ Sandro Fontana: Moro e il sistema politico italiano, in: AA. VV., Cultura e politica nell'esperienza di Aldo Moro, cit., pag. 184.
  65. ^ Secondo Beppe Pisanu, nell'intervento dell'8 maggio 2009 alla Sala delle colonne di palazzo Marini in Roma nel corso della presentazione del libro di Corrado Guerzoni Aldo Moro, Moro dissentì dall'entusiasmo di Granelli e degli altri della sua corrente che nel 1977 prevedevano una vittoria della DC spagnola alle prime elezioni post-franchiste, e richiesto del perché (al ritorno dal suo viaggio a Madrid) spiegò a Pisanu: "Lì nessuno dei nostri amici democratici cristiani s'è incaricato di traghettare nella democrazia le masse che per mezzo secolo hanno inneggiato a Franco; non supereranno il 4 per cento dei voti". la previsione, concluse Pisanu, risultò precisa al millesimo.
  66. ^ Sandro Fontana, nel suo citato articolo Moro e il sistema politico italiano, sostenne che tale strutturazione culturale delle masse le induce a cercare “soluzioni di tipo simbolico” che si risolvono spesso in “situazioni drammatiche”.
  67. ^ Si pensi all'aspetto “romantico” del perseguire un ideale con ogni mezzo.
  68. ^ (storico circolo dei Romani d'origine molisana)
  69. ^ Notizia riportata dalla stampa locale come l'Eco di Caserta e da quella nazionale come il settimanale L'Espresso
  70. ^ Notizia pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno il 24 settembre del 2012
  71. ^ «Lo sapevate che le convergenze parallele non sono un ossimoro di Moro? Sapevatelo!», da “La Lingua Batte” del 26/02/2017; http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-4600d1e1-971f-443d-abaa-a7f57d6625a4.html.
  72. ^ Sergio Flamigni, Convergenze parallele, Kaos edizioni
  73. ^ Raffaele Marino, La Lezione Aula XI.
  74. ^ Giampaolo Spinato, Amici e nemici, Roma, Fazi, 2004, ISBN 88-8112-477-7, 8881124777.
  75. ^ dati ricavati dal sito Archivio Storico Corriere della Sera
  76. ^ Archivio Storico Unità, pag.13 de L'Unità2 del 9/3/1998.
  77. ^ a b dati ricavati dal sito Archivio la Repubblica

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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