Governo Tambroni

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Governo Tambroni
Fernando Tambroni-1.jpg
StatoItalia Italia
Presidente del ConsiglioFernando Tambroni
(DC)
CoalizioneDC
con l'appoggio esterno del MSI
LegislaturaIII Legislatura
Giuramento26 marzo 1960
Dimissioni19 luglio 1960
Governo successivoFanfani III
27 luglio 1960
Left arrow.svg Segni II Fanfani III Right arrow.svg

Il Governo Tambroni è stato il quindicesimo governo della Repubblica Italiana, il terzo della III legislatura.

Il governo rimase in carica dal 26 marzo 1960[1][2] al 27 luglio 1960[3][4][5], per un totale di 123 giorni, ovvero 4 mesi e 1 giorno.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'infruttuoso tentativo di Antonio Segni di formare un nuovo governo, il presidente della Repubblica il 21 marzo incarica Fernando Tambroni il quale senza nuove consultazioni e trattative con i partiti, propone un monocolore DC suscitando polemiche all'interno del suo partito ma ottenendo l'appoggio del MSI e la contrarietà di tutti i principali partiti, PSDI, PRI, PSI e PLI.[6]

Il 4 aprile 1960 Tambroni presenta il suo governo al parlamento ottendo la fiducia alla Camera l'8 aprile con 300 voti favorevoli (DC e MSI) e 293 contrari risultando determinanti i voti del MSI per raggiungere la maggioranza. Il giorno dopo, contrariati dall'appoggio del MSI al governo, si dimettono tre ministri appartenenti alla sinistra democristiana, Sullo, Bo e Pastore, nonché sottosegretari Biaggi, Pecoraro, Spallino, mentre annunciano la volontà di dimettersi i ministri Zaccagnini, Colombo, Rumor, Martinelli, Gonella, Angelini e Segni; inoltre il direttivo dei deputati del partito chiede le dimissioni del governo e, l'11 aprile, dopo una riunione della direzione della DC, Tambroni si dimette.[5]

Il presidente Gronchi allora riapre le consultazioni e conferisce l'incarico a Fanfani che lavora all'ipotesi di un governo sostenuto da DC, PSDI e PRI con l’astensione del PSI ottenendo il sostegno del segretario del partito Aldo Moro e dello stesso Gronchi. Pietro Nenni, segretario del PSI, risulta possibilista all'ipotesi che il suo partito si astenga durante il voto di fiducia ponendo alcune condizioni. L'ipotesi di un governo con la partecipazione dei socialisti è fortemente osteggiata dalle correnti di destra e dei dorotei della DC. Nonostante la direzione del partito avesse autorizzato Fanfani di proseguire nelle trattative col PSI, le forti divisioni interne portarono alla rinuncia di Fanfani il 22 aprile.[5] Allora Gronchi decide di respingere le dimissioni di Tambroni il quale, avendo già ottenuto la fiducia della Camera, viene invitato dal presidente a presentarsi al Senato per concludere l’iter parlamentare sulla fiducia la quale, il 29 aprile, viene concessa con 128 voti favorevoli e 110 contrari,[5][7] voti del PCI, PSI, PSDI, PRI e PLI.[5]

L'obiettivo politico era quello di superare l'emergenza, attraverso un "governo provvisorio", in grado di consentire lo svolgimento della XVII Olimpiade a Roma e di approvare il bilancio dello Stato entro il termine previsto dalla legislazione dell'epoca, ossia il 15 ottobre.[8]

Numerose le manifestazioni in tutta Italia contro l'apertura della DC all'appoggio del MSI al governo. Un congresso del MSI previsto a Genova è causa di uno sciopero il 30 giugno che porta a scontri con la polizia e vari disordini. Seguono altre manifestazioni antifasciste in tutto il paese. Dopo i disordini di Genova, la questura tenta di calmare le acque proponendo al MSI di spostare il congresso a Nervi. Il ministro dell’Interno Spataro risponde alla Camera e al Senato alle interrogazioni parlamentari sui fatti di Genova nelle quali sia Saragat che Nenni propendono per l’apertura della crisi. Durante la votazione del 5 luglio al Senato, il MSI vota contro all'approvazione del bilancio del ministero dell’Interno. A Roma vengono vietate manifestazioni e comizi e in Sicilia, durante una manifestazione la polizia uccide un giovane. Si continua a manifestare in vari parti d'Italia anche contro l'intervento dei carabinieri che a Roma, con una carica a cavallo, hanno sciolto una manifestazione. Altre manifestazioni con feriti e a Reggio Emilia, durante una manifestazione, vengono uccisi alcuni manifestanti dalla polizia. Il 7 luglio vengono presentate altre interpellanze al governo sui disordini dei giorni precedenti ma continuano le manifestazioni con altri morti e feriti. A seguito delle interpellanze sui fatti accaduti a Roma e Reggio Emilia viene convocata per il giorno dopo, il 13 luglio, la Direzione della DC per sollecitare un nuovo governo d’emergenza con l'appoggio del PSI. Tambroni replica alle interpellanze il 14 luglio dichiarando che il governo si dimetterà quando i partiti avranno trovato l’accordo per una nuova maggioranza che viene raggiunto il 16 luglio quando viene annunciato la proposta di un governo monocolore DC presieduto da Fanfani e sostenuto con l’appoggio esterno del PLI , PSDI e PRI. Il tutto mentre in Italia continuano le manifestazioni contro l'appoggio del MSI al governo Tambroni, che si dimette il 19 luglio.[5]

Composizione del parlamento[modifica | modifica wikitesto]

Camera dei Deputati

Partiti Seggi
Democrazia Cristiana
Movimento Sociale Italiano
Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica
Südtiroler Volkspartei
Union Valdôtaine
Totale Maggioranza
273
24
25
3
1
326
Partito Comunista Italiano
Partito Socialista Italiano
Partito Socialdemocratico Italiano
Partito Liberale Italiano
Partito Repubblicano Italiano
Movimento Comunità
Totale Opposizione
140
84
22
17
6
1
270
Totale 596

Senato della Repubblica

Partiti Seggi
Democrazia Cristiana
Movimento Sociale Italiano
Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica
Südtiroler Volkspartei
Totale Maggioranza
123
8
7
2
140
Partito Comunista Italiano
Partito Socialista Italiano
Partito Socialdemocratico Italiano
Partito Liberale Italiano
Indipendenti di Sinistra
Totale Opposizione
60
36
5
4
1
106
Totale 246

Partiti di governo[modifica | modifica wikitesto]

Composizione[modifica | modifica wikitesto]

Ministeri Ministro Sottosegretari
Presidenza del Consiglio dei ministri Fernando Tambroni Renato Tozzi Condivi, Gustavo De Meo
Segretario del Consiglio dei ministri Alberto Folchi /
Affari esteri Antonio Segni Carlo Russo, Ferdinando Storchi
Interno Giuseppe Spataro Guido Bisori, Oscar Luigi Scalfaro
Grazia e Giustizia Guido Gonella Lorenzo Spallino
Bilancio Fernando Tambroni, ad interim Angelo De Luca
Finanze Giuseppe Trabucchi Giacomo Piola, Michele Troisi
Tesoro Paolo Emilio Taviani Alfonso De Giovine, Lorenzo Natali, Guglielmo Schiratti, Alfonso Tesauro
Difesa Giulio Andreotti Alfredo Amatucci, Giovanni Bovetti, Enrico Roselli
Pubblica Istruzione Giuseppe Medici Maria Badaloni, Angelo Di Rocco
Lavori Pubblici Giuseppe Togni Crescenzo Mazza, Tommaso Spasari
Agricoltura e Foreste Mariano Rumor Giuseppe Salari, Giacomo Sedati
Trasporti Fiorentino Sullo fino all'11/04/1960
Mario Ferrari Aggradi interim dall'11/04/1960
Salvatore Foderaro, Calogero Volpe
Poste e Telecomunicazioni Antonio Maxia Augusto Cesare Fanelli, Remo Gaspari
Industria e Commercio Emilio Colombo Nullo Biaggi (fino al 24/06/60), Filippo Micheli
Sanità Camillo Giardina Angela Gotelli
Commercio con l'Estero Mario Martinelli Antonio Pecoraro
Marina Mercantile Angelo Raffaele Jervolino Francesco Turnaturi
Partecipazioni Statali Mario Ferrari Aggradi Giuseppe Garlato
Lavoro e Previdenza Sociale Benigno Zaccagnini Salvatore Mannironi, Cristoforo Pezzini
Turismo e Spettacolo Umberto Tupini Domenico Magrì, Gabriele Semeraro
Presidente del comitato dei ministri per il Mezzogiorno e le zone depresse (Ministero senza portafoglio) Giulio Pastore fino all'11/04/1960, Fernando Tambroni interim dall'11/04/1960 /
Rapporti fra Governo e Parlamento (Ministero senza portafoglio) Armando Angelini /
Riforma della pubblica amministrazione (Ministero senza portafoglio) Giorgio Bo fino all'11/04/1960 (i suoi compiti passano al ministro per i rapporti fra Governo e Parlamento). /

Cronologia[modifica | modifica wikitesto]

Presentazione alla Camera del Governo Tambroni, 4 aprile 1960

1960[modifica | modifica wikitesto]

Maggio[modifica | modifica wikitesto]

  • 21 maggio 1960. Nel corso di un comizio del PCI, a Bologna, Giancarlo Pajetta viene interrotto da un commissario di polizia che chiede di sciogliere la manifestazione per motivi di ordine pubblico. Ne segue una interrogazione parlamentare in Senato.[5]

Giugno[modifica | modifica wikitesto]

  • 15 giugno 1960. Il ministro dello Spettacolo, Umberto Tupini, annuncia che ci sarà drastica censura per tutti quei film con "soggetti scandalosi, negativi per la formazione della coscienza civile degli italiani". Sotto accusa c'è il film di Federico Fellini, "La dolce vita".
  • 30 giugno 1960. Manifestazione della sinistra a Genova contro lo svolgimento del sesto congresso del MSI,[5] poi non tenutosi; un gruppo di alcune migliaia di manifestanti, tra cui molti portuali, alla fine della manifestazione viene coinvolto in forti scontri con la polizia, che vedranno decine di feriti da ambo le parti.

Luglio[modifica | modifica wikitesto]

  • 5 luglio 1960. A Licata si svolge una manifestazione di braccianti ed operai, la polizia uccide una persona, Vincenzo Napoli, e ne ferisce altre 4.
  • 6 luglio 1960. I parlamentari di sinistra che si apprestano a depositare corone di fiori a Porta San Paolo, Roma, in ricordo dell’eroica battaglia del settembre 1943 contro i nazisti, vengono attaccate da uno squadrone di carabinieri a cavallo, al galoppo. Vengono fermati in tanti, tra cui il deputato PCI Pietro Ingrao.
  • 7 luglio 1960, Reggio Emilia. La sera prima la CGIL reggiana aveva proclamato lo sciopero cittadino di protesta contro le violenze dei giorni precedenti. La prefettura proibisce gli assembramenti nei luoghi pubblici e concede unicamente i 600 posti della Sala Verdi per lo svolgimento del comizio. L'indomani il corteo di protesta è composto da circa 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. La Forze dell'ordine caricano a freddo e, respinte, impugnano le armi da fuoco e cominciarono a sparare, provocando 5 morti: Lauro Farioli 22 anni, Ovidio Franchi 19 anni, Marino Serri 41 anni, partigiano della 76ª, Afro Tondelli 36 anni, partigiano della 76ª SAP, Emilio Reverberi 39 anni, partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi.
  • 8 luglio 1960, Palermo. Corteo di protesta per i fatti di Reggio Emilia; la polizia carica a freddo, i manifestanti reagiscono e la polizia spara: 4 morti e 36 feriti da armi da fuoco. Muoiono Giuseppe Malleo, 16 anni, raggiunto al torace da una pallottola di moschetto e Andrea Cangitano di 14 anni, ucciso a colpi di mitra, Francesco Vella, 42 anni e Rosa La Barbera, di 53 anni
  • 14 luglio 1960. Il presidente del Consiglio afferma alla Camera (prendendo spunto dalla visita di Togliatti a Mosca) che "questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro il Cremlino": sostiene cioè che dietro le rivolte ci sia la sinistra filo-sovietica.
  • 19 luglio 1960. Il governo rassegna le dimissioni, ormai osteggiato, nella stessa DC, anche dalle correnti di Moro e Fanfani. Tambroni lascia la vita politica.
  • 26 luglio 1960. Fanfani viene nominato a capo di un nuovo governo monocolore democristiano, durante il periodo del suo mandato, il miracolo economico italiano raggiunge il suo culmine, per poi scemare negli anni successivi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Michele Tito, La cerimonia al Quirinale, in "La Stampa", 27 marzo 1960, p. 1.
  2. ^ Arrigo Levi, Il governo ha giurato - Incerta la maggioranza, in Corriere d'Informazione, 26 marzo 1960.
  3. ^ V. S., Il governo Fanfani ha giurato al Quirinale. Oggi riunione del Consiglio dei Ministri, in "La Stampa", 28 luglio 1960, p. 1.
  4. ^ (IT) 1958 - 1963 I governo Tambroni, su www.dellarepubblica.it. URL consultato il 30 marzo 2018.
  5. ^ a b c d e f g h I Governo Tambroni / Governi / Camera dei deputati - Portale storico, su storia.camera.it. URL consultato il 30 marzo 2018.
  6. ^ (IT) 1958 - 1963 II governo Segni, su www.dellarepubblica.it. URL consultato il 30 marzo 2018.
  7. ^ Benedetto Coccia, Quarant'anni dopo: il sessantotto in Italia fra storia, società e cultura, Editrice APES, Roma, 2008, pagg.76-77
  8. ^ III° GOVERNO FANFANI: INTERVENTO DI AMINTORE FANFANI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI (Roma, 2 agosto 1960), storiadc.it. URL consultato il 7 aprile 2018.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]