Pietro Nenni

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Pietro Nenni
 Premio Stalin per la pace 1951

Premio Premio Stalin per la pace 1951


Ministro degli affari esteri
Durata mandato 18 ottobre 1946 –
2 febbraio 1947
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore Alcide De Gasperi
Successore Carlo Sforza

Durata mandato 12 dicembre 1968 –
5 agosto 1969
Presidente Mariano Rumor
Predecessore Giuseppe Medici
Successore Aldo Moro

Segretario del Partito Socialista Italiano
Durata mandato 18 aprile 1933 –
28 agosto 1939
Predecessore Ugo Coccia
Successore Segreteria collegiale

Durata mandato 22 agosto 1943 –
1º agosto 1945
Predecessore Giuseppe Romita
Successore Sandro Pertini

Durata mandato 16 maggio 1949 –
12 dicembre 1963
Predecessore Alberto Jacometti
Successore Francesco De Martino

Dati generali
Partito politico PRI (1909-1921)
PSI (1921-1966, 1969-1980)
PSU (1966-1969)
on. Pietro Nenni
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Luogo nascita Faenza RA
Data nascita 9 febbraio 1891
Luogo morte Faenza
Data morte 1º gennaio 1980
Professione giornalista
Partito PSI
Gruppo PSIUP (1946-1947), PSI (1947-1948)
Coalizione CLN (1946)
Collegio Collegio Unico Nazionale (1946)
Pagina istituzionale
on. Pietro Nenni
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Partito PSI (1921-1966, 1969-1980)
Legislatura I, II, III, IV, V (fino al 25 novembre 1970)
Gruppo PSI (1948-1970)
Circoscrizione Roma (I), CUN (II), Milano (III-IV-V)
Incarichi parlamentari


  • Capogruppo del PSI, dall'8 febbraio 1947 al 31 dicembre 1963 (I-II-III-IV)
  • Vicepresidente della giunta per il commercio (I)
Pagina istituzionale
sen. Pietro Nenni
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Partito PSI (1921-1966, 1969-1980)
Legislatura V (dal 25 novembre 1970), VI, VII, VIII (fino al 1º gennaio 1980)
Gruppo PSI (1970-1980)
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Data 25 novembre 1970
Incarichi parlamentari
  • Membro della commissione esteri
Pagina istituzionale
« Senza democrazia e senza libertà tutto si avvilisce, tutto si corrompe, anche le istituzioni sorte dalle rivoluzioni proletarie, anche la trasformazione, da privata a sociale, della proprietà dei mezzi di produzione e di scambio che dell'economia socialista è pur sempre la condizione principale, ma nell'etica socialista è pur sempre il mezzo e non il fine, il fine essendo la liberazione dell'uomo da ogni forma di oppressione e di sfruttamento. »
(Pietro Nenni, Mondo Operaio, 1955)

Pietro Nenni (Faenza, 9 febbraio 1891Roma, 1º gennaio 1980) è stato un politico e giornalista italiano, leader storico del Partito Socialista Italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque il 9 febbraio 1891 a Faenza, in provincia di Ravenna, da una modesta famiglia: i genitori Giuseppe e Angela Castellani erano a servizio dei conti Ginnasi.

Nenni rimase orfano di padre in giovane età (1896)[1].

Nell'aprile 1898 a Faenza, a soli 7 anni, nascosto dietro una colonna, Nenni assistette ad una carica della cavalleria contro lavoratori e contro donne che avevano assaltato i forni. Erano i giorni dei moti della fame. L'episodio lo impressionò fortemente, riempiendolo di sdegno.[2]

Per interessamento della contessa Ginnasi, che voleva farlo diventare prete, la madre riuscì a farlo accogliere nell'orfanotrofio "Maschi Opera Pia Cattani"[1], dove mostrò subito un temperamento ribelle: nel 1900, dopo il regicidio di Umberto I, scrisse nei corridoi del collegio "Viva Bresci" [3].

Nel 1908 fu assunto come scrivano in una fabbrica faentina di ceramiche, ma pochi mesi dopo venne licenziato per aver partecipato a uno sciopero di agricoltori e, contemporaneamente, espulso dalla struttura dell'orfanotrofio dove ancora risiedeva.

Il 5 aprile sul "Popolo di Faenza" apparve il suo primo articolo. Altri ne apparirono sul settimanale repubblicano faentino "Il Lamone". Si iscrisse al Partito Repubblicano Italiano, partecipò a numerose manifestazioni e conobbe i primi giorni di prigione.

Nel 1909 promosse scioperi politici in Lunigiana fra i cavatori di marmo. Fu fra i promotori dello sciopero generale di protesta per la fucilazione in Spagna del rivoluzionario Francisco Ferrer Guandia. Diresse il settimanale "Il pensiero romagnolo".[2]

L'8 marzo 1911 sposò Carmela, detta Carmen, Emiliani, da cui avrà 4 figlie: Giuliana nel 1911, Eva, detta Vany, nel 1913, Vittoria, detta Vivà, nel 1915, e Luciana nel 1921. Vittoria era destinata ad una tragica fine.

Sempre nel 1911 Nenni fu nominato segretario della Camera del Lavoro di Forlì.

L'incontro con Mussolini[modifica | modifica wikitesto]

Mussolini socialista

Nenni nel 1909 collaborò saltuariamente a "Lotta di classe", diretto all'epoca dall'allora socialista Benito Mussolini, del quale divenne amico.[4]

Nel 1911, a settembre, Giolitti annunciò la decisione del governo italiano di dichiarare guerra all'Impero ottomano e di occupare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica e le isole del Dodecaneso nel Mar Egeo.

Come conseguenza venne proclamato lo sciopero generale. Nenni, su posizioni pacifiste, partecipò alle proteste contro la guerra e durante le manifestazioni a Forlì fu ferito da tre sciabolate; fu poi arrestato e condannato a un anno e quindici giorni. In carcere ebbe come compagno, nella stessa cella, Mussolini, anch'egli condannato per i moti contro la guerra in Libia.[5]

Nenni nelle Marche[modifica | modifica wikitesto]

Cartolina commemorativa di Antonio Casaccia, Attilio Giambrignoni e Nello Budini, i tre manifestanti rimasti uccisi ad Ancona il 7 giugno 1914, dalla cui morte prese origine la Settimana Rossa

Tra il 1912-1915 Nenni si trovava nelle Marche, tra Pesaro, Jesi e Ancona, dove svolse un'intensa attività di oratore e di giornalista.[6] Nel dicembre del 1913 fu nominato direttore del "Lucifero"[7], giornale repubblicano di Ancona, città dove si trasferì con la famiglia e l'anziana madre Angela Castellani. Divenne anche segretario della Federazione giovanile repubblicana.[2]

Il 7 giugno 1914, ad Ancona, nel corso di un comizio antimilitarista, la polizia aprì il fuoco sui partecipanti, uccidendo due militanti repubblicani e un anarchico. Ne seguì una settimana di scioperi e di agitazioni promosse a livello locale da Nenni insieme all'anarchico Errico Malatesta e a livello nazionale da Mussolini dalle pagine del quotidiano socialista "Avanti!", che in alcune parti d'Italia assunse le caratteristiche di una vera e propria insurrezione popolare, la cosiddetta Settimana rossa.

Scriverà Nenni:

« Furono sette giorni di febbre, durante i quali la rivoluzione sembrò prendere consistenza di realtà, più per la vigliaccheria dei poteri centrali e dei conservatori che per l'urto che saliva dal basso... Per la prima volta forse in Italia colla adesione dei ferrovieri allo sciopero, tutta la vita della nazione era paralizzata. »
(Pietro Nenni, Lo spettro del comunismo, 1914-1921, 1921)

Nenni per l'intervento nella Grande Guerra[modifica | modifica wikitesto]

Poche settimane dopo, il 28 giugno 1914 a Sarajevo avvenne l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este, che causò il successivo 28 luglio la dichiarazione di guerra dell'Impero austro-ungarico al Regno di Serbia, con l'inizio della prima guerra mondiale. In un primo tempo l'Italia rimase neutrale, ma vi furono subito numerosi intellettuali e uomini politici che si espressero per l'entrata in guerra a fianco di Francia, Regno Unito e Impero russo contro l'Impero austro-ungarico.

Nenni era per l'intervento contro l'Austria-Ungheria. La sua posizione maturò in carcere e fu espressa nell'articolo del 6 settembre 1914 dal titolo "Vogliamo la guerra perché odiamo la guerra" apparso sul "Lucifero" grazie alla complicità di un secondino.

Dopo l'entrata in guerra dell'Italia il 24 maggio 1915, il 27 maggio Nenni si arruolò volontario. Quando, per il suo rifiuto di prestare giuramento al Re, venne spedito in carcere, richiese l'intervento del ministro repubblicano Salvatore Barzilai per essere inviato al fronte. Venne ammesso al corso ufficiali e superò l'esame finale con un'ottima votazione, ma "le informazioni sfavorevolissime intorno ai precedenti politici del sergente Pietro Nenni hanno vietato al Ministero di far luogo alla nomina ad Ufficiale".

Partì quindi per il fronte come soldato semplice, anche se poco tempo dopo venne promosso caporale: "Il noto pubblicista repubblicano Pietro Nenni, organizzatore della famosa settimana rossa, partì volontario per il fronte. È stato promosso caporale per merito di guerra in seguito all'eroismo dimostrato in varie operazioni."[8]

Nel corso della terza offensiva delle truppe italiane sull'Isonzo, intenzionate a conquistare Gorizia, il 31 ottobre del 1915 nacque ad Ancona la terzogenita di Nenni, alla quale per volere del padre impegnato al fronte venne dato il nome augurale di Vittoria, e il secondo nome di Gorizia. Vittoria fu poi chiamata familiarmente Vivà.

Sul finire dell'autunno 1916, dopo sedici mesi ininterrotti al fronte, Nenni, a seguito dello scoppio di un barile di polvere da sparo esploso vicino al suo osservatorio, venne ricoverato all'ospedale di Udine, dove fu curato per il forte trauma e poi inviato a casa in convalescenza.

Nel 1917, grazie all'incontro casuale, durante la convalescenza, con Giuseppe Pontremoli, come lui romagnolo e direttore del giornale "Il Secolo", assunse la direzione del "Giornale del Mattino" di Bologna[9], trasferendosi con la famiglia nella città felsinea. Era la prima volta che Nenni si trovava a dirigere un quotidiano.

Dopo la rotta di Caporetto del 24 ottobre 1917, chiese di tornare in prima linea, dove venne incorporato nella 94° batteria bombardieri, conseguendo la promozione a sergente e una Croce di guerra al valor militare.

Dopo la fine della guerra, riprese la direzione del "Giornale del Mattino", fino alla definitiva chiusura del quotidiano il 31 agosto 1919.

Il 10 aprile 1919 fondò con il repubblicano Mario Bergamo il primo Fascio di Combattimento di Bologna; l'organizzazione fu presto disciolta e, più tardi, ne fu fondata una omonima dal fascista Leandro Arpinati.

La crisi dell'esperienza repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Il dopoguerra fu per Nenni un periodo di crisi e di riflessione ideale e politica, nel corso della quale, pur con incertezze e contraddizioni, alla luce dell'esperienza compiuta in guerra, ritenne sbagliata la sua posizione interventista e maturò il suo allontanamento dal Partito Repubblicano e un avvicinamento al movimento socialista.

Si spostò, sempre con la famiglia al seguito, a Milano, dove venne assunto a "Il Secolo", all'epoca il principale quotidiano italiano, come "corrispondente viaggiante" (oggi si direbbe "inviato speciale") all'estero. Il suo incarico lo portò in Francia, Belgio, Austria, Cecoslovacchia[10]. Molto importante fu, nel 1920, il suo viaggio, al seguito della missione, con finalità commerciali e politiche, in Caucasia (Georgia), guidata dal senatore Ettore Conti, che permise a Nenni di entrare in contatto con il mondo sovietico. In questo anno lasciò definitivamente il partito repubblicano.

La svolta verso il socialismo[modifica | modifica wikitesto]

Come sempre nella vita di Nenni, la scelta dell'adesione al socialismo partì da un moto d'impeto: il 23 marzo 1921 una squadra fascista devastò la sede milanese dell'Avanti![11]. Nenni accorse alla sede del giornale socialista per dare manforte alla sua difesa. Conobbe il direttore Giacinto Menotti Serrati che dopo pochi giorni gli chiese di andare a Parigi come corrispondente dell'Avanti!, in prova per sei mesi, a 1800 franchi mensili "comprese per ora le piccole spese di tram, posta, ecc.". Il 19 aprile apparve per la prima volta la sua firma sul quotidiano socialista sotto l'articolo "La bancarotta dell'interventismo di sinistra". A Parigi si iscrisse al PSI.

Il 1º dicembre del 1921 nacque a Santa Margherita Ligure la quarta figlia, Luciana.

Milano - Lapide commemorativa di Carlo Rosselli e della rivista «Il Quarto Stato»

Divenuto dirigente del PSI, Nenni si segnalò come uno dei politici più attivi del movimento socialista. Non si schierò con i riformisti di Filippo Turati, al momento della loro espulsione dal partito nel 1922, ma quando, nel 1923, Serrati si espresse per la fusione del PSI nel PCdI, divenne l'alfiere della linea autonomista, per il mantenimento dell'esistenza autonoma del Partito Socialista. Il Congresso lo nominò direttore dell'Avanti![1].

Fu perseguitato dal regime mussoliniano (soprattutto dopo che, nel 1926 - insieme al liberalsocialista Carlo Rosselli - aveva fondato il settimanale Il Quarto Stato), tanto da essere costretto ad andare in esilio in Francia[1].

Contemporaneamente, il fascismo, con l'appoggio della monarchia, provvide alla soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Socialista Italiano (R.D. n. 1848/26).

Militanza politica in esilio[modifica | modifica wikitesto]

Durante gli anni del soggiorno parigino, Nenni dette un contributo decisivo per la sopravvivenza del partito trasferitosi all'estero e, contemporaneamente, si adoperò per la conclusione di alleanze tra i partiti italiani antifascisti in esilio. Già il 6 dicembre 1926 si costituì a Parigi un primo "Comitato d'attività antifascista", composto dai rappresentanti del PRI, del PSULI di Turati e Treves e del PSI di Nenni, allo scopo di accertare se esistessero le condizioni per trasformare in alleanza stabile la collaborazione tra le forze antifasciste[12]. Il comitato approvò la proposta di costituire una "concentrazione d'azione", formata da un cartello di partiti autonomi e di diversa estrazione ideologica e politica, ma condividenti un'identica base programmatica di opposizione al fascismo[12].

Il 28 marzo successivo si costituì la Concentrazione d'azione antifascista, anche con la Lega italiana dei diritti dell'uomo e l'ufficio estero della CGIL del socialista Bruno Buozzi. Nel maggio del 1928, il Comitato centrale della "concentrazione", indicò nell'instaurazione in Italia della repubblica democratica dei lavoratori, l'obiettivo finale della battaglia antifascista[13]. Infine, il 19 luglio 1930, il PSULI di Turati, Treves e Saragat si riunificò con il PSI, in occasione del XXI Congresso socialista, tenutosi in esilio a Parigi. Grazie alla sua azione indefessa, al XXII Congresso del PSI, svoltosi in esilio a Marsiglia nell'aprile del 1933, Nenni fu eletto per la prima volta segretario politico del Partito socialista, sostituendo il suo predecessore Ugo Coccia, morto il 23 dicembre 1932.

Nenni ricoprirà la carica di segretario per quattordici anni, sino all'aprile del 1945, oltre che direttore dell'Avanti!. Inizialmente, il programma "concentrazionista" di Nenni dette vita anche a un accordo con il movimento Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli, che sancì l'ingresso della stessa nella Concentrazione Antifascista (ottobre 1931); il suo successivo orientamento in direzione di un patto d'unità d'azione con il Partito Comunista, condusse, nel maggio del 1934, allo scioglimento definitivo della "Concentrazione"[14]. Il documento del patto d'unità d'azione con il PCI, sottoscritto da Nenni nell'agosto del 1934, non ignorava le divergenze ideologiche e tattiche delle due formazioni politiche ma ne ribadiva la piena autonomia. Nell'ottobre 1935, Nenni promosse insieme al PCI la convocazione di un Congresso degli Italiani all'estero contro la guerra d'Abissinia.

Il 27 ottobre 1936, durante la Guerra civile spagnola, repubblicani, socialisti e comunisti firmano a Parigi l'atto costitutivo del Battaglione Garibaldi, del quale viene designato a comandante Randolfo Pacciardi. La formazione viene inquadrata nelle Brigate Internazionali. Anche Nenni combatté al fianco di democratici provenienti da tutto il mondo e venne nominato commissario politico di divisione e delegato dell'Internazionale socialista. Per narrare al meglio questa esperienza egli scrisse dei diari privati e soprattutto un libro dal titolo significativo, Spagna che, oltre a narrare le vicende storiche e politiche del massacro perpetuato dai franchisti, costituisce una raccolta dei discorsi del leader socialista che danno bene il senso di quello che la vicenda spagnola rappresentò nella storia europea e nella vita degli antifascisti.[15]

Il leader socialista rientrò in Francia dopo la caduta di Barcellona, avvenuta il 26 gennaio del 1939. Pochi mesi dopo scoppiò la seconda guerra mondiale: con l'entrata in guerra dell'Italia e l'occupazione tedesca della Francia (giugno 1940), Nenni preferì lasciare Parigi e stabilirsi in "semiclandestinità" con la famiglia a Palalda, nei Pirenei orientali.

Nell'ottobre del 1941, dopo l'aggressione nazista all'URSS e la conseguente rottura del Patto Molotov-Ribbentrop, venne firmato a Tolosa un nuovo patto di unità d'azione tra socialisti e comunisti italiani, con l'adesione anche di Giustizia e Libertà.

Nenni fu arrestato a Saint-Flour dalla Gestapo l'8 febbraio 1943; rinchiuso nel carcere parigino di Fresnes, vi rimase per circa un mese.

Il 5 aprile venne consegnato alla polizia fascista alla frontiera del Brennero, probabilmente su richiesta di Mussolini, che così lo salvò dalla deportazione.

Il rientro in Italia e la stretta alleanza con il PCI[modifica | modifica wikitesto]

Nenni con Sandro Pertini (1947)

Condotto nel carcere romano di Regina Coeli, Nenni fu poi confinato a Ponza[1].

All'indomani della caduta di Mussolini, fu liberato e, il 23 agosto del 1943, a Roma, insieme a Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, promosse l'unificazione del PSI con il Movimento di Unità Proletaria di Lelio Basso, nato nel gennaio precedente, dando vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria - PSIUP. Il nuovo soggetto nacque in continuità ideale e storico-politica con il vecchio PSI e Nenni ne assunse la carica di segretario nazionale.

Il leader socialista prese parte alla Resistenza e, durante l'occupazione tedesca di Roma, pur essendosi rifugiato presso il Palazzo del Laterano della Santa Sede, fu uno dei membri più influenti delle Brigate Matteotti.

Il 15 ottobre 1943, grazie a dei documenti falsi, riuscì a sfuggire all'arresto che coinvolse Pertini e Saragat, dopo una riunione clandestina in Via Nazionale. In seguito fece pressioni sui militanti socialisti perché fosse organizzata quanto prima l'evasione dei due compagni di partito[16]. Così, il 24 gennaio 1944 un gruppo di partigiani delle Brigate Matteotti permise la loro fuga dal carcere di Regina Coeli. L'azione, dai connotati rocamboleschi, fu ideata e diretta da Giuliano Vassalli, che si trovava presso il tribunale militare italiano, con l'aiuto di diversi partigiani socialisti, tra cui Giuseppe Gracceva, Massimo Severo Giannini, Filippo Lupis, Ugo Gala e il medico del carcere Alfredo Monaco[17][18]. Si riuscì così prima a far passare Saragat e Pertini dal "braccio" tedesco a quello italiano e quindi a produrre degli ordini di scarcerazione falsi, redatti dallo stesso Vassalli. I due furono dunque scarcerati insieme a Luigi Andreoni e a quattro ufficiali badogliani. Pertini stesso narrò in seguito questi fatti anche in un'intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973, aggiungendo che dovette impuntarsi per far uscire insieme a lui e Saragat anche i badogliani e che quando Nenni lo seppe sbottò: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c'è abituato».[19]

In merito all'azione gappista di via Rasella del 23 marzo 1944 e all'eccidio nazi-fascista delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944, sono state riferite contrastanti versioni circa la posizione di Nenni: Il presidente dimissionario del CLN centrale e futuro Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, tra gli antifascisti rifugiati al Laterano, riportò nel suo diario, alla data del 31 marzo, la notizia di «una atrocità tedesca senza precedenti», datandola per errore «un paio di giorni dopo lo scoppio di una bomba in Via Rasella», riferendo di aver appreso i particolari dell'attentato da Pietro Nenni, e lo attribuì ad «alcuni elementi estremisti'». Poi scrisse di aver acconsentito, su richiesta di Nenni, a scrivere «una nota di indignazione e di protesta» verso la strage delle Fosse Ardeatine, da diffondere tramite la stampa clandestina.[20].

Osservando che Nenni aveva riportato sul suo diario i particolari dell'attentato già il 26 marzo, lo storico Enzo Forcella ritiene incredibile che, ancora il 31 marzo (data dell'annotazione di Bonomi), al Laterano non si sapesse che a compiere l'attentato non erano stati «alcuni elementi estremisti», bensì una formazione del PCI che l'aveva già rivendicato; ipotizza quindi che il presidente del CLN avesse ostentatamente mentito «a futura memoria storica, per prendere le distanze dall'attentato e, allo stesso tempo, per rendere più problematica la ricostruzione di un contrasto che tutti i protagonisti, per ragioni diverse e contrapposte, avevano interesse a far dimenticare».[21]

Secondo le memorie del cardinale Pietro Palazzini, allora giovane monsignore che assisteva i rifugiati politici al Laterano, appena ricevuta la notizia dell'eccidio i componenti del CLN discussero sul tipo di operazioni antitedesche da organizzare in futuro e la maggioranza avrebbe deciso per le sole azioni di sabotaggio, escludendo gli attacchi alle truppe «che costavano poi, per reazione, tanto sangue italiano». Sempre secondo Palazzini, Nenni avrebbe protestato vivacemente contro la decisione di cessare gli attacchi, affermando che: «Se nessuno lancerà più bombe contro i tedeschi, le lancerò io» e sarebbe stato calmato da Alcide De Gasperi: «Sta' buono, Pietro, non fare il Marat».[22]

Tuttavia, quest'immagine “barricadiera” del leader socialista contrasterebbe con la posizione, molto più cauta, espressa da Nenni nella pagina del suo diario del 23 marzo 1944 (quando ancora non aveva avuto notizia dell'attentato di via Rasella), in cui, prendendo spunto dall'annientamento di una banda partigiana nel Modenese, scrisse che, poiché «i contadini tremano davanti alla minaccia tedesca di incendiare i villaggi, di razziare il bestiame, di decimare le popolazioni, come cioè è avvenuto in diversi luoghi», esclusi anche gli scioperi, «restano due armi di lotta: contro i tedeschi il sabotaggio; contro i fascisti le rappresaglie, la legge del taglione».[23]

Nenni, incrollabile fautore della Repubblica, fu contrario alla svolta di Salerno di Togliatti dell'aprile del 1944, che stabiliva di accantonare la questione istituzionale a dopo la sconfitta dei nazi-fascisti, per cui rifiutò di partecipare personalmente sia al secondo Governo Badoglio che al secondo Governo Bonomi, che ne furono la diretta conseguenza.

Alla fine del mese di maggio del 1945 ebbe il dolore della conferma della notizia della morte della figlia Vittoria ad Auschwitz[24].

Pietro Nenni

Il 21 giugno 1945, Nenni accettò di partecipare al primo governo del dopoguerra, diretto da Ferruccio Parri, in qualità di Vice Presidente del Consiglio e Ministro senza portafoglio, lasciando la segreteria politica del PSIUP a Sandro Pertini.

Nenni si battè strenuamente per l'istituzione della Repubblica; famoso è il suo slogan: "O la Repubblica, o il caos!"

Il 5 giugno 1946, nel proclamare l'esito del referendum istituzionale, l' Avanti!, in un riquadro a lui dedicato, espresse la riconoscenza degli elettori socialisti al proprio leader, che aveva infaticabilmente lottato per l'abbinamento tra elezioni per l'Assemblea Costituente e referendum[25], titolando: "Grazie a Nenni".

Risultati delle elezioni politiche del 1946

Alle elezioni politiche del 1946, Nenni venne eletto deputato e il partito conseguì un successo clamoroso, risultando la più votata formazione politica della sinistra italiana (20,68% dei suffragi, contro il 18,93% del PCI) e la seconda, per consensi, dopo la Democrazia Cristiana (35,21%)[26].

Dal 18 ottobre 1946 al 28 gennaio 1947 fu Ministro degli affari esteri della Repubblica Italiana[27].

Contemporaneamente, Nenni favorì uno stretto rapporto tra i socialisti e il Partito Comunista ed inaugurò la politica del "frontismo". Il 27 ottobre 1946 concluse un nuovo patto d'unità d'azione con il PCI, rappresentato da Togliatti, Longo e Scoccimarro.

A causa di questa scelta, nel gennaio del 1947, dovette subire la "scissione di palazzo Barberini", guidata da Giuseppe Saragat, dalla quale nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.

Onde evitare che gli scissionisti potessero appropriarsi dello storico nome del Partito, il PSIUP riassunse il nome di Partito Socialista Italiano.

Il 2 febbraio 1947, Nenni si dimise da ministro degli Esteri, prevenendo l'esclusione delle sinistre dal governo che De Gasperi opererà pochi mesi dopo.

In ottobre, la scissione socialdemocratica fu parzialmente compensata dall'ingresso nel PSI degli ex-azionisti (Lussu, Lombardi, Bobbio, De Martino), a seguito dello scioglimento di quel partito.

In vista delle fondamentali elezioni politiche del 18 aprile 1948, Nenni fu un convinto artefice del Fronte Democratico Popolare, la coalizione elettorale di sinistra con i comunisti di Palmiro Togliatti: tuttavia, la lista ottenne un risultato inferiore alle attese (31% dei voti alla Camera e 30,76% al Senato), mentre la Democrazia Cristiana riportò una netta affermazione (oltre il 48% dei voti validi); la legislatura vide il succedersi di tre governi De Gasperi[28].

Fu una doppia sconfitta per i socialisti, che videro dimezzare i propri deputati a fronte di un ottimo risultato degli scissionisti della lista di Saragat (7,07% dei voti alla Camera dei deputati).

Al congresso straordinario che ne seguì (Genova, 27 giugno-1º luglio 1948) Nenni venne messo in minoranza. L'anno successivo, a Venezia, venne invece eletto per la seconda volta Segretario Nazionale del Partito socialista, incarico che mantenne per altri quattordici anni (1949-1963)[1], risultando complessivamente il più longevo segretario nella storia del PSI.

In questi anni, contrassegnati dalla guerra fredda, Nenni si batté contro l'adesione dell'Italia al Patto atlantico, cioè al sistema di alleanza militare con gli Stati Uniti e gli Stati dell'Europa occidentale, contrapponendole una "legittima istanza politica di neutralità"[29].

Lo statista romagnolo, infatti, si rifiutava di ravvisare nelle alleanze militari uno strumento di consolidamento della pace[29] e ad esse contrapponeva l'ipotesi della creazione di un'atmosfera di distensione e nuovi rapporti di coesistenza e di collaborazione tra i popoli[30]. In tale ottica, vedeva con diffidenza anche la realizzazione del sistema di aiuti economici del Piano Marshall, da lui considerato "lo strumento economico della Dottrina Truman e della politica di Wall Street" e comunque un'alleanza avente indirettamente significato e contenuto militare[29].

Contemporaneamente, tuttavia, Nenni non mancava di considerare, nell'ambito della volontà dei popoli "la freddezza, la padronanza di sé, di cui danno prova i Paesi dell'Est e l'Unione Sovietica"[29], né trascurava di ribadire "la ragione di carattere nazionale, per cui i socialisti, non da ieri o avant'ieri ma sempre, dal 1918 in poi, si sono stretti intorno all'Unione Sovietica" sia "da ricercarsi proprio nel fatto che in questo immenso paese essi hanno visto, per noi italiani, un elemento di maggior sicurezza"[29]. Dopo la firma del Patto atlantico, Nenni aprì i lavori del congresso di costituzione del movimento dei "Partigiani della pace", a Parigi, il 21 aprile 1949, presenti i delegati di 72 Nazioni - tra cui più di mille dall'Italia - e propose la costituzione di un Consiglio permanente per la pace[31].

Pietro Nenni nel 1954

Nel 1951 i sovietici assegnarono a Nenni Premio Stalin per la pace[1], che lo statista romagnolo ritirò personalmente nell'estate del 1952. In occasione di questo suo viaggio a Mosca gli fu anche concesso un incontro privato con Stalin, il quale morirà pochi mesi dopo. Nenni fu così l'ultimo politico occidentale a far visita al dittatore sovietico.

In vista delle elezioni politiche del 1953, lottò contro la nuova legge elettorale voluta dalla DC (denominata dai detrattori "legge truffa") ed ebbe partita vinta: il suo PSI conseguì un incoraggiante 12,7% dei consensi e per pochissimi voti il premio di maggioranza previsto dalla legge tanto criticata non scattò: questa fu l'ultima volta in cui Nenni si presentò alle elezioni in totale contrapposizione alla DC.

Il centro-sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Al XXXI Congresso del PSI (Torino, marzo-aprile 1955), Nenni si fece assertore di un'apertura al mondo cattolico e di un'intesa con la Democrazia Cristiana[1], accettando un'interpretazione difensiva e geograficamente delimitata del Patto Atlantico[32]. Tale linea trovò sponda nel Presidente della Camera Giovanni Gronchi, leader della sinistra democristiana e su posizioni critiche verso l'atlantismo. Il 29 aprile 1955, Gronchi fu eletto Presidente della Repubblica, battendo il candidato conservatore Cesare Merzagora, con i voti determinanti di socialisti e comunisti. L'apertura a sinistra, però, non decollò immediatamente.

Carri armati sovietici T-34-85 distrutti a Budapest (1956)

Il 27 settembre 1955, a Mosca, Nenni incontrò Malenkov e Suslov; il 30 settembre, a Pechino, Zhou Enlai e Mao Zedong; il 15 ottobre, a Yalta, Nikita Chruščёv, che già si preparava all'imminente denuncia dello stalinismo, che avverrà alcuni mesi dopo, al XX Congresso del PCUS[33].

All'indomani della pubblicazione del Rapporto segreto di Chruščёv, il leader socialista, a Pralognan in Savoia, si riavvicinò al leader socialdemocratico Saragat[1] e poi denunciò il patto d'unità d'azione con il PCI, che fu trasformato in mero "patto di consultazione".

L'allontanamento del PSI dai comunisti divenne più marcato dopo i fatti d'Ungheria del 1956.

Scrisse Nenni sull' "Avanti!" del 5 novembre 1956[34]:

« Gli ungheresi chiedono democrazia e libertà.

Il vecchio motto che non si sta seduti sulla punta delle baionette vale anche per i carri armati. Si può schiacciare una rivolta, ma se questa, come è avvenuto in Ungheria, è un fatto di popolo, le esigenze ed i problemi da essa poste rimangono immutati. Il movimento operaio non aveva mai vissuto una tragedia paragonabile a quella ungherese, a quella che in forme diverse cova in tutti i paesi dell'Europa orientale, anche con i silenzi, i quali non sono meno angosciosi delle esplosioni della collera popolare. Quanto di meglio noi possiamo fare per i lavoratori ungheresi è aiutarli a risolvere i problemi da essi posti a base del rinnovamento della vita pubblica nel loro e negli altri paesi dell'Europa orientale, aiutarli a spezzare gli schemi della dittatura in forme autentiche di democrazia e di libertà. Daremo tutta l'opera nostra in aiuto del popolo ungherese perché possa attuare il socialismo nella democrazia, nella libertà, nell'indipendenza. »

Nenni restituì il Premio Stalin conseguito cinque anni prima e devolse la somma ricevuta alla Croce Rossa Internazionale in favore delle vittime della rivoluzione ungherese e della crisi di Suez.

Nenni con il Guardaportone di Palazzo Montecitorio (1958)

All'interno del partito fondò la corrente "autonomia socialista", tendente a creare le condizioni per un governo che fosse espressione di un accordo tra i socialisti ed il centro, contrapposta alla corrente dei "carristi", così chiamati perché favorevoli all'intervento militare, con i carri armati, delle truppe sovietiche in Ungheria, i cui componenti, in gran parte, usciranno dal Partito nel 1964 per dal vita al nuovo PSIUP.

Ciò favorì l'ingresso nel PSI degli ultimi "azionisti" (Codignola), provenienti dalla lista di Unità Popolare e di alcuni esponenti comunisti usciti dal PCI proprio in conseguenza dell'appoggio all'intervento sovietico in Ungheria, tra i quali Antonio Giolitti, Loris Fortuna, Antonio Ghirelli.

Le elezioni politiche del 1958 premiarono la linea autonomista del PSI, che conseguì il 14,2% dei voti alla Camera dei deputati (+1,5%).

Dalle urne uscì il secondo Governo Fanfani, composto da democristiani e socialdemocratici, con l'appoggio esterno dei repubblicani e che, pur denominato di "centrosinistra", vedeva i socialisti ancora all'opposizione. Tale governo ebbe breve vita e andò in crisi il 15 febbraio 1959. Solo con l'avvento di Aldo Moro alla segreteria politica della DC e la vittoria di Ugo La Malfa sul conservatore Pacciardi al XXVII Congresso del PRI (marzo 1960), si poté procedere al varo del quarto Governo Fanfani (21 febbraio 1962), nel quale il PSI, per la prima volta dal 1947, non votò contro, ma si astenne sul voto di fiducia[35].

Infine, al congresso socialista di Milano del 25-29 ottobre 1963, il partito decise[36] la partecipazione diretta a un nuovo governo di centrosinistra, definito "organico".[37]

Pietro Nenni e Aldo Moro.

Nenni, dopo quattordici anni, lasciava la carica di segretario nazionale del PSI, per assumere incarichi di governo[38]. Fu più volte ministro e anche vicepresidente del Consiglio (nel primo nel secondo e nel terzo governo Moro); si adoperò per l'adozione di riforme economiche e di struttura, nonché per la riforma della scuola (fu tra l'altro fautore dell'abolizione dell'insegnamento obbligatorio del latino, da lui definito "lingua dei signori") e per la semplificazione della burocrazia (famosa la sua battaglia contro il titolo di "eccellenza").

Il Presidente della Repubblica Antonio Segni e Aldo Moro durante il giuramento dei ministri del I° governo di centro-sinistra.

Gran parte delle riforme contenute nel programma del primo governo di centrosinistra, tuttavia, non erano viste di buon occhio dalle componenti più conservatrici della Democrazia cristiana e dal nuovo Presidente della Repubblica, il democristiano Antonio Segni, eletto il 2 maggio 1962, col supporto del correntone democristiano, del Msi e dei monarchici.

Il 25 giugno 1964, Moro fu costretto a rassegnare le dimissioni, dopo essere stato battuto sulla discussione del bilancio del Ministero della pubblica istruzione, nella parte che assegnava maggiori fondi per il funzionamento delle scuole private.

Durante le consultazioni per il conferimento del nuovo incarico di governo, Segni esercitò pressioni su Pietro Nenni per indurre il Partito socialista a uscire dalla maggioranza governativa, comunicandogli che comunque avrebbe rimandato alle Camere, per riesame, il disegno di legge urbanistica Sullo - Lombardi, qualora fosse stato approvato.[39]

Secondo alcuni storici, qualora le trattative per la formazione di un nuovo governo di centro-sinistra fossero fallite, Segni sarebbe stato favorevole a sostituire Moro con il Presidente del Senato Cesare Merzagora, di tendenze conservatrici e sostenuto dai potentati economici.[40]

Moro, invece, riuscì a formare un nuovo governo di centro-sinistra, dopo aver convinto Nenni ad accettare il ridimensionamento dei suoi programmi riformatori. Nell' Avanti! del 22 luglio, Nenni si giustificò in tal modo di fronte ai suoi elettori e compagni di partito: "Se il centro-sinistra avesse gettato la spugna sul ring, il governo della Confindustria e della Confagricoltura era pronto a essere varato. Aveva un suo capo, anche se non è certo che sarebbe arrivato per primo al traguardo senza essere sopravanzato da qualche notabile democristiano"; e nell' Avanti! del successivo 26 luglio dichiarò: "La sola alternativa che si sarebbe delineata sarebbe stata un governo di destra... nei cui confronti il ricordo del luglio 1960 sarebbe impallidito".[41]

La riunificazione socialista[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni del Presidente della Repubblica del 1964[42], Nenni fu il candidato presentato dal suo partito a partire dal 10º scrutinio. Nel 13º scrutinio fu votato anche dai parlamentari del PCI e del PSDI, fino a raggiungere il tetto di 385 voti al 20º (il quorum richiesto per l'elezione era 482). Ma, già al 18º scrutinio, democristiani e socialdemocratici si erano orientati a sostenere Giuseppe Saragat - che sarà poi eletto - e Nenni ritenne opportuno rinunciare alla candidatura in favore dell'amico/rivale di sempre.

La politica di centro-sinistra e la Presidenza della Repubblica dell'amico-rivale Saragat, favorirono la realizzazione di un annoso obiettivo di Nenni: la riunificazione socialista. Quasi venti anni dopo la scissione di Palazzo Barberini l'obiettivo dell'unità socialista, costantemente perseguito dal leader socialista[43], divenne realtà.

Il 30 ottobre 1966 il PSI e il PSDI, dopo alcuni anni di comune presenza all'interno dei governi di centro-sinistra, si riunificarono nel "PSI-PSDI Unificati" (soggetto noto con la denominazione Partito Socialista Unificato). In contrasto con il progetto unitario, il deputato PSDI Giuseppe De Grazia fondò il movimento Socialdemocrazia[44], poi scomparso dalla vita politica nazionale.

La fusione fu proclamata davanti a 20-30mila persone dalla Costituente socialista riunita al Palazzo dello Sport dell'EUR di Roma; i 1.450 delegati socialisti elessero Nenni presidente unico del nuovo partito.

Il 6 maggio 1966 Nenni pronunciò un discorso a Stoccolma, al congresso dell'Internazionale socialista. Era il primo passo per il rientro del PSI nell'Internazionale dopo 17 anni.

Condannò duramente il colpo di stato dei colonnelli greci del 21 aprile 1967 e sostenne più volte[45] le ragioni dell'integrazione europea[46].

Nelle successive elezioni politiche del 19 maggio 1968 il Partito Socialista Unificato registrò una grave sconfitta: rispetto ai risultati dei due partiti unificati nella precedente tornata elettorale perse 29 seggi alla Camera e 12 seggi al Senato.[47]. Al contrario, i dissidenti socialisti coagulatisi nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria ottennero il 4,45%, eleggendo 23 deputati alla Camera e alcuni senatori in alleanza con il Partito Comunista Italiano[48].

Pertanto, le correnti massimaliste del partito tornarono a reclamare una strategia volta a riassorbire i consensi perduti a sinistra, determinando una sempre maggior inquietudine tra gli ex-socialdemocratici.

Intanto, Nenni si impegnava nel consolidare i rapporti internazionali del Partito Socialista Unificato: compì importanti visite ufficiali di partito in Inghilterra e Jugoslavia. In giugno fu eletto vicepresidente a vita dell'Internazionale socialista.

La notte fra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia (con l'eccezione di quelle della Romania che non partecipò all'attacco) invasero la Cecoslovacchia, mettendo fine alla stagione riformista seguita alla salita al potere di Alexander Dubček, nota come Primavera di Praga. Il 29 Nenni pronunciò alla Camera un discorso di condanna dell'invasione.

Nenni fu nuovamente Ministro degli affari esteri nel primo governo Rumor (12 dicembre 1968 - 5 agosto 1969)[49]. Ottenne dal Parlamento l'approvazione dell'interpretazione, da lui concepita sin dal 1955, degli obblighi assunti dall'Italia con l'alleanza atlantica: "il governo... considera il Patto atlantico, nella sua interpretazione difensiva o geograficamente delimitata, il fattore essenziale nella sicurezza del paese, ne accetta gli obblighi e intende svolgerli nel contesto di una politica generale volta creare e a consolidare condizioni di sviluppo pacifico nelle relazioni internazionali, tali da fare nei blocchi un fattore di equilibrio e non di rottura, così da avviarli al loro superamento"[50].

Il 29 gennaio 1969 l'Italia procedeva alla firma del Trattato di non proliferazione nucleare, contemporaneamente ai governi di Washington, Londra e Mosca[51].

Nello stesso mese di gennaio 1969, l'anziano leader socialista presentò la proposta per il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese[52]: i due paesi nominarono i rispettivi ambasciatori nel febbraio del 1970[53] e, quasi contemporaneamente, la Repubblica cinese nazionalista di Taiwan comunicò la cessazione dei rapporti bilaterali con l'Italia.[54] Il 25 ottobre 1971, con la risoluzione 2758 (XXVI), l'assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe i diplomatici della Repubblica Popolare Cinese come "gli unici rappresentanti legittimi della Cina alle Nazioni Unite" ed espulse gli emissari della Repubblica di Taiwan, guidata all'epoca da Chiang Kai-shek.[55]

Nel clima turbolento del post-Sessantotto[56], si tenne il Congresso del partito unificato (che nell'ottobre 1968 aveva assunto il nome di PSI) del luglio 1969: Nenni tentò in extremis di salvare l'unificazione[57], presentando una mozione "autonomista", che però fu sconfitta dalla linea massimalista di De Martino.

Immediatamente il 5 luglio 1969 si consumò una seconda scissione socialdemocratica, questa volta irreversibile: la componente socialista mantenne la sigla PSI, mentre quella socialdemocratica costituì il Partito Socialista Unitario (PSU), che il 10 febbraio 1971 riprese la denominazione di Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI).

In seguito alla scissione Nenni diede le dimissioni da presidente del partito e da ministro degli Esteri[58], ammonendo sulle conseguenze di uno spostamento a destra dell'asse politico nazionale[59].

Nel 1970, Nenni venne nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, ma rimase comunque presidente onorario del partito.

L'addio[modifica | modifica wikitesto]

« Sarebbe stato uno splendido presidente della Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici. »
(Oriana Fallaci, Intervista con la storia, 1974)

Alle elezioni del Presidente della Repubblica del 1971, la candidatura Nenni fu opposta dalle sinistre a quella di Giovanni Leone al 22º e 23º scrutinio, ma risultò soccombente.

Come raccontato nel libro Un uomo di Oriana Fallaci, Nenni fu una delle tre persone che incontrarono Alexandros Panagulis al suo arrivo in Italia (1973); prese anche posizione contro l'incremento delle basi NATO in Italia[60].

La sua ultima grande campagna fu quella per il riconoscimento legale del divorzio, la cui prima proposta di legge nel Parlamento repubblicano era stata presentata nel 1958 dalla figlia Giuliana, all'epoca senatrice del PSI.

La disillusione per molte delle speranze infrante del centro-sinistra - ma anche la difficoltà di riconoscersi nelle mutate condizioni sociali e politiche del Paese - lo portò al "periodo triste",[61] determinato dall'emarginazione della linea autonomista da parte della segreteria De Martino.

Nel 1976, in un articolo sull'Avanti!, De Martino annunciò il ritiro dell'appoggio esterno del PSI al quinto governo Moro determinandone la caduta. Le successive elezioni politiche anticipate si conclusero con una pesante sconfitta per il Partito socialista, i cui voti scesero sotto la soglia psicologica del 10%. Contemporaneamente la Democrazia Cristiana riuscì a rimanere il partito di maggioranza relativa, nonostante una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer.

In occasione delle elezioni politiche del 1976 Nenni promosse un appello a pagamento sulle pagine del quotidiano La Repubblica per permettere al Partito Radicale di Marco Pannella l'accesso ai mezzi d'informazione durante la campagna elettorale.[62] L'appello fu firmato da oltre cinquanta personalità politiche e della società civile, e permise al Partito Radicale d'entrare per la prima volta nel parlamento italiano.

Pietro Nenni, ormai anziano, e Bettino Craxi nel 1979

Successivamente De Martino, che puntava ad una nuova alleanza con i comunisti, fu costretto alle dimissioni e si aprì all'interno del PSI una grave crisi.

Alla ricerca di una nuova identità che rilanciasse il partito, il 16 luglio il comitato centrale si riunì in via straordinaria presso l'Hotel Midas di Roma e, con il decisivo appoggio di Nenni, fu eletto segretario Bettino Craxi, esponente della linea autonomista e delfino politico dell'anziano presidente onorario.

Smentendo un'interpretazione interessata delle vicende interne al partito, sia Francesco Guizzi sia Rino Formica hanno confermato che il sostegno di Nenni alla segreteria di Craxi si prolungò fino alla fine. Quando la corrente signoriliano-amatiano-giolittiana tentò di abbattere il segretario nel Comitato centrale del 20 dicembre 1979, il già malato Nenni, nell'abbandonare stremato a mezzanotte la riunione, richiese di essere richiamato nel caso si addivenisse ad un voto nel prosieguo della nottata, per non far mancare il suo appoggio a Craxi (quel voto, tuttavia, non fu necessario per la defezione di De Michelis dallo schieramento contrario alla segreteria).[63]

Il 20 giugno 1979, Nenni, pur con grande fatica per le sue condizioni di salute, si recò al Senato per presiedere, come senatore più anziano[64], la seduta di apertura delI'VIII legislatura repubblicana, per evitare che i lavori fossero aperti da un senatore del MSI.[65] Nenni aprì la seduta accolto da un lunghissimo e caloroso applauso dei senatori, tutti in piedi, pronunciando un breve discorso. «"Il saluto di tutta l'assemblea a Parri — ha detto Nenni — lo rivolgo associando il suo nome a quello del capo dello Stato Sandro Pertini, uomini l'uno e l'altro della più autentica Resistenza". Un nuovo applauso unanime ha sottolineato queste parole di Nenni (solo i missini son rimasti fermi ai loro banchi senza battere le mani)».[66]

Bettino Craxi interviene alla manifestazione funebre per Pietro Nenni

Il primo gennaio 1980, alle 3,20 del mattino, Nenni si spense nella sua casa di piazza Adriana[67]. Il giorno seguente, mentre veniva espresso cordoglio anche a livello internazionale[68], l'Avanti! pubblicò il suo ultimo articolo scritto per l'Almanacco socialista, intitolato "Rinnovarsi o perire".

Nenni era ateo[69]: in suo suffragio si tenne una manifestazione in Piazza Augusto Imperatore a Roma, a poca distanza dalla sede storica del PSI di Via del Corso, organizzata dal suo Partito, che nel 1981 gli dedicò il XLII Congresso nazionale a Palermo.

Pietro Nenni è stato sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

La Fondazione Pietro Nenni[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 aprile 1985, in memoria di Pietri Nenni, è stata costituita in Roma la "Fondazione Pietro Nenni", Istituto di ricerca e di studi politici, storici e sindacali riconosciuto con Decreto del Presidente della Repubblica del 20 novembre 1986, n. 1001.

Come recita l'articolo 2 dello Statuto: “La fondazione non ha fini di lucro e ha lo scopo di promuovere ed attuare studi e ricerche, convegni, seminari ed ogni altra iniziativa tendente all'approfondimento dei problemi concernenti lo sviluppo sociale, politico, culturale ed economico della società contemporanea, e a sviluppare la conoscenza e la cooperazione tra i popoli”[70].

La Fondazione Nenni svolge ogni anno numerose ricerche, progetti e cura la pubblicazione di saggi, di un blog di informazione, e della rivista online “L'ARTICOLO1”[71].

La carica di Presidente della Fondazione Nenni è stata ricoperta dal 1985 fino a marzo del 2015 dallo storico socialista Giuseppe Tamburrano. L'attuale Presidente è il sen. Giorgio Benvenuto.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Repubblicani e sindacalisti, Jesi, La tipografica jesina, 1913.
  • Lo spettro del comunismo, 1914-1921, Milano, Modernissima, 1921.
  • L'assassinio di Matteotti ed il processo al Regime, Milano, Avanti!, 1924.
  • Il delitto di Roma, Buenos Aires, L'Italia del popolo, 1924.
  • Storia di quattro anni. La crisi socialista dal 1919 al 1922, Milano, Libreria del Quarto Stato, 1927.
  • La faillite du syndacalisme fasciste, Paris, Librairie Valois, 1929.
  • Ricordi di un socialista: sei anni di guerra civile in Italia, Paris, E. Cecconi, 1929.
  • Le esecuzioni di Trieste, Paris, Librairie S.F. I.C., 1930.
  • La lutte de classes en Italie, Paris, Editions de la Nouvelle Reveu Socialiste, 1930.
  • La lutte socialiste contre le fascisme et pour le pouvoir, Sfie, 1933.
  • Marx e il marxismo. In occasione del cinquantenario della morte di Marx, Edizioni popolari del Partito socialista italiano, 1933.
  • Il delitto africano del fascismo, Sfie, 1935.
  • Per la Spagna. Con la Spagna, Edizioni del Partito socialista italiano, 1937.
  • Solidarite envers le peuple italien, Entente internationale pour la defense du droit, de la liberte et de la paix en Italie, 1938.
  • Sei anni di guerra civile, Rizzoli, 1945.
  • Prefazione, in Luigi Fossati, “Qui Budapest”, Einaudi, 1957.
  • L'eredità della breccia di Porta Pia, Sugar, 1971.
  • Pietro Nenni. Dalle barricate a Palazzo Madama, Mursia, 1971.
  • I nodi della politica estera italiana, a cura di Domenico Zucàro, SugarCo, 1974.
  • Spagna. Edizione riveduta ed ampliata, SugarCo, 1976.
  • Storia di quattro anni. 1919-1922, Sugarco, 1976.
  • La battaglia socialista contro il fascismo, 1922-1944, Mursia, 1977.
  • Intervista sul socialismo italiano, con Giuseppe Tamburrano, Laterza, 1977.
  • Vento del Nord, Einaudi, 1978.
  • Diari , a cura di Giuseppe Tamburrano, 3 volumi, SugarCo, 1981-1983.
  • Garibaldi, Galzerano, 1982.
  • Discorsi parlamentari. 1946-1979, Camera dei deputati. Segreteria generale. Ufficio stampa e pubblicazioni, 1983.
  • Nenni e Israele, Il Garofano Rosso, 1984.
  • La lotta di classe in Italia, SugarCo, 1987.
  • Nenni dieci anni dopo, Lucarini, 1990.
  • Nenni, 1956, Comma, 1991.
  • Pietro Nenni. Protagonista e testimone di un secolo, 1891-1991, Psi, 1991.
  • Carteggio La Malfa-Nenni, 1947-1971, 1991.
  • Pietro Nenni, Aldo Moro. Carteggio 1960-1978, La nuova Italia, 1998.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Croce di guerra al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce di guerra al valor militare
«Volontariamente, dopo intenso tiro nemico, portava ordini alle batterie. Sotto violento bombardamento, essendo imminente un nostro attacco, coadiuvava il difficile trasporto di tre bombarde, nella più avanzata trincea di partenza.»
— Monte Spinoncia (Monte Grappa), 25 ottobre 1918
Premio Stalin per la Pace - nastrino per uniforme ordinaria Premio Stalin per la Pace
— Mosca, 1951

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i Pietro Nenni, in: Dizionario di Storia - Treccani
  2. ^ a b c cfr. Giuseppe Tamburrano, Pietro Nenni, Roma-Bari, Laterza, 1986
  3. ^ Giorgio Galli, Storia del socialismo italiano: da Turati al dopo Craxi, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2007, pag. 291
  4. ^ Sul rapporto Nenni-Mussolini si veda: Duilio Susmel, Nenni e Mussolini mezzo secolo di fronte, Rizzoli, Milano, 1969.
  5. ^ Renzo De Felice, "Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920", Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino, 1965. Sull'argomemento vedasi anche: Maurizio Degl'Innocenti, "Il socialismo italiano e la guerra di Libia", Roma, Editori Riuniti, 1976.
  6. ^ Sulla presenza di Nenni nelle Marche si veda: Marco Severini, Nenni il sovversivo. L'esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Venezia, Marsilio, 2007.
  7. ^ Periodico della Consociazione repubblicana delle Marche, fondato ad Ancona nel 1870, primo direttore fu Domenico Barilari (Venezia 1840 – Ancona 1904). Vedi “Lucifero”, un giornale della democrazia repubblicana, a cura di Giancarlo Castagnari e Nora Lipparoni, prefazione di Giovanni Spadolini, 1981, Ancona, Bagaloni Editore.
  8. ^ Cfr. La Stampa del 17 novembre 1915: "Il leader della settimana rossa promosso caporale".
  9. ^ Il "Giornale del Mattino", bibliotecasalaborsa.it. URL consultato il 23/02/2015.
  10. ^ Ugo Intini, Avanti! Un giornale, un'epoca, Ponte Sisto, Roma, 2012.
  11. ^ Il primo assalto all'Avanti! si era verificato il 15 aprile 1919 e fu seguito da altre irruzioni, prima della definitiva chiusura del giornale a seguito dell'entrata in vigore della legge 31 dicembre 1925 n.2307 sulla stampa, all'interno delle cosiddette "leggi fascistissime" del 1926.
  12. ^ a b Santi Fedele, I Repubblicani in esilio nella lotta contro il fascismo (1926-1940), Le Monnier, Firenze, 1989, pagg. 27-28
  13. ^ Il documento fu pubblicato in: La Libertà, 20 maggio 1928. Cfr.: Santi Fedele, cit., pag. 40
  14. ^ Santi Fedele, cit., pag. 83
  15. ^ Nenni fu così radicatamente identificato con la parte perdente della guerra di Spagna che, ancora nel dicembre 1976, se ne ebbe la riprova quando il PSOE tenne in semiclandestinità il suo primo congresso post-franchista a Madrid (v. "Godfathers all." Economist [London, England] 11 Dec. 1976: 62+). I suoi dirigenti González e Guerra pregarono Nenni di non sedere al banco di presidenza (dove tutti gli altri dirigenti dell'Internazionale socialista sedevano, da Mitterrand a Palme a Kreisky) per non indisporre le autorità (e presumibilmente per non dare un senso di reducismo e di rivendicazionismo di parte al ritorno della democrazia spagnola, volutamente presentato dalle nuove generazioni come superamento delle divisioni del passato): ha descritto l'evento e la profonda delusione di Nenni per l'episodio (ed ancor più per il successivo rifiuto dei giovani dirigenti PSOE di accompagnarlo in visita al cenotafio dell'Alcazar, dove riposavano moltissimi dei suoi compagni di lotta di mezzo secolo prima) Rino Formica, presente ai fatti, nell'allocuzione al convegno di presentazione del libro Caro compagno. Lettere di Nenni a Franco Iacono, edito da Marsilio, tenutosi a Roma, palazzo Giustiniani, sala degli Zuccari, il 12 marzo 2008.
  16. ^ Edgarda Ferri, Uno dei tanti, Milano, Mondadori, 2010.
  17. ^ Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini, Quando liberammo Pertini e Saragat dal carcere nazista, Patria Indipendente, Pubblicazione ANPI
  18. ^ Davide Conti (cur.), Le brigate Matteotti a Roma e nel Lazio, Roma, Edizioni Odradek, 2006, ISBN 88-86973-75-6. - Vedi anche Recensione dell'ANPI
  19. ^ Intervista di Oriana Fallaci a Pertini, pubblicata su L'Europeo, 27 dicembre 1973, riportata da Oriana-Fallaci.com
  20. ^ Ivanoe Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1944), Milano, Garzanti, 1947, ristampa Lit Edizioni 2014.
  21. ^ Enzo Forcella, "La Resistenza in convento", 1999, Einaudi, Torino, pp. 164-165.
  22. ^ Cfr. Enzo Forcella, "La Resistenza in convento", 1999, Einaudi, Torino, p. 164.
  23. ^ Cfr. Enzo Forcella, "La Resistenza in convento", 1999, Einaudi, Torino, pp. 170-171.
  24. ^ Biografia di Nenni, Fondazione Nenni. URL consultato il 30 marzo 2010.
  25. ^ The Italian Parties. The Economist (London, England), Saturday, February 23, 1946; pg. 298; Issue 5348.
  26. ^ "Italy's Grave Hour". The Times (London, England), Monday, Oct 14, 1946; pg. 3; Issue 50581.
  27. ^ La sua politica estera è descritta e commentata nella raccolta: Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, a cura di Domenico Zucàro, Sugarco, Milano, 1974
  28. ^ "Italy's Fifth Column." Economist [London, England] 12 Aug. 1950: 321+.
  29. ^ a b c d e Atti parlamentari, Camera dei deputati, tornata del 30 novembre 1948
  30. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pagg. 66-67
  31. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 91
  32. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 125
  33. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pagg. 130-141
  34. ^ Citazione riportata in: 12 giorni, la rivoluzione ungherese del '56, opuscolo dello SDI per il 50° anniversario dei fatti d'Ungheria, 2006
  35. ^ Signor Nenni Ill After Fall. The Times (London, England), Friday, Aug 17, 1962; pg. 8; Issue 55472; Last of the Flowing Ties. The Financial Times (London, England), Thursday, June 20, 1963; pg. 12; Edition 23,035.
  36. ^ Signor Nenni's Call To Party For New Approach. The Times (London, England), Saturday, Oct 26, 1963; pg. 7; Issue 55842.
  37. ^ Tuttavia, al congresso successivo, svoltosi a Roma all'inizio del 1964, presso il Palazzo dei Congressi dell'EUR, si ebbe la scissione della corrente dei "carristi" che, dopo il XXXV congresso, diede vita al nuovo PSIUP, guidato da Tullio Vecchietti e Dario Valori.
  38. ^ Socialists To Join Italy Coalition. The Times (London, England), Wednesday, Nov 27, 1963; pg. 12; Issue 55869.
  39. ^ Indro Montanelli, Storia d'Italia. Vol. 10, RCS Quotidiani, Milano, 2004, pagg. 379-380.
  40. ^ Sergio Romano, Cesare Merzagora: uno statista contro i partiti, in: Corriere della Sera, 14 marzo 2005.
  41. ^ Citazioni riportate in: Giorgio Galli, Affari di Stato, Edizioni Kaos, Milano, 1991, pag. 94.
  42. ^ determinate dalle dimissioni anticipate del Presidente della Repubblica Antonio Segni, colto il 7 agosto da un ictus cerebrale
  43. ^ Italian Socialist Break With Communist Line. The Times (London, England), Monday, Sep 06, 1965; pg. 7; Issue 56419.
  44. ^ Psdi, un simbolo
  45. ^ Charles Smith. Britain and Itlay to Seek European Unity. The Financial Times (London, England), Tuesday, April 29, 1969; pg. 7; Edition 24,834.
  46. ^ Christopher Lorenz. Nenni Says Need for Integration is Urgent. The Financial Times (London, England), Wednesday, April 30, 1969; pg. 7; Edition 24,835.
  47. ^ L'unificazione di Partito Socialista Italiano e Partito Socialista Democratico Italiano deluse profondamente le attese, specialmente al Centro-Nord, dove spesso il PSI-PSDI Unificati raccolse i consensi del solo PSI nel 1963 o addirittura non arrivò nemmeno a questo risultato. Emblematico fu il caso dell'Umbria dove perse il 3% dei consensi rispetto al PSI di cinque anni prima, mentre nelle province di Varese, Venezia e Massa, il PSU perse oltre il 10% dei consensi ottenuti separatamente da PSI e PSDI. Nonostante questo deludente risultato il Nord Italia rimase la zona forte dei socialisti e dei socialdemocratici, con risultati notevoli a Belluno, in Friuli-Venezia Giulia e nelle province attraversate dal Ticino e dal Po. I risultati al Centro Sud furono in generale più bassi di quelli del Nord, ma presentarono contrazioni meno accentuate e qualche sporadico aumento come nel Molise e in Calabria, in particolare in Provincia di Cosenza dove ottenne più del 20% dei voti crescendo del 6%, facendo entrare questa regione tra le più forti del voto socialista.
  48. ^ Il PSIUP conseguì ottimi risultati nel Centro-Nord e in Sicilia, con massimi dell'8% nelle province di Massa ed Enna.
  49. ^ Peter Tumiati. Dutch, Italians Agree on European Policy. The Financial Times (London, England), Friday, March 21, 1969; pg. 7; Edition 24,803.
  50. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 201
  51. ^ Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, cit., pag. 206
  52. ^ (EN) Louis B. Fleming, Italy's Foreign MInister Urges Ties With China, in Los Angeles Times, 25 gennaio 1969. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  53. ^ (EN) Italy and Red China Swap Ambassadors, in Los Angeles Times, 13 febbraio 1971. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  54. ^ (EN) Paul Hofmann, Rome and Peking in Accord on Ties; Nationalist Link to Italy is Ended, in The New York Times, 7 novembre 1970. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  55. ^ (EN) Risoluzione 2758.
  56. ^ Paradox Of Violence. by a Special Correspondent. The Times (London, England), Tuesday, Apr 22, 1969; pg. III; Issue 57541.
  57. ^ Nenni Warns on Socialist Split. The Financial Times (London, England), Thursday, July 03, 1969; pg. 7; Edition 24,888.
  58. ^ Peter Nichols. Italian Ministers resign after Socialist split. The Times (London, England), Saturday, Jul 05, 1969; pg. 4; Issue 57604.
  59. ^ Nenni fears for Italy's future. The Times (london, England), Wednesday, Nov 26, 1969; pg. 5; Issue 57727; Signor Nenni warns his party that shunning Christian Democrats could deliver Italy to the fascists. The Times (London, England), Saturday, Nov 11, 1972; pg. 4; Issue 58629.
  60. ^ Peter Nichols. Senator Nenni warns Italians against increasing US bases. The Times (London, England), Thursday, Aug 22, 1974; pg. 4; Issue 59172.
  61. ^ Così definito da Rino Formica in un'allocuzione commemorativa al convegno di palazzo Giustiniani del 2008.
  62. ^ RadioRadicale.it - Appello di Pietro Nenni per la democrazia e la legalità
  63. ^ Rino Formica, cit.
  64. ^ In base al regolamento del Senato è il senatore più anziano per età anagrafica a presiedere la seduta inaugurale della legislatura. Nel caso specifico il compito sarebbe spettato a Ferruccio Parri, impedito per motivi di salute.
  65. ^ Si trattava di Araldo di Crollalanza, in passato ministro dei lavori pubblici durante il fascismo e commissario straordinario per il Senato e la Camera nella RSI.
  66. ^ Cfr. Avanti! del 21 giugno 1979.
  67. ^ Paul Betts. Italian Socialist Leader Dies of Heart Attack. The Financial Times (London, England), Wednesday, January 02, 1980; pg. 2; Edition 28,056.
  68. ^ Signor Pietro Nenni. The Times (London, England), Wednesday, Jan 02, 1980; pg. 10; Issue 60513.
  69. ^ Si veda l'articolo dell'Agenzia ADNKronos in data 29 aprile 1998 "PIO XII: L'ateo Nenni testimone a favore santità del papa.
  70. ^ Cfr. http://www.fondazionenenni.it
  71. ^ La rivista è consultabile on line dal sito http://fondazionenenni.it/index.php/category/rivista/

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Ezio Bartalini, Pietro Nenni, Roma, Partenia, 1946.
  • Giorgio Bocca, Nenni quarant'anni dopo, Firenze, Marchi, 1964.
  • Duilio Susmel, Nenni e Mussolini, mezzo secolo di fronte, Milano, Rizzoli, 1969.
  • Maria Grazia D'Angelo Bigelli, Pietro Nenni. Dalle barricate a Palazzo Madama, Roma, G. Giannini, 1970; Milano, Mursia, 1971.
  • Maurizio Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia, Roma, Editori Riuniti, 1976
  • Giovanni Spadolini, Nenni sul filo della memoria (1949-1980), Firenze, Le Monnier, 1982. ISBN 88-00-85590-3
  • Franca Biondi Nalis, La giovinezza politica di Pietro Nenni, Milano, Angeli, 1983.
  • Giuseppe Tamburrano, Pietro Nenni, Roma-Bari, Laterza, 1986. ISBN 88-420-2707-3
  • Enzo Santarelli, Pietro Nenni, Torino, UTET, 1988. ISBN 88-02-04183-0
  • Spencer Di Scala, Da Nenni a Craxi. Il socialismo italiano visto dagli U.S.A., Milano, SugarCo, 1988. ISBN 88-7198-033-6
  • Gianna Granati (a cura di), Pietro Nenni protagonista e testimone di un secolo. 1891-1991, Roma, Direzione P.S.I. Ufficio centrale stampa e propaganda, 1990.
  • Marco Severini, Nenni il sovversivo. L'esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Venezia, Marsilio, 2007. ISBN 978-88-317-9323-0
  • Ugo Intini, Avanti! Un giornale, un'epoca, Ponte Sisto, Roma, 2012
  • Antonio Tedesco, VIVA'. Tra passione e coraggio. La storia di Vittoria Nenni, Biblioteca della Fondazione Nenni, Roma, 2015

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]


Predecessore Segretario del Partito Socialista Italiano Successore
Ugo Coccia 1933 - 1939 Segreteria collegiale di Giuseppe Saragat, Oddino Morgari e Angelo Tasca I
Giuseppe Romita 1943 - 1945 Sandro Pertini II
Alberto Jacometti 1949 - 1963 Francesco De Martino III
Predecessore Ministro degli affari esteri Successore Emblem of Italy.svg
Alcide De Gasperi 18 ottobre 1946 - 2 febbraio 1947 Carlo Sforza I
Giuseppe Medici 12 dicembre 1968 - 5 agosto 1969 Aldo Moro II
Predecessore Ministro senza portafoglio Successore Lesser coat of arms of the Kingdom of Italy (1890).svg
ruolo condiviso 12 agosto 1945 - 14 luglio 1946
con deleghe alla Vicepresidenza del Consiglio e alla Costituente
ruolo condiviso
Predecessore Ministro senza portafoglio Successore Emblem of Italy.svg
ruolo condiviso 14 luglio 1946 - 18 ottobre 1946
con delega alla Costituente
ruolo condiviso I
ruolo condiviso 4 dicembre 1963 - 24 giugno 1968
con delega alla Vicepresidenza del Consiglio
ruolo condiviso II
Controllo di autorità VIAF: (EN73865321 · LCCN: (ENn50002766 · SBN: IT\ICCU\CFIV\004338 · ISNI: (EN0000 0001 1877 9153 · GND: (DE118785893 · BNF: (FRcb12019285k (data) · NLA: (EN35684350

]