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Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia

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Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia
Camillo Benso, conte di Cavour, primo detentore della carica
StatoItalia (bandiera) Italia
TipoCapo del governo
Istituito23 marzo 1861[1]
dagoverno Cavour IV
PredecessorePresidente del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna
Riforme28 marzo 1867
25 agosto 1876
14 novembre 1901
Soppresso13 gennaio 1926
dagoverno Mussolini
SuccessoreCapo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato del Regno d'Italia
Nominato daRe d'Italia
SedePalazzo delle Segreterie, Torino (1861-1865)
Palazzo Medici Riccardi, Firenze
(1865-1871)
Palazzo Braschi, Roma (1871-1923)
Palazzo del Viminale, Roma (1923-1926)

Il Presidente del Consiglio dei ministri era la carica istituzionale deputata alle funzioni di capo del governo del Regno d'Italia, inizialmente sul solo piano politico, per poi trovare progressivo riconoscimento anche nell'ordinamento giuridico.

​A seguito dell'ascesa al potere di Benito Mussolini, nel 1926 la carica venne soppressa e rimpiazzata da quella di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, dotata di prerogative ben più ampie.

La carica nel Regno di Sardegna

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L'incarico di Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna venne adottato in via informale fin dal 1848, in seguito all'introduzione dello Statuto Albertino, mentre in epoca ancora precedente si riscontrava la denominazione di Gran Cancelliere o Primo segretario di Stato.[2] In questa fase iniziale al Presidente del Consiglio era riconosciuta de facto una supremazia di carattere politico, ma non giuridica, rispetto agli altri ministri, rispetto ai quali ne era sostanzialmente il portavoce nei confronti della Corona e della Camera dei deputati.[2] Il Presidente del Consiglio inoltre non era l'unica personalità ad avere il potere di proporre la lista dei ministri al re, infatti nella formazione del governo potevano concorrere più persone.[3] Con il susseguirsi dei governi guidati da Camillo Benso, conte di Cavour, tra il 1852 e il 1861 la figura del Presidente del Consiglio acquisì una maggiore autonomia.[3]

L'Italia liberale

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In seguito alla proclamazione del Regno d'Italia, la carica continuò ad essere nominata in via consuetudinaria. La prima affermazione giuridica del ruolo del Presidente del Consiglio si ebbe col regio decreto 28 marzo 1867, n. 3629[4] del governo Ricasoli II, nel tentativo di garantire maggiore autonomia al Governo nei confronti della Corona.[5] L'attribuzione di una maggiore grado gerarchico e la sostanziale autonomia della figura del Presidente del Consiglio, provocò una crisi di governo e a meno di un mese dall'entrata in vigore, il decreto fu abrogato dal governo Rattazzi II con il regio decreto 28 aprile 1867, n. 3664. Né il Parlamento né il Re vedevano di buon occhio il rafforzamento di un nuovo centro di potere che erodesse le loro attribuzioni.[5][6]

Il decreto fu riproposto, opportunamente emendato, dal governo Depretis I con il regio decreto 25 agosto 1876, n. 3289,[7] nel tentativo da parte del Presidente del Consiglio Agostino Depretis di ottenere la leadership della Sinistra del parlamento, egemonizzata da Giuseppe Zanardelli e Giovanni Nicotera.[8] Anche col decreto del 1876 di fatto il Presidente del Consiglio non riuscì a imporsi nei confronti degli altri ministri.[8] Un ulteriore tentativo a vuoto di conferire maggiore autonomia alla figura del Presidente al venne effettuato dal governo Cairoli I, mentre con Francesco Crispi venne consacrata la prassi di attribuire al Presidente del Consiglio alcuni dei ministeri di maggiore importanza. Questo si rendeva necessario poiché il Presidente del Consiglio non disponeva di una struttura ministeriale a parte per l'esercizio delle sue funzioni (quella che poi sarà la Presidenza del Consiglio dei ministri), costringendolo a tale pratica per accrescere il suo potere politico e decisionale.[9]

Il primato del Presidente del Consiglio sugli altri ministri divenne effettivo durante il governo Zanardelli con il regio decreto 14 novembre 1901, n. 466,[10] che ne specificò le competenze aumentandone così l'autorità e l'autonomia.[11]

L'instaurazione della dittatura fascista

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La commissione dei Soloni (commissione incaricata di elaborare le riforme istituzionali)[12] riprese la proposta di età liberale, mai realizzatasi, dell'istituzione di un "Ministero della Presidenza del Consiglio". La proposta fu approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nella riunione del 6 ottobre 1925 al fine di «rafforzare l’azione del Presidente, dandogli modo di ridurre ad unità organica la sua azione direttiva e di coordinamento a mezzo della costituzione di un apposito dicastero della Presidenza».

Nonostante tale proposta non sia mai stata attuata fino in fondo, la legge del 1925 ha indubbiamente segnato il punto di inizio di un processo di dilatazione e di «elefantiasi» della Presidenza, perché fornì la giustificazione formale della progressiva, alluvionale attribuzione di nuovi organismi e di nuove funzioni alla presidenza.[13]

L’applicazione di tale principio ordinatorio determinò l’attribuzione di competenze non solo di coordinamento e di promozione dell’attività dei ministri, ma di amministrazione attiva, attraverso l’istituzione di una pletora di enti e amministrazioni assai varia, sottoposta alla direzione del vertice amministrativo del governo. In conclusione, si può sottolineare che la tendenza che si è poi confermata in tutti gli anni del Fascismo è stata quella di rendere la Presidenza del Consiglio il vero fulcro dell’amministrazione dello Stato, non solo centro di determinazione dell’indirizzo politico e di coordinamento amministrativo, ma anche organo preposto all’attuazione dell’indirizzo politico attraverso il "mastodontico" apparato burocratico, aggregatosi intorno all’organo amministrativo di vertice.[14]

Il titolo di Presidente del Consiglio dei ministri fu sostituito da quello di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato con la legge 24 dicembre 1925, n. 2263, una delle prime leggi fascistissime. Rispetto all'epoca liberale il Capo del Governo oltre a disporre di una maggiore autonomia era gerarchicamente superiore rispetto agli altri Ministri. La legge entrò in vigore il 13 gennaio 1926.

«Il Presidente del Consiglio dei Ministri rappresenta il Gabinetto, mantiene l'unità dell'indirizzo politico ed amministrativo di tutti i Ministeri e cura l'adempimento degli impegni presi dal Governo nel discorso della Corona, nelle sue relazioni col Parlamento e nelle manifestazioni fatte al Paese. Esso presenta al Parlamento i disegni di legge che riguardino l'Amministrazione generale dello Stato; presenta, insieme ai Ministri competenti, quelli di riforme organiche e quelli cui per circostanze speciali credesse conveniente associarsi, controfirmando coi rispettivi Ministri le leggi relative.»

Il regio decreto del 14 novembre 1901, n. 466 definì precisamente il ruolo e le funzioni del Presidente del Consiglio dei ministri. Il regio decreto stabilisce che il Presidente del Consiglio svolge il suo ruolo con una funzione di primus inter pares tra i ministri rappresentando l'intero Gabinetto e garantendo che l'azione di ogni singolo ministero non devi dagli impegni presi dal governo nel discorso alla Corona, alle relazioni col parlamento e a quanto espresso all'opinione pubblica.[15] Sotto l'aspetto operativo, il Presidente del Consiglio detiene il controllo totale sull'agenda del Governo convocandone e dirigendone le adunanze e decidendo l'ordine del giorno.[16]

Internamente al governo i ministri devono agire in totale trasparenza verso il Presidente del Consiglio comunicandogli i progetti di legge e i decreti con congruo anticipo,[17] in particolare al ministro degli esteri è fatto obbligo di conferire con lui su ogni comunicazione che impegni la politica internazionale del Regno.[18] Il Presidente del Consiglio esercita un potere di supervisione costante sull'operato dei singoli dicasteri verificando che le deliberazioni comuni siano effettivamente eseguite, inoltre deve essere informato su ogni spesa straordinaria e può sospendere i decreti che i Ministri intendono sottoporre alla firma del Re, richiedendo chiarimenti o portando la questione davanti al Consiglio se ritiene che l'atto non sia conforme alla linea del Governo.[19]

Infine, il Presidente del Consiglio agisce come cerniera tra il Governo e la Monarchia, A lui è infatti attribuita la controfirma dei decreti di nomina dei suoi stessi colleghi ministri, formalizzando il suo ruolo nella formazione della squadra di governo.[20] Inoltre il Presidente del Consiglio è inserito negli affari della Famiglia Reale e affidandogli la gestione delle onorificenze cavalleresche, come l'Ordine della Santissima Annunziata, consolidando la sua posizione di massima autorità civile del Regno dopo il Sovrano.[21]

Presidenti del Consiglio dei Ministri

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Riferimenti normativi

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Voci correlate

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