Arditi del Popolo

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Il simbolo degli Arditi del Popolo, la scure che rompe il fascio littorio

Gli Arditi del Popolo furono fra le prime organizzazioni antifasciste italiane.

Nacquero nell'estate del 1921 in seguito ad una scissione all'interno della sezione romana degli Arditi d'Italia, ad opera del tenente Argo Secondari che riunì nella nuova corrente le anime antifasciste che gravitavano nell'associazione.

Al suo interno convivevano componenti anarchiche, comuniste, socialiste, repubblicane e di sindacalismo rivoluzionario, inquadrati in una rigida disciplina di stampo militare. Difatti molti Arditi facevano parte di quella grande fetta di popolazione inviata al fronte durante la prima guerra mondiale che faticò a reinserirsi nella vita quotidiana del periodo di crisi del dopoguerra. L'elemento comune che fece da collante fu la comune matrice interventista durante la prima guerra mondiale.

Alcuni studi attestano la consistenza di queste formazioni nell'estate del 1921 in 144 sezioni e 20 000 uomini, che già nell'ottobre dello stesso anno calarono a 50 sezioni con circa 6 000 iscritti. Altre stime fanno salire a 50.000 uomini la loro consistenza considerando insieme iscritti, simpatizzanti e partecipanti alle azioni.[1]

Gli Arditi d'Italia erano avviati a sostenere i fasci di combattimento, cosicché le componenti democratiche e socialiste se ne distaccarono, e, uniti agli anarchici, finirono per divenire da gruppo di ex militari dell'interventismo di sinistra (emblematico l'uso del motto dannunziano "A noi!", che poi verrà invece fatto proprio dai legionari fascisti), una formazione prettamente antifascista e rivoluzionaria.[2]

Errico Malatesta con un gruppo di Arditi del Popolo

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Gli Arditi furono un corpo speciale del Regio Esercito creato nel 1917, impiegato durante la prima guerra mondiale allo scopo di superare la tattica della guerra di posizione. Fin dall'immediato termine del conflitto vennero fatti oggetto di attenzioni da parte di svariate fazioni politiche.

Un gran numero di reduci degli Arditi d'Italia confluirono nel movimento fascista, anche se l'adesione non fu unanime. Il rapporto con il fascismo non fu sempre lineare e negli anni successivi si arrivò, nella fasi più convulse e controverse, anche all'espulsione di iscritti al PNF dalle associazioni degli Arditi d'Italia.[2][3]

Dopo la prima guerra mondiale gli Arditi confluirono nell'Associazione Arditi d'Italia, fondata dal capitano Mario Carli. Questi, dopo l'assalto di un gruppo di Arditi alla casa del Lavoro di Milano, scrisse l'articolo "Arditi non gendarmi", creando una rottura tra una parte di Arditi ed il Fascismo.[2]

Nascita[modifica | modifica wikitesto]

Gli Arditi del Popolo nacquero nell'estate del 1921 dalla sezione romana degli Arditi d'Italia: loro fondatore fu Argo Secondari, pluridecorato tenente delle fiamme nere (Arditi che provenivano dalla fanteria). Secondari era di tendenze anarchiche, come l'ardito Gino Lucetti, responsabile di un attentato contro Benito Mussolini.

La nascita degli Arditi del Popolo fu annunciata da Lenin sulla Pravda;[4] l'Internazionale Comunista era favorevole a questa organizzazione, come si legge sul resoconto nell'incontro fra Nikolaj Bucharin e Ruggero Grieco, quest'ultimo rappresentante dell'ala bordighista del Partito Comunista d'Italia (frazione in quel momento maggioritaria e quindi vincolante per tutti i militanti per disciplina di partito).[senza fonte] Durante l'incontro fu ripreso con durezza per le sue posizioni da Bucharin, che gli ricordò che il partito rivoluzionario di classe si trova dove è la classe, in tutte le sue espressioni, e non si può discuterne in salotto.[5] La posizione di Antonio Gramsci era ben diversa da quella di Bordiga e partiva dai presupposti già in nuce quando tentò tramite il tenente comunista Marco Giordano, della Legione di Fiume, di entrare in contatto con Gabriele d'Annunzio, ovvero, sinteticamente, era una posizione di attenzione e possibile appoggio: i legami fra Repubblica di Fiume e potere sovietico erano forti in quel periodo ed all'interno della Legione di Fiume vi era una consistente ala filosovietica.[6]

Personaggi ed imprese[modifica | modifica wikitesto]

Bandiera utilizzata dal Battaglione Arditi del Popolo della Sezione di Civitavecchia.
« Gli Arditi del Popolo conducono un'impari lotta contro le milizie fasciste, ottenendo importanti vittorie e costituendo, persino nei giorni della Marcia su Roma, una trincea che i seguaci di Mussolini non riuscirono a superare neppure con l'aiuto dell'esercito e della polizia. »
(Renzo del Carria, Proletari senza rivoluzione)

Un personaggio di rilievo nelle formazioni antifasciste degli Arditi del Popolo nel Ravennate fu Alberto Acquacalda, massacrato da un gruppo di fascisti. Tra gli Arditi del Popolo poi divenuti celebri si ricordano anche: Riccardo Lombardi (non iscritto ma partecipante alle azioni), Giuseppe Di Vittorio, Vincenzo Baldazzi (detto Cencio); numerosi Arditi caddero durante la guerra di Spagna militando nelle Brigate internazionali.

L'evento forse di maggior risonanza che coinvolse gli Arditi del Popolo fu la difesa del quartiere Oltretorrente di Parma dallo squadrismo fascista nell'agosto 1922. I primi del mese circa 10.000 squadristi emiliani, toscani, veneti e marchigiani, prima al comando di Roberto Farinacci e poi di Italo Balbo, assediarono Parma dopo aver conquistato ed occupato gli altri centri emiliani. A presidiare la città si trovavano gli Arditi del Popolo, comandati dal deputato Guido Picelli e dal pluridecorato di guerra Antonio Cieri, le formazioni di difesa proletaria, la Legione Proletaria Filippo Corridoni, numerosi cittadini dei quartieri popolari mobilitati contestualmente da uno sciopero nazionale indetto dall'Alleanza del lavoro per il 1º giugno. Il 6 agosto, resisi conto dell'impossibilità di conquistare la città senza scatenare una vera e propria guerra compiendo una carneficina, i fascisti passarono il controllo dell'ordine pubblico all'esercito e si impegnarono a ritirarsi.[7]

Continuità storica[modifica | modifica wikitesto]

Antonio Cieri

Secondo talune tesi della storiografia contemporanea, gli Arditi avrebbero potuto battere il fascismo se non fossero stati abbandonati dai partiti democratici e non vi fossero state divisioni nel neonato Partito Comunista d'Italia,[8] tra le sue correnti più settarie e tra coloro che si rifacevano ad Antonio Gramsci[9] (che li sosteneva), nonostante l'Internazionale comunista avesse esplicitamente invitato ad appoggiare gli Arditi.

Alcune formazioni partigiane nella Resistenza assunsero il nome di Arditi del Popolo: tra le più note, quella nella quale fu attivo Antonello Trombadori, poi esponente del PCI. Tom Behan, storico del fascismo, asserisce:

« Difficile dire se una maggiore unità tra gli Arditi del Popolo e la sinistra avrebbe potuto fermare il fascismo. Ma questo non avvenne soprattutto per il settarismo del Pcd'I e per le divisioni del Psi. »

Inoltre Behan fa un esplicito parallelo e richiamo storico fra la situazione di allora ed i movimenti attuali anti globalizzazione, sostenendo l'importanza della partecipazione di massa a tali movimenti, anche da parte dei militanti che ne criticano la mancanza di obbiettivi strutturati, in quanto unico metodo per la costruzione di alternative.[10]

Gli Arditi del Popolo, come pure Gino Lucetti, hanno ispirato anche alcune canzoni popolari e partigiane come quella del Battaglione Lucetti.[11]

Simboli e iconografia[modifica | modifica wikitesto]

La bandiera della Machnovščina con il motto «Morte agli affamatori del popolo lavoratore»

Il colore scelto dagli Arditi del Popolo fu il nero, colore caratteristico dell'anarchismo, che venne ampiamente utilizzato nelle bandiere durante gli scioperi e le manifestazioni operaie nell'Europa della seconda metà dell'ottocento. Le bandiere nere comparvero già a Lione, nel 1831, durante lo sciopero dei setaioli. Su alcune era disegnato un teschio e la scritta «Lavoro o Morte»[12].

Il teschio infatti venne mutuato dall'arditismo di guerra (che aveva come simbolo un teschio col coltello fra i denti e la corona di alloro sulla fronte), variato con l'aggiunta del colore rosso degli occhi e del pugnale. La "spilla" che raffigurava il teschio per l'appunto, era da da appuntare sul petto a sinistra).[2][13]

Il teschio su sfondo nero si può vedere anche sulla bandiera della Machnovščina, l'Esercito insurrezionale rivoluzionario d'Ucraina di Nestor Machno del 1918.

Altro simbolo tipico dell'iconografia degli Arditi del Popolo fu la scure che spezza il fascio littorio.

Personaggi collegati e operanti nel "Fronte Unito Arditi del Popolo"[modifica | modifica wikitesto]

Romanzi[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Eros Francescangeli, Arditi del Popolo.
  2. ^ a b c d Arditi del Popolo su Anarcopedia.
  3. ^ Marco Rossi Arditi non gendarmi.
  4. ^ "A Roma, ha avuto luogo un comizio per organizzare la lotta contro il fascismo, al quale hanno partecipato 50 mila operai, rappresentanti di tutti i partiti: comunisti, socialisti e anche repubblicani. Vi sono andati 5 mila ex-combattenti in uniforme militare e non un solo fascista si è azzardato a farsi vedere nelle strade" (V.I. Lenin, 'Discorsi alla riunione dei membri delle delegazioni tedesca, polacca, cecoslovacca, ungherese e italiana', vol. XLII, 1968, pp. 306-307)
  5. ^ Eros Francescangeli, Gli Arditi del popolo.
  6. ^ Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione.
  7. ^ Mimmo Franzinelli, Squadristi, Oscar Mondadori, Cles (Tn), 2009, pagg. 153-154.
  8. ^ Tom Behan The resistible rise of Benito Mussolini.
  9. ^ stralcio articolo Gramsci.
  10. ^ Arditi del Popolo in iperbole.bologna.it.
  11. ^ Maurizio Maggiani Il coraggio del pettirosso, Feltrinelli, 1995.
  12. ^ Valerio Gentili, La legione romana degli arditi del popolo, p. 175.
  13. ^ Uno stemma degli Arditi del Popolo.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • William Gambetta, L'esercito proletario di Guido Picelli (1921-1922), "Storia e documenti", n. 7, 2002, pp. 23–46.
  • William Gambetta, E le pietre presero un'anima. Le Barricate del 1922, in Roberto Montali (a cura di) Le due città. Parma dal dopoguerra al fascismo (1919-1926) Istituzione Biblioteche del Comune di Parma, Silva, Parma 2009, pp. 73–89.
  • Valerio Gentili, Roma combattente, Castelvecchi, Roma, 2010.
  • AA.VV., Dietro le barricate, Parma 1922, testi immagini e documenti della mostra (30 aprile - 30 maggio 1983), edizione a cura del Comune e della Provincia di Parma e dell'Istituto storico della Resistenza per la Provincia di Parma.
  • AA.VV., Pro Memoria. La città, le barricate, il monumento, edizione a cura del Comune di Parma, Parma, 1997.
  • Luigi Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana, l'anarchismo in Italia dal Biennio Rosso alla guerra di Spagna (191-1939), edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2001.
  • Eros Francescangeli, Arditi del popolo, Odradek, Rom, 2000.
  • Gianni Furlotti, Parma libertaria, edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2001.
  • Marco Rossi, Arditi, non gendarmi! Dall'arditismo di guerra agli Arditi del Popolo, 1917-1922, edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1997.
  • Luigi Balsamini, Gli arditi del popolo. Dalla guerra alla difesa del popolo contro le violenze fasciste, Galzerano Ed., Salerno.
  • Paolo Spriano Storia del Partito comunista, Einaudi, Torino, 1967-1975, 5 volumi.
  • Renzo Del Carria Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, (v. in particolare XVII Capitolo La giusta linea non seguita) 2 voll., Milano, Edizioni Oriente, 1970 (I ed. 1966).
  • Andrea Staid, Gli Arditi del popolo. La prima lotta armata contro il fascismo, Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 2007.
  • Andrea Staid, Gli Arditi del popolo. La prima lotta armata al fascismo (1921-22)", Milieu Edizioni, Milano, 2015.
  • Dino Erba, La leggenda nera degli Arditi del popolo. Una messa a punto storiografica, All'Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2008.
  • Valerio Gentili, La legione romana degli Arditi del Popolo, Roma, 2008.
  • Alberto Ciampi, Gli indomabili, Traccedizioni, Piombino, 1999.
  • Gino Bianco e Gaetano Perillo I partiti operai in Liguria nel primo dopoguerra, a cura di Istituto storico della Resistenza in Liguria, 1965.
  • Daniele Biacchessi Orazione civile per la Resistenza, Bologna, Promo Music, 2012.
  • Andrea Ventura I primi antifascisti. Sarzana estate 1921. Politica e violenza tra storia e storiografia, Sestri Levante, Gammarò, 2010.
  • Valerio Gentili, Roma combattente. Dal “biennio rosso” agli Arditi del Popolo, Roma, Castelvecchi, 2010. ISBN 978-88-7615-376-1.
  • Marco Rossi, Livorno ribelle e sovversiva. Arditi del popolo contro il fascismo 1921-1922, Pisa, BFS Edizioni, 2012. ISBN 978-88-89413-65-4.
  • Roberto Carocci, Roma sovversiva. Anarchismo e conflittualità sociale dall'età giolittiana al fascismo (1900-1926), Roma, Odradek, 2012. ISBN 978-88-96487-19-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]