Carlo Casalegno

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Carlo Casalegno

Carlo Casalegno (Torino, 15 febbraio 1916Torino, 29 novembre 1977) è stato un giornalista e scrittore italiano.

Fu ucciso da un gruppo di quattro terroristi delle Brigate Rosse; fu il primo giornalista ucciso da terroristi durante gli anni di piombo[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver frequentato il liceo classico Massimo d'Azeglio, si laureò in lettere[2] all'università di Torino e poi, dal 1942 al 1943, fece l'insegnante al liceo Palli di Casale Monferrato. Prese parte alla Resistenza aderendo al Partito d'Azione e collaborando al suo quotidiano "Italia libera". Nel dopoguerra, continuò a collaborare con la rivista "Giustizia e Libertà", che aveva preso il posto di "Italia libera". Dal 1951 al 1954 fu direttore della rivista "Resistenza. Giustizia e Libertà".

Nel 1947 iniziò a lavorare al quotidiano di Torino "La Stampa". Nel 1968 ne divenne vicedirettore, diventando l'unico editorialista di politica interna, oltre al direttore Arrigo Levi. Dal 1969 al 1977, nella sua rubrica settimanale intitolata Il nostro Stato, scrisse molti articoli su alcune questioni di attualità quali il divorzio, la laicità dello Stato e in particolare il terrorismo, chiedendo sempre la massima fermezza nell'applicare le leggi ordinarie già esistenti per combattere quel fenomeno e impedire che trovasse appoggi e attecchimento nella società civile. Egli rigettava totalmente l'idea del ricorso a leggi speciali per conseguire questo scopo, in quanto temeva che una simile iniziativa avrebbe potuto generare una spirale infinita di violenza, con la conseguente perdita delle libertà democratiche dei cittadini.

Nel 1976 si aprì a Torino il processo alle Brigate Rosse, che vedeva tra i suoi principali imputati Renato Curcio. Tale processo si protrasse in un clima eccezionalmente grave, culminato con l'uccisione dell'avvocato Fulvio Croce, che aveva preso la difesa d'ufficio dei brigatisti nonostante questi avessero minacciato di morte chi l'avesse fatto, e che proseguì con la rinuncia in massa dei cittadini chiamati a comporre la giuria popolare. In questo contesto, Casalegno coi suoi articoli esortava ognuno a non indietreggiare di fronte al terrorismo, a fare ciascuno la propria parte.

L'agguato delle Brigate Rosse[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 novembre 1977 alle ore 13.55, mentre stava ritornando nella propria abitazione in corso Re Umberto 54 per il pranzo, Carlo Casalegno fu vittima di un agguato da parte di un gruppo di fuoco della colonna torinese delle Brigate Rosse formato da Raffaele Fiore, Patrizio Peci, Piero Panciarelli e Vincenzo Acella. Sembra che i brigatisti avessero inizialmente pianificato di gambizzarlo ma, dopo una serie di rinvii e dopo una discussione interna alla colonna torinese, venne deciso di ucciderlo a causa dei suoi nuovi articoli ritenuti fortemente polemici nei riguardi della lotta armata[3]. I brigatisti avevano previsto di colpire il giornalista direttamente nell'androne del palazzo; Raffaele Fiore aveva il compito di sparare, coperto da Piero Panciarelli, mentre Peci rimase a sorvegliare l'area armato di mitra, Acella era alla guida dell'auto predisposta per la fuga[4].

Pistola Nagant M1895. Questo tipo di arma fu usata da Raffaele Fiore per uccidere Casalegno. Era la stessa arma impiegata dai brigatisti per uccidere in precedenza Fulvio Croce.
Raffaele Fiore il brigatista che uccise Carlo Casalegno.

Nel momento dell'arrivo di Casalegno nell'androne, Panciarelli e Fiore si avvicinarono e quest'ultimo lo chiamò per farlo girare ed evitare di colpirlo alla schiena; Casalegno si voltò e venne immediatamente raggiunto da quattro colpi al volto esplosi da Fiore con la sua pistola Nagant M1895, subito dopo i brigatisti si allontanarono, convinti di avere ucciso il giornalista che invece, pur avendo subito gravissime lesioni da arma da fuoco alla bocca e alla mandibola, non morì subito[4].

Immediatamente soccorso dalla moglie, Casalegno venne ricoverato in condizioni gravissime con la faccia devastata all'ospedale Le Molinette. In quel frangente a Torino si cercarono di organizzare manifestazioni di solidarietà: la sera seguente il giorno dell'attentato (17 novembre), ci fu un manifestazione popolare di cittadini contro il terrorismo a piazza San Carlo con la partecipazione di alcune migliaia di persone. Tuttavia tra gli operai della Fiat non sembrò manifestarsi grande sdegno per l'agguato: allo sciopero subito indetto presero parte in pochi ed alcuni operai rilasciarono ai giornalisti dichiarazioni di indifferenza per la sorte di Casalegno[5].

Nonostante un apparente miglioramento, il vice-direttore de La Stampa morì il 29 novembre 1977, dopo 13 giorni di agonia.

I funerali si tennero il 1º dicembre nella chiesa del quartiere Crocetta. Tra i presenti illustri l'avvocato Gianni Agnelli, i politici Bettino Craxi e Giovanni Spadolini e l'allora ministro Carlo Donat-Cattin[6]. Oltre alla moglie Dedi Andreis, Carlo Casalegno lasciò un figlio di 33 anni, Andrea, giornalista e militante di Lotta continua.

Durante il processo in Corte d'Assise, svoltosi a Torino nell'estate del 1983, i brigatisti dissero che avevano deciso di ucciderlo anziché sparargli alle gambe (come avevano invece fatto con Indro Montanelli) a causa soprattutto di un suo duro articolo dell'11 novembre '77 intitolato Non occorrono leggi nuove, basta applicare quelle che ci sono. Terrorismo e chiusura dei covi[7]. Secondo quanto scrive Peci, Casalegno fu condannato a morte per aver offeso la memoria di alcuni membri della Rote Armee Fraktion (RAF) morti in carcere in Germania tra l'ottobre e il novembre 1977 (Io, l'infame, pag. 137).

Nel febbraio del 2004 l'università di Torino ha conferito a Carlo Casalegno la laurea honoris causa postuma in giurisprudenza[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ quotidiano la Stampa dell'11/11/1997, pag.1
  2. ^ Carlo Marletti, Francesco Bullo Il Piemonte e Torino alla prova del terrorismo, Rubbettino editore, 2004, pag.123
  3. ^ A.Grandi, L'ultimo brigatista, pp. 96-98.
  4. ^ a b V.Tessandori, Qui Brigate Rosse, p. 69.
  5. ^ G.Bocca, Noi terroristi, pp. 151-152.
  6. ^ quotidiano l'Unità del 2 dicembre 1977, pag.4
  7. ^ Paolo Borgna, Un paese migliore, Laterza, 2006, p.325
  8. ^ quotidiano la Stampa del 9 febbraio 2004, pag.27

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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