Adriano Sofri

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Adriano Sofri

Adriano Sofri (Trieste, 1º agosto 1942) è un giornalista, scrittore e attivista italiano, ex leader di Lotta Continua, condannato a ventidue anni di carcere - dopo un lungo e controverso iter giudiziario - quale mandante dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972.

Condannato la prima volta nel 1990 e incarcerato in via definitiva nel 1997, è stato scarcerato nel gennaio 2012, per decorrenza della pena.[1] Pur assumendosi la corresponsabilità morale dell'omicidio,[2] a causa della campagna di stampa diretta contro il commissario portata avanti assieme agli altri membri di Lotta Continua, Sofri si è sempre proclamato innocente per quanto riguarda l'accusa penale.[2][3]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Adriano Sofri è nato a Trieste. Il padre, di origine meridionale, era nella Marina Militare mentre la madre triestina era insegnante.[4] Ha un fratello maggiore, Gianni, storico e saggista, e una sorella, Stella. Trascorse l'infanzia a Taranto, poi a Milano, Palermo e Roma[5] dove studiò al liceo classico Virgilio.[6]

Nel 1960 alla Normale di Pisa come studente di storia della filosofia,[7] ove mantenne comunque un approccio critico verso la carriera accademica ritenendola una «compromissione con il potere»,[8] conobbe in quegli anni, Carlo Ginzburg, Adriano Prosperi e Umberto Carpi, anch'essi studenti, ed ebbe tra i suoi professori Delio Cantimori.[8] Venne, dopo esser già stato sospeso, espulso dall'istituto nel 1963 per «infrazione disciplinare»[6] contravvenendo alla regola dell'istituto che non permetteva di portare donne in dormitorio, venendovi sorpreso con colei che diverrà sua moglie.[8] Per questo motivo non ottenne il diploma da normalista ma si laureò comunque, nel 1964,[9] all'Università di Pisa con una tesi sul giovane Gramsci.[10]

Giuseppe Pinelli, ferroviere e anarchico

Fu attivo nella sinistra operaista italiana sin dai primi anni sessanta (collaborò alla rivista Classe operaia), fu tra i fondatori del movimento Il potere operaio pisano,[11] per poi fondare la formazione extraparlamentare comunista Lotta Continua, di cui fu uno dei leader principali fino al suo scioglimento nel 1976. Nel marzo 1963, venne Palmiro Togliatti a Pisa, e raccontò agli studenti il suo rientro in Italia e la svolta di Salerno, riferendo che «il generale MacFarlane si meravigliò con me che il Pci non volesse fare la rivoluzione». L'allora sconosciuto Sofri intervenne affermando che «ci voleva l’ingenuità d’un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo», al che il segretario comunista ribatté: «Devi ancora crescere. Provaci tu, a fare la rivoluzione», e Sofri concluse: «Ci proverò, ci proverò».[4]

Nel 1970 fu brevemente arrestato dopo una manifestazione a Torino.[12]

Sposato negli anni sessanta con Alessandra Peretti, è padre di due figli: Luca, giornalista, e Nicola. Dal 1972 Sofri ha poi avuto per compagna, fino alla scomparsa[13], la norvegese Randi Krokaa (1944-2007).[5]

Adriano Sofri è ateo.[14]

L'attività politica in Lotta Continua[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lotta Continua.

Negli anni settanta, come detto, Sofri fu il leader di Lotta Continua, una delle principali formazioni extraparlamentari marxiste. Lotta Continua si distinse per l'attività politica in aperto contrasto con le forze del Parlamento. Dopo il 1976 appoggiò il Partito Comunista Italiano e, successivamente, presentò proprie liste con altre formazioni di sinistra radicale.

La campagna contro Calabresi[modifica | modifica wikitesto]

Nel periodo 1969-1972, dalle pagine dell'omonimo giornale, sul quale Adriano Sofri scriveva e di cui fu anche direttore, la formazione attaccò fortemente, tra gli altri, il commissario Luigi Calabresi.[4] Fino a poco prima dell'omicidio, il commissario era stato pubblicamente accusato dagli anarchici e da Sofri stesso, per mezzo di una ampia campagna sulla stampa, di essere il principale responsabile della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano durante l'interrogatorio relativo alla strage di piazza Fontana, del quale era accusato assieme a Pietro Valpreda (entrambi risulteranno poi estranei).[1]

La campagna venne sostenuta anche da molti giornali e riviste, e numerosissime firme del mondo culturale (come nella famosa lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli). Su Lotta Continua apparvero numerosi articoli di minaccia, anche se non scritti da Sofri:

« Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...] Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte... »
(Lotta Continua, articolo anonimo del 6 giugno 1970)

Quando Calabresi morì assassinato in un agguato il 17 maggio 1972 il giornale titolò: Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli; Sofri si rifiutò di intitolare "Giustizia è fatta" (come gli fu chiesto da alcuni), alienandosi le simpatie di molti sostenitori[4], ma altresì non volle prendere le distanze dal crimine. Nell'editoriale da lui firmato, intitolato La posizione di Lotta Continua, scrisse che

« L’omicidio politico non è l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse, anche se questo non può indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia. »
(Adriano Sofri, editoriale del 18 maggio 1972[4])

Il 9 gennaio 2009, in una intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza, si è assunto la corresponsabilità morale dell'omicidio, per aver scritto, ad esempio, Calabresi sarai suicidato.[2] Già nel 1998 aveva espresso parole di condanna per il delitto Calabresi, e presentato scuse pubbliche alla vedova per aver contribuito a istigare al "linciaggio" nei confronti del commissario «con l'uso di termini e l'evocazione di sentimenti detestabili allora e tanto più detestabili e orribili oggi», pur dicendosi sempre innocente a livello penale per quanto riguarda l'ideazione e l'esecuzione dell'omicidio.[15]

Secondo il giornalista Giampiero Mughini (ex membro della formazione extraparlamentare e per un periodo direttore del quotidiano), in Lotta Continua molti, compreso Sofri, sapevano che qualcuno stava preparando il delitto, ma egli ne sarebbe comunque estraneo per quanto riguarda la realizzazione.[16]

Vicende successive[modifica | modifica wikitesto]

Secondo quanto affermato da Sofri nel 2007, un dirigente degli apparati di sicurezza (secondo Sofri «affari riservati», come l'omonimo ufficio del Ministero dell'Interno, allora diretto da Federico Umberto D'Amato, un funzionario sospettato di legami con la strategia della tensione in Italia), nei primi anni Settanta, gli avrebbe proposto di agire insieme (una sorta di prassi di infiltrazione attuata dai servizi segreti deviati) facendogli capire che voleva compiere un omicidio, cosa rifiutata da Sofri.[17]

Ancora prima della vicenda giudiziaria, Sofri abbandonò la politica attiva, dedicandosi solo al giornalismo e spostandosi dalle posizioni comuniste a quelle più socialiste e socialdemocratiche.[4]

Arrestato e rilasciato dopo pochi mesi nel 1988, fu condannato nel 1990, e nel 1997 in via definitiva, insieme a Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, come mandante dell'omicidio Calabresi, in seguito alla confessione e testimonianza di Leonardo Marino (ex-militante di Lotta Continua); Sofri si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda e non ha mai presentato richiesta di grazia, che pure è stata invocata da diversi giornalisti e intellettuali.[1]

Il 16 gennaio 2012 viene scarcerato per decorrenza della pena.[1]

È stato iscritto molte volte al Partito Radicale[18] e nel 2008 ha espresso appoggio per il Partito Democratico allora guidato da Walter Veltroni.[19]

Oltre che contro la pena di morte, Sofri si è pronunciato contro l'ergastolo, per l'abolizione dell'ergastolo ostativo dall'ordinamento italiano e per i diritti dei detenuti, esprimendo posizioni garantiste.[20]

L'attività giornalistica e letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Sofri nella redazione di Lotta Continua

Dagli anni ottanta, abbandonata la militanza politica, si è dato all'attività di studio e pubblicistica in campo storico-politico con numerosi articoli e saggi. Prima del carcere scrisse importanti reportage per l’Unità e L’Espresso[4], testimone attento, ma raramente distaccato, si appassionò in particolare a due cause: quella dell'indipendenza della Cecenia e quella di Sarajevo, durante la guerra di Bosnia (fu anche inviato di guerra). Negli anni del carcere Sofri ha scritto molto; una breve, ma assai intensa, rubrica quotidiana sul Foglio (Piccola posta), una collaborazione regolare con Repubblica e la rubrica Dopotutto sull’ultima pagina di Panorama, interrotta quando Maurizio Belpietro è diventato direttore del settimanale. Tuttora scrive sul Foglio.[4][21]

La vicenda giudiziaria[modifica | modifica wikitesto]

L'omicidio Calabresi e il caso Sofri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Omicidio Calabresi.
Il commissario Luigi Calabresi

Dopo l'assassinio del commissario le indagini furono assai lente. Ci furono molti depistaggi e il caso rimase a lungo uno dei misteri d'Italia.[22]. Furono sospettati, di volta in volta, il neofascista e membro dell'Organizzazione Gladio Gianni Nardi[23][24][25], il defunto fondatore dei GAP Giangiacomo Feltrinelli[26] (indicato da uno dei leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, come mandante) e il futuro brigatista (all'epoca membro di spicco di Potere Operaio e in seguito capo della colonna romana) Valerio Morucci[27]. Le BR, nelle cosiddette inchieste di Robbiano di Mediglia, sospettarono invece che il delitto fosse maturato all'interno di Lotta Continua.[28] Secondo il perito del processo a Sofri, Renato Evola, uno degli identikit (da lui eseguiti in seguito), del killer di Calabresi era simile alle fattezze di Gianfranco Bertoli, il terrorista infiltrato tra gli anarchici, autore della strage della Questura di Milano (1973), il quale si trovava però in Israele nel 1972.[29]

Nel 1988, sedici anni dopo i fatti, Leonardo Marino, nel 1972 militante di Lotta Continua, confessò davanti ai giudici di essere stato uno dei due membri del commando che aveva ucciso il commissario. Disse di aver guidato l'auto usata per l'omicidio, e accusò Ovidio Bompressi di aver esploso i colpi che uccisero Calabresi; aggiunse che ricevettero l'ordine di compiere l'omicidio da Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, allora leader del movimento.[30] Sofri, Marino e Bompressi furono arrestati, ma successivamente rilasciati in attesa del processo.[30]

Marino descrisse i particolari dell'attentato, anche se con alcune imprecisioni: il delitto fu accuratamente preparato, le armi furono prelevate da un deposito il giorno 14 maggio, la macchina fu rubata nella notte del 15 maggio, e l'azione venne eseguita il 17 maggio. Vi furono alcuni riscontri alle sue parole anche nelle intercettazioni telefoniche allegate agli atti del processo, le quali tuttavia non era incriminanti, ma si riportavano solo le richieste d'aiuto della compagna di Sofri ad alcuni amici, per aiutare Sofri, Pietrostefani e Bompressi tramite una campagna-stampa innocentista e di solidarietà; tra i contattati, Giuliano Ferrara, Gad Lerner e Claudio Martelli.[31]

L'arresto e il processo[modifica | modifica wikitesto]

Sofri, Bompressi, Pietrostefani e Marino furono brevemente arrestati nel 1988, per alcuni mesi (dal 28 luglio 1988 al 6 settembre, quando vengono posti agli arresti domiciliari, poi scarcerati per decorrenza dei termini). Il processo iniziò nel 1989. Il 28 giugno 1989 sono rinviati a giudizio assieme ad altri 13 ex militanti di Lotta Continua, accusati da Marino di aver partecipato con lui a diverse rapine. Per altre 22 persone, tra cui i maggiori dirigenti di LC, si dichiara il non luogo a procedere; alla fine saranno condannati solo in quattro.[32]

La magistratura, dopo un lungo iter giudiziario, ha sentenziato nel gennaio del 1997 la condanna in via definitiva di Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni di reclusione per l'omicidio di Luigi Calabresi.[1]

L'arresto di Sofri nel 1988

Sofri venne processato quale mandante dell'omicidio, seguendo la normativa penale ordinaria in vigore nel 1972. Non gli è stato contestato il reato di "banda armata" (articolo 306) né circostanze come l'associazione sovversiva (art. 270), o l'attentato con finalità di eversione (art. 280), cioè nessuna delle fattispecie previste dall’ordinamento italiano quali mezzi di contrasto del terrorismo politico-ideologico, introdotte con le cosiddette leggi speciali nel periodo 1977-80.[33]

I primi due gradi di giudizio (1990 e 1991) si conclusero con la condanna degli imputati. Già avverso alla sentenza di primo grado, Adriano Sofri non interpose appello, volendo scontare la pena come forma di protesta: la sentenza non ebbe però esecuzione per l'effetto espansivo del ricorso presentato dai suoi coimputati (anche Leonardo Marino fece appello). Sofri cambiò idea e dopo la nuova condanna presentò ricorso in Corte di Cassazione. Vi è da dire che la decisione di ritenere l'appello altrui impeditivo del passaggio in giudicato della condanna anche nei confronti del non appellante Sofri (per effetto espansivo, per l'appunto) non era affatto scontata, anzi segnò un precedente inedito in giurisprudenza.[1]

Sofri, prima dell'inizio del giudizio di legittimità, intraprese uno sciopero della fame per protestare contro lo spostamento del giudizio dalla prima sezione, quella di Corrado Carnevale (soprannominato l'«ammazzasentenze» per la sua propensione ad annullare le condanne per minimi vizi di forma, e quindi ritenuto più favorevole), alla sesta. Il presidente della Cassazione affida allora il giudizio alle sezioni unite, che annullò nel 1992 questi primi verdetti affermando l'«impossibilità di irrogare una condanna sulla sola base di una chiamata in correo priva di riscontri oggettivi».[4]

Il problema della sentenza "suicida" del 1993[modifica | modifica wikitesto]

Nel seguente giudizio di rinvio in appello (1993) Sofri (e tutti i coimputati, Marino compreso) vennero quindi assolti per non aver commesso il fatto, con l'apporto decisivo dei giudici popolari. Singolarmente, la motivazione della sentenza venne redatta dai giudici togati (in particolare dal magistrato Ferdinando Pincioni che si era pronunciato contro l'assoluzione, rimanendo in posizione di minoranza all'interno del collegio giudicante) in termini volutamente incoerenti con il dispositivo assolutorio (cosiddetta sentenza suicida),[34] aprendo le porte ad un - forse voluto - nuovo annullamento in Cassazione nel 1994 - nonostante il procuratore di Perugia non avesse fatto appello - anche di quest'ultima sentenza di assoluzione piena, che diversamente sarebbe stata confermata, vista la rinuncia della procura.[35]

La condanna definitiva e le tentate revisioni[modifica | modifica wikitesto]
Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, con l'avvocato Massimo Di Noia (al centro), durante un udienza del processo d'appello (1991).

Aveva così luogo un nuovo giudizio di rinvio (1995), più veloce e meno seguito dal pubblico[4], che questa volta si concludeva con la condanna di Sofri e degli altri. Sofri presentò quindi una denuncia contro il magistrato Giangiacomo Della Torre, accusato dall'ex leader di LC di aver fatto pressione sui giudici, ma verrà archiviata due anni dopo. Questa ennesima sentenza, che riprendeva le due sentenze di primo e secondo grado già cassate per insufficienza, veniva infine confermata in Cassazione nel 1997, passando in giudicato dopo sette gradi di giudizio, compresi gli annullamenti; a seguito di ciò, Sofri e Bompressi (condannati sulla base delle dichiarazioni di Leonardo Marino, che invece fu inizialmente condannato e successivamente si vide dichiarata la prescrizione del reato, perché nelle more dei ricorsi del processo scattarono i termini) si costituivano presso il carcere Don Bosco di Pisa; Giorgio Pietrostefani, rientrato dalla Francia dove viveva, per non sottrarsi al processo, si costituì anch'egli in comune accordo con gli altri due.[1] La condanna definitiva fu a 22 anni per Sofri e Pietrostefani, quest'ultimo fuggito in Francia subito dopo la sentenza di revisione del 2000, come mandanti dell'omicidio, 22 a Bompressi come esecutore materiale, mentre il pentito Leonardo Marino, correo confesso dell'omicidio, fu condannato a 11 anni di carcere, pena, come detto, che fu prescritta.[1]

Qualche anno dopo aveva luogo un'ulteriore fase di giudizio a seguito dell'accoglimento da parte della Cassazione della richiesta di revisione presentata da Sofri.[4] Nel 1999 gli imputati furono scarcerati temporaneamente. Prima della conferma della condanna (2000), Pietrostefani si sottrasse all'esecuzione della pena fuggendo in Francia (dove tuttora vive) e beneficiando della dottrina Mitterrand, mentre Sofri e Bompressi rientrarono nel carcere di Pisa. Questo nuovo processo si svolse presso la Corte d'Appello di Venezia (dopo il rifiuto precedente delle corti di Milano e Brescia) e si concludeva quindi con il rigetto del ricorso e con la conferma delle condanne a suo tempo irrogate.[4] Il Procuratore Generale della Cassazione Vito Monetti, il 4 ottobre del 2000, chiede l'annullamento della sentenza di condanna e un nuovo appello di revisione (per "illegittima l'inclusione" di Leonardo Marino tra i coimputati del processo, decisione che ha "impedito che fosse ascoltata come testimone la Bistolfi, compagna di Marino"), ma il giorno seguente la Suprema Corte conferma.[36] Nel 2003 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo respinse un ulteriore ricorso dei tre condannati. Nel 2005, in seguito alle dichiarazioni dell'ex BR Raimondo Etro che sosteneva che l'assassino di Calabresi era Valerio Morucci (secondo quanto gli sarebbe stato detto da Alessio Casimirri), venne presentata una nuova richiesta di revisione alla corte d'appello di Milano, che venne respinta.[27]

Sofri, Bompressi e Pietrostefani si sono costantemente dichiarati innocenti, condotta processuale che (come risulta dalle motivazioni delle molteplici sentenze) è stata ritenuta ostativa della concessione delle attenuanti generiche prevalenti, anche se la pena irrogata è stata comunque più bassa rispetto alle normali condanne per omicidio volontario premeditato, a sfondo politico.[1] In totale vi saranno 15 sentenze e 8 processi (uno di revisione) sul caso Calabresi, per un totale di quattro condanne, due annullamenti, un'assoluzione e una conferma.[37]

La detenzione (1997-2012)[modifica | modifica wikitesto]

Adriano Sofri nel 1993

Nel 1997, con la conclusione del lungo iter processuale e la condanna, iniziò il periodo di detenzione di Adriano Sofri, che ha scontato parte della pena nel carcere don Bosco di Pisa. Inizialmente sarebbe dovuto rimanere in carcere fino al 2019,[38] per il totale dei 22 anni di condanna.[1] La detenzione fu brevemente interrotta a partire dal 24 agosto 1999, quando la corte d'appello accolse la revisione del processo e scarcerò per 6 mesi gli imputati, che saranno nuovamente condannati e arrestati il 20 gennaio 2000.[37]

La semilibertà e la malattia (2005)[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno del 2005 ottenne la semilibertà per collaborare con la Scuola Normale Superiore di Pisa alla sistemazione degli archivi di Eugenio Garin e Sebastiano Timpanaro, rientrando in carcere ogni sera.[1] Nel novembre dello stesso anno, mentre si trovava solo in cella (a Sofri venne assegnata una cella singola, ma molto piccola, circa 2,5 m x 1,5[39]), venne colpito dalla sindrome di Boerhaave, una malattia piuttosto rara che gli comporta la rottura di cinque centimetri dell'esofago, con una grave emorragia interna. Sofri venne soccorso, tracheotomizzato e posto in coma farmacologico (per circa 1 mese), dopo una delicata operazione chirurgica.[39] A causa delle gravi condizioni di salute, che gli hanno imposto un lungo ricovero all'ospedale "Santa Chiara" di Pisa, gli è stata concessa la sospensione della pena, tramite provvedimento di differimento dell'esecuzione della pena per motivi di salute.[1] Venne dichiarato fuori pericolo dopo più di sei mesi.[39]

Concessione degli arresti domiciliari (2006)[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio del 2006 venne dimesso, tornando in libertà per il periodo di convalescenza rimanente.[1]

Lo stesso anno ottenne 23 voti all'elezione del Presidente della Repubblica, in segno di sostegno da parte del gruppo parlamentare radical-socialista della Rosa nel Pugno.[40] Fino al gennaio 2012 scontò la pena agli arresti domiciliari, ma ebbe l'autorizzazione a partecipare a vari incontri e trasmissioni televisive. Durante la detenzione Sofri ha continuato la sua attività giornalistica e letteraria.[1]

Le richieste di grazia e il movimento innocentista[modifica | modifica wikitesto]

Le critiche all'impianto processuale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Omicidio Calabresi § Le presunte incongruenze nelle dichiarazioni di Marino.

Sofri non ha mai presentato personalmente richiesta di grazia, ritenendo un tale atto incongruo a sanare la posizione personale di un innocente. Tuttavia, intorno al caso Sofri è sorto in Italia un movimento innocentista di opinione pubblica volto a promuovere l'atto di clemenza.[1] Ne fanno parte molti esponenti della sinistra, ma anche personaggi di altre correnti politiche. La confessione di Marino, difatti, e l'attendibilità che gli fu attribuita furono oggetto di critiche da parte della difesa dei tre chiamati in correità e da un movimento di opinione (ad esempio, Dario Fo ironizzò ripetutamente sul fatto che Marino si propose sempre come l'autista del commando, che secondo i testimoni invece era una donna[41], come riferito da tre persone presenti, cioè Pietro Pappini, Luigi Gnatti, Adela Dal Piva[42]). In particolare si contesta l'insistenza delle sentenze sulla motivazione di primo grado, già annullata e rivista dalla Cassazione, e poi ripresa, per anomalie giuridiche, dai successivi gradi di giudizio senza modifiche e non tenendo conto di nuovi elementi e valutazioni.[30]

Il movimento pro-Sofri[modifica | modifica wikitesto]

Tra gli esponenti innocentisti o comunque a favore della grazia si trovarono tra gli altri giornalisti come Giuliano Ferrara, ex appartenenti a Lotta Continua come Gad Lerner e Marco Boato,[43] ex collaboratore del giornale, ex esponenti del Soccorso Rosso Militante come Dario Fo, Franca Rame (i due attori donarono l'incasso di molti spettacoli per la difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani)[44] e Pietro Valpreda[45], alcuni tra gli autori della campagna di stampa contro Calabresi che ne precedette l'assassinio come i firmatari della Lettera su L'Espresso, oltre ad altri come don Luigi Ciotti[46], Massimo D'Alema, Claudio Martelli, Walter Veltroni, Piero Fassino, Ferdinando Imposimato[47][48], Bobo Craxi, l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga[49] e Marco Pannella.[50] Inoltre aderirono a questo "movimento" trasversale e internazionale, dopo la condanna, numerosi esponenti della cultura, dell'arte e della politica come Francesco Guccini, Vasco Rossi (che concesse l'uso del titolo di una sua canzone, Liberi liberi, al comitato in favore dei tre condannati, l'Associazione Liberi Liberi presieduta da Giovanni Buffa[44]), Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Jovanotti, Gianna Nannini, Paolo Hendel, Toni Capuozzo, Emmanuelle Béart, Manuel Vázquez Montalbán[51], Vittorio Sgarbi[52], Jacqueline Bisset, Francesco Tullio Altan, Niccolò Ammaniti, Stefano Benni, Pino Cacucci, Leonardo Sciascia[53], Oreste del Buono, Carlo Feltrinelli, Enrico Deaglio, Gianni Vattimo, Andrea Zanzotto, Luigi Ferrajoli, gli Almamegretta, Franco Battiato, Lucio Dalla, Fabrizio De André, Diego Abatantuono, Antonio Albanese, Claudio Amendola, Bernardo Bertolucci, Antonio Tabucchi, Vittorio Feltri e suo figlio Mattia Feltri, Luigi Berlinguer, Ermete Realacci, Fabio Fazio, Gillo Pontecorvo, Gabriele Salvatores, Luigi Manconi, Indro Montanelli[54], Giorgio Bocca, Franco Corleone, Gaetano Pecorella, Sergio Staino, Massimo Cacciari, Vannino Chiti, Renato Nicolini.[55]

Il pentito, afferma la tesi innocentista, sarebbe caduto in contraddizioni durante il processo, che lo avrebbero portato a correggere diverse volte la propria testimonianza nelle parti che riguardavano la partecipazione come mandanti di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.[56]

Nel 1997 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, pur sollecitato da numerosi parlamentari, circa 200, e da molti cittadini comuni (160 mila firmatari),[57] rifiutò di firmare la grazia, con una lettera ai Presidenti delle Camere, Luciano Violante e Nicola Mancino.[1]

Nel periodo 2001-2006, i ripetuti inviti a dare corso alla richiesta di grazia, avanzati in maniera trasversale da esponenti della politica e della cultura (ma mai da Sofri in persona), sono sempre stati respinti dal Ministro della Giustizia Roberto Castelli, malgrado il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi avesse nello stesso periodo più volte manifestato la volontà di concederla, tanto da giungere a un conflitto con il guardasigilli risolto poi dalla Corte Costituzionale che, con sentenza n.200 del 18/05/2006, ha stabilito che non spetta al Ministro della giustizia di impedire la prosecuzione del procedimento di grazia, ma esso è un libero provvedimento motu proprio del Capo dello stato; in poche parole Ciampi avrebbe potuto concedere la grazia anche senza la controfirma del guardasigilli.[1]

Alla fine la grazia non fu concessa perché la sentenza fu emessa tre giorni dopo che Ciampi aveva concluso il suo mandato di Presidente della Repubblica.[1]

La grazia fu invece concessa a Ovidio Bompressi, autore materiale secondo la sentenza in Cassazione, dell'omicidio Calabresi, che ne fece richiesta al neoeletto Napolitano (fu uno dei suoi primi atti).[1]

La posizione sull'indulto[modifica | modifica wikitesto]

Sofri ha partecipato attivamente al dibattito legato al provvedimento di indulto del 2006, fortemente caldeggiato da papa Giovanni Paolo II. Nell'ambito di tale dibattito, ha avuta una certa eco mediatica l'accesa polemica con il giornalista Marco Travaglio, che l'ha accusato di beneficiare lui stesso dell'indulto.[58]

Fine pena[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 gennaio 2012, godendo di alcuni sconti e riduzioni, tra cui l'indulto del 2006, l’ufficio di sorveglianza di Firenze ha firmato il provvedimento di fine pena per Adriano Sofri, che ha scontato, sotto vari regimi di detenzione (9 anni in carcere, 7 in semilibertà e arresti domiciliari[59]), una pena complessiva di circa 15-16 anni di reclusione, così ridotta dai 22 iniziali, ed è tornato un uomo libero, dopo 22 anni esatti dalla prima condanna del 1990.[1][60] Il primo servizio giornalistico di Sofri dopo la liberazione definitiva fu un reportage sul naufragio della Costa Concordia all'Isola del Giglio (13 gennaio 2012), dove ha documentato e partecipato ai soccorsi dei giorni seguenti.[61]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Memoria, Sellerio Editore, 1990
  • L'ombra di Moro, Sellerio Editore, 1991
  • Il futuro anteriore. Come si scrivono le sentenze, Stampa Alternativa, 1992, ISBN 978-8872261033
  • Le prigioni degli altri, Sellerio Editore, 1993
  • Il nodo e il chiodo, Sellerio Editore, 1995
  • Si allontanarono alla spicciolata. Le carte riservate di polizia su Lotta continua, a cura di A. Sofri e Luca Sofri, Palermo, Sellerio, 1996. ISBN 88-389-1228-9
  • Lo specchio di Sarajevo, Sellerio Editore, 1997 ISBN 88-389-1265-3
  • Passato remoto. Note a una sentenza, 1997, Stampa alternativa
  • Adriano Sofri, il '68 e il Potere Operaio pisano, con AA.VV., Massari, 1998
  • Piccola posta, Sellerio Editore, 1999 ISBN 88-389-1534-2
  • Racconto di Natale, Einaudi, 2002 con illustrazioni di Sergio Staino
  • Altri Hotel. Il mondo visto da dentro, 1997-2002, Mondadori, 2002
  • Gli angeli del cortile, Einaudi, 2003 con illustrazioni di Isabella e Sergio Staino
  • L'impero delle cicale. Il terzo racconto di Natale, Coconino Press, 2004 con illustrazioni di Isabella e Sergio Staino
  • Giocare da libero. Conversazione con Adriano Sofri, con Teo De Luigi, Limina, 2005
  • Chi è il mio prossimo, Sellerio Editore, 2007 ISBN 88-389-2259-4
  • Contro Giuliano. Noi uomini, le donne e l'aborto, Sellerio Editore, 2008
  • La notte che Pinelli, Sellerio Editore, 2009 ISBN 88-389-2371-X
  • Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli, Lindau, 2012 con Gianfranco Ravasi
  • Doppio rosso. Cina e Cuba. La differenza, la somiglianza, Skira, 2012 con De Benedetti Neige e Visetti Giampaolo
  • 43 anni. Piazza fontana, un libro, un film, autopubblicato on-line, 2012
  • Machiavelli, Tupac e la Principessa, Sellerio Editore, 2013
  • Reagì Mauro Rostagno sorridendo, Sellerio Editore, 2014

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Corriere della Sera, biografia: Sofri, Adriano
  2. ^ a b c Sofri: «Dissi "Calabresi sarai suicidato". Sono innocente. Ma corresponsabile», Corriere.it. URL consultato il 18 gennaio 2009.
  3. ^ Adriano Sofri risponde a Rocco Casalino, portavoce del M5S
  4. ^ a b c d e f g h i j k l Giorgio Dell'Arti, Adriano Sofri, 2007.
  5. ^ a b Giuseppe D'Avanzo, La vita da Pisa a Pisa Storia di un ritorno in La Repubblica. URL consultato il 27 luglio 2013.
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  7. ^ Intervista a Fabio Mussi, Normalenews.it. URL consultato il 29 novembre 2010.
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  9. ^ SOFRI, DALLA NORMALE DI PISA AL CARCERE PER IL DELITTO CALABRESI in TG1, 16 gennaio 2012. URL consultato il 29 luglio 2013.
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  13. ^ Morta a Pisa la compagna di Sofri
  14. ^ Adriano Sofri, un ateo pieno di fede
  15. ^ Sofri, scuse in tv per Calabresi
  16. ^ Mughini: «Adriano Sofri sapeva dell’azione contro Calabresi»
  17. ^ Sofri: lo Stato mi propose un delitto
  18. ^ Sofri, un appello per Pannella, Radioradicale.it. URL consultato il 29 novembre 2010.
  19. ^ Il voto del foglianti in versione integrale, il Foglio, 11 aprile 2008
  20. ^ Adriano Sofri, Gli uomini ombra che moriranno in carcere
  21. ^ CHE TEMPO CHE FA/Chi è Adriano Sofri, cofondatore di Lotta Continua
  22. ^ Seduta commissione Stragi- deposizione Allegra - specifica sul clima nella squadra politica dopo l'assassinio del Commissario Calabresi
  23. ^ Misteri d'Italia: Il caso Calabresi
  24. ^ Solange Manfredi - Gladio: Il Principale segreto delle Repubblica
  25. ^ La pista Nera
  26. ^ Feltrinelli dietro i killer di Calabresi
  27. ^ a b "Calabresi fu ucciso da Valerio Morucci"
  28. ^ Relazione n. 5 sui documenti di Robbiano della Commissione Stragi
  29. ^ Al processo Calabresi il mistero dell'identikit
  30. ^ a b c Marino: "Eravamo una generazione persa, ora sono me stesso"
  31. ^ Leo Sisti, Linea continua
  32. ^ Il caso Sofri: storia - Come si è arrivati a tanto. La storia dei processi
  33. ^ I tre nemici di Adriano Sofri
  34. ^ Sulla definizione di questo tipo di pronunce giurisdizionali, e sul tentativo di impedirle, v. [1].
  35. ^ Dario Fo, L'orrendo papocchio del caso Sofri
  36. ^ Sofri, il procuratore generale chiede di rifare il processo
  37. ^ a b Processo Calabresi: 15 sentenze in 12 anni
  38. ^ Calabresi non era nella stanza quando Pinelli volò dalla finestra
  39. ^ a b c Adriano Sofri, Guantanamo, la tortura e noi
  40. ^ La Rosa nel Pugno per Sofri, Di Pietro sceglie Franca Rame
  41. ^ E' lui la donna al volante!
  42. ^ Daniele Biacchessi, Il caso Sofri, capitolo I
  43. ^ Mario Adinolfi, Il sistema Sofri-Bignardi
  44. ^ a b Marino libero! Marino è innocente! - 1998 - Caso Sofri - Grottesco sul Processo Sofri
  45. ^ Sofri: Valpreda, si sono messi da soli la testa nel capestro: hanno sbagliato ad accettare il giudizio di un tribunale borghese
  46. ^ Il caso Sofri, Bompressi, Pietrostefani
  47. ^ Sofri, Imposimato (SDI): Violati i principi del giusto processo
  48. ^ Ferdinando Imposimato, L'errore giudiziario: aspetti giuridici e casi pratici, Giuffré, 2008, pag. 106-108
  49. ^ Cossiga chiede la grazia per Bompressi
  50. ^ La grazia a Sofri: il digiuno di Pannella
  51. ^ Luca Telese, Ora Sofri è solo
  52. ^ Vittorio Sgarbi, Saddam nel tombino e Sofri
  53. ^ Speciale Adriano Sofri: Sciascia, scopriamo chi ha ucciso Pinelli
  54. ^ Gli aggiornamenti da gennaio '98 a ottobre 2000
  55. ^ Centomila firme per Sofri "Giustizia spietata"
  56. ^ Daniele Biacchessi, Il caso Sofri, 1998, capitolo "L'uomo di Bocca di Magra"
  57. ^ Sofri: petizione a Scalfaro, 160.000 firme per la liberazione
  58. ^ All'affermazione di Travaglio (vedi La scomparsa dei fatti p.15-16) che «essendo [Sofri] condannato per omicidio e dunque beneficiario dell'indulto, lo farà uscire dal carcere tre anni prima», Sofri rispose (6 luglio, da Il Foglio): «Lo squadrista Marco Travaglio scrive [...] una sequela di falsità indegne, allo scopo di galvanizzare l'indignazione pubblica contro l'indulto. Il quale, improvvisamente, diventa anche responsabile del mancato risarcimento ai caduti sul lavoro per le malattie professionali e i morti di amianto. E di mandare in fumo il maxiprocesso contro i boss svizzeri e italiani dell'Eternit. Ma l'indulto non può mandare in fumo nessun processo. [...] E l'indulto non c'entra niente, né può toccare i risarcimenti [...] L'articolo che fa dire agli avvocati di parte civile, i quali avranno le migliori intenzioni, le cose più spericolate [...] è una bassezza, maggiore perché prende a pretesto le attese dei familiari di "caduti sul lavoro e morti di amianto"». (riportato sempre ne La scomparsa dei fatti). La polemica prosegue e allo scritto di Travaglio Sofri risponde ancora, dandogli del «cretino» e su l'Unità ribadisce che si tratta di «falsità assolute e ciniche» allo scopo di tenere «decine di migliaia di miei simili boccheggianti nelle celle della Repubblica»(Adriano Sofri, Cattivi pensieri, l'Unità); gli risponde l'avvocato torinese Sergio Bonetto scrivendo a L'Unità e a Il Foglio, ma solo la prima pubblicherà la lettera. Nei giorni seguenti Travaglio verrà attaccato da Daria Bignardi, nuora dello stesso Sofri, e da Gad Lerner su Vanity Fair, su Oggi da Claudio Martelli e su l'Unità da Sergio Staino, che da anni conduce battaglie "pro-Sofri", e in ultimo da Paolo Franchi su Il Riformista.
  59. ^ Adriano Sofri risponde
  60. ^ Adriano Sofri torna ad essere un uomo libero. Ha scontato la pena per l'omicidio Calabresi
  61. ^ Adriano Sofri, primo giorno da uomo libero sull’Isola del Giglio

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Le parole del carcere - Adriano Sofri racconta, intervista di Thomas Radigk (1997). La nascita, la storia e lo scioglimento di Lotta Continua.

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

  • Marino libero! Marino è innocente!, opera teatrale di Dario Fo sul processo Calabresi

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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