Autunno caldo

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Manifestazione di operai in lotta durante l'autunno caldo.
Operai della Pirelli scioperano fuori dalla fabbrica a Milano nell'autunno del 1969.

L'autunno caldo è un periodo della storia d'Italia segnato da lotte sindacali operaie che si sviluppa a partire dall'autunno del 1969 in Italia, ritenuto il preludio del periodo storico conosciuto come anni di piombo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La grande mobilitazione sindacale, figlia del clima politico del Sessantotto, venne determinata dalla scadenza triennale dei contratti di lavoro, in particolar modo relativi alla categoria dei metalmeccanici.

In questo periodo le rivendicazioni salariali spontanee nelle grandi fabbriche si allearono alle agitazioni studentesche che reclamavano un generalizzato diritto allo studio per tutti gli strati sociali. L'azione combinata del movimento degli studenti e degli operai costrinse il sindacato a recuperare la testa del movimento spontaneo.[senza fonte]

Tra il settembre e il dicembre del 1969 la questione operaia esplose con una forza che né imprenditori né operai avevano previsto. Sullo sfondo c'era il rinnovo di 32 contratti collettivi di lavoro: oltre cinque milioni di lavoratori dell'industria, dell'agricoltura, dei trasporti e di altri settori fecero sentire il peso delle loro rivendicazioni. Emerse una nuova figura, quella dell'operaio-massa, ossia una personalità giovane, proveniente dal meridione, non specializzato, addetto alla catena di montaggio, ma più combattivo del tradizionale operaio di mestiere[1]. Nei mesi precedenti, a Battipaglia, la popolazione scese in piazza per chiedere posti di lavoro, e mentre a Roma era andata una delegazione per discutere con il Ministro dell'Industria, in paese si scatenarono scontri con le Forze dell'Ordine in cui persero la vita il tipografo Carmine Citro e l'insegnante Teresa Ricciardi[1].

Nell'Italia del 1969 i salari italiani erano ancora tra i più bassi dell'Europa occidentale, anche se la condizione operaia era molto migliorata rispetto a dieci anni prima: la conquista dell'automobile per l'operaio, da tempo realizzata negli Stati Uniti, era sotto gli occhi di tutti e il confonto della vita quotidiana si era accresciuto notevolmente[2]. Le rivolte sindacali furono un fenomeno di collera collettiva provocata non dalla povertà, ma dell'espandersi in fabbrica di fermenti ideologici del momento: uno slogan recitava «il nostro Vietnam è in fabbrica», ed era caratteristico in esso l'incrocio tra l'anti-americanismo, l'anti-imperialismo e le rivendicazioni operaie[2].

I sindacati ufficiali furono condizionati dai Comitati unitari di base (CUB), mentre i governi democristiani che si alternarono in quel periodo (Rumor I e Rumor II) non riuscivano a distinguere le richieste ragionevoli da quelle demagogiche, piegandosi a entrambe pur di arrivare a una pacificazione sociale[2]: i CUB esigevano salari uguali per tutti gli operai in base al principio che «tutti gli stomachi sono uguali», senza differenze di merito e di compenso, concependo il profitto come una truffa, la produttività un servaggio e l'efficienza un complotto, sostenendo invece che la negligenza diventava un merito e il sabotaggio era un giusto colpo inferto alla logica capitalistica[2].

Gli imprenditori italiani furono colti da un sentimento di paura che confinava con il panico: a Valdagno, durante una dimostrazione operaia, fu abbattuto il monumento a Gaetano Marzotto (creatore del complesso industriale), nelle fabbriche l'atmosfera diventò invivibile per dirigenti, i «capi» e «capetti», che si sentirono intimiditi e minacciati[2].

Aumentavano il fenomeno dell'assenteismo e gli episodi di sabotaggio, intimidazione e violenza. Uno degli episodi più significativi avvenne alla FIAT, il 29 ottobre 1969, in concomitanza all'apertura del Salone dell'Automobile, nel corso degli scioperi articolati per il nuovo contratto di lavoro. Un folto gruppo di scioperanti, armati di sbarre e bastoni, prese d'assalto lo stabilimento di Mirafiori, devastando le linee di montaggio dei modelli «600» e «850», il reparto carrozzeria e le strutture della mensa[3][4]. Quando la FIAT individuò e denunciò 122 operai responsabili delle devastazioni, si contrapposero mobilitazioni politiche e sindacali, con il Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin che costrinse l'azienda a ritirare le denunce.
In merito all'episodio Gianni Agnelli ricordò:

« Il ministro del Lavoro di allora non concluse la trattativa con i metalmeccanici fino a quando io non acconsentii, dopo parecchie ore di resistenza, a riassumere in fabbrica un centinaio di operai che si erano resi responsabili di violenze. Ricordo che, ricattato da queste condizioni, accettai la riassunzione. E l'umiliazione non fu accettare, o subire, questa forma di ricatto, ma, tornato a Torino e presentatomi ai dirigenti della produzione delle fabbriche, comunicare loro che avevo ceduto e che dovevano riassumere questo centinaio di operai violenti. Quello fu l'inizio di dieci anni disastrosi di brutalità e di violenze in fabbrica, che venne corretto solo dopo più di tremila giorni[1]. »

L'autunno caldo provocò, o concorse a provocare, la fuga dei capitali, l'impennata dell'inflazione, e più in generale un decennio di recessione. Ciò fu dovuto all'aggressività eversiva in contrasto con le scelte passate di molti «padroni» che si accontentarono di mettere in salvo oltre frontiera le ricchezze accumulate negli anni precedenti[2].

Il 19 novembre 1969 fu ucciso a Milano il poliziotto Antonio Annarumma, colpito alla testa da un oggetto pesante (probabilmente un pezzo di tubo d'acciaio) durante uno scontro in piazza tra polizia e manifestanti della sinistra extraparlamentare, al termine di uno sciopero per la casa, mentre il sindacalista della CISL Bruno Storti teneva un comizio al teatro Lirico di Milano[2]. Il quel clima di tensione il 9 dicembre fu firmato l'accordo tra i sindacati e l'Intersind, che raggruppava le imprese a partecipazione statale, mentre il 21 si firmò quello tra i sindacati e la Confindustria[1]: ci furono aumenti di paga uguali per tutti e l'orario di lavoro fu ridotto a 40 ore settimanali, mentre i metalmeccanici ottennero il permesso di tenere assemblee in fabbrica[1].

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

I rapporti di forza, le tecniche di sciopero, l'astensione dal lavoro e dallo studio, le occupazioni di fabbriche e scuole coordinate da una nuova coscienza politica e partecipativa permise di formalizzare negli anni successivi conquiste sociali di rilievo, prima fra tutte, sul piano del diritto del lavoro lo Statuto dei lavoratori, costrinsero lo Stato a uscire dalla fase di astensionismo legislativo che aveva caratterizzato il secondo dopoguerra italiano. Lo Statuto dei lavoratori fu approvato dal Parlamento il 20 maggio 1970, e nel merito offrì il modo di penalizzare i buoni lavoratori, a vantaggio dei cattivi: inoltre rimasero nel documento le norme che proteggevano i diritti dei dipendenti, cancellando il passaggio secondo cui quei diritti dovevano essere esercitati «nel rispetto dell'altrui libertà e in forme che non rechino intralcio allo svolgimento delle attività aziendali»[2].

Il divieto posto ai datori di lavoro di svolgere direttamente accertamenti sui dipendenti e sugli operai favorì l'ingresso in fabbrica ai più noti e recidivi eversori[5].

D'altra parte la FIAT aveva deciso di utilizzare anche pratiche illegali, come la schedatura di massa degli operai, che portò a uno scandalo e a un processo conclusosi con la prescrizione dei reati[6][7].

L'autunno caldo fu anche la culla di molte nuove formazioni politiche extraparlamentari che negli anni successivi preciseranno differenti strategie di antagonismo teorico e pratico che copriranno l'arco delle iniziative sociali dal riformismo al terrorismo.

Alla fine degli anni Sessanta era alle porte la rivincita dell'economia di mercato su quella socialista, ma mentre gli operai dell'Europa orientale volevano un'economia filo-occidentale, quelli italiani ne volevano una simile a quella del blocco sovietico[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  2. ^ a b c d e f g h Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  3. ^ Denunce per gli atti di violenza alla Fiat Mirafiori e a Rivalta, La Stampa, 30 ottobre 1969.
  4. ^ Devastati a Mirafiori e a Rivalta i refettori e il reparto Carrozzerie, La Stampa, 30 ottobre 1969.
  5. ^ Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991. «La FIAT fu portata in giudizio perché, negli anni del terrorismo, aveva tentato di stabilire se gli individui che venivano ingaggiati fossero veri operai o agitatori. I pretori d'assalto decisero, fondandosi sullo Statuto dei lavoratori, che non dovessero essere tenuti lontani dalle officine personaggi i quali potevano essere addetti a macchinari costosissimi benché avessero il dichiarato proposito di danneggiarli. L'impianto di telecamere nei locali degli aeroporti dove avviene lo smistamento dei bagagli e dove si ripetono i furti fu considerato lesivo dello Statuto: anche se riesce difficile capire quale motivo avessero i lavoratori onesti d'opporsi a quella vigilanza.».
  6. ^ DOSSIER GIUSTIZIA: Schedature Fiat, Da Torino a Napoli, l'Unità, 1º settembre 2002. URL consultato il 30 maggio 2014.
  7. ^ Daria Lucca, Bianca, avvocato dei diritti, ilfattoquotidiano.it, 19 agosto 2011. URL consultato il 30 maggio 2014.
  8. ^ Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991. «Miopia economica e miopia tecnica si associavano, per impedire al sindacato di vedere lontano. Se anche lo avesse voluto, glielo avrebbero impedito i Cub, che spadroneggiavano, e con le loro enunciazioni oltranziste dominavano le assemblee. Oggi tutti gli slogans di quella stagione, che alcuni commentatori s'ostinano a definire splendida e fruttuosa, vengono rinnegati. I Cub volevano un'Italia le cui economie scimmiottassero quelle dell'Est, e gli operai dell'Est volevano l'economia di mercato. La storia ha detto, con perentorietà, chi avesse ragione.».

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sergio Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969): dalla resistenza all'autunno caldo, Bari, Laterza, 1976.
  • Bianca Guidetti Serra, Le schedature Fiat. Cronaca di un processo e altre cronache, Rosenberg & Sellier, 1984.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  • Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  • Bruno Trentin, Autunno caldo: il secondo biennio rosso 1968-1969, intervista di Guido Liguori, Roma, Editori riuniti, 1999.
  • Claudia Magnanini, Autunno caldo e anni di piombo: il sindacato milanese dinanzi alla crisi economica e istituzionale, Milano, F. Angeli, 2006.
  • Sandro Schmid, 1969. Autunno caldo trentino, Trento, Edizioni U.C.T., 2009.
  • Giorgio Benvenuto, Millenovecentosessantanove - i metalmeccanici e l'autunno caldo, a cura di Sandro Roazzi, Fondazione Bruno Buozzi Editrice.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]