Strage di Peteano

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Strage di Peteano
Strage di Peteano.png
La Fiat 500, contenente l'esplosivo, dopo l'esplosione.
Stato Italia Italia
Luogo Peteano, frazione di Sagrado
Obiettivo Forze dell'Ordine
Data 31 maggio 1972
Tipo Attentato dinamitardo (auto esplosiva)
Morti 3: brigadiere Antonio Ferraro, carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni
Feriti 2: tenente Angelo Tagliari e brigadiere Giuseppe Zazzaro
Responsabili Ivano Boccaccio (membro di Ordine Nuovo deceduto in un conflitto a fuoco con le Forze dell'Ordine), Carlo Cicuttini (membro di ON e segretario locale del MSI) e Vincenzo Vinciguerra (membro di ON)
Motivazione Terrorismo neofascista

La strage di Peteano è un atto terroristico avvenuto il 31 maggio 1972 a Peteano, frazione del comune di Sagrado, in provincia di Gorizia. Fu compiuta dal reo confesso Vincenzo Vinciguerra, da Carlo Cicuttini e Ivano Boccaccio, neofascisti aderenti ad Ordine Nuovo[1].

La strage, definita anche trappola di Peteano per le modalità con cui si svolse[senza fonte], provocò la morte di tre uomini dell'Arma dei Carabinieri: il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.

Contesto[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo in cui si svolse questo fatto di sangue si collocava in un preciso e delicato contesto storico-politico: il 7 maggio 1972 si erano svolte le elezioni politiche anticipate, che avevano assegnato la guida del paese a un nuovo esecutivo presieduto da Giulio Andreotti, mentre il 17 maggio si verificò l'omicidio Calabresi. Il dibattito politico era ancora turbolento, ed era accompagnato da temuti tentativi di colpo di Stato. Diversi, prima di quello di Peteano, furono gli attentati terroristici di matrice sia rossa che nera che molto avevano fatto discutere e che avevano contribuito a creare un clima di netta tensione e apprensione nel Paese, un primo passo verso quella che è stata in seguito definita «teoria degli opposti estremismi».

L'attentato[modifica | modifica wikitesto]

La notte del 31 maggio, alle ore 22:35, una telefonata anonima giunse al centralino del pronto intervento della Stazione dei Carabinieri di Gorizia: a riceverla e a registrarla fu il centralinista di turno Domenico La Malfa. Il testo della comunicazione in lingua dialettale è il seguente:

« Pronto? Senta, vorrei dirle che c'è una machina che la gà due busi sul parabreza. La xè una cinquecento bianca, visin la ferovia, sula strada per Savogna.. »

Sul posto segnalato giunsero tre gazzelle dei carabinieri, che rinvennero la Fiat 500 bianca con i due buchi sul parabrezza, così come aveva comunicato in dialetto l'anonimo informatore. La prima pattuglia che viene inviata è quella dei carabinieri di Gradisca, con l'appuntato Mango e il carabiniere Dongiovanni. Dieci minuti dopo i due sono sul posto e trovano la Cinquecento targata GO 45902. È visibile in un viottolo di terra battuta, subito dopo una curva, al chilometro 5. Mango decide di chiamare il suo ufficiale, il tenente Tagliari, che parte anche lui accompagnato dal brigadiere Antonio Ferraro e dal carabiniere Donato Poveromo e arrivano sul posto con una seconda gazzella alle 23:05, poi raggiunta da una terza pattuglia da Gorizia[2].

I carabinieri Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni tentarono di aprire il cofano del mezzo, provocando l'esplosione dell'auto e rimanendo uccisi, mentre altri due rimasero gravemente feriti.

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

A dirigere le indagini sulla vicenda venne posto il colonnello Dino Mingarelli, vecchio braccio destro del generale Giovanni de Lorenzo. Mingarelli diresse subito la sua inchiesta verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, ma le indagini non ottennero gli esiti previsti: dalla magistratura milanese giunse l'informazione secondo cui l'attentato sarebbe stato attuato da un gruppo terrorista neofascista, di cui fece parte anche Ivano Boccaccio, militante ucciso in un tentato dirottamento di un aereo all'aeroporto di Ronchi dei Legionari nell'ottobre successivo.

L'informazione era stata data da Giovanni Ventura, nel frattempo arrestato per la strage di piazza Fontana: il colonnello tuttavia scartò l'indicazione milanese, in quanto un ordine del SID lo invitò a sospendere le indagini sul gruppo terrorista di estrema destra.[senza fonte] Il colonnello, con il suo «braccio destro» capitano Antonino Chirico, rivolse le attenzioni investigative verso sei giovani, conducendoli a processo: secondo il Mingarelli essi si sarebbero vendicati di alcuni sgarbi subiti dai Carabinieri.

Il movente proposto non convinse i giudici, che assolsero i sei giovani, i quali, una volta liberi, denunciarono Mingarelli per le false accuse, dando inizio a una nuova inchiesta contro ufficiali dei carabinieri e magistrati per aver deviato le indagini. L'istruttoria della strage, intanto, si era indirizzata verso gli ambienti neofascisti[3].

Il processo per la Strage di Peteano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Vincenzo Vinciguerra, Giorgio Almirante e Strategia della tensione.

Il processo per favoreggiamento[modifica | modifica wikitesto]

In seguito alle indagini sulla Strage di Peteano, il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso per la strage – rivelò nel 1982 come il segretario del MSI Giorgio Almirante avesse fatto pervenire la somma di 35.000 dollari a Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano e coautore della strage, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna mediante un apposito intervento alle corde vocali[4][5][6]: tale intervento si rendeva necessario poiché Cicuttini, oltre ad aver collocato materialmente la bomba assieme a Vinciguerra, si era reso autore della telefonata che aveva attirato in trappola i carabinieri e la sua voce era stata identificata mediante successivo confronto con la registrazione di un comizio del MSI da lui tenuto[5].

Nel giugno del 1986, a seguito dell'emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico[5], Giorgio Almirante e l'avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti[7].

Furono rinviate a giudizio 18 persone, tra militanti di destra e ufficiali dei carabinieri, mentre il magistrato triestino Bruno Pascoli morì durante il processo[8].

Vinciguerra e Cicuttini vennero condannati all'ergastolo, Carlo Maria Maggi a 12 anni per reato associativo, Carlo Digilio e Delfo Zorzi rispettivamente a 11 e 10 anni per lo stesso reato; altri militanti locali sono stati condannati a pene tra i 4 e i 6 anni (Gaetano Vinciguerra, Giancarlo Flaugnacco e Cesare Benito Turco). Eno Pascoli è stato condannato a 3 anni e 9 mesi, la moglie Liliana De Giovanni a 11 mesi, mentre Almirante usufruì dell'amnistia[5][8][9]. Gli ufficiali ritenuti colpevoli di depistaggio (Antonio Chirico, Dino Mingarelli, Giuseppe Napoli e Michele Santoro) furono condannati a pene comprese tra i 3 e i 10 anni e 6 mesi[8].

La sentenza d'appello confermò solo l'ergastolo di Carlo Cicuttini (Vinciguerra non aveva fatto ricorso) assolvendo tutti gli altri imputati[10] ma la Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annullò con rinvio le assoluzioni di Chirico, Mingarelli e Napoli, confermando invece le altre decisioni[11].

Nel nuovo processo fu accertato il depistaggio dei tre ufficiali, condannati a 3 anni e 1 mese (Giuseppe Napoli) e a 3 anni e 10 mesi (Antonio Chirico e Dino Mingarelli)[12], condanne diventate definitive nel 1992[13].

Nell'ultima inchiesta è stato accertato anche il depistaggio di un perito e di altri Ufficiali dei Carabinieri, accusati di falsa testimonianza[14].

Cicuttini, fuggito in Spagna, venne catturato a ventisei anni dalla strage, nell'aprile del 1998, quando fu vittima egli stesso di una trappola: la procura di Venezia gli fece offrire un lavoro a Tolosa dove, recatosi convinto di intraprendere le trattative contrattuali, venne arrestato dalla polizia ed estradato dalla Francia. Attualmente Vincenzo Vinciguerra sta scontando una condanna all'ergastolo in qualità di reo confesso della strage[1].

Declassificazione degli atti[modifica | modifica wikitesto]

Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più coperti dal segreto di Stato e sono perciò liberamente consultabili da tutti[15].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Sandro Provvisionato, I tre anni che sconvolsero l'Italia, Corriere della Sera, 16 novembre 2009.
  2. ^ Peteano: quarant'anni dalla strage, Udinetoday.it, 31 maggio 2012.
  3. ^ Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  4. ^ Giorgio Cecchetti, Neofascista confessa 'Organizzai la strage', la Repubblica, 30 settembre 1984.
  5. ^ a b c d Gian Antonio Stella, Strage di Peteano, la grazia sfiorata, Corriere della Sera, 10 febbraio 2005.
  6. ^ Archivio '900 - Carlo Cicuttini
  7. ^ Strage di Peteano anche Almirante rinviato a giudizio, la Repubblica, 28 giugno 1986.
  8. ^ a b c Giorgio Cecchetti, Per la strage di Peteano condannati due alti ufficiali, la Repubblica, 26 luglio 1987.
  9. ^ Intitolare una strada a Giorgio Almirante?, la Repubblica, Ed. Parma, 9 giugno 2008.
  10. ^ Giorgio Cecchetti, Peteano, un'altra strage impunita, la Repubblica, 6 aprile 1989.
  11. ^ Giorgio Cecchetti, Peteano, si rifà il processo agli ufficiali dei carabinieri, la Repubblica, 31 gennaio 1990.
  12. ^ Giorgio Cecchetti, Peteano, l'inchiesta fu deviata, la Repubblica, 7 maggio 1991.
  13. ^ Giorgio Cecchetti, La Cassazione su Peteano 'I generali depistarono', la Repubblica, 22 maggio 1992.
  14. ^ Giorgio Cecchetti, 'Mentirono sulla strage', la Repubblica, 29 ottobre 1993.
  15. ^ Stragi, Renzi toglie il segreto di Stato: tutta la verità su Ustica, piazza Fontana, Italicus, stazione di Bologna, in Il Messaggero.it, 22 aprile 2014. URL consultato il 22 aprile 2014.
    «I «fatti sanguinosi» di Ustica, Peteano, treno Italicus, piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna e rapido 904 non sono più coperti dal segreto di Stato.».

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]