Strage della Questura di Milano

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Strage della Questura di Milano
Strage Questura Milano.png
Un'immagine di alcune vittime della strage.
Stato Italia Italia
Luogo Milano
Obiettivo Ufficio della Questura
Data 17 maggio 1973
11:00
Tipo Esplosione
Morti 4
Feriti 52
Responsabili Gianfranco Bertoli come esecutore materiale; Carlo Digilio[1] e altri membri sconosciuti di Ordine Nuovo come organizzatori
Motivazione Terrorismo, eversione, ritorsione contro Mariano Rumor

La strage della Questura di Milano fu un attentato terroristico avvenuto il 17 maggio 1973, ad opera di Gianfranco Bertoli, in conseguenza del quale 4 persone persero la vita e 52 rimasero ferite.

I fatti[modifica | modifica wikitesto]

Alle 11:00 del mattino di quel giorno, in via Fatebenefratelli, davanti alla Questura di Milano, mentre si svolgeva la cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi ucciso un anno prima, dopo che il Ministro dell'Interno Mariano Rumor aveva scoperto il busto dedicato al funzionario ed era andato via in auto, un grosso ordigno esplode in mezzo alla folla di persone ancora riunite per la celebrazione.

L'effetto della deflagrazione è devastante: 4 persone muoiono e 52 rimangono ferite. Solo dopo si scoprirà che lo scoppio era stato causato da una bomba a mano.

L'attentatore venne immediatamente immobilizzato ed arrestato; si trattava di Gianfranco Bertoli. Bertoli si definì un anarchico «stirneriano».

Dichiarò più volte che il vero scopo del suo attentato era l'eliminazione del Ministro Rumor, la cui uccisione avrebbe vendicato gli anarchici perseguitati.

Il processo: l'anarchico isolato[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º marzo 1975 si concluse il processo presso la Corte d'assise di Milano con la condanna di Bertoli all'ergastolo[2], poi confermata in appello[3] e in Cassazione[4].

Secondo le indagini del PM Guido Salvini, confermate dalle testimonianze di Vincenzo Vinciguerra, l'obiettivo sarebbe stato proprio Mariano Rumor, colpevole di non aver proclamato lo stato d'assedio quando era Presidente del Consiglio il 12 dicembre 1969 in occasione della strage di piazza Fontana[5]. L'affermazione di Bertoli lasciò però un dubbio: l'ordigno era stato lanciato tra la folla e non quando il Ministro era ancora presente alla commemorazione.

Il massacro non venne considerato subito di origine anarchica, ma aleggiavano forti sospetti sull'intervento di rami deviati dei servizi segreti e contatti con gruppuscoli di estrema destra. Il fatto che Bertoli fosse stato armato dall'estrema destra dietro spinta dei servizi segreti fu la tesi sostenuta dall'istruttoria (condotta Antonio Lombardi) e confermata dal primo processo[6]. Ciononostante, durante il processo di appello a Bertoli, questa ipotesi fu rovesciata e l'ipotesi dell'anarchico isolato prese piede, tesi riaffermata costantemente dallo stesso Bertoli[7].

Gli anarchici condannarono il suo gesto e anche il Bertoli convenne col tempo che era stato un errore. Dal carcere riallacciò i rapporti con gli anarchici e collaborò alla rivista A/Rivista Anarchica con molti articoli assai valutati dagli anarchici[8][9].

La nuova inchiesta[modifica | modifica wikitesto]

Nuove indagini emerso nel corso degli anni novanta, condotte dal GIP Antonio Lombardi, che hanno rinviato a giudizio gli ex militanti di Ordine Nuovo Giorgio Boffelli, Carlo Digilio, Carlo Maria Maggi e Francesco Neami, e l'ex colonnello Amos Spiazzi accusati di concorso in strage. Vennero anche processati Gianadelio Maletti (ex capo del SID) e Sandro Romagnoli, accusati di omissione di atti d'ufficio, soppressione e sottrazione di atti e documenti riguardanti la sicurezza dello Stato.

L'11 marzo 2000 Boffelli, Maggi, Neami e Spiazzi sono stati condannati all'ergastolo; Carlo Digilio ottenne la prescrizione dopo essere diventato un collaboratore di giustizia mentre Maletti è stato condannato a 15 anni (l'accusa ne aveva chiesti 12)[10].

In appello gli ergastoli furono cancellati e Maletti venne assolto perché il fatto non sussite[11], ma la Cassazione annullò le assoluzioni di Boffelli, Maggi e Neami, ordinando un nuovo processo; diventarono definitive quelle di Spiazzi (per non aver commesso il fatto) e Maletti[12].

Il 1º dicembre 2004 la Corte d'appello di Milano assolse nuovamente Neami e Maggi[13] (Boffelli, la cui posizione fu stralciata per motivi di salute, sarà assolto due mesi più tardi), sentenza confermata dalla Cassazione il 13 ottobre 2005[14].

Secondo i giudici a organizzare la strage fu il movimento neofascista Ordine Nuovo ma le prove a carico dell'ex capo della cellula veneta non sono state ritenute sufficienti, mancando «il tassello decisivo che avrebbe potuto fornire la prova 'oltre ogni ragionevole dubbio' della responsabilità del Maggi» e «pur dando per scontato che quell'attentato rientrasse nei programmi di 'Ordine Nuovo' occorreva pur sempre la prova di apporto personale del Maggi», poiché non si conoscevano i procedimenti dei singoli attentati compiuti compiute dalle organizzazioni eversive come ON. L'altro imputato, Francesco Neami, è invece stato assolto perché contro di lui non sono emersi elementi certi per contestargli un coinvolgimento nella strage[15].

Bertoli e i servizi segreti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2002 il generale Nicolò Pollari (ex direttore del SISMI), sentito dai giudici della terza Corte d'appello di Milano ha confermato che Bertoli è stato un informatore del SIFAR prima, e del SID in seguito. Il generale ha anche confermato che Bertoli ha avuto rapporti con i servizi segreti negli anni cinquanta fino al 1960. Nessuna conferma sul fatto che Bertoli abbia o meno ripreso a collaborare con il servizio nel 1966. Esiste, infatti, agli atti la copertina di un fascicolo con il titolo Fonte Negro cioè il nome di copertura di Bertoli datato 1966. Secondo tre ex ufficiali del SID, che avevano parlato della collaborazione di Bertoli negli anni cinquanta (Viezzer, Genovesi e Cogliandro) la fonte Negro poteva essere stata riattivata nel 1966. Pollari ha spiegato che con ogni probabilità quest'ultimo fascicolo è in realtà stato aperto dopo la strage alla Questura nel 1973, e che la data 1966 fa riferimento alle norme di archiviazione[16].

Libri[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Diventato collaboratore di giustizia, confessò il ruolo avuto nell'organizzazione della strage e usufruì delle attenuanti generiche.
  2. ^ Francesco Fornari, Ergastolo per Bertoli, in La Stampa, 2 marzo 1975. URL consultato il 20 novembre 2015.
  3. ^ Processo Bertoli: ergastolo confermato, in Stampa Sera, 9 marzo 1976. URL consultato il 20 novembre 2015.
  4. ^ Confermato l'ergastolo all'anarchico Bertoli, in La Stampa, 20 novembre 1976. URL consultato il 20 novembre 2015.
  5. ^ Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin, La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria, Milano, Feltrinelli, 2002.
  6. ^ Cinzia Sasso, 'Bertoli uomo di Servizi', in la Repubblica, 21 marzo 1995. URL consultato il 1º dicembre 2008.
  7. ^ Luca Fazzo, Strage alla questura 'Bertoli non agì solo', in la Repubblica, 2 febbraio 2003. URL consultato il 1º dicembre 2008.
  8. ^ È morto Gianfranco Bertoli, in A/Rivista Anarchica, febbraio 2001. URL consultato il 31 gennaio 2008.
  9. ^ Gianfranco Bertoli, Il prezzo da pagare, in A/Rivista Anarchica, aprile 1979. URL consultato il 31 gennaio 2008.
  10. ^ Bomba in questura, giustizia dopo 27 anni, in La Stampa, 12 marzo 2000. URL consultato il 20 novembre 2015.
  11. ^ Bomba in questura neofascisti assolti per i 4 morti di Milano, in La Stampa, 28 settembre 2002. URL consultato il 20 novembre 2015.
  12. ^ Processo da rifare per la strage di Milano, in La Stampa, 12 luglio 2003. URL consultato il 20 novembre 2015.
  13. ^ Assolti in appello per la bomba del '73, in La Stampa, 2 dicembre 2004. URL consultato il 20 novembre 2015.
  14. ^ Strage in questura del '73 «Nessun mandante», in La Stampa, 14 ottobre 2005. URL consultato il 20 novembre 2015.
  15. ^ La Cassazione: "Nessun colpevole per la strage della questura", in Repubblica.it, 15 novembre 2005. URL consultato il 20 novembre 2015.
  16. ^ Fonte: Ansa.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]