Omicidio Calabresi

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Via Cherubini a Milano, luogo dell'omicidio del commissario Calabresi, poco dopo l'agguato.

L'omicidio Calabresi è il nome con cui i mass media sono soliti riferirsi all'assassinio del commissario di polizia e addetto alla squadra politica della questura di Milano, Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972 a Milano dinanzi la sua abitazione per mano d'un commando di due uomini con alcuni colpi di arma da fuoco[1].

Dopo un iter processuale particolarmente travagliato, solo nel 1997 si giunse a una sentenza in Corte di Cassazione che condusse ad arresti e condanne definitive: questa individuò Ovidio Bompressi e Leonardo Marino come esecutori materiali del delitto e Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti. I quattro appartenevano all'epoca dell'omicidio alla formazione extraparlamentare Lotta Continua, della quale Sofri e Pietrostefani erano stati fondatori.

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Antonio Annarumma, Strage di piazza Fontana, Strategia della tensione in Italia e Movimento Politico Ordine Nuovo.

Il delitto fu consumato nel periodo detto degli "opposti estremismi" o degli "anni di piombo" immediatamente successivo alla "Contestazione". Il commissario Luigi Calabresi era addetto alla squadra politica della questura di Milano, in tale veste veniva spesso incaricato di seguire le manifestazioni, frequenti a quel tempo a Milano. Il 19 novembre 1969 era stato ucciso durante una manifestazione a Milano l'agente Antonio Annarumma. Il fatto aveva avuto una eco straordinaria.

Ai funerali era presente per le sue funzioni istituzionali il commissario Calabresi, che in tale occasione era intervenuto a favore di Mario Capanna. Le indagini non permisero di individuare i colpevoli ed il caso rimase insoluto, uno dei misteri d'Italia. Il 12 dicembre 1969 aveva avuto luogo la strage di piazza Fontana: una bomba, di matrice neofascista (come si accerterà), posta nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di quella piazza del centro di Milano aveva provocato la morte di diciassette persone e il ferimento di ottantotto.

Le indagini su Piazza Fontana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di piazza Fontana, Giuseppe Pinelli e Gerardo D'Ambrosio.
Il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli al Circolo Ponte della Ghisolfa

Le indagini sull'attentato terroristico vennero orientate inizialmente nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci estremisti; furono fermate per accertamenti circa 80 persone, in particolare tre anarchici del circolo "Ponte della Ghisolfa".

Il giorno della strage vi fu tra i fermati un esponente dei movimenti anarchici milanesi, il ferroviere Giuseppe Pinelli, assieme a Pietro Valpreda (assolto dopo alcuni anni, come tutti gli altri imputati). Pinelli fu convocato in questura, dove andò di sua volontà, per accertamenti ove fu interrogato in modo estenuante per verificarne l'alibi, che all'inizio appariva impreciso. Il 15 dicembre egli precipitò dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, uno tra gli incaricati delle indagini sul caso di Piazza Fontana, morendo ore dopo all'ospedale Fatebenefratelli; Pinelli era stato trattenuto per ben tre giorni consecutivi, in evidente violazione dei limiti allora previsti dalla legge.

Il commissario Luigi Calabresi

Su questo evento si innesca la dura polemica sulle responsabilità dell'azione investigativa e sulle responsabilità materiali degli inquirenti, incluso il sospetto di un loro intervento fisico diretto come causa della caduta di Pinelli ed il sospetto che il commissario Calabresi ed il questore Guida fossero presenti nella stanza dalla cui finestra cadde l'anarchico. Luigi Calabresi dichiarò di non essere stato presente nella stanza ove avveniva l'interrogatorio di Pinelli al momento della sua caduta, in quanto chiamato a rapporto dal suo superiore. Altri cinque addetti alle forze dell'ordine, tra cui un tenente dei carabinieri e 4 addetti alla polizia, procedevano all'interrogatorio ed erano presenti nella stanza al momento della caduta; essi confermarono la loro presenza e l'assenza del commissario[2].

L'inchiesta sulla morte di Pinelli fu condotta dal magistrato Gerardo D'Ambrosio. Nell'ottobre del 1975 venne emessa la sentenza sulla morte di Giuseppe Pinelli risultante dall'inchiesta. In essa D'Ambrosio escluse sia l'ipotesi del suicidio - emersa nei primi tempi dalle testimonianze dei poliziotti, ma che si rivelò infondata quando si verificò la solidità dell'alibi di Pinelli - sia quella dell'omicidio. La sentenza definì la morte come accidentale, a causa di un malore che provocò uno slancio attivo e «l'improvvisa alterazione del centro di equilibrio»[3].

Sempre nel dispositivo di sentenza, d'Ambrosio scrisse che "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli", nonostante l'anarchico Pasquale Valitutti nella sua testimonianza avesse affermato di non averlo visto uscire.

Il fatto che la sentenza escludesse la responsabilità delle forze dell'ordine suscitò reazioni polemiche di vario tono, principalmente nel mondo sociale, politico e culturale facente capo alla sinistra.

Reazioni nella sinistra politica, anche extraparlamentare[modifica | modifica wikitesto]

Varie voci dalla sinistra politica presero a bersaglio il commissario Luigi Calabresi che era noto, per compiti di ufficio, per essere spesso inviato a sorvegliare le manifestazioni dell'estrema sinistra[4].

Campagna mediatica contro il commissario Calabresi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lotta Continua e Lotta Continua (giornale).

In particolare il movimento extraparlamentare Lotta Continua si distinse per una campagna di stampa attraverso il proprio giornale contro Luigi Calabresi dai toni assai violenti, identificandolo come maggior responsabile della morte di Giuseppe Pinelli.

« Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...] Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte... »
(Lotta Continua del 6 giugno 1970)

A questa campagna accusatoria si unì la giornalista Camilla Cederna che oltre ad articoli sulla rivista Espresso scrisse il libro Pinelli: una finestra sulla strage, nel quale sottolineava le responsabilità del commissario nel suicidio dell'anarchico. A causa di questi giudizi il questore di Milano, all'indomani dell'assassinio, la additò come «mandante morale» dell'omicidio Calabresi[5]. Un'altra opera di contenuto analogo, con prefazione di Riccardo Lombardi, fu pubblicata nel 1971 dal giornalista dell'Avanti Marco Sassano.[6]

Ne seguirono querele che portarono alla condanna di alcuni esponenti di Lotta Continua ma che contribuirono anch'esse ad acuire tensioni e contrasti, dando luogo a nuove, accese discussioni sull'operato del commissario Calabresi[2][7].

L'appello pubblicato su L'Espresso[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli.

Il settimanale L'Espresso, in tre successivi numeri apparsi in edicola a partire dal 13 giugno 1971, pubblicò un appello in cui si sosteneva che Calabresi era responsabile della morte di Giuseppe Pinelli e in cui si formulavano accuse a magistrati e altri soggetti che avrebbero ostacolato l'accertamento delle responsabilità in favore di Calabresi. L'appello fu sottoscritto da numerosi intellettuali, politici e giornalisti.

Le minacce a Calabresi sui muri e per lettera[modifica | modifica wikitesto]

Scritta sul muro contro il commissario Calabresi

Le minacce e le intimidazioni isolarono il commissario. In questo clima di tensione il commissario subì forti intimidazioni e minacce via lettera e con scritte sui muri; si rese conto di essere pedinato e lo annotò[7], tuttavia nessuna scorta gli venne mai assegnata[7].

Quando gli fu consigliato di portare con sé la sua Beretta 6,35, rispose che se avessero deciso di ucciderlo gli avrebbero sparato alle spalle, come in effetti avvenne, ed in tal caso la pistola non gli sarebbe servita[7].

Calabresi, nella campagna di calunnie e isolamento, trovò conforto nella fede, tanto da dichiarare: Se non fossi cristiano, se non credessi in Dio, non so come potrei resistere...[8].

L'omicidio di Luigi Calabresi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Luigi Calabresi.

Il 17 maggio 1972, alle ore 9:15, Luigi Calabresi fu assassinato davanti alla sua abitazione in Largo Cherubini, a Milano, da un commando di due uomini, che gli spararono alle spalle un colpo alla schiena e uno alla testa, mentre stava raggiungendo la sua auto, una Fiat 500 blu.

Secondo alcune testimonianze il killer era un uomo giovane e alto a volto scoperto, che dopo aver sparato riattraversò la strada e salì su una Fiat 125 blu che si dileguò nel traffico, e di cui uno dei testimoni prese la targa.

Nel periodo che seguì l'omicidio Calabresi avvennero molti attentati contro altri dipendenti dello stato impegnati contro il terrorismo.

Tali attentati ebbero uno scopo punitivo e ammonitivo al contempo, e le indagini nei confronti degli autori degli attentati risultarono particolarmente difficili[9].

Gianni Nardi

Le prime indagini[modifica | modifica wikitesto]

Alcune ricostruzioni legano l'omicidio Calabresi a strutture clandestine, nella fattispecie dell'organizzazione denominata Gladio. Calabresi fu ucciso mentre conduceva un'indagine sul traffico di armi tra la Svizzera ed il Veneto.

Gianni Nardi[modifica | modifica wikitesto]

Non a caso uno dei primi sospettati del suo omicidio fu Gianni Nardi, estremista di destra delle Squadre d'Azione Mussolini (SAM), più volte arrestato per traffico d'armi e accertato massone[senza fonte] appartenente a Gladio, il quale morì in un sospetto incidente d'auto prima che si chiarisse la sua posizione. Inoltre i rapporti di Calabresi su quell'indagine non sono mai stati trovati.[10][11][12] I testimoni videro un uomo secondo alcuni fisicamente corrispondente a Nardi (in particolare all'identikit e al photofit[13], non collimanti completamente, invece, con certi tratti somatici di Bompressi, il condannato del 1997) uccidere Calabresi, mentre come autista fu vista - da almento tre testimoni - una giovane donna, contraddicendo quello che Leonardo Marino avrebbe detto nel 1988. Nardi fu arrestato assieme a due presunti complici, Bruno Stefanò e la tedesca Gudrun Kiess, ex attrice di film per adulti[14], come sospetto trafficante e in seguito indagato per l'omicidio Calabresi, ma poi vennero tutti rilasciati, poiché Nardi avrebbe avuto un alibi che lo collocava a Roma.[15] Nell’aprile del 1991, i magistrati, mentre indagavano sui mandanti della strage alla stazione di Bologna, trovarono negli archivi di Forte Braschi, il nome di Gianni Nardi nell’elenco dei 1.915 che erano stati contattati dal Sismi per essere inseriti nella struttura di “Gladio”. In seguito a ciò, vennero riaperte le indagini sulla persona di Nardi; nel 1993 Donatella Di Rosa, nota come Lady Golpe (poiché moglie del colonnello dell'esercito italiano Aldo Michittu e divenuta nota al grande pubblico per le rivelazioni fatte alla stampa circa un presunto progetto di golpe), affermò di aver partecipato a riunioni segrete, con l’intento di raccogliere fondi e organizzare un Colpo di Stato, con alti esponenti delle Forze Armate ma anche con Gianni Nardi. Nove giorni dopo fu riesumato in Spagna il corpo di Nardi e in pochi giorni ne fu confermata l’identità. Pare che il Nardi delle riunioni possa essere stato un omonimo.[16]

I commenti del giornale "Lotta Continua"[modifica | modifica wikitesto]

Il 18 maggio 1972 il giornale Lotta Continua titolò:

«Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli».

Nell'articolo l'omicidio Calabresi era definito «atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia»[17].

« L'omicidio politico non è certo l'arma decisiva per l'emancipazione delle masse dal dominio capitalista così come l'azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia »
(Editoriale uscito l'indomani dell'omicidio Calabresi su "Lotta Continua", a firma del direttore Adriano Sofri)

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

Le indagini seguite all'omicidio non produssero riscontri se non dopo molti anni, grazie alla confessione di Leonardo Marino.

L'inchiesta delle Brigate Rosse[modifica | modifica wikitesto]

Le Brigate Rosse condussero anch'esse un'indagine sull'Omicidio Calabresi, riassunta in otto pagine ciclostilate, presenti tra il materiale trovato il 15 ottobre 1974 nel loro covo di Robbiano di Mediglia.

Parte del materiale sequestrato, inizialmente depositato presso il Nucleo Speciale Antiterrorismo dei Carabinieri di Torino, andò successivamente smarrito dopo vari passaggi (in parte fu forse distrutto nel 1992, dopo essere stato ritenuto di nessuna utilità). Altre parti dei documenti sequestrati furono tuttavia trascritte e riassunte dagli agenti che si erano occupati dell'indagine. Sembra che i documenti e le trascrizioni, per motivi misteriosi, non siano mai pervenuti, o forse siano pervenuti solo parzialmente, agli addetti alle indagini al Tribunale di Milano. L'oblio fu rotto dalle indagini della Commissione Stragi, che si fece consegnare il materiale superstite.

Valerio Morucci

L'indagine delle Brigate Rosse confermava nell'impianto generale ciò che fu accertato solo anni dopo[18].

Dichiarazioni di Raimondo Etro, Oreste Scalzone e altri[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l'ex BR Raimondo Etro, invece, a uccidere Calabresi sarebbe stato un altro brigatista, Valerio Morucci, all'epoca uno esponente di Potere Operaio, poi capo della colonna romana delle BR; questo gli sarebbe stato riferito dal brigatista latitante Alessio Casimirri.[19]

Secondo uno dei leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, il possibile mandante e organizzatore poteva essere invece il defunto fondatore dei Gruppi d'Azione Partigiana, l'editore Giangiacomo Feltrinelli, e non Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Feltrinelli era comunque già morto quando Calabresi venne assassinato.[20]

Secondo il perito Renato Evola, uno degli identikit, da lui eseguiti in seguito, del killer di Calabresi era simile alle fattezze di Gianfranco Bertoli, il terrorista infiltrato tra gli anarchici, autore della strage della Questura di Milano (1973), il quale si trovava però in Israele nel 1972.[21]

La confessione di Leonardo Marino[modifica | modifica wikitesto]

Sedici anni dopo i fatti, nel luglio 1988, Leonardo Marino, nel 1972 militante di Lotta Continua e in quell'epoca ormai del tutto lontano dall'associazione ebbe una crisi di coscienza. Si confessò prima con un sacerdote e, in seguito, confessò davanti ai giudici di essere stato uno dei due componenti del commando che aveva ucciso il commissario.

Marino affermò di aver guidato l'auto usata per l'omicidio, e dichiarò che a sparare al commissario era stato Ovidio Bompressi; aggiunse che i due avevano ricevuto l'ordine di compiere l'omicidio da Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, allora leader del movimento.

Marino descrisse dettagliatamente, ma secondo diverse fonti in modo impreciso[22], i particolari dell'attentato: ad ogni modo, secondo la ricostruzione da lui fornita alla magistratura, il delitto fu accuratamente preparato, le armi furono prelevate da un deposito il giorno 14 maggio, la macchina fu rubata nella notte del 15 maggio, il delitto fu eseguito il 17 maggio[23].

I dettagli della confessione del Marino furono ritenuti credibili e vi furono altri riscontri alle sue parole nelle intercettazioni telefoniche allegate agli atti del processo. Pertanto, dopo una lunga e contrastata vicenda giudiziaria, la magistratura ritenne attendibile la confessione di Marino (di fatto la prova principale) e condannò Bompressi, Sofri e Pietrostefani a 22 anni di carcere con sentenza definitiva. Marino fu condannato ad una pena ridotta di 11 anni, in quanto collaboratore di giustizia.

I tempi del processo furono notevolmente lunghi: l'eccessiva durata dell'iter processuale congiunta alla riduzione di pena garantirà a Marino la prescrizione del reato e la libertà, dopo aver scontato solo una parte ridotta della pena in carcere preventivo, come da sentenza della corte d'Assise d'Appello nel 1995.

Le presunte incongruenze nelle dichiarazioni di Marino[modifica | modifica wikitesto]

La confessione di Marino e l'attendibilità che gli fu riconosciuta dalla magistratura furono oggetto di critiche sia da parte della difesa di Bompressi, Pietrostefani e Sofri, sia da parte di un movimento di opinione, legato all'area intellettuale e politica cui appartenevano gli accusati dell'omicidio, ma non solo. Tra i suoi esponenti vi sono giornalisti come Gad Lerner e Giuliano Ferrara, tra i primi contattati (oltre a Claudio Martelli) dalla compagna di Sofri (secondo le intercettazioni telefoniche allora effettuate) proprio per sollevare un contrasto mediatico dopo il suo arresto[24].

Leonardo Marino

Queste critiche portarono l'attenzione sulle contraddizioni presenti nelle testimonianze di Marino, che durante il processo corresse diverse volte parti delle sue deposizioni riguardanti la partecipazione di Sofri e Pietrostefani; alcune delle sue affermazioni sui loro incontri nelle prime testimonianze furono accertate come inesatte. Queste incongruenze vengono rilevate anche dal magistrato Ferdinando Imposimato, che non partecipò al processo, nella sua analisi critica del caso. I magistrati giudicanti attribuiscono invece ad esse un valore limitato, considerandole principalmente il risultato dei molti anni trascorsi.[25]

Il ruolo di Pietrostefani[modifica | modifica wikitesto]

Giorgio Pietrostefani

Particolarmente rilevante, nelle tesi di chi nega o dubita della responsabilità di Sofri e Pietrostefani, è l'iniziale affermazione della presenza di Pietrostefani nel colloquio che sarebbe avvenuto al termine di un comizio pisano tenuto da Sofri (il 13 maggio 1972), incontro svoltosi tra lo stesso Sofri, Marino e per l'appunto Pietrostefani. In questo colloquio, sollecitato da Marino, questi avrebbe dovuto ottenere conferma della provenienza dal gruppo dirigente nazionale di LC del proposito di uccidere Calabresi.[26]

Marino, già messo a parte da Pietrostefani del progetto omicida, temendo che possa trattarsi di un proposito non avallato dai massimi dirigenti del movimento, bensì un'azione spontanea e personale di singoli militanti, chiederebbe a Pietrostefani di favorire un incontro con Sofri ("capo" di LC) in cui ottenere da quest'ultimo la conferma desiderata.[26] L'incontro avverrebbe quindi a Pisa e nell'originaria versione di Marino vedrebbe, come detto, la partecipazione di tutti e tre: lui, Pietrostefani e Sofri.[26] Tuttavia nel corso del processo sono gli stessi (numerosi) verbali di polizia, redatti a seguito dell'attività di osservazione del comizio di LC (come all'epoca era usuale) ad escludere che in quella piazza quel giorno ci fosse anche Pietrostefani.[27]

Difatti, quest'ultimo benché assai noto agli uffici di polizia pisani, non è mai menzionato in questi verbali, mentre lo sono militanti di minor peso, quali proprio lo stesso Marino. Vi è di più: all'epoca dei fatti narrati dal chiamante in correità, Pietrostefani è latitante per un reato minore. La circostanza che questi, in stato di latitanza, si esponesse pubblicamente in luogo fortemente presidiato dalla polizia (e in una città dov'è molto conosciuto) appare quanto mai improbabile.[26] A seguito della contestazione di tutte queste circostanze, la versione di Marino cambia radicalmente escludendo la presenza di Pietrostefani, prima affermata con certezza, e limitando l'incontro solo a lui e a Sofri.[26]

L'incontro con Sofri[modifica | modifica wikitesto]

Questo aggiustamento però crea un'incongruenza ancora maggiore nella ricostruzione dei ruoli dei diversi chiamati in correo. Marino inizialmente attribuisce a Sofri il ruolo di ispiratore e mandante del progetto, a Pietrostefani quello di organizzatore, mentre lui e Bompressi si sarebbero occupati dell'esecuzione. Ebbene, la versione originaria, in cui l'incontro è a tre, è così articolata: dopo che Marino ha ottenuto da Sofri la rassicurazione politica ricercata, otterrebbe da Pietrostefani tutta una serie di indicazioni esecutive: recati a Torino, aspetta presso la sede di LC una telefonata, poi raggiungi Milano, procura un'automobile ecc. Con il venir meno di Pietrostefani non si sa più a chi attribuire queste fondamentali indicazioni. Per Marino è giocoforza attribuirle a Sofri: e con ciò il ruolo di Sofri cambia repentinamente da quello di ispiratore a quello di direttore esecutivo.[26]

Adriano Sofri nella redazione di Lotta Continua

Inoltre, sempre nella versione iniziale, Sofri non saprebbe del proposito di Marino di incontrarlo dopo il comizio: è Pietrostefani a farsi carico di garantire quest'incontro.[26] Sostanzialmente avrebbe detto a Marino: "tu vieni a Pisa, finito il comizio dico io ad Adriano che vuoi parlarci ecc.". Quando Pietrostefani scompare e Sofri diventa, secondo la nuova versione, titolare di una serie di necessarie direttive esecutive, si crea questa situazione: Sofri si reca a Pisa e non sa affatto che incontrerà uno dei prescelti esecutori del mandato, cui dovrebbe dare una serie di dettagli operativi necessari per compiere il delitto commissionatogli. È importante aggiungere questo: dopo l'incontro di Pisa, Marino si reca immediatamente a Torino, e poi da lì a Milano, esegue le direttive ricevute e dopo pochi giorni ha luogo l'omicidio del commissario Calabresi.[26]

Quindi, questo incontro assolutamente decisivo per mandare ad effetto il proposito omicida - è qui che Marino avrebbe avuto le necessarie indicazioni esecutive, soprattutto quella di attendere una telefonata nella sede torinese di Lotta Continua - sarebbe avvenuto (Sofri non sa che Marino sarebbe stato a Pisa) in condizioni quanto mai aleatorie.

Leonardo Marino incappò in numerose altre contraddizioni su fatti e circostanze di rilievo. Solo esemplificativamente: disse che dopo il colloquio avvenuto a ridosso della Piazza del comizio pisano avrebbe immediatamente lasciato Pisa, ma sul punto fu smentito da numerosi testimoni che affermarono di aver visto Marino a casa della moglie di Sofri (residente a Pisa) molte ore dopo il comizio.[26]

Le circostanze dell'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

La realizzazione dell'omicidio è descritta da Marino con parecchie discordanze con quelle di altri numerosi testimoni, delle indagini e dei giornali e con alcune stranezze:

  • Marino descrisse una via di fuga, dopo la consumazione dell'omicidio del commissario Calabresi, diametralmente opposta a quella accertata dagli inquirenti all'epoca dei fatti.[28]
  • disse che il colore dell'automobile utilizzata per l'agguato era beige mentre essa era incontrovertibilmente blu[29], come affermato da tutti i testimoni[30]
  • descrive poi Bompressi come "con i capelli ossigenati" (per camuffarsi), particolare che non venne notato da nessuna delle persone incontrate dall'attivista nei giorni seguenti, ai comizi di LC.[31]
  • singolari sono alcune conferme delle sue affermazioni: invitato a descrivere l'appartamento milanese utilizzato come base per la preparazione del delitto, Marino ne diede una descrizione molto particolareggiata (a differenza di altre circostanze del delitto) che trovò pieno riscontro nel successivo sopralluogo investigativo. Risultò poi che lo stato dei luoghi, esattamente descritto da Marino, era quello risultante a seguito di una ristrutturazione dell'immobile avvenuta molti anni dopo il delitto (e l'asserito soggiorno del Marino in detto appartamento).[32]
  • i testimoni videro una donna al volante dell'auto, non un uomo.[33] Ben tre testimoni oculari (Pietro Pappini, Luigi Gnatti, Adela Dal Piva), interrogati separatamente, riferirono che l'autista era una giovane donna, che scese anche dall'automobile assieme al killer, e nessuno di loro (né altri) vide un uomo con le fattezze di Marino presente sul luogo.[30]

Dopo l'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Incongruenze emersero anche dal racconto del parroco di Bocca di Magra, con cui Marino si sarebbe confessato.[34] Affermò poi di aver incontrato Sofri in anni successivi all'omicidio per metterlo a parte della sua resipiscenza morale, ricevendo dal Sofri uno sbrigativo rifiuto al confronto e velate minacce: venne accertato (circostanza da Marino inizialmente taciuta) che il reale motivo di tali incontri consisteva nella richiesta di prestiti pecuniari al Sofri, prestiti ottenuti e mai restituiti[35]; a riprova dell'esistenza di un'asserita struttura illegale di LC, di cui egli avrebbe fatto parte, disse di aver trascorso un periodo di clandestinità a Roma, citando come teste a conferma un sacerdote che ascoltato in giudizio disse di non sapere chi fosse Marino e di escludere di averlo mai conosciuto.

I dubbi sul pentimento[modifica | modifica wikitesto]

Sempre a dire del Marino una delle principali funzioni di questa asserita struttura illegale era quella di procacciare illecitamente proventi per il finanziamento del giornale Lotta Continua, tuttavia collocò i presunti "espropri" a tal fine compiuti alcuni anni prima della fondazione del predetto giornale; negli stessi anni in cui, secondo la sua ricostruzione, maturava una profonda ripulsa morale e religiosa per l'omicidio cui aveva preso parte, Marino risulta essere coinvolto in alcune rapine a mano armata.[26]

Il denaro e la presunta manipolazione del pentito[modifica | modifica wikitesto]

Fu accertato che, prima della data della confessione ufficiale, il pentito ebbe colloqui riservati, ripetuti in 17 giorni e non verbalizzati nella caserma dei carabinieri di Sarzana, con il colonnello Umberto Bonaventura. Fu inoltre accertato in sede processuale che Marino, fino al luglio 1988 indebitato per una somma sicuramente superiore ai 30 milioni di lire del tempo, ricevette, precedentemente alla confessione ufficiale, somme di denaro di cui non seppe giustificare la provenienza, tali da permettergli di saldare i debiti[36].

I tredici anni di iter giudiziario e la condanna definitiva degli esponenti di LC[modifica | modifica wikitesto]

Francobollo commemorativo emesso da Poste italiane

Furono celebrati complessivamente 7 processi, più richieste di revisione delle sentenze e altri ricorsi che durarono in tutto ben 13 anni, dal 1990 al 2003, per un totale di 8 processi e più di 15 sentenze

  • 1° processo: il 2 maggio 1990 la Corte d'Assise di Milano condannò a 22 anni di reclusione Sofri, Pietrostefani e Bompressi e a 11 anni Leonardo Marino (pena ridotta rispetto agli altri perché beneficiario di attenuanti come collaboratore di giustizia). Sofri non appella, ma viene indetto comunque il secondo grado di giudizio.
  • 2° processo: il 12 luglio 1991 la Corte d'Assise d'appello confermò le condanne.
  • 3° processo: il 23 ottobre 1992 la Corte di Cassazione annullò la sentenza con rinvio alla corte d'appello.
  • 4° processo: il 21 dicembre 1993 si concluse il nuovo processo d'appello con l'assoluzione di tutti gli imputati. Il procuratore non appella, ma viene indetto comunque il processo di Cassazione.
  • 5° processo: il 27 ottobre 1994 la Cassazione annullò la sentenza per incongruenza delle motivazioni e ordinò un nuovo processo.
  • 6° processo: il 11 novembre 1995 vennero confermate le condanne del primo processo, eccetto per Leonardo Marino, per il quale il reato venne dichiarato prescritto (il tempo passato tra il primo processo, in cui era stato condannato a 11 anni di reclusione, e l'ultimo processo, fece raggiungere i tempi della prescrizione).
  • 7° processo: il 22 gennaio 1997 la Cassazione confermò in via definitiva la condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani - ad oggi unico dei tre ad essere latitante - a 22 anni di reclusione. Due giorni dopo Sofri, Pietrostefani e Bompressi entrarono in carcere a Pisa.

Successivamente la Magistratura si occupò ancora del caso per la richiesta di revisione del processo, che venne dichiarata inammissibile prima a Milano, poi a Brescia, infine a Venezia nel 2000.

Furono condotti ulteriori appelli:

  • 21 luglio 1997: venne presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo.
  • 18 marzo 1998: la corte d'appello di Milano respinse la richiesta di revisione del processo basata su nuove prove.
  • 6 ottobre 1998: la Cassazione annullò l'ordinanza della Corte d'appello di Milano rinviando alla corte d'appello di Brescia la decisione sulla revisione.
  • 1º marzo 1999: la corte d'appello di Brescia respinse la richiesta di revisione del processo basata su nuove prove.
  • 27 maggio 1999: la Cassazione annullò l'ordinanza delle corte d'appello di Brescia rinviando alla Corte d'appello di Venezia la decisione sulla revisione.
  • 8° processo: 24 agosto 1999: la corte d'appello di Venezia accolse la richiesta di revisione, scarcerando gli imputati; 24 gennaio 2000: la corte d'appello di Venezia concluse il processo di revisione confermando le condanne. Sofri e Bompressi arrestati, mentre Pietrostefani fugge in Francia.
  • 4 marzo 2003: alla Corte di Strasburgo si tenne l'udienza sull'accoglibilità del ricorso di Sofri, Pietrostefani e Bompressi.
  • 10 giugno 2003: la Corte di Strasburgo dichiarò irricevibile la richiesta degli imputati.
  • 28 novembre 2005: la corte d'appello di Milano respinge una nuova richiesta di revisione, in seguito alle parole di Raimondo Etro che accusavano Valerio Morucci.[19]

Storia della vicenda giudiziaria e del "caso Sofri"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Adriano Sofri.

L'arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani[modifica | modifica wikitesto]

In seguito alle dichiarazioni di Marino nel 1988, Sofri, Bompressi, Pietrostefani e Marino stesso furono brevemente arrestati, per alcuni mesi (dal 28 luglio 1988 al 6 settembre, quando vengono posti agli arresti domiciliari, poi scarcerati per decorrenza dei termini). Il processo iniziò nel 1989. Il 28 giugno 1989 sono rinviati a giudizio assieme ad altri 13 ex militanti di Lotta Continua, accusati da Marino di aver partecipato con lui a diverse rapine. Per altre 22 persone, tra cui i maggiori dirigenti di LC, si dichiara il non luogo a procedere; alla fine saranno condannati solo in quattro.[37]

L'arresto di Sofri nel 1988

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

La magistratura, dopo un lungo iter giudiziario, ha sentenziato nel gennaio del 1997 la condanna in via definitiva di Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni di reclusione per l'omicidio di Luigi Calabresi.[38] Sofri venne processato quale mandante dell'omicidio, seguendo la normativa penale ordinaria in vigore nel 1972. Non gli è stato contestato il reato di "banda armata" (articolo 306) né circostanze come l'associazione sovversiva (art. 270), o l'attentato con finalità di eversione (art. 280), cioè nessuna delle fattispecie previste dall’ordinamento italiano quali mezzi di contrasto del terrorismo politico-ideologico, introdotte con le cosiddette leggi speciali nel periodo 1977-80.[39]

I primi due gradi di giudizio (1990 e 1991) si conclusero con la condanna degli imputati. Già avverso alla sentenza di primo grado, Adriano Sofri non interpose appello, volendo scontare la pena come forma di protesta in quanto, come gli altri, si dichiarò sempre estraneo pur assumendosi una responsabilità morale: la sentenza non ebbe però esecuzione per l'effetto espansivo del ricorso presentato dai suoi coimputati (anche Leonardo Marino fece appello). Sofri cambiò idea e dopo la nuova condanna presentò ricorso in Corte di Cassazione. Vi è da dire che la decisione di ritenere l'appello altrui impeditivo del passaggio in giudicato della condanna anche nei confronti del non appellante Sofri (per effetto espansivo, per l'appunto) non era affatto scontata, anzi segnò un precedente inedito in giurisprudenza.[38]

Sofri, prima dell'inizio del giudizio di legittimità, intraprese uno sciopero della fame per protestare contro lo spostamento del giudizio dalla prima sezione, quella di Corrado Carnevale (soprannominato l'«ammazzasentenze» per la sua propensione ad annullare le condanne per minimi vizi di forma, e quindi ritenuto più favorevole), alla sesta. Il presidente della Cassazione affida allora il giudizio alle sezioni unite, che annullò nel 1992 questi primi verdetti affermando l'«impossibilità di irrogare una condanna sulla sola base di una chiamata in correo priva di riscontri oggettivi».[38]

Il problema della sentenza "suicida" del 1993[modifica | modifica wikitesto]

Nel seguente giudizio di rinvio in appello (1993) Sofri (e tutti i coimputati, Marino compreso) vennero quindi assolti per non aver commesso il fatto, con l'apporto decisivo dei giudici popolari. Singolarmente, la motivazione della sentenza venne redatta dai giudici togati (in particolare dal magistrato Ferdinando Pincioni che si era pronunciato contro l'assoluzione, rimanendo in posizione di minoranza all'interno del collegio giudicante) in termini volutamente incoerenti con il dispositivo assolutorio (cosiddetta sentenza suicida),[40] aprendo le porte ad un - forse voluto - nuovo annullamento in Cassazione nel 1994 - nonostante il procuratore di Perugia non avesse fatto appello - anche di quest'ultima sentenza di assoluzione piena, che diversamente sarebbe stata confermata, vista la rinuncia della procura.[41]

La condanna definitiva e le tentate revisioni[modifica | modifica wikitesto]
Ovidio Bompressi

Aveva così luogo un nuovo giudizio di rinvio (1995), più veloce e meno seguito dal pubblico[38], che questa volta si concludeva con la condanna di Sofri e degli altri. Sofri presentò quindi una denuncia contro il magistrato Giangiacomo Della Torre, accusato dall'ex leader di LC di aver fatto pressione sui giudici, ma verrà archiviata due anni dopo. Questa ennesima sentenza, che riprendeva le due sentenze di primo e secondo grado già cassate per insufficienza, veniva infine confermata in Cassazione nel 1997, passando in giudicato dopo sette gradi di giudizio, compresi gli annullamenti; a seguito di ciò, Sofri e Bompressi (condannati sulla base delle dichiarazioni di Leonardo Marino, che invece fu inizialmente condannato e successivamente si vide dichiarata la prescrizione del reato, perché nelle more dei ricorsi del processo scattarono i termini) si costituivano presso il carcere Don Bosco di Pisa; Giorgio Pietrostefani, rientrato dalla Francia dove viveva, per non sottrarsi al processo, si costituì anch'egli in comune accordo con gli altri due.[38] La condanna definitiva fu a 22 anni per Sofri e Pietrostefani, quest'ultimo fuggito in Francia subito dopo la sentenza di revisione del 2000, come mandanti dell'omicidio, 22 a Bompressi come esecutore materiale, mentre il pentito Leonardo Marino, correo confesso dell'omicidio, fu condannato a 11 anni di carcere, pena, come detto, che fu prescritta.[38]

Qualche anno dopo aveva luogo un'ulteriore fase di giudizio a seguito dell'accoglimento da parte della Cassazione della richiesta di revisione presentata da Sofri.[38] Nel 1999 gli imputati furono scarcerati temporaneamente. Prima della conferma della condanna (2000), Pietrostefani si sottrasse all'esecuzione della pena fuggendo in Francia (dove tuttora vive) e beneficiando della dottrina Mitterrand, mentre Sofri e Bompressi rientrarono nel carcere di Pisa. Questo nuovo processo si svolse presso la Corte d'Appello di Venezia (dopo il rifiuto precedente delle corti di Milano e Brescia) e si concludeva quindi con il rigetto del ricorso e con la conferma delle condanne a suo tempo irrogate.[38] Il Procuratore Generale della Cassazione Vito Monetti, il 4 ottobre del 2000, chiede l'annullamento della sentenza di condanna e un nuovo appello di revisione (per "illegittima l'inclusione" di Leonardo Marino tra i coimputati del processo, decisione che ha "impedito che fosse ascoltata come testimone la Bistolfi, compagna di Marino"), ma il giorno seguente la Suprema Corte conferma.[42] Nel 2003 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo respinse un ulteriore ricorso dei tre condannati. Nel 2005, in seguito alle dichiarazioni di Raimondo Etro che sosteneva che l'assassino di Calabresi era fosse Valerio Morucci, venne presentata una nuova richiesta di revisione alla corte d'appello di Milano, che venne respinta.[19]

Sofri, Bompressi e Pietrostefani si sono costantemente dichiarati innocenti, condotta processuale che (come risulta dalle motivazioni delle molteplici sentenze) è stata ritenuta ostativa della concessione delle attenuanti generiche prevalenti, anche se la pena irrogata è stata comunque più bassa rispetto alle normali condanne per omicidio volontario premeditato, a sfondo politico.[38] In totale vi saranno circa15 sentenze e 8 processi (uno di revisione) sul caso Calabresi, per un totale di quattro condanne, due annullamenti, un'assoluzione e una conferma.[43]

Il movimento d'opinione per Sofri, Bompressi e Pietrostefani[modifica | modifica wikitesto]

Tra gli esponenti innocentisti o comunque a favore della grazia si trovarono tra gli altri giornalisti come Giuliano Ferrara, ex appartenenti a Lotta Continua come Gad Lerner e Marco Boato,[44] ex collaboratore del giornale, ex esponenti del Soccorso Rosso Militante come Dario Fo, Franca Rame (i due attori donarono l'incasso di molti spettacoli per la difesa di Sofri, Bompressi e Pietrostefani)[45] e Pietro Valpreda[46], alcuni tra gli autori della campagna di stampa contro Calabresi che ne precedette l'assassinio come i firmatari della Lettera su L'Espresso, oltre ad altri come don Luigi Ciotti[47], Massimo D'Alema, Claudio Martelli, Walter Veltroni, Piero Fassino, Ferdinando Imposimato[48][49], Bobo Craxi, l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga[50] e Marco Pannella.[51] Inoltre aderirono a questo "movimento" trasversale e internazionale, dopo la condanna, numerosi esponenti della cultura, dell'arte e della politica come Francesco Guccini, Vasco Rossi (che concesse l'uso del titolo di una sua canzone, Liberi liberi, al comitato in favore dei tre condannati, l'Associazione Liberi Liberi presieduta da Giovanni Buffa[45]), Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Jovanotti, Gianna Nannini, Paolo Hendel, Toni Capuozzo, Emmanuelle Béart, Manuel Vázquez Montalbán[52], Vittorio Sgarbi[53], Jacqueline Bisset, Francesco Tullio Altan, Niccolò Ammaniti, Stefano Benni, Pino Cacucci, Leonardo Sciascia[54], Oreste del Buono, Carlo Feltrinelli, Enrico Deaglio, Gianni Vattimo, Andrea Zanzotto, Luigi Ferrajoli, gli Almamegretta, Franco Battiato, Lucio Dalla, Fabrizio De André, Diego Abatantuono, Antonio Albanese, Claudio Amendola, Bernardo Bertolucci, Antonio Tabucchi, Vittorio Feltri e suo figlio Mattia Feltri, Luigi Berlinguer, Ermete Realacci, Fabio Fazio, Gillo Pontecorvo, Gabriele Salvatores, Luigi Manconi, Indro Montanelli[55], Giorgio Bocca, Franco Corleone, Gaetano Pecorella, Sergio Staino, Massimo Cacciari, Vannino Chiti, Renato Nicolini.[56]

Il pentito, afferma la tesi innocentista, sarebbe caduto in contraddizioni durante il processo, che lo avrebbero portato a correggere diverse volte la propria testimonianza nelle parti che riguardavano la partecipazione come mandanti di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.[57]

La grazia all'esecutore materiale e le richieste fatte per Sofri e Pietrostefani[modifica | modifica wikitesto]

Il rilevante movimento di opinione pubblica principalmente di sinistra si è nel tempo radunato intorno al caso Calabresi, portando per lungo tempo al centro del dibattito politico l'opportunità di concedere o meno la grazia a Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri e Ovidio Bompressi.[38] Nel 1997 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, pur sollecitato da numerosi parlamentari, circa 200, e da molti cittadini comuni (160 mila firmatari),[58] rifiutò di firmare la grazia, con una lettera ai Presidenti delle Camere, Luciano Violante e Nicola Mancino.[38]

« Qualsiasi provvedimento di grazia destinato a più persone sulla base di criteri predeterminati, costituirebbe di fatto un indulto improprio, invadendo illecitamente la competenza che la costituzione riserva al parlamento. [...] La grazia, qualora applicata a breve distanza dalla sentenza definitiva di condanna, assumerebbe oggettivamente il significato di una valutazione di merito opposta a quella del magistrato, configurando un ulteriore grado di giudizio che non esiste nell'ordinamento e determinando un evidente pericolo di conflitto di fatto tra poteri. [...] Dunque la via per superare queste dolorose e sofferte vicende della nostra storia può essere trovata, ma certo richiede una visione unitaria di quella realtà, una volontà politica determinata e capace di raccogliere il consenso indispensabile. »

L'ultima frase fu interpretata come un invito a esaminare il tema dell'indulto.

Nel periodo 2001-2006, i ripetuti inviti a dare corso alla richiesta di grazia, avanzati in maniera trasversale da esponenti della politica e della cultura (ma mai da Sofri in persona), sono sempre stati respinti dal Ministro della Giustizia Roberto Castelli, malgrado il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi avesse nello stesso periodo più volte manifestato la volontà di concederla, tanto da giungere a un conflitto con il guardasigilli risolto poi dalla Corte Costituzionale che, con sentenza n.200 del 18/05/2006, ha stabilito che non spetta al Ministro della giustizia di impedire la prosecuzione del procedimento di grazia, ma esso è un libero provvedimento motu proprio del Capo dello stato; in poche parole Ciampi avrebbe potuto concedere la grazia anche senza la controfirma del guardasigilli.[38]

Alla fine la grazia non fu concessa perché la sentenza fu emessa tre giorni dopo che Ciampi aveva concluso il suo mandato di Presidente della Repubblica.[38]

Il 31 maggio 2006 il neoeletto Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firmò il decreto di concessione della grazia a Ovidio Bompressi che ne aveva fatto richiesta espressamente, su proposta e parere favorevole del ministro della Giustizia Clemente Mastella. Tale provvedimento s'innestava su un'istruttoria iniziata già col predecessore di Napolitano, Ciampi.

Nessun provvedimento di grazia è stato portato avanti nelle sedi competenti per Adriano Sofri (che non lo ha mai chiesto) e Giorgio Pietrostefani, i due fondatori di Lotta Continua.

Il 9 gennaio 2009, in una intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza, Adriano Sofri (poco prima dell'estinzione della pena, avvenuta tre anni dopo) si è assunto la corresponsabilità morale dell'omicidio, per aver scritto, ad esempio, Calabresi sarai suicidato.[59] Già nel 1998 aveva espresso parole di condanna per il delitto Calabresi, e presentato scuse pubbliche alla vedova Calabresi per aver contribuito a istigare al "linciaggio" nei confronti del commissario «con l'uso di termini e l'evocazione di sentimenti detestabili allora e tanto più detestabili e orribili oggi», pur dicendosi sempre innocente a livello penale per quanto riguarda l'ideazione e l'esecuzione dell'omicidio.[60]

Filmografia e serie tv[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ 73ª seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, mercoledì 5 luglio 2000, audizione di Antonino Allegra
  2. ^ a b Mario Calabresi Spingendo la notte più in là - Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007
  3. ^ Fonte: Sentenza d'Ambrosio del Tribunale civile e Penale di Milano, copia in PDF riportata su http://www.reti-invisibili.net/giuseppepinelli/docs/4-2635_sentenza_pinelli.pdf
  4. ^ *29ª seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, mercoledì 28 gennaio 1998, audizione di Marco Pannella.
  5. ^ Cfr. il capitolo su C. Cederna in: Eugenio Marcucci, Gaetano Afeltra Giornalisti grandi firme, Rubbettino Editore srl, 2005 ISBN 88-498-1071-7
  6. ^ Pinelli : un suicidio di Stato, Padova, Marsilio, 1971.
  7. ^ a b c d Spingendo la notte più in là, op. cit.
  8. ^ [1] V. D'Avanzo in un articolo su Repubblica del 2002
  9. ^ Seduta commissione Stragi- deposizione Allegra - specifica sul clima nella squadra politica dopo l'assassinio el Commissario Calabresi
  10. ^ Solange Manfredi - Gladio: Il Principale segreto delle Repubblica
  11. ^ Misteri d'Italia: Il caso Calabresi
  12. ^ La pista Nera
  13. ^ Identikit e foto di Nardi e dei complici
  14. ^ Torna Nardi, una vita perduta dietro le armi
  15. ^ Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro
  16. ^ L'esperto: sono certo, è Nardi
  17. ^ Michele Brambilla, L'eskimo in redazione, edizioni Ares, pp. 124-25
  18. ^ Relazione n. 5 sui documenti di Robbiano della Commissione Stragi
  19. ^ a b c "Calabresi fu ucciso da Valerio Morucci"
  20. ^ Feltrinelli dietro i killer di Calabresi
  21. ^ Al processo Calabresi il mistero dell'identikit
  22. ^ Note al testo di Flavia Brizio-Skow relative alla ricostruzione della vicenda da parte di Dario Fo
  23. ^ Per una dettagliata ricostruzione vedi libro di Mario Calabresi
  24. ^ Leo Sisti, Linea Continua in: Misteri d'Italia
  25. ^ Ferdinando Imposimato, L'errore giudiziario: aspetti giuridici e casi pratici, Giuffré, 2008, pag. 106-108
  26. ^ a b c d e f g h i j Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico: considerazioni in margine al processo Sofri, pp. 26-30
  27. ^ Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico: considerazioni in margine al processo Sofri, p. 32
  28. ^ Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico: considerazioni in margine al processo Sofri, pp. 25
  29. ^ Aldo Cazzullo, Il caso Sofri: dalla condanna alla tregua civile, 2004, pag. 67
  30. ^ a b Daniele Biacchessi, Il caso Sofri, capitolo I: Quel giorno in via Cherubini
  31. ^ Adriano Sofri, Promemoria su una sentenza, in Il documento Sofri, Il Foglio, 22 gennaio 1997
  32. ^ AA. VV., Questione giustizia, ed. Franco Angeli, 1998, p. 533
  33. ^ Sofri - Biografia
  34. ^ Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico: considerazioni in margine al processo Sofri, pp. 41-43
  35. ^ Aldo Cazzullo, Il caso Sofri: dalla condanna alla tregua civile, 2004, pag. 82
  36. ^ articolo di Sandro Provvisionato, su L'Europeo, 19 maggio 1990
  37. ^ Il caso Sofri: storia - Come si è arrivati a tanto. La storia dei processi
  38. ^ a b c d e f g h i j k l m Giorgio Dell'Arti, Adriano Sofri, 2007.
  39. ^ I tre nemici di Adriano Sofri
  40. ^ Sulla definizione di questo tipo di pronunce giurisdizionali, e sul tentativo di impedirle, v. [2].
  41. ^ Dario Fo, L'orrendo papocchio del caso Sofri
  42. ^ Sofri, il procuratore generale chiede di rifare il processo
  43. ^ Processo Calabresi: 15 sentenze in 12 anni
  44. ^ Mario Adinolfi, Il sistema Sofri-Bignardi
  45. ^ a b Marino libero! Marino è innocente! - 1998 - Caso Sofri - Grottesco sul Processo Sofri
  46. ^ Sofri: Valpreda, si sono messi da soli la testa nel capestro: hanno sbagliato ad accettare il giudizio di un tribunale borghese
  47. ^ Il caso Sofri, Bompressi, Pietrostefani
  48. ^ Sofri, Imposimato (SDI): Violati i principi del giusto processo
  49. ^ Ferdinando Imposimato, L'errore giudiziario: aspetti giuridici e casi pratici, Giuffré, 2008, pag. 106-108
  50. ^ Cossiga chiede la grazia per Bompressi
  51. ^ La grazia a Sofri: il digiuno di Pannella
  52. ^ Luca Telese, Ora Sofri è solo
  53. ^ Vittorio Sgarbi, Saddam nel tombino e Sofri
  54. ^ Speciale Adriano Sofri: Sciascia, scopriamo chi ha ucciso Pinelli
  55. ^ Gli aggiornamenti da gennaio '98 a ottobre 2000
  56. ^ Centomila firme per Sofri "Giustizia spietata"
  57. ^ Daniele Biacchessi, Il caso Sofri, 1998, capitolo "L'uomo di Bocca di Magra"
  58. ^ Sofri: petizione a Scalfaro, 160.000 firme per la liberazione
  59. ^ Sofri: «Dissi "Calabresi sarai suicidato". Sono innocente. Ma corresponsabile», Corriere.it. URL consultato il 18 gennaio 2009.
  60. ^ Sofri, scuse in tv per Calabresi

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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