Omicidio di Marta Russo

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Targa in ricordo di Marta Russo all'Università La Sapienza di Roma

L'omicidio di Marta Russo (Roma, 13 aprile 1975 – Roma, 13 maggio 1997), noto anche come delitto della Sapienza[1], avvenne all'interno della Città universitaria della Sapienza di Roma il 9 maggio 1997, quando la ragazza, studentessa ventiduenne di giurisprudenza, fu ferita in maniera gravissima da un colpo di pistola, morendo quattro giorni dopo in ospedale.

L'omicidio fu al centro di un complesso caso[2], oggetto di grande copertura mediatica alla fine degli anni novanta, sia per il luogo in cui era stato perpetrato, sia per la difficoltà delle prime indagini, che non riuscirono a delineare un movente; è ricordato anche per l'intervento di personalità politiche, specie a causa dell'atteggiamento dei due pubblici ministeri, ritenuto da molti eccessivamente inquisitorio[3][4][5][6][7] e che diede anche luogo a un breve procedimento per abuso d'ufficio e violenza privata.[8]

Nel 2003 fu condannato in via definitiva per il delitto, principalmente sulla base di una controversa testimonianza[9][10], un assistente universitario di filosofia del diritto, Giovanni Scattone, per omicidio colposo aggravato; un suo collega, Salvatore Ferraro, fu condannato limitatamente al reato di favoreggiamento personale; entrambi si sono sempre professati innocenti. Nella prima sentenza si specifica che Scattone avrebbe esploso un colpo per errore, maneggiando una pistola per motivi ignoti, forse per provare l'arma sparando contro un muro[11] o senza sapere che fosse carica[12], e Ferraro lo avrebbe coperto, tacendo e portando via l'arma.[13] Il delitto fu definito colposo anche perché Scattone non avrebbe potuto, dalla posizione in cui si sarebbe trovato, esplodere un colpo mirato[14][15], né avrebbe compiuto un'azione dolosa in presenza di tanti testimoni.[16] Il terzo indagato, l'usciere e laureando Francesco Liparota, venne assolto dall'accusa di favoreggiamento dalla Cassazione, tramite annullamento senza rinvio. Altri indagati furono assolti in primo grado.

Il caso di Marta Russo ha finito negli anni per diventare uno dei misteri della cronaca nera italiana.[2][17]

Il delitto[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 9 maggio 1997, alle ore 11:42 circa, Marta Russo, studentessa di giurisprudenza ed ex campionessa regionale di scherma[18], fu raggiunta alla testa da un proiettile calibro .22, a punta cava, non camiciato e composto da solo piombo[9], mentre, insieme all'amica Jolanda Ricci, percorreva un vialetto all'interno della Città Universitaria, tra le facoltà di Scienze Statistiche, Scienze Politiche e Giurisprudenza. Il proiettile penetrò alla nuca, dietro l'orecchio sinistro, spezzandosi in undici frammenti che causarono danni irreversibili. I testimoni parlarono di un colpo attutito, come sparato da un'arma col silenziatore, identificata in una carabina o una pistola (come verrà detto nel processo). La ragazza fu trasportata al vicino Policlinico Umberto I, dove arrivò in coma; il 13 maggio i medici constatarono la morte cerebrale[19] e il 14 maggio venne staccata la spina ai macchinari che la tenevano in vita. I genitori e la sorella decisero di donarne gli organi, seguendo un desiderio espresso anni prima da Marta. Ai funerali presso l'ateneo parteciparono Romano Prodi, Walter Veltroni, Luciano Violante e Luigi Berlinguer.[20] Papa Giovanni Paolo II inviò un messaggio.[21] Marta Russo è sepolta nel Cimitero del Verano di Roma.

Commemorazioni di Marta Russo[modifica | modifica wikitesto]

A Marta Russo venne concessa la laurea alla memoria alla presenza del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro[22], inoltre fu apposta una targa commemorativa e intitolate alcune aule dell'ateneo.

Il 26 maggio 2001 la seconda edizione del torneo di scherma «Trofeo Marta Russo» è diventato internazionale. Dal 2004 ha cambiato denominazione in «Una stella per Marta».

Nel 2001 fu dedicato a Marta Russo un parco nel quartiere Labaro in Roma, adiacente a via Gemona del Friuli.[23]

Dal 14 maggio 2003 si svolge il premio «Marta Russo. La Donazione degli organi: gesto d'amore a favore della vita», rivolto agli studenti degli istituti di scuola media superiore di Roma e provincia, promosso dall'Associazione Marta Russo e dalla Provincia di Roma.

Il 5 maggio 2010 l'Istituto Comprensivo Via Italo Torsiello di Roma, frazione di Trigoria, fu intitolato a Marta Russo con una cerimonia alla quale parteciparono i genitori della ragazza.

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

A causa della complessità della scena del delitto, per ricostruire la dinamica degli eventi si dovette ricreare virtualmente il cortile dell'università con una videocamera laser tridimensionale unica in Italia, in possesso della Facoltà di Architettura dell'Università degli studi di Ferrara e in uso ai tecnici del NubLab[24] / DIAPREM[25]. Gli scanner 3D, utilizzati abitualmente per rilevare l'architettura storica in funzione del restauro, permisero in questo caso di realizzare un modello preciso come base per le perizie[26]. La ricostruzione balistica seguente è stata criticata da alcuni esperti di armi, come l'ex magistrato Edoardo Mori; egli afferma, riprendendo critiche già effettuate, che le perizie non potevano sostenere con certezza che il colpo partì da una precisa stanza, scrivendo anche che fu a causa degli errori forensi che si focalizzò l'attenzione sul luogo sbagliato come punto di partenza del colpo. A seconda della posizione della testa della vittima, si potevano infatti ricostruire diverse traiettorie.[27] Per i periti il colpo poteva essere partito solo dall'istituto di Filosofia del diritto o dal bagno disabili di Statistica; una minoranza, basandosi sull'impressione di un testimone, suggerí la sede di Fisiologia.[28][29][30]

Le piste iniziali[modifica | modifica wikitesto]

La particolarità del luogo del delitto, la coincidenza con gli anniversari delle morti di Aldo Moro (9 maggio 1978) e di Giorgiana Masi[31] (studentessa vittima di proiettile vagante durante una manifestazione a Roma, il 12 maggio 1977) e di altre personalità legate alla politica degli anni '70[32], contemporaneamente alla clamorosa vittoria della destra nelle elezioni delle rappresentanze studentesche tenute nei giorni precedenti all'omicidio[33], resero plausibile la tesi dell'agguato terroristico-politico, ipotesi abbandonata perché né Marta Russo né Jolanda Ricci appartenevano a movimenti, se si escludeva la teoria dello scambio di persona per un certo periodo tenuta in considerazione.[18]

C'erano state comunque minacce ventilate di terrorismo, dal rosso (risultato poi presente in alcuni ambienti della Sapienza) e nero al separatismo[34] fino al terrorismo islamista, che aveva nel mirino Roma e il Giubileo del 2000.[35][36]

L'ipotesi di una nuova strategia della tensione fu ventilata da alcuni a ridosso dell'omicidio, parlando di un atto senza movente nello stile tipico dei terroristi di estrema destra nel periodo 1969-1984, ma anche questa pista fu presto abbandonata.[37] Tale pista, facendo riferimento ad allarmi e segnalazioni che gli sarebbero pervenuti, fu sostenuta dal rettore dell'università, Giorgio Tecce.[15]

Le brevi indagini iniziali furono ad ampio spettro e scandagliarono il passato di Marta (un ex ragazzo della vittima, ex guardia giurata e autista alla Sapienza, era positivo allo stub sulla mano ma aveva un solido alibi[38]), dei suoi familiari, dell'amica Jolanda e di altri testimoni. Nel vialetto erano presenti, oltre alla vittima e all'amica, alcuni dipendenti dell'università e delle imprese di pulizia, alcuni studenti e qualche docente[39]; a una cinquantina di metri stazionavano alcuni studenti di origine iraniana che stavano distribuendo materiale contro il regime degli ayatollah.[15]

Una pista vagliata all'inizio fu che l'obiettivo fosse un impiegato delle imprese di pulizia o che fosse un crimine maturato nell'ambiente lavorativo, con la vittima colpita per puro caso; due dipendenti vennero indagati, ma la posizione venne subito archiviata.[40] Le piste delle ditte di pulizia e dello scambio di persona ritorneranno in anni seguenti (cfr. sezione Teorie alternative).[39]

I primi indagati e l'istituto di Filosofia del diritto[modifica | modifica wikitesto]

Le finestre del primo piano dell'edificio dell'Istituto di Filosofia del Diritto, viste dalla piazza del Rettorato

Gli inquirenti cominciarono a raccogliere testimonianze ma nessuna delle persone nelle stanze superiori venne collegata al terrorismo o alla criminalità. Il 21 maggio (ma il giornalista Flavio Haver ne parla già in un articolo del 19[15]), sul davanzale dell’Aula Assistenti dell'Istituto di filosofia del diritto, la Polizia Scientifica ritrova una presunta particella di “ferro-bario-antimonio”, indirizzando gli inquirenti ad abbandonare le precedenti indagini sulla ditta di pulizie e su altre persone, e ogni pista alternativa. La sentenza di annullamento della Cassazione del 2001 definirà questo fatto come "un errore".[2] Il vicequestore Belfiore[41], prima ancora di avere qualsiasi conferma e molto prima che venissero fatti i nomi di Scattone e Ferraro: "Secondo noi sono stati due assistenti che cazzeggiavano con una pistola".[2] La finestra dalla quale era stato esploso il colpo, secondo alcuni rilievi scientifico-chimici, era negli uffici al secondo piano della Facoltà di Giurisprudenza.[42]

In totale vennero iscritti nel registro degli indagati circa 40 persone, e venne indiziato, come forte sospettato all'inizio, un bibliotecario di Lettere, Rino Zingale, poi scagionato.[15]

Scattone e Ferraro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro (1967).

Furono ascoltati come testimoni, tra gli altri, una studentessa fuoricorso, Giuliana Olzai[43], 44 anni, il professor Nicolò Lipari, ex parlamentare democristiano, e soprattutto sua figlia Maria Chiara Lipari, dottoranda.

Giovanni Scattone nel 2003

Dopo aver riferito i ricordi in maniera frammentaria, definita "subliminale" e parlando di "atmosfera strana" nell'aula[44], la Lipari fece i nomi del professor Bruno Romano, direttore dell'istituto e noto filosofo, che fu arrestato (ai domiciliari) per favoreggiamento e poi scagionato (venne difeso dagli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi), di Gabriella Alletto, 45 anni, impiegata dell'istituto, di Francesco Liparota, 35 anni, all'epoca usciere della facoltà di Legge ma laureato in Giurisprudenza e in procinto di divenire avvocato libero professionista[45], e in seguito di due assistenti universitari, Salvatore Ferraro, 30 anni, già dottore di ricerca in Giurisprudenza e assistente del professor Gaetano Carcaterra[39], e (all'inizio con molta incertezza, poi confermata l'8 agosto 1997 alla polizia aeroportuale di Fiumicino) di Giovanni Scattone, 29 anni, assistente non retribuito[46] del professor Romano presso la facoltà di Lettere e Filosofia e ricercatore di "teoria generale del diritto e filosofia della politica" assieme a Ferraro; i due assistenti tenevano all'epoca alcuni corsi di filosofia del diritto[20][47].

Alcuni studenti testimoniarono che il "delitto perfetto" era stato l'oggetto di alcuni discorsi dei due assistenti universitari[48]. Questo fatto spinse parte della stampa e della televisione ad una sorta di accanito linciaggio mediatico dei due principali sospetti[9]; seppur considerata una pista poco consistente, gli inquirenti insistevano che i due avessero voluto "inscenare" o "simulare" un delitto senza movente, ma che la situazione fosse degenerata per colpevole imprudenza, circostanza sempre negata con determinazione da Scattone e Ferraro e poi caduta nel corso delle indagini e del primo processo.[49] In realtà i due non tennero mai un seminario universitario sul tema citato, come ipotizzato, e la dispensa che secondo la procura era stata venduta in numerose copie non venne mai rintracciata o vista; il professor Carcaterra lo smentì, precisando che era lui a decidere il contenuto; un altro assistente riferì che Ferraro pronunciò solo una volta, per scherzo, l'espressione "delitto perfetto".[35][39][48] Un investigatore si spinse a paragonare Scattone e Ferraro ai "compagni di merende" del caso del Mostro di Firenze, coniando il nome "compagni di pizzeria"; nell'indagine entrarono elementi personali e illazioni.[7][50][51]

La questione degli alibi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo numerosi interrogatori e dopo aver a lungo negato, Gabriella Alletto li accusò di aver sparato; Scattone e Ferraro furono subito arrestati e incriminati per omicidio volontario in concorso, ma si proclamarono innocenti anche se fornirono alibi non pienamente confermati[52]; Scattone dirà di essere stato in diversi luoghi: prima avrebbe incontrato il professor Lecaldano (il quale non ricordava l'ora precisa, compresa tra le 11:00 e le 12:30[53]), poi andò a ritirare un certificato per gli esami del corso di Lettere a cui era iscritto come studente (alle ore 11:50, cioè circa 8 minuti dopo lo sparo, ed essendoci la fila di studenti allo sportello gli venne consegnato, secondo i riscontri, tra le 11:50 e le 12:15 anche se egli riferì che gli fu consegnato "prontamente", intendendo però nel momento in cui si presentò all'operatore[54]) e infine, dopo le 12:15 vide alcune studentesse, gli studenti La Porta (tra le 12:00 e le 12:20 circa) e Greco, e l'assistente Fiorini, i quali confermarono, pur non indicando l'ora con precisione. Sarebbe andato a Filosofia del diritto solo dopo il ferimento, ma non seppe dell'accaduto fino a quando non lo vide in televisione mentre era col padre a casa.[55] Gli studenti in fila non ricordavano il volto di Scattone, e gli inquirenti gli contestano di aver mandato un'altra persona a ritirarlo, o di aver percorso di fretta la strada tra l'aula 6 e Lettere, in circa 5 minuti.[52]

Salvatore Ferraro nel 2015

Stefano La Porta, testimone dell'accusa, testimoniò invece in favore di Scattone, e venne incriminato per falsa testimonianza e favoreggiamento (ma verrà prosciolto) per aver detto che egli era arrivato solo in tarda mattinata, quasi a mezzogiorno, all'Istituto, confermandone la versione[56]).

« La mattina del 9 maggio, a Legge, ho visto arrivare Scattone alle 12.15 nella stanza del catalogo... gli ho chiesto per l'esame del 16... Scattone mi ha risposto con uno schema di domanda di logica su un biglietto. Quel foglietto, restato in una tasca dei miei pantaloni, è finito in lavatrice. Ma sopra si leggono ancora alcune parole. »
(Testimonianza di La Porta[57])

Questa deposizione è contrastante con quella di Giuliana Olzai che riferì il 9 luglio di aver visto e incontrato Scattone con Ferraro mentre uscivano via velocemente dopo lo sparo (pressappoco alla stessa ora in cui La Porta dice che Scattone era con lui), con atteggiamento preoccupato.[56] La Olzai descrive l'abbigliamento dei due come leggermente diverso da quello descritto da altri testimoni, ma modifica la sua deposizione dopo un colloquio con gli inquirenti.[58] Secondo quanto scrive Giovanni Valentini (cronista per la Repubblica) ne Il mistero della Sapienza, la pur labile testimonianza Olzai resta comunque quella più significativa per il processo, per aver incrinato l'alibi dei due indagati, mentre le due testimonianze Lipari e Alletto sarebbero state meno consistenti, in presenza di alibi, oltre che per il modo in cui sono maturate.[59]

Salvatore Ferraro disse di essere stato a casa a studiare, con la sorella, e aver ricevuto alle 11,45 la visita di Marianna Marcucci, che confermò ma venne indagata per favoreggiamento.[60] Un testimone a favore di Ferraro, uno studente calabrese, venne nei fatti escluso poiché scoperto imputato in un processo per tentato omicidio.[61]

Secondo il giornalista Vittorio Pezzuto furono commessi gravi errori nella lettura dei tabulati telefonici (tabulati che avrebbero potuto fornire alibi ai sospettati), al punto che gli alibi dei due assistenti vennero considerati fragili.[62]

Assieme a Scattone e Ferraro venne rinviato a giudizio anche Francesco Liparota per favoreggiamento (inizialmente per concorso in omicidio).[63]. Scattone fu difeso dagli avvocati Francesco Petrelli, Manfredo Rossi, Andrea Falcetta e Alessandro Vannucci (in seguito da Giancarlo Viglione), Ferraro da Vincenzo Siniscalchi (parlamentare dei DS), Delfino Siracusano, Fabio Lattanzi e Domenico Cartolano, Liparota dal fratello, Fabio Liparota, e altri legali.[64]

I testimoni[modifica | modifica wikitesto]

Il metodo di raccolta delle testimonianze e il loro uso fece discutere, specie nei casi di Maria Chiara Lipari e Gabriella Alletto.[65][66] La Lipari poco dopo lo sparo, alle 11:44, chiamò il padre e gli disse poi che era entrata nell'aula 6 e «la stanza era vuota», dopo pressioni ebbe i suddetti ricordi; nelle intercettazioni però diceva: «Questi fino alle 5 di mattina hanno voluto assolutamente che dal subconscio... dall'ano proprio del cervello mi venisse in mente qualche faccia, qualche immagine... E in parte sono anche riuscita a recuperare qualche sensazione... Quest'ultimo interrogatorio è stato due ore e mezzo con un certo Procuratore... è stato anche a tratti violento... questo diceva sputtano lei, sputtano suo padre... per intimidirti, per costringerti... dicevano "mors tua vita mea"... mi dicevano sì, però allora ti incolpiamo a te, per cui dillo».[67] Poi fa riferimento al suo stato emotivo fortemente alterato e parla di Ferraro che «avrebbe proprio gli amici con le armi in casa in Calabria proprio sotto il cuscino».[68] La Lipari fa anche, su ipotesi di uno degli inquirenti, il nome dell'assistente Massimo Mancini, che possiede delle pistole, ma gli inquirenti verificano il suo alibi e lo trovano solido.[69] Inoltre parla di Ferraro come presente, pur dicendo di non averlo visto in volto, e lo descrive più alto di circa 7 cm rispetto alla reale statura dell'assistente.[70]

Anche Liparota riferì di aver ricevuto indebite pressioni perché "ricordasse" Scattone e Ferraro nell'aula 6, ma nonostante le presunte minacce e il carcere, ritratterà subito una presunta confessione, difendendo gli altri accusati.[71] Lo stesso Salvatore Ferraro rifiuta di accusare Scattone per far cadere l'accusa nei suoi confronti, poiché lo ritiene innocente[72], riferendo poi di essere stato, con gli altri imputati, insultato e maltrattato dai poliziotti (avrà una denuncia per calunnia, poi caduta).[73]

Il caso Alletto[modifica | modifica wikitesto]

« Non li vidi sparare, non c'ero... Mi stanno convincendo che hanno sparato da lì, mi stanno convincendo che ero lì dentro. »
(Gabriella Alletto, secondo la testimonianza di Laura Cappelli[74][75])

Gabriella Alletto, segretaria amministrativa, venne interrogata come testimone ma trattata subito come un'indagata, senza che potesse nominare prontamente un legale. La condotta dei pubblici ministeri nel corso dell'interrogatorio, quasi al limite della minaccia verso la donna che ebbe una crisi nervosa, fu definita "gravissima" dall'allora premier Romano Prodi, in quanto la legge proibisce pressioni psicologiche sui testimoni[76], e ci furono critiche da parlamentari e dal Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, che aprì un'inchiesta ministeriale[76], i seguito alla quale vennero rinviati a giudizio dalla procura di Perugia per abuso d'ufficio e violenza privata, ma in seguito prosciolti. L'interrogatorio apparve comunque troppo pressante nei confronti di una persona che non era indagata.[8][77]

La Alletto venne interrogata circa 13 volte per circa 3 giorni. I pm affermarono - nei fatti - che l'impiegata doveva dire che Scattone e Ferraro erano nella stanza, altrimenti sarebbe stata lei sola ad essere accusata di omicidio: «Lei è messa male, è messa peggio de quello che ha sparato. (...) I casi sono due: o lei è responsabile di omicidio, o lei è responsabile di favoreggiamento personale. Non si sbaglia, non si scappa!. Per omicidio lei va certamente in carcere e non esce più»[76] e all'affermazione della testimone "finirà che me ammazzo... a me me prenderanno pe’ scema, pe’ fissata a me", il procuratore Italo Ormanni rispose «No, la prenderanno... la prenderemo per omicida! (...) La prenderemo per omicida!».[76] Il pm Carlo Lasperanza disse che «suo cognato l'ho ripescato io, che nessuno lo voleva, lo voleva prendere: sono disposto a fargli un encomio scritto a suo cognato, per quest'opera che sta facendo, quindi ne avrà anche un vantaggio personale».[78]

Nella registrazione dell'11 giugno 1997, con l'audio originale recuperato dai cronisti di Radio Radicale (esso venne reso pubblico integralmente, contemporaneamente a un breve videotape allegato al settimanale Panorama, solo nel settembre 1998 a processo iniziato), la Alletto ripeteva, per quasi quattro ore, infatti: «Non sono mai entrata in quell'aula... Io nun ce stavo là dentro, te lo giuro sulla testa dei miei figli… Non ci sono proprio entrata, ma come te lo devo dì? Fino allo sfinimento…».[2] Parti delle registrazioni verranno trovate tagliate.[73] Parlando da sola col cognato ispettore di polizia Luigi Di Mauro (ammesso irregolarmente all'interrogatorio), la Alletto aveva ribadito:

« A: Io non ce stavo là dentro Gi'… te lo giuro sulla testa dei miei figli, ha sbagliato la Lipari... Stavo nella quattro… (...) Da sola… a fare un fax, che la Lipari lo può di'… io ci ho anche le prove che ho fatto il fax… (...)
DM:Fregatene di tutto, però la cosa più importante è chiudere ‘sta pratica. (...) Non vorrei che questi pensano che stai coprendo l'omicida…. (...) quando ci so' sti reati qua, devi essere sleale (...)
A: Ma se io non l'ho visto quello che l'ha fatto, Gi'!
DM: Ma magari hai sentito qualche cosa, eh, non è importante che tu l'hai visto materialmente(...) È meglio farcelo fare agli altri il reato! »
(Intercettazioni nell'interrogatorio dell'11 giugno 1997, ore 15:47 e segg.[79][80][81][82])

Di Mauro, per "aiutarla a ricordare", le mostrò uno schizzo dell'aula, con le varie persone che sarebbero state presenti secondo il pm (che si basava sui "ricordi" della Lipari): lei stessa, Liparota, Ferraro e un altro incerto (forse Scattone)[2]:

« In un biglietto il pm Lasperanza indicò le persone nell'aula 6 di Filosofia del diritto quando fu ferita a morte Marta Russo. Erano lì posizionati: mia cognata Gabriella, Francesco Liparota, Chiara Lipari e Salvatore Ferraro. (...) Ho passato quel biglietto a mia cognata ma lei negò. Disse: io non ci stavo. »
(Deposizione di Gino Di Mauro durante il processo di primo grado[83])

La dottoressa Cappelli dichiarerà che il 12 giugno la Alletto disse: «Mi hanno messa in mezzo…io in quella stanza non c’ero, però non mi conviene dire che non c’ero […] loro si immaginavano la scena, ma avevano bisogno di un testimone attendibile, di una persona affidabile».[2]

In un'intercettazione ambientale (12 giugno 1997, ore 8.25) dice:

« Loro sanno che non c'ero... ma non mi conviene dire che non c’ero… loro si immaginano la scena ma vogliono un teste, una persona affidabile... Ci sono dentro fino alla cima dei capelli...se non tiro fuori qualcosa è il dramma.[2][84] »

I colleghi riferiscono che la donna parlava della minaccia fattale di toglierle la patria potestà sui figli[85], che fu minacciata di 24 anni di prigione, e che diceva che "I nomi non me li hanno fatti", poi ripeteva il contrario.[86] Un ulteriore scambio di battute col cognato fece pensare che non avesse assistito direttamente:

« DM: Non si sa il nome.
A.: Bisognerebbe sapere chi è quell'altro oltre a Ferraro... »
(Interrogatorio dell'11 giugno 1997)

Il nome di Ferraro come colui che sparò venne poi escluso poiché egli è mancino, mentre secondo gli esperti lo sparatore era destrorso.[2]

Il 14 giugno, dopo tutti gli interrogatori (le viene contestata anche la sua assunzione "irregolare"[2]), accusa i sospettati.[2][87] Serenella Armellini riferì che ancora la mattina del 14 giugno, subito prima di recarsi in Questura dove cambierà versione, dopo essere stata interrogata da membri della DIGOS senza la presenza dell'avvocato difensore, per nove ore e senza verbale, la segretaria le disse: "Bisogna fare come dicono loro".[76][88] Secondo il professor Alberto Beretta Anguissola sostenne che alla stampa era stata già comunicata l'emissione di quattro mandati d'arresto per concorso, di cui uno a carico di Gabriella Alletto, poi revocato all'ultimo dopo la "confessione".[89]

Il 15 settembre 1998 disse in tribunale che aveva giurato il falso per proteggere i figli e su pressione del professor Romano (il quale però venne assolto):

« Scattone aveva in mano una pistola nera, ho visto un bagliore e ho sentito un "tonfo". Ferraro si è messo le mani nei capelli, dentro c'era pure Liparota... Scattone, invece, con la mano sinistra spostava le doghe della tenda e con la destra ritraeva la pistola (...) Non hanno detto nulla, poi è entrata la Lipari... Era un'arma nera, lunga venticinque - trenta centimetri. Scattone l'ha messa nella borsa che era sulla scrivania ed è uscito bisbigliando qualcosa, forse un saluto, alla Lipari che era appena entrata. Ferraro ha preso la borsa e l'ha portata via uscendo insieme con Liparota. »
(Testimonianza di Gabriella Alletto in tribunale[36])

Secondo molti colleghi la donna era sorpresa del trambusto dopo lo sparo (ammise di averlo saputo solo dopo[90]), come se non sapesse nulla, ed era tranquilla con conoscenti e famigliari fino all'arresto del suo capo, il professor Romano.[56]

Le presunte incongruenze della testimone[modifica | modifica wikitesto]
« Neppure la Alletto ha visto sparare... Potrebbe sovrapporre immagini, scambiando un giorno per un altro. Potrebbe leggere come omicidio un comportamento per lei indecifrabile. Non dimentichiamo che tutti parlano di questa storia con il senno di poi. Sanno che è morta una ragazza, leggono i giornali dal 9 maggio al 14 giugno, giorno in cui Alletto incastra gli assistenti... Nessuno dice li ho visti sparare. Nemmeno lei. »
(Vincenzo Cerami[91])

Oltre ai metodi usati, furono rilevate alcune incongruenze nel contenuto.[92] A causa di ciò è stato subito ipotizzato dalla difesa e da numerosi esperti che i resoconti fossero frutto di ricostruzione o confusione con un altro giorno o con un altro oggetto, nonché di suggestione psicologica.[15][65][66] Tra le stranezze rilevate:

  • l'arma avrebbe dovuto essere con la canna lunga; secondo i periti della Corte la pistola avrebbe dovuto avere un silenziatore lungo almeno 10 cm. La Alletto descrisse in aula nel 1998 una pistola "come quella della polizia" e con la canna lunga, ma non parlò di un silenziatore; poi ne effettuò un disegno, raffigurando una pistola senza silenziatore e a canna corta.[92] Intervistata in televisione nel 1997 da Corrado Augias, la Alletto ammise di non essere sicura di aver visto una "pistola nera" in mano a Scattone (come detto il 14 giugno e l'anno dopo al processo), ma un "oggetto metallico"[93]:
« Poi ho visto Scattone ritrarsi dalla finestra. Aveva qualcosa in mano, una cosa che brillava. (...) Ho visto qualcosa che brillava nelle mani di Scattone. »
(Gabriella Alletto a Il delitto della Sapienza di C. Augias, Raidue, 1º luglio 1997[10][94][95])
  • Scattone non avrebbe potuto sparare un colpo da quella posizione; avrebbe dovuto sporgersi[96] o sporgere comunque il braccio dalla finestra[14][15], cosa che non avrebbe invece fatto secondo la testimone.[15] Un colpo effettuato "per caso", data la lontananza e il posizionamento di due condizionatori d'aria sulla parte sinistra dello sparatore, a ostruire la visuale assieme al largo davanzale, sarebbe stato improbabile senza sporgersi significativamente[9][97]; un simile tiro sarebbe stato difficile per un tiratore esperto (Giovanni Scattone aveva prestato servizio militare nei Carabinieri[98] ma, a parte questo, non era un esperto professionale nell'uso delle armi).[29] Secondo la perizia Romanini la possibilità per un cecchino capace di colpire un bersaglio mobile era di circa il 30 %[9]; non essendo Scattone un cecchino avrebbe avuto una possibilità bassissima di colpire la vittima, in particolare senza la volontà di farlo come affermato nelle sentenze[9]; dall'aula 6 il colpo accidentale era possibile, a differenza del colpo mirato, ma con probabilità molto bassa[14][15]; non fu mai dimostrata e accettata l'ipotesi[99] che la vittima abbia potuto camminare per qualche passo dopo essere stata colpita;
  • il bossolo, se non raccolto dopo lo sparo, sarebbe forse dovuto cadere all'esterno; invece nessuno dei presenti, dei soccorritori e della polizia lo trovò.[15] Solo in seguito aggiunge il particolare di Ferraro che raccoglie il bossolo dal pavimento[93] (mentre avrebbe dovuto cadere sul davanzale o fuori dalla finestra); se Scattone si fosse sporto dalla finestra, avrebbe sparato agevolmente ma il bossolo sarebbe caduto nel vialetto (prima ipotesi), mentre se non si fosse sporto, il bossolo sarebbe caduto all'interno, ma il tiro sarebbe stato quasi impossibile (seconda ipotesi e racconto della testimone);
  • Alletto fece riferimento a un tonfo seguito da silenzio, mentre tutti gli altri affermarono di aver sentito un colpo attutito seguito dalle grida d'aiuto di Jolanda Ricci e di altri presenti; un testimone, Roberto Lastrucci, non vide nessuno dalle finestre[14][74]; fuori dall'aula 6 c'erano inoltre molti studenti, ma nessuno vide uscire Scattone e Ferraro[100];
  • in un'intervista pubblicata il 16 giugno, dopo aver cambiato versione, disse che nella stanza c'era Scattone, con Ferraro e Liparota, e che non si accorse subito che era stato un colpo di pistola.[101] Nella stessa intervista aggiunge invece di aver avuto da subito «l'immagine dello sparo sempre davanti agli occhi».[101] Per rimediare ad alcune difformità, in deposizioni successive modificherà più volte le posizioni nella stanza[102], e accennerà a un "quarto uomo" di alta statura, mai identificato[14]; solo dopo parecchi mesi, nella testimonianza compariranno nuovi particolari, come la luce dello sparo[103];
  • al processo nel 1998 le fu chiesto, riguardo al primo sospetto (Zingale, scagionato in seguito): «se i colpevoli sono Scattone e Ferraro, e Lei sapeva quindi che l'uomo in precedenza fermato era innocente, perché non si è fatta viva per scagionarlo?»; rispose: “Non mi è parente Zingale" e «Ma io sinceramente non sapevo che spostamenti avesse fatto Zingale quel giorno», lasciando intendere che non sapeva chi avesse o no sparato.[104] Il bibliotecario stesso espresse i suoi dubbi sulla ricostruzione del delitto fatta dall'impiegata.[105] La testimone sostenne anche di "non escludere" che qualcuno le avesse "descritto la scena".[84]

Secondo la sentenza le incongruenze furono dovute allo shock[14] (lei stessa disse che le pressioni e l'aver visto sparare il 9 maggio le avrebbero causato una sorta di "amnesia istantanea" che improvvisamente si sarebbe sbloccata il 14 giugno), mentre per Piergiorgio Strata, neurofisiologo ed esperto di formazione dei ricordi, «gli eventi relativi all'identificazione delle persone nell'aula Assistenti sono di fatto una saga di ricordi emersi lentamente e con fatica dal nulla, sono stati ottenuti con enorme sforzo ricostruttivo, con notevoli condizionamenti esterni e spesso sotto forma di lampi improvvisi. Pertanto, essi vanno considerati altamente inaffidabili, anche se la Lipari appare in perfetta buona fede ed all'ansiosa ricerca della verità».[65] Per Nia Guaita, sociologia e studiosa di comunicazione non verbale, è una "teste inattendibile".[106]

Durante il processo, rifiuterà il confronto con le colleghe che la smentivano, accettando solo il confronto con Scattone e Ferraro a cui ribadì la versione del 14 giugno.[2] Gabriella Alletto non ritrattò mai, anche perché avrebbe rischiato l'accusa di calunnia o di favoreggiamento, rimase ferma sulla stessa versione, ma in aula non riuscì a spiegare le contraddizioni (disse solo che era all'inizio era confusa) riguardo alle descrizioni del fatto.[100][107]

Ci furono anche interrogazioni parlamentari. La Alletto denunciò per diffamazione il deputato di Forza Italia Marco Taradash e ottenne il suo rinvio a giudizio[108]. Il deputato aveva denunciato una "montatura giudiziaria" e «testimonianze costruite a tavolino» con «garanzia dell'impunità»; insieme a Taradash fu denunciato il criminologo Carmelo Lavorino, secondo cui la Alletto aveva subito un condizionamento "ipnotico" di tipo "suadente-regressivo" (una tecnica che produce facilmente dei falsi ricordi) da parte di agenti dei servizi segreti, durante il lungo interrogatorio non verbalizzato. Lavorino e Francesco Bruno dissero di averlo appreso dalle confidenze di Aurelio Mattei, psicologo e agente segreto[109].[110][111][112] In seguito il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica dichiarò illegittimo l'uso del SISDE nel caso.[113] Lavorino, in polemica anche con lo stesso collega Bruno, denunciò i "servizi segreti deviati". Nel 2001, sempre consulente della difesa, propose una propria teoria sul profilo del killer. Nell'ottobre 2005 il consulente fu condannato a un anno e mezzo di reclusione (pena sospesa e poi caduta in prescrizione penale, non civilmente[114]) per calunnia nei confronti dell'accusa e per diffamazione dell'agente del SISDE Aurelio Mattei[108]. Il deputato aveva denunciato una "montatura giudiziaria" e «testimonianze costruite a tavolino» con «garanzia dell'impunità»; insieme a Taradash fu denunciato il criminologo Carmelo Lavorino, secondo cui la Alletto aveva subito un condizionamento "ipnotico" di tipo "suadente-regressivo" (una tecnica che produce facilmente dei falsi ricordi) da parte di agenti dei servizi segreti, durante il lungo interrogatorio non verbalizzato. Lavorino e Francesco Bruno dissero di averlo appreso dalle confidenze di Aurelio Mattei, psicologo e agente segreto[109].[110][112] In seguito il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica dichiarò illegittimo l'uso del SISDE nel caso.[113] Lavorino, in polemica anche con lo stesso collega Bruno, denunciò i "servizi segreti deviati". Nel 2001, sempre consulente della difesa, propose una propria teoria sul profilo del killer. Nell'ottobre 2005 il consulente fu condannato a un anno e mezzo di reclusione (pena sospesa e poi caduta in prescrizione penale, non civilmente[114]) per calunnia nei confronti dell'accusa e per diffamazione dell'agente del SISDE Aurelio Mattei[42]. Non fu condannato il deputato Taradash.

Anche la testimonianza di Maria Chiara Lipari sulle persone presenti si basava molto sui ricordi inconsci, mentre quella determinante di Gabriella Alletto poteva apparire come frutto di una pressione psicologica eccessiva (somigliante al cosiddetto "metodo Reid", che può fornire false confessioni se troppo pressante).[115][116]

Altre testimonianze e polemiche[modifica | modifica wikitesto]

Oltre alla Alletto, anche Liparota avrebbe riferito una versione simile il giorno dell'arresto (scrivendo su un biglietto di aver visto i due assistenti alla finestra e di aver sentito "un suono", poi ne parlò con la madre Rosangela Villella), prima di negare e ritrattare tutto, ascrivendo però il racconto alle fortissime pressioni dei pm che volevano una conferma esatta della loro ricostruzione, conferma chiesta pressantemente anche alla Alletto e quindi tentando di scagionare Scattone e Ferraro:

« Un poliziotto mi descrisse il carcere e disse quello che mi sarebbe toccato da detenuto... Decisi di confermare quanto raccontato dalla Alletto variando qualche piccolo particolare per essere più attendibile. Inventai di sana pianta la storia delle minacce fatte da Ferraro. Un poliziotto mi consigliò di segnare su un foglietto queste accuse. (...) Il foglio mi fu sequestrato a Regina Coeli... Sono certo che io non ho mai vissuto la scena raccontata dalla signora Alletto, mai, e che la mattina del 9 maggio non sono mai stato, contemporaneamente alla signora Alletto, al dottor Ferraro e al dottor Scattone, nell'aula 6, e tanto meno alla dottoressa Lipari. »
(Testimonianza di Francesco Liparota[71])

La mattina dopo Liparota ritrattò subito "quelle falsità", ma disse che fu spaventato da una guardia penitenziaria, che gli disse che sarebbe stato trasferito in cella con altri detenuti. Come a Ferraro, gli venne consigliato di accusare Scattone.[71] I pm accusarono quindi i dipendenti dell'Istituto di "omertà".[85][117]

Al padre di una testimone (l'assistente Simona Sagnotti) vengono sequestrati alcuni beni di cui era intestatario, in quanto erano forse proprietà di Enrico Nicoletti, persona legata alla banda della Magliana secondo Lasperanza.[117][118] Per la procura la testimonianza della Sagnotti non è valida per conflitto di interesse.[117] Simona Sagnotti aveva screditato le accuse di Gabriella Alletto affermando che «Gabriella mi confessò le minacce subite dagli inquirenti che le ricordavano di avere un figlio di appena sei anni». Nell'arringa finale Lasperanza disse che "la ricercatrice si è accanita contro la Procura per astio"; la Sagnotti querelò il pm.[117]

Le perizie chimico-balistiche[modifica | modifica wikitesto]

Sul davanzale erano state ritrovate particelle di bario e antimonio, metalli pesanti compatibili con la polvere da sparo e i proiettili, e di ferro, ma non fu possibile stabilire se effettivamente fossero residui di sparo.[119] Però, secondo i periti, prof. Carlo Torre, Paolo Romanini e Pietro Benedetti, erano compatibili con il percorso fatto dal proiettile le traiettorie dalle finestre uno, tre, quattro, sei (l'aula "incriminata"), sette e otto dell'istituto di Filosofia del diritto, oltre che con il bagno di statistica. Ma «solo la sette e la otto», al pianterreno, hanno «una più accentuata probabilità».[71] Pur non sapendo se gli imputati si trovassero effettivamente nell'aula 6, i periti di primo grado convennero su una possibile estraneità:

« Gli elementi tecnici risultati dalle indagini non indicano il coinvolgimento degli imputati in quello sparo. »
(Perizia collegiale disposta dalla Corte d'Assise di Roma, redatta da Pietro Benedetti, Paolo Romanini e Carlo Torre[120])

Le tracce (una "particella" definita "binaria") che gli inquirenti avevano creduto di identificare come "univocamente" attribuibile allo sparo avrebbe potuto con alta probabilità «non avere nessun rapporto col colpo» che uccise Marta Russo, «sia per la presenza in essa di antimonio sia per la preponderante presenza di ferro, che la renderebbe compatibile soltanto con un colpo esploso da un’arma arrugginita (e non è, come si è visto, il caso in oggetto)». Le cartucce prodotte dalla ditta inglese Eley, da una delle quali proveniva il proiettile trovato nel capo della vittima, non contengono antimonio nell’innesco e rilasciano invece piombo, bario e calcio, oltre a tracce di fosforo.[35] Anche alcuni esperti di Scotland Yard concordarono.[121]

La particella non era sferica, mentre quelle di uno sparo lo è.[9] Secondo questi periti la particella aveva quindi «un’origine diversa dallo sparo (proviene cioè da inquinamento ambientale)», essendoci particelle analoghe su altre finestre degli edifici circostanti.[14][122]

Ad occuparsi dei rilievi sulla presunta particella fu anche il perito Ezio Zernar[15][123], i cui metodi saranno messi in discussione negli anni seguenti.[124] Zernar, dopo che il perito Giacomo Falso aveva trovato i residui sulla finestra dell'aula 6, trovò comunque analoghe particelle sulla finestra del professor Costantino e in seguito su altre finestre.[15] Qualora si trattasse di inquinamento ambientale, le identiche particelle erano coincidenti con quelle rilasciate dalle pastiglie freno prodotte dalla Ferodo (specie quelle per le automobili Volkswagen Golf Gt turbodiesel e Audi 80 turbodiesel[120], ma anche nelle vecchie Mini Cooper[120], come quella posseduta dal professor Romano[125]), oppure polvere di saldatura.[14][126]

Nella parte esterna della borsa di Ferraro, sempre a opera di Zernar[127], furono ritrovati altri residui che secondo l'accusa erano resti di polvere da sparo, mentre secondo la difesa e secondo alcuni esperti erano sempre polvere metallica derivata da particelle dalle pastiglie freno dei veicoli.[14][29] L'arma del delitto non verrà mai ritrovata.[29]

In seguito si occuparono di una nuova super-perizia il professor Domenico Compagnini (secondo cui le traiettorie possibili erano circa 27[128]), lo stesso Ezio Zernar e altri.[129] Per Zernar, l'unica particella che poteva essere compatibile con il proiettile era quella nella borsa di Ferraro. La successiva "perizia nanotecnologica" del professor Roberto Cingolani non escluse che la particella della borsa potesse derivare da uno sparo; stabilì che in effetti essa «ha una composizione simile, sia sul piano quantitativo sia sul piano qualitativo, a quella dei residui trovati sul proiettile (piombo, bario, fosforo, calcio, silicio)», aggiungendo che, solo «qualora si potesse escludere che particelle di questa composizione possano essere formate da altri processi ambientali e/o di inquinamento, sarebbe ragionevole concludere che le particelle della parte inferiore del proiettile e quella rinvenuta nella borsa di Ferraro sono analoghe».[14][130] Tuttavia, essa poté essere definita "simile" ma non identica. Secondo il professor Torre, il silicio era proveniente dai tubi dell'impianto di riscaldamento[131] e la polvere da sparo una contaminazione, data l'esiguità[132]; il dottor Romanini, alcuni anni dopo (prima di morire in un incidente d'auto nel 2011), espresse anche lui critiche alle analisi di Zernar e Cingolani sulla "traccia di polvere da sparo" della borsa, poiché «se la pistola usata avesse davvero appena sparato, avrebbe lasciato non una ma diecimila tracce».[126] Per il perito, prima degli anni 2000 si compivano moltissimi errori comuni in balistica.[126]

A parte la particella "compatibile", le altre tracce (sui vestiti e sulla finestra) non furono ammesse come prova, a causa dell'incertezza sulla reale origine (per i periti sono a prevalenza di ferro, quindi non compatibili con uno sparo[120]); non vennero ritrovate armi o bossoli a casa loro.[2][58] Il test del guanto di paraffina aveva dato esito negativo nei giorni immediatamente seguenti al 9 maggio, ma non fu considerato attendibile in quanto era passato troppo tempo dallo sparo.

La stessa aula 6 era possibile come punto di origine dallo sparo solo nel caso che la vittima avesse una posizione della testa (ma i testimoni non lo ricordavano) che l'avvocato difensore di Scattone definì "innaturale", ossia pendente verso destra.[133] Infatti secondo due periti della corte

« Se la vittima aveva il capo leggermente voltato verso destra e obliquo, il punto di sparo probabilmente proveniva dalla finestra dell'aula 6. Se invece la Russo aveva il capo perfettamente eretto, allora la traiettoria porta ad altri tre luoghi, ma al piano terra dello stabile: il bagno disabili, la sala di statistica, in fase di ristrutturazione e la sala computer, se la vittima aveva però la testa anche ruotata verso destra. »
(Relazione dei periti Martino Farneti e Vero Vagnozzi[134])

Su questo convennero anche il medico legale Di Luca[135] e il professor Torre:

« Alla fine siamo arrivati alla conclusione che è più probabile che il colpo sia partito dai bagni di Statistica o da una stanzetta adiacente che all'epoca era in ristrutturazione. »
(Intervista a Carlo Torre[132])

Il proiettile aveva tracce di fibre di lana di vetro, come se la canna dell'arma fosse stata vicina a questi residui; le fibre erano compatibili con quelle del controsoffitto del bagno disabili (oltre che con una tenda di materiale plastico), rinvenute anche sul pavimento del locale inizialmente indicato dai testimoni come luogo dello sparo; tale materiale non era invece presente nell'aula 6 di Filosofia del diritto.[136] L'accusa disse che erano, forse, resti di un silenziatore, tesi considerata possibile dai periti.[37] Nel bagno di Statistica furono anche trovati residui di presunta polvere da sparo.

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

Primo e secondo grado[modifica | modifica wikitesto]

Nel processo di primo grado emersero collegamenti con soggetti legati alla 'ndrangheta riguardante la provenienza della pistola, poi caduti in dibattimento. Molto criticata fu anche l'affermazione dell'accusa secondo cui "il movente è l'assenza di movente".[36] Fu però l'interrogatorio preliminare di Gabriella Alletto quello che continuò a scatenare le più feroci polemiche.[76]

In seguito alle critiche sulla gestione dell'inchiesta, per una maggiore trasparenza il processo di primo grado venne aperto al pubblico e trasmesso in diretta da Radio Radicale, oltre che registrato e trasmesso in differita dalle telecamere ammesse.

I pm chiesero la condanna di Scattone e Ferraro a 18 anni di reclusione per concorso in omicidio volontario causato da dolo eventuale (ma con la concessione delle attenuanti generiche), e per detenzione illegale di arma da fuoco; chiesero altresì la condanna per favoreggiamento e detenzione di arma da fuoco per Francesco Liparota (a cinque anni e 9 mesi), e il solo favoreggiamento per Gabriella Alletto (1 mese con richiesta di sospensione condizionale della pena) e Bruno Romano (4 anni); per Marianna Marcucci, il bibliotecario Maurizio Basciu e la segretaria Maria Urilli venne richiesta invece l'assoluzione.[13][137]

Il dibattimento di primo grado, che ebbe tra i giudici anche Giancarlo De Cataldo[138], si concluse nel 1999, dopo lunghe udienze, con la condanna di Giovanni Scattone per omicidio colposo con aggravante della colpa cosciente (escludendo quindi il dolo[139]) e possesso illegale di arma da fuoco a 7 anni, e di Salvatore Ferraro per favoreggiamento personale a 4 anni, e con la legittimazione dell'operato dei pubblici ministeri nel corso dell'interrogatorio della Alletto, poi ripetuta dalla procura di Perugia.[8]

Ferraro venne prosciolto dall'accusa più grave, concorso in omicidio volontario, derubricandola al semplice favoreggiamento, e il procuratore Ormanni rinunciò ad impugnare questa decisione.[140]

La condanna fu per aver esploso un colpo accidentale, per Scattone, e per averlo coperto, per Ferraro.[14][15] Il tribunale assolse tutti gli altri imputati. I pm opposero ricorso solo per Scattone, Ferraro e Liparota, chiedendo però pene più pesanti per Scattone e Ferraro, e aggiungendo al secondo anche il porto illegale di arma.[13]

Il processo d'appello[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sentenza, Scattone e Ferraro, scarcerati nel 1999 e posti prima agli arresti domiciliari e in seguito in libertà per scadenza dei termini della custodia, furono illecitamente invitati a Porta a Porta dietro compenso di 130 milioni di lire ciascuno. Agostino Saccà, al tempo direttore di RaiUno, fu indagato in concorso con altri per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice» che aveva vietato tali pagamenti; i compensi, che Scattone e Ferraro intendevano utilizzare per coprire parte delle ingenti spese legali, furono sequestrati.[141]. Anche il direttore del Tg1 Giulio Borrelli realizzò alcune interviste retribuite.[142]

Movimento innocentista[modifica | modifica wikitesto]

« Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sono manifestamente innocenti. »
(Paolo Mieli[113])

Già prima della sentenza di primo grado, circa 375 tra intellettuali, cittadini comuni, giornalisti, avvocati e politici provenienti da tutti gli schieramenti e partiti firmarono una petizione per un esposto[143] al Consiglio Superiore della Magistratura, e in seguito al Presidente Carlo Azeglio Ciampi[144], contro i pubblici ministeri Ormanni e Lasperanza (difesi dal procuratore capo Salvatore Vecchione) e in favore degli imputati, citando anche i dubbi espressi da Romano Prodi e Giovanni Maria Flick.[145]

Al fine di una controffensiva mediatica, si costituì un Comitato per la difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro (non legata agli avvocati ufficiali Siniscalchi, Rossi e Petreilli), per iniziativa del francesista Alberto Beretta Anguissola (autore di numerosi interventi pubblici in favore degli imputati[146] e per il quale il caso mediatico Scattone-Ferraro era una riedizione modificata del caso Dreyfus[147]); al comitato e alla campagna innocentista aderirono, in vario modo, numerose personalità, tra cui: Alessandro Figà Talamanca, Giovanni Valentini (sostenitore dell'insufficienza di prove[148]), Guido Vitiello, Antonino Lo Presti, Alfredo Mantovano, Alberto Simeone, l'ex Rettore della Sapienza Giorgio Tecce, lo scrittore Vincenzo Cerami, lo storico Giovanni Sabbatucci, il giornalista Giuseppe D'Avanzo, Marco Taradash, Daniele Capezzone, Alfredo Biondi, Guido Calvi, Filippo Mancuso, Enzo Fragalà, Gustavo Selva, Sandro Provvisionato, Ettore Bucciero, Carlo Giovanardi, Emanuele Macaluso (che definì "un tipo di tortura" l'interrogatorio della Alletto), Maurizio Pieroni, Carlo Taormina e altri 148 cittadini[145][149][150]; nell'esposto vennero citati: l'intercettazione ambientale del colloquio Lasperanza, Ormanni e la testimone Gabriella Alletto, l'intercettazione ambientale del colloquio tra Francesco Liparota e suo padre Antonio, «l'omessa ed incompleta verbalizzazione dei colloqui tra l'autorità giudiziaria e le persone informate sui fatti», la nomina irregolare o in forma insolita dei difensori d'ufficio dell'Alletto, l'uso in giudizio delle perizie psicologiche di Scattone e Ferraro (proibito dal codice di procedura penale), «l'incongrua richiesta della trasmissione degli atti» e la «tardiva verifica degli alibi».[151][152]. Lo scopo del Comitato era di sostenere moralmente ed economicamente i due assistenti universitari, nonché di favorire un giusto processo e un'eventuale assoluzione.[153] Espresse dubbi anche il magistrato Ferdinando Imposimato. Secondo il magistrato la maggioranza dei processi mediatici generano errori giudiziari.[113][154] Il professor Giovanni Sabbatucci, innocentista da subito, disse che «non solo manca la certezza che lo sparo sia partito da quella finestra (e questo già lo si sapeva), ma c'è qualche buon motivo in più per pensare che lo sparo non sia partito da lì; e che dunque tutto l'improbabile scenario costruito dall'accusa (due giovani studiosi incensurati si procurano, non si sa come, una pistola, mai ritrovata, e la usano per sparare a casaccio da una finestra colpendo a morte la povera studentessa: il tutto in un luogo aperto al pubblico e alla presenza di testimoni che li conoscono bene) sia fondato praticamente sul nulla». Anche l'ex giudice Edoardo Mori pronunciò in anni seguenti un giudizio fortemente critico.[155] Inoltre, se colpevoli di omicidio, sarebbe bastata l'ammissione di aver provocato un incidente per caso per ottenere un'assoluzione o una pena irrisoria (questa fu un'altra obiezione). La decisione di non confessare nulla (a Ferraro sarebbe bastato confermare l'accusa contro il collega), pur rischiando teoricamente anche l'ergastolo, aumentò la convinzione degli innocentisti sull'estraneità di Scattone e Ferraro. L'avvocato di parte civile, invece, rispose agli innocentisti affermando che i tre (comprendendo anche Liparota) non avrebbero confessato "l'incidente" per paura di rivelare la provenienza della pistola, secondo lui "sporca" e proprietà di "qualcuno di importante".[156]

Nel processo di appello fu però confermata la sentenza di primo grado, con un lieve aumento della pena (8 e 6 anni) perché Ferraro fu accusato anche di detenzione illegale di arma da fuoco e venne deciso che Scattone poteva sapere che la pistola fosse carica. Francesco Liparota fu condannato per favoreggiamento a 4 anni.[157]

L'annullamento in Cassazione e la conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Il 6 dicembre 2001, la Corte di Cassazione, su richiesta anche del Procuratore Generale Vincenzo Geraci (che definì "basi di sabbia" le testimonianze Alletto e Lipari che secondo Geraci erano da «gettare alle ortiche»[158], criticando i metodi degli inquirenti, oltre a esprimere disappunto per le analisi scientifiche non probatorie), annullò la sentenza di appello definendo "illogiche" e "contradditorie" molte prove, e la sentenza viziata quindi da un «verdetto contraddittorio», e rinviando tutto ad un nuovo processo d'appello.[159][160] Geraci subì un procedimento interno, archiviato, per aver parlato in favore degli accusati.[161]

Il giudice accolse le motivazioni dei difensori e del procuratore che parlavano di «illogicità», «inadeguatezza», «nullità della perizia balistica del prof. Compagnini», e della «critica infondata ed immotivata cui è stata sottoposta la perizia collegiale disposta in primo grado» ed effettuata dal prof. Torre, assieme a Romanini e Benedetti, e affermando, al di là della dichiarazione di innocenza, che le pene erano eccessive per un delitto giudicato colposo.[162] Per la Cassazione era discutibile che «la Corte abbia ritenuto di dare rilevanza alle sei particelle che intersecano solo la finestra dell'aula 6, pretermettendo di considerare le altre sei particelle compatibili esclusivamente con la finestra del bagno disabili e soprattutto le altre quindici traiettorie che intersecano entrambe le finestre».[162]

Gli accertamenti delle perizie di secondo grado vengono giudicati «ultrasofisticati» ma inutili perché non hanno condotto a risultati certi e perché «la prova generica non ha alcun valore decisivo in questo processo che si impernia sulle chiamate in correità e in reità», e tale "chiamata in reità" della Alletto non appariva suffragata da riscontri scientifici e forensi.[163]

Il secondo processo di appello, con il sostituto Procuratore Antonio Marini che avrebbe voluto una condanna più severa[159], però confermò le condanne ribadendo l'impianto precedente e non tenendo conto della sentenza della Cassazione, se non per l'entità della condanna irrogata; infatti la corte d'appello di Roma emise pene più miti: sei anni per Scattone, quattro per Ferraro, due per Liparota.[164]

Il 15 dicembre 2003 la V Sezione Penale della Corte di Cassazione, nell'assolvere l'usciere Francesco Liparota, condannò Giovanni Scattone a 5 anni e quattro mesi, e Salvatore Ferraro a 4 anni e due mesi[165], condannò Giovanni Scattone a 5 anni e quattro mesi, e Salvatore Ferraro a 4 anni e due mesi[166], eliminando a entrambi il reato di detenzione illegale di arma per l'impossibilità di determinarne la provenienza.[167]

Liparota venne assolto tramite annullamento senza rinvio, perché «non punibile al momento del fatto», in quanto "terrorizzato" e poiché il suo favoreggiamento sarebbe stato frutto solo delle minacce ricevute dagli altri due e della sua personalità fragile e suggestionabile. Egli continuò però a negare di avere ricevuto minacce, dicendo che fu «un processo-farsa».[45] Dalla sua assoluzione, Francesco Liparota svolge attività di avvocato nello studio del fratello Fabio.[168]

Scattone rifiutò di confessare il delitto e preferì andare in carcere per finire di scontare gli anni rimanenti (rimarrà a Rebibbia per un altro anno). Ferraro sconterà il resto della pena ai domiciliari.[169] Il pg Antonio Marini dichiara che «volevamo che i giudici scrivessero soltanto tre parole: "sono stati loro", cioè che fosse riconosciuta la responsabilità di Scattone e Ferraro».[170] La famiglia di Marta Russo si disse soddisfatta della conclusione, accettando la tesi dell'omicidio colposo.

Sia Salvatore Ferraro[171] sia Giovanni Scattone annunciarono la volontà di chiedere la revisione del processo[172], cosa ribadita da Scattone nel 2011[173] I legali dei due imputati avevano presentato già nel 1999 due ricorsi separati alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo per varie violazioni, tuttora pendenti, contestando in particolare[174][175]:

  • carcerazione lunga
  • pressioni psicologiche ai testimoni
  • piste alternative non seguite
  • il contradditorio in aula negato tra testimoni a carico e testimoni a discarico (in seguito al rifiuto di contrapporre, in un pubblico dibattito, Gabriella Alletto a Laura Cappelli e Serenella Armellini, ecc.)

Riabilitazione penale di Scattone[modifica | modifica wikitesto]

La Cassazione decise anche di non comminare pene accessorie, cancellando l'interdizione all'insegnamento per Scattone. Gli viene quindi accordata la riabilitazione penale, a decorrere dal giorno della fine della pena, con revoca dell'interdizione dai pubblici uffici e restituzione dei diritti civili e politici.[167]

Procedimenti correlati[modifica | modifica wikitesto]

Nel luglio 2005 Giovanni Scattone accusò il giornalista Paolo Occhipinti e la RCS di violazione del diritto della personalità per un articolo sul settimanale Oggi, che riteneva diffamatorio, ma perse la causa, con addebito a suo carico delle spese processuali.[176]

Fu respinta anche la richiesta di 750.000 euro all'Università da parte di Gabriella Alletto.[177]

Durante il processo alcuni testimoni a discarico (Marcucci, Basciu, Urilli, La Porta) furono denunciati per favoreggiamento (ma saranno tutti assolti), mentre un'amica di Ferraro fu minacciata di denuncia per apologia di reato per aver indossato in aula una maglietta in suo favore dove si denunciava il processo come "ingiustizia".[178] I pm, inoltre, querelarono per diffamazione alcuni giornalisti e opinionisti (tra cui Giovanni Valentini); saranno però prosciolti in istruttoria.[113]

Nel 2010, il deputato Daniele Capezzone, che aveva seguito il caso - definendolo "caso di giustizia kafkiana (cioè italiana)"[179] -, fu condannato per diffamazione, per aver definito "teppistico" il comportamento dei magistrati, parlando di "testimoni minacciati".[180]

Nel maggio 2011 la XIII Sezione del Tribunale Civile di Roma, presieduta dal giudice Roberto Parziale, condannò Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro al risarcimento di un milione di euro (più di 900.000 per Scattone e circa 20.000 per Ferraro) ai familiari di Marta Russo - i genitori, Donato e Aureliana, e la sorella Tiziana - e al pagamento delle spese giudiziarie e detentive, stabilendo inoltre che La Sapienza non può essere ritenuta responsabile della morte della ragazza. Il solo Ferraro[181] fu condannato a versare all'università 28 mila euro come risarcimento dei danni di immagine.[182] In tale occasione, Scattone chiese pubblicamente a Gabriella Alletto di ritrattare la testimonianza, vista la prescrizione di un'eventuale calunnia.

Nell'aprile 2013 la Corte di Cassazione confermò il risarcimento delle spese del giudizio e della detenzione carceraria per € 300.468 a carico di Ferraro e a favore dello Stato italiano, motivando la sentenza con le circostanze che «il soggetto non si trova in stato di indigenza» e che «l'adempimento non comporta uno squilibrio del suo bilancio tale da precludere il suo recupero e il reinserimento sociale»[183].

Teorie e piste alternative[modifica | modifica wikitesto]

Da subito emersero piste alternative che continuarono a essere proposte in seguito, mettendo in discussione la verità processuale.

La criminalità organizzata[modifica | modifica wikitesto]

Lo scambio di persona era già stato ipotizzato nelle prime indagini. All'inizio si indagò anche sul passato del padre di Jolanda, Renato Ricci, funzionario del Ministero della Giustizia, responsabile degli appalti nel Dipartimento per l'Amministrazione penitenziaria (Dap) e già vicedirettore del carcere di Rebibbia.[40] Il padre di Jolanda aveva dichiarato di aver ricevuto alcune telefonate anonime,[184] con minacce dirette proprio alla ragazza.[39] La Procura di Roma non fece inizialmente menzione del fatto che Renato Ricci era stato tra gli indiziati principali dei pestaggi avvenuti il 12 luglio 1972 nel carcere di cui era vicedirettore.[40][185]

Venne ipotizzata una vendetta trasversale contro la famiglia del funzionario[40], che avesse per obiettivo Jolanda Ricci in quanto figlia di Renato (oppure per un motivo personale), con la Russo colpita per errore data la vicinanza e la somiglianza da lontano (entrambe le ragazze avevano i capelli tinti di biondo e un vestito simile).[40] La pista, ventilata anche dallo stesso Renato Ricci[40], venne dopo poco abbandonata dagli inquirenti.[66]

Per quanto riguarda propriamente la criminalità organizzata ci furono alcune ipotesi:

  • il citato scambio di persona con Jolanda Ricci (per colpire indirettamente Renato Ricci, a causa di qualcosa collegato al lavoro del funzionario penitenziario)[40];
  • lo scambio con la figlia di un testimone sotto protezione messinese, frequentante sotto falso nome il corso di filosofia del diritto tenuto da Salvatore Ferraro; la giovane affermò di essere stata nel mirino di killer mafiosi.[15] La ragazza e suo padre sostennero che il delitto era una tentata ritorsione della criminalità, e che ci sarebbe stata una confusione causata da una forte somiglianza nel fisico e nei capelli biondi.[66] I titolari dell'inchiesta tuttavia non ritennero verosimile l'ipotesi, sebbene gli investigatori della Procura Nazionale Antimafia non la ritenessero totalmente "incompatibile"[186]; come raccontato dal quotidiano La Sicilia, si rivolse nuovamente nel 1999 ai giudici antimafia, asserendo che era solita passare in quel vialetto. I giudici, non rilevando "nulla di nuovo", passarono per competenza la denuncia alla procura romana che archiviò nuovamente[187][188][189];
  • un'ipotesi di un avvertimento mafioso-terroristico all'Università o alla politica, nello stile della strage di via dei Georgofili[15] o che l'obiettivo fosse il figlio di un poliziotto;
  • l'idea che Marta Russo possa essere stata colpita solo perché si trovava sulla traiettoria di un altro bersaglio, in particolare in mezzo ad un presunto regolamento di conti o un fuoco incrociato legato al traffico di droga e allo spaccio - specie di cocaina - intorno all'Università.[190][191]

Per la pista della criminalità organizzata furono ascoltati anche alcuni "pentiti", ma non emerse nulla[186]; alcuni anni dopo un ergastolano per fatti di mafia, Pasquale De Feo[192], e l'ex membro della Banda della Magliana Antonio Mancini (collaboratore nel caso Orlandi) hanno espresso a livello personale la loro convinzione dell'innocenza di Scattone, senza però portare prove a sostegno.[193]

Testimonianze alternative[modifica | modifica wikitesto]

Ci furono alcune piste derivate da una lettera anonima e alcune deposizioni riguardo a persone sospette. La missiva fu spedita all'avvocato Coppi, era firmata "una dipendente dell'università" e parlava di un "portico"[30], concludendo «Hanno sparato da lì, ho paura di farmi avanti».[30] Le testimonianze riguardavano il piano superiore di Giurisprudenza e il sottopassaggio interno:

« Tra le 11.30 e le 11.45 di quel 9 maggio mi recai nel bagno (...) uscì un ragazzo con un modo di fare maleducato e frettoloso. Era alto circa 1.70 ed aveva i capelli ondulati. Portava qualcosa all'altezza dello stomaco, qualcosa che non seppi identificare, non un marsupio però. »
(Testimonianza di Felicia Proietti, dipendente della sezione Diritto pubblico[30])
« All'altezza della direttrice mediana del tunnel, ho sentito un rumore secco che mi è parso venire dall'alto (...) sono stata superata alla mia sinistra da una persona che correva in modo scomposto (...) ricordo che non aveva nulla in mano (...) l'ho notata anche perché indossava un giaccone impermeabile a tre quarti in una giornata assolata come quella. (...) Il ragazzo era giovane, alto forse un metro e 78, con capelli castani sfilzati a ciocche e lunghi sul collo longilineo. »
(Elisabetta Antonini Andreozzi, assistente di Diritto penale[175][194])

Al piano terra dello stesso edificio fu rinvenuto nello stesso giorno del delitto e dentro una scatola, un giaccone blu scuro come quello descritto, su cui furono rinvenuti residui chimici compatibili con la polvere da sparo (particella di piombo-bario, come quelle dell'aula 6, ma senza antimonio).[38][175] Secondo una studentessa, nel «bagno delle donne, accanto all'aula sei... c'era un uomo, sui 35 anni, che rovistava nei cestini e guardava sotto i lavandini (...) ha cercato di aprire la porta che dà sul bagno». Indossava una «giacca nera plastificata... a mezza coscia, con fasce laterali sottili di color arancione fosforescente...Sarà stato 1,90. I capelli erano castani chiari, mossi sotto le orecchie».[107]

Altre testimonianze indicano il bagno disabili di Statistica, preso in considerazione anche dalle perizie balistiche. Uno studente di 22 anni raccontò alla redazione del Giornale di essere entrato nel bagno disabili di Statistica dove avrebbe scorto «un giovane alto e bruno appoggiato alle vetrate dell'ingresso di scienze statistiche»:

« Un ragazzo vestito con un giubbotto jeans. Aveva una sacca rossa a tracolla e indossava un paio di occhiali scuri. Secondo me, faceva finta di guardarsi allo specchio. Come se avesse voluto aspettare che io me ne andassi per restare solo. Dopo un po' sono uscito e, qualche secondo più tardi, ho sentito lo sparo.[15][195] »

Si accertò comunque che il bagno si poteva chiudere da dentro incastrando la maniglia della porta con la “cipolla” della doccia; le chiavi erano state rubate tempo prima e chiunque sarebbe potuto entrare nei locali.[2] Lo studente Leoni raccontò di avere chiuso la finestra (la cosiddetta "finestra 7") poco prima dello sparo; un testimone oculare del delitto, Andrea Ditta, spiegò di aver visto invece la finestra socchiusa subito dopo.[195][196] Un verbale della questura del maggio 1997[197] affermava che il bagno era usato come una postazione di tiro, forse durante le ore notturne: «il più accreditabile luogo da cui è stato esploso il colpo è stato il bagno per handicappati della Facoltà di Scienze Statistiche (...) la linea di tiro ideale (...) due scalfiture sul muro a pochi metri di distanza dalla medesima porta dimostrano e confermano come anche in precedenza all'evento delittuoso, e probabilmente dallo stesso punto di fuoco, sono stati sparati dei colpi». Sotto il davanzale vi era una «piastra metallica con vite».[2]

La ditta delle pulizie[modifica | modifica wikitesto]

Ci fu il ritrovamento, nella notte di domenica 11 maggio 1997, di alcune cartucce in un locale dell'Istituto di Fisiologia utilizzato proprio dagli inservienti delle pulizie.[40] La Polizia aveva effettuato numerose perquisizioni presso gli uffici e i locali della ditta di pulizie Pul.Tra, rinvenendo “bossoli e parti di armi”.[2] A casa di uno dei dipendenti vengono trovati tre fucili, una carabina ad aria compressa, pistole giocattolo e una rivoltella a salve modificate per accogliere anche cartucce calibro .22, buste e confezioni di cartucce. Negli armadietti vengono ritrovati anche silenziatori rudimentali artigianali. Viene fatta richiesta di intercettazioni, "ritenendo estremamente probabile coinvolgimento medesimi in episodio criminoso", secondo il dirigente della Squadra Mobile di Roma, Nicolò D’Angelo.[2] I dipendenti vennero interrogati e i loro armadi perquisiti, ipotizzando contrasti di lavoro o uno sparo accidentale, ma risultarono estranei.[2][40] Un'ipotesi era che avessero voluto fare uno scherzo a un collega che si trovava nel vialetto in bicicletta, sparando con una pistola a salve o modificata, ma avrebbero invece esploso un colpo vero per errore.[184] Alcuni indagati lamentarono aggressioni fisiche da parte di poliziotti della questura, e almeno due di loro erano considerati degli appassionati di armi, come risulta anche dalle intercettazioni: «Quale pistole? Embè la pistola mica ha sparato. Fanno prove eh? Sulla pistola... M'ha tirato tutti i capelli... Hanno trovato quei c... di proiettili. (...) I proiettili! Ti ricordi quando Ovidio ha sparato dentro il magazzino? (...) hanno trovato i bossoli? (...) C'era Tirelli quando hanno trovato il bossolo, m'ha detto di chi è il bossolo? Chi l'ha messo? Io ho detto ci è cascato».[198]

Il bibliotecario di Lettere[modifica | modifica wikitesto]

Il primo indagato ufficiale fu il citato bibliotecario di Lettere ed ex portavalori, Salvatore Carmelo "Rino" Zingale[199] (trovato in possesso di armi e munizioni e accusato di girare armato[2]).[200] Il suo nome fu fatto anche da una telefonata anonima, risultata provenire da un tecnico del dipartimento di Energetica, che lo conosceva perché qualche volta il bibliotecario l'aveva visitato in laboratorio, interessandosi dei torni di precisione e chiedendo se potesse fabbricargli dei bossoli artigianali.[15][199] Zingale risultò possedere 6 pistole, una delle quali calibro 22 e una grande quantità di munizioni.[15] Inoltre aveva in casa diverse foto e schede di giovani ragazze (dategli da un amico titolare di un'agenzia per modelle), una delle quali somigliante a Marta Russo.[201] Gli inquirenti ipotizzarono anche un litigio, degenerato[15], tra lui e un suo amico, il citato Francesco Liparota, nella biblioteca della sede Filosofia del diritto, dove l'uomo aveva lavorato in precedenza, prima di essere trasferito a Lettere.[15] Le armi erano regolarmente denunciate, ma il porto d'armi era stato ottenuto mediante una falsa dichiarazione lavorativa.[15]

Zingale venne scagionato il 6 giugno[15], poiché provvisto di un alibi e per il fatto che la calibro 22 detenuta non aveva sparato di recente, non essendo inoltre ritenuta compatibile.[202][203] Gli inquirenti si erano inoltre concentrati sull'aula assistenti di Filosofia del diritto, mentre lui lavorava alla Biblioteca di Storia Greca, presso Lettere[204], dove fu intravisto da alcuni studenti nei momenti dell'omicidio; anche due colleghi dissero che era nel suo ufficio. Zingale venne però condannato, con patteggiamento, a un anno di reclusione con la condizionale, per i reati di falso in atto pubblico e violazione della legge sul porto d'armi.[104][118]

Il terrorismo[modifica | modifica wikitesto]

Il citato bagno disabili di Statistica fu preso in considerazione anche dagli inquirenti e dai periti del tribunale; a fine ottobre 2003, poco prima della sentenza definitiva Giovanni Scattone e il suo legale indicarono alla stampa la presenza sul luogo e nel giorno del delitto di un dipendente di un'altra impresa di pulizie[205] (nelle stanze usate dagli addetti di aziende di pulizia furono ritrovati bossoli e armi modificate), la Team Service prima e la Smeraldo poi[206], risultato poi appartenente alle Nuove Brigate Rosse, Paolo Broccatelli[205] (in seguito condannato per associazione sovversiva, ha scontato circa 9 anni di carcere), studente di Statistica con pochi esami alla laurea; lavorava anche nei locali dove si trovava il bagno disabili di Statistica, indicato da alcuni testimoni e dalla perizia del prof. Carlo Torre (assieme alle finestre pianterreno di filosofia del diritto) come possibile fonte dello sparo.[207] Oltre al bagno, i presunti brigatisti avevano anche libero accesso ad altri luoghi indicati dalla perizia come possibile punto dello sparo, come lo spogliatoio dipendenti al pianterreno e l'aula informatica.[131][134][207] I titolari dell'inchiesta sulle Nuove BR (tra cui lo stesso Italo Ormanni) ritengono che Broccatelli si trovasse a quell'ora nell'aula di informatica ma con altri studenti (fu però impossibile verificarlo, dato che dall'aula furono sottratti alcuni dischetti ed il registro delle presenze[195]), mentre doveva dedicarsi al "ripasso bagni" la mattina e la sera[206]; Paolo Broccatelli è stato quindi considerato estraneo all'omicidio dagli investigatori.[208]

Questa accusa (Broccatelli non ha comunque mai sporto querela per diffamazione, né è mai stato ufficialmente sospettato) venne però criticata anche da alcuni innocentisti come calunniosa.[131][208][209][210]

Un possibile obiettivo del terrorismo - ipotesi avanzata subito - fu individuato nel professor Cesare Marongiu Buonaiuti (come affermato, in seguito, anche dallo stesso Scattone[208]), storico del cristianesimo moderno e titolare della cattedra di Storia della Chiesa alla facoltà di Scienze politiche, il quale passava in automobile a passo d'uomo nel vialetto quando il proiettile colpì Marta Russo.[50][195]

Allo sbaglio nella mira (causa disturbo o problema alle armi) si sarebbe sommato lo scambio di persona, volendo colpire il guidatore dell'auto di Marongiu Buonaiuti, credendo vi fosse dentro un'altra persona, e colpendo invece Marta Russo che all'ultimo momento (a causa dell'apertura di una porta) si sarebbe spostata bruscamente.[15] Riguardo sempre al terrorismo, Marongiu aveva da poco partecipato anche ad un convegno nel quale era ospite e relatore Gianni Bonvicini, politologo e direttore dell'Istituto affari internazionali, obiettivo dei Nuclei Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria (un gruppo di fiancheggiatori e "aspiranti brigatisti", come il parallelo Organismi Rivoluzionari Combattenti che fu diffidato dalle stesse Nuove BR dall'usarne il nome[211]) nell'attentato fallito di via Brunetti (2001). Tuttavia non sono stati trovati elementi a sostegno della tesi che qualche brigatista credesse che in quella vettura vi fosse in realtà Bonvicini o Massimo D'Antona, e che volesse fare un attentato dimostrativo nell'anniversario dell'uccisione di Moro (9 maggio 1978).[195][208]

Contemporaneamente, un esponente della destra romana, Enzo Ricci (non imparentato con Jolanda Ricci), suggerì che sua figlia (anch'ella somigliante a Marta Russo) poteva essere stata nel mirino di estremisti di sinistra.[212]

Un'altra ipotesi è che fosse partito un colpo accidentale mentre qualcuno provava la mira dalla postazione, in quanto un errore non sarebbe stato rivendicato. Non risulta che nessun supposto terrorista sia mai stato sospettato, né che le loro armi calibro 22 siano state confrontate col proiettile.[195]

La pistola[modifica | modifica wikitesto]

Nel febbraio 1998, una pistola leggermente arrugginita calibro .22[213], con il colpo in canna[214], venne rinvenuta casualmente in un bagno maschile del Rettorato, sotto la sede della Biblioteca Alessandrina[215]; all'idraulico che la rinvenne partì accidentalmente un colpo.[214] In un bagno del Rettorato, annesso a un ripostiglio per le pulizie, un testimone affermò anche di aver visto la scheda tecnica di una pistola, qualche giorno prima del delitto.[2][216]

La pistola arrugginita con la matricola abrasa[214] non era - secondo una sommaria analisi della polizia - stata usata negli ultimi anni, e si trovava in un'intercapedine, avvolta in un berretto di lana; forse era lì da alcuni anni, e venne per ciò confrontata, senza esito, con il proiettile che a suo tempo aveva ucciso Giorgiana Masi; secondo indiscrezioni la pistola poteva essere appartenuta a membri dell'Autonomia Operaia.[120][217] I periti ipotizzarono all'inizio come arma una pistola "Bernardelli" a canna lunga con silenziatore, in seguito cambiando idea sulla tipologia precisa[37], ipotizzando una pistola a canna lunga per il tiro sportivo, .22 Long Rifle[106]; la pistola ritrovata era compatibile col proiettile ma era una Beretta a canna corta. Secondo i periti la ruggine era troppa per essersi formata in nove mesi, a meno che non fosse arrugginita già nel maggio 1997 (ma il proiettile non aveva ruggine), e scartarono la Beretta.[213] Per motivi tecnici venne evitata l'analisi approfondita dell'arma, chiesta da difesa e accusa. C'erano inoltre piccole differenze nelle tracce delle rigature della canna sui proiettili e non venne trovato alcun silenziatore.[218] Per un test sicuro, sarebbero occorse prove di sparo per le quali serviva il restauro della pistola, rimasta col carrello bloccato.[219]

Altre teorie[modifica | modifica wikitesto]

Altre teorie e ipotesi furono:

  • un colpo accidentale partito ad una persona sconosciuta nel maneggiare un'arma, magari ritrovata casualmente da un operaio durante le ristrutturazioni di alcuni locali (facendo l'esempio del colpo partito all'idraulico che trovò la citata Beretta)[2][220][221];
  • un cecchino psicopatico, forse seriale.[191][222][223] Per il criminologo Lavorino il colpo era «partito dal bagno dei disabili e si è fratturato nella testa della povera ragazza perché è stato intagliato prima. Il colpevole è un soggetto psicopatico, una personalità inadeguata che voleva uccidere qualcuno ad effetto dimostrativo. Non un serial killer, ma uno stragista».[222] Nel 2001 si verificò un caso simile in via Trastevere, quando una religiosa, suor Piera Lucia Sonnetti, venne ferita al collo e a un polmone da un proiettile calibro .22, forse sparato da un'arma silenziata; il colpevole non venne mai individuato. Il caso è stato talvolta avvicinato a quello di Marta Russo.[223][224] Sono stati fatti paragoni anche con omicidi irrisolti dalle modalità somiglianti, come quello del detective Duilio Saggia Civitelli (1995) alla stazione ostiense e del fotografo Daniele Lo Presti (2010) sul Lungotevere, uccisi da un colpo alla nuca di piccolo calibro, forse proprio calibro .22; anche in questi casi, come accaduto a Marta Russo, all'inizio i soccorritori pensarono ad un malore.[106][225]
  • un colpo (i difensori di Scattone paventeranno l'impistaggio o il depistaggio di copertura) sparato da un "agente" o "poliziotto in borghese", oppure da una guardia del corpo, da un docente o altri dipendenti o studenti.[15][42][223]
  • Vennero vagliati subito possibili moventi personali[226], o legati a scandali del mondo universitario e dell'ateneo romano[227][228], nel caso in cui la vittima o l'amica Jolanda avessero visto cose "scomode" e volessero denunciarle, o vi fosse il risentimento di qualcuno contro di loro.[210]

Polemiche successive[modifica | modifica wikitesto]

Nel settembre 2003 Salvatore Ferraro cominciò a lavorare come sceneggiatore per teatro e cinema, oltre che nella musica.[229][230] Nel 2005 finì di scontare la pena ai domiciliari; è inoltre divenuto un militante del Partito Radicale, tra i dirigenti dell'Associazione "Il Detenuto Ignoto", e fu anche collaboratore esterno della Camera dei deputati dal 2006 al 2008, retribuito da Daniele Capezzone, allora Presidente della Commissione Attività Produttive.[229] Nel 2005 finì di scontare la pena ai domiciliari; è inoltre divenuto un militante del Partito Radicale, tra i dirigenti dell'Associazione "Il Detenuto Ignoto", e fu anche collaboratore esterno della Camera dei deputati dal 2006 al 2008, retribuito da Daniele Capezzone, allora Presidente della Commissione Attività Produttive.[231]

Nel 2011, scontata la pena, prima in carcere, poi ai servizi sociali (2004-2006), Giovanni Scattone ottenne una supplenza in storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma, dove aveva studiato Marta Russo, generando pareri contrastanti tra insegnanti, genitori e studenti riguardo alla sua riammissione all'insegnamento.[232][233][234] Dopo un periodo di polemiche accese, Scattone decise di abbandonare l'incarico, nonostante fosse la sua principale fonte di sostentamento.[234] Dopo un periodo di polemiche accese, Scattone decise di abbandonare l'incarico, nonostante fosse la sua principale fonte di sostentamento.[235] Tornò poi a insegnare filosofia nel liceo Primo Levi[236], e in anni successivi come insegnante supplente di materie umanistiche in altri licei.[237]

Per buona parte di coloro che seguirono il processo, la conclusione fu considerata insoddisfacente, tale da far entrare il caso nei misteri della storia italiana.[2][17] Secondo Giovanni Valentini, la condanna per omicidio colposo a Scattone con il semplice favoreggiamento a Ferraro - pene scontate in gran parte come carcere preventivo - fu una sorta di compromesso (assieme ai vari proscioglimenti) tra una vera condanna per omicidio volontario e un'assoluzione, qualcosa di paragonabile alla vecchia formula processuale dell'insufficienza di prove o formula "dubitativa".[2][17][238] Questa tesi è sempre stata respinta dalla procura e dalla famiglia Russo.

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Cinema e televisione[modifica | modifica wikitesto]

  • La miniserie televisiva Morte di una ragazza perbene (1999), liberamente ispirata all'omicidio di Marta Russo.
  • Al di là di ogni ragionevole dubbio di Franco ed Enrico Carrozzino (2001), documentario su Salvatore Ferraro
  • Delitti: L'enigma di Marta Russo (2011) docu-fiction di History Channel, episodio della quinta stagione

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

  • Aldo Nove, Marta Russo, racconto contenuto nel volume Superwoobinda (1998)
  • Diego Paszkowski, Tesi su un omicidio, postfazione di Giancarlo De Cataldo, Fanucci, 2004 - romanzo ispirato alla storia di Marta Russo ma ambientato in Argentina
  • Salvatore G. Santagata, La segretaria e l'onorevole, Pellegrini, 2004 - nel romanzo, ambientato nel 1997, viene brevemente ricordato il delitto di Marta Russo, in particolare la ritrattazione di Francesco Liparota
  • Giuseppe Ruggeri, L'ovale perfetto, A e B, 2014

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovani cannibali (1998), regia di Pino Quartillo, contenente il monologo tratto dal raccolto citato di Aldo Nove
  • Una giornata qualunque (2010), di Simone Farina, liberamente ispirato alla vicenda di Marta Russo, proponendo una lettura simile alla cosiddetta pista alternativa sulle Nuove BR (un proiettile destinato a un professore che invece colpisce una studentessa) e sposando implicitamente la tesi dell'innocenza di Scattone; il dramma è incentrato principalmente sul dolore privato del padre della vittima e sul rapporto instaurato con uno dei killer, dopo averlo rapito per scoprirne il vero movente[239]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il delitto della Sapienza - Il caso Marta Russo, dal sito Misteri Italiani
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Emilio Fabio Torsello, Le ombre del caso Marta Russo
  3. ^ «È stato un processo di polizia, usati metodi da Inquisizione»
  4. ^ Marco Catino, Sociologia di un delitto, [1], Sossella, 2001
  5. ^ Video-shock: chiesto il processo per i pm
  6. ^ Davide Giacalone, L'Italia come bugia, Rubbettino, 2003, pag. 218
  7. ^ a b Andrea Accorsi, Massimo Centini, I grandi delitti italiani risolti o irrisolti, «Marta Russo»
  8. ^ a b c Marta Russo, prosciolti i magistrati romani
  9. ^ a b c d e f g Ferdinando Imposimato, L'errore giudiziario, pagg. 159-163
  10. ^ a b Anche la Lipari vide Ferraro nell’aula VI. L’assistente: «Allora mi suicido...», l'Unità, pag. 13, 3 luglio 1997
  11. ^ Dossier Marta Russo
  12. ^ Questa ipotesi venne invece criticata dalla sentenza d'appello
  13. ^ a b c "Scattone non sapeva che la pistola con cui sparò era carica"
  14. ^ a b c d e f g h i j k Leggete la sentenza del processo "Marta Russo" su Il Foglio, 6 ottobre 1999
  15. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x Comitato per la Difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, Le cosiddette piste alternative
  16. ^ Processo Marta Russo. 969 pagine della Corte
  17. ^ a b c Cristiano Armati, Yari Servetella, Roma criminale. Il lato oscuro della città eterna, Newton Compton, 2008
  18. ^ a b Killer all'università, studentessa in coma
  19. ^ Appunti sulla morte di Marta Russo, Corriere della sera
  20. ^ a b Redazione, Marta Russo, un caso lungo due anni, La Repubblica, 1º giugno 1999. URL consultato il 25 febbraio 2013.
  21. ^ Una nuova tomba per Marta Russo
  22. ^ Per Marta Russo laurea in memoria lunedi' con Scalfaro
  23. ^ Corriere della Sera articolo del 29 dicembre 2001 [2]
  24. ^ Laboratorio di modellazione e rilievo in tre dimensioni.
  25. ^ Development of Integrated Automatic Procedure for Restoration of Monuments.
  26. ^ La Repubblica Effetti speciali in aula targati Hollywood
  27. ^ Cecchino spara all'Università
  28. ^ Un laser per la verità su Marta
  29. ^ a b c d Edoardo Mori, Drammatica situazione delle scienze forensi in Italia
  30. ^ a b c d Marta, piste alternative tra missive e testimoni
  31. ^ Agguato all'università, studentessa in coma
  32. ^ Peppino Impastato (sempre 9 maggio 1978) e Ulrike Meinhof (9 maggio 1976)
  33. ^ Sapienza, schede sospette
  34. ^ Cfr. i cosiddetti Serenissimi, lo stesso giorno a Venezia.
  35. ^ a b c Yara, Sarah Scazzi, Marta Russo: quando le inchieste ripartono da zero
  36. ^ a b c Haver Flavio, " Scattone aveva in mano una pistola ", Il Corriere della Sera, 15 settembre 1998. URL consultato il 23 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il ).
  37. ^ a b c Il killer di Marta sparò col silenziatore
  38. ^ a b Marta, ora spunta un altro uomo
  39. ^ a b c d e Enrico Ratto, Caso Marta Russo: Intervista a Giovanni Valentini, pedro.it. URL consultato il 15 ottobre 2014.
    «Giovanni Valentini è editorialista della "Repubblica", ha diretto "L’Europeo" e poi "L’Espresso". È autore del libro "Il mistero della Sapienza - il caso Marta Russo" (Baldini & Castoldi).».
  40. ^ a b c d e f g h i Flavio Haver, "Colpita per errore, il bersaglio era l'amica", in Corriere della Sera, 13 maggio 1997. (archiviato dall'originale il 22 dicembre 2015).
  41. ^ Lettera di Giovanni Scattone ai giudici della Cassazione
  42. ^ a b c Di Gianvito Lavinia, «Marta Russo, non ci fu complotto», Il Corriere della Sera, 15 ottobre 2005. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  43. ^ Giuliana Olzai, sorella di Bernardino Olzai (morto in uno scontro a fuoco con la polizia) e Diego Olzai, coinvolti nel sequestro di Dante Belardinelli nel 1989
  44. ^ Alberto Beretta Anguissola, Le memorie troppo volontarie di Maria Chiara Lipari
  45. ^ a b «Volevo suicidarmi, ora torno a vivere»
  46. ^ Corrado Augias, Indizi, veleni e misteri di un delitto senza movente
  47. ^ Haver Flavio, Marta Russo, scontro tra i professori, Il Corriere della Sera, 16 luglio 1998. URL consultato il 25 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il ).
  48. ^ a b Di Gianvito Lavinia, "Provavano il delitto perfetto", Il Corriere della Sera, 5 settembre 1997. URL consultato il 23 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il ).
  49. ^ Kennedy, Frances. "It was the perfect crime. So who made the fatal error?", The Independent, 1999-06-08. Retrieved on 2009-07-08.
  50. ^ a b Uccisa Marta sono andati a festeggiare
  51. ^ I giornali ipotizzarono anche delle fantasiose connessioni tra il "Superuomo" di Nietzsche (tesi portata avanti durante il processo di primo grado dal pm Ormanni, nonostante Scattone non fosse mai stato uno studioso del filosofo tedesco) e la figura di Raskolnikov, il protagonista immaginario di Delitto e castigo di Dostoevskij, che realizza un delitto quasi perfetto e che reputa a fin di bene, ma poi confessa tutto al giudice Porfirij Petrovič, spinto dal rimorso, o con i film di Hitchcock Delitto perfetto e Delitto per delitto. Qualcun altro ipotizzò che lo sparatore avesse preso esempio da una scena del film Schindler's list, andato in onda la sera prima, in cui si vede il nazista Amon Göth (interpretato da Ralph Fiennes) sparare a casaccio sugli ebrei, pur non risultando che i due indagati avessero simpatie per l'estrema destra o la passione delle armi. Alle fantasiose ricostruzioni giornalistiche collaborarono anche scrittori come Niccolò Ammaniti. Intervennero personalità della cultura, come Margherita Hack, all'inizio tutti colpevolisti. Durante il processo vennero usati anche scritti personali - come racconti di genere poliziesco o noir, nonché testi di canzoni e poesie, o gli appunti e il diario - di Ferraro, onde dimostrarne la presunta "personalità criminale", secondo il teorema accusatorio. Alle stesso modo, per Scattone l'accusa tentò di usare come argomento un articolo dal titolo J. Rachels sull'uccidere e il lasciar morire (1995), che in realtà non aveva nulla a che fare con gli omicidi, ma era una pubblicazione scientifica sul tema dell'eutanasia tratta dalla rivista specialistica Bioetica (cfr. Raccolta di volumi de L'Espresso - Volume 43, Edizioni 26-30 - Pagina 68). Sia Scattone sia Ferraro che l'altro indagato, Liparota, manifestarono propositi suicidi a causa di ciò e della carcerazione lunga. Particolarmente aggressivi e violenti nei confronti di Scattone, accogliendo pienamente le tesi dell'accusa, furono gli articoli che affermarono (spesso invadendone la privacy e a torto) che fosse appassionato di tematiche violente e con propositi omicidi programmati assieme a Ferraro: parlarono di "personalità psicopatica", di "liste con persone da uccidere", di superomismo, volontà omicida, ecc. Si veda: Fabrizio Roncone, Hanno scelto Marta per il delitto perfetto. Ecco il movente, il caso ora è chiuso, su l'Unità; Roncone in seguito parve cambiare idea (cfr. «Caso Marta Russo, giudichiamo anche i cronisti»); ma nessuna di questa affermazioni trovò riscontro al processo.
  52. ^ a b Paolo Brogi, Nuovo alibi per Scattone, un'altra donna nel mistero
  53. ^ Altro colpo all' alibi di Scattone
  54. ^ Un certificato per l'alibi di Scattone
  55. ^ Giovanni Valentini, Quegli alibi così normali
  56. ^ a b c Corrado Augias, Indizi, veleni e misteri, un delitto senza movente
  57. ^ Marta, indagato teste dell'accusa
  58. ^ a b Strane Storie: osservazioni in merito ad un delitto
  59. ^ Caso Marta Russo: specchio di una giustizia malata
  60. ^ Processo Marta, pm all'attacco. Ferraro smentito dai tabulati
  61. ^ Il superteste è un imputato di tentato omicidio
  62. ^ Venti anni fa il delitto Marta Russo. "Questo libro non s'ha da pubblicare"
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  71. ^ a b c d Marta Russo, sull'aula 6 si sbriciolano le prove
  72. ^ Ferraro: «Mi offrirono di accusare Scattone»
  73. ^ a b Processo Marta, il giallo delle bobine
  74. ^ a b Vacilla la verità di Gabriella Alletto
  75. ^ Non li vidi sparare, non c'ero
  76. ^ a b c d e f la Repubblica/fatti: Marta Russo, i due pm rischiano la sostituzione
  77. ^ Allora spiegatemi cosa devo dire...
  78. ^ Il caso Marta Russo - Interrogatorio di Gabriella Alletto
  79. ^ Stralci dell'interrogatorio
  80. ^ Vincenzo Vasile, «...Dovevano mette' proprio me nel sacco...»
  81. ^ "Se è vero che ci sta il Cristo", da Misteri d'Italia
  82. ^ Vittorio Pezzuto, Tutta la verità sul caso Marta Russo
  83. ^ All'Alletto un disegno del pm
  84. ^ a b La super teste Alletto "non sa" ma "non esclude"
  85. ^ a b Il drammatico confronto: «Vi ho visto, dovete confessare» Quelle pressioni sulla Alletto e l'inchiesta di Flick sui Pm
  86. ^ Delitto alla Sapienza, la bibliotecaria racconta le confidenze della superteste. Caso Marta, un’altra ombra sull’Alletto. Un’amica: non era nell’aula sei
  87. ^ Beretta Anguissola-Figà Talamanca, p. 21
  88. ^ Marta, è colpo di scena. Alletto: "Non parlo più"
  89. ^ Considerazioni sulle motivazioni della sentenza d'appello del processo per la morte di Marta Russo
  90. ^ 'SI', SCATTONE HA SPARATO ... ' LA ALLETTO NON HA DUBBI
  91. ^ Cerami: ma contano solo i fatti
  92. ^ a b Il processo Marta Russo: notizie e considerazioni sulle principali risultanze del dibattimento (20/4/98 - 30/5/99)
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  95. ^ E la superteste si contraddice sulla pistola di Scattone
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  97. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi, pag. 215
  98. ^ Marta Russo: "Scattone sparò consapevolmente"
  99. ^ Marta, due metri per morire. Nuova ipotesi sull'omicidio
  100. ^ a b Scontro in aula tra Scattone e la Alletto
  101. ^ a b "Ho sentito lo sparo, alla finestra c'era Scattone"
  102. ^ Alletto, troppi "non so", prime crepe nell'accusa
  103. ^ Alletto: "Li ho visti"
  104. ^ a b Alletto: mi sono comportata da madre di famiglia
  105. ^ Un quarto uomo nel giallo di Marta
  106. ^ a b c Trasmissione Diritto di cronaca: Marta Russo, di Giovanni Lucifora, con Pasquale Ragone (direttore Cronaca e Dossier), Emilio Orlando e Nia Guaita (sociologa, esperta di comunicazione non verbale, linguaggio del corpo, prossemica, microespressioni e cinesica)
  107. ^ a b La superteste: "Basta, confessate"
  108. ^ a b Brogi Paolo, Gabriella Alletto ottiene il rinvio a giudizio di Taradash, Il Corriere della Sera, 13 febbraio 1999. URL consultato il 23 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il ).
  109. ^ a b Marta e false piste, Vecchione scende in campo
  110. ^ a b IL RUOLO DEI SERVIZI SEGRETI Ecco gli omicidi irrisolti in cui compare sempre uno 007
  111. ^ "Alletto ipnotizzata perché accusasse"
  112. ^ a b Alletto: Taradash rinviato a giudizio
  113. ^ a b c d e Informazione e giustizia
  114. ^ a b Inchiesta Marta Russo "Testimone ipnotizzata". Il criminologo Lavorino aveva accusato i pm Ora dovrà risarcirli
  115. ^ Perché gli innocenti confessano: la tecnica Reid
  116. ^ Piergiorgio Strata, Le false memorie
  117. ^ a b c d «Quella teste odia la procura»
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  119. ^ L'omicidio di Marta Russo nella ricostruzione di Roberta Bruzzone (I parte)
  120. ^ a b c d e I periti e le prove negate Nessuno sparò dall'aula 6
  121. ^ Altre mostruosità - Dice il pg della Cassazione che il processo Marta Russo non è degno di uno Stato di diritto (l’Anm tace), Il Foglio, 7 dicembre 2001
  122. ^ Le ragioni del nostro impegno, Comitato per la Difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro
  123. ^ Condannato definitivamente nel 2014 a due anni di reclusione per falsificazione di prove, avvenuta nel suo laboratorio, nel caso di Elvo Zornitta, un ingegnere di Pordenone accusato ingiustamente di essere il bombarolo soprannominato "Unabomber italiano".
  124. ^ Unabomber, la Cassazione conferma: condannato a due anni il poliziotto Zernar
  125. ^ "Quel giorno c'ero anch'io"
  126. ^ a b c Giovanni Scattone non ci sta: "Mi si vuole impedire un'esistenza normale"
  127. ^ Marta Russo, la perizia non chiarisce i dubbi
  128. ^ Rita Pennarola, Periti e pentiti
  129. ^ Marta Russo, la perizia balistica non dà certezze
  130. ^ Tre perizie, mille dubbi. Il caso Marta resta aperto
  131. ^ a b c Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi, pag. 214 e segg.
  132. ^ a b Marta, teste e periti sconfessano l'accusa
  133. ^ «ARRINGA DELL'AVV. FRANCESCO PETRELLI, DIFENSORE DEL DOTT. GIOVANNI SCATTONE, AL PROCESSO D'APPELLO PER LA MORTE DI MARTA RUSSO», 14 giugno 2000
  134. ^ a b Daniele Mastrogiacomo, La stessa polvere da sparo dall'aula 6 fino a Marta
  135. ^ L'udienza del 4 maggio
  136. ^ Marta Russo, l'appello bis, si cerca l'ultima verità
  137. ^ Marta Russo: chiesti 18 anni per Scattone e Ferraro
  138. ^ Guido Vitiello, Poetic Justice. Il caso Marta Russo, dieci anni dopo
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  143. ^ Testo dell'esposto
  144. ^ Al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura
  145. ^ a b MARTA RUSSO: B. ANGUISSOLA,NO A COLORITURE DI PARTE NEL COMITATO
  146. ^ ad esempio, l'articolo Psicanalisi della giustizia
  147. ^ Scattone e Ferraro nella rete
  148. ^ Una recensione del libro di Giovanni Valentini Il mistero della Sapienza, di Alberto Beretta Anguissola
  149. ^ MARTA RUSSO: MANTOVANO, METODI DA 'STRISCIA LA NOTIZIA'
  150. ^ Articoli in pdf de l'Unità
  151. ^ Adesioni al Comitato pro Scattone e Ferraro
  152. ^ MARTA RUSSO: DA SCATTONE E FERRARO ESPOSTO CONTRO I PM
  153. ^ Comitato per la difesa di Scattone e Ferraro
  154. ^ In tal modo il giornalista diventa complice: quello che accade e che si scrive nei primi giorni diviene spesso determinante l'opinione pubblica né quella dei giudici popolari, che si rifanno alla prima impressione, adeguandosi alla tesi dell'accusa. A causa del "libero convincimento del giudice", una campagna di stampa colpevolista può avere effetti irreversibili ai fini di un'ingiusta condanna. Nel caso citato, benché la sentenza di condanna per colpa abbia escluso il dolo, la prima ricostruzione (un omicidio effettuato per gioco o per realizzare il "delitto perfetto") rimase legata al caso nella mente di parte dell'opinione pubblica, a causa di una campagna stampa aggressiva e accondiscendente verso le tesi degli investigatori e dei pubblici ministeri, i quali si avvalsero spesso dello strumento della querela per difendere il loro teorema giudiziario. Gli imputati, secondo il magistrato e avvocato, sono stati, quindi, gravemente danneggiati dalla stampa, e nessuno ha dovuto pagare un prezzo o un risarcimento per questo, come in altri casi simili, a differenza di quanto avviene in altri Paesi (ad esempio, negli Stati Uniti, anticipare sugli organi di stampa, in maniera netta, un verdetto di un tribunale può portare anche all'incriminazione per oltraggio alla corte). La stampa ha cessato di essere colpevolista a prescindere solo dopo il video della Alletto, mentre già prima sarebbe stato possibile dare un giudizio.
  155. ^ La drammatica situazione delle scienze forensi in Italia
  156. ^ «Per pura ipotesi si potrebbe supporre che la pistola avesse una provenienza sporca, magari era stata usata per qualche cosa di orrendo, magari da qualcuno importante. Nessuno è riuscito ad accertare la provenienza della pistola... Perché Liparota era terrorizzato e, terrorizzato, aveva ritrattato tutto? Per le minacce che aveva subito lui stesso o per le minacce che avevano subito Scattone e Ferraro? Per pura ipotesi naturalmente ce lo chiediamo... Due poveri ragazzi: dietro c'è qualcosa d'altro?» cfr.Il 9 maggio ‘97 la studentessa fu colpita a morte da un colpo di pistola. Se la condanna sarà confermata, Scattone e Ferraro torneranno in carcere «Un processo gestito dai media» Delitto Marta Russo, parla l'avvocato di parte civile, Flammini Minuto: un coro di innocentisti nonostante le perizie
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  161. ^ Il Csm assolve Geraci: «Il pm non fu scorretto»
  162. ^ a b Marta Russo: La sentenza della Cassazione (documento del 6/12/2001)
  163. ^ Comincia martedì, a cinque anni dall'omicidio. La mamma della ragazza uccisa all'Univeristà La Sapienza di Roma: «Speriamo che finisca presto» Marta Russo, il processo riparte dai testimoni
  164. ^ Haver Flavio, «Condanna più severa a Scattone», Il Corriere della Sera, 5 maggio 2003. URL consultato il 23 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il ).
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  166. ^ Di Gianvito Lavinia, Marta Russo, libero Scattone «Voglio un lavoro e dei figli», Il Corriere della Sera, 3 aprile 2004. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  167. ^ a b «Scattone e Ferraro, colpevoli per sempre». Caso Marta Russo, la Cassazione conferma le condanne dei due ricercatori ma riduce le pene. Assolto Liparota
  168. ^ Studio Legale Liparota - I professionisti
  169. ^ Giovanni Scattone - Biografia
  170. ^ Marta Russo, Scattone e Ferraro condannati anche in Cassazione
  171. ^ Salvatore Ferraro ora lavora in Parlamento. Condannato per la morte di Marta Russo, ha scontato la pena. Collabora con Capezzone alla commissione Attività produttive
  172. ^ Scattone e Ferraro: pene ridotte ma confermate
  173. ^ Marta Russo, stabilito il risarcimento di un milione di euro
  174. ^ Ferraro e Scattone, la seconda vita in attesa dell'appello
  175. ^ a b c Ricorso di Giovanni Scattone alla CEDU
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  177. ^ La Alletto chiede alla Sapienza 750 mila euro per pagare i legali
  178. ^ Marta Russo: fuori amica Ferraro per "slogan" su maglietta
  179. ^ Scattone. Capezzone: spero che finisca accanimento contro di lui
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    «Il direttore del carcere di Rebibbia, il gendarme dottor Giovanni Castellano, i suoi due vicedirettori, Vincenzo Barbera e Renato Ricci, (che avevano presenziato di persona al pestaggio dei detenuti per accertarsi che le botte andassero a segno), alcuni sottufficiali e numerose guardie carcerarie, sono stati indiziati del reato di lesioni per aver sottoposto più di 45 detenuti al massacro di botte e di manganellate della notte del 12 luglio scorso. Ieri un avvocato ha sporto denuncia al magistrato perché il detenuto da lui difeso è in fin di vita in conseguenza delle botte ricevute quella notte.».
  186. ^ a b Flavio Haver, "Volevano colpire me, non Marta Russo"
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  192. ^ Diario di Pasquale De Feo 22 ottobre – 21 dicembre, blog Urla dal Silenzio
  193. ^ «Piuttosto, ascolti bene... le verità processuali non sono mai quelle storiche. Penso a quel poveretto, Scattone, che non vogliono che insegni al liceo, quando secondo me non c’entra neanche con il delitto all’università e, comunque, ha scontato l’intera pena» (da L’Accattone e l’inchiesta Orlandi: «L’archiviazione è illogica»)
  194. ^ Marta, uno sparo dal tunnel
  195. ^ a b c d e f Giallo Marta Russo: atto terroristico?
  196. ^ Arresto eccellente per Marta
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  198. ^ "L'assassino di Marta è libero e a noi ci ammazzano di botte"
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  202. ^ "Quella pistola non ha sparato"
  203. ^ "Mostro sbattuto in prima pagina"
  204. ^ GIALLO DELL' UNIVERSITA' PARLA UNO DEGLI INDAGATI 'LA MIA VITA STRAVOLTA ... '
  205. ^ a b Sostiene Scattone: ci sono i brigatisti dietro il caso Marta Russo. Condannato da tre Corti, torna a parlare l'ex assistente di filosofia. Dice: Broccatelli lavorava alla Sapienza come addetto alle pulizie e quel giorno era in servizio
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  212. ^ Marta russo: le "piste alternative" scartate dalla polizia
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  216. ^ Caso Marta Russo, la testimonianza: “Nel bagno del Rettorato la scheda tecnica di una pistola”
  217. ^ L’arma del delitto potrebbe confermare che ad uccidere la ragazza fu l’autonomo Fabrizio Nanni. Giorgiana Masi, si cerca la pistola
  218. ^ Stop ai test sulla Beretta trovata alla Sapienza
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  220. ^ Francesco Luna, Quando finirà il calvario di Giovanni Scattone?
  221. ^ Le nuove piste: la ruggine e un berretto di lana nero
  222. ^ a b MARTA RUSSO: DETECTIVE LAVORINO, ORA INDAGINI A TUTTO CAMPO. "COLPO MORTALE DA BAGNO DISABILI, COLPEVOLE UNO 'STRAGISTA'"
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  224. ^ Suora colpita come Marta Russo Roma, sparo in viale Trastevere. La donna in ospedale: non è grave
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  226. ^ Marta, il Corvo scrive: "è un affare di sesso"
  227. ^ Alla Sapienza scatta anche l'indagine interna
  228. ^ Quella facoltà dal 30 e frode a Marta Russo
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Salvatore Ferraro, Il dito contro. Memoriale del processo per l'assassinio di Marta Russo, prefazione di Vittorio Feltri, Avagliano, 2001.
  • Davide Giacalone, L'Italia come bugia, Rubbettino, 2003
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  • Massimo Picozzi, Carlo Lucarelli, Scena del crimine: storie di delitti efferati e di investigazioni scientifiche, Mondadori, 2005
  • Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli, La nera. Storia fotografica di grandi delitti italiani dal 1946 a oggi, Mondadori, 2008.
  • Cinzia Palopodi, Psicologia della testimonianza: il caso Marta Russo, Istituto Meme, 2007, testo
  • Sabina Marchesi, I processi del secolo. Enigmi, retroscena, orrori e verità in trenta casi giudiziari italiani da Gino Girolimoni a Marta Russo, Olimpia, 2008.
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  • Giancarlo De Cataldo, In giustizia, Rizzoli, 2011
  • Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, Newton Compton, 2011
  • Annalisa Chirico, Condannati preventivi. Le manette facili di uno Stato fuorilegge, Rubbettino, 2012.
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