Lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli, menzionata anche come appello (o manifesto) contro il commissario Calabresi, è un documento pubblicato dal settimanale L'Espresso, con cui numerosi politici, giornalisti e intellettuali chiesero la destituzione di alcuni funzionari, ritenuti artefici di gravi omissioni e negligenze nell'accertamento delle responsabilità circa la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra mentre era in stato di fermo presso la questura di Milano, nell'ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana condotte dal commissario Luigi Calabresi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La lettera formula una serie di accuse a persone che avrebbero condizionato, a vario titolo, l'iter processuale in favore del commissario Calabresi, partendo dal presupposto che Pinelli fosse stato ucciso e che sussistesse una responsabilità di Calabresi in merito alla sua morte. Tali persone sono: Carlo Biotti, il giudice che avrebbe dovuto pronunciarsi sul procedimento per diffamazione promosso da Calabresi nei confronti di Lotta Continua e che, prima di essere ricusato su iniziativa della difesa di Calabresi, aveva chiesto la riesumazione del corpo di Pinelli; Michele Lener, avvocato di Calabresi; Marcello Guida, questore di Milano all'epoca del caso Pinelli, il quale, nella prima conferenza stampa relativa alla morte di Pinelli, aveva sostenuto la tesi del suicidio a causa dell'implicazione dell'anarchico nella strage[1]; Giovanni Caizzi e Carlo Amati, magistrati milanesi che indagarono sulla morte di Pinelli.

Il 10 giugno 1971, la lettera fu inizialmente sottoscritta da dieci firmatari: Mario Berengo, Anna Maria Brizio, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giulio A. Maccacaro, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin e Mario Spinella. La lettera aperta fu pubblicata sul settimanale L'Espresso il 13 giugno, a margine di un articolo di Camilla Cederna intitolato Colpi di scena e colpi di karate. Gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli. Il titolo si ispira all'ipotesi, emersa da alcune prime indiscrezioni sulle ferite ritrovate sul corpo di Pinelli e sostenuta da Lotta Continua e da diversi ambienti extraparlamentari, che la defenestrazione di Pinelli fosse stata causata da un colpo di karate. Le settimane successive, il 20 e il 27 giugno, la lettera venne ripubblicata, con l'adesione di centinaia di personalità del mondo politico e intellettuale italiano, fino a giungere a 757 firme.

Il linguaggio usato nella lettera, caratteristico di quegli anni di aspri e violenti scontri ideologici[2], è particolarmente diretto ed accusatorio, al punto che successivamente, in tempi e modi diversi, alcuni dei firmatari rivedettero le loro posizioni. Norberto Bobbio, ad esempio, in una lettera aperta indirizzata ad Adriano Sofri pubblicata su la Repubblica il 28 marzo 1998, parla apertamente di «orrore» nel rileggere quelle parole, distinguendo tuttavia merito del comunicato, sul quale non intese ritrattare, e linguaggio[3]. Altri, invece, come Paolo Mieli[4] e Carlo Ripa di Meana[5], ritrattarono la sottoscrizione dell'appello, ritenendo che esistesse un nesso di causalità con l'omicidio del Commissario Calabresi, avvenuto circa un anno dopo. Giampaolo Pansa, il quale invece declinò l'invito a firmare l'appello, afferma che dette «un avallo al successivo assassinio di Calabresi»[6]. Folco Quilici e Oliviero Toscani[7] negarono invece di avere mai sottoscritto l'appello.

Il testo integrale[modifica | modifica wikitesto]

« Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione.

Oggi come ieri - quando denunciammo apertamente l'arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida[8], e l'indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati - il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione.

Una ricusazione di coscienza - che non ha minor legittimità di quella di diritto - rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini. »

Elenco dei firmatari[modifica | modifica wikitesto]

Segue l'elenco dei 757 firmatari della lettera[9] in ordine alfabetico.

  • Giorgio De Marchis
  • Giorgio De Maria
  • Giovanni De Martini
  • Tullio De Mauro
  • Stefano De Seta
  • Vincenzo De Toma
  • Stefano De Vecchi
  • Sergio De Vio
  • Vittoria De Vio
  • Giuseppe Del Bo
  • Giuseppe Della Rocca
  • Giampiero Dell'Acqua
  • Luigi Dell'Oro
  • Anna Maria Demartini
  • Bibi Dentale
  • Fabrizio Dentice
  • Luca D'Eramo
  • Stefano Di Donat
  • Sara Di Salvo
  • Tommaso Di Salvo
  • Luciano Doddoli
  • Delia Dominella
  • Piero Dorazi
  • Gillo Dorfles
  • Umberto Dragone
  • Guglielmo Dri
  • Susan Dubiner
  • Antonio Duca
  • Umberto Eco
  • Giulio Einaudi
  • Ingrid Enbom
  • Angelo Ephrikian
  • Maria Concetta Epifani
  • Sergio Erede
  • Bruno Ermini
  • Franco Ermini
  • Vincenzo Eulisse
  • Gianni Fabbri
  • Marisa Fabbri
  • Bruno Fabretto
  • Mario Fabretto
  • Elvio Fachinelli
  • Vittorio Fagone
  • Carlo Falconi
  • Annagiulia Fani
  • Teresa Fanigarda
  • Alberto Farassino
  • Luciana Farinella
  • Franco Fayenz
  • Federico Fellini
  • Inge Feltrinelli
  • Marina Feraci
  • Mario Ferrantelli
  • Alberto Ferrari
  • Ernesto Ferrero
  • Arnaldo Ferroni
  • Pierluigi Ficoneri
  • Gaetana Filippi
  • Giampaolo Filotico
  • Piero Filotico
  • Marco Fini
  • Paola Fini
  • Roberto Finzi
  • Milva Fiorani
  • Elio Fiore
  • Leonardo Fiori
  • Giosuè Fittipaldi
  • Dario Fo
  • Luciano Foà
  • Domenico Foderaro
  • Carla Fontana
  • Manuele Fontana
  • Massimiliano Fontana
  • Ada Fonzi
  • Bruno Fonzi
  • Franco Fornari
  • Carla Forta
  • Franco Fortini
  • Paolo Fossati
  • Gennaro Fradusco
  • Bruna Franci
  • Aldo Franco
  • Giuseppe Franco
  • Bice Fubini
  • Marisetta Fubini
  • Alberto Fuga
  • Mario Fumero
  • Maria Grazia Furlani Marchi
  • Floriana Fusco
  • Benedetta Galassi Beria
  • Giancarlo Galassi Beria
  • Silvia Galaverni
  • Aldo Galbiati
  • Virginia Galimberti
  • Mario Gallo
  • Severino Gambato
  • Lucio Gambi
  • Renato Gambier
  • Antonio Gambino
  • Maria Teresa Gardella
  • Edoardo Garrone
  • Emilio Garroni
  • Giustino Gasbarri
  • Cristiano Gasparetto
  • Maria Gasparetto Schiavon
  • Luciano Gaspari
  • Bruna Gasparini
  • Nuccia Gasparotto
  • Mario Gatti
  • Anna Gattinoni
  • Camillo Gattinoni
  • Emilio Gavazzotti
  • Ugo Gazzini
  • Mariella Genta
  • Mauro Gentili
  • Alessandro Gerbi
  • Francesco Ghiretti
  • Anna Ghiretti Magaldi
  • Bona Ghisalberti
  • Giobattista Gianquinto
  • Natalia Ginzburg
  • Giovanni Giolitti
  • Vincenzo Giordano
  • Fabio Giovagnoli
  • Giovanni Giudici
  • Marinella Giusti
  • Enzo Golino
  • Letizia Gonzales
  • Vittorio Gorresio
  • Delia Grà
  • Romano Stefano Granata
  • Paola Grano
  • Franco Graziosi
  • Armando Greco
  • Carlo Gregoretti
  • Ugo Gregoretti
  • Augusta Gregorini
  • Laura Grisi
  • Laura Griziotti
  • Anna Gualtieri
  • Franca Gualtieri
  • Luciano Guardigli
  • Pierluciano Guardigli
  • Ruggero Guarini
  • Augusto Guerra
  • Salvatore Guglielmino
  • Armanda Guiducci
  • Roberto Guiducci
  • Renato Guttuso
  • Margherita Hack
  • Ulrica Imi
  • Delfino Insolera
  • Gabriele Invernizzi
  • Renato Izozzi
  • Alberto Jacometti
  • Lino Jannuzzi
  • Emilio Jona
  • Pietro La Gioiosa
  • Vittorio La Gioiosa
  • Rosamaria La Gioiosa in Giovagnoli
  • Oliviero La Stella
  • Riccardo Landau
  • Liliana Landi
  • Giuseppe Lanza
  • Marina Laterza
  • Vito Laterza
  • Gustavo Latis
  • Marta Latis
  • Giorgio Lattes
  • Giuliana Lattes
  • Felice Laudadio
  • Marcella Laurenzi
  • Mario Lazzaroni
  • Giorgio Leandro
  • Franco Lefevre
  • Ettore Lenzini
  • Marcello Lenzini
  • Franco Leonardi
  • Irene Leonardi
  • Rita Leonardi
  • Francesco Leonetti
  • Isabella Leonetti
  • Ugo Leonzio
  • Laura Lepetit
  • Carlo Levi
  • Primo Levi
  • Bruno Libello
  • Laura Lilli
  • Claudio Lillini
  • Marino Livolsi

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si veda il dossier a cura del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, contenente gli articoli Colpo di scena: un fermato si uccide in questura del "Corriere della Sera", Clamoroso colpo di scena nelle indagini sui terroristi e Gesto rivelatore da "La Notte" del 16 dicembre 1969 e l'articolo Improvviso dramma in questura: l'anarchico Pinelli si uccide del settimanale "Epoca"
  2. ^ Michele Brambilla, Sofri, intellettuali divisi su Bobbio, in Corriere della Sera, 13 febbraio 1998, p. 15. (archiviato dall'url originale il pre 1/1/2016).
  3. ^ Norberto Bobbio, Non dobbiamo chiedere scusa per piazza Fontana, in La Repubblica, 28 marzo 1998, p. 20. URL consultato il 4-7-2009., sul merito, o il contesto che produsse la Lettera, si veda anche Adriano Sofri 43 anni – Piazza Fontana, un libro, un film.
  4. ^ Paolo Mieli, Attenti alle firme in calce agli appelli e ai manifesti, in Corriere della sera, 3 luglio 2002. (archiviato dall'url originale il pre 1/1/2016).
  5. ^ Firmai contro Calabresi, chiedo scusa, in La Repubblica, 13 agosto 2007, p. 20. URL consultato il 4-7-2009.
  6. ^ Giampaolo Pansa, Perché non sono finito tra gli ottocento che linciarono Calabresi, in Il Riformista, 16 maggio 2009. URL consultato il 29-10-2010.
  7. ^ Niente di personale, condotta da Antonello Piroso, 5 dicembre 2010
  8. ^ La persona a cui il testo fa riferimento è Marcello Guida, questore di Milano, chiamato erroneamente Michele.
  9. ^ L'Espresso, 27 giugno 1971, pag. 6.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]